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Una donna come Eva

Una donna come Eva locandina 1

Una casalinga un po frustrata, ormai ridotta alla stregua di una sguattera che vive una vita piatta, barcamenandosi tra il menage famigliare, i figli, la casa da pulire.
Una casalinga qualsiasi, quindi.
Che però vedrà la vita cambiare radicalmente durante un viaggio in Francia, dove conosce la giovane Liliane, una ragazza indipendente e sopratutto agli antipodi dal suo stile di vita.
Una donna dalle idee assolutamente femministe, che vive la sua libertà come condizione irrinunciabile.
Tra la tradizionalista Eve e la emancipata Liliane scoppia una passione tumultuosa, che porta Eve a prendere coscienza del suo stato e a decidere di lasciare il marito per riacquistare la sua libertà.

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Ma a questo punto la donna è costretta ad una dura battaglia legale per ottenere l’affidamento dei figli che il marito chiede esclusivamente per se.
Poichè lo stesso ha deciso di intraprendere una relazione con una vecchia amica di Eve ed essendo quest’ultima legata ad una relazione considerata proibita,i giudici decidono l’affidamento dei figli al marito della donna.
Che si batte come una fiera per i propri diritti, che cozzano però contro i pregiudizi di una società solo all’apparenza libera ma nella realtà dei fatti profondamente omofoba.
Finale amarissimo.
Diretto nel 1979 da Nouchka van Brakel, regista olandese alla sua prima opera tradotta in italiano, Una donna come Eva, traduzione letterale del titolo d’uscita del film in Olanda Een vrouw als Eva racconta una vicenda complessa di amore lesbico tra una donna sposata e una dalla vita completamente opposta, con conseguenti problematiche legate più al personale delle due protagoniste che alle conseguenze pratiche di un amore visto comunque come amorale dalla società olandese,pur all’avanguardia nelle conquiste sociali e civili.

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E’ proprio il sentimento anti omosessuale o meglio anti lesbico, i pregiudizi che esso suscita ad essere uno dei due temi portanti del film,che finisce però per affrontare un altro tema scottante, quello del futuro dei figli di una coppia tradizionale che si scioglie e l’affidamento da definire degli stessi figli una volta che la madre degli stessi sceglie un’unione non tradizionale.
Il film verte proprio su questo, sull’impossibilità da parte della società di accettare come normale un legame lesbico, tanto da elevarlo al rango di famiglia.
La durissima battaglia legale tra Eve e il marito è il terreno di scontro di due concezioni antitetiche della famiglia, con scontata predilezione per quella fatta da un uomo e una donna.
Il punto cruciale del film diventa proprio il momento in cui il marito di Eve annuncia al giudice la possibilità di un matrimonio per dare ai figli una famiglia classica, in netto contrasto con la relazione impossibile e non riconosciuta (almeno all’epoca) tra Eve e Liliane.

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Finisce in maniera scontata: i giudici optano per l’affidamento al marito, che garantisce ai figli la sicurezza sociale di un matrimonio fra due esseri umani di sesso diverso, in perfetta linea con quanto sia le leggi che la morale corrente proteggono ed esaltano.
Inutile la battaglia di Eve, che in questo non è minimamente supportata da Liliane, che è attratta da Eve e non di certo dai suoi figli.
Film amaro e lucido, interpretato da due attrici bravissime e anticonformiste come Monique Van de Ven e Maria Schneider, che rendono particolarmente vividi i loro personaggi, consegnando due ritratti di donne assolutamente particolari.
Monique Van de Ven, l’Eve del film, passa da una condizione di vita tradizionale, in cui contano solo i figli da accudire, la casa e l’asservimento al marito ad una condizione totalmente opposta, che passa attraverso una relazione lesbica che la donna vive con amore ma anche con la spada di Damocle dell’affetto che prova per i figli, un legame simbiotico che non è annullabile da nulla, nemmeno dall’amore.
Liliane è invece una donna libera, senza legami, che si infatua di Eve ma non al punto di condividere la battaglia che l’amante farà per la custodia dei figli.

