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Sussurri e grida

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Proviamo ad immaginare un viaggio virtuale, che avvenga all’interno di un grande museo che contenga opere fiamminghe e impressioniste, come il Louvre.
Poi spostiamoci a Roma, in San Pietro:entriamo e a destra, protetta da una pesante lastra di vetro, osserviamo la Pietà di Michelangelo.
Uniamo i due tour, riempendoci gli occhi e colmandoci i sensi con una tela di Brueghel e subito dopo con una di Renoir o anche Manet, fa lo stesso.
Mettiamo assieme il tutto e otterremo una visione caleidoscopica d’assieme che ci potrà servire come pietra di paragone per capire alcune delle sequenze che fanno parte di Sussurri e grida, opera del grande maestro svedese Ingmar Bergman.

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Si, perchè la pittura (ma non solo) è parte fondamentale per comprendere almeno in parte la straordinaria visionarietà del film diretto dal maestro nel 1972:aggiungiamoci ovviamente la rigorosità della fotografia, che alterna tre colori primari e fondamentali come il bianco, il rosso e il nero,ricordiamoci della colonna sonora che include due brani classici come la Mazurka in La minore, op. 17 n. 4, di Fryderyk Chopin, eseguita al pianoforte da Käbi Laretei
e le Sarabande dalla Suite n. 5 in Do minore, BWV 1011 di Johann Sebastian Bach, eseguita al violoncello da Pierre Fournier.
Mettiamo tutto assieme, aggiungiamoci una trama lineare che però potrebbe anche non esistere, visto che siamo in presenza di un’opera scevra da un discorso filologico fondamentale se non come struttura di base per raccontare le immagini e alla fine ci avvicineremo all’opera di Bergman.
Un’opera in cui la freddezza stilistica, la fotografia impeccabile e le immagini straordinarie che come dicevo ricordano tavole fiamminghe o ridenti quadri impressionisti di Renoir si alternano ad alcuni temi cari al regista, come la religiosità e l’amore, le convenzioni sociali e le sfere private dei sentimenti dei protagonisti, la morte e la sessualità, la spiritualità e il matrimonio.

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Il tutto raccontato con un gelo che sembrerebbe estraneare il tutto dalla sfera dei sentimenti ma che invece riconduce proprio a questi, attraverso un’alternanza di situazioni che vanno dall’espressionismo gelido e glaciale di volti scavati nella pietra o senza emozioni come quello di Karin, una delle tre sorelle protagoniste della storia passando per il volto dolente e sofferente di Agnese, la donna ammalata di cancro che è al centro della storia e che pure alla fine è solo uno dei punti di una struttura circolare che porterà i protagonisti del film a tornare alle origini, a quell’inizio del film che si apre con il gracchiare di un corvo, che sembra quasi presagire l’imminente morte di Anna, che fa da preludio e da fulcro all’intera storia.
L’introduzione alla storia è segnata dai rintocchi di un orologio: quei secondi che scandiscono come le sistole di un cuore ci portano alla visione di una donna riversa sul un letto, con il respiro affannoso e il volto segnato da un’indicibile sofferenza.
E’ Agnese, una donna di età indefinibile ammalata in fase terminale di cancro; la macchina da presa indugia, per lunghi minuti, sulla visibile sofferenza che la donna prova in ogni movimento per poi mostracela mentre annota su un diario alcune parole, che dicono:”Le mie sorelle e Anna mi assistono a turno.”
Da questo momento in poi scopriamo la vita di quattro persone, tutte di sesso femminile, che hanno condiviso la vita per un lungo periodo prima di separarsi e re incontrarsi in occasione della malattia della vera protagonista, Agnese.
Che è donna dai sentimenti forti, una donna pulita e retta da un senso religioso e da uno stile di vita assolutamente impeccabili, così come straordinaria è la figura di Anna, la domestica che è rimasta accanto alla donna e che ora, con un incredibile senso di devozione la assiste quasi fosse una bimba, quella bimba che lei ha perso. Su Agnese Anna ha riversato il suo affetto, quel cuore traboccante d’amore ha trovato così la piena espressione; mentre il flash back ci riporta ad episodi del passato delle quattro donne, vediamo Anna cullare la moribonda Agnese come una bambina, offrendole anche il seno da succhiare, quasi Agnese altro non sia ormai che una bambina indifesa, da difendere da un destino crudele.
In una delle scene più belle di tutta la storia della cinematografia, quando ormai Agnese ha lasciato la vita terrena, Anna la tiene tra le braccia, muta e sofferente, con il volto di Agnese ancora contratto nella smorfia di dolore che ha salutato la sua vita terrena. E’ un’immagine che riporta alla Pietà di Michelangelo, perchè ieratiche sono le due figure, scolpite come pietra nel loro dolore così diverso eppure al tempo stesso così simile.
Poco alla volta conosciamo anche le due sorelle di Agnese, che sono l’esatto posto di lei, sia come personalità che come stile di vita.

