Gruppo di famiglia in un interno

Quando nel 1974 Luchino Visconti gira Gruppo di famiglia in un interno è già ammalato.
Due anni prima un ictus lo ha colpito,lasciandolo quasi completamente paralizzato nel lato sinistro del corpo;nonostante la forte tempra,
Visconti sembra abbattersi,ma riprende a lavorare con tenacia.
Nel 1973 torna al teatro con Tanto tempo fa di Harold Pinter e sopratutto all’altra sua grande passione,la lirica,curando
la più memorabile delle versioni dell’opera Manon Lescaut di Giacomo Puccini.
Forse un eccesso di attività per un uomo che,nel 1974,ha già 68 anni.
Eppure ha ancora tanto da dire.


Visconti consegna al pubblico cinematografico uno dei suoi capolavori,Gruppo di famiglia in un interno, il suo film più autobiografico,
intriso di un pessimismo e di una disillusione verso le umane cose tanto da renderlo un film disperato,quasi nichilista.
A essere messi in discussione sono i pilastri della società,la famiglia,la religione,il rapporto interpersonale,l’amore e la socialità nella sua interezza;
nella figura principale,quella del professore che vive quasi come un’eremita tra i suoi libri,disinteressandosi completamente dell’umanità e della vita
che scorre fuori dalle mura nelle quali si è rinchiuso, c’è l’alter ego di Visconti,un uomo ormai avanti negli anni e in cui i sogni hanno lasciato il posto
all’amara considerazione che molti valori sono andati completamente persi,che il dialogo generazionale è complicato dall’evoluzione della società,non necessariamente in senso positivo.


Uno strano discorso,quello di un’evoluzione negativa.
Evolversi significa passare da uno stadio inferiore ad un altro.
Invece fuori dall’appartamento c’è una profonda crisi sociale,l’individuo sembra preda di una forte crisi di identità che ovviamente coinvolge poi il collettivo,rendendo lo stesso ostaggio di totem che non sono più quelli del passato,ma che appaiono ben più subdoli e letali.
Arrivismo,realizzazione dell’io attraverso il potere personale o l’appagamento dei sensi con il sesso,le droghe ,il possesso dei nuovi feticci hanno di fatto scavato un solco generazionale,traghettando coloro che c’erano in una nuova dimensione alla quale le nuove leve sentono di non appartenere,che vogliono modificare,cambiare.
Queste contraddizioni di termini sono vissute dal professore in maniera dirompente nell’attimo stesso in cui si lascia coinvolgere nelle vite della famiglia che viene ad abitare nel suo palazzo, riportandolo ad una realtà che il professore stesso aveva abbandonato,rintanandosi fra i vecchi libri che lo circondano,simulacro di un passato polveroso e inattivo,inerte.
Uno stato quasi vegetativo,in cui c’è spazio solo per il ricordo e lo studio,uno studio apparentemente inutile alla ricerca di un’araba fenice;in fondo il professore sembra un’anacoreta che ha lasciato la civiltà per dedicarsi a Dio.
Solo che il Dio del professore lascia l’amaro in bocca;cosa farne della cultura,della ricerca se non la si condivide?
Tutto diventa fine a se stesso,l’appagamento personale in ultima analisi è solo egoismo,quella del professore appare come una fuga vile in attesa dell’ultimo respiro,destino comune che mette sullo stesso piano ogni singolo elemento della società.
Ecco,il professore sembra uno di quegli animali feriti che sentita arrivare l’ultima ora si staccano dal branco per andare a morire in solitudine.
In questo caso la solitudine è mitigata dai libri,magra consolazione di un uomo che non ha saputo vivere realmente rifugiandosi in maniera codarda nella sicurezza del piccolo,angusto mondo della quiete domestica.


La trama:
in un lussuoso appartamento vive un professore,amante di libri e grande collezionista di essi, in particolar modo anche di quadri che illustrano vite di famiglie.
A sconvolgere la sua monotona,inutile vita solitaria ed egoistica arriva un giorno Bianca Brumonti,volgare e vulcanica donna della buona borghesia.
La donna chiede al professore di affittarle l’appartamento del piano superiore,per se e per il suo nucleo di famiglia e amici.
Un nucleo ristretto,visto che l’unica congiunta è la figlia Lietta e il fidanzato di quest’ultima,Stefano.
Il professore,narcotizzato dal suo eremitaggio volontario,avulso dalla realtà del quotidiano,non vorrebbe cedere alle insistenze della donna,intuendo il potenziale distruttivo del nuovo che viene dall’esterno che essa rappresenta,tuttavia sente oscuramente un’attrazione fatale proprio per quel mondo che egli ha ripudiato.
Così alla fine cede.
La donna porta nell’appartamento anche il giovane Konrad, che è l’amante della ricca Bianca.
Un giovane che non appartiene al mondo del gruppo,anzi.Ha idee politiche estremiste,vive senza lavorare come un saprofita,facendosi mantenere dalla matura amante.
Le dinamiche del gruppo,i loro rapporti interpersonali,la dialettica che si sviluppa tra Konrad e il professore,affascinato da quella figura anticonformista e ribelle che pure cede alle lusinghe del potere borghese accettando di farsi mantenere dalla ricca amante pretendendo però allo stesso tempo di conservare la liberà individuale coinvolgono il maturo studioso.


Con stupore l’uomo assisterà al progressivo deteriorarsi dei loro rapporti,causati anche dall’insofferenza di Konrad che vive in modo schizofrenico le sue contraddizioni.
Come un entomologo studia un insetto,il professore osserva la volgarità di Bianca e il rapporto affettivo/carnale che si sviluppa,in un triangolo imprevisto,tra Lietta,Stefano e Konrad.
E’ una dimensione della realtà che il professore non conosce e che lo porterà ad assistere inerme al drammatico finale…
Gruppo di famiglia in un interno appartiene al cinema marginalmente;è solo perchè la vicenda è ripresa con l’ausilio della macchima da presa che possiamo parlare di opera cinematografica.
In realtà siamo di fronte ad un’opera strutturata come una piece teatrale,statica per la maggior parte del tempo,in cui i dialoghi,i silenzi hanno una valenza ben maggiore rispetto al movimento.
L’esperienza teatrale di Visconti si tramuta quindi in un resoconto intimamente doloroso di un’esperienza di vita vista quasi come un fallimento:il nuovo avanza e seppellisce il vecchio,un pò come nel Gattopardo di Tomasi di Lampedusa.Ma in questo caso il riferimento letterario è nullo,l’opera appare quasi un testamento di Visconti,disilluso e completamente amareggiato dal vedere che le sue idee,politiche e morali non hanno in pratica alcuna applicazione reale.
Ci sarebbe ancora moltissimo da dire,ma è bene che lo spettatore trovi una chiave di analisi del tutto personale,riflessiva o estetica semplicemente.
In tutti e due i casi c’è davvero tanto da assaporare.
L’opera non è considerata la migliore di Visconti.
Non c’è per esempio empatia tra il pubblico e la famiglia le cui vicende sono narrate,il personaggio del professore appare troppo aulico
e distante per suscitare simpatia o condivisione.


Ma in fondo è quello che probabilmente Visconti voleva.
Tutti bravi gli attori,da Burt Lancaster che torna alla regia di Visconti dopo il Gattopardo e Silvana Mangano,sicuramente efficace in un ruolo molto difficile,quello di una donna volgare e moralmente riprovevole,tipica esponente di un mondo decadente e in dissoluzione come quello della borghesia arricchita.
Benissimo l’attore simbolo delle ultime opera di Visconti,un grande Helmut Berger che dà contorni vivi e umanamente di spessore al personaggio contraddittorio di Konard.Memorabili gli scambi di opinione fra lui e Lancaster,
veri e propri gioielli inseriti nel film.
Bene anche Claudia Marsani,che in seguito non avrà più spazi per esprimersi nel cinema compiutamente e Stefano Patrizi.
Poco più che camei le partecipazioni di Romolo Valli,Claudia Cardinale (la moglie del professore) e Dominique Sanda (la madre) che appaiono per poche sequenze in flashback.


Gruppo di famiglia in un interno

Un film di Luchino Visconti. Con Helmut Berger, Burt Lancaster, Silvana Mangano, Claudia Marsani, Enzo Fiermonte,
Philippe Hersent, Claudia Cardinale, Umberto Raho, Romolo Valli, Valentino Macchi, Lorenzo Piani, Vittorio Fanfoni,
Dominique Sanda, Stefano Patrizi, Guy Tréjan, Elvira Cortese, Jean Pierre Zola, George Clatot, Margherita Horowitz
Drammatico, durata 120 min. – Italia 1974

Burt Lancaster: il professore
Helmut Berger: Konrad Huebel
Silvana Mangano: marchesa Bianca Brumonti
Claudia Marsani: Lietta Brumonti
Stefano Patrizi: Stefano
Elvira Cortese: Erminia
Claudia Cardinale: moglie del professore (nei flashbacks)
Dominique Sanda: madre del professore (nei flashbacks)
Philippe Hersent: portiere
Guy Tréjean: antiquario
Jean-Pierre Zola: Blanchard
Umberto Raho: maresciallo di Polizia Bernai
Enzo Fiermonte: commissario di Polizia
Romolo Valli: Michelli
Margherita Horowitz: cameriera

Regia Luchino Visconti
Soggetto Enrico Medioli
Sceneggiatura Suso Cecchi D’Amico,
Enrico Medioli,
Luchino Visconti
Produttore Giovanni Bertolucci
Casa di produzione Rusconi Film S.p.A.
Fotografia Pasqualino De Santis
Montaggio Ruggero Mastroianni
Musiche Franco Mannino,
temi musicali tratti da Sinfonia Concertante di Wolfgang Amadeus Mozart
Scenografia Mario Garbuglia
Costumi Piero Tosi
Trucco Alberto De Rossi

Bianca Brumonti: Professore, la verità. Che mistero c’è nella sua vita? Per me lei è stato un uomo bellissimo davvero, e lo è ancora, io la trovo affascinante. Come mai? Perché ha scelto di fare questo genere di vita?
Professore: Be’, vivendo tra gli uomini si è costretti a pensare agli uomini, invece che alle loro opere, a soffrire per loro, a occuparsi di loro, e poi qualcuno ha scritto: “I corvi vanno a schiere, l’aquila vola sola”.

 

Il professore : Io spero che Konrad non perdonerà nessuno, me per primo. Il giorno in cui la signora Brumonti venne da me a chiedermi di affittarle l’appartamento, io rifiutai.
Avevo paura della vicinanza di gente che non conoscevo, che avrebbe potuto disturbarmi. Tutto invece è stato… molto peggio di quanto potessi immaginare. Se mai sono esistiti inquilini impossibili io credo…che siano toccati a me. Ma poi mi sono trovato a pensare – come diceva Lietta – che avrebbero potuto essere la mia famiglia, riuscita o meno, diversa da me fino allo spasimo, e siccome amo questa sciagurata famiglia,
vorrei fare qualcosa per lei, come lei – senza rendersene conto – ha fatto per me. C’è uno scrittore del quale tengo i libri in camera mia e che rileggo continuamente, racconta di un inquilino che un giorno si insedia nell’appartamento sopra il suo,
lo scrittore lo sente muoversi, camminare, aggirarsi, poi tutt’a un tratto sparisce e per lungo tempo c’è solo il silenzio. Ma all’improvviso ritorna, in seguito le sue assenze si fanno più rare e la sua presenza più costante: è la morte.