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Le due attrici mostrano quindi in modo esemplare le due personalità dissimili, caratterizzandole in maniera pressochè perfetta.
Brava la regista Nouchka van Brakel nel cogliere dettagli, nell’esaltare l’amore tra le due donne (anche in senso biblico) ma sopratutto capace di cogliere le problematiche della vita di Eve lanciando al tempo stesso una specie di guanto di sfida alla morale corrente della società.
Un film purtroppo quasi introvabile nella versione italiana, che circola solo sui p2p peraltro in versione non completa.

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Una donna come Eva
Un film di Nouchka Van Brakel. Con Maria Schneider, Peter Faber, Monique Van De Ven, Marijke Merckens Titolo originale A Woman Like Eve. Drammatico, durata 93 min. – Olanda 1979

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Monique van de Ven … Eve
Maria Schneider … Liliane
Marijke Merckens … Sonja
Peter Faber … Ad
Renée Soutendijk … Sigrid
Anna Knaup … Britta
Mike Bendig … Sander
Truus Dekker … La mamma
Helen van Meurs …L’avvocato
Karin Meerman …Una zia
Theo de Groot … Zio
Trudy de Jong … Un’altra zia
Marjon Brandsma … Margreet
Elsje Scherjon … Assistente sociale

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Regia: Nouchka van Brakel
Soggetto:Nouchka van Brakel, Judith Herzberg
Produzione:Matthijs van Heijningen
Musiche:Laurens van Rooyen
Fotografia:Nurith Aviv
Montaggio:Ine Schenkkan
Art direction:Inger Kolff

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L’opinione di Maso dal sito http://www.filmtv.it

Sfiora il cult movie questo intenso film olandese in cui Monique Van de Ven interpreta il ruolo della Eva del titolo, sposata e turbata madre di due figli, che durante la visita
ad una comunità hippies in Francia scopre la sua sessualità nascosta in seguito all’incontro con Lilianne, Maria Schneider, che è una ragazza senza radici e già conscia del proprio essere.
La prova delle due attrici è da elogiare, e regge la difficile rappresentazione di una passione inaspettata tutta al femminile in cui le scene di nudo esplodono senza censure virtuosistiche ed i corpi di Monique e Maria possono fondersi senza inibizioni visto che entrambe sono due fuoriclasse del nudo disinvolto e sfrontato; allo stesso tempo riesce a raccontare la sociopatia della protagonista costretta alla rottura con il marito e a scendere a compromessi per non perdere i suoi figli mancando ai doveri di una madre, una scena e una battuta in particolare mi hanno sempre colpito
in questo film: nella casa barcone dove stanno trascorrendo il week end Lilianne è seccata dalla presenza dei figli di
Eva e le dichiara “Amo te non i tuoi figli” a sottolineare una personalità che non vuole dare chance alla stabilità e ostenta ancora un fiero femminismo.
La regia della Van Brakel non si discosta dal tono drammatico, realistico della storia e non è quindi particolarmente memorabile ma nello scavo dei
caratteri ha avuto la mano felice, favorita ovviamente dalla presenza di due icone come la Schneider: attrice non eccezionale ma mitica e maledetta e la Van de Ven più equilibrata, molto bella e capace nella recitazione.

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aprile 23, 2014 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

La derobade-Vita e rabbia di una prostituta parigina

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Storia di un amore unilaterale, storia di una discesa all’inferno e contemporaneamente storia di un riscatto personale attraverso la visione della vita da incubo nella quale precipita una giovane diciannovenne, che si innamora dell’uomo sbagliato.
In sintesi, è questa la trama di La derobade ,letteralmente L’evasione,titolo quanto mai appropriato per indicare il tentativo di Marie, la protagonista del film, di uscire dal vicolo cieco nel quale è entrata per amore.
Marie è una giovane commessa,figlia di una famiglia modesta, che lavora in un negozio di scarpe.
Qui conosce Gerard, all’apparenza un giovane dai modi educati che la affascina con il suo modo di parlare e perchè no, con la sua auto e i suoi vestiti.
Marie si innamora del giovane,fatalmente; e lui, almeno all’inizio,sembra ricambiarla.
Ma Gerard ha per lei in serbo solo sorprese terribili.

