Mimi metallurgico (ferito nell’onore)


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Carmelo Mardocheo è un operaio come tanti.
Ha una moglie,un figlio e un lavoro pesante: estrae zolfo e suda, consumando un’esistenza anonima comune a tantissima gente del suo ceto.
Ma Mimi, com’è chiamato Carmelo ha delle idee di sinistra, crede in qualcosa che è un’ideologia primitiva e che gli impedisce di votare per il mafioso candidato alle elezioni politiche che si terranno a breve.
Così, perso il lavoro, è costretto ad emigrare.
Come tanti.
Arriva a Torino dove però trova un uomo che è il sosia di quello che in Sicilia gli ha fatto perdere il lavoro.
Tricarico, questo il suo nome, gestisce un’associazione,i Fratelli Siciliani, che in teoria ha il nobile ideale di aiutare ad integrarsi e a trovare un lavoro agli emigranti siciliani che arrivano nel capoluogo piemontese.

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Mariangela Melato

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Giancarlo Giannini

Mimi non sa che l’organizzazione è in realtà gestita proprio da quella mafia che lui ha tentato di dimenticare con la sua fuga.
Inizia a lavorare come operaio edile, ma ben presto vede un suo amico morire sul lavoro.
L’organizzazione vorrebbe disfarsi del corpo dello sventurato operaio abbandonandolo sul ciglio di una strada, ma Mimi si oppone con l’unico risultato di essere catturato e portato davanti a Tricarico.
Grazie ad una frottola provvidenziale (la parentela con un boss mafioso) viene risparmiato e inviato a lavorare in una fabbrica.
E’ un vero cambiamento questo, per Mimi.

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Agostina Belli

Ora non è più un edile, bensì un metallurgico, un operaio di categoria “superiore”.
Ora può professare le sue idee di sinistra, iscriversi al PCI e sopratutto allacciare una relazione sentimentale con la bella Fiore, una donna attivista che lui salva da una squadra fascista.
Con la donna mette al mondo un figlio, ma il destino sembra divertirsi a cambiare le carte in tavola.
Assiste ad un regolamento di conti tra Tricarico e una banda rivale,ma davanti alla polizia che lo interroga assume un atteggiamento omertoso, cosa che gli vale il disprezzo dei compagni di fabbrica.
Ancora una volta casualmente e sempre per opera di tricarico, viene trasferito in Sicilia, ad una raffineria.
Il ritorno a casa è devastante: Mimi scopre che sua moglie è incinta e che il padre del nascituro è un brigadiere.
L’operaio è a un bivio:è cornuto, cosa che nella Sicilia dell’epoca costituisce un’onta da lavare con il sangue ma è anche un uomo che ha vedute diverse dai suoi concittadini.

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Il tempo vissuto al nord lo ha reso moderno, consapevole dei veri valori della libertà individuale.
Ma fondamentale nel suo intimo è ancora un uomo del sud, è geloso e vuole vendicarsi.
Così, con un corteggiamento spietato, seduce la brutta e sgraziata moglie del brigadiere mettendola incinta.
La vendetta si compie quando rivela all’uomo, nella piazza del paese, la verità.
Ma non può gustarsi la sua vendetta perchè un sicario della mafia uccide l’uomo e gli mette in mano la pistola.
Mimi è arrestato: è innocente ma ha ucciso per onore così finisce in carcere.
Ora è davvero un uomo di rispetto e riceve l’appoggio del nuovo boss del paese.
All’uscita dal carcere però Mimi trova ad attenderlo sua moglie con il piccolo nato dalla relazione adulterina con il brigadiere, la moglie di quest’ultimo con i 6 figli che lo chiamano papà e infine Fiore con il loro bambino in braccio.
Quest’ultima lo lascia, delusa dal cambiamento dell’uomo di cui si era innamorata….
Mimi metallurgico ferito nell’onore è un film grottesco, ironico e fondamentalmente tragicomico diretto da Lina Wertmuller nel 1972.
Un film in cui confluiscono felicemente l’impegno e la satira, l’ironia feroce e l’eccesso narrativo che spesso sbocca in un continuum fatto di alternanza di messaggi sociali di denuncia mescolati alla farsa più sfrenata.
Mimi è un personaggio che racchiude in se tutti i vizi e le debolezze, tutti i retaggi della sua terra e della sua cultura mescolati confusamente al desiderio di riscatto da una realtà sociale fatta di sperequazione e ingiustizia che vuole la gente del posto in cui vive schiava dei potentati, dell’onnipresente mafia e del malaffare, simboleggiata dall’onnipresente Tricarico che sarà il suo angelo del male, la vera pietra angolare del suo destino.
Il tentativo di Mimi di elevarsi aldilà del suo ruolo di perdente, stabilito dalla storia e dai poteri forti che condizionano lo sviluppo della società in cui vive è destinato ad essere travolto ingloriosamente.

