Cinema: appunti e ricordi (parte prima)


Scrivere su un blog che parla di cinema significa, personalmente, trasmettere la passione per una forma d’arte che si è imparato a conoscere ed amare da molto più tempo che la memoria ricordi.
Significa anche che non avendo vincoli editoriali o laccetti di nessun genere, visto che un blog non ha nessun padrone ed è la forma di manifestazione del pensiero più libera in assoluto, significa dicevo potersi prendere d’autorità il lusso di non parlare per una volta del tale film o della tale biografia, ma abbandonarsi ai ricordi.
Con la speranza che a qualcuno la cosa interessi e che non abbandoni dopo due righe quello che colui che scrive cerca di raccontare.
Certo succederà, forse in maniera anche vistosa.
Ma oggi questo blog conta su una frequenza di visitatori superiore alle 4500 unità.
Il che può significare che a qualcuno piace anche scartabellare tra gli aneddoti, le storie e gli avvenimenti di un periodo più o meno remoto; ed è proprio a questa fascia di lettori che mi rivolgo usando la parola scritta per far riemergere dai miei ricordi fatti, aneddoti e storie di cinema appartenenti ad un passato che ai più non dirà nulla perchè non c’erano e ai meno porterà invece alla mente storie vissute nell’infanzia e nell’adolescenza accanto alla musa cinema, che per tanti anni è stato lo svago primario di diverse generazioni.

Non ricordo quale sia stato il primo film che ho visto al cinema, ma sicuramente sarà stato un peplum, un western oppure un film del duo Franchi e Ingrassia.
Erano i primi anni del decennio sessanta, la tv non era in tutte le case ed era rigorosamente in bianco e nero, trasmetteva su due soli canali e a mezzanotte circa chiudeva le trasmissioni.
Per guardare un film in tv dovevi necessariamente aspettare l’appuntamento settimanale con il cinema, anche perchè la parte predominante delle trasmissioni televisive era composta da sceneggiati, quelli che oggi chiamano fiction e che sono profondamente diverse dai loro antenati, come Belfagor, La cittadella o I promessi sposi.
I bambini che avevano un età massima di 11 o 12 anni ovviamente non potevano vedere i film che venivano trasmessi alle 21,00; vigeva per quasi tutti la legge scritta del “a letto dopo Carosello” che in pratica mandava spessissimo controvoglia a dormire bambini e ragazzini che avrebbero voluto fare ben altro.
Altri tempi, per usare un’espressione abusata.
L’unico modo per poter vedere un film nella sua forma completa era quindi andare al cinema.
Va da se il discorso che un bambino di 7 anni e più non poteva certo recarsi in una sala a vedere un film, e qui venivano in soccorso i cinema parrocchiali.
Che la domenica mattina dopo la messa trasmettevano film di visione successiva che però per noi ragazzini rappresentavano la manna dal cielo.

Thomas Milian, ottimo interprete dell’affascinante Vamos a matar companeros

Devo aprire una necessaria parentesi.
Le sale cinematografiche dei primi anni sessanta (che sopravvissero fin poco oltre la metà dei settanta) erano divise sostanzialmente in tre fasce di utenza a cui si aggiungeva anche un discorso di qualità sia di pellicole sia di struttura tout court;
Sale di prima visione, che trasmettevano film inediti e che erano sostanzialmente eleganti, con il massimo dei confort disponibili all’epoca e con tanto di maschera in sala che ti accompagnava alla poltrona vuota.
Munita di torcia elettrica, la maschera dei cinema di prima visione vestiva in maniera impeccabile, era gentile ed accettava con un certo sussiego la mancia che lo spettatore spesso con imbarazzo allungava e che consisteva generalmente in poche lire. Le pellicole erano intonse, quindi quasi mai la visione si interrompeva per improvvise rotture delle stesse; i fotogrammi scorrevano in maniera naturale e lo spettatore godeva quindi di una visione pressochè perfetta. Seduto comodamente in poltrone di velluto, munito spesso dell’immancabile sigaretta, si godeva la pellicola e gli agi offerti dal cinema.

