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Una donna come Eva

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Una casalinga un po frustrata, ormai ridotta alla stregua di una sguattera che vive una vita piatta, barcamenandosi tra il menage famigliare, i figli, la casa da pulire.
Una casalinga qualsiasi, quindi.
Che però vedrà la vita cambiare radicalmente durante un viaggio in Francia, dove conosce la giovane Liliane, una ragazza indipendente e sopratutto agli antipodi dal suo stile di vita.
Una donna dalle idee assolutamente femministe, che vive la sua libertà come condizione irrinunciabile.
Tra la tradizionalista Eve e la emancipata Liliane scoppia una passione tumultuosa, che porta Eve a prendere coscienza del suo stato e a decidere di lasciare il marito per riacquistare la sua libertà.

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Ma a questo punto la donna è costretta ad una dura battaglia legale per ottenere l’affidamento dei figli che il marito chiede esclusivamente per se.
Poichè lo stesso ha deciso di intraprendere una relazione con una vecchia amica di Eve ed essendo quest’ultima legata ad una relazione considerata proibita,i giudici decidono l’affidamento dei figli al marito della donna.
Che si batte come una fiera per i propri diritti, che cozzano però contro i pregiudizi di una società solo all’apparenza libera ma nella realtà dei fatti profondamente omofoba.
Finale amarissimo.
Diretto nel 1979 da Nouchka van Brakel, regista olandese alla sua prima opera tradotta in italiano, Una donna come Eva, traduzione letterale del titolo d’uscita del film in Olanda Een vrouw als Eva racconta una vicenda complessa di amore lesbico tra una donna sposata e una dalla vita completamente opposta, con conseguenti problematiche legate più al personale delle due protagoniste che alle conseguenze pratiche di un amore visto comunque come amorale dalla società olandese,pur all’avanguardia nelle conquiste sociali e civili.

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E’ proprio il sentimento anti omosessuale o meglio anti lesbico, i pregiudizi che esso suscita ad essere uno dei due temi portanti del film,che finisce però per affrontare un altro tema scottante, quello del futuro dei figli di una coppia tradizionale che si scioglie e l’affidamento da definire degli stessi figli una volta che la madre degli stessi sceglie un’unione non tradizionale.
Il film verte proprio su questo, sull’impossibilità da parte della società di accettare come normale un legame lesbico, tanto da elevarlo al rango di famiglia.
La durissima battaglia legale tra Eve e il marito è il terreno di scontro di due concezioni antitetiche della famiglia, con scontata predilezione per quella fatta da un uomo e una donna.
Il punto cruciale del film diventa proprio il momento in cui il marito di Eve annuncia al giudice la possibilità di un matrimonio per dare ai figli una famiglia classica, in netto contrasto con la relazione impossibile e non riconosciuta (almeno all’epoca) tra Eve e Liliane.

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Finisce in maniera scontata: i giudici optano per l’affidamento al marito, che garantisce ai figli la sicurezza sociale di un matrimonio fra due esseri umani di sesso diverso, in perfetta linea con quanto sia le leggi che la morale corrente proteggono ed esaltano.
Inutile la battaglia di Eve, che in questo non è minimamente supportata da Liliane, che è attratta da Eve e non di certo dai suoi figli.
Film amaro e lucido, interpretato da due attrici bravissime e anticonformiste come Monique Van de Ven e Maria Schneider, che rendono particolarmente vividi i loro personaggi, consegnando due ritratti di donne assolutamente particolari.
Monique Van de Ven, l’Eve del film, passa da una condizione di vita tradizionale, in cui contano solo i figli da accudire, la casa e l’asservimento al marito ad una condizione totalmente opposta, che passa attraverso una relazione lesbica che la donna vive con amore ma anche con la spada di Damocle dell’affetto che prova per i figli, un legame simbiotico che non è annullabile da nulla, nemmeno dall’amore.
Liliane è invece una donna libera, senza legami, che si infatua di Eve ma non al punto di condividere la battaglia che l’amante farà per la custodia dei figli.

