La morte risale a ieri sera

Donatella Berzaghi, figlia di Amanzio, una giovane minorata psichica che ha circa 20 anni ma i comportamenti di una bambina sparisce misteriosamente di casa.
Suo padre disperato si rivolge alla polizia; è l’investigatore Duca Lamberti con il collega Mascaranti ad occuparsi delle indagini.
Aiutato marginalmente da una prostituta e indagando nello squallido mercato del sesso, Lamberti scoprirà la terribile fine della ragazza, che però verrà vendicata dal padre…
La morte risale a ieri sera, tratto dal romanzo I milanesi ammazzano il sabato di Giorgio Scerbanenco esce nelle sale nel 1970, un anno dopo in discreto successo del libro dello scrittore di origine ucraina, morto prematuramente a Milano subito dopo l’uscita del romanzo.


Il romanzo, quarto ed ultimo della serie dedicata all’investigatore Lamberti (il personaggio di Lamberti era già stato interpretato da Bruno Crémer in Il caso “Venere privata” di Boisset) è anche l’ultima fatica dello scrittore, che scomparve come già detto nello stesso anno; il regista Duccio Tessari firma la sceneggiatura con l’aiuto di Artur Brauner e Biagio Proietti , saltando piè pari la parte introduttiva dedicata alla storia personale di Lamberti e introducendo il film con il tenero rapporto esistente tra la bellissima e sfortunata Donatella e suo padre Amanzi, mentre sparisce dal film anche la ninfomania della ragazza, costretta a vivere come una reclusa per evidenti motivi.

Beryl Cunningham

Di qui si snoda la vicenda, attraverso un’attenta descrizione del mondo sotterraneo della delinquenza milanese, quella che viveva ai margini della metropoli occupando le zone d’ombra dell’operosa città; un’indagine che parte da un’intuizione di Lamberti, uomo profondamente cinico ma anche umano, che capisce da subito che la ragazza è stata circuita da una banda che sfrutta ragazze a fini sessuali e che dopo alcuni tentennamenti si getterà anima e corpo alla ricerca di Donatella.

Gillian Bray

Tessari, regista specializzato in western ( suoi Una pistola per Ringo,Il ritorno di Ringo,Vivi o, preferibilmente, morti) mostra di avere confidenza con il genere thriller/poliziesco, anche se in questo caso è improprio parlare di appartenenza del film a questi generi.
La morte risale a ieri sera è più un noir, con i tempi classici del genere e una cura verso i dettagli davvero maniacale: si respira l’atmosfera dei noir francesi, nel film, che pur incedendo lentamente, avvolge lo spettatore in un’atmosfera opprimente e cupa.
Costretti a seguire una caccia che intuiamo da subito essere destinata a finire male, noi spettatori siamo trasportati attraverso una Milano che non è quella da bere, bensi quella polverosa e anziana come una nobile decaduta, quella dai palazzi a volte anonimi dietro i quali si nascondono storie turpi, con le vite di anonimi cittadini sospese su fili da equilibristi, come quella della sfortunata Donatella che non ha nemmeno le capacità per reagire ed opporsi a qualcosa che non può capire a causa del suo handicap.


Il film oltre che essere una descrizione accurata dei metodi investigativi di Lamberti, è anche una descrizione dell’ostinazione di un padre, Amanzio, che nella vita ha ormai solo quella ragazza affidata a lui come unico motivo di vita.
Così, dopo aver seguito la caccia alle ombre di Lamberti e dopo aver toccato con mano la disperazione di un padre privato dell’ultimo amore della vita, siamo trasportati verso un finale cattivo: la legge non può punire oltre un certo limite gli autori di un gesto particolarmente odioso come quello perpetrato ai danni di Donatella, così è Amanzio a fare giustizia.

Frank Wolff

Gabriele Tinti

Una giustizia che elimina solo una parte del problema, non certo il problema stesso ma che è indicativo di uno stato d’animo che era molto diffuso tra gli italiani, spesso preda di una delinquenza arrogante e sprezzante a cui la legge non riusciva a porre argine.
Tessari restituisce con molta fedeltà le atmosfere plumbee di Scerbanenco, creando un film in cui non c’è sangue, non c’è splatter o pistolettate ma solo una tensione latente e una grande precisione nella descrizione di ambienti e atmosfere.
Paradossalmente, sceglie per un film ambientato a Milano e descritto cosi minuziosamente nelle sue atmosfere da Scerbanenco attori protagonisti che milanesi non sono: a cominciare dall’americano Frank Wolff, che interpreta con misura e abilità il ruolo del principale protagonista, il poliziotto Duca Lamberti proseguendo poi con l’altro protagonista del film, Amanzio Berzaghi interpretato da Raf Vallone che di origine era calabrese.
E non sono milanesi Gabriele Tinti, Eva Renzi, Gillian Bray e Beryl Cunningham oltre a Gigi Rizzi.
Ma la “milanesità” del film c’è tutta, a cominciare dalla sigla introduttiva I giorni che ci appartengono cantata da Mina che scorre malinconica mentre vediamo i titoli di testa scorrere con sullo sfondo un tram che attraversa la città; così come milanese è la sequenza in cui vediamo Amanzio raggiungere casa sua, attraversando una città quasi indifferente se non ostile.


La parte iniziale del film è davvero un piccolo gioiello, con la sequenza che mostra Amanzio mentre si prende cura di quella che è la sua bambina, la splendida Donatella donna nel corpo ma bambina nel cuore e nel cervello, aiutandola a indossare un reggiseno, attrezzo infernale con cui la ragazza è palesemente in difficoltà.
Un film quindi assolutamente ben congegnato, fedele al romanzo e questa è una rarità, viste le numerose pessime trasposizioni dalla parola scritta al mondo della celluloide e sopratutto ben interpretato.
Per quanto riguarda la sua reperibilità, non dovrebbero esserci in giro versioni digitali ma non ci metto la mano sul fuoco; tra l’altro La morte risale a ieri sera è un film che non passa da una vita in tv per cui è sicuramente un’impresa trovare una versione del film che sia decente da vedere.

Il film è ora disponibile su You tube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=SoMHUU-_4Ow in una buona versione audio/video.


La morte risale a ieri sera
Un film di Duccio Tessari. Con Frank Wolff, Raf Vallone, Eva Renzi, Beryl Cunningham, Checco Rissone, Gigi Rizzi, Gabriele Tinti, Marco Mariani, Stefano Oppedisano, Giorgio Dolfin, Gillian Bray Poliziesco, durata 102′ min. – Italia 1970.

Raf Vallone: Amanzio Berzaghi
Frank Wolff: Commissario Duca Lamberti
Gabriele Tinti: Mascaranti
Gillian Bray: Donatella Berzaghi
Eva Renzi: moglie di Lamberti
Gigi Rizzi: Salvatore
Beryl Cunningham: Herrero
Wilma Casagrande: Concetta
Checco Rissone: Ing – Salvarsanti
Marco Mariani: Franco Baronia
Jack La Cayenne: Franco Baronia – l’altro
Stefano Oppedisano: collega di Salvatore

 

Regia Duccio Tessari
Soggetto dal libro I milanesi ammazzano al sabato di Giorgio Scerbanenco
Sceneggiatura Artur Brauner, Biagio Proietti, Duccio Tessari
Produttore Artur Brauner, Giuseppe Tortorella
Casa di produzione Central Cinema Company Film, Filmes Cinematografica, La Lombard Filmes Cinematografica
Fotografia Lamberto Caimi
Montaggio Lamberto Morra
Musiche Gianni Ferrio

Incipit del romanzo

Duca Lamberti disse: “Si”. Non era un’interrogazione, era un’approvazione.
L’uomo anziano ma robusto, solido, largo, muscoloso, velloso alle orecchie e alle sopracciglia, dall’altra parte del tavolo, riprese a parlare.

