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Una romantica donna inglese

La romantica donna inglese del titolo del film di Losey è Elizabeth,moglie dello scrittore Lewis Fielding,madre di un bambino,donna dalla vita agiata
ma inappagata.
Le manca qualcosa,forse una presenza più affettuosa del marito,forse qualcosa che lei avverte ma non riesce a identificare con certezza.
Decide di prendersi un periodo di riposo e riflessione recandosi alle terme di Baden Baden in Germania;
qui conosce il bellissimo e affascinante Thomas,che dice di essere un poeta ma in realtà è solo un trafficante di droga.
Ne parla con il marito che è alle prese con la stesura di una sceneggiatura cinematografica.
Thomas arriva quindi a casa della coppia dove,complice il comportamento fin troppo conciliante di Lewis,i due allacciano una relazione.
Relazione che è scoperta da Lewis che allontana i due da casa.
La coppia,ormai non più clandestina ,si rifugia in Francia,sulla Costa Azzurra dove all’inizio sembra tutto filare liscio.
Ma le prime emergenze economiche mettono in difficoltà la coppia,mentre Swan,un boss della droga,che deve riscuotere un grosso debito da
Thomas riesce a rintracciarlo.


Il giovane avventuriero decide di non coinvolgere Elizabeth nel fallimento della sua vita e chiama Lewis,che riprende la moglie sotto il tetto coniugale.
E’ stata solo una tempesta che ha imperversato per poco nella loro vita,che riprende il vecchio status quo…
Joseph Losey in questo Una romantica donna inglese riesuma il tradizionale triangolo lui-lei l’altro, prende la ancor più tradizionale moglie insoddisfatta e romantica che soffre di carenza di affetto matrimoniale e trasporta il tutto sullo schermo,mettendo sullo sfondo una cornice platinata e di classe.
Che però resta fine a se stessa.
Il film non coinvolge,nonostante lo sfondo lussuoso.
Il tema della vita coniugale,dei suoi limiti in materia affettiva,il matrimonio borghese visto come gabbia dorata che imprigiona i sentimenti sono temi affrontati  in maniera ossessiva dal cinema.
Losey di suo ci mette una confezione impeccabile ma che non ottiene alcun effetto visibile e sopratutto non dice nulla di nuovo su questa tematica.
Elizabeth è una donna frustrata,schiacciata dalla evidente personalità egocentrica del marito che dal canto suo sembra soffrire del complesso del generale,ovvero
di colui che vuole che tutto attorno a se fili in ordine e senza sussulti.
In questo contesto la donna,insofferente della situazione,si lascia sedurre da un gigolò truffaldino e se vogliamo da strapazzo;Elisabeth alla fine ne ricava una sbandata


salutare,perchè il suo comportamento finisce per ravvivare nel marito l’interesse per lei.
Il suo colpo di coda ottiene l’effetto di svegliare,nel marito,l’attenzione per lei che ha dimostrato di avere personalità.
Tutto qui,siamo alla fiera del già visto,cambia solo il vestito sotto il quale daero c’è ben poco.
Film dai ritmi lentissimi,con personaggi sfumati;proprio quello di Elisabeth doveva essere approfondito,alla fine viene in qualche modo messo in risalto quello di Lewis,uomo
visto come ensemble di alcuni vizi capitali maschili,ovvero la superiorità machista,il perbenismo borghese,l’attenzione alle apparenze.
Il finale è molto debole,con il playboy finito fuori gioco e il ritorno alla normalità.
Intendiamoci non siamo di fronte ad un brutto film ma ad un film senza anima,in definitva poco interessante.
Bene gli attori,una Glenda Jackson borghese che più borghese non si può,imbronciata,classica casalinga insoddisfatta,bene Michael Caine che ha davvero la capacità di rendere,


attraverso mille sfumature,i caratteri dei personaggi che interpreta.
Discreto Berger,il solito bello e dannato condannato,ancora una volta a impersonare un personaggio con mille vizi e poche virtù.
Bellissima la fotografia,che passa dallo sfumato alla luminosità massima per il resto null’altro da segnalare.
Poco successo per Losey all’uscita del film,scarso pubblico tanto da aver confinato Una romantica donna inglese in un cassetto.
Film di difficilissima reperibilità in italiano.Vi segalo una bellissima versione inglese,in download all’indirizzo http://fboom.me/file/c90d5977435cb/rn7ti5eg.part1.rar
e http://fboom.me/file/a96b75fa140bd/rn7ti5eg.part2.rar

