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Le due vite di Mattia Pascal

Le due vite di Mattia Pascal locandina 1

Una delle poche cose, anzi forse la sola ch’io sapessi di certo era questa: che mi chiamavo Mattia Pascal. E me ne approfittavo. Ogni qual volta qualcuno de’ miei amici o conoscenti dimostrava d’aver perduto il senno fino al punto di venire da me per qualche consiglio o suggerimento, mi stringevo nelle spalle, socchiudevo gli occhi e gli rispondevo:”

— Io mi chiamo Mattia Pascal.

— Grazie, caro. Questo lo so.

— E ti par poco?

Non pareva molto, per dir la verità, neanche a me. Ma ignoravo allora che cosa volesse dire il non sapere neppur questo, il non poter più rispondere, cioè, come prima, all’occorrenza:

-Io mi chiamo Mattia Pascal.

Questo è l’incipit di Il fu Mattia Pascal,romanzo scritto da Luigi Pirandello e pubblicato per la prima volta nel 1904; una delle sue cose più belle,un romanzo intriso di malinconia e sottile ironia,scritto nella consueta prosa austera dal grande scrittore di Girgenti.

Nel 1985 Mario Monicelli,con l’aiuto alla sceneggiatura di Suso Cecchi D’Amico e Ennio De Concini ricava dal romanzo un film che avrà due versioni distinte,una per la tv di quasi tre ore e una per il cinema di poco più di due ore.Monicelli cambia titolo al romanzo che diventa ora Le due vite di Mattia Pascal e lo trasporta ai giorni nostri,incontrando però la netta ostilità dei critici e una tiepida accoglienza da parte del pubblico.

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Reduce da tre grandi successi di cassetta,Il Marchese del Grillo (1981), Amici miei atto II (1982) e Bertoldo Bertoldino e Cacasenno (1984),Monicelli mette in scena una personale rivisitazione del romanzo di Pirandello utilizzando come attore principale per il ruolo di Mattia Pascal Marcello Mastroianni,che in quel1985,anno in cui fu girato il film aveva ben 61 anni ed era quindi lontanissimo dai 30 del protagonista del romanzo.Questa scelta,se assolutamente coerente con la grandezza come attore drammatico di Mastroianni crea non pochi problemi all’economia del film.

Aldilà di questo il film segue in qualche modo il romanzo pirandelliano,raccontando le due vite di Mattia Pascal,uomo di mezza età senza più grandi aspirazioni se non quelle di godersi l’eredità di suo padre. Che però è nelle mani di Malagna,l’amministratore,un tipo losco e dalla dubbia moralità.La vita di Mattia scorre senza sussulti in casa di sua moglie Romilda,nella quale vive anche la madre di lei,una donna assolutamente insopportabile,grezza e gretta.L’unica consolazione è Oliva,la bella figlia di un vecchio dipendente che lo ha reso padre;alla morte di sua madre Mattia,sempre più insofferente della vita priva di emozioni che conduce,decide di partire all’improvviso senza avvisare nessuno. Sceso a Montecarlo,va al Casinò dove con incredibile fortuna vince una grossa somma,bissata anche nelle serate dopo.

La lunga assenza di Mattia viene interpretata come una scomparsa e il ritrovamento di un corpo la cui sagoma assomiglia molto a Mattia convince i parenti che lo stesso è morto e decidono quindi di seppellirlo con tutti gli onori.Ad assistere alla cerimonia c’è lo stesso Mattia,che non visto si guarda bene dallo smentire la sua morte,anzi.Ne approfitta per partire nuovamente destinazione Roma,commettendo però un errore fatale;in preda all’euforia,distrugge i suoi documenti,cosa che rivelerà fatale in seguito.

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A Roma cambia il suo nome in quello di Adriano Meis, viene ospitato da una famiglia,della quale fa parte Adriana;tra i due nasce una relazione e la donna resta incinta.Nel frattempo però la fortuna al gioco ha cambiato direzione e ben presto Mattia si trova ad aver sperperato tutto il suo patrimonio e anche pieno di debiti.Così invece di assumersi le proprie responsabilità con Adriana,la pianta in asso e di cancellare la sua nuova identità.

