Conoscenza carnale
Storia delle vite di due amici dalla loro gioventù fino alla mezza età, attraverso percorsi comuni e allo stesso tempo differenti come possono esserlo le vite degli uomini.
Storia di amori e fallimenti, di amicizia e di declino sia fisico che morale.
Il tutto visto attraverso la crescita di Sandy e Jonathan, che da studenti liceali si trasformano in uomini maturi più come età che come percorso umano inteso come insieme di esperienze e relativo equilibrio che dovrebbe essere la meta di chiunque abbia percorso una vita appagante.
I due amici li conosciamo sin dal primo approccio con il college, periodo in cui i due caratteri dei protagonisti molto dissimili tra loro si forgiano attraverso le esperienze che essi fanno.

Art Garfunkel e Jack Nicholson
Sandy è il romantico e timido ragazzo americano, con qualche difficoltà di approccio all’universo femminile, mentre Jonathan è decisamente più estroverso nonchè più aperto a tutte le esperienze.
Eppure è proprio il timido Sandy ad avere la prima relazione importante, quella che ti permette di esplorare l’universo femminile, il mistero della sessualità e le prime difficoltà del legame di coppia.
Il giovane conosce la bellissima Susan ad una festa e se ne innamora profondamente; ma Jonathan mostrandosi assolutamente irrispettoso dei sacri vincoli dell’amicizia, concupisce la ragazza che tuttavia non spezza il suo legame con Sandy.
Per i due, troppo diferenti l’uno dall’altra è poco più di un’avventura, ma per Sandy è amore vero; il giovane finge di non accorgersi di nulla e in seguito sposa la donna dei suoi sogni.
Jonathan invece continua la sua vita di sempre, tuffandosi in mille avventure senza stringere nessun legame importante fino al giorno in cui conosce la splendida divetta degli spot pubblicitari Bobbie.
I due in fondo si somigliano e danno inizio così ad una relazione quasi stabile; ma Jonathan è inaffidabile totalmente non solo dal punto di vista sentimentale, ma anche da quello umano.
Così i destini dei due vecchi amici percorrono binari paralleli: Sandy lascia la moglie e Jonathan lascia Bobbie nonostante questa abbia tentato il suicidio.
Quando i due vecchi amici si rincontrano vent’anni dopo, entrambi portano addosso il peso degli anni ben aldilà del tempo effettivamente trascorso.
Sandy si è risposato ma non ha trovato quello che cercava, Jonathan è passato attraverso molte altre avventure ma sta declinando velocemente dal punto di vista fisico, tanto da aver stretto una relazione sessualmente frustrante con una prostituta nell’illusione che ciò ravvivi il maschio dominante che crede essere ancora in lui.
Candice Bergen
E’ davvero un’illusione la sua.
Le esperienze fatte in fondo non hanno lasciato nulla dentro perchè non avevano alcuna base solida; erano solo avventure a base di sesso, che appagavano l’io ma non l’anima.
Conoscenza carnale di Mike Nichols è un film molto amaro, che perlustra con circospezione il mondo maschile post sessantotto fatto di disillusione per i traguardi non raggiunti e fatto di una crescita morale che non si accompagna alla crescita veriginosa della società.
I valori di riferimento della società americana ovvero la patria, la famiglia e il benessere erano rimasti sempre gli stessi e i giovani si erano ritrovati a fare i conti con una società che aveva permesso la loro ribellione per poi avvolgerli nelle sue spire fatte dal vecchio sogno americano (la ricchezza come punto di arrivo, il lavoro come simbolo di affermazione sociale ecc.) mediato dal perbenismo imperante: tutto deve cambiare affinchè nulla cambi.
Un’equazione sempre valida a tutte le latitudini, estensibile ad ogni società.
Sandy e Jonathan vivono le contraddizioni della società americana, attorno a loro c’è la corsa sfrenata a diventare qualcuno, c’è la corsa al divertimento e la scoperta del sesso.
Tuttavia affrontano in maniera molto differente le problematiche che il loro essere giovani in un’America ancora alle prese con la sporca guerra (Vietnam) provoca; mentre Sandy appare come il prodotto di una società un tantino bigotta e infarcita di ideali confusi, Jonthan assomiglia moltissimo all’americano cinico e arrivista.
Entrambi però devono confrontarsi con un mondo ancor più misterioso ed inafferrabile del vivere quotidiano.

Jack Nicholson e Candice Bergen
Il mondo della donna e della sua femminilità, che non è solo sesso e appagamento fisico come i due sperano e credono.
Le donne che incontrano sono come loro, esseri umani alla ricerca di un’identità precisa, si scontrano con gli stessi problemi acuiti proprio dal fatto di essere donne in una società che stabilisce dei ruoli ben distinti al maschio e alla femmina.