Una romantica donna inglese
Un film di Joseph Losey. Con Helmut Berger, Glenda Jackson, Nathalie Delon, Michael Caine, Michael Lonsdale, Kate Nelligan Titolo originale The Romantic Englishwoman.
Drammatico, durata 115 min. – Gran Bretagna 1975

 

 

Glenda Jackson: Elizabeth Fielding
Michael Caine: Lewis Fielding
Helmut Berger: Thomas
Michael Lonsdale: Swan
Béatrice Romand: Catherine
Kate Nelligan: Isabel
Nathalie Delon: Miranda
Reinhard Kolldehoff: Herman
Anna Steele: Annie
Marcus Richardson: David

Regia Joseph Losey
Soggetto Tom Stoppard
Sceneggiatura Thomas Wiseman
Produttore Daniel M. Angel
Musiche Richard Hartley

ottobre 22, 2017 Posted by | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

Domenica maledetta domenica

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Bob Elkin, giovane, affascinante, di professione designer e scultore;Daniel Hirsh, maturo dottore di origine ebrea, elegante e raffinato oltre che colto e infine Alex Greville, bella e seducente consulente finanziaria divorziata.
Hanno in comune una relazione “scandalosa”, perchè Bob Elkin, il più giovane dei tre, ha una relazione sia con il dottore sia con la donna.
Ma Bob non si lega fino in fondo ne al suo maturi amante e nemmeno alla donna; Daniel e Alex soffrono della situazione ma non hanno altra alternativa che accettare gli scampoli d’affetto che l’uomo da loro.
Ma arriva il giorno in cui Bob decide di andar via dalla città, verso New York, dove ha la possibilità di far conoscere le proprie doti.Incurante dei danni profondi che rischia di infliggere alle due persone che loro malgrado amano quel giovane un po vanesio, Bob sceglie di non scegliere e abbandona al loro destino Daniel e Alex.

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Da un soggetto di Penelope Gilliatt che ne cura anche la sceneggiatura, John Schlesinger reduce dai fasti e dai successi di Un uomo da marciapiede ricava Domenica maledetta domenica (Sunday bloody sunday) e fa centro ancora una volta, dirigendo un film tenero e struggente, un autentico gioiello che entra di diritto nella leggendaria Hall of fame dei Cento film britannici pù belli di tutti i tempi, la BFI 100 che la British Film Institute nel 1999 stilò con un grande sondaggio fra esperti ed appassionati.
Domenica maledetta domenica racconta in modo intimista un insolito triangolo amoroso tra due uomini e una donna; capovolgendo gli stilemi classici dei due uomini innamorati di una donna, Schlesinger propone un triangolo che vede invece protagonista un giovane e superficiale scultore alle prese con la passione che suscita nei suoi due maturi amanti, portando sullo schermo la passione proibita che travolge Daniel per Bob, con la celebre scena del bacio gay tra i due che suscitò scandalo.
Eppure il film non ha un solo momento di morbosità:tutto è giocato sul filo dei sentimenti, quelli che portano i due maturi amanti di Bob a cercare in ogni modo di legare a loro il giovane, in un tentativo impossibile di recuperare, con i sentimenti, parte della loro giovinezza perduta.
Bob, per Alex e Daniel, rappresenta in qualche modo proprio questo, la primavera dei sentimenti, che i due protagonisti vivono in maniera assolutamente differente.