Les aventuriers du Rio Verde (TV mini-serie)
– Manana (1993)
– Le barrage (1992)
1992 Beyond Justice
1991 Il principe del deserto (TV mini-serie)
1990 Il gorilla (TV series)
– Le gorille et l’amazone (1990)
1990 C’era un castello con 40 cani
1988 Una grande storia d’amore (TV movie)
1988 Guerra di spie (TV mini-serie)
1986 Bitte laßt die Blumen leben
1985 Baciami strega (TV movie)
1985 Caccia al ladro d’autore (TV serie)
– Il ratto di Proserpina (1985)
1985 Tex e il signore degli abissi
1984 Nata d’amore (TV mini-serie)
1981 Un centesimo di secondo
1978 L’alba dei falsi dei
1976 La madama
1976 Safari Express
1975/I El Zorro la belva del Colorado
1974 L’uomo senza memoria
1974 Uomini duri
1973 Tony Arzenta – Big Guns
1973 Gli eroi
1972 Forza ‘G’
1971 Viva la muerte… tua!
1971 Una farfalla con le ali insanguinate
1970 La morte risale a ieri sera
1970 Quella piccola differenza
1969 Vivi o, preferibilmente, morti
1968 I bastardi
1968 Meglio vedova
1967 Per amore… per magia…
1966 Bacia e spara
1965 Il ritorno di Ringo
1965 Una pistola per Ringo
1965 Una voglia da morire
1964 La sfinge sorride prima di morire – stop – Londra
1963 Il fornaretto di Venezia
1962 Arrivano i titani

Soundtrack del film

Due flani del film

 Giorgio Scerbanenco

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Brutti sporchi e cattivi

Un’umanità brutta, sporca e cattiva, che vive emarginata in una baraccopoli ai margini della metropoli in condizioni di degrado fisico e morale, in cui tutti sono pronti a far tutto pur di galleggiare in un’esistenza anonima e segnata dalla miseria e dall’abbrutimento
Un microcosmo popolato da accattoni e ladri, puttane e truffatori, un’umanità segnata anche fisicamente da tratti somatici spesso ripugnanti, in cui vige una promiscuità in cui non c’è alcuna regola morale, nella quale fioriscono rapporti incestuosi e rapporti proibiti tra e con minorenni; questo è il quadro d’assieme del film di Scola, che indica proprio nel titolo le caratteristiche specifiche di questa massa amorfa di individui che sono per l’appunto brutti sporchi e cattivi.
Siamo alla periferia di Roma, in un campo densamente popolato e strutturato a macchia di leopardo con costruzioni fatiscenti in cui vivono, in condizioni assolutamente proibitive quelli che sono gli emarginati e i reietti della società civile; fra essi spicca la famiglia allargata di Giacinto Mazzatella, un emigrato pugliese privo di un occhio dal carattere dispotico, che alloggia in una baracca in cui vivono due dozzine di persone.

Promiscuità nella baracca

Tra esse ci sono la consorte di Giacinto, la mamma, i figlie le figlie, le nuore che occupano come bestie la cadente costruzione; Giacinto non si fa scrupoli di trattare tutti come animali, assolutamente indifferente a qualsiasi forma di morale. Lo vedremo infatti circuire sua nuora, portarsi a casa una prostituta e imporla come sua compagna alla moglie e al parentame,usare la sua cinica a abominevole morale per dominare e tiranneggiare la pletora di persone che lo circonda, tutti in qualche modo costretti a ruotare attorno alla sua figura.
Giacinto sa di poter dominare gli altri in virtù del possesso di un milione di lire, somma che gli è stata riconosciuta come indennizzo per aver perso un occhio; quel milione ovviamente fa gola a tutti e lui lo nasconde nei luoghi più improbabili, fino a scordarsi talvolta il nascondiglio in cui lo ha messo.

Nino Manfredi

Allora Giacinto diventa ancor più disumano se vogliamo; la sua furia si abbatte su tutti, fino al momento in cui ritrova il denaro e torna quindi ad una dimensione meno diabolica.
Il precario equilibrio della gente della barracca si dissolve il giorno in cui porta a casa Iside, una formosa prostituta napoletana con la quale si è dato alla bella vita, iniziando a dilapidare il suo piccolo gruzzolo.
Per la famiglia è un’onta intollerabile; non è il gesto in se a scatenare le ire, perchè ben altre cose accadono in quella succursale d’inferno che è la baracca, ma è lo spreco di denaro la molla scatenante, perchè su quel denaro ci fanno affidamento un pò tutti.
Così, con un complotto di famiglia grottesco e tragico si arriva alla decisione finale; Giacinto deve morire.
Gli avvelenano la pasta, ma il piccolo Lucifero si salva, perchè è scaltro, perchè assomiglia ad un topo, uno di quelli che infestano il campo; così, conscio di esser stato avvelenato con un topicida, Giacinto si salva ingerendo acqua salata e vomitando il micidiale intruglio.


La sua vendetta scatta puntuale: vende la baracca ad un altro gruppo di disperati, acquista una vecchia auto e si gode la scena dell’arrivo degli emigrati che si scontra con la sua famiglia. Poi da fuoco alla barracca; adesso le famiglie senza casa sono due, ma la soluzione c’è.
E Giacinto torna ad occupare il suo ruolo di re della corte dei miracoli; si fa nascondere il denaro nel braccio che adesso porta ingessato e giganteggia dall’alto del ritrovato potere.
Brutti sporchi e cattivi è un film grottesco all’eccesso, cattivissimo e nichilista, in cui si muove un’umanità sperduta e senza bussola, in cui non c’è un solo personaggio che non risenta della situazione di degrado morale in cui vive.
E la degradazione la avvertiamo in quasi tutte le scenette costruite dal regista, quell’Ettore Scola che con questo film raggiunge le vette della sua poetica; siamo di fronte ad un piccolo capolavoro che riesce nell’impresa di capovolgere gli stereotipi imposti dalla morale corrente, in cui i poveri sono solamente sfortunati protagonisti della vita sociale.
In questo film si ribaltano le prospettive, perchè affiora l’altra faccia di un’umanità fatta di poveri che non sono solo tali dal punto di vista economico, ma lo sono dal punto di vista etico e morale, una massa amorfa priva di dignità e regole, di sentimenti e sopratutto un’umanità istintiva preda delle peggiori pulsioni.


Scola dipinge quindi un sottoproletariato che assomiglia a quello pasoliniano solo per l’habitat nel quale si muove; non ha speranze, questo popolo di disperati e non le ha perchè è marcio dentro, perchè è cattivo di suo, perchè ha un comportamento asociale e anarchico.
Non ci sono leggi che tengano, non c’è armonia o pulizia morale in questo girone dantesco; nella barracca ( e il discorso lo si può allargare a tutto il campo) si vive assieme per opportunità personale, perchè non c’è altro posto in cui ripararsi, mangiare e espletare i propri bisogni.
Emblematica a tal fine la figura della ragazzina che riempie l’acqua per la famiglia; è l’immagine di apertura e la vediamo guardare, con occhi sognanti e ancora se vogliamo puri in direzione della città, che sembra lontana anni luce dall’alto della cupola di san Pietro. La rivedremo nelle scene finali andare ancora a riempire l’acqua, ma questa volta incinta.Un’immagine desolante, ancora stagliata con la città in lontananza, assolutamente indifferente ai drammi di gente che vive esistenze al più infimo livello animalesco.