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L’uomo si rivela un violento, un pappone, che ben presto la costringe a prostituirsi.
Marie non può fare altro che accettare la degradazione che ne segue, scendendo nel suo personale inferno sempre più, vendendo il suo corpo e degradandosi fisicamente e moralmente.
Fino a quando incontra Maloup, una giovane prostituta che la convince a staccarsi da Gerard e a mettersi in proprio;ma Gerard impone la sua legge e per Marie sembra spalancarsi nuovamente la via di un’umiliazione senza fine.
Ma la via del riscatto c’è…
La derobade,vita e rabbia di una prostituta parigina nella versione italiana è un film ridotto per lo schermo da un romanzo autobiografico di Jeanne Cordelier, una prostituta parigina che raccontò attraverso il suo libro il personale inferno vissuto durante la sua vita, con la discesa agli inferi causata dall’aver accettato la corte dell’uomo sbagliato e il riscatto, che la portò a prendere coscienza del suo stato e a liberarsi alla fine da quella che era diventata una vera e propria schiavitù.

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Daniel Duval, regista del film, riprende quindi la trama del romanzo per illustrare,in modo crudo e senza mediazioni, una storia, quella di Marie, che è universale,comune a tante giovani che hanno fatto lo stesso percorso di vita della protagonista del film.
Senza, in molti casi, condividerne il destino di riscatto e rivincita.
Il film venne girato nel 1976 ma uscì nelle sale solo tre anni più tardi; eppure sembra di assistere ad un film girato ieri, visto che le cose negli ultimi 35 anni non sono affatto cambiate.
C’è però,nell’esperienza della scrittrice e di conseguenza in quella di Marie, l’indicazione per trovare la luce alla fine del tunnel.
Dopo la degradazione, il mortificare l’anima e il corpo attraverso la vendita non solo di se stessi, ma della propria dignità c’è un percorso di riscatto che porta a prendere coscienza di se stesse.
Ed’è quello che avviene alla protagonista, non prima però di aver percorso una strada di redenzione irta di umiliazioni.
Duval mostra il tutto senza eccedere con le scene di sesso, ricostruendo in maniera puntuale e a tratti brutale la vita della protagonista, dal lavoro semplice ma dignitoso che la ragazza svolge all’inizio fino alla redenzione, passando attraverso le due persone più importanti che incontra, quel Gerard che appare come un disgustoso pappone e quella Malou che è il primo vero appiglio di Marie verso una realtà ormai disconnessa,fatta di incontri sempre più umilianti e degradanti con la pletora di clienti che è costretta a intrattenere.

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Grazie a due attrici di indiscusso valore, ovvero Miou Miou che interpreta Marie e la compianta Maria Schneider che interpreta Maloup, il film mantiene alta la tensione e la credibilità;il regista Duval,praticamente sconosciuto in Italia in tale veste, è alla sua terza opera dietro la macchina da presa e firma un lavoro essenziale, ben costruito e scevro dal sensazionalismo.
Con intelligenza, il regista, scomparso nell’ottobre di quest’anno a soli 60 anni evita le scene osè limitandole all’essenziale per illustrare la vita umiliante di Marie e in second’ordine della sua amica Malou.
Ragion per cui siamo di fronte ad un lavoro crudo ma appassionato e appassionante, teso e dalle connotazioni scurissime;purtroppo il film stesso è introvabile nella versione italiana e in rete esiste solo una versione francese.

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La derobade – vita e rabbia di una prostituta parigina
Un film di Daniel Duval. Con Miou-Miou, Maria Schneider, Daniel Duval, Brigitte Ariel, Niels Arestrup Titolo originale La dérobade. Drammatico, durata 105′ min. – Francia 1979.