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Daniel è assolutamente convinto che Bob sia l’ultima chance ma è anche altrettanto convinto che non potrà tenerlo legato a se ancora molto, mentre Alex tenta di lottare in tutti i modi per difendere quel legame che l’età anagrafica sembra condannare irreversibilmente.
In un gioco di frasi non dette, di espressioni, di sguardi e di sentimenti contrastanti, l’impossibile triangolo evolve fatalmente verso il finale inevitabile, dove l’addio di Bob assume le caratteristiche di un addio ai due amanti ma anche la fine di una stagione delle loro vite, la fine di molti sogni effimeri e sopratutto la fine delle illusioni.
A nulla vale il tentativo estremo dei due di dividersi il frivolo Bob, una rinuncia triste al senso di appartenenza che è una delle basi di un rapporto d’amore:anche questo estremo sacrificio sarà inutile e i due maturi amanti del giovane dovranno tornare malinconicamente alle loro vite, lasciando da parte per sempre quella breve stagione intensa che il giovane Bob ha illuminato per breve tempo.
Il tutto sullo sfondo di famiglie ormai in profondo mutamento, un’indagine su quello che ormai le famiglie stesse non condividono più e che invece anelano a cambiare.
Lo sguardo di Schlesinger si posa, infatti,sulla famiglia borghese a cui appartiene Alex e quella ben più tradizionale a cui appartiene il dottore, mostrandone i comportamenti, le regole di vita e passioni, ormai al capolinea:la società cambia e con essa cambiano i valori, cambia la morale.

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Cosa pensare infatti di un legame gay tra un giovane ed un uomo ormai di terza età? E cosa pensare del legame tra una donna avanti negli anni e lo stesso giovane?
Non sono nuove sfide che la società propone a se stessa?
Il costume evolve irrimediabilmente e con esso cadono anche tabù e principi.
Un unione omosessuale, all’epoca assolutamente proibita, esce allo scoperto e diventa naturale; se tutto si conclude è perchè uno dei due partner non ha profondità di sentimenti, non certo perchè la passione è proibita e da vivere nei conflitti di colpa.
Così Schlesinger sdogana in largo anticipo uno dei temi odierni della vita sociale, il diritto alla sessualità indipendentemente dal sesso di appartenenza; l’orientamento sessuale non è più un tabù così come un legame tra una donna molto più in avanti del partner non lo è più da un pezzo.
Con delicatezza e malinconia, il regista disegna tre figure assolutamente diverse tra loro, mostrandone le diverse sfumature di carattere, di sentimenti, di cultura.
Lo fa con un linguaggio in cui la malinconia alla fine prevale su tutto il resto, con un senso di abbandono e di rimpianto che coinvolge non solo i personaggi, ma anche le loro anime.
Grandissimi i due interpreti maggiori, Peter Fynch e Glenda Jackson, due attori che avrebbero meritato l’Oscar per l’intensità con la quale riescono a rendere i loro personaggi.
Molto bene anche Murray Head, mentre nel film compare anche Daniel Day Lewis in una parte microscopica, quella di un giovane teppista.
Valanga di premi pr il film:il Golden Globe 1972 per miglior film straniero in lingua inglese,i 5 Premi BAFTA 1972 per miglior film, miglior regista, miglior attore (Peter Finch), migliore attrice (Glenda Jackson), miglior montaggio e infine anche il david di Donatello per il miglior regista straniero sono il degno riconoscimento ad un film assolutamente da vedere per ricordare un’epoca che, lentamente, ci ha traghettato verso quella moderna attraverso mille contraddizioni.

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Un film di John Schlesinger. Con Peter Finch, Glenda Jackson, Murray Head, Bessie Love, Peggy Ashcroft,Tony Britton, Maurice Denham, Vivian Pickles, Frank Windsor, Thomas Baptiste, Richard Pearson, June Brown, Hannah Norbert, Harold Goldblatt, Marie Burke, Daniel Day-Lewis Titolo originale Sunday, Bloody Sunday. Drammatico, durata 110′ min. – Gran Bretagna 1971.

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Peter Finch: Dr. Daniel Hirsh
Glenda Jackson: Alex Greville
Murray Head: Bob Elkin
Peggy Ashcroft: Mrs. Greville
Tony Britton: George Harding
Maurice Denham: Mr. Greville

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Regia John Schlesinger
Soggetto Penelope Gilliatt
Sceneggiatura Penelope Gilliatt
Fotografia Billy Williams
Montaggio Richard Marden
Musiche Ron Geesin
Scenografia Luciana Arrighi, Norman Dorme