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Karin è una donna che sembra non concepire nemmeno i rapporti umani, algida e lontana com’è dalle emozioni; “Non voglio,ti dico.E’ una tortura continua, è come un inferno, non ho pace.vattene via, non avvicinarti ( dice Karin rivolta a Maria,l’altra sua sorella), non devi toccarmi,non devi toccarmi” è la frase chiave che la donna urla, quasi fosse preda di una fobia patologica che la costringe, chissà quanto volontariamente, ad allontanare anche sua sorella Maria.
Che invece, a sua volta, è molto differente sia da Karin che da Agnese; è una donna volitiva, che non ama suo marito e probabilmente lo disprezza, che intrattiene rapporti umani con le sue sorelle forse perchè in se vive ancora il ricordo delle stagioni passate assieme o forse soltanto perchè la sua natura è così, incostante e leggera, così come leggera appare la sua personalità e la sua sessualità, espressa attraverso una relazione sentimentale con il dottor David, che ha in cura Agnese.
I personaggi femminili appaiono così ben delineati, in antitesi a coppie mentre gli uomini della storia, i due mariti e David il dottore appaiono assolutamente opachi nella loro inconsistenza.Non si sa nemmeno se amino o semplicemente sopportino le loro mogli, sopratutto Fredrik, il marito di Karin che assiste all’autolesionismo di sua moglie che si ferisce nelle parti intime con una scheggia di vetro con espressione impassibile e distaccata.
Di flash back in flash back il film ci trasporta verso il finale, che è la parte più dura e vera del film, mostrandoci dapprima la morte di Agnese e il conseguente rifiuto di Karin di toccare sua sorella,la visione meravigliosa già raccontata di anna che culla tra le braccia la defunta e sopratutto lo stupendo quadro d’assieme finale, quando attraverso l’immagine delle quattro donne giovani che passeggiano in un’atmosfera idilliaca fra la natura in festa come in un olio di Renoir ascoltiamo ancora una volta la voce pulita e pura di Anna chiudere la storia con la lettura del diario di Agnese:
Mercoledi 3 settembre,nell’aria c’è già un sospetto d’autunno; ma è dolce e quasi delicato.Le mie sorelle, Karin e Maria, sono venute a trovarmi.E’ meraviglioso essere di nuovo insieme come ai vecchi tempi.Io mi sento anche molto meglio,abbiamo persino potuto fare una breve passeggiata,un vero avvenimento per me, visto che da tanto tempo non mettevo piede fuori di casa.Ad un tratto abbiamo incominciato a ridere e a correre verso l’altalena abbandonata da quando eravamo bambine.Ci siamo sedute come tre brave sorelline,Anna ci dondolava,piano, dolcemente.
I dolori erano spariti e le persone che amavo più di tutto al mondo erano li.Potevo udirle chiaccherare intorno a me.Sentivo la presenza intorno a me dei loro corpi, il calore delle loro mani.Volevo aggrapparmi a quel momento e pensai “qualunque cosa accada questa è la felicità, non posso desiderare niente di più.Ora, per qualche istante posso assaporare la perfezione e sento di dover essere grata alla mia vita che mi da tanto
Il film finisce qui, lasciandoci un senso di compiuto:Agnese è in pace con se stessa, lontana dalle meschinerie delle sue due sorelle e le è stato risparmiato lo spettacolo dell’umiliante liquidazione di Anna, mandata via dopo anni di fedele e amorevole servizio con due banconote in mano.
Che dire, siamo di fronte ad un film che nella sua linearità, nella sua grandezza formale e nella sua ricerca della perfezione visiva diventa un autentico capolavoro.

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Bergman sceglie come protagoniste del film due attrici molto note come Ingrid Thulin e Liv Ulmann,la prima compagna di molti anni della vita del regista, la seconda anche lei compagna e moglie del regista e le due attrici lo ripagano con un’interpretazione maiuscola.Così come bravissime sono le altre due protagoniste, Harriet Andersson che interpreta la dolente Agnese e Kari Sylwan che interpreta Anna.
Un film sontuoso, in tutte le sue componenti, premiato con l’Oscar per la migliore fotografia a Sven Nykvist e con altre 4 nomination.
Ricordo che una bella versione in italiano del film è disponibile su You tube, all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=ronxMVoINW8

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Sussurri e grida

Un film di Ingmar Bergman. Con Harriet Andersson, Ingrid Thulin, Erland Josephson, Liv Ullmann, Kari Sylwan, Anders Ek, Inga Gill, Henning Moritzen, Georg Årlin, Ingrid Bergman, Lena Bergman, Lars-Owe Carlberg, Linn Ullmann, Malin Gjörup, Greta Johansson, Karin Johansson, Ann-Christin Lobråten, Börje Lundh, Rossana Mariano, Monika Priede Titolo originale Viskningar och rop. Drammatico, durata 91′ min. – Svezia 1971.