Scola smonta quindi un mito, quello del povero sfortunato e ne fa un mito all’opposto, creando le condizioni per la nascita di un’altra frazione di sottoproletariato, quello senza speranza e senza futuro.
Un mondo in cui vige una legge della giungla ancor più crudele, perchè popolata da esseri pensanti eppure allo stesso tempo preda degli istinti più ciechi.
Quando nel 1976 il grandissimo regista di Trevico mette mano alla sceneggiatura di questo film è reduce dal successo di uno dei capolavori del cinema italiano, quel C’eravamo tanto amati in cui aveva fatto capolino tutta l’amarezza e il cinismo di un uomo che vede e analizza come farebbe un patologo con un cadavere la vita e la società; è il momento più fecondo e profondo del regista, che di li a poco avrebbe consegnato alla storia del cinema altri capolavori come Una giornata particolare, La terrazza e La famiglia.

Beryl Cunningham

Parte della critica è stata poco indulgente con Scola e questo non deve sorprendere; i critici spocchiosi, abituati a vedere film incomprensibili salutati come manifesto del mondo moderno poco potevano capire di un’ars poetica così amara e cinica, che per certi versi tanto assomiglia a quella di Monicelli, pur essendo naturalmente diversa e di diverso respiro.
Brutti sporchi e cattivi è un film disturbante, amaro e grottesco, cattivo fin nel midollo ed è sopratutto la titanica prova d’attore di Nino Manfredi, che interpreta il satanico Giacinto con una compenetrazione nel personaggio assoluta e totale.
Abbiamo conosciuto bene l’attore ciociaro, tanto da sapere perfettamente che lui umanamente è agli antipodi dal personaggio interpretato; eppure quella caratterizzazione perfetta, quell’aria luciferina, quel suo essere personaggio dannato e senza speranza è così trasfigurato da farci chiedere legittimamente se in fondo nell’animo dell’attore non albergasse una piccola parte di quel Giacinto così splendidamente interpretato.

La prostituta Iside

Perchè Manfredi/Giacinto alla fine sembrano un tutt’uno; e poichè abbiamo conosciuto il Manfredi sornione e ironico, allegro e gentile gli facciamo credito di una capacità interpretativa straordinaria, in questo ruolo che sarà uno dei più intensi realizzati in una carriera straordinaria.
E’ proprio con Scola che Manfredi raggiunge l’apice della sua abilità, della sua capacità di creare personaggi straordinariamente reali.
Ed è con questo film che l’attore ciociaro può, a pieno titolo, fregiarsi dell’immagine figurata di primo degli attori del nostro cinema.

L’avvelenamento di Giacinto

Tornando al film è difficile scegliere scene rappresentative dello stesso, visto il percorso lineare dello stesso, la discesa agli inferi di questo gruppo di umani così poco umani; a dover scegliere obbligatoriamente segnalerei la scena iniziale e quella finale che ho citato con protagonista la ragazzina che perde la purezza iniziale proprio in virtù del lassismo morale che impera nella barracca, la scena del congresso carnale tra uno dei figli e la cognata avvenuto all’interno della barracca stessa mentre tutti dormono e segnata dalla frase “Ahò, la faccia da mignotta ce l’hai, er fisico pure. nun vedo perché nun dovresti esse all’altezza della situazione“, l’oltraggioso rapporto tra uno dei fili e Iside (la prostituta) anch’esso caratterizzato dal fulminante assunto “Sono uno di famiglia“, il primo incontro tra Giacinto e Iside sotto un gigantesco cartellone pubblicitario, uno dei totem della civiltà dei consumi oppure la scena più grottesca  e cattiva del film, il momento in cui buona parte della famiglia accompagna la vecchia nonna a riscuotere la pensione, un corteo di straccioni che invade le strade di una Roma indifferente e repellente.

L’incendio della baracca

Un film contestato, a volte poco capito e che ha diviso come in pochi casi il pubblico e la critica; segno della vitalità, della forza dirompente di una pellicola capace di generare discussioni violente, riflessioni e capace di sovvertire canoni precostruiti.
Un viaggio all’inferno e nell’inferno, dal quale siamo fuori, fortunatamente.
Forse.

 

Brutti sporchi e cattivi
Un film di Ettore Scola. Con Nino Manfredi, Marcella Michelangeli, Marcella Battisti, Francesco Crescimone, Silvia Ferluga, Zoe Incrocci, Adriana Russo, Franco Marino, Ennio Antonelli, Beryl Cunningham, Ettore Garofalo, Maria Bosco Commedia, durata 115′ min. – Italia 1976.

Nino Manfredi: Giacinto Mazzatella
Francesco Anniballi: Domizio
Ennio Antonelli: l’oste
Marcella Battisti: Marcella Celhoio
Maria Bosco: Gaetana
Giselda Castrini: Lisetta
Francesco Crescimone: il commissario
Beryl Cunningham: la baraccata di colore
Alfredo D’Ippolito: Plinio
Giancarlo Fanelli: Paride
Silvia Ferluga: la maga
Marina Fasoli: Maria Libera
Ettore Garofolo: Camillo
Zoe Incrocci: la madre di Tommasina
Franco Marino: padre Santandrea
Marco Marsili: Vittoriano
Franco Merli: Fernando
Marcella Michelangeli: impiegata postale
Clarisse Monaco: Tommasina
Linda Moretti: Matilde
Luciano Pagliuca: Romolo
Giuseppe Paravati: Tato
Aristide Piersanti: Cesaretto
Silvana Priori: Moglie di Paride
Giovanni Rovini: la nonna Antonecchia
Adriana Russo: Dora
Maria Luisa Santella: Iside
Mario Santella: Adolfo
Assunta Stacconi: Assunta Celhoio

Regia Ettore Scola
Soggetto Ruggero Maccari, Ettore Scola
Sceneggiatura Ruggero Maccari, Ettore Scola
Produttore Carlo Ponti
Fotografia Dario Di Palma
Montaggio Raimondo Crociani
Effetti speciali Fratelli Ascani
Musiche Armando Trovajoli
Scenografia Luciano Ricceri, Franco Velchi
Costumi Danda Ortona
Trucco Francesco Freda

Tarzana,sesso selvaggio

La piccola Elisabeth Shipper è scomparsa anni addietro in una foresta, da quando l’aereo che trasportava lei, sua madre e suo padre Donovan è caduto nei pressi di Nairobi; da allora suo zio Glen Donovan, deciso a ritrovarla per nominarla erede del suo patrimonio (l’uomo non ha eredi diretti oltre Elisabeth) l’ha cercata inutilmente.
Ma un giorno, sedici anni dopo, i resti dell’aereo vengono ritrovati e con essi i corpi senza vita di Donovan e di sua moglie; manca all’appello il corpo di Elisabeth, che presumibilmente è ancora viva.
Glen Donovan decide di organizzare una spedizione,al comando di Glen Shipper a cui promette 100.000 dollari in caso di successo della stessa, ingaggiando il subdolo Groder e il suo amico Fred e aggiungendo anche Doris Miller, la sua segretaria.