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Le sue ambizioni vengono frustrate nel momento stesso in cui cede all’ancestrale concezione dell’onore, a quella gelosia irrazionale alla quale tenta invano di sottrarsi, con il tragicomico risultato finale di essere condannato a convivere con il frutto delle sue colpe, con quelle due donne che non ama, con la caterva di figli che non sono suoi rinunciando contemporaneamente all’amore e al frutto dello stesso, a Fiore e al suo piccolo, l’unica cosa che gli interessi veramente.
Lina Wertmuller spazia in lungo e in largo nel film mostrando questo conflitto irrisolto in Mimi, quel suo essere contemporaneamente uomo del sud e ad esso legato e uomo che ha vissuto al nord, quindi sulla via dell’emancipazione dai retaggi della sua terra, mostrando quindi il surreale e grottesco conflitto culturale dell’uomo sotto angolazioni che irrimediabilmente portano Mimi ad essere un personaggio irrisolto, schiavo per sempre delle sue contraddizioni.
Mimi metallurgico è un film spinto alle estreme conseguenze; è un alternarsi continuo di tenerezza e crudele realtà, di sentimenti nobili ed un istante dopo meschini e primordiali.
E’ l’evoluzione continua, seguita dalla profonda involuzione, di un personaggio più da farsa che da tragedia rappresentato da un Mimi che perderà tutte le conquiste ottenute (l’emancipazione, l’amore e la libertà individuale) per colpa della sua irresolutezza e per colpa dell’atavica cultura alla quale appartiene.

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Un film che vive anche delle straordinarie interpretazioni di due grandissimi artisti, Giancarlo Giannini e Mariangela Melato, che qualche anno più tardi torneranno a far coppia sul set sempre diretti da Lina Wertmuller nell’ottimo Travolti da in insolito destino.
Grande, Giannini.
Il personaggio di Mimi è reso indimenticabile attraverso una caratterizzazione piena di tic, nevrosi, passaggi ripetuti sulla maschera del suo volto che di volta in volta assume espressioni sempre consone al personaggio che sta interpretando.
Grande, Mariangela Melato.
Il suo personaggio, a tratti dolente, a tratti orgoglioso, resta scolpito in maniera indelebile nella galleria dei personaggi della storia del nostro cinema.
Per tutti, valga la sequenza finale del film, nel quale vediamo la delusa Fiore scegliere di abbandonare qull’uomo in cui ha creduto perchè l’ha delusa con quel suo abdicare ai principi a cui sembrava tenere tanto.
L’involuzione di Mimi è per lei imperdonabile, ben più dell’adulterio che ha consumato con la moglie del brigadiere.
Lina Wertmuller, tornata alla regia dopo l’esordio folgorante di I basilischi e dopo qualche film che le sono serviti come rodaggio, l’ultimo dei quali era stato Il mio corpo per un poker del 1968, firma un’opera fondamentale del nostro cinema del passato.

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Un film che ha alcuni passaggi davvero felicissimi, come l’indimenticabile sequenza in cui Mimi consuma la sua vendetta con la moglie del brigadiere Finocchiaro, una sequenza in cui resta come un pugno in un occhio l’immagine quasi surreale dell’enorme cellulitico sedere in primo piano di Elena Fiore, che interpreta Amalia Finocchiaro.
Mimi metallurgico è un film trasmesso più volte dalle tv ed è di facile reperibilità nel web; rivederlo è un’occasione per riscoprire un cinema coraggioso e vitale, ormai quasi irrimediabilmente sepolto dalla storia e impossibile da riproporre.

Mimì metallurgico ferito nell’onore
Un film di Lina Wertmüller. Con Giancarlo Giannini, Mariangela Melato, Luigi Diberti, Turi Ferro,Agostina Belli, Tuccio Musumeci, Elena Fiore Commedia, durata 121′ min. – Italia 1972.

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Mimi metallurgico banner personaggi

Giancarlo Giannini … Carmelo Mardocheo detto Mimí
Mariangela Melato … Fiorella detta Fiore Meneghini
Turi Ferro … Don Calogero / Vico Tricarico / Salvatore Tricarico
Agostina Belli … Rosalia Capuzzo in Mardocheo
Luigi Diberti … Pippino
Elena Fiore … Amalia Finocchiaro
Tuccio Musumeci … Pasquale
Ignazio Pappalardo … Massaro ‘Ntoni
Gianfranco Barra … Serg. Amilcare Finnocchiaro
Livia Giampalmo … Violetta, bancarellaia