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Le due attrici mostrano quindi in modo esemplare le due personalità dissimili, caratterizzandole in maniera pressochè perfetta.
Brava la regista Nouchka van Brakel nel cogliere dettagli, nell’esaltare l’amore tra le due donne (anche in senso biblico) ma sopratutto capace di cogliere le problematiche della vita di Eve lanciando al tempo stesso una specie di guanto di sfida alla morale corrente della società.
Un film purtroppo quasi introvabile nella versione italiana, che circola solo sui p2p peraltro in versione non completa.

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Una donna come Eva
Un film di Nouchka Van Brakel. Con Maria Schneider, Peter Faber, Monique Van De Ven, Marijke Merckens Titolo originale A Woman Like Eve. Drammatico, durata 93 min. – Olanda 1979

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Una donna come Eva banner protagonisti

Monique van de Ven … Eve
Maria Schneider … Liliane
Marijke Merckens … Sonja
Peter Faber … Ad
Renée Soutendijk … Sigrid
Anna Knaup … Britta
Mike Bendig … Sander
Truus Dekker … La mamma
Helen van Meurs …L’avvocato
Karin Meerman …Una zia
Theo de Groot … Zio
Trudy de Jong … Un’altra zia
Marjon Brandsma … Margreet
Elsje Scherjon … Assistente sociale

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Regia: Nouchka van Brakel
Soggetto:Nouchka van Brakel, Judith Herzberg
Produzione:Matthijs van Heijningen
Musiche:Laurens van Rooyen
Fotografia:Nurith Aviv
Montaggio:Ine Schenkkan
Art direction:Inger Kolff

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L’opinione di Maso dal sito http://www.filmtv.it

Sfiora il cult movie questo intenso film olandese in cui Monique Van de Ven interpreta il ruolo della Eva del titolo, sposata e turbata madre di due figli, che durante la visita
ad una comunità hippies in Francia scopre la sua sessualità nascosta in seguito all’incontro con Lilianne, Maria Schneider, che è una ragazza senza radici e già conscia del proprio essere.
La prova delle due attrici è da elogiare, e regge la difficile rappresentazione di una passione inaspettata tutta al femminile in cui le scene di nudo esplodono senza censure virtuosistiche ed i corpi di Monique e Maria possono fondersi senza inibizioni visto che entrambe sono due fuoriclasse del nudo disinvolto e sfrontato; allo stesso tempo riesce a raccontare la sociopatia della protagonista costretta alla rottura con il marito e a scendere a compromessi per non perdere i suoi figli mancando ai doveri di una madre, una scena e una battuta in particolare mi hanno sempre colpito
in questo film: nella casa barcone dove stanno trascorrendo il week end Lilianne è seccata dalla presenza dei figli di
Eva e le dichiara “Amo te non i tuoi figli” a sottolineare una personalità che non vuole dare chance alla stabilità e ostenta ancora un fiero femminismo.
La regia della Van Brakel non si discosta dal tono drammatico, realistico della storia e non è quindi particolarmente memorabile ma nello scavo dei
caratteri ha avuto la mano felice, favorita ovviamente dalla presenza di due icone come la Schneider: attrice non eccezionale ma mitica e maledetta e la Van de Ven più equilibrata, molto bella e capace nella recitazione.

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aprile 23, 2014 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

Fiore di carne (Turks fruit)

Fiore di carne locandina

Turks fruit, o Turkish fruit o ancora Turkish delight (in italiano Fiore di carne) è uno dei film più importanti dell’intera cinematografia olandese, oltre che essere uno dei tre film più visti di sempre nel paese dei tulipani (naturalmente tra i film diretti in lingua orange).
Girato nel 1973 dal geniaccio olandese Paul Verhoeven, arrivò in Italia mutilo di molte scene e passò quasi inosservato, prima di riscuotere il giusto successo che meritava.
Tratto dal romanzo Turks fruit di Jan Wolkers, narra la storia di Eric, un giovane artista (per la precisione scultore) olandese che vivrà una intensa storia d’amore con la bella Olga che finirà tragicamente.
Il film inizia mostrandoci Eric che si sveglia da un incubo nel quale carica giovani autostoppiste che porta nel suo studio e con le quali  ha intensi rapporti sessuali che però non lo appagano.