Uno dei film più belli degli anni 60, Un uomo da marciapiede

Uno dei casti nudi che facevano impazzire i ragazzi: Femi Benussi in Tarzana sesso selvaggio

Anche alcuni teatri erano attrezzati a sale cinematografiche ed erano quelli che offrivano, per ovvi motivi, gli agi migliori.
Nella mia città erano tre e contemplavano il mitico Petruzzelli, il teatro Oriente e il Margherita; i primi due possedevano poltrone comodissime mentre il Margherita le tradizionali poltrone in legno.
Il prezzo del biglietto, almeno dopo il 1968 era di settecento lire, che rappresentavano un bel patrimonio almeno per un ragazzino. Di conseguenza o ci andavi con gli adulti che ti pagavano il biglietto o erano decisamente off limits.
In città c’erano al massimo una decina di queste sale, eleganti e dotate anche di bar.
Sale di seconda visione, le più frequentate, che trasmettevano film dopo un periodo di almeno sei mesi dall’uscita del film stesso.Erano costruite secondo criteri spartani ma non troppo; c’era una qualche forma di eleganza, in molte di esse c’era la maschera che però non usava una uniforme ma abiti più comuni. Le pellicole portavano i segni delle visioni precedenti e difatti spesso mancavano fotogrammi e la cosa si vedeva.

Soldato blu, il film che mostrava come i cattivi non fossero i pellerossa

L’intervento del verificatore dell’agenzia di noleggio (lavoro che ho fatto e del quale parlerò) a volte era visibile e qualche volta accadeva che la pellicola si interrompesse.
Le macchine da proiezione erano generalmente di buon livello, ma non di qualità come quelle dei cinema di prima visione; le sale erano per la quasi totalità fatte con file di sedili di legno e solo a volte era presente un bar. Per la sala girava un addetto con frigo per vendere gelati, in alcuni casi erano attrezzati con cesto porta patatine o pop corn.
Il prezzo del biglietto era esattamente la metà di quello dei cinema di prima visione; nel 1970 costava 350 lire, una cifra abbordabile sopratutto in relazione allo stipendio medio di un lavoratore che era di 100.000 lire.
Nella mia città erano la maggioranza e i nomi variavano da Odeon a Adriatico.

Un grande Marlon Brando in Queimada di Pontecorvo

Senta Berger nell’irresistibile Quando le donne avevano la coda

Non era infrequente proiettassero film di prima visione, generalmente quelli poco appetiti dale sale di prima e che le agenzie di noleggio spingevano quando sapevano che non avrebbero riscosso successo in altro modo.
Sale di visione successiva o di terza visione, le più frequentate da ragazzini e anziani. Due mondi assolutamente inconciliabili e che spesso venivano in conflitto. In queste sale le pellicole arrivavano dopo centinaia di passaggi e come conseguenza c’era la possibilità, molto frequente, che la pellicola si interrompesse o saltasse vergognosamente intere sequenze. La mano del verificatore era presente in maniera più o meno massiccia e suscitava spesso rumorio o peggio in platea. Se c’era la maschera aveva compiti specifici, come quello di allontanare noi ragazzini dopo la proiezione.

Divertente e leggero, campione d’incassi 1970: Lo chiamavano Trinita’