Una splendida Femi Benussi è Tarzana

Groder ha per la mente un’idea sola; impedire il ritrovamento di Elisabeth e in caso di successo della spedizione, uccidere la ragazza per ereditare l’ingente patrimonio di Glen in qualità di erede prossimo del miliardario.
Dopo varie vicissitudini, il gruppo scopre che la ragazza è ancora viva e che anzi si è adattata alla vita dalla giungla, arrivando a convivere con le belve che la popolano. Rispettata dagli indigeni che la chiamano Tarzana, Elisabeth non ha memoria della sua vita passata; Groder riesce a catturare la ragazza ma sul punto di ucciderla viene fermato da Fred che vuole usare la ragazza come arma di ricatto verso Groder.

Beryl Cunningham

Ma le cose volgono al meglio quando dopo un inseguimento nella giungla Fred finisce in una trappola mentre insegue la astuta Tarzana che conosce a menadito tutte le insidie della giungla.
L’uomo cade in una profonda fossa morendo infilzato su alcuni bastoni acuminati posti sul fondo.
Raggiunta da Glen e da Doris Miller Tarzana…….
In una giungla ricostruita in studio con un’ingenuità disarmante e con una povertà di mezzi francescana, Tarzana sesso selvaggio è un B movies di qualche successo girato nel 1969 da Guido Malatesta per sfruttare la buona fama e l’indiscutibile bellezza di Femi Benussi,

Franca Polesello

l’attrice friulana che nei tre anni precedenti aveva partecipato a una ventina di pellicole di vario genere, inclusa un’altra versione girata nella giungla di un film fac simile, quel Samoa regina della giungla che l’aveva vista protagonista assieme ad Edwige Fenech.
Con un titolo assolutamente fuorviante come Tarzana sesso selvaggio lo spettatore è indotto a pensare di trovarsi davanti ad una di quelle prime pellicole sfacciatamente erotiche che sul finire del decennio sessanta iniziavano ad invadere gli schermi.
Il film invece di erotico non ha assolutamente nulla, concedendo alla platea qualche seno nudo della splendida Benussi e dell’altra protagonista,Franca Polesello.


Il resto del film è di una noia mortale, mancando alla pellicola stessa una sceneggiatura valida e sopratutto interpretata com’è da attori di livello troppo basso per poter riscattare la sciatteria della storia.
Del resto il film appare una scopiazzatura di Gungala la vergine della giungla, con protagonista la splendida Kitty Swan uscito l’anno prima sugli schermi; in questa pellicola Malatesta altro non fa che clonare il personaggio di Tarzan, metterci al suo posto una controfigura femminile di fascino come Femi Benussi, e lasciarla libera di scorazzare per la giungla a seni nudi, cavalcando un elefante di dimensioni contenute e lasciandola libera di lanciare urla quasi isteriche in pura imitazione del ben più famoso personaggio di Edgar Rice Burroughs.
Per poter far fronte alla misera sceneggiatura, Malatesta propone quindi topless a tutto spiano delle protagoniste della storia le citate Polesello e Benussi, aggiungendo un fascino di esotica e selvaggia bellezza con Beryl Cunningham, che esegue una danza selvaggia e orgiastica nel vllaggio degli indigeni che si apprestano ad attaccare la spedizione che improvvidamente si è avventurata nella giungla.


Inutile andare per il sottile aggiungendo altri particolari alla trama, che è così lineare e prevedibile da risultare commovente nella sua semplicità; dopo aver citato le generose forme di Femi Benussi e di Franca Polesello altro non resta da fare che ricordare che questo film non esiste in versione digitale ma solo analogica, il che non è assolutamente un male. A quanto mi risulta non dovrebbe esserci nemmeno una versione in italiano su supporto magnetico, visto che le uniche immagini e gli unici filmati esistenti sono in lingua inglese o tedesca.

 

Tarzana sesso selvaggio
Un film di Guido Malatesta. Con Femi Benussi, Franca Polesello, Ken Clark, Beryl Cunningham, Raf Baldassarre, Furio Meniconi, Franco Ressel, Ugo Adinolfi, Fortunato Arena, Andrew Ray Avventura/Erotico, durata 90 min. – Italia 1970.

Ken Clark … Glen Shipper
Franca Polesello … Doris
Beryl Cunningham … Kamala – Dancer
Femi Benussi … Tarzana
Franco Ressel … Groder
Raf Baldassarre … Fred
Alfred Thomas … Kamuro
Furio Meniconi … Lars

Regia Guido Malatesta come James Reed
Sceneggiatura Gianfranco Clerici ,Guido Malatesta,Phillip Shaw
Produzione Glen Hart,Fortunato Misiano
Musiche Angelo Francesco Lavagnino
Montaggio Augusto Tiezzi
Fotografia Jolanda Benvenuti

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Femi Benussi, foto di scena

Franca Polesello, foto di scena

Gruppo di Lobby card del film

Le salamandre

Le salamandre locandina

Nel 1969 l’esordiente Alberto Cavallone gira Le salamandre, opera a bassissimo costo ma piena di idee innovative e sopratutto di tanta voglia di sperimentare nuove vie di comunicazione cinematografica.
I soldi sono pochissimi e Cavallone è costretto ad assumere per il film la fotomodella Erna Schurer perchè è la fidanzata di Carlo Maietto che produce il film e una fotomodella assolutamente sconosciuta, la giamaicana Beryl Cunningham. Il resto del cast è composto da Antonio Casale/Anthony Vernon, che era anche aiuto regista e da Renzo Maietto, il fotografo che interpreta un personaggio secondario.

Le salamandre 1

Per risparmiare ulteriormente, si scelse di ambientare la vicenda in Tunisia e di inserire nel film sequenze di guerra e assassini e brevi frammenti di documentari sulla lotta inter razziale fra bianchi e neri.
Si tratta quindi di un prodotto assolutamente sperimentale, a partire dal formato della pellicola ovvero l’economico 16 millimetri.
Come vediamo nelle sequenze finali del film, il ciak riporta quello che nelle intenzioni doveva essere il titolo originale della pellicola, “C’era una bionda” che però venne rifiutato dalla casa incaricata di distribuire il film stesso e si optò per Le salamandre, titolo che avrebbe reso famoso un film assolutamente particolare e per certi versi unico.
Siamo nel post sessantotto e  il cinema è in evoluzione turbinosa dopo gli anni di stasi precedenti, in cui si era badato principalmente al botteghino e in cui solo qualche grande regista aveva deviato dai binari del commerciale per tentare soluzioni diverse.

Le salamandre 2

Cavallone gira un film in cui è presente un elemento fino ad allora solo sfiorato dalla cinematografia, ovvero l’omosessualità femminile integrandolo con l’inter razzialità e le difficoltà di comunicazione fra bianchi e neri e molto più ambiziosamente spingendo l’acceleratore sul colonialismo e sui danni irreversibili che aveva prodotto.
Il film narra infatti la storia fra due fotomodelle, Ursula (bianca) e Uta (nera), che hanno una relazione lesbica iniziata proprio da Ursula che ha assunto la spaesata Uta per un servizio fotografico e subito dopo ne ha fatto la sua amante.
Uta accetta la storia d’amore e sesso con la sua datrice di lavoro un pò perchè intende sfruttare a suo vantaggio la fama che può derivare dal fatto che Ursula lavora per grosse riviste, un pò per denaro (è pagata 50 dollari al giorno). Poi, probabilmente, c’è posto anche per una piccolissima dose di vero amore.
La ragazza di colore è arrivata in Africa proveniente dalla dura realtà del quartiere ghetto di Harlem a New York, in cerca di una realizzazione personale e in fuga dallo squallore delle sue precedenti condizioni di vita.
Un giorno mentre lei e Ursula stanno scattando delle foto su una spiaggia, conoscono Henri Duval, un ricco medico che vive in una spledida villa poco lontano.

