La cosa


Un’astronave aliena, dallo spazio, s’infiamma e precipita sulla terra; la scritta“The thing” appare bruciando la pellicola. Un cane fugge tra i ghiacci antartici, mentre da un elicottero norvegese un uomo gli spara addosso con un fucile, senza colpirlo. L’elicottero atterra subito dinnanzi ad una base americana, il cacciatore estrae una bomba a mano, la perde, causando l’esplosione del velivolo e del suo compagno. Il cane cerca riparo tra gli uomini, che intanto, sono usciti di corsa dalle loro abitazioni. Come travolto da un raptus l’uomo urla qualcosa nella sua lingua, spara colpendo ad una gamba uno degli americani; il cane fugge, lui lo segue, spara ancora. Dall’interno un altro fa fuoco con una pistola, lo fredda. In poco più di cinque minuti, Carpenter, dichiara il suo manifesto programmatico.

Non importa alcun altro preambolo, alcuna dietrologia. Le premesse non sono più necessarie, le psicologie dei personaggi coinvolti sono superflue. Carpenter non spiega chi siano i protagonisti; quali siano le loro mansioni all’interno della base; in cosa fossero impegnati prima che le loro vite venissero sconvolte dalle vicende narrate. Ciò che conta è l’azione, l’hic et nunc. Ciò che conta sono i meccanismi emotivi innescati da una situazione estrema. La degenerazione dei rapporti umani davanti ad una minaccia indefinita ed inspiegabile.

Dopo le concitate sequenze d’apertura, il dottor Copper e il pilota Macready partono alla ricerca della base Norvegese per comunicare l’accaduto. La troveranno ma quasi del tutto distrutta da un incendio.

Si aggireranno tra i corridoi e le sale carbonizzate e ghiacciate dal freddo polare, fino alla prima, sconvolgente, scoperta: un uomo seduto, congelato nell’attimo in cui si è appena tagliato vene e gola, con il sangue rappreso in stalattiti ematiche sospese nel vuoto. Un immagine potentissima, emblematica dell’aura cinica, nichilista, profondamente negativa, che avvolge l’intera opera.

All’esterno, un ritrovamento ancora più sinistro. Quello che sembra essere il corpo semi carbonizzato di un uomo, deformato, contorto, a cui i colleghi scandinavi hanno dato fuoco. Evidentemente, non si è trattato soltanto di una caso d’isteria causata dalla segregazione forzata.

I due riportano il misterioso ritrovamento alla base, insieme a carte e videotape che possano dare una spiegazione a tutto. I resti dell’essere mezzo bruciato si rivelano umani e l’husky, che il gruppo ha preso con se, non è un semplice cane. Chiuso nella grande gabbia assieme ai suoi presunti simili darà vita ad una mutazione mostruosa, aprendosi letteralmente, allungando tentacoli, afferrando e stritolando gli altri cani. Un organismo dalla forma imprecisata che divora e assimila qualsiasi altra forma vivente, per poi riprodurne perfettamente le fattezze. I norvegesi hanno bruciato l’essere mentre tentava di clonare un uomo e quindi chiunque gli è vicino è in pericolo.

L’orrore che consegue distrugge i rapporti, satura i nervi, fa dilagare il dubbio su chi è già stato sostituito dalla “cosa” e quanto tempo occorrerà prima che lo siano anche tutti gli altri. A complicare la faccenda, una bufera che isola il campo e la ricetrasmittente fuori uso da giorni.

I nastri rivelano che la prima spedizione ha ritrovato qualcosa di simile ad un disco volante sperduto tra i ghiacci, qualcosa che è rimasto sepolto, ibernato, probabilmente per secoli.

La tensione si fa incontenibile, il dottore perde la testa e spara sui compagni, è il caos e la diffidenza. E proprio la mancata coesione, sembra dire Carpenter, che rende più facile il lavoro della “cosa” che intanto, una alla volta, si sostituisce alle sue vittime.

Unico fattore di forza del gruppo, sembra essere il nerboruto Mac, che pur stanco e afflitto, aggrappato al suo J&B, riesce a tenere testa alle molteplici incarnazioni dell’essere fino ad un finale che poi finale non è.

Quando Carpenter gira La Cosa è reduce dal successo di film come Halloween e 1997 Fuga da New York, che lo hanno posto, con Scorsese, De Palma, Coppola, Lucas, Spielberg, tra i maggiori autori della cosiddetta “nuova Hollywood”. Anche lui, come quasi tutti i suoi colleghi, proviene dalla fucina di Roger Corman, ma tra questi ne è, probabilmente, il più autentico continuatore, pur essendo, tra tutti, di certo il più classico. Un classicismo Hollywoodiano che vede in Howard Hawks il suo nume e in Un dollaro d’onore di questi una sorta di ideale archetipo a cui mirare. Un classicismo, il suo, irrobustito però da massicce dosi di cultura pop, nella forma del fumetto, del cinema grindhouse, della letteratura di genere, dell’underground tutto. Anarcoide e indipendente nella forma, Carpenter pensa un cinema di grande respiro che ha Ford, Hitchcook, Kurosawa come paradigmi.