 

Konrad: Non è a causa delle mie origini, è la mia vita piuttosto, non è così? Mantenuto, traffici illeciti, è questo che conta.
Bianca Brumonti: Sì caro, è questo che conta.
Konrad: Conta perché non sono riuscito, perché sono ancora il cagnolino che una signora importante può portare anche nei posti dove l’ingresso ai cani è severamente vietato.
Gli altri lo sopporteranno per forza, quando ruba in cucina, quando insudicia o prende tutti a morsi.”-
Lietta: Che cosa farebbe se io volessi baciarla?
Professore: Ah, non l’invidierei! Perché se mi mettessi un attimo al suo posto, vedrei avvicinarsi il viso di un uomo che… non è più giovane da tanto tempo.”

 

Lietta: Povero professore, ancora mezzo addormentato. Andiamo via subito. Vede, in fondo è un gioco anche questo, non c’è niente di male, sul serio! È stato giovane anche lei, no? Non era come noi?
Professore: No, assolutamente no.
Lietta: Peccato, ha perduto qualcosa. Ma in qualche modo si sarà divertito, era ricco, bello, che cosa faceva?
Professore: Cosa facevo?
Lietta: Sì.
Professore: Ho studiato, ho viaggiato, ho fatto la guerra, mi sono sposato… è andata male. E poi quando ho avuto tempo di guardarmi intorno mi sono trovato in mezzo… in mezzo a gente che non capivo più.
Stefano: Avanti professore, non è che siamo poi così diversi.”

 

Stefano: Oh Bianca non gli dare spago! Non vedi che sta per sferrare l’attacco contro la società “corrotta, capitalistica, borghese”? Siamo ancora a questo? Quella società neanche esiste oggi, e se c’è ancora ringrazia Dio, tu sei stato uno degli ultimi a beneficiarne!
Professore: Se è per questo esiste, esiste eccome, è molto più pericolosa oggi di sempre, perché mimetizzata.
Stefano: Oh no, anche lei professore!
Professore: Non sono un reazionario credevo l’avesse capito.
Stefano: Non l’avevo capito, anche lei è mimetizzato. Non ho ancora conosciuto un intellettuale che non si proclami di sinistra! Affermazione che per fortuna, quasi mai trova riscontro nella loro vita o nelle loro opere.
Professore: Gli intellettuali della mia generazione hanno cercato molto un equilibrio tra la politica e la morale: la ricerca dell’impossibile.”

 

Romolo Valli

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Il desiderio di conoscere ed approfondire il percorso professionale di Romolo Valli ha condotto le mie ricerche verso l’ambiente del teatro italiano del secondo dopoguerra. Stranamente, fino a questo scritto, ho sempre associato la Seconda Guerra Mondiale al dramma delle persone, alle perdite umane, tralasciando in qualche modo l’effetto sconvolgente della guerra sull’economia o sulle arti. Tuttavia, il tempo trascorso a leggere e guardare il teatro è divenuto, in seguito, un paziente maestro che mi ha trasmesso la conoscenza dei sensibili criteri che distinguono le opere del benessere dagli scritti della sofferenza o del rinnovamento. La storia del teatro nel nostro secolo presenta grandi mutamenti, che prospettano a loro volta grandi alternative. Il primo mutamento riguarda il contesto sociale. Il secondo riguarda il ruolo rispettivo dei diversi artefici dello spettacolo. In Italia, nel dopoguerra, vengono alla luce i drammi più noti di Eduardo De Filippo. Il suo stile è sobrio e l’uso del dialetto ha funzione realistica e caratterizzante. Vanno menzionate, poi, le esperienze teatrali ironico-satiriche di Brancati e Flaiano. Per ultimo, ma non come importanza, va ricordato Luchino Visconti, il quale predilige l’opera lirica con rappresentazioni di Verdi e di Bellini.
Viste le premesse, ci vorrebbe ben più di un articolo biografico per raccontare la formazione e la professione di uno degli animatori più importanti del teatro italiano del dopoguerra. Con questo scritto, tuttavia, mi sono proposta di ripercorrere la carriera cinematografica di attore e doppiatore del compianto artista emiliano. Ciò non di meno, nel caso di Romolo Valli, mi è apparso impossibile disgiungere il volto teatrale raffinato da quello cinematografico, sicuramente più icastico. Infatti, Romolo Valli è uno dei pilastri fra i caratteristi del cinema italiano, un attore che ha prestato il suo talento a tanti film di successo nei quali, pur non essendo il protagonista, è stato un valoroso comprimario, “un interprete disponibile fino all’inverosimile, completamente alla mercé del regista”.

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Romolo Valli in Boccaccio 70

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L’ultimo film interpretato, Chiaro di donna con Romy Schneider e Yves Montand

Nato nel 1925, a Reggio Emilia, Romolo Valli rivela sin da giovane una spiccata propensione per il mondo dello spettacolo, in particolare, per il teatro. Infatti, l’attore emiliano consegue una formazione teatrale perfetta affrontando i grandi testi di Luigi Pirandello. Lungo il percorso professionale, Romolo Valli “non tradì mai la sua cultura né il culto della parola, che in teatro è la prima componente dell’azione scenica, lo strumento insostituibile della ragione e del sentimento”. Nel 1949, dopo la laurea in giurisprudenza, conseguita più per amor paterno e meno per amor proprio, Romolo Valli entra a far parte della Compagnia teatrale “Il Carrozzone” di Fantasio Piccoli; nel 1952 lavora al Piccolo Teatro di Milano mentre, nel 1954, fonda insieme a Giorgio De Lullo, Annamaria Guarnieri, Elsa Albani e Rossella Falk la “Compagnia dei Giovani”, un gruppo teatrale responsabile di circa quaranta allestimenti fino al 1972, che rivoluziona la scena teatrale italiana del dopoguerra.
L’esordio al cinema avviene nel 1959, con il personaggio Egidio Marsi Laurenzi, nel film Policarpo ufficiale di scrittura diretto da Mario Soldati. Per uno strano caso della vita, la pellicola che segna il debutto di Romolo Valli è, al contempo, l’ultimo film diretto dal regista torinese. Policarpo è in qualche modo legato al film Le miserie del signor Travet, che Mario Soldati descriveva come “… una farsa, un film comico, leggero ma anche amaro con la bella fotografia di Giuseppe Rotunno e la musica meravigliosa di Nino Rota. Policarpo è una farsa sul mondo degli impiegati d’ufficio: l’invenzione della macchina da scrivere innesca la lotta tra l’uomo e macchina. Vi appaiono anche storie di mazzette, corruzione. Renato Rascel e Romolo Valli vi recitano con grande bravura. Pur con i suoi limiti, credo che Policarpo sia un film perfetto.

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Sul set di Novecento con il regista, Bernardo Bertolucci

Sempre nel nel 1959 Romolo Valli viene diretto da Enzo Provenzale nel film drammatico Vento del Sud e da Mario Monicelli nel film tragicomico La grande guerra. Quest’ultima opera racconta la violenza e l’assurdità della Prima Guerra Mondiale vista attraverso gli occhi dei soldati impegnati nelle trincee. Valli assume la parte del tenente Gallina, superiore che ha tra i vari compiti quello di leggere le lettere ai soldati analfabeti. E’ commovente la scena in cui il tenente Gallina legge al soldato Giacomazzi (Luigi Fainelli) la lettera che la fidanzata aveva spedito sul fronte di guerra. La missiva contiene una pessima notizia: la ragazza annuncia il fidanzamento con un uomo più ricco e più anziano. Per risparmiare un grosso dispiacere a Giacomazzi, approfittando dell’analfabetismo del giovane, il tenente legge la missiva modificandone il contenuto.
Dal 1959, Romolo Valli viene scritturato con regolarità dai più importanti registi del cinema italiano. L’anno successivo l’attore lavora con Martin Ritt nel film Jovanka e le altre, con Daniele D’Anza nel film I piaceri di sabato notte, con Valerio Zurlini nel film La ragazza con la valigia, e con Gianni Puccini nella pellicola Il carro armato dell’8 settembre.
Nel 1961 la carriera cinematografica di Valli prosegue con l’opera di Mauro Bolognini, La viaccia, in cui l’attore interpreta la parte di Dante, accanto a Claudia Cardinale e Jean Paul Belmondo.
Sempre nel 1961 Valli è un partigiano nel film Un giorno da leoni, di Nanni Loy. L’opera racconta un avvenimento realmente accaduto nel 1943: la distruzione del ponte Sette luci sulla linea ferroviaria Roma Formia. Danilo (Nino Castelnuovo), studente universitario, evita l’arruolamento mentre il suo amico Michele (Leopoldo Trieste), un giovane e pavido ragioniere, già su un treno diretto a Nord assieme ad altri impiegati del suo ministero, fugge e riesce a tornare a Roma, dove ha lasciato la fidanzata Ida.

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Un giorno da leoni

Tuttavia, vinto dalla paura, si unisce a Danilo per cercare di superare la linea Gustav. Per caso conoscono Gino (Tomas Milian), che si aggrega ai due amici quando il treno della ferrovia Roma Fiuggi Alatri viene fermato dai tedeschi. I tre si rifugiano in una cantina, adibita a “covo” da un gruppo di ex-soldati, comandati da Orlando (Renato Salvatori). I militari vengono poi raggiunti dal partigiano Edoardo (Romolo Valli), che dà loro il compito di far saltare un ponte utilizzato dalle truppe tedesche per ricevere rifornimenti. Una volta procurato l’esplosivo necessario al sabotaggio, alla notizia della cattura di Edoardo da parte dei tedeschi, il gruppo si disperde. Danilo, Michele e Gino tornano a Roma, dove vengono a conoscenza della morte di Edoardo, il quale aveva affidato ai compagni il compimento del sabotaggio. Profondamente maturati, i tre giovani decidono di portare a termine la missione: faranno saltare in aria il ponte.

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Nel film Che? di Polanskj

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Er più storia d’amore e di coltello (sullo sfondo Adriano Celentano)

Uno dei registi a cui Valli lega maggiormente il suo nome è Luchino Visconti, con il quale gira un episodio del film Boccaccio 70 e altre tre opere: Il Gattopardo, Morte a Venezia e Gruppo di famiglia in un interno.
Nel 1962 esce nelle sale italiane un film strutturato in quattro episodi, ispirato alle novelle scritte da Giovanni Boccaccio. Il terzo episodio, intitolato Il lavoro è diretto, appunto, da Luchino Visconti. Valli interpreta l’avvocato Zacchi, accanto a Romy Scheider la quale è Pupe, moglie del conte Ottavio (Tomas Milian), losco individuo coinvolto in affari di sfruttamento della prostituzione.
Anche Federico Fellini che aveva diretto il secondo episodio, Le tentazioni del dottor Antonio, inizialmente, aveva pensato di affidare la parte del dott. Mazzuolo a Romolo Valli.