Ma i due incappano anche in donne che sono l’aspetto speculare della società in cui vivono: Susan è una donna borghese e inquadrata, qella che si concede la scappatella trasgressiva per poi rientrare giudiziosamente ( e furbescamente) nei ranghi mentre Bobbie è la donna fragile, tutto fuoco esteriormente ma incapace di adattasi alla vita trasgressiva di Jonathan.
Forse Bobbie non sogna altro che l’amore e una famiglia, in pratica la realizzazione del sogno americano e finisce per incontrare la persona sbagliata: Jonathan non è mai cresciuto, è affetto da una perenne sindrome da Peter Pan e questo al condizionerà pesantemente.
Alla fine gli sconfitti non sono soltanto i due amici, ma anche le donne della storia.
Forse Susan non lo è, perchè a ben guardare ottiene quello che vuole anche se poi non riesce a tenere in piedi il suo matrimonio.
L’oggi settantenne Nichols è sempre stato un regista attentissimo all’evoluzione del costume sociale americano, sin dai tempi di Il Laureato e di Comma 22, film amari e graffianti anche se in maniera molto differente da quella di altri grandi registi di Hollywood come per esempio Altman.
L’ironia e l’amarezza di Nichols restano sempre sussurrate, non sono mai estreme.
Eppure Conoscenza carnale è un film che colpisce duro.
In primis perchè analizza problematiche che se non sono di primo pelo tuttavia erano state affrontate sempre in maniera hollywoodiana, ovvero senza una grossa capacità critica e di denuncia.
Poi perchè Nichols utilizza un linguaggio innovativo fatto di dialoghi a volte spregiudicati, poco in linea con il politicamente corretto dell’epoca in cui il film venne girato, il 1971.
Abbastanza inusuale è anche l’utilizzo di scene di sesso, anche se blandamente anticonvenzionali: in pratica il tutto si riduce a poche inquadrature che sembrano più suggerire che esplicitare.
Un altro merito del film è quello di confermare il valore di uno dei più grandi attori di Hollywood, reduce dal successo di due grandi film come Easy rider di Dennis Hopper e Cinque pezzi facili di Rafelson.
Si tratta di Jack Nicholson, alle prese con un personaggio, quello di Jonathan assolutamente nelle sue corde, tanto da diventare uno dei più riusciti della pur grande carriera che ha avuto e ha.
Nichols sceglie come co protagonista della storia Art Garfunkel, che abbandona la veste di compositore per interpretare il ruolo di Sandy, cosa che fa in maniera davvero egregia.
Garfunkel aveva già lavorato con Nichols in Comma 22 e successivamente interpreterà una decina di film.
Il cast femminile vede due grandi protagoniste alle prese con due ruoli molto differenti; se Candice Bergen è brava ma un pochino sacrificata nel ruolo di Susan, Ann Margret si ritrova alle prese con un personaggio molto più difficile da interpretare, quello della incerta, confusa Bobbie.
Entrambe però fanno la loro parte in maniera eccellente, così alla fine tutto il film non mostra particolari punti deboli.
Anche se datato, Conoscenza carnale è un film per certi versi indimenticabile sia come specchio di una società evolutasi profondamente sia come cronistoria della metamorfosi dell’americano medio, sicuramente (ed è questo il paradosso) molto meno incerto di quello odierno, alle prese con problemi di gran lunga superiori di quelli dell’epoca del film.
Conoscenza carnale
Un film di Mike Nichols. Con Jack Nicholson, Candice Bergen, Art Garfunkel, Ann-Margret, Rita Moreno,Cynthia O’Neal, Carol Kane
Titolo originale Carnal Knowledge. Drammatico, durata 96 min. – USA 1971.
Jack Nicholson … Jonathan
Ann-Margret … Bobbie
Art Garfunkel … Sandy
Candice Bergen … Susan
Rita Moreno … Louise
Cynthia O’Neal … Cindy
Carol Kane … Jennifer
Regia: Mike Nichols
Sceneggiatura: Jules Feiffer
Produzione: Joseph E. Levine,Mike Nichols,Clive Reed
Editing: Sam O’Steen
Fotografia: Giuseppe Rotunno
Le recensioni qui sotto sono prese dal sito http://www.davinotti.com
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Insolita e cervellotica pellicola pensata per dare prevalenza al testo, spesso -e più a lungo nella memoria- incisivo dell’immagine. L’educazione sentimentale dei due giovani universitari protagonisti, destinata ad inatteso fallimento, meglio è resa con bisbigli, riflessioni, sussurri: l’azione -e la visione- sospesa, in favore della parola. Nichols opta per un tipo di narrazione verbale più incisiva e più intensa di quella visuale. Ne risentono, in buona parte, il ritmo del film e la pur buona scenografia, poiché la cura dei dialoghi mette in rilievo l’apprezzabile lavoro di sceneggiatura.