Le salamandre 3

Le salamandre 4

Il fascino esotico di Uta e quello fatale di Ursula turbano l’uomo e allo stesso tempo finiscono per coinvolgerlo in un impossibile tiangolo che infatti non si concretizzerà.
Mentre Uta lentamente si rende conto dell’impossibilità di stabilire un legame profondo con Ursula per via della differenza di pelle e di cultura, Henry diventa il punto di approdo di Ursula alla ricerca di una diversa identità sessuale.
Dopo aver provato inutilmente una parentesi di normalità con un giovane che ha conosciuto e con il quale ha provato senza fortuna ad avere un rapporto sessuale (i tuoi problemi devi risolverli da sola, le dice il giovane), Uta ascolta il lungo dialogo tra Ursula ed Henry in cui i due mostrano che la liberalità, la tolleranza razziale e l’amore stesso che lega Ursula a Uta sono sono belle parole senza però basi solide.
Qualche giorno dopo si compie la tragedia.
Uta raggiunge Henry e Ursula su una spiaggia, accoltella Henry e subito dopo Ursula.
Il film termina con il cast del film sulla spiaggia che discute su alcune scene e con Uta che guarda con occhi imperscrutabili verso il mare, mentre stanno per scorrere i titoli di coda.

Le salamandre 5

Le salamandre 6

Un film molto difficile, Le salamandre.
La scelta del regista milanese (scomparso nel 1997 a 59 anni) di ambientare il film quasi completamente sulle diverse personalità dei personaggi arricchendola di dialoghi lunghissimi e a tratti anche noiosi trasforma la pellicola in una indagine socio culturale mescolata a elementi appartenenti alla sfera affettiva.
Il lesbismo delle due protagoniste si amalgama così alla loro evidente differenza razziale, intesa non in senso spregiativo ma come appartenenza a due culture assolutamente diverse e che per secoli sono sembrate quasi inconciliabili.
La pelle scura di Uta e la pelle chiara di Ursula sono infatti differenze sostanziali; le due donne appartengono a due mondi diversissimi.

Le salamandre 7

La bionda fotografa è una donna cinica, spietata e moralmente marcia; lo prova la maniera drammaticamente squallida in cui liquida la sua ex modella Linn arrivando a scattare fotogrammi che testimoniano gli ultimi momenti di vita della modella stessa che sta morendo suicida.
Uta sente invece già su di se una sorta di complesso di inferiorità legato al colore della sua pelle e alle sue origini proletarie.
Tra le due donne non può esserci nessun punto di contatto, su queste basi.
Il rapporto morboso che le lega è infatti accettato passivamente da Uta che in questo modo tenta di affrancarsi dalla povertà e dalla sua condizione di donna di colore. Ma, come le fa notare il giovane con il quale ha una fugace e inconcludente relazione, in realtà Uta ha scelto di vendersi e di conseguenza di affrettare in modo però inconlcudente un processo di liberazione lungo e complesso.

Le salamandre 9

A far esplodere le contraddizioni dell’impossibile coppia arriva il medico Henri, con tanti bei fumosi discorsi sulla uguaglianza e sulla morale.
Discorsi inutili, che finiranno solo per fare da detonatore alla crisi tra le due donne.
Il linguaggio di Cavallone ha un certo fascino ma è anche eccessivamente verboso e prolisso; colpa di un post sessantotto fatto anche di tanti discorsi teorici spesso non seguiti da messe in pratica adeguate.
Il regista segue i protagonisti alle volte con la MDP a mano, altre volte scegliendo inquadrature dal basso, utilizzando poi un finale assolutamente spiazzante.
Mostra insomma voglia di sperimentare e solo per questo andrebbe menzionato con lode.
Certo, a distanza di 40 anni è davvero difficile sopportare un film in cui praticamente non accade quasi nulla.
Eppure, alla sua uscita il film ebbe un notevole successo.
Merito probabilmente dell’atmosfera erotica favoleggiata dai primi recensori del film, che nella realtà esiste molto marginalmente.

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Le scene di sesso sono inesistenti mentre qua e là ci sono fugacissimi nudi della Schurer e della Cunningham (assolutamente casti e mascherati).
Ma tanto bastò evidentemente ad attirare qualche spettatore in più; il resto lo fece la critica, che salutò Cavallone come una specie di enfant prodige del cinema italiano.
Sicuramente influì moltissimo la presentazione del film avvenuta al cinema Quattro Fontane di Roma, proiezione durante la quale arrivarono a sorpresa attori del calibro della Vitti e registi come Antonioni e Patroni Griffi, che ebbero parole d’elogio per il regista.
Nel 1970, parlando di questo film, il regista milanese disse:
Ho messo in scena il rapporto lesbico fra una bianca e una negra. Il rapporto sessuale è di per sé schiavizzante, nel caso dell’omosessualità è anche un rapporto sterile. Così come è sterile e schiavizzante il rapporto fra bianchi e negri al giorno d’oggi. Invece ne “Dal nostro inviato a Copenaghen” l’eros è mostrato come un elemento di aridità della società occidentale. In questo periodo, sai bene, che l’argomento di tesi di laurea per molti studenti universitari italiani, è la sessualità nei paesi scandinavi. In Danimarca, paese del libero amore, la società è ugualmente ipocrita non meno che nei paesi dell’amore non libero. Si utilizza questo argomento per ottenere qualcos’altro, così come una volta si sussurravano paroline adulatrici ( vedi il personaggio del soldato che vuole disertare e va a letto con la studentessa di sinistra pèrchè lei lo aiuti nel suo intento).”
In un altro frammento dell’intervista Cavallone chiarisce il suo modo di vedere il cinema, anticonformista e sicuramente politicamente scorretto:
Non mi interessa la poesia. La poesia può magari venir fuori, nei miei film, ma solo per caso. Ciò che conta è solo il discorso politico. Il cinema, per me, è un modo di esprimere delle idee politiche mediante lo spettacolo…..
Ancora, parlando dell’utilizzo del sesso nei suoi film:
Io credo di avere smitizzato il sesso come strumento della rivoluzione. Molti hanno vissuto nell’illusione che, sessualizzando al massimo i loro film, o romanzi, o che altro, fosse possibile scandalizzare la società borghese ed impiantare uno nuova società. Mostrando invece l’aridità profonda del rapporto solamente sessuale, io credo di avere dato una mano a capire che la libertà sessuale non è la libertà in senso generale, ma solo una modesta parte di esse.”
Cavallone nel 1977 dirigerà quella che è la sua opera più controversa e sicuramente meglio riuscita, ovvero L’uomo la donna e la bestia-Spell, dolce mattatoio, un film che è un durissimo atto d’accusa ai modelli della civiltà.
Tornando a Le salamandre, è un film di difficilissima reperibilità; esistono solo delle versioni VHS ormai logore.
E’ stato riscoperto, dopo un oblio lunghissimo, durante una retrospettiva tenuta al cinema Trevi nel 2007, che ha permesso una rivisitazione delle oepre di un regista geniale e scomodo.