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Due interpretazioni magistrali: in Giù la testa del grande Leone…

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e nel bellissimo Il giardino dei Finzi Contini di Vittorio De Sica

Sempre nel 1962 Valli compare nella commedia sentimentale Peccati d’estate diretta da Giorgio Bianchi, nella commedia Il giorno più corto diretta da Sergio Corbucci e nel film drammatico Una storia milanese diretto da Eriprando Visconti, grazie al quale si aggiudica il Nastro d’Argento come miglior attore non protagonista.
Nel 1963 Luchino Visconti lo chiama per dirigerlo nel kolossal Il Gattopardo, tratto dall’omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. La pellicola riscuote un grande successo di critica e di pubblico, oltre a numerosi riconoscimenti. Romolo Valli è Padre Pirrone, confidente e confessore del Principe Salina (Burt Lancaster) e guida spirituale dell’intera famiglia principesca siciliana. Indimenticabile, fra tante, la scena in cui il religioso rimprovera il principe Salina per i tradimenti extraconiugali, con l’espressione a metà tra biasimevole e pietoso nel momento in cui Don Fabrizio gli confessa che, nonostante i sette figli avuti dalla moglie, quest’ultima non gli aveva mai concesso di vederle l’ombelico. Ed ancora, nella stessa scena, Padre Pirrone cerca di convincere il principe di acconsentire al matrimonio fra Tancredi (Alain Delon) e Concetta (Lucilla Morlacchi), ma Don Fabrizio conosce le ambizioni ed il cuore del nipote il quale non ha occhi che per Angelica Sedara (Claudia Cardinale). Nonostante le poche scene in cui compare, grazie alla sua ricca espressività ed alla rigorosa costruzione del personaggio, Romolo Valli offre una bella prova attoriale accanto al protagonista, Burt Lancaster.

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Il gattopardo di Visconti

La carriera di Romolo Valli prosegue con le comparse in due commedie: I fuorilegge del matrimonio di Valentino Orsini e Confetti al pepe di Jacques Baratier. Seguono, nel 1964, i ruoli nei film La vendetta della signora di Bernhard Wicki e La costanza della ragione di Pasquale Festa Campanile.
Nel 1965 esce nelle sale una commedia a tre episodi, I complessi, di cui l’episodio più conosciuto è Guglielmo il dentone, diretto da Luigi Filippo D’Amico, in cui Alberto Sordi interpreta un giovane e brillante giornalista dalla dentatura prominente che aspira a diventare presentatore del Telegiornale Rai. In questo episodio, a Romolo Valli viene assegnata la parte del padre Baldini.
Sempre nel 1965, Alberto Latuada lo sceglie per la parte di messer Nicia nel film La mandragola, tratto dall’omonima commedia di Machiavelli.

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La mandragola di Alberto Latuada

Brevemente la trama: nel corso di un lungo soggiorno a Parigi, il giovane Callimaco (Philippe Leroy) viene a sapere della bellezza di Lucrezia (Rosanna Schiaffino), sposata da quattro anni con il ricco ma sciocco notaio Nicia Calfucci (Romolo Valli). Rientrato a Firenze, Callimaco s’innamora di Lucrezia e tenta di sedurla senza successo. Ad aiutarlo nell’impresa, oltre al servo Siro (Armando Bandini), è il parassita Ligurio (Jean Claude Brialy), che ha una grossa influenza su Nicia. Ligurio consiglia Callimaco di fingersi dottore e di convincere il notaio a far bere alla moglie un infuso di mandragola in grado di curare la sua presunta sterilità. Questa “terapia”, però, ha una controindicazione: il primo rapporto sessuale con la donna sarà letale in quanto l’amante morirà a causa del veleno. Per rimediare al problema e al fine di salvaguardare l’onore di Nicia, si dovrà far incontrare Lucrezia con il primo “garzonaccio” di strada, che subirà l’effetto del veleno mortale. Persuaso, Nicia deve convincere Lucrezia, restia ad acconsentire. Interverranno, quindi, la madre Sostrata (Nilla Pizzi) ed il frate Timoteo (Totò) i quali, facendo leva sulla devozione cristiana di Lucrezia, la convincono alla “cura”. La stessa notte Callimaco, travestito da mendicante, viene portato dall’ignaro Nicia tra le braccia della moglie. Lucrezia, però, non si accontenta del fugace incontro e, colta da pia devozione, desidera proseguire nella relazione amorosa.

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Nel film I complessi

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Il carro armato dell’8 settembre

Nel 1967 Romolo Valli viene diretto accanto a Catherine Spaak, Hywel Bennett, Vittorio Caprioli, Pina Cei, nel film Il marito è mio e l’ammazzo quando mi pare di Pasquale Festa Campanile.
Seguono, poi, le comparse nei film: Non stuzzicate la zanzara (1967) di Lina Wertmuller; La scogliera dei desideri (1968) di Joseph Losey, nel quale Valli interpreta il dottor Luilo accanto a Elizabeth Taylor e Richard Burton; Scacco alla regina (1969) di Pasquale Festa Campanile, nel ruolo di Enrico Waldman, accanto a Rosanna Schiaffino e Haydée Politoff.
Nel 1970, Vittorio De Sica lo chiama per interpretare il padre di Giorgio (Lino Capolicchio), un ebreo borghese che assiste all’innamoramento velato del figlio per Micol (Dominique Sanda), una giovane ebrea di condizione sociale più elevata. Nel finale, il padre di Giorgio viene deportato assieme alla famiglia in un campo di concentramento. Lo stesso truce destino sarà condiviso da Micol e dall’abbietta famiglia Finzi Contini. Grazie alla fine ed istintiva sensibilità interpretativa, Romolo Valli offre una prova attoriale memorabile nel film Il giardino dei Finzi Contini, che sarà premiata con un Nastro d’Argento al miglior attore non protagonista.
Nel 1971, Romolo Valli torna a lavorare con Luchino Visconti per il film Morte a Venezia, ove interpreta il direttore dell’hotel nel quale soggiorna il musicista Gustav von Ascenbach (Dirk Bogarde) che si innamora di un efebico giovane polacco, Tadzio (Bjorn Andrésen). Nonostante la piccola parte, la classe recitativa di Romolo Valli traspare ugualmente, in particolare, nelle scene in cui il personaggio è impegnato in discorsi volti a negare l’epidemia di colera che sta invadendo la città.

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La bella biografia di Maria Laura LoiaconoL’attore che parla

L’ultima interpretazione con Visconti è in Gruppo di famiglia in un interno (1974). Ancora una volta accanto a Burt Lancaster, Romolo Valli interpreta in una breve sequenza l’avvocato Michelli.
Successivamente, Romolo Valli lavorerà con: Sergio Leone nel film Giù la testa (1971), nel ruolo del dott. Villega; con Sergio Corbucci nella commedia Er più: storia d’amore e di coltello (1971), nella parte del maresciallo; con Jean Louis Bertucelli nel film Paulina 1880 (1972), nel ruolo di Farinata; con Roman Polanski nella commedia grottesca Che? (1972), nel ruolo di Giovanni; con Giuseppe Rosati nel film Il testimone deve tacere (1974), nel ruolo del ministro; con Franco Rosati nella commedia Nipoti miei diletti (1974), nella parte di Trèves; con Bernardo Bertolucci in Novecento (1976), nel ruolo di Giovanni.

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Con Donald Sutherland in Novecento

Nel 1977 Romolo Valli veste i panni del Dott. Spazioni, accanto ad Alberto Sordi nel film di Mario Monicelli, Un borghese piccolo piccolo. Il Dott. Spazioni è il capoufficio di Sordi il quale, alla richiesta di aiutarlo a sistemare il figlio con un impiego per il Ministero, lo invita ad iscriversi presso la Massoneria. La bravura di Valli sarà premiata nuovamente con un Nastro d’Argento al migliore attore non protagonista. Complessivamente, il film si aggiudica tre David di Donatello e quattro premi Nastro d’Argento.

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Romolo Valli con Dirk Bogarde in Morte a Venezia di Luchino Visconti

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Con Sordi e Gassman in La grande guerra

La fine degli anni ’70 vede Valli impegnato nel film di Sydney Pollack, Un attimo, una vita (1977), nel ruolo dello zio Luigi; nel Holocaust 2000 (1977) di Alberto De Martino, nel ruolo di Monsignor Charrier; nel film Chiaro di donna (1979) di Costa Gavras, nella parte di Galba.
Grazie alla dizione rigorosa, Romolo Valli ha spesso prestato la sua voce al cinema come doppiatore. Uno degli esempi più memorabili di questa attività è la voce del narratore nella versione italiana di Barry Lyndon di Stanley Kubrick. Vi sono, inoltre, i doppiaggi di Anthony Franciosa in Senilità, Anthony Sharp in Arancia meccanica, Alain Cuny in La dolce vita, Lou Gilbert in Giulietta degli spiriti e la voce narrante in E venne un uomo.
Negli ultimi anni ’70 Romolo Valli è stato Direttore stabile del Teatro Eliseo di Roma e Direttore artistico del Festival dei Due Mondi di Spoleto. La notte del 1 febbraio 1980, a soli 54 anni, è rimasto vittima di un fatale incidente stradale sulla via Appia Antica, a Roma. Da allora il Teatro Municipale della sua città natale porta il suo nome. La sua morte ha segnato l’uscita di scena di un instancabile protagonista della vita culturale italiana: “Di lui, in genere, nell’ambiente del teatro, non vedo e non sento recepito l’ esempio. Forse è un sintomo di quanto Romolo fosse irripetibile per doti e intuizioni. La sua capacità più moderna e provocatoria consisteva nel porre limiti a se stesso, nel coltivare cioè doti di manager, di intellettuale e di splendido attore, senza però ammantarsi o vantarsi anche di capacità di regista, di poeta, di scenografo, di traduttore.” (Giuseppe Patroni Griffi).