Secondo una prospettiva maschile e diacronica, Nichols racconta lo svolgersi della vita sentimentale e sessuale di due amici, dalle prime esperienze fino alla mezza età: se l’inizio è euforico e spensierato come la giovinezza, man mano che sopraggiunge l’età matura emergono sempre più le difficoltà e le paure dell’individuo maschio e i toni si fanno comprensibilmente sempre più amari e rassegnati. Molto teatrale, punta tutto sulla recitazione e i dialoghi, nei quali l’energico Nicholson è padrone incontrastato.
Splendido ritratto al vetriolo di due amici che incarnano perfettamente la faccia della società americana e la sua “desertificazione” dei sentimenti palesata dalla continua ricerca di avventure sessuali dei due protagonisti. Ne esce fuori un quadro a tinte fosche pieno di desolazione, solitudine e squallore. Molto audace nonostante siano passati più di trentacinque anni. Bravissimi gli attori tra cui spicca una rivelazione: il cantante Art Garfunkel.
Bel film che narra le avventure erotiche e sentimentali di due amici dalla tarda adolescenza fino alla mezza età. Il ritmo è scorrevole e le storie riescono facilmente a conquistare lo spettatore. Buone regia e fotografia. Bravissimo come al solito Jack Nicholson e curiosa (e senza dubbio riuscita) l’interpretazione di Arthur Garfunkel. Decisamente da vedere.
Considerando che il film è del 1971 non si scherza quanto a dialoghi e situazioni osè. D’altro canto gli stessi dialoghi mi sono sembrati ridondanti e a tratti poco profondi, arrivando a banalizzare un film già poco movimentato per lo script di tipo teatrale. In definitiva a vederlo oggi perde parecchio smalto.
Quando uscì fece scalpore per il linguaggio osè e per le immagini di nudo; da qualche parte lessi che gli operatori seppur abituati ai corpi delle attrici, davanti a quello di Ann Margret quasi svenivano. Visto oggi, con i cambi generazionali e sociali, risulta un po’ datato. Rimane comunque un buon film, ben diretto e fotografato (prima volta a Hollywood di Giuseppe Rotunno) e ben interpretato. I dialoghi abbastanza teatrali (il soggetto era nato per il teatro), sono buoni e la descrizione di una certa America di quegli anni è ora un documento.
Nonostante il cast di grandi attori, seppur emergenti e con alla guida un regista valido, il film stranamente è un titolo che si è poco affermato. Eppure è diretto con la stessa brillantezza che Nichols ha saputo dare a Il laureato e le argomentazioni della trama sono accattivanti con punte piccanti. L’universo dei rapporti uomo-donna e dei loro contrasti è ben delineato, come pure la psicologia di due amici che si raccontano ogni dettaglio delle loro avventure intime.

Art Garfunkel, Candice Bergen e Jack Nicholson in una pausa di lavorazione del film
Lobby card del film

Uno dei flani di Conoscenza carnale
Le salamandre
Nel 1969 l’esordiente Alberto Cavallone gira Le salamandre, opera a bassissimo costo ma piena di idee innovative e sopratutto di tanta voglia di sperimentare nuove vie di comunicazione cinematografica.
I soldi sono pochissimi e Cavallone è costretto ad assumere per il film la fotomodella Erna Schurer perchè è la fidanzata di Carlo Maietto che produce il film e una fotomodella assolutamente sconosciuta, la giamaicana Beryl Cunningham. Il resto del cast è composto da Antonio Casale/Anthony Vernon, che era anche aiuto regista e da Renzo Maietto, il fotografo che interpreta un personaggio secondario.
Per risparmiare ulteriormente, si scelse di ambientare la vicenda in Tunisia e di inserire nel film sequenze di guerra e assassini e brevi frammenti di documentari sulla lotta inter razziale fra bianchi e neri.
Si tratta quindi di un prodotto assolutamente sperimentale, a partire dal formato della pellicola ovvero l’economico 16 millimetri.
Come vediamo nelle sequenze finali del film, il ciak riporta quello che nelle intenzioni doveva essere il titolo originale della pellicola, “C’era una bionda” che però venne rifiutato dalla casa incaricata di distribuire il film stesso e si optò per Le salamandre, titolo che avrebbe reso famoso un film assolutamente particolare e per certi versi unico.