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Sussurri e grida banner protagonisti

Harriet Andersson: Agnese
Kari Sylwan: Anna
Ingrid Thulin: Karin
Liv Ullmann: Maria e la madre di Maria
Erland Josephson: David, il dottore
Henning Moritzen: Joakim, marito di Maria
Georg Årlin: Fredrik, marito di Karin
Anders Ek: padre Isak
Inga Gill: narratore
Linn Ullmann: figlia di Maria
Ingrid Bergman: spettatrice (nei titoli come Ingrid von Rosen)
Lena Bergman: Maria, quando era bambina
Lars-Owe Carlberg: spettatore
Malin Gjörup: figlia di Anna
Greta Johansson: addetta alle pompe funebri
Karin Johansson: addetta alle pompe funebri
Ann-Christin Lobråten: spettatrice
Börje Lundh: spettatore
Rossana Mariano: Agnese quando era bambina
Monika Priede: Karin quando era bambina

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Rita Savagnone: Harriet Andersson
Flaminia Jandolo: Kari Sylwan
Anna Miserocchi: Ingrid Thulin
Vittoria Febbi: Liv Ullmann
Arturo Dominici: Erland Josephson
Gianni Marzocchi: Henning Moritzen
Sergio Graziani: Georg Arlin
Bruno Persa: Anders Ek
Pino Locchi: Inga Gill

Sussurri e grida banner cast

Regia Ingmar Bergman
Soggetto Ingmar Bergman
Sceneggiatura Ingmar Bergman
Produttore Lars-Owe Carlberg
Casa di produzione Cinematograph AB, Svenska Filminstitutet
Fotografia Sven Nykvist
Montaggio Siv Lundgren
Musiche Pierre Fournier
Scenografia Marik Vos-Lundh
Trucco Cecilia Drott, Borje Lundh

Sussurri e grida banner citazioni

Grazie, mio Dio, per avermi concesso di svegliarmi sana e serena dopo una notte trascorsa in sonno profondo sotto la tua benevola protezione. Ti prego oggi qui come ogni giorno di far custodire e difendere dai tuoi angeli la mia bambina che nella tua insondabile saggezza hai voluto chiamare al tuo fianco.

Sai da dove ti vengono le rughe? Dalla tua indifferenza. E questa lieve curva che va dall’orecchio alla punta del mento non è nitida come un tempo. Questo significa che sei superficiale e indolente. E lì alla radice del naso ora c’è troppo sarcasmo, c’è troppo scherno. E sotto i tuoi occhi inquieti mille rughe impietose, secche, quasi inavvertibili di noia e di impazienza.

La vita non è altro che un insieme di bugie… soltanto bugie

Sussurri e grida banner recensioni
L’opinione di Francois Truffaut:
“Comincia come Le tre sorelle di Cechov e finisce come Il giardino dei ciliegi e, tra i due, ricorda certo Strindberg. Si tratta di Sussurri e grida, l’ultimo film di Ingmar Bergman, grande successo a Londra e a New York da parecchi mesi, motivo di scalpore al Festival di Cannes la settimana scorsa. L’uscita parigina è prevista per settembre. Unanimamente considerato un capolavoro, Sussurri e grida sta riconciliando Ingmar Bergman con il grosso pubblico che lo ha snobbato dopo il suo ultimo successo, Il silenzio (1963).”

L’opinione di kronos dal sito http://www.mymovies.it

Sono stati spesso evidenziati con accezione negativa i debiti che questo film nutre verso l’opera di Strindberg. Si rimproverano a Bergman un’eccessiva teatralità del soggetto e la tendenza a strafare di molti dialoghi e situazioni. Taluni denunciano un certo schematismo nel disegno delle figure femminili, così come nell’uso del colore (le tonalità rosse ossessivamente ricorrenti sfiorano il didascalismo cromatico) e dei flasback, entrambi introdotti da una fastidiosa voce fuori campo. Eppure, al di là di qualunque rilievo negativo si possa attribuire con pedanti analisi cartesiane, ‘Sussurri e grida’ è un film di forza straordinaria che resta indelebile nella memoria di chi lo vede. Le performance di tutto il cast sono ammirevoli, così come la capacità della sceneggiatura di esplorare senza falsi pudori o moralismi il tema della malattia e del dolore fisico. Ma anche le ipocrisie familiari, gli abissi della morte, le tenere nostalgie del passato. A mio avviso è uno dei titoli fondamentali della filmografia di Ingmar Bergman: un genio del novecento.

