Il tamburo di latta


Il tamburo di latta locandina

Polonia, anni venti.
Oskar nasce dal matrimonio infelice tra sua madre Agnes Koljaiczek e il com
merciante Anselmo Matzerath.
La donna ha una relazione anche con suo cugino Jan Bronski, che potrebbe essere in teoria il padre del bambino.
Il giorno del suo terzo compleanno, Oskar scopre la relazione tra sua madre e Jan, mentre si china sotto un tavolo; disgustato dalla cosa, si avvia verso la cantina e si lascia cadere per le scale.
Da quel momento il piccolo smette di crescere, tra la costernazione dei suoi; la caduta sembra avergli dato anche dei poteri particolari, come la capacità di emettere suoni ad alta frequenza in grado di rompere vetri nel raggio di centinaia di metri.

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Oskar così cresce in un corpo da bambino, rifiutandosi di far parte di quel mondo degli adulti che trova ipocrita e bestiale.
Diventa amico di un discreto corteggiatore di sua madre, l’ebreo Markus, che gli regala un tamburo di latta, dal quale Oskar non si separerà più.
Gli anni passano, con Oskar che è rimasto un bambino, anche se soltanto nel corpo, accettato in quella sua strana situazione da tutti.
E’ il momento delle leggi razziali, così il ragazzino assiste al montare della cieca bestialità nazista, che si materializza nelle odiose leggi anti ebraiche e con la morte del suo amico Markus, che si uccide prima di poter essere deportato in un lager.

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Muore anche sua madre, suicida per non dover mettere al mondo un altro figlio, muore Jan, che viene fucilato a Danzica mentre cerca di resistere all’annessione della Polonia; il mondo degli adulti sta mettendo in mostra il peggio di se, così Oskar, che ha conosciuto il nano Bebra, medita di lasciare casa e girare l’Europa con la compagnia circense dello stesso; nel frattempo suo padre Anselmo prende in casa la giovane Marie, che ha più o meno la stessa età del figlio.
Oskar scopre così le prime pulsioni sessuali, anche se più che turbato ne resta preoccupato.
La ragazza diviene l’amante del padre, e grazie all’involontaria complicità di Oskar, resterà incinta.

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Oskar lascia la casa e si avvia con Bebra verso una lunga tournee europea, durante la quale conosce la nana Roswitha, della quale diventa l’amante; la gioia dei due dura poco, perchè la ragazza morirà durante un bombardamento.
La strana catena di lutti che sembra accompagnare Oskar continua al suo ritorno a casa, proprio mentre la città è liberata dai russi; suo padre viene ucciso da un soldato ancora una volta con la complicità involontaria di Oskar.
Il giorno della sepoltura di Anselmo, getta il suo inseparabile tamburo nella fossa in cui giace la bara del padre, e subito dopo vi si getta dentro, quasi a simboleggiare il suo passaggio all’età adulta.

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La guerra sta finendo e Marie, con Oskar bendato e trasportato in una carriola, si avvia verso il treno, alla ricerca di un difficile futuro.
Il tamburo di latta, del regista tedesco Volker Schlöndorff, adattato per cinema dal romanzo omonimo di Günter Grass è uno straordinario e unico film sull’infanzia, sui traumi della stessa, sul parallelo con il mondo cattivo, malvagio e ipocrita degli adulti.
Un film molto cattivo, in cui affiora la vena intrisa di malinconia del regista, che tratteggia tutta una serie di figure guardate nei loro peggiori difetti; è un mondo da non imitare, quello degli adulti, ed è per questo che Oskar si rifiuta di crescere, di appartenere a quell’universo alieno fatto di tradimenti e bugie, di sesso e violenza.

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Un mondo dal quale il piccolo si isola, proprio mentre sta montando in Germania e in Europa la folla nazista.
Così, accanto alle storie popolari dell’amore tra Jan e Agnes, il loro adulterio al quale Anselmo guarda di straforo, quasi senza interesse, assistiamo al montare della violenza nazista, tra l’avallo acritico della borghesia tedesca e quello del popolo tedesco stesso, irretito ma anche sciaguratamente consapevole degli orrori ai quali stava partecipando.
Il film ha un percorso abbastanza lineare, con scene che sembrano incastrarsi come in un gioco di scatole cinesi; memorabile la sequenza della nascita di Oskar, tratteggiata dalle parole che il piccolo protagonista recita “”Ho visto la luce del mondo sotto forma di due lampadine da 60 watt“, quasi a sottolineare la sofferenza fisica di appartenere ad un mondo che lui percepisce già negativo, quasi in una specie di legame extra uterino.

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Le sequenze a cui assistiamo mettono in luce da subito le debolezze dei protagonisti, visti più nel loro ordinario squallore che nel meglio delle loro inesistenti virtù; il padre infingardo la madre adultera e libertina, il suo amante in copia carbone, anche lui adultero e libertino e via via in un campionario di umanità che sembra quasi assolvere il piccolo Oskar dal suo peccato originale, quello di non voler far parte di quel mondo incomprensibile.
C’è un evidente parallelo tra il piccolo Oskar e la storia della Germania nel ventennio prima della guerra e quella che comunque rialzerà la testa arrivando fino al boom economico.