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Miou-Miou: Marie
Maria Schneider: Maloup
Niels Arestrup: André
Jean Benguigui: Jean-Jean
Martine Ferrière: Madame Pedro
Daniel Duval: Gérard – “Gégé”

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Regia Daniel Duval
Soggetto Jeanne Cordelier (memorie)
Sceneggiatura Jeanne Cordelier, Daniel Duval, Christopher Frank
Produttore Benjamin Simon
Fotografia Michel Cénet
Montaggio Jean-Pierre Bonis
Musiche Vladimir Cosma
Scenografia François Chanut, Fred de Fooko
Costumi Corinne Jorry

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L’opinione di Undjing tratta dal sito http://www.davinotti.com
Un futuro di emarginazione, dettato dal destino e da pietose condizioni familiari (sorella maggiore prostituta e padre alcolizzato e incestuoso), spinge in uno squallido ambiente della periferia parigina la protagonista, costretta a vendere il suo corpo ormai svuotato dell’anima. Squallido e deprimente, con minuziosa descrizione di ambienti desolanti, sfortunatamente percorsi come una “Via Crucis” dall’ingenua e addolarata anti-eroina, immersa nella sporcizia materiale e morale di un mondo sommerso, ma tragicamente reale. Cruda e feroce la scena d’autolesionismo manifestato contro una vetrata.
L’opinione di Zombi tratta dal sito http://www.filmtv.it
(…) un film che nonostante i suoi 25 anni sembra fatto oggi. nudo e crudo, con scene di una violenza psicologica enorme come quella in cui il magnaccia con i suoi scagnozzi individua i tre stronzi che hanno picchiato malou e sophie derubandole e dopo averli picchiati e portati in uno scantinato, obbliga due del gruppo che sembrano fratelli a spogliarsi e uno dei due a succhiare il cazzo all’altro… “tu è meglio che te lo fai diventare duro altrimenti te lo taglio… e tu… chinati e succhiaglielo” e questi sono costretti a farlo perchè quelli non scherzano. mi ha eccitato e scioccato vedere uno dei due stronzi cominciare a piangere e non riuscire a smettere mentre l’altro in basso(il fratello, l’amico?…) si dava da fare per farlo venire il più in fretta possibile. e che dire di miou-miou?… la signora sylvette hery, in arte miou-miou(solo i francesi si possono permettere nomignoli così fantastici per le loro fantastiche attrici)è un vero peccato che sia un bel pò che non si veda. e dire che loro garantiscono attività e bei ruoli alle signore che hanno fatto la fortuna del loro cinema negli anni passati(penso a bulle ogier, nathalie baye, aurore clement, bernadette lafont). un ruolo indimenticabile, per un viso e un corpo che non si dimenticano, tanto per rimembrare alle giovani leve che non basta essere bellissime e spogliarsi con disinvoltura per essere delle dive. di nuovo è d’obbligo ricordare la maria schneider di merry-go-round e naturalmente ultimo tango e un cameo di un giovane e sconosciuto jean-claude dreyfuss, indimenticable macellaio di delicatessen e duca per rohmer. “non ho mai avuto un magnaccia!”

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dicembre 4, 2013 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

Baby sitter, un maledetto pasticcio

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Mentre sta raggiungendo un ristorante, Michelle, a bordo di un taxi viene coinvolta nell’accidentale investimento di Ann, una giovane attricetta americana; la ragazza era in fuga dalla villa di Franklin, suo ex amante.
Dopo l’incidente, Ann va a vivere in coabitazione nell’appartamento di Michelle, che è una scultrice che per arrotondare lavora di sera come baby sitter.
Ann, che dopo l’incidente è rimasta deturpata sul corpo, viene licenziata in tronco dal regista del film che stava girando, per essersi rifiutata di spogliarsi; viene così agganciata dal misterioso signor Anderson, che le racconta di essere il segretario di Franklin e che le propone un incarico particolare; il rapimento di Booths (Peter), figlio del miliardario Franklin.