Torna quindi in paese dove però lo attendono amare scoperte:sua moglie,credendosi vedova,ha sposato un suo amico ed ha una bambina,mentre Oliva ha sposato il Malagna,che ha anche riconosciuto il figlio avuto da Mattia.La sua presenza è ora motivo di grosso imbarazzo;gli viene proposto di lavorare come aiutante nella biblioteca del comune,un modo come un altro per toglierselo dai piedi.A Mattia non resta altro da fare che recarsi al cimitero a trovare se stesso e a deporre fiori sulla propria tomba…

Non è certo il miglior Monicelli;il tentativo di ironizzare sulla figura di Mattia Pascal,uomo debole e praticamente viziato da una vita che per lungo tempo non gli ha riservato né dolori ne fatiche non riesce in alcun modo.Il personaggio non è simpatico,anzi;è un piccolo furfante che si atteggia a galletto e che alla fine fugge dalle proprie responsabilità più volte,lasciando sua moglie,la sua amante e infine anche la povera Adriana,alla quale lascia un figlio e una fuga vile.

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Monicelli prova a costruire il suo film con un cast di gran livello,che comprende Mastroianni,Senta Berger,Andrea Ferreol,Flavio Bucci,Bernard Blier,Laura Morante,affidando le note musicali a quello che sarebbe diventato in seguito il grande Nicola Piovani e il montaggio a Ruggero Mastroianni,la fotografia al bravissimo Camillo Bazzoni ma il risultato non è dei migliori.Come molti spettatori hanno acutamente notato,Pirandello non è autore facile;il suo linguaggio descrittivo mal si presta a trasposizioni sullo schermo e l’opera di Monicelli non fa eccezione. Costruito più per la tv che per il cinema,alla fine scontenta entrambe le platee;troppo lunga la versione tv,con riassunti nelle tre puntate in cui è diviso il film da parte di Mastroianni (lunghi e francamente noiosi) poco convincente quella cinematografica,stringata ma non certo affascinante.Sicuramente a influire è proprio la presenza di Mastroianni,bravo ma assolutamente inadatto a interpretare la parte del gaudente e tutto sommato vigliacchetto Mattia Pascal.

Manca profondità psicologica,al lavoro di Monicelli.La vigliaccheria,la morbida accettazione del proprio status di gaudente,i tradimenti di Mattia Pascal potevano diventare grandi spunti di riflessione,come nell’opera pirandelliana.Il tema del doppio,la sconcertante presenza del “fu” che invece è,il tema delle maschere,ancora una volta presente in Pirandello nel film di Monicelli sono corpi estranei.

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Forse non è colpa della modernizzazione del racconto,quanto piuttosto della scarsa vena di Monicelli,che non fa mai sfoggio del suo leggendario umorismo che spessissimo sfociava nel sarcasmo.Comunque sia,non certo un prodotto da gettare,anzi;bene il buon cast,discrete musiche e ottima la fottografia.

Certo,con quel po po di roba si poteva e doveva fare di più.

Il film è disponibile nella versione completa su You tube agli indirizzi https://www.youtube.com/watch?v=0HY0ng8cK-k (parte prima), https://www.youtube.com/watch?v=zcZwRPSwD4A (parte seconda) e https://www.youtube.com/watch?v=Gxqegmp7Tgg (parte terza)

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Le due vite di Mattia Pascal

Un film di Mario Monicelli. Con Marcello Mastroianni, Carlo Bagno, Caroline Berg, Bernard Blier , Rosalia Maggio, Alessandro Haber, Senta Berger, Flavio Bucci, Andréa Ferréol, Peter Berling, Laura Morante, Victor Cavallo, Roberto Accornero, Giuseppe Cederna, Clelia Rondinella Commedia, durata 150 min. – Italia 1985.

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Le due vite di Mattia Pascal banner protagonisti