Domenica maledetta domenica banner recensioni

L’opinione del sito http://www.cinematesionline.it

(…) Tre cavie, un tempo, un luogo: ovvero un esperimento. Si assiste ad una rappresentazione sotto il vetrino lucido di un microscopio, o tra le pareti di un terrario. C’è un po’ del neorealismo, del cinema di Cassavetes, un po’ del Free Cinema al quale Schlesinger ha sempre negato di appartenere, e molto di vero. Perché il regista coglie, all’interno di una realtà sociale, una realtà mentale, un clima. La critica ha parlato di tre sguardi, tre punti di vista (si veda il bel saggio di Salizzato).
In realtà, forse, sarebbe più giusto parlare di un solo essere a tre occhi, tanto le focali si compenetrano, e comunque tutte concorrono a delineare il generale e lento trascorrere del tutto. Daniel è il più anziano dei tre. L’età, il ruolo sociale (è medico, e proprio da una visita medica la vicenda prende inizio), lo fanno equilibrato e quasi stoico, nella sopportazione, mitemente rassegnata, di un non-destino, che è solo il lasciarsi trascorrere, e attraversare, dal tempo. Si prenda la sua omosessualità: è vissuta con rigore, ma senza eccessi, e nel rispetto. Il ritorno di fantasmi – si veda la scena in cui incontra un suo ex amante – lo trova preparato. Ma quanta tristezza si cela dietro la sua scorza di forza. Alex è il perno sul quale ruota il dubbio esistenziale. Ha forse scelto, o forse si è fatta scegliere, e condizionare dalla vita, ma è già alla seconda possibilità: dopo un divorzio, dopo le dimissioni dal proprio lavoro, che rassegna nel primo rullo del film, vive conscia solo del suo essere ad limine. Questo spiega il suo rapporto con Bob, e la storia di sesso, con un barlume illusorio di affetto, con un suo cliente. Un confine che separa l’ansia e la rabbia con uno strato di sola carta velina. (…)

L’opinione di Steno 79 dal sito http://www.filmtv.it

Raffinato film intimista diretto dal regista John Schlesinger dopo il grande successo commerciale e gli Oscar vinti con “Un uomo da marciapiede”. Si tratta di un insolito triangolo sentimentale mantenuto da un giovane artista insoddisfatto con due relazioni in parallelo, una con una divorziata quarantenne incapace di accontentarsi della precarietà del loro rapporto, l’altra con un maturo medico ebreo, ormai rassegnato a perderlo. E’ un film più incentrato sui personaggi e lo studio delle loro relazioni che non su una trama particolarmente sviluppata: Schlesinger gioca spesso sul non-detto, sulle emozioni trattenute, su sguardi carichi di significati nascosti, dove il ruolo degli attori risulta di estrema importanza. A questo proposito, sia Glenda Jackson che Peter Finch offrono interpretazioni di grande ricchezza nel disegno psicologico dei personaggi, misurate e molto credibili, mentre il giovane Murray Head, che mi risulta fosse soprattutto un cantante, non regge il confronto coi due mostri sacri della scena inglese ed appare, nel complesso, piuttosto limitato come attore. A livello di regia, il montaggio ellittico e alcuni flashback quasi subliminali li ho trovati generalmente interessanti; solo a tratti risultano leggermente superflui, come nel flashback innescato dal mancato incidente della bambina, in cui la Jackson si ricorda del pericolo delle bombe sperimentato durante la sua infanzia, e che ho trovato un pò didascalico. Tuttavia, in generale la mano di Schlesinger è molto felice, sa dare il giusto ritmo interno alle sequenze, sa conferire un adeguato risalto figurativo a molte situazioni, ad esempio nella lunga scena del rito ebraico del Bar Mitzvah. La veterana caratterista del cinema inglese Peggy Ashcroft appare come madre della Jackson in una sola scena, con un discorso all’insegna della necessità di un certo compromesso in campo sentimentale che mi ha abbastanza colpito (dice alla figlia amareggiata: “Tesoro, tu ti affretti sempre a rinunciare perchè non riesci ad ottenere tutto… ma il “tutto” non esiste… bisogna accontentarsi!) Curiosa l’idea di accompagnare molte scene a livello sonoro con un brano del “Così fan tutte” di Mozart, ripetuto molte volte, che si rivela singolarmente in accordo con le atmosfere della storia. Un ringraziamento all’amico Maso che mi ha ricordato il valore di questa pellicola con un suo intervento in una mia play: l’ho rivisto con piacere.