Siamo nel post sessantotto e il cinema è in evoluzione turbinosa dopo gli anni di stasi precedenti, in cui si era badato principalmente al botteghino e in cui solo qualche grande regista aveva deviato dai binari del commerciale per tentare soluzioni diverse.
Cavallone gira un film in cui è presente un elemento fino ad allora solo sfiorato dalla cinematografia, ovvero l’omosessualità femminile integrandolo con l’inter razzialità e le difficoltà di comunicazione fra bianchi e neri e molto più ambiziosamente spingendo l’acceleratore sul colonialismo e sui danni irreversibili che aveva prodotto.
Il film narra infatti la storia fra due fotomodelle, Ursula (bianca) e Uta (nera), che hanno una relazione lesbica iniziata proprio da Ursula che ha assunto la spaesata Uta per un servizio fotografico e subito dopo ne ha fatto la sua amante.
Uta accetta la storia d’amore e sesso con la sua datrice di lavoro un pò perchè intende sfruttare a suo vantaggio la fama che può derivare dal fatto che Ursula lavora per grosse riviste, un pò per denaro (è pagata 50 dollari al giorno). Poi, probabilmente, c’è posto anche per una piccolissima dose di vero amore.
La ragazza di colore è arrivata in Africa proveniente dalla dura realtà del quartiere ghetto di Harlem a New York, in cerca di una realizzazione personale e in fuga dallo squallore delle sue precedenti condizioni di vita.
Un giorno mentre lei e Ursula stanno scattando delle foto su una spiaggia, conoscono Henri Duval, un ricco medico che vive in una spledida villa poco lontano.
Il fascino esotico di Uta e quello fatale di Ursula turbano l’uomo e allo stesso tempo finiscono per coinvolgerlo in un impossibile tiangolo che infatti non si concretizzerà.
Mentre Uta lentamente si rende conto dell’impossibilità di stabilire un legame profondo con Ursula per via della differenza di pelle e di cultura, Henry diventa il punto di approdo di Ursula alla ricerca di una diversa identità sessuale.
Dopo aver provato inutilmente una parentesi di normalità con un giovane che ha conosciuto e con il quale ha provato senza fortuna ad avere un rapporto sessuale (i tuoi problemi devi risolverli da sola, le dice il giovane), Uta ascolta il lungo dialogo tra Ursula ed Henry in cui i due mostrano che la liberalità, la tolleranza razziale e l’amore stesso che lega Ursula a Uta sono sono belle parole senza però basi solide.
Qualche giorno dopo si compie la tragedia.
Uta raggiunge Henry e Ursula su una spiaggia, accoltella Henry e subito dopo Ursula.
Il film termina con il cast del film sulla spiaggia che discute su alcune scene e con Uta che guarda con occhi imperscrutabili verso il mare, mentre stanno per scorrere i titoli di coda.
Un film molto difficile, Le salamandre.
La scelta del regista milanese (scomparso nel 1997 a 59 anni) di ambientare il film quasi completamente sulle diverse personalità dei personaggi arricchendola di dialoghi lunghissimi e a tratti anche noiosi trasforma la pellicola in una indagine socio culturale mescolata a elementi appartenenti alla sfera affettiva.
Il lesbismo delle due protagoniste si amalgama così alla loro evidente differenza razziale, intesa non in senso spregiativo ma come appartenenza a due culture assolutamente diverse e che per secoli sono sembrate quasi inconciliabili.
La pelle scura di Uta e la pelle chiara di Ursula sono infatti differenze sostanziali; le due donne appartengono a due mondi diversissimi.
La bionda fotografa è una donna cinica, spietata e moralmente marcia; lo prova la maniera drammaticamente squallida in cui liquida la sua ex modella Linn arrivando a scattare fotogrammi che testimoniano gli ultimi momenti di vita della modella stessa che sta morendo suicida.
Uta sente invece già su di se una sorta di complesso di inferiorità legato al colore della sua pelle e alle sue origini proletarie.
Tra le due donne non può esserci nessun punto di contatto, su queste basi.
Il rapporto morboso che le lega è infatti accettato passivamente da Uta che in questo modo tenta di affrancarsi dalla povertà e dalla sua condizione di donna di colore. Ma, come le fa notare il giovane con il quale ha una fugace e inconcludente relazione, in realtà Uta ha scelto di vendersi e di conseguenza di affrettare in modo però inconlcudente un processo di liberazione lungo e complesso.
A far esplodere le contraddizioni dell’impossibile coppia arriva il medico Henri, con tanti bei fumosi discorsi sulla uguaglianza e sulla morale.
Discorsi inutili, che finiranno solo per fare da detonatore alla crisi tra le due donne.