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In Gruppo di famiglia in un interno di Luchino Visconti

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Irriconoscibile con Jane Fonda in Barbarella

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Holocaust 2000 

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Il testimone deve tacere

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Con Claudia Cardinale in La ragazza con la valigia

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La vendetta della signora

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La viaccia

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Policarpo ufficiale di scrittura

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Con Rossanna Schiaffino in Scacco alla regina

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Un attimo una vita

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Un borghese piccolo piccolo

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1980 Chiaro di donna
1977 Holocaust 2000
1977 L’avvocato del diavolo
1977 Un attimo una vita
1977 Un borghese piccolo piccolo
1976 Novecento
1974 Nipoti miei diletti
1974 Gruppo di famiglia in un interno
1974 Il testimone deve tacere
1974 Così è (se vi pare) (Film TV )
1972 Che?
1972 Paulina 1880
1971 Giù la testa
1971 Er più: storia d’amore e di coltello
1971 Morte a Venezia
1970 Il giardino dei Finzi Contini
1970 L’amica delle mogli (Film TV )
1969 Scacco alla regina
1968 Barbarella
1968 La scogliera dei desideri
1967 La fiera delle vanità (Serie TV)
1967 Non stuzzicate la zanzara
1966 Il marito è mio e l’ammazzo quando mi pare
1965 La mandragola
1965 I complessi
1965 Il successo (Film TV )
1965 Sei personaggi in cerca d’autore (Film TV )
1964 La costanza della ragione (uncredited)
1964 La vendetta della signora
1963 I fuorilegge del matrimonio
1963 Confetti al pepe
1963 Il gattopardo
1963 Il giorno più corto
1962 Una storia milanese
1962 Peccati d’estate
1962 Boccaccio ’70
1961 Le donne di buon umore (TV Movie)
1961 Un giorno da leoni
1961 La viaccia
1961 La ragazza con la valigia
1960 Il carro armato dell’8 settembre
1960 I piaceri del sabato notte
1960 Jovanka e le altre
1959 La grande guerra
1959 Policarpo ‘ufficiale di scrittura’
1954 Il piacere dell’onestà (Film TV )

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Così è se vi pare

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Enrico IV

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Il mercante di Venezia

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Il piacere dell’onestà

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Il valzer dei cani

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La fiaccola sotto il mogio

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L’amica delle mogli

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Sei personaggi in cerca d’autore

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Spettri

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Pubblicità del Martini,con Marina Malfatti

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Nello sceneggiato tv La fiera delle vanità

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La presentazione dello sceneggiato Tv dedicato a Ligabue

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Un mese in campagna

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La compagnia dei giovani

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Nel camerino del Teatro Ariosto

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In radio,nel programma Gran Verietà

Giù la testa

Giù la testa locandina

Quando nel 1971 Sergio Leone gira Giù la testa ha alle spalle 6 film (più la collaborazione a Gli ultimi giorni di Pompei) ed è reduce dalla straordinaria esperienza di C’era una volta il west, l’epopea sulla nascita della frontiera americana che aveva definitivamente consacrato Leone come grande regista in tutto il mondo.
I drammatici anni settanta sono iniziati e con essi il dirompente carico di contraddizioni emerse già sul finire degli anni sessanta; c’è stato l’autunno caldo, la strage di Pazza Fontana che di fatto ha inaugurato con qualche giorno di anticipo la stagione degli anni di piombo e Leone non può restare indifferente a tutto ciò che gli si muove attorno.
Così realizza un film scomodo e amaro, un film politico anche se mimetizzato.
Un film ambientato in Messico, durante la rivoluzione seguita alla morte di Francisco Indalecio Madero avvenuta nel 1913; il presidente messicano, fautore di una democrazia allargata e propugnatore di profonde riforme per aiutare la poverissima classe dei peones venne ucciso da Victoriano Huerta, fedelissimo di Madero inviato da quest’ultimo a reprimere la rivolta di Emiliano Zapata.

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Rod Steiger è Miranda

Il film si innesta quindi proprio in un momento storico preciso, probabilmente il 1916, periodo in cui si assiste al tentativo rivoluzionario di Pancho Villa e Emiliano Zapata di abbattere la dittatura di Huerta, cosa che accadrà e che provocherà la fuga del dittatore in Europa.
Leone quindi sceglie la rivoluzione messicana dei peones per parlare di un tema a lui caro, la rivolta dei poveri contro i ricchi, un tema assolutamente universale, che riguarda il Messico come i paesi dell’America latina piuttosto che la Russia e la Cina.
E’ proprio con un pensiero di Mao Tse Tung che si apre il film, con una didascalia che riporta il Mao-pensiero « La Rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La Rivoluzione è un atto di violenza », che è poi il tema attorno al quale si svilupperà il film.
Attraverso 162 minuti di gran cinema, Leone ci mostra la storia d’amicizia tra i due protagonisti ovvero Juan Miranda, un messicano furbo padre di una caterva di figli, violento e senza legge e John H. “Sean” Mallory, un esperto in esplosivi che scopriremo provenire dall’Irlanda, dove ha lasciato un passato doloroso.

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A sinistra, James Coburn è John

Tra i due, dopo un inizio incredibile, si svilupperà un’alleanza che li porterà in una personale guerra contro il Governatore, l’uomo che dovrebbe rappresentare il nuovo ordine seguito alla morte di Madero.
Sarà un viaggio irto di ostacoli, nel corso del quale i due amici avranno modo, attraverso la visione di un Messico dilaniato dalla guerra e dalla povertà, di scoprire che il nemico alle volte può annidarsi anche dove non te lo aspetti, che la rivoluzione può comunque essere una cosa sporca nel momento in cui gli ideali possono essere traditi per tanti motivi, che ad un potere violento può sostituirsi un altro potere non necessariamente migliore, infine che le vere vittime della rivoluzione restano comunque solo e sempre i poveri e gli ultimi della società.

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L’edizione speciale della Soundtrack per il 35° anniversario

Tutte queste riflessioni Leone le inserisce quà e là nel film e sono facilmente leggibili nei vari dialoghi che costellano il film: la più amara appartiene a Miranda, che da uomo scafato e indurito da anni passati sulla strada a combattere contro la miseria una sua personale battaglia in cui si confondono confusamente sentimenti anarcoidi e libertari, dice a quello che è ormai il suo nuovo amico Sean « Quelli che leggono i libri vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: Qui ci vuole un cambiamento! e la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono dietro un tavolo e parlano, parlano e mangiano, parlano e mangiano; e intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Per favore, non parlarmi più di rivoluzioni! »
Leone utilizza anche l’ironia in molte sequenze, come in quella iniziale in cui un gruppo di gente ricca viaggia in una carrozza che Miranda assalta dopo aver viaggiato per alcune miglia all’interno della stessa e aver ascoltato i discorsi razzisti e supponenti di quella che è la classe ricca e borghese del paese. « Sono bestie, nient’altro; ed è per questo che sono tutti idioti! » dice uno di loro con aria di superiorità mentre Miranda ascolta attento.

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Maria Monti è la signora della diligenza

La sua vendetta scatterà ben presto e sarà proprio durante l’attacco alla diligenza che Miranda farà l’incontro decisivo con John H. “Sean” Mallory che si concluderà con la ormai famosa sequenza in cui Sean fa saltare la diligenza dopo che Miranda gli ha bucato per due volte le ruote della motocicletta. “Giù la testa, coglione” è l’espressione che Sean usa verso Miranda, espressione che finrà per diventare il titolo del film che in origine avrebbe dovuto chiamarsi così ma che per ragioni di censura e opportunità fu modificato nel più rassicurante Giù la testa.
Giù la testa, come dicevo prima, si snoda attraverso una storia raccontata per immagini in 162 minuti, che sono meno dei 174 minuti di Il buono il brutto e il cattivo e meno anche dei 170 minuti di C’era una volta il West.
Eppure questa volta il film sembra davvero più lungo.
Forse è colpa di un minore impatto visivo sia della storia che dell’ambientazione, forse di una lentezza che qualche volta sembra davvero appesantire il film. O forse davvero è solo un’impressione data dai paesaggi messicani scarni e brulli e dalle parti dialogate che sono superiori a quelle dei due film citati.
Giù la testa, per quanto sia un capolavoro indiscutibile, ha davvero alcune sequenze che potevano essere eliminate, pur contenendo la summa delle virtù del nostro grande regista; i suoi primi piani, le sue panoramiche, il suo modo di stare dietro la macchina da presa sono uno spettacolo visivo di grandissimo impatto.

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Pure il film dopo un inizio assolutamente straordinario finisce per sbandare diverse volte, anche se la tensione resta alta; la citata scena della diligenza, quella della ferrovia, i massacri di cittadini e peones o lo scontro finale con la locomotiva che salta per aria, l’attacco al ponte e altro sono sequenze che da sole basterebbero per far gridare al capolavoro.
Poi però Leone va troppo oltre, inserendo i flash back della vita di Sean ( con il tradimento dell’amico) e altre sequenze che praticamente tolgono tensione al film.
Nonostante questi difetti però Giù la testa non è affatto un film solo sufficiente.
La presenza di due grandissimi attori come Rod Steiger e James Coburn contribuisce a tenete altissimo il livello della recitazione e quindi la tensione attorno ai due personaggi; il rude e violento Miranda, espressione dell’arguzia popolare e il freddo fuori (ma rivoluzionario dentro) John H. “Sean” Mallory si inseriscono ancora una volta in un impianto di prim’ordine, come’era già accaduto per la coppia Eastwood/Monco e Van Cleef/Mortimer in Per qualche dollaro in più, con quella formata da Eastwood/Biondo e Wallach/Tuco in Il buono il brutto e il cattivo e infine di quella composta da Charles Bronson/Armonica e Henry Fonda/Frank in C’era una volta il West.

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Ancora una volta Leone fa un film completamente al maschile, escludendo di fatto la presenza di attrici dalla sceneggiatura; le uniche due presenze femminili sono quelle assolutamente marginali della donna della diligenza (Maria Monti) e di quella della fidanzata di John nei flashback (Vivienne Chandler). Una scelta dettata non di certo da maschilismo strisciante ma da situazioni contingenti. Il vecchio West o il Messico di inizi secolo erano terre per rudi pionieri, pistoleri, peones o contadini, banditi o trafficanti senza scrupoli.
Con Giù la testa si conclude definitivamente un’epoca, quella dei grandi western di Leone anche se a ben guardare il film non può essere definito un western tradizionale. Tuttavia alcuni elementi ci sono ancora, per cui l’arruolamento forzoso di Giù la testa nel filone western non è poi campato in aria.

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L’agguato al ponte

Dicevo che si conclude un’epoca; Leone tornerà dietro la macchina da presa solo per girare il suo capolavoro assoluto, C’era una volta in America che uscirà nelle sale 13 anni dopo. Va detto che nel frattempo non resterà con le mani in mano collaborando (forse molto più di una collaborazione) al film di Tonino Valerii Il mio nome è Nessuno dove però comparirà solo come Direttore esecutivo e con Damiano Damiani nel film Un genio, due compari, un pollo, girandone le scene iniziali.

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Il massacro dei rivoluzionari e dei peones

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La morte del figlio più piccolo di Miranda

Con Giù la testa finisce quindi la grande epopea del western all’italiana che Sergio Leone aveva imposto al mondo, creando dal nulla un nuovo modo di intendere il cinema e coniugando la qualità alla raffinatezza per un genere fino ad allora considerato di serie B.
Di questo film restano sequenze memorabili, che ho già citato, la strepitosa colonna sonora di Ennio Morricone con la stupenda Sean Sean e il rimpianto per l’addio di un maestro al cinema di frontiera che aveva permesso di scoprire un mondo e di creare il mito di personaggi che resteranno nella storia del cinema, sia che si parli di Tuco sia che si parli di Mortimer o di Biondo e Monco.
O che si parli di Miranda e Sean.

Giù la testa
Un film di Sergio Leone. Con Rod Steiger, James Coburn, Rick Battaglia, Romolo Valli, Maria Monti,Furio Meniconi, Stefano Oppedisano, Benito Stefanelli, Poldo Bendandi, Rosita Torosh, Franco Graziosi, Nazzareno Natale, Anthony Vernon, Giuliana Calandra, Antoine Saint-John, David Warbeck, Giulio Battiferri, Roy Bosier, Vivienne Chandler, Omar Bonaro, John Frederick, Amato Garbini
Western, durata 154 min. – Italia 1971.