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Maria Schneider è Michelle

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Renato Pozzetto è Gianni

Il diabolico Anderson organizza così con l’aiuto di Vic, un losco malvivente, di Stuart, un attore sul viale del tramonto e della moglie di quest’ultimo, l’attricetta Lotte, il sequestro del piccolo Booths, al quale partecipa anche Ann.
E’ lei infatti a presentarsi a casa Franklin come baby sitter, e ad addormentare il bambino mentre la servitù è andata via.
Michelle, chiamata telefonicamente da una famiglia, si presenta in una villa dove c’è un bambino; è Booths (Peter), che è stato trasferito in quel posto dalla banda di rapitori. Ben presto la ragazza si rende conto di essere prigioniera con il bambino; nel frattempo il suo ragazzo, Gianni, insospettito dalla mancanza di notizie di Michelle, con cui aveva appuntamento, si mette in moto e si reca dalla polizia.

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Sydne Rome è Ann

Michelle e Boots, prigionieri, cercano in ogni modo di mettersi in contatto con l’esterno.
Riescono con uno stratagemma a legare un biglietto al collo di un barboncino, che però, inseguito da Vic e raggiunto in casa della padrona, viene ucciso assieme a quest’ultima.
Alla fine il piano dei rapitori riesce; Franklin paga il riscatto di due milioni di dollari richiesto, ma Anderson, che aveva organizzato il rapimento, uccide i due coniugi facendoli saltare in aria con la loro auto, prende i soldi del riscatto e si eclissa.

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L’incidente di Ann

Ann, in colpa per l’inganno perpetrato ai danni di Michelle, si uccide nella vasca da bagno tagliandosi le vene.
Ma lascia un biglietto in cui accusa Anderson di aver organizzato il rapimento.
Così Michelle riesce ad informare la polizia dell’accaduto.
Ultimo film diretto dal grande Renè Clement, Baby sitter, un maledetto pasticcio è un thriller/noir dal ritmo lento, basato moltissimo sull’espressione degli attori piuttosto che sull’azione.

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Un film molto complicato, anche in virtù di una trama non immediatamente leggibile; molte le incongruenze in una trama non molto scorrevole. Clement ci mette il suo immenso mestiere, non riuscendo però a convincere del tutto.
Il regista privilegia i silenzi, fissando la macchina da presa sui volti di Maria Schneider, che interpreta Michelle e su quello di Sidne Rome, che interpreta Ann, cercando di mostrare il loro disagio interiore davanti agli avvenimenti drammatici che le vedono coinvolte.

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La Schneider risponde con una interpretazione misurata ma monocorde; non mostra particolare vitalità, quasi subisse gli avvenimenti senza capirli a fondo. Il che probabilmente era quanto voleva Clement, ma il personaggio di Michelle a questo punto sembra privo di anima, quasi svuotato di energia. L’attrice usa un’espressione statica per tutto il film, sia nel rapporto con la compagna di stanza Ann, sia con il fidanzato/amico Gianni sia con il piccolo Booths. Emblematica in questo senso l’esplosione dell’auto con a bordo i due coniugi, mentre lei è al volante; la reazione è glaciale, guarda dallo specchietto retrovisore e non batte ciglia, cosa poco credibile nel contesto di drammaticità della scena.

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Sidne Rome viceversa ci mette l’anima e la sorprendente mobilità del volto; piange, sorride, si dispera quasi avesse quell’anima che manca alla sua amica, che finirà per tradire salvo poi prendere la drammatica decisione finale di uccidersi quando si rende conto che le cose hanno assunto una piega tragica che lei non aveva messo in preventivo.
Bravo Renato Pozzetto, il Gianni innamorato di Michelle, che è anche l’unico ad interessarsi veramente alla sorte di quella che considera la sua donna (curioso il dialogo con Ann:”Ma lei chi è?” “Sono il fidanzato, un suo amico”); un interessamento che lo porterà a rischiare la vita. Pozzetto ci mette il suo volto candido e ingenuo, con un’interpretazione misurata e ironica, ed è l’unico protagonista ad allentare la tensione, ma anche la staticità della pellicola.