Marcello Mastroianni: Mattia Pascal – Adriano Meis

Senta Berger: Clara

Flavio Bucci: Terenzio Papiano

Laura Morante: Adriana Paleari

Laura del Sol: Romilda Pescatore

Caroline Berg: Véronique

Andréa Ferréol: Silvia Caporale

Bernard Blier: Anselmo Paleari

Alessandro Haber: Mino Pomino

Néstor Garay: Giambattista Malagna

Rosalia Maggio: Marianna Dondi, vedova Pescatore

Clelia Rondinella: Oliva Salvoni

Carlo Bagno: Pellegrinotto

Flora Cantori: madre Di Mattia

Helen Stirling: Zia Scolastica

François Marinovich: Padre di Pomino

Elettra Mancini Ferrua: Domestica casa Pascal

Maria Paola Sutto: Prostituta

Paul Muller: Ladro a Montecarlo

Victor Cavallo: Avv. Settebellezze

Tonino Proietti: Amante di Clara

Giuseppe Cederna: un prestasoldi

Peter Berling: Aristide Melainassis

Roberto Accornero: Suicida a Montecarlo

Alessandro Varesco: Giovane jettatore

Enio Drovandi: Ernesto Piromalli

Anna Marzetti Antonelli: Dudù, ragazza punk

Carmine Faraco: un pregiudiato

Gianni Baghino: il funzionario delle poste

Stefano Mazzitelli: portiere d’albergo

Alessandra Morreale, Margherita Soldi, Luca Infelici, Marco Infelici: Bambini

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Regia Mario Monicelli

Soggetto Luigi Pirandello (romanzo Il fu Mattia Pascal)

Sceneggiatura Suso Cecchi D’Amico, Ennio De Concini, Mario Monicelli, Amanzio Todini

Produttore Carlo Cucchi, Silvia D’Amico Bendico

Casa di produzione Antenne 2 (TV francese)

Fotografia Camillo Bazzoni

Montaggio Ruggero Mastroianni

Effetti speciali Delio Catini

Musiche Nicola Piovani

Scenografia Lorenzo Baraldi

Costumi Gianna Gissi

Trucco Giuseppe Banchelli

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Da Il fu Mattia Pascal:Mattia diventa Adriano

Subito, non tanto per ingannare gli altri, che avevano voluto ingannarsi da sè, con una leggerezza non deplorabile forse nel caso mio, ma certamente non degna d’encomio, quanto per obbedire alla Fortuna e soddisfare a un mio proprio bisogno, mi posi a far di me un altr’uomo.

Poco o nulla avevo da lodarmi di quel disgraziato che per forza avevano voluto far finire miseramente nella gora d’un molino. Dopo tante sciocchezze commesse, egli non meritava forse sorte migliore.

Ora mi sarebbe piaciuto che, non solo esteriormente, ma anche nell’intimo, non rimanesse più in me alcuna traccia di lui.

Ero solo ormai, e più solo di com’ero non avrei potuto essere su la terra, sciolto nel presente d’ogni legame e d’ogni obbligo, libero, nuovo e assolutamente padrone di me, senza più il fardello del mio passato, e con l’avvenire dinanzi, che avrei potuto foggiarmi a piacer mio.

Ah, un pajo d’ali! Come mi sentivo leggero!

Il sentimento che le passate vicende mi [p. 103 modifica]avevano dato della vita non doveva aver più per me, ormai, ragion d’essere. Io dovevo acquistare un nuovo sentimento della vita, senza avvalermi neppur minimamente della sciagurata esperienza del fu Mattia Pascal.

Stava a me: potevo e dovevo esser l’artefice del mio nuovo destino, nella misura che la Fortuna aveva voluto concedermi.

-E innanzi tutto, — dicevo a me stesso, — avrò cura di questa mia libertà: me la condurrò a spasso per vie piane e sempre nuove, nè le farò mai portare alcuna veste gravosa. Chiuderò gli occhi e passerò oltre appena lo spettacolo della vita in qualche punto mi si presenterà sgradevole. Procurerò di farmela più tosto con le cose che si sogliono chiamare inanimate, e andrò in cerca di belle vedute, di ameni luoghi tranquilli. Mi darò a poco a poco una nuova educazione; mi trasformerò con amoroso e paziente studio, sicchè, alla fine, io possa dire non solo di aver vissuto due vite, ma d’essere stato due uomini.

Finale

Ho messo circa sei mesi a scrivere questa mia strana storia, ajutato da lui. Di quanto è scritto qui egli serberà il segreto, come se l’avesse saputo sotto il sigillo della confessione.Abbiamo discusso a lungo insieme su i casi miei, e spesso io gli ho dichiarato di non saper vedere che frutto se ne possa cavare.

— Intanto, questo, — egli mi dice: — che fuori della legge e fuori di quelle particolarità, liete o tristi che sieno, per cui noi siamo noi, caro signor Pascal, non è possibile vivere.Ma io gli faccio osservare che non sono affatto rientrato nè nella legge, nè nelle mie particolarità. Mia moglie è moglie di Pomino, e io non saprei proprio dire ch’io mi sia.Nel cimitero di Miragno, su la fossa di quel povero ignoto che s’uccise alla Stia, c’è ancora la lapide dettata da Lodoletta:

colpito da avversi fati

MATTIA PASCAL

bibliotecario

cvor generoso anima aperta

qvi volontario

riposa

—la pietà dei concittadini

qvesta lapide pose

Io vi ho portato la corona di fiori promessa e ogni tanto mi reco a vedermi morto e sepolto là. Qualche curioso mi segue da lontano; poi, al ritorno, s’accompagna con me, sorride,e — considerando la mia condizione — mi domanda:— Ma voi, insomma, si può sapere chi siete?Mi stringo nelle spalle, socchiudo gli occhi e gli rispondo:— Eh, caro mio… Io sono il fu Mattia Pascal.