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Sean, l’amico irlandese di John

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Il governatore Jaime

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Al centro della foto il bravissimo Romolo Valli

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Il manifesto con l’immagine del governatore Jaime

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Giù la testa banner personaggi

Rod Steiger: Juan Miranda
James Coburn: John H. “Sean” Mallory
Romolo Valli: dottor Villega
Antoine Saint-John: colonnello Gunterreza
Franco Graziosi: governatore Jaime
Rick Battaglia: Santerna
David Warbeck: Sean Nolan
Vivienne Chandler: la fidanzata di John nei flashback
Maria Monti: Adelita (la donna nella diligenza)
Amato Garbini: poliziotto sul treno

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Regia Sergio Leone
Soggetto Sergio Leone, Sergio Donati
Sceneggiatura Sergio Leone, Sergio Donati, Luciano Vincenzoni
Produttore Fulvio Morsella
Fotografia Giuseppe Ruzzolini
Montaggio Nino Baragli
Effetti speciali Antonio Margheriti
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Andrea Crisanti
Costumi Franco Carretti
Trucco Amato Garbini

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Carlo Romano: Rod Steiger
Giuseppe Rinaldi: James Coburn
Anna Miserocchi: Maria Monti
Pino Locchi: Rick Battaglia
Franco Graziosi: Franco Graziosi
Romolo Valli: Romolo Valli
Sergio Tedesco: Antoine Saint-John

Giù la testa banner citazioni

Rivoluzione? Rivoluzione? Per favore, non parlarmi tu di rivoluzione. Lo so benissimo cosa sono e come cominciano: c’è qualcuno che sa leggere i libri che va da quelli che non sanno leggere i libri, che poi sono i poveracci, e gli dice Oh, oh …è venuto il momento di cambiare tutto… (…) Io lo so quello che dico, ci sono cresciuto in mezzo alle rivoluzioni… e la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono intorno a un tavolo e parlano, parlano. E mangiano. Parlano e mangiano! E intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Quindi per favore non parlarmi più di rivoluzione… E, porca troia, lo sai cosa succede dopo? Niente… tutto torna come prima!

Giù la testa, coglione.

Non possiamo andarcene, non dimenticare che tu adesso sei un grande eroe della rivoluzione!
Ehi, posso dirti una cosa?
Sì.
Vaffanculo!
Purtroppo avevi ragione tu, averlo nel culo fa male.

Il mio paese? Il mio paese siamo io e i miei figli.

Quando ho cominciato ad usare la dinamite, allora credevo anch’io in tante cose… in tutte, e ho finito per credere solo nella dinamite.
Volevi notizie della famiglia? Tutti figli miei, e tutti quanti di madre diversa. E questo è mio padre… dice lui. […] Adesso dimmi una cosa, ma tu lo sai fare un figlio? Ho detto lo sai fare un figlio? No, eh! Bene, rimediamo subito.
Dove c’è rivoluzione… c’è confusione… dove c’è confusione un uomo che sa ciò che vuole ci ha tutto da guadagnare.

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Il giardino dei Finzi Contini

Il giardino dei Finzi Contini locandina

Trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Giorgio Bassani.
Siamo a Ferrara, prima dell’inizio della seconda guerra mondiale. Un gruppo di giovani gravita attorno alla magnetica figura di Micol Finzi Contini, figlia di un’antica e aristocratica famiglia ebrea della città; i giovani, tra i quali Giorgio, si recano nello splendido parco della villa di proprietà della famiglia per giocare a tennis con Micol e con il fratello di quest’ultima, Alberto, un giovane di salute cagionevole.

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Vita spensierata nel giardino dei Finzi Contini

Mentre al di fuori della cinta di mura della villa il mondo sembra precipitare nella follia, il gruppo dei ragazzi si muove pigramente in una vita quasi dorata, sospesa in un limbo in cui la percezione della tragedia imminente è minima. I giovani non sembrano credere al pericolo rappresentato dalle leggi razziali, così come la famiglia Finzi Contini, che continua nella sua algida e defilata vita, vissuta con aristocratico distacco dal resto della comunità ebraica.
Attraverso i flash back dei ricordi di Giorgio, assistiamo alla rievocazione dei primi incontri in sinagoga tra Micol e Giorgio stesso, la loro amicizia, che con il passare degli anni si trasforma, per il giovane, in amore.
Un amore non corrisposto dalla enigmatica Micol, che vede nel giovane solamente un amico e confidente; nel frattempo il tempo scorre e gli avvenimenti si accavallano.

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Fabio Testi

La famiglia di Giorgio, sopratutto suo padre, è la prima a rendersi conto che le cose stanno cambiando; un fratello di Giorgio viene mandato in Francia a studiare, mentre lo stesso Giorgio inizia a capire che le cose stanno avviandosi verso una china pericolosa. Nel frattempo il gruppo di amici continua a vedersi nell’ameno giardino dei Finzi Contini, ma gli eventi precipitano. Alberto si indebolisce sempre di più, mentre all’esterno vengono inasprite le leggi razziali, che portano ad una riduzione delle libertà personali dei vari protagonisti.

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Ultime giornate spensierate

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Helmut Berger

Un giorno Micol parte per Venezia, subito dopo una giornata rivelatrice vissuta con Giorgio; durante un temporale estivo i due giovani si rifugiano in un padiglione della villa,e Giorgio tenta di baciare Micol, che però reagisce scansandosi. Da quel momento il rapporto tra i due giovani cambia irreversibilmente; con la partenza di Micol, Giorgio riprende a studiare, frequentando la biblioteca dei Finzi Contini e di conseguenza Alberto e il di lui amico Giampaolo, un giovane di idee comuniste.

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Notizie terribili: promulgate le leggi razziali

Il ritorno di Micol dal viaggio è per Giorgio la delusione definitiva; la donna rifiuta le sue offerte amorose, e lo invita a non frequentare più casa Finzi Contini. Nel frattempo la vita parallela della società, del mondo è andata avanti, e si vedono le conseguenze dell’entrata in guerra dell’Italia e della promulgazione di nuove leggi razziali. Un amico di Giorgio, ebreo, viene arrestato, mentre Alberto, consumato dal suo male, muore e viene tumulato in una delle sequenze più commoventi del film.

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Dominique Sanda e Lino Capolicchio

Il mondo dorato in cui vivevano i giovani si è ormai dissolto e una sera Giorgio riceve l’ultima e definitiva delusione: guardando aldilà della cinta di mura di villa Finzi Contini, vede Micol intrattenersi in un amplesso proprio con il suo amico Giampaolo. La delusione subita è fortissima ed è appena mitigata dal franco colloquio che il giovane ha con suo padre, che lo riconcilia con l’uomo, dal quale era diviso da profonde divergenze sul come affrontare la loro situazione di ebrei in un paese che stava avviandosi sulla china abominevole del razzismo.

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Romolo Valli

La guerra, la vita, spazzano via anche gli ultimi residui della giovinezza dei protagonisti; Giampaolo, inviato in Russia, cade combattendo e Giorgio resta in pratica l’unico superstite del gruppo di amici, perchè un giorno la polizia fascista arresta tutta la famiglia Finzi Contini, inclusa Micol.  Nella scuola dove ha studiato, nella stessa classe in cui la ragazza fieramente prima del suo gruppo aveva vissuto un’infanzia e un’adolescenza dorata, si conclude la storia personale di Micol; con altri poveri sventurati, aspetta la sua destinazione finale, che non viene rivelata, ma suggerita, il campo di concentramento.

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Si parla dei campi di concentramento

Troverà però un insperato appoggio nel padre di Giorgio, che è riuscito a mettere in salvo la sua famiglia, ma non se stesso.
Il cerchio si chiude: Micol ha ritrovato parte delle sue radici e il destino di tutti si compie, anche se non viene esplicitamente rivelato.
Diretto da Vittorio De Sica, Il giardino dei Finzi Contini diverge in molti punti dal romanzo di Bassani, e non poteva essere altrimenti.

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Spariscono i dettagli di tutti i discorsi tra i giovani, non c’è la storia della famiglia Finzi Contini, manca tutta la parte relativa alla vita di Giorgio dopo la partenza di Micol per Venezia e sopratutto manca la degradante esperienza fatta in un bordello dal giovane. Motivo per il quale Bassani litigò con De Sica, fino a togliere il suo nome dalla sceneggiatura.
De Sica costruisce comunque un ottimo prodotto, rendendo con una luce soffusa, quasi flou, l’atmosfera pigramente indolente del gruppo di giovani, limitandosi però a sfiorare l’ossatura del romanzo per forza di cose. Il prodotto finale è di gran levatura, grazie all’enorme mestiere del regista, e si lascia apprezzare, a patto di non tracciare parallelismi con il romanzo.

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Amici preoccupati

Il film è un’opera a se stante, basata sul complesso rapporto che si viene a creare tra Micol e Giorgio anche se va detto che la figura della ragazza rimane alla fine misteriosa ed enigmatica.
Solo sfiorate le figure di Alberto con qualche allusione maliziosa alla vera natura del suo rapporto di amicizia con Giampaolo, con una pesante allusione anche ad un rapporto morboso tra i due fratelli. Un film ben fatto, carico di atmosfera, dai ritmi lenti e sognanti fino ad un punto del film; splendida la parte finale, sopratutto quella incentrata sul funerale di Alberto e sul rastrellamento in casa Finzi Contiini. Gli attori fanno la loro parte, con dignità e professionalità: bene Dominique Sanda, che rende imperscrutabile il personaggio di Micol, così come era nelle intenzioni del regista, bene Lino Capolicchio, il giovane e tormentato Giorgio.

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L’ambigua Micol

Discreta la prova di Fabio Testi nel ruolo di Giampaolo, mentre sicuramente resa in maniera ambigua, come suo solito, quella di Alberto da parte di Helmut Berger.
Ottimo Romolo Valli nel ruolo del padre di Giorgio. Il film vinse l’Oscar come miglior film straniero nel 1971, anche se ebbe recensioni non entusiastiche da parte della critica.

Il giardino dei Finzi Contini, un film di Vittorio De Sica. Con Fabio Testi, Helmut Berger, Dominique Sanda, Lino Capolicchio, Romolo Valli, Edoardo Toniolo, Ettore Geri, Cinzia Bruno, Alessandro D’Alatri, Raffaele Curi, Franco Nebbia
Drammatico,  durata 95 min. – Italia 1970

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Il giardino dei Finzi Contini banner personaggi

Lino Capolicchio: Giorgio
Dominique Sanda: Micol Finzi-Contini
Helmut Berger: Alberto Finzi-Contini
Fabio Testi: Giampiero Malnate
Romolo Valli: padre di Giorgio
Alessandro D’alatri: Giorgio bambino
Barbara Leonard Pilavin: madre Di Giorgio
Camillo Cesarei: prof. Ermanno Finzi-Contini, padre di Micol
Cinzia Bruno: Micol bambina
Edoardo Toniolo: Direttore di biblioteca
Ettore Geri Perotti, maggiordomo di casa Finzi Contini
Franco Nebbia: prof. De Marchis
Giampaolo Duregon: Bruno Lattes
Inna Alexeievna: Finzi-Contini nonna di Micol
Katina Morisani: Olga Finzi-Contini
Marcella Gentile: Fanny
Michael Berger: studioso Tedesco
Raffaele Curi: Ernesto

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Regia:     Vittorio De Sica
Soggetto:     Giorgio Bassani (romanzo)
Sceneggiatura:     Vittorio Bonicelli, Ugo Pirro
Produttore:     Artur Brauner, Arthur Cohn, Gianni Hecht Lucari
Fotografia:     Ennio Guarnieri
Montaggio:     Adriana Novelli
Musiche:     Bill Conti, Manuel De Sica
Scenografia:     Giancarlo Bartolini Salimbeni, Mario Chiari
Costumi:     Antonio Randaccio


Incipit del romanzo

Da molti anni desideravo scrivere dei Finzi-Contini – di Micòl e di Alberto, del professor Ermanno e della signora Olga – e di quanti altri abitavano o come me frequentavano la casa di corso Ercole I d’Este, a Ferrara, poco prima che scoppiasse l’ultima guerra. Ma l’impulso, la spinta a farlo veramente, li ebbi soltanto un anno fa, una domenica d’aprile del 1957. Fu durante una delle solite gite di fine settimana. Distribuiti in una decina d’amici su due automobili, ci eravamo avviati lungo l’Aurelia subito dopo pranzo, senza una meta precisa.