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Clement quindi utilizza vari componenti di altri generi; passa dal noir, caratterizzato dall’atmosfera lenta e cupa del film, al giallo, attraverso una trama come già detto molto complicata, che diventa chiara solo alla fine, quando i pezzi del puzzle finalmente combaciano, anche se alcune situazioni, come l’incidente iniziale, spiazzano enormemente, non avendo alcuna spiegazione per buona parte del film.
Film che alla fine, pur non potendosi definire perfettamente riuscito, non lascia l’amaro in bocca e la sensazione d’incompiuto; al limite ti porta a rimurginare su alcune situazioni particolari, portando lo spettatore a interrogarsi sui ruoli dei vari protagonisti, su una storia dall’intreccio poco leggibile, per i salti improvvisi senza connessione tra alcune sequenze.

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Difetti perdonabili comunque, perchè la trama alla fine regge e il film risulta piacevole.
Girato in una Roma che si vede poco, nel senso che le uniche sequenze in cui ci si rende conto di essere nella capitale eterna sono proprio quelle finali, con l’inquadratura del colosseo e della viuzza che porta alla casa/laboratorio di Gianni, il film è abbellito da una fotografia discreta e ovattata, misteriosa.

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Robert Vaughn è  Stuart Chase

Baby sitter fu l’ultima prova del grande regista francese, parte finale del trittico giallo/noir composto anche da  Unico indizio: una sciarpa gialla (1971) e da La corsa della lepre attraverso i campi (La course du lièvre à travers les champs) (1972); un addio al grande schermo forse non memorabile, ma in buono stile, quello che caratterizzò tutta la produzione del regista.

Baby sitter- Un maledetto pasticcio, un film di René Clément. Con Renato Pozzetto, Nadia Tiller, Sydne Rome, Maria Schneider, Clelia Matania, Marco Tulli, Carl Möhner, Armando Brancia, Vic Morrow, Robert Vaughn
Titolo originale La baby-sitter. Drammatico, durata 110 min. – Francia 1975

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Maria Schneider     …     Michelle
Sydne Rome    …     Ann
Vic Morrow    …     Vic, il rapitore carceriere
Robert Vaughn    …     Stuart Chase
John Whittington    …     ‘Boots’ Peter Franklin
Nadja Tiller    …     Lotte
Carl Möhner    …     Cyrus Franklin
Clelia Matania    …     Vecchia assassinata
Marco Tulli    …     Commissario Trieste
Armando Brancia    …     Inspettore Carrara
Georg Marischka    …     Henderson
Renato Pozzetto    …     Gianni

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Regia di René Clément
Scritto da Nicola Badalucco, René Clément,Mark Peploe,Luciano Vincenzoni
Prodotto da Jacques Bar     e Carlo Ponti
Musiche originali di Francis Lai
Montaggio di Fedora Zincone
Costumi di Nadia Vitali
Arredatore Carlo Gervasi
Aiuto regista Antonio Gabrielli, Marco Pettini
Casting Jose Villaverde

febbraio 9, 2010 Posted by | Drammatico | , , , , , | Lascia un commento

Ultimo tango a Parigi

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Un destino abbastanza inusuale,quello del film di Bertolucci;osannato,disprezzato,denigrato e applaudito oltre il valore intrinseco del film.

Unica opera nella storia della cinematografia italiana ad essere destinato al rogo,Ultimo tango a Parigi è stato condannato per molti anni a girare solo in versioni domestiche,nel formato 16 millimetri prima e VHS poi,prima della definitiva sentenza che lo ha riabilitato,in quanto forma d’arte.

Una storia tutto sommato abbastanza banale fa da impianto al film.

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Un vedovo,in seguito al suicidio della moglie,vive un’esistenza priva di stimoli e di obiettivi;ma un giorno l’incontro con una rampolla della borghesia parigina Jeanne,gli cambia la vita.

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I due si incontrano in un appartamento vuoto,e iniziano una relazione esclusivamente sessuale,senza conoscere niente l’uno dell’altro,avvicinati solo come forma di comunicazione da una sorta di furore erotico,sublimata dalla famosa scena del burro,nella quale l’uomo obbliga la ragazza ad un degradante rapporto sessuale di sodomia.

Scena che scatenò sia i pruriti della censura sia quella di un pubblico di voyeur,poco affascinata dalle atmosfere decadenti della pellicola.