L’opinione di amterme63 dal sito http://www.filmscoop.it

Una parte del film è comprensibile solo se rapportata all’anno di uscita (1971), un’altra invece appartiene ai sentimenti universali di ogni esistenza umana. Le due cose si amalgano benissimo e formano un piccolo gioiello visivo che ancora a 40 di distanza incanta e lascia il segno.
La parte che appartiene all’epoca di uscita è quella che ritrae in maniera quasi distaccata e oggettiva (senza prendere diretta posizione) un mondo completamente cambiato e radicalmente differente dal passato. A questo tema appartiene il ritratto di una famiglia aperta e anticonvenzionale, dove non esiste disciplina, ordine o misura e dove tutti fanno quello che gli pare, con i bambini che crescono “liberi” e che addirittura “fumano” e svolgono ruoli da grandi. C’è certamente una certa dose di ironia e quasi di satira in questa visione un po’ paradossale, uno sguardo un po’ scettico e distaccato, non certo “approvante”.
Del resto anche l’immagine della famiglia “tradizionale” non fa bella figura. I genitori di Glenda Jackson hanno ormai solo l’apparenza della solidità e rettitudine di principi che individuava l’istituto della famiglia borghese fino agli anni 60. Svelano adesso la verità di una vita arida e senza amore, anche se l’abitudine ancora li tiene insieme e forse è diventata una specie di necessità irrinunciabile. La famiglia ebraica del dottore è invece legata da cerimonie e convenzioni, certamente vuote e inutili ma che rimangono come ossatura e punto di riferimento (i ricordi e la nostalgia dell’infanzia).
Tutto è visto come bianco e nero allo stesso tempo. Le istituzioni tradizionali falsificavano e imprigionavano ma almeno riempivano, esistevano e impedivano di esaminare a fondo la verità dietro l’apparenza: l’immanenza della solitudine.
Ed è quello che devono affrontare quelli che hanno scelto la “nuova” via della libertà completa dell’individuo. Si vuole essere quello che si è, seguire il proprio mutevole istinto? Ok, ma allora bisogna cedere a compromessi, rinunciare a possedere una persona e a disporne come uno vuole. Bisogna accontentarsi e non disperarsi se in agguato c’è la solitudine e il vuoto. La realtà è questa e se si è deciso di prenderla per quello che è va affrontata con dignità e coraggio, anche se è difficile, tanto difficile rimanere soli.
Schlesinger ci offre uno splendido e elegante ritratto di vita borghese e una disamina interiore molto sincera e profonda sull’amore, che ancora tocca profondamente l’animo di chi guarda.
Ciò che all’epoca fece scandalo (la confidenza amorosa fra due uomini) oggi appare in tutta la sua naturalezza e “normalità” e questo è il grande merito del film, quello di saper ritrarre l’epoca del film con l’occhio di chi vede l’essenza e non la superficie esterna.
E’ questa la parte più viva del film, quella che fa dimenticare la mancanza di trucchi filmici come suspence, azione, tensione, ecc… La “pazienza” viene decisamente ripagata.

L’opinione di stefania dal sito http://www.davinotti.com

Non è la bisessualità il tema di questo film: qui si parla soprattutto di fragilità mascherate da anticonformismo, di persone così affamate d’amore da accontentarsi delle briciole, persone che vogliono credersi indipendenti, e sono soltanto smarrite. Ma forse possono ancora cambiare qualcosa, magari approfittando di una delle loro tante maledette domeniche… Una Londra crepuscolare, non più swinging da un pezzo, che ripete stancamente i suoi rituali a base di “pot parties”, che vive senza più gioia i suoi liberi, ma difficili, amori. Da recuperare.

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aprile 8, 2014 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

Il sorriso del grande tentatore

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Allo scrittore italiano Roberto Solina arriva una richiesta di aiuto abbastanza inusuale; si tratta dell’invito del prelato polacco Monsignor Badenski che gli chiede di scrivere una memoria difensiva che gli permetta di spiegare le sue attività e il suo pensiero alle autorità ecclesiastiche che lo stanno giudicando.
Monsignor Badenski è ospite di un istituto religioso retto con dura disciplina da Suor Geraldine, alle prese da un lato con altri ospiti dell’istituto (tutti da prendere con le molle), dall’altro con dure esigenze di bilancio e di obbedienza ai suoi superiori.
Solina conosce così i vari ospiti, tutti molto differenti tra loro ma accomunati dalla necessità da parte delle autorità religiose di tenere separati gli stessi dalla comunità civile.