Il linguaggio di Cavallone ha un certo fascino ma è anche eccessivamente verboso e prolisso; colpa di un post sessantotto fatto anche di tanti discorsi teorici spesso non seguiti da messe in pratica adeguate.
Il regista segue i protagonisti alle volte con la MDP a mano, altre volte scegliendo inquadrature dal basso, utilizzando poi un finale assolutamente spiazzante.
Mostra insomma voglia di sperimentare e solo per questo andrebbe menzionato con lode.
Certo, a distanza di 40 anni è davvero difficile sopportare un film in cui praticamente non accade quasi nulla.
Eppure, alla sua uscita il film ebbe un notevole successo.
Merito probabilmente dell’atmosfera erotica favoleggiata dai primi recensori del film, che nella realtà esiste molto marginalmente.
Le scene di sesso sono inesistenti mentre qua e là ci sono fugacissimi nudi della Schurer e della Cunningham (assolutamente casti e mascherati).
Ma tanto bastò evidentemente ad attirare qualche spettatore in più; il resto lo fece la critica, che salutò Cavallone come una specie di enfant prodige del cinema italiano.
Sicuramente influì moltissimo la presentazione del film avvenuta al cinema Quattro Fontane di Roma, proiezione durante la quale arrivarono a sorpresa attori del calibro della Vitti e registi come Antonioni e Patroni Griffi, che ebbero parole d’elogio per il regista.
Nel 1970, parlando di questo film, il regista milanese disse:
“Ho messo in scena il rapporto lesbico fra una bianca e una negra. Il rapporto sessuale è di per sé schiavizzante, nel caso dell’omosessualità è anche un rapporto sterile. Così come è sterile e schiavizzante il rapporto fra bianchi e negri al giorno d’oggi. Invece ne “Dal nostro inviato a Copenaghen” l’eros è mostrato come un elemento di aridità della società occidentale. In questo periodo, sai bene, che l’argomento di tesi di laurea per molti studenti universitari italiani, è la sessualità nei paesi scandinavi. In Danimarca, paese del libero amore, la società è ugualmente ipocrita non meno che nei paesi dell’amore non libero. Si utilizza questo argomento per ottenere qualcos’altro, così come una volta si sussurravano paroline adulatrici ( vedi il personaggio del soldato che vuole disertare e va a letto con la studentessa di sinistra pèrchè lei lo aiuti nel suo intento).”
In un altro frammento dell’intervista Cavallone chiarisce il suo modo di vedere il cinema, anticonformista e sicuramente politicamente scorretto:
“Non mi interessa la poesia. La poesia può magari venir fuori, nei miei film, ma solo per caso. Ciò che conta è solo il discorso politico. Il cinema, per me, è un modo di esprimere delle idee politiche mediante lo spettacolo…..”
Ancora, parlando dell’utilizzo del sesso nei suoi film:
“Io credo di avere smitizzato il sesso come strumento della rivoluzione. Molti hanno vissuto nell’illusione che, sessualizzando al massimo i loro film, o romanzi, o che altro, fosse possibile scandalizzare la società borghese ed impiantare uno nuova società. Mostrando invece l’aridità profonda del rapporto solamente sessuale, io credo di avere dato una mano a capire che la libertà sessuale non è la libertà in senso generale, ma solo una modesta parte di esse.”
Cavallone nel 1977 dirigerà quella che è la sua opera più controversa e sicuramente meglio riuscita, ovvero L’uomo la donna e la bestia-Spell, dolce mattatoio, un film che è un durissimo atto d’accusa ai modelli della civiltà.
Tornando a Le salamandre, è un film di difficilissima reperibilità; esistono solo delle versioni VHS ormai logore.
E’ stato riscoperto, dopo un oblio lunghissimo, durante una retrospettiva tenuta al cinema Trevi nel 2007, che ha permesso una rivisitazione delle oepre di un regista geniale e scomodo.
Le salamandre, di Alberto Cavallone, con Beryl Cunningham, Erna Schurer, Tony Carrell- Drammatico Italia 1969
Erna Schurer … Ursula
Beryl Cunningham … Uta
Tony Carrel … Il giovane confidente di Uta
Antonio Casale … Dottor. Henry Duval (come Anthony Vernon)
Michelle Stamp… Linn
Regia: Alberto Cavallone
Sceneggiatura: Alberto Cavallone
Musiche: Franco Potenza
Editing: Alberto Cavallone
Aiuto regia: Antonio Casale

Il flano del film che annunciava la proiezione dello stesso
Erna Schurer e Beryl Cunningham












































