Le due vite di Mattia Pascal banner recensioni

L’opinione di sasso67 dal sito www.filmtv.it

È inevitabile confrontare un film come questo con l’opera letteraria dalla quale è tratto, sebbene si tratti di uno di quei lavori “liberamente ispirati a”. Se però si riesce a prescindere dalla derivazione letteraria, si può apprezzare un lavoro che, soprattutto nell’ultima parte, quando la riflessione sulla propria identità si fa più pressante, mantiene intatte le tematiche sollevate a suo tempo da Pirandello e che mantengono a tutt’oggi la loro validità. Pur con tutti i difetti di un’opera non completamente riuscita – i difetti della coproduzione, un eccesso di macchiettismo, un Mastroianni che sa dare giusti accenti al Mattia Pascal anziano, ma assai meno a quello giovane – Le due vite di Mattia Pascal, almeno nella versione lunga destinata alla TV, è uno spettacolo che riesce a colpire e a far riflettere lo spettatore. Anziché rimproverare gli autori per una scarsa fedeltà al romanzo pirandelliano, lamenterei casomai una certa mancanza di coraggio, nel non avere azzardato un film che prendesse spunto dalle tematiche dello scrittore siciliano, per una riflessione valida oggi come ai primi del Novecento. In fondo, al cinema italiano, è mancato e manca un Pirandello.

L’opinione di Guru dal sito http://www.davinotti.com

Ispirato al romanzo di Pirandello, il soggetto televisivo lascia spazio alla fantasia richiamando a tratti i canoni fondamentali dell’opera primaria. Pesante la durata (circa tre ore!) e poco apprezzabile anche la scelta di Mastroianni nei panni del protagonista. Il personaggio non elabora in profondità la sua crisi di identità, rimane distaccato e quasi fatalista con un atteggiamento che contrasta con la ricerca interiore della libertà e del proprio “io”. Non entusiasmanti neppure gli altri interpreti.

L’opinione di Olotiv dal sito http://www.davinotti.com

Difficile da giudicare se si è letto e apprezzato il romanzo da cui il film è liberamente tratto. Mastroianni forse un po’ troppo maturo per interpretare Mattia-Adriano, ma sono azzeccate la sua svagatezza e ingenuità. Alessandro Haber è perfetto nei panni di Mino Pomino, così come la Morante in quelli della timida Adriana. Flavio Bucci è poco più che un cameo nei panni di Terenzio Papiano. L’aver ambientato le vicende negli anni ottanta non altera troppo la sostanza, ma i personaggi “apocrifi” della borgatara Clara e della punk potevano risparmiarli.

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ottobre 14, 2015 Posted by | Drammatico | , , , , , , , , , , , | 3 commenti

Lo sguardo dell’altro

Lo sguardo dell'altro locandina

“Era più di un anno che non ti prendevo in mano, caro diario; era stato il mio analista a chiedermi di confidarmi con te….”
Begonia (Begona con la cedilla in spagnolo) annota su un diario le sue esperienze, affidando alla carta e poi ad un traduttore che proietta anche immagini su una parete quello che è il suo pensiero interiore.
In effetti come la stessa donna annota, essa non ha alcuna voglia di conoscersi, come suggerito dall’analista quanto di farsi conoscere.
Begonia vorrebbe vivere libera da condizionamenti seguendo l’istinto, vivendo quindi una vita viscerale e senza limiti.
Ma come racconta, la testa le impedisce di attuare tutto ciò che sente:  “vorrei essere una vacca, piuttosto che una donna“, dice in un impeto di ribellione verso le convenzioni, verso i tabù e l’educazione che ne mortificano la libertà e le riducono fortemente il raggio d’azione.