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La mamma di Oskar, interpretata dalla bravissima Angela Winkler

Anche Oskar, a fine guerra, ritornerà nel mondo degli adulti dal quale è fuggito, ora che tutti i legami di sangue sono scomparsi, quasi a significare una nuova nascita, una verginità intonsa e assoluta.
Un passaggio all’età adulta simboleggiata dalla rinuncia al suo amato tamburo, che lascerà nella fossa con il padre, non prima però di averne regalato uno al suo fratellastro (o figlio?), un chiaro avvertimento su ciò che il bambino dovrà affrontare nel corso della vita.
Non ho letto il libro di Grass, per cui non o quanto differisca dal film; di certo il film ha una sua valenza molto forte;

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Schlöndorff è aiutato, oltre che dal suo eccellente mestiere, da un cast davvero notevole, in cui ogni attore recita la parte della vita.
E’ il caso di Angela Winkler, una Agnes Matzerath libertina, sofferente e gaudente al tempo stesso, donna alle prese con le sue pulsioni carnali e sconvolta da un figlio con il quale ha un legame fortissimo, ma che non riesce a capire fino in fondo; altra perla di bravura quella di Mario Adorf nei panni di Anselmo Matzerath, marito becco anche per scelta, fannullone e opportunista, così come di gran livello la parte interpretata da Charles Aznavour, quella del commerciante di giocattoli ebreo Markus, l’uomo che sceglierà la morte all’ignominia e all’infamia dei campi di concentramento.

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Bene anche Daniel Olbrychski che interpreta Jan, mentre un discorso a parte merita David Bennent,praticamente perfetto nel ruolo di Oskar ; il suo volto mobile esprime di volta in volta innocenze e perfidia, semplicità e stupore.
Un bambino che percorre un mondo che non ama, che impara ad approfittare degli adulti diventando un camaleonte che segue le opportunità che si presentano, comportandosi così come quei grandi che detesta.
Un cenno alla fotografia davvero perfetta e ai costumi, che sembrano tirare di peso lo spettatore immergendolo in quelle atmosfere tristi del periodo pre seconda guerra mondiale.
Un film da non perdere, capace di emozionare e commuovere, un film sull’infanzia vista da un’angolazione davvero speciale.

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Il tamburo di latta,un film di Volker Schlöndorff. Con Mario Adorf, Angela Winkler, David Bennent, Charles Aznavour, Andréa Ferréol, Tina Engel, Daniel Olbrychski, Otto Sander, Wojciech Pszoniak, Joachim Hackethal, Gerda Blisse, Berta Drews, Heinz Bennent, Marek Walczewski, Katharina Thalbach, Mieczyslaw Czechowicz, Fritz Hakl, Mariella Oliveri, Roland Teubner, Ernst Jacobi, Werner Rehm, Ilse Page, Kate Jaenicke, Wigand Witting, Karl-Heinz Tittelbach, Emil Feist, Herbert Behrent, Brunc Thost, Zygmunt Huebner
Titolo originale Die Blechtrommel. Drammatico, Ratings: Kids+16, durata 142 min. – Germania, Francia 1979.

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Il tamburo di latta banner protagonisti

Mario Adorf     …     Alfred Matzerath
Angela Winkler    …     Agnes Matzerath
David Bennent    …     Oskar Matzerath
Katharina Thalbach    …     Maria Matzerath
Daniel Olbrychski    …     Jan Bronski
Tina Engel    …     Anna Koljaiczek (jung)
Berta Drews    …     Anna Koljaiczek
Roland Teubner    …     Joseph Koljaiczek
Tadeusz Kunikowski    …     Onkel Vinzenz
Andréa Ferréol    …     Lina Greff
Heinz Bennent    …     Greff
Ilse Pagé    …     Gretchen Scheffler
Werner Rehm    …     Scheffler
Käte Jaenicke    …     Mutter Truczinski

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Regia Volker Schlöndorff
Soggetto Günter Grass
Sceneggiatura Jean-Claude Carrière, Franz Seitz, Volker Schlöndorff, Günter Grass
Produttore Franz Seitz
Casa di produzione Franz Seitz Film, Bioskop Film, Artémis Film, Hallelujah Film, GGB-14, Argos Films, Jadran Film, Film Polski
Fotografia Igor Luther
Montaggio Suzanne Baron
Effetti speciali Georges Jaconelli
Musiche Maurice Jarre
Costumi Dagmar Niefind, Inge Heer, Yoshy Yabara
Trucco Rino Carboni, Alfredo Tiberi

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Una Risposta

  1. Francamente questo film non mi è piaciuto per niente. Mi è parso un po’ troppo pecoreccio

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