Un proto-Tarantino troppo in anticipo sui tempi che fonda la sua poetica postmoderna nel contrasto, se non nella contraddizione: classico nell’impostazione e moderno, appunto, nello svolgimento; regista anche di produzioni ricchissime ma realizzate con spirito da b-movie; profondamente americano nei temi, nell’approccio, culturalmente, ma altrettanto profondamente critico nei confronti del sistema sociale statunitense.

Ecco, attraverso la poetica del fantastico, il suo cinema si offre come quadro sulla contemporaneità, arrivando a lambire il trotskismo da una parte e la pura divinazione dall’altra. Quello di Carpenter è cinema politico, forse l’unico possibile cinema politico a stelle e strisce: il male ha sempre una radice sociale, sia che si presenti in vesti iperreali, sia che si nasconda dietro la metafora del mostro (umano, alieno o sovrannaturale che sia).

In questo senso, con La cosa, parte dalla Hollywood mcarthyana, realizzando un semi/remake del classico La cosa dall’altro mondo, per cambiarne il segno, per sovvertirne gli assunti, introiettando le ansie del “pericolo rosso” proiettandole all’interno del blocco occidentale, tra i simili, in un nucleo apparentemente solido, ma in realtà fragilissimo.

Potrebbe riflettere in filigrana, fosse anche inconsciamente, i timori del suo tempo: la crisi del dopo Vietnam; le delusioni democratiche dell’amministrazione Carter; Ronald Reagan da poco eletto presidente, che da allora iniziava a tracciare quel solco politico dal quale gli U.S.A. non sarebbero mai più usciti.

Se ne La cosa dall’altro mondo era l’Unione Sovietica, qui il pericolo è interno, ti siede accanto, è il vicino di casa, il collega, il familiare: è già stato inglobato nel sistema, è pericoloso e fa paura.La destra repubblicana imperialista, conservatrice, liberista, come un alieno che sconquassa le carni ed assume le tue sembianze? Carpenter come un Lizzani o Rosi o Pontecorvo agli stereoidi? Può darsi.

La matrice è il racconto originale di Campbell Who goes there? al quale Carpenter risale attraverso La cosa dall’altro mondo, del 1951, pellicola che vide l’esordio alla regia di Nyby, già montatore proprio per Howard Hawks. E fu proprio Hawks a produrla e a scriverne la sceneggiatura e forse ne fu anche il regista occulto.Carpenter rifugge il rifacimento vero e proprio, crea un’opera autonoma, coglie l’aspetto più oscuro, lovecraftiano della vicenda (l’essere proveniente da un altro universo sepolto per millenni sulla terra) recuperandolo dalla fonte letteraria e riadattandolo alla sua personale visione. Cogliendo elementi da L’invasione degli ultracorpi (i cloni umani) e suggestioni dal coevo Alien (essenzialmente il plot è lo stesso). Gli eroi positivi del cult dei ’50 non esistono più. Al loro posto un gruppo omogeneo ma diviso di individui rudi, dai modi schietti, che difficilmente si attribuirebbero ad un gruppo di scienziati.

Le figure, tranne che per pochi tratti di superficie, sono indistinguibili, non esiste una vera e propria caratterizzazione. Tutto è concentrato soltanto sugli eventi narrati, sulle azioni e sulle reazioni. Ad emergere davvero è soltanto la figura di Macready, il pilota tutto d’un pezzo con i nervi sempre più saldi degli altri. Forse un po’ fuori posto nel contesto complessivo, ma il buon Russell fa un lavoro egregio, cucendosi addosso una figura da fumetto ma ugualmente verosimile, drammatica, tutt’altro che inscalfibile, seria, molto diversa da Snake di 1997 Fuga da New York, tanto più dal cialtronesco camionista di Grosso guaio a Chinatown. Un eroe problematico, dubbioso, prossimo all’alcolismo. Cioè, ancora, come già in Distretto 13, il Dude di Un dollaro d’onore, che non a caso gira con cinturone e pistola da cowboy (così come il “pistolero” Garry).

L’enorme successo dei film precedenti fece guadagnare a Carpenter grande fiducia da parte della Universal che per La cosa stanzia un budget di dieci milioni di dollari. Da par sua, il regista, porta all’interno della megaproduzione una filosofia da cinema di genere. Aldilà del summenzionato consapevole disinteresse per l’affondo nelle psicologie, vi è lo sfruttamento intensivo degli spazi e la volontà di mostrare tutto, mutazioni e frattaglie incluse, che è un portato del low-budget. Gli angusti locali nel quale si svolge l’azione, vengono indagati sin nel più recondito angolo; sfruttando al massimo ogni inquadratura possibile; facendo apparire la base, si, claustrofobica ma anche più grande di quanto realmente sia: statica e chiusa, quanto movimentata, in piena nevrosi. A questo concorrono l’uso insistito di carrelli laterali e soggettive, così come i brevi e concitati pianisequenza con camera a mano nei corridoi che sono da manuale e che contrastano nettamente con i piani fissi medi e larghi delle altre scene. La camera sintetizza le dinamiche del racconto.