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E’ come se Eric soffrisse per qualcosa che è accaduto nel recente passato.
Ed è proprio quello che vediamo in un flashback.
Eric raccoglie una bella e affascinante autostoppista, Olga; i due familiarizzano subito e dopo poco scoprono di essere fatti l’uno per l’altra.
Così la coppia vive una intensa storia d’amore, segnata da una sessualità sfrenata e appagata in ogni occasione e momento libero.

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Due fotogrammi con la bravissima e bellissima Monique Van De Ven

Dopo poco Eric e Olga decidono di vivere insieme e sposarsi ma incontrano la feroce resistenza della madre di Olga, poco propensa a far maritare sua figlia con quello scultore che vive praticamente alla giornata.
Ma la volontà di Olga finisce per imporsi e i due coronano il loro sogno.
Dopo un iniziale periodo di armonia, Olga inizia a comportarsi in maniera stravagante, mettendo in ansia il compagno.
Il punto di rottura arriva durante una festa, durante la quale la ragazza flirta apertamente con uno sconosciuto, suscitando l’ira di Eric che la schiaffeggia.

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I due si lasciano ed Eric, arrivato nel suo studio, distrugge tutto ciò che gli ricorda la ormai ex moglie.
Ma la donna gli è entrata nel sangue e così Eric fa di tutto per rincontrarla, rimanendo però choccato dal comportamento della ex moglie, che sembra ormai priva di freni inibitori.
Eric tenta di rivedere la ragazza, incontrando però la ferma opposizione della famiglia.
Riuscirà a vederla per pochissimo con la scusa di preparare le carte del divorzio e durante l’incontro Olga gli rivela che sta per sposare un uomo d’affari americano.
Il matrimonio di Olga dura poco e la ragazza ritorna in Olanda.
Eric, che non l’ha mai dimenticata, la rivede un giorno vestita in maniera stravagante e la vede anche comportarsi in maniera assurda.
La ragazza sviene per strada ed è ricoverata in un ospedale, dove le viene diagnosticato un tumore al cervello in forma ormai terminale.
Sarà proprio Eric ad esserle affianco nelle ore che precedono la sua morte.

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Schematicamente, è questa la storia di Fiore di carne, film assolutamente e totalmente anticonvenzionale, diretto da Verhoeven alla sua seconda opera da regista cinematografico ( la prima era stata Gli strani amori di quelle signore) preceduta da una serie di short e documentari.
Paul Verhoeven, regista assolutamente visionario, mostra da subito il suo particolare talento nel descrivere storie anticonvenzionali e che vanno contro la morale corrente, usando sia un linguaggio cinematografico sia delle immagini molto forti e sopratutto influenzate dal cinema sessantottino, quello che per intenderci aveva espresso un nuovo modo di fare cinema, molto più diretto e privo di fronzoli, essenziale e anche se vogliamo politicamente scorretto.
Sono proprio i temi post sessantotto a fare capolino qua e là nel film; Eric e Olga vivono una tradizionale storia d’amore solo nella parte che riguarda i sentimenti, che sono gli stessi dagli albori dell’umanità, poi tutto viene stravolto nella visione del regista olandese.

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La coppia vive una sessualità aperta, quella che i giovani dell’epoca usarono per rimarcare la loro differenza dalle generazioni precedenti. Questo porta la coppia ad essere in aperta sfida con i valori tradizionali della società, quegli stessi valori che la figura anticonformista di Eric viola clamorosamente.
Non è un caso che i problemi maggiori lo scultore li avrà proprio con la morale borghese dei genitori della ragazza, che lo vedono come fumo negli occhi.
Può l’amore tra i due vincere questi ostacoli?
Certamente, sopratutto se si è giovani, non ci si preoccupa delle convenzioni borghesi e anzi ci si fa beffe di tutto ciò che costituisce il potere borghese stesso.

