Il profumo della signora in nero


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Un regista pittore, una trama complessa, dark ma alo stesso tempo affascinante e misteriosa, un’attrice tra le più brave nel genere thriller, una colonna sonora sinuosa, lenta, affascinante e avvolgente, una fotografia che sembra presa di petto da tele espressioniste; mescoliamo tutto e avremo un risultato cinematografico di eccellenza, un’opera tra le più affascinanti e complesse del cinema degli anni settata.

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La signora in nero

La storia di Silvia, una giovane dottoressa in chimica, sospesa tra normalità e follia, in un complesso gioco di luci e ombre, dove è difficile capire cosa sia la realtà, se poi di realtà si può parlare, è un pretesto; il pretesto per affrontare, visivamente, un gioco di luci, di ombre, di penombre.

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Barilli ha una concezione del cinema raffinata come una tela metafisica; ogni singolo fotogramma del film va analizzato e metabolizzato, inserito in un contesto globale che alla fine va rismontato, perchè porta a infinite vie, non a una soluzione univoca. Così, la trama portante, ovvero il trauma subito da Silvia, che ha assistito da piccola ad una torbida scena di sesso tra la mamma e il compagno, finisce per mescolarsi al complotto che sembra stringere come un laccio la ragazza, con quei volti che si sovrappongono; gli africani, la medium cieca, il vicino di casa che da ai suoi gatti da mangiare cibo con dentro un sito umano.

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La causa scatenante del trauma di Silvia

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Un complotto che però immaginiamo, ma del quale non abbiamo certezza; perchè la mente di Silvia vacilla, ondeggia, come quel volto di donna che ogni tanto appare, come un profumo che lo spettatore non può immaginare, perchè il cinema non ha una memoria olfattiva, ma che sembra aleggiare nei fotogrammi, quasi a rendersi tangibile.

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Mimsy Farmer è Silvia, Lara Wendel è la bambina misteriosa

Cosa è reale e cosa no, in questo film? Forse è reale l’africano, che con tono serio dapprima e scherzoso alla fine, dice “Laggiù nel nostro paese esistono ancora alcune sette che ogni anno scelgono delle vittime a loro insaputa. Con fatture terribili e pratiche demoniache li portano alla follia…e alla morte. E’ una sfida alla morte, all’occulto, alle tenebre e la vittima morirà con un antico sacrificio. Occorre tempo… e pazienza… per entrare in un cervello. E’ una prova di forza mentale dell’uomo contro la sua debolezza. Ah ah ah ah! Le ho fatto paura? Stavo solo scherzando, signorina Silvia….”

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Il tentativo di violenza

Così come reale (forse) è il vecchio amante della mamma, che la segue fino alla vecchia casa dove abitava da bambina, che cerca di stuprarla, e che Silvia uccide con un colpo di sasso alla testa. Di reale ad un certo punto sembra esserci solo la follia che possiede come un demone, minuto dopo minuto, la fragile mente di Silvia, catapultandola attraverso esperienze, visioni, incontri, che sembrano frutto del sogno, o, specularmente della dimensione dell’incubo. Questa è solo una delle chiavi di lettura del film; ognuno può in effetti leggerci quello che crede, guardare ad esso come il semplice racconto della deriva della personalità della protagonista, oppure vederci un thriller un tantino elaborato e forse incomprensibile.

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Ma nessuno può dire di restare deluso dall’accavallarsi delle immagini, costruite con arte e perizia, e rese scenograficamente con grande abilità e mestiere. semplicemente perfetta è Mimsy Farmer, grande attrice alle prese con un ruolo complicatissimo e di difficile resa. Compito svolto alla perfezione, perchè è proprio il personaggio di Silvia a creare inquietudine, sorpresa, sgomento. Un personaggio inafferrabile, perso in un mondo inaccessibile, siderale.

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Un film bello, straordinariamente bello; i pochi ad averlo stroncato sono i soliti scribacchini che al cinema andavano a sorbirsi film cecoslovacchi con sottotitoli in coreano. Quelli, cioè, che dal cinema ricavano l’unica cosa che per loro conta davvero: uno stipendio. Un  cenno agli attori, tutti in stato di grazia; l’enigmatico Mario Scaccia, il perfido e laido Orazio Orlando, la bella Carla Mancini, sempre ad alto livello nelle sue interpretazioni. E poi lei, la citata Farmer; non bella, ma magnetica e felina come poche altre.