L’opinione di Viola96 dal sito http://www.filmtv.it

Come si fa a rimanere impassibili,fermi,muti davanti a Sussurri e Grida? Come ci si può soffermare sui punti critici della vicenda senza rimanere assuefatti dalla visione? Sussurri e Grida è un film mondo,ma che dico,un film universo. Bergman prosegue i suoi resoconti dalla casa degli spiriti dostojevskiana,ancora con la figura,come nell’ottimo Persona,della donna come genesi,conflitto e salvezza. Bergman è un regista del subconscio applicato alla realtà,metafisico e metaforico,non ha un vero e proprio contatto con la realtà,se non attraverso le sue diramazioni(sogno,delirio) e sotto forma di mondo vede le sue ossessioni psichiche,ripetute moltissime volte. Tra citazioni bibliche,costrasti di colori decisi(rosso per il dolore,bianco per la tranquillità e nero per la morte),ad una fotografia eccezionalmente pura e lirica,grazie anche a tre interpretazioni masteodontiche,Sussurri e Grida è l’opera più poeticamente strana di Ingmar Bergman. Il genio svedese riapre le finestre e si addentra furtivamente nel cuore femminile,riuscendo a scovare segreti e bugie,chiaro-scuri dell’anima,tristezza e felicità. Quando una delle loro sorelle sta morendo,Maria e Karin debbono accudirla,ma a causa di alcuni loro problemi,si distaccano dalla malata. L’unica a restare vicino alla sorella in fin di vita è la badante,Anna che la tratta come una bambina molto piccola e la accudisce fedelmente. Il ritratto energico e melodioso delle distorte personalità e delle banalità familiari di tre sorelli perennemente in crisi umana e civile,è per Bergman in realtà,la summa della sua poetica analitica e anagrafica,in cui la dominazione avviene psicosomaticamente,e non solo fisicamente. Sussurri e Grida rappresenta la sfrenata eleganza del maestro svedese nel ricreare un modello ambiguo di vita,apparentemente lontano dalla verità,ma terribilmente vicino. Questa eleganza non è solo catartica e risolutiva ma è anche bene-augurante. Nel finale del film,la tranquillità sembra essersi ritrovata. Se sia sogno o realtà non importa. Bergman è un tranquillissimo poeta distorto e bislacco che rifiuta ogni minima caratteristica umana,ma si estrae dalla media-borghesia e questo diventa per lui un vero e proprio campo di studio. La donna,in Bergman,è fondamentale. Dalla donna nasce l’uomo e mai viceversa. La donna quindi è la genesi di tutto il bene e il male del mondo. Ma,come in Persona e anche in minor modo ne Il posto delle Fragole,il conflitto viene generato dalla donna,che rifiuta il contatto alla realtà e preferisce la vita oziosa e pleonastica ad una drastica morte. Ma forse non è tutto. Con Sussurri e Grida,specie nella figura di Anna,Bergman introduce un nuovo concetto di donna come salvezza. Ma la salvezza non è mai correttamente ricompensata. Il prologo del film,come al solito in Bergman,ci racconta il film: Stavolta vediamo un’abitazione alle prime luci dell’alba e subito dopo una serie di colori che si fondono in una donna che si alza e rivela al mondo di essere malata. Nykvist,fotografo geniale e appassionato,riesce straordinariamente a mescolare i chiaro-scuri ai colori delle emozioni. Ma la mano di Bergman è necessaria. Anche stavolta,lo svedese,infarcisce di nuovi luoghi (non) comuni la vicenda narrata e diventa un cantastorie e uno scultore. Perchè Sussurri e Grida è una vera e propria opera d’arte.

L’opinione del sito http://www.pellicolascaduta.it

(…) Ricco di idee stilistiche e narrative molto interessanti, il clou di “Sussurri e grida” è nella parte finale, dove Agnese, già morta da quache giorno, vuole parlare con Karin e Maria, che stanno per partire coi rispettivi mariti. Entrambe la respingono, Karin confessando apertamente il suo odio per lei, Maria invece scappando alla richiesta di stringere le fredde mani della sorella, chiaro emergere della sua ipocrisia e della sua superficialità. Dopo un brusco finale che colpisce duramente come un coltello nel petto, nel quale Karin e Maria fanno i bagagli e partono entro poche ore, congedandosi da Anna con un formale grazie e poche imbarazzanti (per tutti, spettatore compreso) banconote, la badante rimane sola col cadavere di Agnese, in attesa del funerale e della sepoltura. Le altre due sorelle si salutano nella maniera più distante possibile (anche qui la pellicola è emotivamente eccezionale) e solo negli ultimi minuti si viene lasciati col bellissimo ricordo di Agnese. Quel ricordo dove, nonostante i futuri incrinamenti dei loro rapporti, le tre protagoniste vivevano uno dei momenti più felici delle loro vite.(…)