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Le salamandre, di Alberto Cavallone, con Beryl Cunningham, Erna Schurer, Tony Carrell- Drammatico Italia 1969

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Erna Schurer         …     Ursula
Beryl Cunningham         … Uta
Tony Carrel … Il giovane confidente di Uta
Antonio Casale          …     Dottor. Henry Duval (come Anthony Vernon)
Michelle Stamp… Linn

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Regia: Alberto Cavallone
Sceneggiatura: Alberto Cavallone
Musiche: Franco Potenza
Editing: Alberto Cavallone
Aiuto regia: Antonio Casale

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Il flano del film che annunciava la proiezione dello stesso

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Erna Schurer e Beryl Cunningham

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Il dio chiamato Dorian

Il dio chiamato Dorian locandina

Due mani tremanti, sporche di sangue sotto un rubinetto che porta via in lunghi rivoli il segno di quello che resta di un omicidio.
Non sappiamo di chi sono, perchè pochi istanti dopo siamo proiettati nella swinging London che ci appare in tutta la sua decadente bellezza nel periodo a cavallo fra il finire degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta.
Troviamo Dorian Gray, un giovane bellissimo, in uno dei tanti night che popolavano la vita notturna della capitale londinese e di la lo seguiamo mentre osserva stupito lo splendido ritratto che il suo amico pittore Basil gli ha fatto a sua insaputa. Nella casa di Basil, in cui c’è anche il gallerista Henry Wotton, Dorian sembra quasi ipnotizzato dal dipinto; una volta in suo possesso, gli si rivolge quasi fosse una cosa viva, chiedendogli se fosse possibile mantenere sul suo corpo quella selvaggia bellezza.

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Marie Liljedahl è Sybil Vane

Esaudito da qualcosa di misterioso, ritroviamo Dorian, bellezza sfolgorante, approfittare delle sue doti fisiche per circuire dapprima la giovane Sybyl, che si ucciderà per lui e poi, in una lunghissima e allucinata caduta verso l’abiezione più estrema lo vediamo corrompere donne mature, giovani e infine avere rapporti anche con il maturo Henry Wotton.
Ma questa discesa senza freni nell’abisso della lussuria e dell’amoralità non resterà senza conseguenze.
Un giorno infatti Dorian scopre con orrore che il dipinto invecchia a vista d’occhio mostrando su quello che era il suo bellissimo volto ritratto, i segni delle turpitudini commesse.
Dopo aver litigato con Basil, che ritiene in qualche modo responsabile della cosa, Dorian lo uccide.
E’ l’atto finale, perchè il volto del ritratto diventa mostruoso.
Dorian, impugnato un coltello, si uccide davanti al ritratto che improvvisamente torna a mostrare le fattezze originali mentre il corpo di Dorian subisce un’orrenda metamorfosi.
Il dio chiamato Dorian, per la regia di Massimo Dallamano esce nel 1970 e subisce la sorte del precedente Le malizie di Venere ovvero pesanti censure e tagli, nonostante  il regista faccia l’impossibile per rendere poco visibili le situazioni erotiche in cui il suo Dorian Gray viene a trovarsi.
Un’atmosfera ben diversa da quella in cui era immerso il romanzo Il ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde, che uscì in una Londra profondamente diversa nel 1890, in piena epoca vittoriana e con lo scrittore costretto ad affrontare un processo per omosessualità che lo devastò.

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L’inizio della relazione con Sybil

Dallamano tenta un’operazione ardita se non impossibile; ridurre un romanzo basato sulla sottile esaltazione dell’estetismo wildiano, una corrente in forte ascesa nell’epoca vittoriana, una celebrazione della bellezza e della giovinezza opposta al rigore puritano e bacchettone della stessa atmosfera vittoriana in un film che coniughi la necessità di mostare azione con la lentezza dei dialoghi dello scrittore, impegnato in un’opera di difficile equilibrismo.
Il film si discosta ovviamente dal romanzo, prima di tutto perchè ambientato in epoca contemporanea poi per la scelta specifica di Dallamano di privilegiare la parte erotico/dissoluta del protagonista.

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Margaret Lee è Gwendolyn

Il Dorian di Wilde all’inizio del romanzo è giovane ed innocente, mentre quello di Dallamano lo vediamo subito impegnato a seguire lo spettacolo osè di un travestito in un locale notturno.
Entrambi però cambiano il loro modo di essere subito dopo l’arcana trasformazione che avviene nel loro fisico: sono giovani e belli probabilmente per tutto il corso della loro vita, mentre ad invecchiare è il ritratto bellissimo creato da Basil.
Il Dorian di Dallamano però si immerge voluttuosamente in una spirale di depravazione: lo vediamo circuire e sedurre la bella Sybil che morirà per lui, lo seguiamo mentre allaccia una relazione torbida e sensuale con la splendida Gwendolyn che ha la sua stessa morale elastica, fino alle fugaci relazioni per volgar denaro intrecciate con la matura signora Ruxton o con la signora Clouston.Il film si immerge volutamente in un’atmosfera malata, alla deriva tra personaggi moralmente discutibili e socialmente elevati, quasi esistesse una correlazione precisa tra le due cose.

Che è poi l’humus nel quale sguazza il romanzo di Wilde, ma le similitudini terminano quà.
Dallamano è molto formale, si barcamena tra un erotismo di facciata e una blandissima fustigazione alla società corrotta nella quale naviga il suo Dorian; che ci appare bellissimo e dannato, sempre con lo splendido corpo ostentato e ripreso da ogni angolazione.

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Beryl Cunningham è la fotografa Adrienne

La fotografia accuratissima da al film un’aura particolare, quasi estraneando il film stesso dall’epoca storica in cui è girato, ma è solo un dettaglio perchè nonostante questo, nonostante la presenza del bello e dannato Helmut Berger, nonostante il cast faccia il suo lavoro con scrupolo non ci si allontana più di tanto da un bel esercizio di stile.
Colpa di una trama conosciuta a memoria, con la sola variante minima del finale, colpa anche di una pigra indolenza della pellicola che scorre senza grandi guizzi verso il fatidico The end.
Però va detto che il film in fondo è gradevole e si lascia guardare con piacere.

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Una delle tante amanti di Dorian

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Ore d’amore con Sybil

Il regista milanese cambia il dettaglio finale della morte di Dorian, trasformandola da un evento sovrannaturale ad un suicidio indotto dalla visione, attraverso il quadro, delle scelleratezze commesse che compaiono in un veloce flash back nei momenti finali, ricordando a Dorian l’omicidio di Basil, la morte di Sybil ecc.
Scrive Wilde nel suo romanzo:
“Si guardò intorno e vide il coltello che aveva ucciso Basil Hallward. Era stato ripulito più volte, finché non c’era rimasta la più piccola macchia; era lucido e brillava. Come aveva ucciso il pittore, così avrebbe ucciso l’opera del pittore e tutto quello che essa significava. Avrebbe ucciso il passato; morto questo, sarebbe stato libero. Avrebbe ucciso quella mostruosa vita dell’anima e senza le orrende ammonizioni di questa sarebbe stato in pace. Afferrò l’arma e colpì il ritratto.