Mimi metallurgico banner cast

Regia Lina Wertmüller
Soggetto Lina Wertmüller
Sceneggiatura Lina Wertmüller
Produttore Daniele Senatore, Romano Cardarelli
Fotografia Dario Di Palma
Montaggio Franco Fraticelli
Musiche Piero Piccioni
Scenografia Amedeo Fago

Mimi metallurgico banner recensioni

L’opinione dell’utente Homesick tratta da http://www.davinotti. com
Fra numerosi luoghi comuni del mondo siciliano (gelosia, tradimento, onore, il divario rispetto al Nord) si interlineano non trascurabili notazioni politico-sociali sulla mafia e il mondo operaio; è la pellicola simbolo della regista e del suo stile caotico, policromo ed eccessivo, che nell’episodio del coito con la grassona Elena Fiore – ottima esordiente – si accomuna al grottesco immaginario muliebre del collega Fellini. Giannini è ammirevole per versatilità ed impegno artistico e la Melato un talento in piena conferma. Coraggiosa la Belli nell’accettare trucco e parrucca da racchia.

L’opinione del sito http://www.treccani.it
Curiosamente imparentato, nella tematica del ‘richiamo del sangue’, a Mafioso di Alberto Lattuada (1962), il film si sviluppa nel segno dell’eccesso e della ridondanza, di quel grottesco portato alle estreme conseguenze che caratterizzerà buona parte del cinema della regista romana. È un’esuberanza stilistica e linguistica che mescola impunemente generi e sottogeneri ‒ dall’opera lirica al mélo, dal cinema politico alla sceneggiata in un crogiuolo che stravolge i confini beffandosi delle convenzioni. La scelta dell’eccesso provocatorio si esplicita anche nel tratto caricaturale dei personaggi: dal trucco ‘chapliniano’ di Mimì alle figure mostruose di contorno che preparano una delle scene cult del film (l’accoppiamento bestiale fra Mimì e una straripante Elena Fiore), fino alla moltiplicazione di Turi Ferro nei panni dei tanti ‘cattivi’.

L’opinione dell’utente lor.cio dal sito http://www.filmtv.it
Mariangela Melato era un’attrice totale e non trovo altri aggettivi per definire la sua presenza sul grande schermo e sul palcoscenico nell’arco degli ultimi quarant’anni. Naturalmente la sua scomparsa ci addolora. C’è però qualcosa che ci consola quando se ne va un attore o un’attrice di razza: la fortuna del cinema (a differenza, purtroppo, di molto teatro) sta nel lasciare una traccia indelebile, una serie di fotogrammi in successione, un film. Mariangela Melato ha illuminato col suo talento elegante e stratificato alcune delle opere più importanti degli anni settanta ed ottanta e nella memoria collettiva restano sicuramente le collaborazioni con Giancarlo Giannini e Lina Wertmuller. Ricordare un artista attraverso le proprie imprese è quanto di meglio si possa fare per rendere omaggio al suo lavoro, al di là della pur inevitabile retorica della celebrazione. Prendiamo Mimì metallurgico ferito nell’onore: un titolo divenuto proverbiale, un grande successo di pubblico, la consacrazione di una regista la cui fama è superiore all’effettivo valore dei suoi film. È una storia tra la contestazione e il folklore, l’evocazione del comunismo di lotta e la stereotipizzazione dell’influenza del potere mafioso nel Sud, l’amore improvviso e carnale e la vendetta dell’onore perduto, caratterizzata dal tipico stile registico della Lina, scatenato e greve (ancora su discreti livelli, fino al capolavoro Pasqualino Settebellezze: altri dieci anni e sarebbe andata sfortunatamente in caduta libera), con zoom ed effettacci abbastanza adeguati alla brutalità romantica e tempestosa della narrazione. Puntellato dalla potenza musicale di Giuseppe Verdi (in alternanza col brio sarcastico di Piero Piccioni), la Cavalleria Rusticana (echeggiata da uno dei personaggi) in stile Wertmuller vale, forse, più come somma di elementi che come totale organico, perché certamente ci sono sofferenze nell’amalgamare le componenti e nell’asciugare certi passaggi probabilmente verbosi. È entrato nella storia del cinema italiano per il suo tono grottesco (all’epoca inusuale) e per le mastodontiche prove degli attori, capitanati da un Giancarlo Giannini a dir poco strepitoso nei panni del povero Mimì (memorabile l’intermezzo con l’enorme Elena Fiore, sequenza quasi felliniana, buffa e tragica). E Mariangela? È Fiore, la volitiva compagna milanese, che si vota all’amore senza dimenticare la propria identità di genere e la propria coscienza civile: in un film dominato dalla grandezza di Giannini, non di rado riesce a rubargli la scena. O meglio, a condividerla con estro, elasticità e talento. Nel giorno in cui la piangiamo, sarebbe bello ricordarla semplicemente così, un’attrice che ha lasciato una testimonianza fondamentale.

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