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Finale

Il profumo della signora in nero, un film di Francesco Barilli. Con Mario Scaccia, Mimsy Farmer, Maurizio Bonuglia, Orazio Orlando,Carla Mancini, Renata Zamengo, Nike Arrighi
Drammatico, durata 101 min. – Italia 1974.

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Il Profumo della signora in nero banner personaggi

Mimsy Farmer: Silvia
Renata Zamengo: sua madre
Maurizio Bonuglia: Roberto
Mario Scaccia: Rossetti
Orazio Orlando: Nicola
Carla Mancini: Elisabetta
Luigi Antonio Guerra: suo collega
Donna Jordan: Francesca
Lara Wendel (accreditata come Daniela Barnes: bimba
Margherita Horowitz (non accreditata): Signora Lovati

Il Profumo della signora in nero banner cast

Regia     Francesco Barilli
Sceneggiatura     Francesco Barilli, Massimo D’Avack
Produttore     Euro International Film
Distribuzione (Italia)     Euro International Film
Fotografia     Mario Masini
Musiche     Nicola Piovani
Scenografia     Franco Velchi

Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI


Notevole opera prima, pittoricamente impeccabile e capace di momenti finissimi (la Farmer che scrive con grafìa infantile fa venire i brividi): imperdibile. Bellissima la colonna sonora di Piovani. Il favoloso palazzo in cui abita la Farmer è a Roma, in Piazza Mincio. Questo di Barilli è uno dei film in cui il ruolo di Carla Mancini è visibilissimo.

Leggenda vuole che il soggetto di questo “gioiello” del brivido italiano nasca da una reale esperienza (sei mesi vissuti in Congo) del regista: esperienza maturata perché inizialmente Barilli fu scritturato per la sceneggiatura de Il paese del sesso selvaggio (poi diretto da Umberto Lenzi). Su commissione l’autore modificò l’idea iniziale basata su un soggetto “impegnato” a favore di un “dramma” ispirato a Rosemary’s Baby. Da segnalare la presenza del bravo caratterista Mario Scaccia. Ottimo.

Non solo è ossessionata da cupi ricordi dell’infanzia che si materializzano attorno a lei, ma c’è un qualche strano complotto che la circonda. Film inquietante, calato in un’atmosfera di mistero che la rivelazione finale genialmente accresce anziché sciogliere. Un mistero che avvolge ogni persona, ogni luogo e ogni oggetto, grazie a una notevole sensibilità registica che sa ben miscelare visioni, suoni, presenze (con un’efficace Mimsy Farmer ben spalleggiata dal resto del cast) in un malsano ritmo avvolgente. Un’ottima opera prima.

Elegante, raffinato thriller psicologico-cannibalico, debitore di Polanski (l’edifico e i condomini à la Rosemary’s Baby), ma anche creditore (il pre-finale, che precorre L’inquilino del terzo piano). La Farmer è protagonista nel ruolo che le riesce meglio, grazie al suo volto angelico-demoniaco e l’ottimo Scaccia è inquietante nella sua affabilità. La Farmer da piccola è interpretata da una biancovestita e “baviana” Lara Wendel.

Splendido thriller, di chiara matrice polanskiana, con venature horror e finale gustosamente grandguignolesco. Il film ha un ritmo che, sebbene non sia teso e frenetico, avvolge lentamente lo spettatore tessendo attorno a lui una ragnatela vischiosa da cui è impossibile liberarsi. Barilli è anche molto bravo nel creare un clima di crescente mistero attorno alla protagonista che, gradualmente accerchiata, sprofonderà sempre più in un baratro di orrore fino allo sconvolgente ed inaspettato finale. Una piccola perla da non mancare assolutamente.

Buon esordio cinematografico di Francesco Barilli, indubbiamente debitore verso Roman Polanski, che a suo tempo fu massacrato dalla critica ufficiale. Il ritmo lento non impedisce alla pellicola di creare un buon clima di tensione e l’interpretazione di Mimsy Farmer è degna di nota. Da segnalare la bellissima fotografia ad opera di Mario Masini. Purtroppo Barilli dopo questo film firmò solo Pensione paura per poi sparire praticamente dalla circolazione. Merita sicuramente almeno una visione.