Lo sguardo dell'altro 1

Lo sguardo dell'altro 2
Laura Morante

Apprendiamo tutto ciò nei primi minuti del film, che anticipano in qualche modo le azioni della donna, giustificandone i successivi comportamenti.
Nella vita di Begonia sfilano così uomini disparati e apparentemente poco interessati al suo io, quello che l’analista le consiglia di cercare con insistenza; la donna percorre così quasi in maniera incorporea una strada fatta di incontri casuali, come quello con Elio che da vero lupo solitario la immerge in atmosfere torbide e malsane, portandola in giro per accoppiamenti sessuali che in qualche modo appagano la donna fisicamente ma che le lasciano comunque un vuoto incolmabile a livello affettivo.
Una galleria di volti anonimi, di persone vuote che sembrano simulacri di esseri umani agitati da istinti bassi e abietti; come Ignazio, pittore di strani ritratti a sfondo psicanalitico che la coinvolge in pose al limite dello scabroso, come l’ex compagno di studi Santiago, che la coinvolge in festini hard.

Lo sguardo dell'altro 3

E poi Daniel, un giovane ben diverso dagli uomini che frequenta, un po poeta e un po idealista, che la corteggia sfoggiando sentimenti veri e autentici e che alla fine riesce a convincerla a compiere un passo che Begonia non vorrebbe fare ovvero sposarsi.
Begonia è incerta, titubante: lei è una ribelle per certi versi.
E’ la donna che durante il pranzo con la sua famiglia , mentre sua madre esalta il ruolo del marito appena scomparso dipingendolo come un uomo dalla sana moralità fedele e dedito alla famiglia, contesta tutto ricordando che suo padre è morto tra le braccia dell’amante durante un amplesso.
Può una donna così cambiare radicalmente la sua vita, violentare i propri principi e trasformarsi in una moglie, vivere quindi una realtà “normale”?

Lo sguardo dell'altro 4

Begonia ci prova, ma prima del matrimonio viene stuprata e durante l’atto resta incinta.
Sposa lo stesso il buon Daniel, ma inspiegabilmente torna dai suoi stupratori, sconvolgendo Daniel che la abbandona.
Begonia resta sola così con sua figlia: è una donna di nuovo libera, ma fino a che punto?
Lo sguardo dell’altro, film diretto da Vicente Aranda nel 1996 è un film ambiguo.
Forse più inconsistente che ambiguo.
Non è una differenza da poco.

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Perchè Aranda mostra un ritratto di donna in chiaroscuro in cui prevale nettamente la parte oscura, una donna che in nome di una libertà confusa sceglie di riscattarsi dai dubbi esistenziali, dalle angosce quotidiane, dal famoso “chi sono, da dove vengo, dove vado” infilandosi nei letti di chiunque, in una schizofrenica quanto inconcludente ricerca che la porterà alla fine ad essere sola come in partenza, anzi, più sola.
Perchè quella figlia che lei culla sul finale del film è l’unica nota positiva che ha ricavato fino a quel punto.
Ma è figlia di uno stupro, che lei ha subìto e sùbito dopo rivendicato quasi fosse un’esperienza positiva, e che invece l’ha privata dell’unico uomo che avrebbe potuto frenare quel suo inconscio essere autodistruttiva.
Il maggior limite del film sta proprio in questa contraddizione.

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Begonia è un essere incomprensibile, schizofrenico, agitato da mari tempestosi senza che venga spiegato il perchè di queste sue pulsioni.
E’ anticonformista, è vero, ma è anche borghese e convenzionale.
Il suo tentativo di liberarsi, di esprimere se stessa non attraverso un diario che in realtà dovrebbe avere lo scopo di aiutarla a conoscersi, ma attraverso esperienze estreme, in cui la donna appare vittima e carnefice in un ruolo però non subìto ma cercato, finisce per perdersi dietro un’inestricabile sequela di avventure sessuali che non possono in alcun modo aiutare a crescere.

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Begonia usa il suo corpo come uno strumento, poi come uno specchietto per le allodole, ricavando sempre e solo un risultato, ovvero una solitudine infinita.
Allora che senso ha l’agitarsi e il dimenarsi nei letti, lo sperimentare il sesso estremo se fin dal primo incontro appare chiaro che lei dona un qualcosa che gli uomini accettano volentieri ma che ricambiano in fin dei conti con una mancanza di rispetto assoluta per la sua persona, per il suo pensiero, per il suo essere?
Begonia è una donna intelligente ma appare come un essere uterino, guidato quindi solo da pulsioni sessuali che utilizza per sedurre, attrarre, senza però alla fine ricavarne nulla di tangibile.
Il grande equivoco e il grande limite del film in sostanza è questo.