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Olga ed Eric vivono una sessualità sfrenata e giocosa, in netta opposizione al tradizionalismo sessuale borghese; il loro è un amore sensuale che si libera in amplessi che non tengono in alcun conto i limiti imposti dalla morale.
Ad un certo punto però il film diventa spiazzante; sembra quasi che Olga rivendichi a se stessa il libero arbitrio di poter scegliere un altro compagno, di poter vivere la propria vita sessuale senza le costrizioni di un legame univoco.
Così lo spettatore segue un pò stupefatto il comportamento altalenante della ragazza, che fino a poco prima sembrava pazzamente innamorata del giovane artista.
Il quale dal canto suo adora quella ragazza dai comportamenti estremi, disinibita e tenera, anticonformista e allegra.
Seguiamo quindi il repentino cambio di ruoli con l’improvvisa fine del legame tra Eric e Olga, un po delusi ma sopratutto sconcertati.

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Possibile che tutto si sia trasformato solo in un’esaltazione del ruolo femminile, nella radicalizzazione delle scelte dovute ad una libertà finalmente acquisita dalle donne e nello specifico da Olga?
Non è così naturalmente e il finale riporta il film in binari tradizionali.
La storia assume un aspetto che vira sul tragico, con un epilogo che lascia l’amaro in bocca.
Fiore di carne è un film bello e ben girato, sopratutto ben interpretato da due attori che avranno un luminoso futuro, sopratutto Rutger Hauer che sembra incarnare perfettamente lo spirito ribelle e anticonformista dell’artista Eric, mentre le bella Monique Van De Ven riesce a calarsi benissimo nel ruolo scabroso della ribelle Olga che andrà incontro ad un terribile destino.

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Il film contiene immagini al limite dell’esplicito, anche se Verhoeven non varca mai il confine che avrebbe portato il film verso una deriva pericolosa; non dimentichiamo che siamo nel 1973, che la morale negli altri paesi non è evoluta come quella olandese.
In Italia infatti il film circolò molto ai margini, privando il pubblico di una pellicola sicuramente superiore agli standard; la presenza di molti nudi della Van De Ven però era qualcosa che la censura non poteva lasciar passare facilmente, così il film ebbe una distribuzione quasi underground.
Verhoeven, che l’anno successivo avrebbe girato quel gioiellino che è Kitty Tippel mostra da subito le sue doti peculiari, che consistono in una visione lucida e anticonformista della realtà quotidiana resa visivamente con immagini spesso disturbanti ma quanto mai opportune.
Un cinema da maestro che avrà i suoi punti di massimo fulgore in Spetters e L’amore e il sangue, prima del percorso altalenante del regista con film come Basic Istinct, Robocop e Atto di forza.

Fiore di carne
Un film di Paul Verhoeven . Con Rutger Hauer, Monique Van De Ven, Mariol Flore Titolo originale Turks Fruit. Drammatico, durata 95 min. – Paesi Bassi 1974

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Fiore di carne banner personaggi

Monique van de Ven     …     Olga Stapels
Rutger Hauer         …     Eric Vonk
Tonny Huurdeman          …     Madre di Olga
Wim van den Brink          … Padre di Olga
Hans Boskamp          …     Winkelchef
Dolf de Vries          …     Paul
Manfred de Graaf          …     Henny
Dick Scheffer         …     Accountant
Marjol Flore          …     Tineke

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Regia     Paul Verhoeven
Soggetto     Jan Wolkers (romanzo)
Sceneggiatura     Gerard Soeteman
Produttore     Rob Houwer
Fotografia     Jan de Bont
Montaggio     Jan Bosdriesz
Musiche     Rogier van Otterloo

Le recensioni qui sotto sono prese dal sito http://www.davinotti.com

Tutti i diritti riservati.