Accadeva frequentemente infatti che si vedesse il film due volte di fila; gli spettacoli iniziavano alle 16,30 e quindi fino alle 20,00 era possibile vedere il film anche tre volte.
Memorabile il caso del cinema Ariston, forse il più povero dei cinema della mia città, luogo nel quale la maschera si aggirava come un fantasma per la sala armata di candela!
Ovviamente il dispetto classico dei ragazzi consisteva nel spegnere la candela stessa, con tanto di imprecazioni e invocazioni di defunti e maledizioni alla progenie di noi spettatori.
Il prezzo del biglietto variava tra le 100 e le 150 lire, il che rendeva abbordabile la frequentazione degli stessi un pò per tutti; a questa categoria appartenevano anche le sale d’essai, i cinema-dopolavoro e i cinema parrocchiali. Avevano nomi che variavano da Manzoni a Capitol, da Jolly e Lucciola, da Impero a Supercinema.
Questa dunque la divisione rigorosa tra le sale, che durò fin dopo il 1970 e che cambiò lentamente a cavallo tra il 1975 e il 1980, in concomitanza con la grande crisi del cinema.

Una scena vietatissima dell’ottimo La ragazza del bagno pubblico

All’inizio accennavo al cinema come unico vero passatempo extra giochi dei ragazzini; eravamo davvero in tanti ad essere affascinati dal mondo della celluloide.
Anche nei giochi tra bambini si trasportava l’immaginario cinematografico dei film e nelle quotidiane guerre, forse il gioco collettivo più praticato, si era lo sceriffo o il bandito, Ercole o Sansone, il pirata o il cavaliere.
Può sembrare paradossale, ma la vera età dell’oro del cinema è quella che va dal 1960 grosso modo fino al 65, anno in cui decrescono gli spettatori, lentamente ed inesorabilmente fino alla stagione d’oro vera dei tre anni a cavallo fra il 1970 e il 1973, anno dopo il quale le presenze caleranno sempre più significativamente fino all’emorragia degli anni successivi al 1976.
Quindi, come già detto, l’offerta cinematografica era davvero ampia e spaziava tra tanti generi come il peplum, lo spaghetti western, il musicarello, il giallo, il fantasy ecc.

Una stupenda Romy Schneider in un grande film targato 1970: La califfa

Potrei parlare per ore di film come Le sette fatiche di Ercole o Rita la zanzara, dei vari Django, Sartana ecc. perchè erano questi i film che un ragazzino poteva vedere al cinema. Accanto alla produzione di questi B movies a tutti gli effetti c’era ovviamente una produzione di film d’autore che però per ovvi motivi non erano appetiti dai ragazzi.
Con un salto temporale quindi mi porto sul finire degli anni sessanta, quando il sottoscritto e la generazione a cui appartenevo si ritrovarono di fronte una rivoluzione epocale sia di costume che culturale.
Il 68 non modificò soltanto il costume e non fu soltanto una nuova maniera di lottare per un mondo migliore; fu un vento che attraversò tutta la società modificandone comportamenti e stili di vita.
E il cinema, sempre attento ai cambiamenti di costume afferrò il toro per le corna e iniziò ad esplorare la galassia di novità che la rivoluzione studentesca ed operaia aveva portato.

Un altro personale mito: l’attrice Dagmar Lassander, qui in Il rosso segno della follia

Il cinema divenne quindi più attento ai fenomeni sociali e i ragazzi più svegli, quelli appassionati di cinema che seguivano con attenzione quasi maniacale le novità si ritrovarono di fronte una moltitudine di prodotti che avrebbe richiesto per la visione un patrimonio in tempo e denaro.
La tv aumentò di conseguenza la disponibilità di pellicole, attestandosi all’incirca in 150-170 film per anno mentre al cinema approdavano opere che però avrei visto qualche anno più tardi come 2001: Odissea nello spazio o C’era una volta il West e tanti altri.
Fra i film che vidi nel 68 ci sono ottime cose come Il pianeta delle scimmie, la commedia Il medico della mutua, ritratto abbastanza impietoso di un’ Italia che cambiava vorticosamente eppur tuttavia schiava di antichi vizi e difetti, Banditi a Milano e Grazie zia di Samperi, Straziami, ma di baci saziami di Risi accanto a pellicole decisamente più leggere come Il fantasma del pirata Barbanera.