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Conosciamo così Marcos, anziano prelato confinato nell’istituto per aver sposato la causa dei patrioti cubani e di Fidel Castro, il leader comunista e ateo; il professor Villa considerato un eretico per le sue idee ortodosse, Ottavio Ranieri di Aragona nobile e principe messo da parte e nascosto alla vita sociale per essersi innamorato di sua sorella, Emilia Contreras (che amministra l’istituto stesso) accusata di aver fatto uccidere suo marito da un guerrigliero del suo paese del quale si era innamorata.
E ancora Monsignor Badenski stesso, accusato di aver collaborato con il partito nazista.

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Gabriele Lavia è Ottavio, Adolfo Celi padre Morelli

Il gruppo si ritrova sotto la guida spirituale della rigida suor Geraldine, che li tratta come peccatori da ravvedere usando gli strumenti più rigidi della religione, come il digiuno e la mortificazione del corpo in aggiunta ad una sorta di terapia di gruppo nella quale è aiutata da un altro prelato, Monsignor Morelli.
L’universo dei rinchiusi, come potremmo definirli, visto che non sono arbitri delle proprie vite nonostante suor Geraldine si affanni a dichiarare la loro assoluta libertà allo scrittore Solina, vive quindi un’esistenza monotona scandita dalle regole dell’istituto stesso.

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Ma gli ospiti convivono con i loro sensi di colpa, che sono presenti in essi in maniera più o meno evidente: la presenza di Solina altera l’equilibrio precario degli stessi, perchè l’uomo ha una coscienza critica sviluppatissima, da laico che guarda con fredda oggettività alla situazione del gruppo eterogeneo con cui è venuto a contatto.
Le contraddizioni delle varie personalità esplodono in maniera differente; il principe Ottavio, consumato dal senso del peccato che non gli appartiene, perchè lui sente amore vero per sua sorella, l’amore terreno e carnale, romantico e passionale ma condannato dalle leggi della morale alla fine sceglie di risolvere i suoi problemi con l’unica via di fuga che gli resta, il suicidio.

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Claudio Cassinelli è Roberto

Poco alla volta i vari “pensionanti” scelgono di allontanarsi da quel luogo, quasi siano riusciti a prendere coscienza del loro stato.
Va via Marcos, l’uomo che credeva davvero nella rivoluzione dei barbudos e va via anche Badenski che in realtà non è colpevole ma che ha cercato in ogni modo di salvare delle vite.
Emilia si lega morbosamente a Solina, ma alla fine lo abbandona.
E quando Solina torna nell’istituto per chiedere spiegazioni alla donna, ha l’amara sorpresa di ritrovare tutti i vecchi ospiti ritornati all’ovile.
L’istituto è per loro ormai l’unica casa rimasta e fuori da esso si sentono persi.
La società civile sembra a loro aliena e senza le ali protettrici della chiesa, delle sue regole, di suor Geraldine non sanno ormai più vivere, quasi fossero degli uccelli in gabbia rinchiusi da tanto di quel tempo da non saper più volare all’esterno.
Il condizionamento morale e psicologico delle regole ecclesiali ha quindi vinto anche sul senso di libertà, sul libero arbitrio di ognuno di loro.
Così Roberto Solina capisce che i suoi tentativi di risvegliare un minimo di coscienza individuale in loro è perfettamente inutile e dopo aver rifiutato ovviamente di entrare a far parte del gruppo, lascia quel posto angoscioso e appena all’aperto si reca ad una fontana per dissetarsi lungamente, quasi a simboleggiare il bisogno di pulizia che si è impadronito di lui.