Gli effetti speciali, poi, tra i migliori mai realizzati fino a quel momento. Talmente perfetti da far affermare dalla critica, evidentemente totalmente all’oscuro dalla poetica carpenteriana, e per lungo tempo, che distraggano dalla trama; che siano l’unica cosa a rimanere impressa del film; che Carpenter riempisse i vuoti di un soggetto lacunoso con immagini shock. Falso.

Se è vero, ed è vero, che immagini come la testa che si rianima in forma di ragno sono di quelle che non si tolgono più dalla mente; ed è vero che questo genera nello spettatore un’attesa per la successiva mutazione che deconcentra dalla trama; è anche vero che, l’allora ventiduenne Rob Bottin, realizzi un’opera che ha dell’incredibile se ripensata oggi, che continua a lasciare esterrefatti anche a trent’anni di distanza e che fa impallidire qualunque effetto digitale in 3D dei nostri sciagurati giorni. Anzi, è proprio la confezione artigianale, ruvida, a comunicare quel disagio che nessun computer è ancora riuscito a trasmettere.

Ma soprattutto, gli effetti speciali, come raramente accade, non solo fanno da complemento alle vicende narrate, ma hanno essi stessi valore narrativo: non banale strumento di distrazione, ma, al contrario, perfetta integrazione emotiva. La sublimazione visiva della cinica spietatezza che sottende all’intera pellicola. Le violente esplosioni di sangue, le crude mutazioni dell’alieno, non divertono, fanno male, annichiliscono, proprio perché avvengono in un contesto chiuso, senza via d’uscita ed essenzialmente verosimile, abitato da figure umane plausibili. Un meccanismo percettivo non distante, fatti i dovuti distinguo, da quello de L’esorcista di Friedkin.

Questa è anche la prima volta in cui non è Carpenter a curare la colonna sonora di un suo film. Lo score è qui, infatti, composto da Morricone che crea un tema ansiogeno di sapore elettronico, che riprende le atmosfere delle musiche realizzate dallo stesso regista per le opere precedenti. Carpenter, però, ne fa un uso parchissimo, facendo affiorare la colonna sonora soltanto in alcuni momenti, ribaltando anche in questo caso gli stilemi dell’horror classico: mancando di sottolineare le fasi più violente con la musica, ma anzi calandole in un silenzio, rotto da urla e rumori d’ogni sorta, che raggela e rende tutto più realistico e terribile. Ma Morricone pare non abbia apprezzato il trattamento…

La fama che negli anni si è conquistata il film, non corrisponde al successo che ebbe al botteghino. Il culto cinefilo che ne è scaturito, è cresciuto grazie all’home video e alle televisioni private ma l’inspiegabile flop cambiò bruscamente l’interesse degli studios per Carpenter, che da quel momento non godette più della stessa attenzione, pur realizzando ancora opere di grandissimo spessore e dai budget non indifferenti (ma sempre meno cospicui). Se però, registi come Scott o Cameron (per non dire della cariatide Spielberg), pur autori di immensi capolavori, oggi incarnano il volto più integrato del cinema mainstream e Carpenter vive ai margini delle produzioni indipendenti, qualcosa vorrà pur dire.

Capolavoro imprescindibile.

Recensione di Alessio Bosco

La cosa
Un film di John Carpenter. Con Kurt Russell, Wilford Brimley, T.K. Carter, David Clennon, Keith David,Richard Dysart, Charles Hallahan, Peter Maloney, Richard Masur, Donald Moffat, Joel Polis, Thomas G. Waites, Norbert Weisser, Larry J. Franco, Nate Irwin Titolo originale The Thing. Fantascienza, durata 109 min. – USA 1982.

Kurt Russell: R.J. MacReady
Wilford Brimley: Dr. Blair
T.K. Carter: Nauls
David Clennon: Palmer
Keith David: Childs
Richard A. Dysart: Dr. Copper
Charles Hallahan: Vance Norris
Peter Maloney: George Bennings
Richard Masur: Clark
Donald Moffat: Garry
Joel Polis: Fuchs
Thomas Waites: Windows
Adrienne Barbeau: Voce computer
Jed: La cosa con l’aspetto da cane

Regia John Carpenter
Soggetto John W. Campbell (racconto)
Sceneggiatura Bill Lancaster
Produttore David Foster, Lawrence Turman, Stuart Cohen (co-produttore), Larry J. Franco (produttore associato),
Produttore esecutivo Wilbur Stark
Casa di produzione Universal
Fotografia Dean Cundey
Montaggio Todd C. Ramsay
Effetti speciali Roy Arbogast, Albert Withlock
Musiche Ennio Morricone
Scenografia John L. Lloyd
Costumi Ronald I. Caplan
Trucco Rob Bottin

Michele Gammino: R.J. MacReady
Renato Mori: Dr. Blair
Mauro Gravina: Nauls
Raffaele Uzzi: Childs
Sergio Rossi: Dr. Copper
Gianni Marzocchi: Vance Norris
Sergio Fiorentini: George Bennings
Arturo Dominici: Garry
Aldo Stella: Fuchs
Tonino Accolla: Windows

Soundtrack del film

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