L’opinione di Cotola dal sito http://www.davinotti.com

Assieme a Il posto delle fragole è il capolavoro assoluto di Bergman (pur essendo i due film molto diversi per forma, temi e contenuti). La cosa che ancora oggi sbalordisce maggiormente è l’uso del colore, assolutamente funzionale alla trama e che simboleggia i rapporti, i contrasti e gli stati d’animo dei personaggi. Per il resto va segnalato un cast al femminile dalla bravura prodigiosa che offre una prova semplicemente indimenticabile. La tematica e l’andamento narrativo potrebbero renderlo ostico ad alcuni, ma è da vedere e rivedere.

L’opinione di Rebis dal sito http://www.davinotti.com

Se esiste una sacralità dell’arte, intesa come essenziale irriproducibilità tecnica, se esiste una grazia, intesa come intima cospirazione tra magniloquenza formale e complessità concettuale, allora queste sono in Sussurri e Grida. Antichissimo, atavico e allo stesso tempo dirompente e moderno, il compimento espressivo di Ingmar Bergman è cadenzato e denso, la piena maturazione dell’allegoria nel turgido astrattismo. Inarrivabili, le quattro interpreti, definite con tratteggi basilari e pregnanti, catturate nell’inesauribile forza emotiva del primo piano. Immenso.
L’opinione di Myckes2 dal sito http://www.davinotti.com

Un’immensa raffigurazione dell’animo femminile sezionato in più parti e scandito da varie sfaccettature. Accompagnato dal ticchettio inesorabile di un orologio, dalla musica, dalle sofferte parole scritte su un diario… Bergman narra uno spaccato durissimo, gelido e intenso che fa leva sui ricordi e sulla memoria e che contempla l’ineluttabile dolore fisico di una donna, assommato ad un altrettanta sofferenza interiore, al vuoto esistenziale, ad un rapporto tra sorelle futile, sfuggente, privo di cuore, al disgregamento del nucleo famigliare.
L’opinione di ferzborz dal sito http://www.filmscoop.it

Sofferenza,angoscia,sgomento,felicità,tristezza,amore nelle sue molteplici forme,speranza,terrore,indifferenza e freddezza.
Queste sono le emozioni raccolte in questa pellicola di Ingmar Bergman.
La felicità è un’emozione che la si può ricercare in svariati modi diversi,ma per quanto non vogliamo ammetterlo,essa non potrebbe esistere senza il dolore e la malinconia.
Paradossalmente è sempre un’illusione;si è felici quando tutto ciò che ci angoscia sparisce o si affievolisce,così come la tristezza è alimentata quando tutto ciò che ci fa star bene si allontana da noi…..
La storia delle tre sorelle,Agnese,Karin e Maria è una discesa verso l’inferno…un’incubo che ha inizio dopo che la loro serenità(o apparente serenità in un mondo fittizio d’alta borghesia) viene a mancare a causa della terribile malattia che un giorno colpirà la sventurata Agnese….
Tuttavia il vero dramma non sta nella malattia di quest’ultima,essa è solo l’incipit,ma nelle conseguenze che ne nasceranno…
Una crepa può rovinare irrimediabilmente un bellissimo vaso di ceramica;da quella crepa,per quanto piccola,il valore del vaso viene a mancare….
Non è solo Agnese ad essere colpita dalla malattia,ma tutte e tre le sorelle…
Karin diventa l’immagine sputata della freddezza;reprime i suoi sentimenti fino al midollo…la sua paura è famelica,la divora viva,e pur di non soffrire o di non accettare la terribile realtà che gli si pone davanti,decide di diventare un’automa autoritario,quasi inscalfibile,ma estremamente debole….il più debole,che si appoggia solo alla forza del suo ceto sociale….la più malata di tutte è senz’altro lei….
Poi abbiamo una Maria più sincera,che cerca invano di non perdere la sua umanità,la sua felicità…che cerca di affrontare il terribile dramma della loro vita con equilibrio e razionalita…che cerca di non rinunciare ai piaceri o ai peccati della vita;ma quella di Maria è una patetica maschera che non può ingannare chi gli sta vicino.
Se si decide di continuare a vivere i propri sentimenti,non si può egoisticamente credere di assaporarne solo quelli positivi.
Così tutta l’illusione in cui essa vive viene a crollare nel momento che la sofferenza e la morte le sfiorano il viso o gli sussurrano nell’orecchio….
Agnese è colei che vive la sofferenza fisica più atroce,ma è anche colei che non ha perso se stessa.
La sua malattia gli permette di continuare a ricercare l’affetto delle sue sorelle;un affetto che ormai è offuscato dall’incredibile farsa che le mantiene in vita e non le fa impazzire.
Solo la badante Anna riuscirà a darle ancora un briciolo di amore;la badante Anna,che non avendo più una figlia a cui donare il suo seno,dimostra ancora la sua umanità ed umiltà nel modo più sincero….
Ho letto alcuni commenti,notando che molti sono stati colpiti dall’angoscia e dallo sconforto…
Io ci ho visto solo freddezza e indifferenza…ma il mio sguardo era sempre rivolto ad Anna….