Macabro e poetico. Barilli confeziona con cura un bell’horror-thriller molto psicologico, dove realtà e finzione si mescolano, senza rinunciare a momenti splatter (il finale da inserire negli annali tra i finali più inquietanti). Brava la Farmer, notevole anche Scaccia, parti molto più visibili del solito per i due CSC, la Mancini e Guerra. Da citare la scena nella casa abbandonata. Molto bello, buone musiche. Consigliato.

Ottimo film. La regia è straordinaria e riesce a creare un clima onirico e sottilmente angosciante, aiutata della bellissima fotografia. Peccato soltanto per la totale mancanza di ritmo, che spesso porta alla noia. Nell’ultimo quarto d’ora comunque siamo dalle parti del capolavoro. Bravissima Mimsy Farmer e ottima la colonna sonora. Da vedere sicuramente.

Un filo di tensione caratterizza la pellicola ma alla lunga è troppo labile per far veramente presa. Complice una direzione degli attori poco brillante (la stessa Farmer percorre l’intero film con poca convinzione). Barilli ha il merito di non sconfinare nell’effettaccio e tentare piuttosto una strada psicologica, ma lo fa senza graffiare e perdendosi su elementi poco credibili tipo la magia nera. Meritano invece le musiche di Piovani e la scelta degli ambienti. Polanski rimane lontano.

Interessante anche se con un leggerissimo velo di “fuffa” questo horror che di Argento non ha quasi nulla. Siamo, come tutti dicono, dalle parti di Polanski ma nessuno ricorda Repulsion, che c’entra molto con la paranoia della Farmer. Graficamente ad altissimi livelli, malinconico come pochi thriller italiani, grazie alle belle musiche di Piovani, in cui Morricone si fonde al suo stile placido e melanconico che troveremo in Moretti. Sì, la sceneggiatura è improbabile, ma il fascino c’è tutto e i tempi morti sono una marcia in più. Interessante, suggestivo.

Thriller psicologico molto lento quasi cadenzato e soprattutto angosciante, anche se non va mai a culminare nella paura vera e propria. La protagonista è azzeccata nel ruolo della donna fragile e repressa, tutto il cast di contorno invece non ha molta importanza, se non quando i nodi verranno al pettine. Sceneggiatura contorta, probabilmente va interpretata; finale spiazzante assolutamente non prevedibile.

Notevole horror, pesante e malsano, psicologico… anzi di più. La mente è vittima e cerca di difendersi fino alla fine dagli attacchi del male, sempre più ardito e diabolico nella sua azione. Le implicazioni sociali sono irrilevanti, mentre il contrasto tra il moderno vissuto e l’antico tenuto in sordina, ma pronto a manifestarsi a preparazione ultimata, è davvero ben esplicitato. Il finale è molto originale, lascia stupefatti e nega tutte le supposizioni elaborate durante la visione. Menzione speciale per Mimsy Farmer, specialissima per Jho Jhenkins.

Una Roma estiva, semideserta, uno splendido palazzo liberty al Coppedé, la bellezza diafana e ambigua di Mimsy Farmer, una storia di traumi sepolti, paranoia e vampirismo. Un po’ lento all’inizio, poi si rimane piacevolmente avvolti nell’annebbiamento dei confini tra passato e presente, tra realtà e incubo, tra persecutori e vittime… Echi polanskiani evidenti, ma declinati in maniera originale in un ottimo psico-thriller-horror.

Come esordio è senz’altro formidabile. La fotografia e i colori sono bellissimi. Il soggetto è sicuramente originale e distante dalle mode del periodo. Buone anche le interpretazioni. Eppure nell’insieme qualcosa non mi convince: la storia non appassiona, troppo cerebrale e poco credibile. Complessivamente risulta un po’ forzato, anche nella soluzione finale.

Sinistro e visionario (emblematica la citazione di Alice nel paese delle meraviglie), trova in inattese scene d’orrore il corrispettivo della sua morbosità psicologica. Penalizzato dal famoso confronto con Polanski, ma Barilli sembra averne pienamente personalizzato la poetica: tant’è che se i rimandi a Rosemary’s baby sono riconoscibilissimi, qui addirittura si anticipano alcune suggestioni de L’inquilino del terzo piano. Cast azzeccato, musiche stupende, set naturali: un film straordinario.