Incipit con un paio di flash violenti, poi si passa all’erotico, inizialmente ironico, poi romantico e infine morboso, per poi assistere ad un ultimo cambio di rotta nei 20 minuti finali. Il film è discretamente realizzato ed eccessivo nel senso più positivo del termine (belle scene di sesso ad esempio, molto realistiche pur non andando oltre il softcore), ma i numerosi cambi di tono finiscono per abbassare il livello generale. Perfettamente in parte i due protagonisti. Privo di equilibrio, ma nel complesso riuscito.

La sua bella carica trasgressiva ce l’ha e riesce a variare con efficacia tra lo scherno alla società tipico del periodo e un romanticismo a tinte forti. In questo modo corregge il dubbio iniziale che fosse un film per “assatanati”. Raffinabile a livello di fotografia e montaggio ma comunque diretto con personalità e con due ottime prestazioni da parte dei protagonisti.

Né con te né senza di te… è assoluto, prepotente, folle, l’amore tra Erik ed Olga, è una vita a parte, non ci rientra nella vita quotidiana, fatta di obblighi, di compromessi, di piccolezze… è un amore bambino, innocente e indecente come tutti i bambini, che vive solo nel presente. Film estremamente romantico, che non teme neppure il finale alla Love Story: si mantiene ruvido, intenso, disturbante, persino nell’ultima dolcezza, quei pasticcini, un dono da innamorato adolescente, l’addio a un amore che non diventerà adulto. Spietato, sincero e sognante.

Io l’ho imbroccato bene, ma capisco come sia facile uscirne schifati. Il realismo è fuori dal comune, tutto viene esplicitato al massimo, ma pure l’amore più forte in assoluto che abbia mai visto in un film… è qui! Ed è di lui per lei, anche se fin quasi alla fine sembra che sia lui il più trasgressivo e bestiale. Libertà assoluta uguale sentimenti veri.

È davvero un ottimo film questa pellicola di esordio di Verhoeven. Ha il grande pregio di delineare benissimo i protagonisti e il forte rapporto che si crea fra i due personaggi, che poi sfocia nell’ossessione e infine nella follia (le cui conseguenze sono narrate nel violento e cupissimo prologo). Molto realistico, nessuna patinatura (sessualmente è molto esplicito), né toni melodrammatici. Non eccezionale a livello tecnico (brutta fotografia), ma ottima regia. Rutger Hauer è come sempre ottimo, ma anche l’attrice protagonista non è da meno.

L’ho visto almeno 4/5 volte, ma in olandese! Mi piace moltissimo perché è il primo film che vedo in cui i sentimenti sono/sembrano autentici, bestiali, umani, mi fa sognare ed è inevitabile innamorarsi dei personaggi, soprattutto di Erik. Un film unico, ma mi rendo conto non per gli schizzinosi

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Un fotogramma di un cineracconto del film

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settembre 21, 2011 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

Kitty Tippel …quelle notti passate sulla strada

Kitty è una ragazza poverissima, che vive nella realtà disagiata di una Amsterdam spaccata in due tra ricchi troppo ricchi e poveri abbruttiti dalle privazioni; siamo sul finire dell’ottocento, e il quadro d’assieme della vicenda mostra lo stridente contrasto tra la ricca e agiata borghesia olandese e la realtà fatta di spirito di sopravvivenza, di abiezione morale e di voglia di riscatto che serpeggia nello strato più basso della popolazione, quello che sopravvive ai margini dell’opulenta società

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Kitty, che è una ragazza volitiva, sogna un futuro diverso per se, che non sia quello della sua famiglia, con una sorella che si prostituisce e un padre inetto e ubriacone. La giovane tenta la via del riscatto diventando dapprima la modella di un pittore, che la violenterà privandola della verginità, poi l’amante di un vecchio banchiere, e infine, dopo una serie di peripezie, che la porteranno a degradarsi finendo sul marciapiede, conoscerà un ricco rivoluzionario, che si innamorerà di lei e le permetterà di leggere, studiare e imparare, alzandola di livello sociale e permettendole un riscatto che altrimenti la ragazza non avrebbe mai conosciuto.