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L’evidente omaggio di Bergman a Michelangelo

Sussurri e grida banner le donne del film

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marzo 9, 2014 Posted by | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

Dimenticare Venezia

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Una comunità tutta al femminile vive in una fattoria veneta; ci sono due giovani donne , Claudia e Anna, zia Marta e la balia/servitrice della casa l’anziana Caterina.
Le quattro donne convivono senza grossi problemi.
Anna è in pratica colei che si occupa della fattoria, dei raccolti e della gestione vera e propria della casa che è di proprietà di Marta una ex cantante lirica a riposo dal bel passato e dal carattere gioviale.
Claudia invece è un’orfana accolta nella casa e che lavora come maestra insegnando ai bambini del vicinato e gestendo anch’essa la fattoria alla quale presta  la sua opera.

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Marta ha un fratello, che ha vissuto con lei per molto tempo, prima di trasferirsi a Milano per impiantare un’attività di vendita di auto d’epoca.
L’uomo, Nicky, arriva nella fattoria con il compagno Picchio, che è un suo meccanico e che è legato a lui da un legame sentimentale.
L’arrivo dei due uomini porta una ventata di novità nella vita abitudinaria delle donne che abitano la fattoria e porta sopratutto a Nicky un malinconico “amarcord” della sua vita passata, quando da bambino scorazzava felice per i campi.
L’uomo ricorda quindi le sue prime pulsioni sessuali, l’amichetto assatanato che spiava le contadine che facevano il bagno nel fiume, tutta un’infanzia in fondo felice trascorsa in un posto ameno e vissuta con l’ingenuità tipica del bambino prima e adolescente poi.

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Durante una festa matrimoniale a cui partecipano tutti gli abitanti della fattoria, Nicky incontra proprio il vecchio amico Rossino, quel bambino che gli aveva in qualche modo rivelato il mondo della sessualità, oggi sposato e padre di cinque figli.
Durante la festa, Rossino chiede a Marta di cantare arie del suo passato canoro, ma lo sforzo evidentemente (unito all’emozione) si rivela fatale per la donna; appena tornata alla fattoria la donna è colpita da un infarto e muore.
E’ come se l’incanto e la magia del passato venissero di colpo cancellati, lasciando il posto all’amara consapevolezza che il tempo è irrimediabilmente passato.
Privi del punto di riferimento di Marta, il vero collante che univa tutti, gli occupanti della casa decidono di trasferirsi.
Picchio, che è ormai in profonda crisi sentimentale con Nicky, porta con se Claudia e Anna (con la quale ha tentato di avere invano un rapporto sia sentimentale che sessuale), la vecchia balia Caterina decide di trasferirsi da un parente e l’ormai solo Nicky resta nella fattoria, indeciso sul da farsi, forse ancora legato a quel mondo ormai completamente dissolto che lo àncora al passato…