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Il film prosegue su una china di incomunicabilità:mentre per lui il sesso diviene poco alla volta un’ossessione,per lei,finito l’impatto emotivo e trasgressivo,l’interessa scema.

E quando l’uomo andrà alla ricerca di un rapporto meno effimero,basato anche su altro,la ragazza,che mal sopporta l’intrusione nella vita privata,lo ucciderà.

Memorabile la scena finale,quando alla polizia dirà semplicemente;”lo conoscevo appena”

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Apologo duro e spietato di una società individualista,Ultimo tango è soprattutto una strepitosa prova d’attore.Quella che fornisce Marlon Brando,che tratteggia da par suo la figura dolente,contraddittoria di Paul,il vedovo in profonda crisi esistenziale.

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Enigmatica,fredda,impassibile è invece la figura di Jeanne,interpretata da una splendida Maria Schenider,che non toccherà mai più le vette di recitazione di questo film,schiava di un personaggio che,come raccontò in seguito,non aveva amato affatto.

Viene da chiedersi chi sia stato in effetti il regista del film,visto che Brando suggerì ( o impose),parecchie modifiche della sceneggiatura.

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I dialoghi del film attraggono,disgustano,fanno riflettere e indignano;e non necessariamente in questo ordine.

Paul insulta la donna con parolacce,soprattutto durante i rapporti sessuali;in questo modo sfoga un’ira irrazionale e generalizzata verso le donne,esternando una frustrazione della vita confusa e nichilista.Le sue crisi di pianto,i suoi vaneggiamenti sono,agli inizi,visti quasi con curiosità da Jeanne,che accetta tutto dal suo maturo amante.

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Ma la novità,il senso del proibito,anche il senso di noia verso l’uomo che sta per sposare si frantumano nel momento in cui Paul chiede un rapporto umano,vero.Paul muore ucciso dalla sua amante,in uno scenario tetro e sporco,un simbolo di quello che è stata la storia di sesso con Jeanne.

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Lungi dall’essere l’incontro tra due anime sole,la storia si dipana e arriva alla sua conclusione nel modo peggiore possibile;non c’è comunicazione,tra i due mondi,il sesso è solo una parentesi.

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I due mondi sono destinati a sfiorarsi e a lasciarsi.Non c’è speranza,non c’è futuro.Bertolucci segna una delle tappe fondamentali del cinema italiano;un film esistenzialista,scarno ed essenziale,privo di sorrisi,triste apologo di una società le cui regole sono semplici ed assurde.Si vive nell’indifferenza,si muore in essa e con essa

“Io lo conoscevo appena” è una frase applicabile al matrimonio,alla vita sociale,a tutto,in definitiva.

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Ultimo tango a Parigi
Un film di Bernardo Bertolucci. Con Massimo Girotti, Maria Michi, Marlon Brando, Jean-Pierre Léaud, Maria Schneider, Giovanna Galletti, Catherine Allégret, Catherine Sola. Genere Drammatico, colore 132 minuti. – Produzione Italia 1972.

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Ultimo tango a Parigi banner personaggi

Marlon Brando: Paul
Maria Schneider: Jeanne
Jean-Pierre Léaud: Tom
Massimo Girotti: Marcel
Laura Betti: miss Blandish
Giovanna Galletti: prostituta
Maria Michi: madre di Rosa
Catherine Allégret: Catherine
Catherine Breillat: Mouchet
Veronica Lazar: Rosa

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Regia Bernardo Bertolucci
Soggetto Bernardo Bertolucci
Sceneggiatura Bernardo Bertolucci
Franco Arcalli
Produttore Alberto Grimaldi
Fotografia Vittorio Storaro
Montaggio Franco Arcalli
Roberto Perpignani
Musiche Gato Barbieri
Scenografia Ferdinando Scarfiotti

Giuseppe Rinaldi: Paul
Maria Pia Di Meo: Jeanne
Massimo Turci: Tom

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aprile 29, 2008 Posted by | Drammatico | , , , | 2 commenti