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Helmut Berger interpreta Dorian Gray; il giovane assiste stupefatto al capolavoro dell’amico Basil…

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Basil mostra il ritratto all’amico Dorian

Si sentì un grido e un fracasso: un grido così orribilmente straziante che i servi spaventati si svegliarono e uscirono dalle loro camere. Due signori che passavano di sotto sulla piazza si fermarono a guardare la grande casa, poi ripresero il cammino finché incontrarono un agente e lo portarono indietro. L’agente suonò più volte il campanello ma nessuno rispose. La casa era tutta al buio, eccetto una luce a una finestra dell’ultimo piano.Dopo un po’ si allontanò, fermandosi in un portico vicino a sorvegliare la casa.
– Di chi è questa casa? – chiese il più anziano dei due signori.
– Del signor Dorian Gray – rispose la guardia.
Si guardarono l’un l’altro con un sorrisetto e si allontanarono.
Uno dei due era lo zio di Sir Henry Ashton.
Dentro, nel quartiere della servitù, i domestici mezzo vestiti si parlavano tra di loro bisbigliando; la vecchia signora Leaf piangeva e si torceva le mani; Francis era pallido come un morto.
Dopo un quarto d’ora circa, prese con sé il cocchiere e uno dei lacchè e salì le scale. Bussarono, ma nessuno rispondeva; gridarono, ma tutto taceva. Finalmente, dopo un vano tentativo di forzare la porta, salirono sul tetto e si calarono sul balcone. Le finestre cedettero con facilità; i serramenti erano vecchi.
Entrando, trovarono, appeso al muro, uno splendido ritratto del loro padrone, come lo avevano visto l’ultima volta, mirabile di gioventù e di bellezza eccezionali. Steso sul pavimento c’era il cadavere di un uomo in abito da sera, con un coltello nel cuore.
Aveva il viso avvizzito, rugoso, repellente. Solo dopo aver esaminato gli anelli poterono identificarlo.”
Massimo Dallamano tronca il suo film proprio sul volto ormai mostruoso di Dorian mentre il ritratto ritorna alla bellezza originaria; il film è finito, in fondo non è stato tempo speso male.

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L’arcana metamorfosi del ritratto è completa

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L’orrenda metamorfosi di Dorian Gray

Il Dio chiamato Dorian
Un film di Massimo Dallamano. Con Margaret Lee, Herbert Lom, Helmut Berger, Beryl Cunningham,Eleonora Rossi Drago, Isa Miranda, Renzo Marignano, Stefano Oppedisano, Richard Todd, Renato Romano, Maria Rohm
Drammatico, durata 104 min. – Italia 1970.

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Helmut Berger     …     Dorian Gray
Richard Todd         …     Basil Hallward
Herbert Lom          …     Henry Wotton
Marie Liljedahl         …     Sybil Vane
Margaret Lee         …     Gwendolyn
Maria Rohm          …     Alice Campbell
Beryl Cunningham     …     Adrienne
Isa Miranda         …     La signora Ruxton
Eleonora Rossi Drago         …La signora     Clouston
Renato Romano         …     Alan
Stewart Black          …     James Vane
Francesco Tensi          … Il signor Clouston

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Regia: Massimo Dallamano
Sceneggiatura: Marcello Coscia, Massimo Dallamano,Günter Ebert
Produzione: Samuel Z. Arkoff,     Harry Alan Towers
Musiche: Carlos Pes, Peppino De Luca
Editing: Leo Jahn,Nicholas Wentworth

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Il flano del film

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Helmut Berger e Marie Liljedhal in una foto pubblicitaria

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Concerto per pistola solista

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La morte dell’anziano Conte Carter vede riunita, nella villa di famiglia, o meglio, in quella che è la faraonica residenza del defunto conte, i parenti prossimi allo stesso, per la lettura del testamento. A loro, un gruppo di consanguinei molto simili ai serpenti, si unisce quello che sembra un anonimo e un tantino imbranato sergente di polizia del vicino paese, Thorpe.

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Evelyn Stewart è Isabel, la figlia di Lord Carter

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Beryl Cunningham è Pauline

La lettura del testamento riserva a tutti una sorpresa: l’erede di tutte le cospicue sostanze del conte è la nipote Barbara, l’unica che sia rimasta vicina all’anziano conte. Sono spogliati così dell’eredità la sorella Gladys e suo figlio Georgie, un complessato e tremendo giovinastro, suo fratello Anthony, la figlia Isabelle e un nipote debosciato, Ted, che ha sposato una giovane di colore, Pauline.

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Orchidea De Santis è la cameriera di casa Carter

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Prima che i delusi eredi possano abbandonare la villa, ecco che viene misteriosamente ucciso il maggiordomo della casa. A indagare è il serafico Thorpe, ma non ci sono tracce; nel frattempo nella villa arriva l’ispettore di Scotland Yard Grey, che inizia ad interrogare tutti i parenti, proprio mentre Ted, il nipote del Conte viene trovato morto per un colpo di pistola alla testa. Sembra un suicidio, ma Thorpe, che ad onta del suo aspetto ha un cervello lucidissimo, scopre che si è trattato di un omicidio.

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Nella foto, a destra, Anna Moffo nel ruolo di Barbara

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Il bravissimo Gastone Moschin nel ruolo dell’ineffabile sergente Thorpe

Viene successivamente trovata morta anche la sua giovane moglie di colore, Pauline, in seguito è Isabelle a cadere vittima di un colpo di fucile. L’assassino sembra inafferrabile, ma ci penserà l’ineffabile Thorpe, attraverso le sue indagini, a scoprire l’insospettabile colpevole.

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“ In questo caso sappiamo con certezza che il colpevole non è il maggiordomo”, commenta ironico Anthony, il fratello del Conte davanti al corpo del maggiordomo, ucciso da una pugnalata. E’ uno degli esempi dello humour di stampo britannico che il film presenta.

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Orchidea De Santis

Un film che è un piccolo gioiello, sia per l’ambientazione, prettamente british, sia per la trama e lo svolgimento, sicuramente convenzionali ma assolutamente gradevoli a vedersi. Il film ha uno svolgimento in tutto simile ai film gialli inglesi, tipo quelli di Agatha Christie, per intenderci, con la mossa geniale del regista, Lupo, di parafrasare l’humour britannico ridicolizzandolo con garbo. Gli attori, molto ben assortiti, danno il loro contributo; bene Evelyn Stewart, che regge il ruolo di Isabelle, molto bravo Gastone Moschin, che tratteggia da par suo la figura di Thorpe, sergente goffo ma dalla mente lucidissima, davvero brava e anche bella Anna Moffo, che interpreta il ruolo di Barbara. In ruoli non di primo piano troviamo Giacomo Rossi Stuart, una giovanissima e molto bella Orchidea De Santis, nel ruolo di una cameriera e l’attrice di colore Beryl Cunnigham.

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Il ruolo dello stranito ispettore Grey è assolto con sufficienza da Lance Percival mentre Marisa Fabbri interpreta alla perfezione il ruolo della megera di casa, Lady Gladys.
Un film davvero ben fatto, ironico al punto giusto, a tratti anche divertente, che si fa seguire fino al colpo di scena finale, ben organizzato e ben congegnato.
Da riscoprire.