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Glenda Jackson

Il sorriso del grande tentatore, opera di Damiano Damiani datata 1973 è un coraggioso anche se imperfetto tentativo di denunciare l’abbraccio mortale della chiesa e della sua morale verso chi tenta solamente di provare a vivere e ragionare con la propria testa.
Coraggioso perchè denuncia con forza, attraverso i dialoghi e le immagini dei poveri reclusi dell’istituto usando un linguaggio espressivo ben dosato e calibrato, imperfetto perchè realizzato attraverso l’introduzione di troppi personaggi che finiscono per appesantire il tutto e renderli meno concreti e più indistinti. Le varie psicologie sono per forza di cose affrontate con troppa superficialità, essendo i vari protagonisti portatori di storie dolorose e meritevoli di maggior approfondimento.
Ma se questo è un limite, non inficia di certo il risultato finale, che è robusto e interessante, di grande vigoria e ben calibrato.

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Ely Galleani

Damiano Damiani, uno dei registi più coraggiosi e impegnati del cinema italiano, affronta dopo lo scottante tema della mafia (Il giorno della civetta, Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica), quello della giustizia imperfetta (L’istruttoria è chiusa: dimentichi), quello della giustizia fascista ipocrita e perbenista che condanna l’innocente Girolimoni solo perchè il regime non può mostrarsi fallace, affronta dicevo un tema scomodo come quello della libertà di coscienza di fronte alle leggi ferree della dottrina religiosa.
Lo fa attraverso un linguaggio non velleitario, che lascia il segno pur nei limiti sopra evidenziati.
Lo fa con un film robusto e ben congegnato nel quale si mette in mostra un sorprendente Claudio Cassinelli che riveste i panni dello scrittore Roberto Solina laico e illuminista contrapposto alla logica spietata, tutta di parte di suor Geraldine interpretata splendidamente da Glenda Jackson. E Damiani deve ringraziare anche gli attori co protagonisti del film, come l’ottimo Gabriele Lavia che tratteggia splendidamente la dolente e drammatica figura del principe Ottavio Ranieri d’Aragona che sceglierà coscientemente di porre termine alla sua vita consumato dai sensi di colpa per l’amore provato nei confronti della sorella Alessandra, la brava Sara Sperati.
Ancora, da citare le ottime prove di Arnoldo Foa (il dolente monsignor Badensky), di Adolfo Celi nei panni dell’aiutante di suor Geraldine padre Borelli, e infine la presenza garbata di Ely Galleani nel ruolo della fidanzata di Roberto.
Citazione e menzione per Lisa Harrow, la dolente Emilia Contreras, donna incapace di sfuggire al suo passato e che più di tutti sembra aver bisogno dell’abbraccio mortale di Santa Madre Chiesa.

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Glenda Jackson è Suor Geraldine, Lisa Harrow è Emilia Contreras

Il sorriso del grande tentatore è un film presso che invisibile sui circuiti televisivi per cui se riuscite a trovarne copia sul web godrete della visione di una pellicola che sicuramente non vi deluderà.
In ultimo cito l’imbarazzante recensione dell’ineffabile Morandini : il giudizio che riporto la dice tutta sul modo in cui l’enciclopedia cinematografica ahimè più diffusa vede (in maniera parziale e preoccupante) molte opere degne di ben altro rilievo da parte dei suo recensori.
Recita il Morandini: “Scontro simbolico – con finale alla pari – tra la superiora di un convento e il diavolo nei panni di un giovane scrittore. Rapporti tra Chiesa e nazismo, psicanalisi di gruppo, incesto, affarismo ecclesiastico e chi più ne ha più ne metta. Film ambizioso pieno di motivi non sempre approfonditi. Curiosa incursione di D. Damiani nella tematica spiritualista: un tentativo di volo con molto piombo nelle ali.”
A voi la sentenza, come giusto sia.

Il sorriso del grande tentatore, un film di Damiano Damiani. Con Adolfo Celi, Glenda Jackson, Claudio Cassinelli, Lisa Harrow, Arnoldo Foà, Francisco Rabal, Rolf Tasna, Eduardo Ciannelli, Eleonora Morana, Fabrizio Jovine, Gabriele Lavia, Nazzareno Natale, Carla Mancini,Ely Galleani
Drammatico, durata 120 min. – Italia 1974.