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La malattia di Kitty

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Kitty Tippel, di Paul Verhoeven, film del 1975, è una splendida storia strutturata quasi fosse una fiction; con una sceneggiatura elaborata da una serie di racconti tratti dalle opere di Neel Doff, che visse una storia praticamente identica all’eroina dei suoi racconti, il film si  muove in una Amsterdam contraddittoria, come contraddittori sono i protagonisti della vicenda, con l’unica eccezione di Kitty, una donna che non vuole arrendersi alla convenzione sociale che impone alle donne povere e senza istruzione una vita da vivere e spendere ai margini della società.

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E’ proprio Amsterdam l’altra protagonista, illuminata da una fotografia assolutamente straordinaria, capace di cogliere, pur in una ricostruzione posteriore, il fascino di una città cosmopolita da sempre, proprio per questo pulsante e contraddittoria. Una città vista attraverso veri e propri dipinti fotografici, una fotografia che si può tranquillamente definire impressionista. La vicenda di Kitty diventa a questo punto la storia del riscatto sociale, della sfida alle convenzioni, la storia della volontà di una donna, una vicenda proto femminista, che il regista olandese segue con attenzione,

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Monique Van De Ven è Kitty Tippel

attraverso una cura quasi maniacale dei dettagli, non risparmiando anche scene disturbanti, come quella in cui Kitty e la sua famiglia, intenti a mangiare il loro misero pranzo, devono assistere all’espletamento delle funzioni corporali della sorella di Kitty, in una casa tugurio in cui la privacy è un miraggio. Un’altra scena vede la deflorazione della sventurata e ingenua Kitty da parte di un sedicente pittore, avvenuta mentre la ragazza è intenta in un gioco infantile di ombre cinesi. Tutto contribuisce a rendere visivamente aggressiva l’opera di Verhoeven;

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l’ambientazione, la storia di Kitty, i personaggi spesso crudeli, con un livello di moralità prossimo allo zero. Un film davvero bello, che all’epoca della sua uscita passò non pochi guai con la censura, non tanto per le scene abbastanza crude portate sullo schermo, bensì per il tema scabroso, per quella descrizione così cruda e realistica della borghesia, vista come ricettacolo di tutti i vizi.

Straordinaria l’interpretazione di Monique Van De Ven, che mostra una Kitty che passa attraverso le esperienze peggiori mantenendo comunque un candore invidiabile. Kitty Tippel è uno dei film più interessanti degli ultimi trent’anni, e francamente sconcerta l’oblio a cui è stato condannato; le stesse tv non passano mai questa pellicola scomoda, puntando su più rassicuranti film barzelletta, che hanno il pregio di non far pensare.

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Kitty Tippel…quelle notti passate sulla strada, un film di Paul Verhoeven . Con Monique Van De Ven, Andrea Domburg, Hannah De Leevwe, Ian Blaaser, Eddy Brugman
Titolo originale Keetje Tippel. Drammatico, b/n durata 107 min. – Paesi Bassi 1975.

Monique van de Ven … Keetje Tippel
Rutger Hauer … Hugo
Andrea Domburg …Madre di Keetje
Hannah de Leeuwe … Mina
Jan Blaaser … Zio di Keetje
Eddie Brugman … Andre
Peter Faber … George
Walter Kous … Pierre
Fons Rademakers …Klant

Regia: Paul Verhoeven
Sceneggiatura: Neel Doff,Gerard Soeteman
Produzione: Rob Houwer
Musiche: Rogier van Otterloo
Fotografia: Jan de Bont
Montaggio: Jane Sperr

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luglio 14, 2009 Posted by | Drammatico | , | 2 commenti