Il giardino dei Finzi Contini banner recensioni

“Aiutato da una fotografia molto bella (l’operatore è Ennio Guarnieri, lo stesso di Metello), che conferisce alle scene una palma di elegante morbidezza, Il giardino dei Finzi Contini ha interpreti discreti. Dominique Sanda, nella parte di Micol, è più vicina alla forza vitale del suo enigmatico personaggio di quanto non accada a Lino Capolicchio, un Giorgio piuttosto opaco, sebbene migliore che altrove. Helmut Berger è un Alberto senza carattere, e Fabio Testi, Malnate, è del tutto fuori ruolo: più centrati sono i vecchi Finzi Contini, Camillo Angelini Rota e Catina Viglietti; e Romolo Valli regge con bravo mestiere la parte del padre di Giorgio.
Il giudizio sugli interpreti resta in ogni caso controverso, come sempre accade quando i lettori di un romanzo di largo successo hanno già per proprio conto inventato i connotati dei personaggi. Ciò che più preme è ripetere che Il giardino dei Finzi Contini di De Sica, ispirandosi liberamente al libro di Bassani, gli è infedele nella precisa misura in cui il cinema commerciale, più per la necessità di andare incontro al pubblico grosso che per l’opposta natura dell’immagine e della parola, tradisce sempre la narrativa di carattere intimistico sbiadendo nel rosa o nel fumettaccio. E tuttavia ci sembra che De Sica profitti di questa infedeltà per offrirci uno spettacolo né volgare né sciocco. Se mai disegnato nella cera, detto in sordina e mosso in una luce di crepuscolo: il che, in un cinema di sangue e di fiamme, fa consolante novità.”

Giovanni Grazzini, Corriere della Sera, 5 dicembre 1970

“Il film, così, non precisa intenzionalmente rapporti e caratteri, non dà a un personaggio spazio maggiore di un altro, ma conduce avanti di pari passo, e parallele, le vicende dei personaggi e l’epoca che li accoglie, facendo in modo che quelle vicende, anche quando sono semplici, piane, si vestano di dolore e di pena a causa di tutto quello che attorno a loro si prepara.
Il contrappunto è preciso e, con pudore e misura, si costruisce sempre su riferimenti minimi, delicati: Alberto e Micol, i loro genitori, Giorgio, gli altri amici si evolvono e si dibattono in fatti privati spesso di poco rilievo, modesti, ma attorno, quelli pubblici, l’epoca, li rivestono tutti di un’intima angoscia, li segnano a lutto, li permeano di un respiro di morte. Sono i drammi e i contrasti di una decina di persone a Ferrara, prima e durante la guerra, visti in climi solo familiari e domestici, ma dà loro un senso e una dimensione diversa il dramma di cui nessuno ancora parla, e che noi sappiamo e ricordiamo, degli Otto milioni di morti israeliti; incombente, funesto, già presente.
Questa “presenza”, De Sica ha saputo evocarla alla nostra memoria in modo costante, riscoprendosi una vena poetica che non gli trovavamo, forse, dai tempi di Umberto D. Con delicatezza, con finezza, con modi struggenti, con calda, commossa ispirazione. Forse un po’ lento ad avviarsi, agli inizi; accettando, qua e là, dei dialoghi non molto felici (non sono quelli “letterari” del libro ma non sono neanche “parlati” come vorrebbe un asciutto realismo), illustrando, di qualche personaggio, delle situazioni che sarebbe stato più opportuno esprimere, come nel testo, soltanto con delle discrete allusioni, ma riuscendo egualmente a suscitare in noi una grata, intensa emozione che ci segue quasi per tutto il film, da quando comincia a snodarsi la mesta elegia di quei personaggi perduti nel contrasto fra lo stupendo giardino e i dolori che li aspettano, fino a quando, dopo accenti contenuti e severi, esplode senza polemiche, senza grida, con casto rigore, il dramma delle razzie e degli arresti, tragica conclusione di tutto.
Dà calore a questa emozione la musica, tutte romantiche lacerazioni, di Manuel De Sica, cui si affratella una fotografia a colori, di Ennio Guarnieri, intenta a fasciare di sfumature ora incantate ora plumbee quel mondo che a poco a poco torna ad affacciarsi alla nostra memoria con il fascino degli anni giovani, ma anche con l’angoscia degli orrori che li ebbero testimoni.”

Gian Luigi Rondi Il Tempo, 23 dicembre 1970


“Tratto dal famoso romanzo di Bassani, il film appare come una rievocazione piuttosto riuscita della vita delle famiglie ebraiche dell’alta borghesia italiana negli anni immediatamente precedenti la seconda guerra mondiale. Pur se realizzato con cura, il film non possiede il valore del romanzo ma si limita ad una trasposizione piuttosto calligrafica delle vicende affidandosi piuttosto che ad una robusta sceneggiatura al carisma e alla professionalità di alcuni dei grandi attori impegnati come Romolo Valli.”

“Anni felici e anni dolorosi di ragazzi ebrei a Ferrara durante il fascismo. Dal romanzo di Bassani un film ben fatto e onesto nel rievocare la vita spezzata di una famiglia a causa delle leggi razziali e della persecuzione. Al posto di un registro epico o politico, De Sica sceglie piuttosto un’intima adesione ai sentimenti dei giovani protagonisti, riuscendo a toccare le corde dell’emozione attraverso un’illustrazione talvolta patinata, talvolta eccessivamente lirica, ma mai artefatta.”

“Bel film, che ricostruisce un pezzo della nostra storia. Ambientato tra il 1938 e il 1943 a Ferrara, racconta la vicenda dei Finzi Contini, nobile famiglia che vive, un po’ per scelta un po’ per via delle sempre più invadenti leggi razziali, chiusa nella propria tenuta; gli unici contatti con l’esterno sono le persone che vengono ospitate. Ben diretto e ben interpretato, pur vincendo numerosi premi tra cui l’Oscar per il miglior film straniero, viene considerato (a mio avviso a torto) da alcuni critici un film totalmente sbagliato.”

“Molto bello. De Sica dirige con assoluta maestria, (anche se in disaccordo con Bassani, per alcune incongruenze col libro…) un film assolutamente coinvolgente. Sui destini dei protagonisti incombe costante la minaccia delle persecuzioni razziali, mai mostrate in realtà se non nel finale e della imminente guerra (anche questa, mai mostrata); vengono centellinate le scene più toccanti, risparmiate tutte per il finale; a volte si eccede un po’ col sentimentalismo, ma resta un buon film.”

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Novecento

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Un gigantesco affresco, che copre quasi 50 anni della storia italiana, dal 1900 alla fine della seconda guerra mondiale, con la liberazione dal fascismo.

Questo è Novecento, uno dei capolavori assoluti della storia del cinema italiano, uno dei primi cinque, senza dubbio.Un’opera corale, che racconta attraverso le vite di Alfredo Berlinghieri, figlio di Giovanni e nipote di Alfredo, grande proprietario terriero dell’Emilia e Olmo Dalcò, figlio di Rosina e di nessun padre, o di cento, racconta dicevo le loro vite ma sopratutto racconta la miseria e le difficoltà di vita dei contadini agli inizi del secolo, le sperequazioni, le prime lotte operaie e le prime rivendicazioni sindacali, insomma tutto il contesto storico politico dell’Italia pre fascista.

Novecento 1Burt Lancaster è il  Nonno Alfredo Berlinghieri, il proprietario terriero

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Una storia che inizia appunto con l’amicizia impossibile tra il ricco Alfredo e il contadino Olmo, i loro sogni e le loro vite parallele ma inevitabilmente e indissolubilmente legate , i loro amori, le loro delusioni.

In mezzo, tante vite parallele e contingenti: quella di Alfredo Berlinghieri , l’uomo che da il via alla saga, duro ma giusto, ricco ma rispettoso dei sacrifici dei suoi contadini. Quella di Giovanni, figlio minore di Alfredo , bramoso di ricchezza, assolutamente contrario a qualsiasi concessione ai contadini di una parvenza di dignità, quella di Attila Melanchini, il fattore crudele, bieco, come l’ideologia che finirà per rappresentare.

Novecento bRomolo Valli: Giovanni, figlio minore di Alfredo

Novecento cRoberto Maccari è Olmo da ragazzo

Sono solo alcuni dei personaggi che si muovono nel film, i più rappresentativi, ma che si collegano ad altri ugualmente importanti in una storia che li coinvolge tutti, comparse o protagonisti di primo piano di una tragedia, che allo stesso tempo è semplicemente la semplice vita di gente che si è trovata a vivere un’epoca di grandi cambiamenti storico politici.

Così prendono vita personaggi sullo sfondo di uno scenario grandioso, come Ada Fiastri Paulhan, moglie di Alfredo, giovane idealista innamorata del marito, che però lascerà incolpandolo di essere indifferente di fronte alla brutalità del fascismo, o come quello di Anita Furlan, moglie di Olmo donna istruita, una rarità per la civiltà contadina dell’epoca, che dedica il suo tempo all’istruzione dei piccoli, ma anche dei grandi, che cerca di spiegare ai contadini, che accettare supinamente il volere dei padroni significa consegnarsi allo sfruttamento e all’ignoranza.

Novecento dStefania Sandrelli è Anita, Gerard Depardieu è Olmo

Novecento eAl centro, Robert De Niro è Alfredo

Ci sono poi i personaggi negativi, cattivi in assoluto, incapaci del minimo senso di umanità, vere e proprie Erinni, come Regina, figlia di Amelia , sorella di Eleonora moglie di Giovanni, il padre di Alfredo e quindi sua cugina, vittima ma anche complice dello spietato e abietto Attila, del quale diverrà complice nei più odiosi delitti.

Tanti personaggi, legati l’un l’altro da vincoli di parentela, di amicizia , di semplice conoscenza, che si muovono in quel mondo rurale primitivo, che vive a contatto della natura, che segue l’evolversi delle stagioni, retto da un’ordine quasi feudale, con il ricco destinato ad una vita facile e il povero costretto secolarmente a vivere solo di quel poco che la terra da lui lavorata produce.