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I borghesi sono tali perchè non sono afflitti dai problemi della gente comune, impegnata nella sopravvivenza quotidiana e alle prese con problemi più tangibili e immediati.
I borghesi hanno il superfluo, quindi si crogiolano come lucertole al sole in dinamiche incomprensibili, i pistolotti mentali che alla fine irritano chi non condivide quei problemi, diciamolo pure, assurdi e inutili.
Begonia quindi diventa una donna insoddisfatta della propria condizione che si ribella alla stessa grazie ai privilegi di cui gode, il lavoro, la famiglia borghese, la libertà individuale.
Che non ha dovuto conquistare, ma che le appartiene in virtù del ceto sociale di appartenenza.
E’ la donna a cui la vita non ha negato nulla: difatti non cerca se stessa, come l’intellettuale disperato che non riesce a trovare il filo d’Arianna della logica dell’esistenza.

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No, è soltanto una donna che gode delle proprie pulsioni, edonistica e ninfomane.
Un personaggio negativo in toto, che lo spettatore del film finisce per detestare man mano che la pellicola si contorce su se stessa, sfociando in momenti assolutamente da dimenticare, quali le risate durante il matrimonio o la resa visiva della sessualità della donna, che in fondo sembra essere davvero l’obiettivo di Aranda.
Ovvero, usando parole povere, una cartina di tornasole per giustificare il bel corpo nudo di Laura Morante esposto in tutti i modi.
Lei, Laura, da corpo ad un personaggio indimenticabile in senso negativo.
Antipatica, spocchiosa, finisce per caratterizzare tutte le lacune del personaggio amplificandole oltre modo e dando vita ad una interpretazione schizoide, che finisce per guastare ancor di più il poco di buono che si recepisce qua e là.
Peccato, perchè la Morante è non sola bella, ma anche decisamente al di sopra di quanto mostrato nel film.
Sconsiglio caldamente la visione di questo film che è opera masturbatoria sia a livello psicologico che visivo.

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Un’operazione fintamente intellettuale che innervosisce proprio per la sua pretestuosità e per il messaggio falsamente libertario che vuole trasmettere.
Lo sguardo dell’altro, un film di Vicente Aranda. Con Laura Morante, Miguel Bosè, José Coronado Titolo originale La mirada del otro. Commedia, durata 104 min. – Spagna 1997.

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Lo sguardo dell'altro banner personaggi

Laura Morante    …     Begonia
Blanca Apilánez    …     Isabel
Alicia Bogo    …     Clara
Miguel Bosé    …     Santiago
Alonso Caparrós    …     Luciano
Berta Casals    …     Ragazza
Miguel Cazorla    …     Ragazzo
José Coronado    …     Elio
Miguel Ángel García    …     Daniel
Paz Gómez
Sancho Gracia    …     Ignacio
Pedro Miguel Martínez    …     Luis
Ana Obregón    …     Marian
Juanjo Puigcorbé    …     Ramon
Tema Sandoval    …     Yuyi
Nuria Solé    …     Moglie di Luis
María Jesús Valdés    …     Madre

Lo sguardo dell'altro banner cast

Regista:Vicente Aranda
Sceneggiatori: Álvaro del Amo, Vicente Aranda
Prodotto da Andrés Vicente Gómez e Carmen Martínez
Musiche originali : José Nieto
Fotografia : Flavio Martínez Labiano
Montaggio :Teresa Font
Costumi :Alberto Luna

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

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Avvincente film che lega un erotismo elegante ad una fantasia spolverata di fantascientifico. Splendida Laura Morante in ottima forma (in tutti i sensi). Devo dire di non aver mai amato il cinema spagnolo, ma in questa pellicola si viene piacevolmente sorpresi dalla scorrevolezza d’impianto che cancella la velata noia di una sceneggiatura un po’ sciocchina sul “doppio cosmico”; l’erotismo è calibrato, pensato alla francese, ma anche molto crudo ed esplicito. Tutto sommato un buon film.

Un film erotico d’autore caratterizzato da un’ottima regia e da ottime interpretazioni, tra le quali spicca quella di Laura Morante che con il suo lavoro ha dato vita ad una donna conturbante dall’animo peccaminoso: Begonia, scabrosa e desiderosa di uomini e ossessionata da questi. Crudo quanto basta per eccitarti.

dicembre 17, 2010 Posted by | Erotico | , | 3 commenti