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L’infanzia e l’adolescenza sono periodi bellissimi, indimenticabili e purtroppo irripetibili; se il ricordare i bei tempi passati può significare tuffarsi in un mondo ingenuo e incantato e conseguentemente guardare ad essi con un vena di sottile rimpianto, vivere in funzione di essi, rifiutarsi di crescere o peggio, pensare che si possa vivere in una specie di limbo incantato è un qualcosa che rischia di trasformarsi in una prigione di ricordi dalla quale si può uscire solo a prezzo di scelte dolorose e dell’obbligatorio passaggio all’età adulta.
I quattro personaggi principali di Dimenticare Venezia sono omosessuali, quindi vivono una situazione che già di per se tende ad allontanarli da quella che è la comunità dei “normali”, anche se poi in fondo la loro omosessualità è colpevolizzata solo dai soggetti che la vivono come una condizione in cui predomina il disagio.
Claudia e Anna, Nicky e Picchio in qualche modo si assomigliano sopratutto perchè tendono a rifugiarsi nel mondo dell’infanzia a scapito di un’età anagrafica ben lontana da quella dell’adolescenza
Forse non accettano la loro condizione di gay e lesbiche, forse sentono su di loro il peso di un rapporto che la società considera contro natura.
Non dimentichiamo che siamo sul finire degli anna settanta e che se la società ha fatto passi da gigante nel campo delle conquiste sociali (divorzio e aborto, pari dignità fra uomo e donna), i pregiudizi sull’omosessualità sono ancora profondamente radicati.
Colpa di tabù atavici, colpa anche dell’educazione religiosa repressiva della sessualità intesa già nella sua forma “normale” come sporca e moralmente discutibile, colpa di una società che non accetta il diverso in nessuna forma, che sia una diversità fisica (handicap di tutti i generi) o che sia una diversità sessuale.
Franco Brusati racconta tutto questo in un film che si sposta impercettibilmente su vari fronti, portando in scena i ricordi e il disagio, l’infanzia e l’età adulta, l’amicizia e l’amore; lo fa adottando uno stile narrativo che sembra rifarsi al cinema di Visconti o a quello di Bergman, quanto meno nelle atmosfere, nella scelta della lentezza dei dialoghi introducendo anche il meccanismo della ripresa dei ricordi con il personaggio fisicamente presente sulla scena, in una specie di sdoppiamento tra l’io presente e quello del passato.
Emblematica è la sequenza dei ricordi di una festa di compleanno di Marta, in cui Nicky è seduto sulla scala e guarda passare sua sorella Marta a cui è stata preparata una bellissima e intensa festa a sorpresa.

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Eleonora Giorgi

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Mariangela Melato

Lo snodo principale del film è probabilmente questo, il momento cruciale in cui il peso dei ricordi deve fare i conti con il presente, con l’età adulta dei protagonisti che oscuramente sentono di dovere un pesante tributo proprio alla loro adolescenza.
Il tempo però non lo si ferma, i ricordi devono restare tali per poter vivere il presente.
Un presente che è la somma algebrica di ciò che abbiamo fatto e di ciò che eravamo a cui va obbligatoriamente aggiunto il carico delle esperienze presenti; e che deve tener conto che, per dirla alla Rossella O’Hara “dopotutto domani è un altro giorno”, ovvero il chiudere una porta e aprirne un’altra, giorno dopo giorno, attimo dopo attimo se vogliamo.
Il film di Brusati è molto intenso, intriso di momenti di malinconia alternati a momenti di gioia prima del finale che riporta tutti i personaggi alla loro dimensione giornaliera.
Un quotidiano che tutti sentono di dover affrontare spogliati dal peso (anche se dolce) dei ricordi e simboleggiato dall’abbandono della vecchia casa fattoria in cui tutto si era fermato, incluso il tempo e in cui la presenza di Marta fungeva da cordone ombellicale con il passato.
Dimenticare Venezia è quindi un film nostalgico, un film malinconico, un film a tratti commovente a tratti leggero e sottilmente ironico.

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Erland Josephson

E’ anche un film che ha subito un ipocrita e ingiustificato ostracismo, principalmente a causa dell’argomento trattato, quell’omosessualità che ha sempre spaventato registi e produttori (almeno nel passato).
Brusati, regista nato a Milano e morto nel 1993 all’eta di settanta anni ha diretto come regista solo 8 film, tra i quali l’ottimo Pane e cioccolata; per Dimenticare Venezia, uscito nel 1979 nelle sale cinematografiche sceglie un cast di notevole spessore e assolutamente consono alla storia raccontata.

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Hella Petri

Mariangela Melato interpreta Anna, personaggio tormentato e spigoloso, che tenterà di uscire dalla sua personalissima condizione concedendosi a Picchio, con risultati nulli; la Melato, una delle attrici più brave e preparate del nostro cinema (oltre che del nostro teatro) disegna un personaggio pressochè perfetto, mentre Eleonora Giorgi che interpreta Claudia, pur essendo un filino sotto la Melato se la cava con bravura.
Bene anche il cast maschile con Erland Josephson che alterna momenti lirici a momenti di malinconia, caratterizzando con bravura il difficile personaggio di Nicky.

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David Pontremoli e Mariangela Melato

Bravo anche David Pontremoli nel ruolo di Picchio, mentre Nerina Montagnani è la solita sicurezza.
In ultimo, elogio per la fotografia e per le belle musiche di Benedetto Ghiglia. Il film ha vinto il David di Donatello 1979 come miglior film e 2 Nastri d’Argento 1979 per la migliore attrice protagonista (Mariangela Melato) e per la migliore scenografia.
Un film programmato pochissimo e che purtroppo non risulta disponibile in versione Dvd.