Novecento 8Stefania Casini è Neve, la lavandaia

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Bertolucci intreccia tutte queste vite, creando, attraverso 320 minuti di gran cinema, una storia potente come poche, magnificamente illustrata da una fotografia che sembra seguire l’alternanza delle stagioni; ma l’indubbio talento, il saper dirigere con mano svelta, l’aiuto di una sceneggiatura di prim’ordine, a cui collaborarono lo stesso Bernardo, suo fratello Giuseppe e Franco Arcalli, da soli non sarebbero bastati se lo stesso regista non avesse scelto un cast assolutamente straordinario per mettere in scena una rappresentazione credibile.

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Novecento 11Dominique Sanda è Ada Fiastri Paulhan, moglie di Alfredo

Così sceglie con acume e affida il compito più difficile, quello di interpretare Alfredo e Olmo, a un giovane Robert De Niro e a Gerard Depardieu. I due lavorano talmente bene che ben presto i personaggi che interpretano divenatno, per lo spettatore, quasi dei volti amici. Si parteggia per loro e si arriva ad odiare i perfidi Attila e Regina, due splendidi attori come Donald Sutherland e Laura Betti.

Novecento hLaura Betti è Regina, figlia di Amelia

Novecento iDonald Sutherland è Attila Melanchini, il fattore

Accanto a loro Burt Lancaster e Sterlin Hayden, credibilissimo nel ruolo del contadino dei Berlinghieri, Leo Dalcò, il bravissimo Romolo Valli nel ruolo di Giovanni e Alida Valli Stefania Sandrelli, la maestrina che sposerà Olmo e la bellissima, seducente Dominique Sanda, Ada, la moglie di Alfredo. Un cast strepitoso,; così come di grandissimo livello è la fotografia di Storaro.Alla fine, dopo oltre 5 ore di film, si resta con il rimpianto che tutto sia finito con quella scena finale dei due amici che, ormai anziani, continuano a litigare come quando erano bambini.

Novecento, un film di Bernardo Bertolucci. Con Gérard Depardieu, Robert De Niro, Burt Lancaster, Sterling Hayden, José Quaglio, Stefania Sandrelli, Dominique Sanda, Donald Sutherland, Romolo Valli, Alida Valli, Stefania Casini, Francesca Bertini, Paul Branco, Anna Maria Gherardi, Paolo Pavesi, Tiziana Senatore, Liu Biosizio, Roberto Maccanti, Allen Midgette, Laura Betti, Ellen Schwiers, Maria Monti, Antonio Piovanelli, Anna Henkel, Werner Bruhns, Giacomo Rizzo  Drammatico, durata 315 min. – Italia 1976.

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Robert De Niro: Alfredo Berlinghieri, figlio di Giovanni e Eleonora
Gérard Depardieu: Olmo Dalcò, figlio di Rosina
Burt Lancaster: Nonno Alfredo Berlinghieri, il proprietario terriero
Donald Sutherland: Attila Melanchini, il fattore
Dominique Sanda: Ada Fiastri Paulhan, moglie di Alfredo
Alida Valli: Ida Cantarelli Pioppi
Sterling Hayden: Leo Dalcò, contadino dei Berlinghieri
Stefania Sandrelli: Anita Furlan, moglie di Olmo
Werner Bruhns: Ottavio, figlio maggiore di Alfredo
Laura Betti: Regina, figlia di Amelia
Ellen Schwiers: Amelia, sorella di Eleonora
Anna Henkel: Anita, figlia di Olmo
Romolo Valli: Giovanni, figlio minore di Alfredo
Stefania Casini: Neve, la lavandaia
Francesca Bertini: Suor Desolata, sorella di Alfredo
Anna Maria Gherardi: Eleonora, moglie di Giovanni
Paolo Pavesi: Alfredo da ragazzo
Tiziana Senatore: Regina da bambina
Paulo Branco: Orso, figlio maggiore di Leo
Giacomo Rizzo: Rigoletto, il servo gobbo
Antonio Piovanelli: Turo Dalcò
Liù Bosisio: Nella Dalcò
Maria Monti: Rosina Dalcò, nuora di Leo
Roberto Maccari: Olmo da ragazzo
José Quaglio: Aranzini, un proprietario
Pippo Campanini: Don Tarcisio
Patrizia De Clara: Stella
Fabio Garriba: Contadino all’esecuzione di Attila
Sergio Serafini: Un giovane fascista
Carlotta Barilli: Una contadina
Allen Midgette: Vagabondo che scagiona Olmo
Odoardo Dall’Aglio: Oreste Dalcò
Salvatore Mureddu: Capo delle guardie rege
Catherine Kosac: Tondine
Mimmo Poli: Fascista alla riunione in chiesa
Clara Colosimo: La donna che accusa Olmo
Angelo Pellegrino: Il sarto
Pietro Longari Ponzoni: Pioppi

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Regia Bernardo Bertolucci
Soggetto Franco Arcalli, Bernardo Bertolucci, Giuseppe Bertolucci
Sceneggiatura Franco Arcalli, Bernardo Bertolucci, Giuseppe Bertolucci
Produttore Alberto Grimaldi
Casa di produzione Produzioni Europee Associati, Les Productions Artistes Associees, Artemis Film
Distribuzione (Italia) 20th Century Fox
Fotografia Vittorio Storaro
Montaggio Franco Arcalli
Effetti speciali Bruno Battistelli, Luciano Byrd
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Maria Paola Maino, Gianni Quaranta, Ezio Frigerio
Costumi Gitt Magrini
Trucco Paolo Borselli, Iole Cecchini, Giannetto De Rossi, Fabrizio Sforza, Maurizio Trani

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Olmo Dalcò, il figlio di Rosina (Gérard Depardieu)
I fascisti non sono mica come i funghi, che nascono così, in una notte. No. I fascisti sono stati i padroni a seminarli: li hanno voluti, li hanno pagati. E coi fascisti i padroni hanno guadagnato sempre di più, al punto che non sapevano più dove metterli, i soldi. Così hanno inventato la guerra , ci hanno mandato in Africa, in Russia, in Grecia, in Albania, in Spagna…ma chi paga siamo sempre noi.

Alfredo Berlinghieri, il figlio di Giovanni e Eleonora (Robert De Niro)
Dei contadini ce n’è bisogno, se no la terra va in malora. Ma il padrone? A cosa serve il padrone?

Ada Fiastri Paulhan, la moglie di Alfredo (Dominique Sanda) e Alfredo Berlinghieri, il figlio di Giovanni e Eleonora (Robert De Niro)
Mio padre ha disegnato la testa del re sui biglietti da dieci: così abbiamo sempre vissuto tra i soldi senza mai averne. Sono orfana. Tre anni fa i miei ebbero la bella idea di organizzare una spedizione alpinistica per milionari e sono scomparsi in un crepaccio sul Monte Bianco. Morti com’erano vissuti: al di sopra dei loro mezzi

Anita Foschi (Stefania Sandrelli)
Donne, l’avete sentito il padrone? La colpa è dei nostri uomini perché sono andati in guerra a farsi accoppare. La colpa è dei braccianti perché non solo lavorano, ma vogliono anche farsi pagare. La colpa è tutta nostra, che abbiamo fame, e ci viene il gozzo e la pellagra. Ed è ancora colpa nostra se ci muoiono due figli su tre. Al padrone gli va ancora bene se prendiamo un po’ del nostro grano e gli lasciamo il resto, per il momento.

Leo Dalcò, il contadino dei Berlinghieri (Sterling Hayden) e Olmo Dalcò, il figlio di Rosina (Gérard Depardieu)
Dalcò Olmo! Olmo, adesso che sei grande..vieni avanti! Ricordati questo: imparerai a leggere e a scrivere, ma resterai sempre Dalcò Olmo, figlio di paesani, andrai a fare il soldato, girerai il mondo, e dovrai anche imparare ad ubbidire, prenderai moglie, eh? ..E faticherai per tirare su i figli… Ma cosa resterai sempre?
Dalcò Olmo!
Dalcò Olmo, paesano! Avete sentito? Niente preti in questa casa.

Alfredo Berlinghieri, il proprietario terriero (Burt Lancaster)
Quando la festa sta per finire, di’ che sono morto. Digli che sono morto, ma che continuino a ballare.

Leo Dalcò, il contadino dei Berlinghieri (Sterling Hayden) e Alfredo Berlinghieri, il proprietario terriero (Burt Lancaster)
Forse la verità è che quando un uomo non fa niente per tutta la vita, ha troppo tempo per pensare.

Novecento banner recensioniL’opinione del Morandini

Atto I: in una fattoria dell’Emilia crescono insieme Olmo, figlio di contadini, e Alfredo, erede del padrone, nati nello stesso giorno del 1900. Dopo i primi scioperi nei campi e la guerra 1915-18, il fascismo agrario dà una mano ai padroni. I due giovani si sposano. Atto II: negli anni ’30 le strade di Olmo e Alfredo si separano. Il primo, vedovo, fa il norcino e continua la lotta; il secondo si rinchiude nel privato. Il 25 aprile 1945 si processano i padroni, e i due si ricongiungono. Fondato sulla dialettica dei contrari: è un film sulla lotta di classe in chiave antipadronale finanziato con dollari americani; cerca di fondere il cinema classico americano con il realismo socialista sovietico (più un risvolto finale da film-balletto cinese); è un melodramma politico in bilico tra Marx e Freud che attinge a Verdi, al romanzo dell’Ottocento, al mélo hollywoodiano degli anni ’50. Senza evitare i rischi della ridondanza, Bertolucci gioca le sue carte sui due versanti del racconto.
L’opinione di Tony Montana dal sito http://www.mymovies.com