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Il sorriso del grande tentatore banner personaggi

Claudio Cassinelli: Roberto Solina
Glenda Jackson: suor Geraldine
Lisa Harrow: Emilia Contreras
Arnoldo Foà: monsignor Badensky
Adolfo Celi: padre Borelli
Gabriele Lavia: principe Ottavio Ranieri d’Aragona
Francisco Rabal: vescovo Marquez
Duilio Del Prete: monsignor Salvi
Ely Galleani: fidanzata di Roberto
Rolf Tasna: monsignor Meitner
Sara Sperati: Principessa Alessandra Ranieri d’Aragona
Margherita Horowitz: Madre del principe Ottavio

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Regia     Damiano Damiani
Soggetto     Damiano Damiani
Sceneggiatura     Damiano Damiani, Audrey Nohra, Fabrizio Onofri
Produttore     Anis Nohra
Casa di produzione     Euro International Film
Fotografia     Mario Vulpiani
Montaggio     Peter Taylor
Musiche     Ennio Morricone

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Notevole, con grandi presenze (Jackson, Harrow, Foà e Celi fanno sparire un Rabal di maniera), al punto che forse lo fanno sembrare ancor meglio di quello che è, con grande, originale colonna di Morricone. Regia sicura (ricca di pietà verso tutti) nel narrare il conflitto fra una non funzionante e moderna tolleranza ed una fideistica, ortogonale religiosità, che si rivela vincente (con tanto di “Inno alla gioia”) in un modo che lascia stupefatto Cassinelli, che qua e là sia atteggia a belloccio. Lisa Harrow, opima e lattea, è di raro fascino.

Lo scrittore Rodolfo Solina (Claudio Cassinelli) viene -quasi a forza- ingaggiato da Monsignor Badensky (Arnoldo Foà) per redigere un memoriale contro il comunismo a vantaggio della posizione cattolica pro-fascista. Ospitato in un istituto liturgico, l’uomo viene in contatto con personalità dissociate, sovente al limite tra solennità e peccato. L’espiazione, la sofferenza, la privazione: sono elementi radicati e imposti dalla severa rettrice del sacro luogo. Doloroso viaggio, tra chiaro-scuri (le scenografie con predilizione di grigio non sono casuali) lungo binari di umana povertà spirituale.

Conventuale e tortuoso, dominato da un incombente senso di peccato e di colpa e dalla ricerca di una falsa redezione all’interno delle mura ecclesiastiche. Scenografie claustrofobiche (solo nel finale c’è uno spiraglio d’aria fresca, conferito anche dal volto radioso della Galleani), eccellente score sincopato di Morricone e validissime prove di tutti gli attori: dalla severa Jackson al “Grande tentatore” Cassinelli, dall’ortodossia di Celi e Ribulsi alle eresie di Foà e Rabal, passando per il teatrale Lavia.

Insolito, curioso, magnetico, imperfetto ma interessantissimo film di Damiani, che mette sul tavolo tantissimo temi (forse troppi) e che, pur non essendo perfettamente riuscito, ha il pregio di catturare non poco l’attenzione dello spettatore, grazie ad un alone di mistero che si mantiene costante per tutta la pellicola, fino ad arrivare al ribaltamento finale che è degno di nota. “Ricco” il cast che fornisce una bella prova. Strepitosa la colonna sonora di Morricone. Immeritatamente sconosciuto, è una tappa intrigante di un bravo regista nostrano.

Molto interessante. Una storia sicuramente non banale che affronta, anche se non sempre in maniera adeguata, molti temi senza dubbio intriganti. Alcuni passaggi potrebbero lasciare insoddisfatti, ma il film è coraggioso e originale. Ottima la confezione, con una buona fotografia, un’ottima regia e una notevole colonna sonora di Morricone, che ancora una volta utilizza il coro in maniera geniale. Cast eccellente

Ambiguo ma (o forse proprio per questo) molto interessante, anzi direi perfino sconvolgente, assolutamente inusuale. La presenza di uno scrittore in un convitto religioso porta a galla e fa esplodere le contraddizioni e i tormenti dei vari personaggi, tutte persone dalla religiosità sofferta e con un passato pesantissimo. Anticlericale? Forse solo ad una lettura superficiale. Grande cast, ottima, al solito, la regia di Damiani. Da riscoprire e analizzare a fondo.


Il sorriso del grande tentatore foto 4

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Il sorriso del grande tentatore locandina 2

maggio 21, 2011 Posted by | Drammatico | , , , , , , , , | 2 commenti