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Concerto per pistola solista, un film di Michele Lupo. Con Evelyn Stewart, Gastone Moschin, Peter Baldwin,Anna Moffo,Marisa Fabbri, Beryl Cunningham, Quinto Parmeggiani, Lance Percival, Orchidea De Santis, Christopher Chittell,Giacomo Rossi Stuart Poliziesco, durata 101 min. – Italia 1970

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Anna Moffo: Barbara Worth
Gastone Moschin: sergente Aloisius Thorpe
Eveline Stewart: Isabelle
Lance Percival: isp. Grey
Peter Baldwin: Anthony Carter
Christopher Chittell: Georgie Kemple
Quinto Parmeggiani: Lawrence Carter
Giacomo Rossi Stuart: Ted Collins
Beryl Cunningham: Pauline Collins
Marisa Fabbri: Gladys Kemple
Orchidea De Santis: la cameriera
Robert Hundar: il cameriere
Franco Borelli: l’ospite
Ballard Berkeley: maggiordomo Peter
Richard Caldicot: avvocato Caldicot
Harry Hutchinson: giardiniere Harry

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Regia Michele Lupo
Soggetto Sergio Donati
Sceneggiatura Sergio Donati, Massimo Felisatti, Fabio Pittorru
Casa di produzione Jupiter Generale Cinematografica
Fotografia Guglielmo Mancori
Montaggio Vincenzo Tomassi
Musiche Francesco De Masi
Tema musicale Pyotr Ilyich Tchaikovsky (Concerto n.1)
Scenografia Ugo Sterpini
Costumi Walter Patriarca

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Il dio serpente

Il dio serpente,diretto da Piero Vivarelli nel 1970 si ricorda ancor oggi per due motivi;il primo è rappresentato dalla superba colonna sonora,quella Djamballà che furoreggiò per un’intera estate nei juke box della penisola,nell’esecuzione di Augusto Martelli. E per la prima apparizione di una giovane e procace attrice,che non avrebbe avuto una gran carriera,se non limitata a b-movie con titoli ammiccanti,del tipo la Dottoressa ci sta con il colonnello e via dicendo.

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Il suo nome è Nadia Cassini,e nel film interpreta la giovane moglie di Bernhardt,un abitante dei Caraibi che la chiama a se per viverle accanto.

Il film è abbastanza macchinoso,anche se non privo di un certo fascino,legato ad una storia che mescola il thriller con il fascino dell’esotico,e qualche ardita nudità (per i tempi),in cui rivaleggiano le due protagoniste,la già citata Cassini e Beryl Cunningham.

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Beryl Cunningham è Stella

La trama è molto semplice:Paola (Nadia Cassini),raggiunge il marito ai Caraibi. Qui conosce Stella,una giovane e misteriosa indigena,che la inizia a strani riti ancestrali;il rito culmina nell’invocazione a Djamballa,il dio serpente,che si materializza nei panni di un robusto e affascinante nativo.La donna ne diventerà succube a tal punto che quando il marito perirà in un incidente,lei,indifferente,resterà sull’isola,unendosi al dio serpente.

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Un film molto confuso,in cui predomina l’atmosfera magica dei Caraibi,tra riti voudou orgiastici,testimoniati dai contorcimenti delle due donne durante l’invocazione a Djamballa.Ma aldilà delle bellezze naturali dei posti,davvero notevoli,e alle due protagoniste,del film non resta molta traccia.

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Il dio serpente, un film di Piero Vivarelli. Con Nadia Cassini, Beryl Cunningham, Sergio Tramonti, Evaristo Marquez
Erotico, durata 94 min. – Italia 1970.

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Nadia Cassini: Paola
Beryl Cunningham: Stella
Galeazzo Bentivoglio: Bernard, marito di Paola
Sergio Tramonti: Tony

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Regia Piero Vivarelli
Soggetto Piero Vivarelli
Sceneggiatura Piero Vivarelli, Ottavio Alessi
Produttore Alfredo Bini
Casa di produzione Finarco
Fotografia Benito Frattari e Francesco Alessi
Montaggio Carlo Reali
Scenografia Giuseppe Aldrovandi
Costumi Maria Pia Lo Savio
Trucco Orietta Melaranci

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Ludovica Modugno: Paola
Mirella Pace: Stella
Giorgio Piazza: Bernard, marito di Paola
Giacomo Piperno: Tony

Il dio serpente banner recensioni

L’opinione del sito http://www.fascinationcinema.com
Sulla carta, un progetto che mira a nutrire tutte le aspettative commerciali del periodo: sesso, paesaggi incantevoli, magia tribale, bellezze nostrane e non. Tuttavia Vivarelli appare attento anche alla sostanza del narrato, graziando la curatissima fotografia e le belle inquadrature di battute affatto superficiali, sibillini j’accuse verso la natura colonialista occidentale. Chiaramente non bastano questi intenti, peraltro oggi assai datati, a salvare un prodotto tanto confuso, prolisso e noioso. I protagonisti vagano lenti attraverso una sceneggiatura in forma sperimentale di work-in-progress: una spirale di situazioni autoreferenziali interrotte da tedianti pause folkloristiche per turisti (danze indiavolate, passeggiate sulla spiaggia, scene di seduzione ed amore).
Raggiungere l’epilogo prevedibile della vicenda è impresa veramente ardua, non fosse per la già citata regia e le musiche del bravo Augusto Martelli che peraltro, grazie al successo dell’intrigante singolo Djamballa (tormentone tribal-lounge della pellicola), entrò di diritto tra i compositori più quotati del periodo.

L’opinione del sito bmoviezone.wordpress.com
(…) Il film richiama anche il genere d’avventura (e talvolta anche il mondo-movie, come nella scena in puro stile exploitation del capretto sgozzato), se non altro per la location e per la presenza del grosso serpente e l’horror (durante i riti vodoo). Per larga parte del film assistiamo a danze, celebrazioni e riti della popolazione indigena, scene in qualche modo ispirate al genere documentaristico abbastanza in voga in quegli anni. Riuscitissima comunque soprattutto la scena della cerimonia in cui tutte le donne, in estasi mistica, si contorcono e si denudano al ritmo dei tamburi indemoniati.(…)

L’opinione di MM40 tratta dal sito http://www.filmtv.it
Dio serpente o umano, sostanzialmente, sono la stessa cosa. L’importante è la fede. Questa è l’unica cosa buona che scaturisce da questa pellicola inconcludente e a medio-alto tasso erotico; ovviamente il discorso religioso ha un peso davvero minimo sulla storia e ciò che interessa a Vivarelli e ad Ottavio Alessi (co-sceneggiatore) è piuttosto lo sfoggio di canti, balli, percussioni e riti indigeni con forsennato sottofondo musicale; ricorre peraltro spesso Djamballà, il tema barzotto del film, che ai tempi fu un piccolo successo, scritto da Augusto Martelli. Il serpente come simbolo fallico non è certo un’invenzione di questa sgangherata pellicola; che la virilità e la fertilità siano quindi legate tutt’uno con il concetto di creazione, e perciò di divinità, è il passo successivo: forse Vivarelli intendeva sorprendere o scatenare polemiche, ma in realtà non dice nulla che non sia già stato sentito; soprattutto lo fa con scarsi mezzi e ancora più limitate idee. Nadia Cassini è la star del film; ai tempi il suo nome era ancora del tutto sconosciuto: è questa la sua prima parte da protagonista in assoluto. Nella prima metà della pellicola al suo fianco c’è Galeazzo Bentivoglio; per il resto non si segnalano nomi degni di nota nel cast.

L’opinione di Saintgifts tratta dal sito http://www.davinotti.com
L’impresa risultava ardua (ma forse l’impresa non è stata nemmeno cercata): fare un film con quella bellezza in fiore di Nadia Cassini (che da sola ruba ogni qualsivoglia interesse di altro tipo), che risultasse di uno spessore tale da riuscire a guadagnare una piccola percentuale dell’attenzione residua, oltre le nude fattezze della protagonista. Ce la mettono tutta regista, fotografia, musica… ma potevano anche impegnarsi di meno, il successo sarebbe stato ugualmente lo stesso. Non so quanto la censura abbia operato, in ogni caso sempre troppo.

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