Al ritiro del premio Oscar al miglior attore non protagonista, per la sua interpretazione del boss mafioso Don Vito Corleone, Robert De Niro, non è presente. Corre l’anno 1974, e il giovane attore italoamericano, fra la lavorazione del secondo episodio de Il padrino e quella di un altro capolavoro del cinema, Taxi Driver si pone un film più impegnativo, serio e difficile, ovvero 1900, del regista Bernardo Bertolucci, appena uscito dallo scandalo di Ultimo tango a Parigi con un magistrale Marlon Brando nei panni di un uomo di mezza età sessualmente frustrato. Le riprese di Novecento avvennero in Emilia Romagna, nello stesso periodo in cui Pier Paolo Pasolini stava girando Salò e le 120 giornate di Sodoma. L’impresa di Bertolucci era colossale, difficilissima, a tratti umanamente impossibile, centrata sul tentativo di raccontare cinquant’anni di storia italiana vista con gli occhi di due uomini, uno, Alfredo ( De Niro ), figlio di ricchi proprietari terrieri, e l’altro, Olmo ( Depardieu ), umile contadino, partigiano e infine liberatore comunista dei contadini. Il film, originariamente pensato per la televisione, raggiunse infine una durata eccessiva di oltre cinque ore e venti, proiettato in America in versione ridotta a tre ore e mezza e non ben accolto, e in Italia diviso di due puntate da due ore e quaranta ciascuna, con enormi consensi da parte di critica e pubblico. Il cast rende ancora più ambizioso il film, a parte Depardieu e De Niro si contano Stefania Sandrelli, Alida Valli, Donald Sutherland, Dominique Sanda e altri. I vari contrasti con il regista e la troupe, portarono De Niro ad una recitazione media, che gli impedì di mostrare le sue doti attoriali al massimo livello. Caso diverso per Depardieu che si dimostra un’autentica rivelazione e firma così una delle migliori performance della sua carriera. Il film, in tutta la sua complessiva lunghezza, riesce tuttavia ad essere di grande e incisivo impatto. La trama, come già detto, ripercorre i primi cinquant’anni italiani del Novecento, raccontando le lotte proletarie, la Grande Guerra, il ventennio e la violenza fascista, la Seconda Guerra Mondiale, la Resistenza e la Liberazione. A questa trama complessa si intrecciano anche le storie personali dei personaggi a cui si legano anche le loro storie d’amore tra Olmo e Anita, Alfredo e la bellissima Ada, la perversa passione fra la cugina di Alfredo, Regina e il diabolico squadrista Attila, oltre che l’amore-odio fra i due protagonisti. Oltre che la lunghezza – però non si poteva raccontare una storia come questa senza sfiorare la durata da kolossal -, il film è ricordato per picchi di regia di altissimo livello, e le scene da antologia, come il ballo di Dominique Sanda che si finge cieca, il lavoro dei contadini, oppure il lunghissimo processo finale ( 15 minuti di pellicola! ), passando per scene emotivamente più cruente che fecero scattare l’occhio vigile della censura come quella in cui il fascista Attila, dopo aver violentato un bambino, lo scaraventa contro un muro spezzandogli la testa, la scena in cui il medesimo personaggio fa strage dei comunisti sotto una pioggia fangosa, passando per la scena quasi pasoliniana, in cui Depardieu e De Niro vengono masturbati da una prostituta epilettica, senza alcuna censura visiva oltre ad altre scene di violenza. Tutto il film è un affresco grandioso. Straordinario uso delle stagioni che accompagnano gli eventi storici in parallelo alle stagioni della vita: inverno, pioggia e gelo nel periodo del fascismo più torbido e ostile con i protagonisti in balìa dei problemi della vita adulta e una primavera solare e rigogliosa nel giorno della sospirata liberazione così come per la loro infanzia, e la colonna sonora di Ennio Morricone che con tratti da melodramma verdiano sottolinea i passaggi più drammatici della sceneggiatura, permette a Bertolucci di tratteggiare un film unico e per certi versi straordinario. Si rivela con forza espressiva il gusto del regista per l’immagine filmata su modello di opere pittoriche. Il fascismo per Bertolucci è la violenza al servizio dei padroni, una bestia feroce al guinzaglio della borghesia o -meglio ancora usando le parole con cui Regina presenta Attila -: “il cane da guardia” del padronato. Uno degli ultimi fuochi del cinema italiano che conta, troverà pochi anni dopo il suo doppio speculare nell’Albero degli zoccoli di Olmi. Lunghissimo (ma non poteva essere altrimenti), vale soprattutto per i momenti in cui racconta la storia attraverso la collettività; nei momenti intimi tende più al Bertolucci decadente, forse morboso, certamente borghesissimo. Oltre che grande rievocazione storica, comunque, è anche un ottimo esempio di come il cinema possa descrivere il suo tempo: nelle cornici iniziali e finali, se guardate con attenzione, si trovano tutti gli anni Settanta, e forse il finale conciliatorio è spiaciuto per questo. Al di là del discorso ideologico, c’è il miracoloso equilibrio tra la ricchezza spettacolare e quella ideologica, con buona pace di quelli che credono invano di capire qualcosa di cinema e poi si liquefanno per Fulci.
L’opinione di bradipo68 dal sito http://www.filmtv.it
Il film venne diviso in due parti per esigenze commerciali ma è innegabile che tra prima e seconda parte ci siano delle differenze ben tangibili.A mio parere mentre per la prima parte possiamo tranquillamente parlare di capolavoro qui la situazione è diversa perchè pur avendo iniziato nel sentiero tracciato dalla prima parte poi in questa seconda parte il lirismo che prima attenuava le istanze politiche viene irrimediabilmente meno in favore della drammatizzazione.L’ideologia diventa protagonista di un processo al padrone che diventa un vero e proprio gioco al massacro,una lotta senza quartiere il cui esito sarà una sconfitta per tutti.Ma qui proprio per affannarsi a spiegare le ragioni delle parti in causa il film arriva a essere didascalico.Nella seconda parte accanto a De Niro e Depardieu assumono importanza fondamentale i personaggi di Attila e Regina(Sutherland e Betti) autori di azioni diaboliche e che incarnano con feroce parossismo due figure di malvagi assoluti lontani da qualsiasi tipo(e volontà) di redenzione.Dopo l’ideologia nel finale si apre al sogno,al canto popolare, alle sequenze di massa che sembrano prese dal cinema russo degli anni d’oro del muto.Comunque sia l’atto secondo è una chiusura degnissima di una saga familiare raccontata con grande partecipazione perchè se Bertolucci non riesce a ripetere quel miracolo narrativo della prima parte è per eccesso di zelo filologico, è per generosità illustrativa,è per rendere perfettamente comprensibile tutto quello che gli si è agitato dentro per decenni.L’Emilia riportata da Bertolucci è parente stretta con quella reale pur non sentendo Bertolucci il bisogno insopprimibile di verosimiglianza.Bertolucci esplora vari generi dal racconto corale contadino fino al melodramma lacerante.E comunque ci regala una delle prove autoriali italiane più impressionanti.

“Metafora d’un mezzo secolo, con cui Bertolucci esercita il diritto di trasfigurare in visione l’idea che a torto o a ragione se ne è fatta, non importa molto se ‘Novecento’ è meno fedele alla storia di quanto si potrebbe pretendere da un documentario. Preme invece che abbia una sua tenuta fantastica, una sua magnificenza di romanzo fiume per immagini, una potenza di chiaroscuro che esprime la drammaticità degli eventi, e sia pure melodrammaticità, vista la destinazione popolare dell’opera.” (Giovanni Grazzini – Cinema ’76).”Gratificato di un budget favoloso (10 miliardi, si dice), questo film-fiume si presenta con l’appariscenza di risultati tecnici proporzionali all’accolta di interpreti e di specialisti dei vari rami: la fotografia, l’interpretazione, l’ambientazione, la musica, e così via, sono perciò di notevole livello. Ciò nonostante, prescindendo dalle carenze tematiche, si ha l’impressione che la colossale impresa ecceda di molte ore le sue possibilità di presa. Infatti, se efficaci risultano alcune pagine di pittura villereccia o di spaccato borghese, la reiterazione delle stessa sa di pleonasmo, di didatticismo ad oltranza, di sproloquio comiziale e persino di furbizia commerciale. Assai più deludente, poi, è l’esame contenutistico dell’opera che, in definitiva, riteniamo mancare a qualsiasi ipotetico obiettivo per totale mancanza di equilibrio. Se vuol essere soltanto la descrizione del mondo contadino della Bassa Emilia, lo coglie nelle deteriori manifestazioni di un folklore rude e sboccato; ma lo trascura nelle ricchezze di genuinità, genorosità, spessore umano e pudore. (Segnalazioni Cinematografiche, vol. 82, 1977)”Un film di rilievo, ma non riuscito. Un film dove ci sono delle pagine molto belle, di un lirismo e di un’umanità singolari ma dove, nel contempo, non si sente l’empito della sinfonia nibelungica, l’assieme armonico di un tessuto narrativo corale, senza sbavature”. 

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Santuario delle Grazie di Curtatone

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Azienda agricola Corte delle Piacentine

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Il sogno di Robert Caine è di costruire una moderna centrale termonucleare,potentissima;un sogno che però è avversato da diverse persone,per motivi svariati. Eva,sua moglie,è contraria per motivi ecologisti,il leader del paese nel quale la centrale deve essere costruita la ritiene una cosa pericolosissima;uno degli scienziati che ha studiato il progetto è convinto che i danni sarebbero superiori ai vantaggi,e c’è in ultimo un sacerdote convinto che il figlio di Caine,Angel,altro non sia che l’incarnazione del diavolo,che vorrebbe far approvare la pericolosa costruzione per provocare l’Apocalisse.

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Ad uno ad uno gli avversari del progetto muoiono in circostanze misteriose;il leader del paese africano che doveva ospitare la centrale muore in maniera orribile,decapitato dai rotori di un elicottero sul quale doveva salire.

Robert,messo sull’avviso dal sacerdote,intuisce che dietro le morti c’è un disegno oscuro;aiutato dalla sua nuova compagna,la giornalista Sara,tenta di uccidere il figlio,ma viene fermato e chiuso in un manicomio,dove rischia la vita.Nel frattempo Sara,che ha dato alla luce una bambina,è in pericolo,perché Angel vuole uccidere sua figlia.Ma Robert,fuggito provvidenzialmente dal manicomio,salva sia la donna che la bambina,e scappa lontano.Angel avrebbe campo libero,ma la bimba di Sara,come recitano le profezie,può fermarlo.

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Diretto nel 1977 da Alberto De Martino,con un cast di livello eccellente,del quale fanno parte Kirk Douglas,nel ruolo di Caine,Agostina Belli in quello di Sara,Romolo Valli in quello del sacerdote,Holocaust 2000 è un discreto prodotto,uscito però in ritardo rispetto ad altri film del filone demoniaco,come Omen,La maledizione di Damien.Molti punti deboli in una sceneggiatura non certo impeccabile,ma sorretta dalle buone prove degli artisti.Tutto il discorso ecologista viene affrontato di straforo,e è questo il limite del film;la trama punta troppo sul rapporto tra Robert e suo figlio Angel,sulle implicazioni demoniache invece che sull’ecologia e sul pericolo della centrale.

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Un film di Alberto De Martino. Con Adolfo Celi, Anthony Quayle, Ivo Garrani, Agostina Belli, Kirk Douglas, Simon Ward, Romolo Valli, Alexander Knox, Spiros Focas, Sergio Serafini, Vittorio Fanfoni, Massimo Foschi, Eugenio Masciari, Virginia McKenna, Geoffrey Keen, John Carlin, Gerard Hely, Peter Cellier, Penelope Horner, Caroline Langrishe, Joanne Dainton. Genere Fantastico, b/n 106 minuti. – Produzione Italia, Gran Bretagna 1977.

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Regia     Alberto De Martino
Produzione    Edmondo Amati Maurizio Amati
Scritto da     Sergio Donati Alberto De Martino
Distribuito da      Erico Menczer
Editing     Vincenzo Tomassi

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Kirk Douglas     …     Robert Caine
Simon Ward    …     Angel Caine
Agostina Belli    …     Sara Golan
Anthony Quayle    …     Professor Griffith
Virginia McKenna    …     Eva Caine
Spiros Focás    …     Harbin
Ivo Garrani    …     The Prime Minister
Alexander Knox    …     Professor Ernst Meyer
Adolfo Celi    …     Dr. Kerouac
Romolo Valli    …     Monsignor Charrier
Massimo Foschi    …     Arab Assassin
Geoffrey Keen    …     Gynecologist
John Carlin    …     Robertson
Peter Cellier    …     Sheckley
Gerard Hely    …     Clarke

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