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Dimenticare Venezia
Un film di Franco Brusati. Con Mariangela Melato, Erland Josephson, Eleonora Giorgi, Hella Petri, Nerina Montagnani,Armando Brancia, Alessandro Doria, David Pontremoli, Fred Personne, Anne Caudry, Domenico Tittone, Patrizia Rubeo, Daniela Guzzi, Pia Hella Elliot, Peter Boom
Drammatico, durata 103 min. – Italia 1979.

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Dimenticare venezia personaggi

Mariangela Melato: Anna
Eleonora Giorgi: Claudia
Erland Josephson: Nicky
Nerina Montagnani: Caterina
David Pontremoli: Picchio
Hella Petri: Marta

Dimenticare venezia cast

Regia     Franco Brusati
Soggetto     Franco Brusati
Sceneggiatura     Jaja Fiastri
Casa di produzione     Action Films
Distribuzione (Italia)     Rizzoli Film
Fotografia     Romano Albani
Montaggio     Ruggero Mastroianni
Musiche     Benedetto Ghiglia
Scenografia     Luigi Scaccianoce

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Lobby card del film

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Dimenticare venezia banner citazioni

I vivi con i vivi e i morti con i morti; non facciamo casino.
Mamma è a casa che piange perché papà è un porco e va con le altre anche se lei è ancora bella e piacente: guarda che petto.
Quando è morto suo papà, ha voluto il cane vicino! Mai una volta che vogliano il prete!

Le recensioni qui sotto sono prese dal sito http://www.davinotti.com

Tutti i diritti riservati.

Opera di rara raffinatezza, ma anche di non comune tedio. Mi pare più che altro un esercizio di stile, di alto stile, ma dai contenuti non proprio ben articolati. Resta troppo spesso un senso di pesantezza, come nei flashback, e di sottolineature non necessarie (coma nella “vanitas” del pendolo, richiamata da altri oggetti oblugnhi e dondolanti). Notevoli le prestazioni degli attori, ma è troppo poco per cento interminabili minuti.

Quattro personaggi (due uomini e due donne) si riuniscono in una casa della campagna trevigiana per assistere la sorella di uno di loro, nei suoi ultimi giorni di vita. L’opera più celebrata di Franco Brusati ha un titolo che si riferisce al tentativo di dimenticare l’infanzia e la spensieratezza, accettando la fine delle cose e della vita. Il film presenta una grande raffinatezza formale che talvolta va a scapito della sostanza, a causa di una sceneggiatura dall’andamento vago e non sempre incisiva. Buona la prova degli attori.

Fellini, Bergman, Visconti: del primo si richiamano l’amarcord (c’è Brancia) e gli squarci onirici e circensi; del secondo, la dimensione femminile, il pacato intimismo, la presenza di Josephson; del terzo, la ricerca del pregio estetico di provenienza artistico-letteraria. Nonostante questi nobili riferimenti, si ha da subito l’impressione di assistere più ad un vuoto e ridondante esercizio di stile che ad un saggio di reali doti d’autore: e l’impressione diventa presto certezza. Purtroppo.

Ho trovato il film estrememente interessante, indipendentemente dalle analogie con gli stili di altri registi. Una delle scene erotiche, che giudico molto forte e credibile rispetto al panorama italiano (se si esclude Tinto Brass) è stata ben messa in scena. All’epoca il film ebbe molti giudizi positivi e allo stesso tempo molti che cercarono di ridimensionarlo. Secondo me resta l’opera di Brusati. Splendida e raffinata la colonna sonora.

Difficile rintracciare una qualche originalità in questa ricerca del tempo perduto di Brusati: l’eterno ritorno alla casa paterna che è nido accogliente e tana del lupo, ove assistiamo a un lungo faccia a faccia dei protagonisti con i fantasmi del passato, al termine del quale Nicky e Anna si scoprono essi stessi fantasmi, ansiosi di tornare in vita. Lascia perplessi il modo in cui viene rappresentata l’omosessualità, quasi un retaggio di mala-adolescenza. Venezia, la lirica, la vecchia governante, le festicciole… già visto, debole e fioco come la luce di un crepuscolo, di una candelina…

L’estetismo c’è ma non è sterilmente compiaciuto di se stesso (alla Bolognini) e se sono indubbi i continui riferimenti cinematografici, Brusati li sublima con uno stile personale che evita vacuità citazionistiche, riuscendo a colpire il cuore dello spettatore. Certo, non tutto è perfetto (alcune lungaggini, soprattutto nei flashback, potevano essere evitate e certe figure macchiettistiche spezzano l’atmosfera incantata e atemporale) ma il film resta un’opera d’autore viva e pulsante. Splendidamente sensuale la Melato, bravi tutti gli altri.

 

ottobre 18, 2011 Posted by | Drammatico | , , , , , | 1 commento