Un film quasi impossibile da vedere e capire per un ragazzo: Il conformista

Le sale cinematografiche aumentavano a dismisura e grazie all’abitudine di proiettare film anche in orari abbastanza inusuali (il primo spettacolo era alle 16,30) c’era una grande possibilità di accesso a prodotti che altrimenti sarebbero rimasti fuori portata.
L’Italia passò bruscamente dal grande sogno del boom economico e dalla motorizzazione di massa all’età adulta il 12 dicembre del 1969, con l’attentato di Piazza Fontana; anche noi ragazzini avvertivamo che le cose stavano cambiando, complice un’atmosfera che in quasi tutte le case divenne più cupa e preoccupata.
C’era stato l’autunno caldo, le lotte operaie e il decennio sessanta, a tratti spensierato fatto di lunghe estati accompagnate da musiche coinvolgenti e allegre; tutto stava per dissolversi portandoci al drammatico decennio settanta, fatto di poche luci e tantissime ombre, stretto tra le guerre, l’incubo dell’atomica e il terrorismo, tra disoccupazione e inflazione a due cifre, tra crisi del petrolio e domeniche a piedi.

Un capolavoro: Easy rider

Il cinema era invece un’isola felice; per dimenticare pene ed affanni quotidiani restava una delle poche alternative reali; anche se la tv iniziava ad entrare sempre più in maniera massiccia nelle vite degli italiani, attraverso un’offerta sempre più ampia di prodotti di qualità. Il cinema sfornava capolavori a ritmo vertiginoso, alcuni dei quali son riuscito a vedere grazie al fatto che a 14 anni ero alto un metro e settantadue, cosa che mi faceva passare indenne dal controllo documenti e che mi permise di vedere capolavori come Arancia meccanica, che ritengo ad oggi uno dei primi 5 film di tutti i tempi,Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto (durante la visione del quale mi innamorai follemente della Bolkan), Soldato blu che ebbe il merito di farmi capire che i cattivi non erano i pellerossa ma gli occupanti bianchi, Fragole e sangue che rividi anni dopo e che mi affascinò oltremodo,

La Cardinale e la Spaak in Certo, certissimo, anzi… probabile

Piccolo grande uomo che smitizzava il west demolendone il mito, Il conformista di Bertolucci, che avrei capito appieno dieci anni dopo e poi ancora Brancaleone alle crociate,L’uccello dalle piume di cristallo, lo splendido noir francese I senza nome, Un uomo chiamato cavallo, La figlia di Ryan, Venga a prendere il caffè da noi e I diavoli di Ken Russell che vidi in piedi perchè la sala era strapiena in seguito all’annuncio dell’imminente sequestro del film e tanti altri.
Ed è proprio nel 1970 che ebbi modo di coronare uno dei miei sogni, entrare cioè a far parte anche se in maniera estremamente marginale di quel mondo che mi affascinava sin dalla culla.
Ma ne parlerò prossimamente…

Nino Manfredi nel simpatico Straziami ma di baci saziami

Sadismo di Roeg, uno dei registi che stimo di più

La smitizzazione del west e della frontiera: Piccolo grande uomo

L’affascinante Marlene Jobert nel buon giallo francese L’uomo della pioggia

Una modesta commediola, L’uomo dal pennello d’oro, ma c’è Edwige Fenech

Un mito: Silvia Dionisio nel discreto La ragazza di nome Giulio

Il polpettone (digeribile) La figlia di Ryan

Un western atipico e molto bello: La ballata di Cable Hogue

Dirompente, violentissimo, splendido: Il mucchio selvaggio di Peckinpah

Un grande Gabin nell’ottimo Il clan dei siciliani

Un altro grande film, Fragole e sangue

La compianta Tina Aumont in Corbari

Un grande classico: Butch Cassidy

L’ottimo bellico Ardenne 44: un inferno

Una delle colonne miliari del cinema, Arancia meccanica

Un grande Tognazzi in Venga a prendere il caffè da noi

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