Protagonista è la meravigliosa Mimsy Farmer nei panni di Silvia Hacherman, una giovane donna fragile ed un poco paranoica ossessionata dal ricordo della madre, morta in circostanze che per buona parte del film appaiono misteriose. La narrazione sembra procedere con una certa lentezza, quasi alla Polanski, ma il finale dà un senso a questa scelta. L’elegantissima regia del poco prolifico Barilli, interpreti di contorno azzeccatissimi e una confezione di buon taglio fanno il resto.

Ottimo esordio alla regia per l’attore Francesco Barilli, che punta troppo in alto sbirciando su Rosemary’s Baby ma dimostrandosi comunque indubbiamente all’altezza. Buona la direzione del cast, con un ottimo e sornione Scaccia e una bravissima Farmer sanguinaria ma infantile al tempo stesso che compie un percorso psicologico interessante. Tanta la suspence, soddisfacenti le scene di sangue e letteralmente sbalorditiva la fotografia; peccato per la scarsa sceneggiatura. Uno dei migliori horror italiani. Voto: ****.

La prima volta che lo vidi ne rimasi scioccato, infino impietrito. Poi, rivedendolo, mi accorsi di come questo capolavoro acquistasse i toni di una terrificante fiaba nera (la Farmer e lei stessa bambina – Lara Vendel – che non a caso leggono Alice nel paese delle meraviglie). La Roma agostiana e disabitata, poi, aumenta l’angoscia. Credo che Barilli avesse in testa l’Images altmaniano arrivando, quasi, ad eguagliarlo. Il finale, poi, è qualcosa di veramente terrificante e scioccante. Uno dei migliori horror degli anni ’70, italiani e non.

Non può non rimandare per molti versi a Polanski questa pellicola eppure, nonostante il suo evidente debito verso tale regista, riesce ad acquistare una dimensione tutta sua grazie a una protagonista in parte (una discreta Mimsy Farmer), uno score musicale appropriato e atmosfere estremamente ambigue e sottilmente angosciose. La storia regge bene nonostante qualche pesantezza qua e là e il finale, per quanto enigmatico, sferra un colpo di frusta allo spettatore.

Opera prima di Barilli e del Maestro Nicola Piovani. Formidabile. Uno degli horror italiani più affascinanti di sempre, ben diretto e con una fotografia che per certi aspetti sembra anticipare le cromìe di Tovoli in Suspiria; in molti frangenti sembra di essere dentro un quadro… Angosciante, claustrofobico, malsano, inquietante. Il ritmo è lento e sinuoso come un serpente e aumenta d’intensità negli ultimi meravigliosi 20 minuti che conducono lo spettatore all’incubo di un finale raggelante e indimenticabile. Un film affascinante.

Affascinante nero gotico che vira presto nell’horror, in cui un racconto non nuovissimo, di complotti e vicini, diventa l’occasione per Barilli di un raffinato esercizio di stile, in cui più che l’orrore e la violenza conta la paura strisciante, l’angoscioso isolamento della protagonista coi suoi fantasmi, l’impossibilità – anche per lo spettatore – di conoscere il reale. E che culmina in 20′ finali d’antologia. Adeguata Mimsy Farmer.

Splendido e angosciante, claustrofobico, opprimente e pure esoterico. Un film che mi ha fatto venire spesso i brividi e che lascia l’amaro in bocca per un finale che, candidamente, ammetto di non capire. L’incubo e la malattia mentale dell’ottima Farmer escono fuori piano piano ma sono niente di fronte ai vicini e conoscenti che si dimostreranno ben più efferati di lei.


2 Risposte

  1. Questo è il più bello tra quelli visti fin’ora! Perchè è il più complesso e il più artistico! Il finale mi ha lasciato senza parola, ci ero anche arrivato in parte, ma non volevo crederci. Bellissimo!

    GGM

  2. Grande prodotto: Barilli non ha avuto fortuna perchè era troppo in anticipo sui tempi.
    Questo è un film da cui in molti hanno tratto ispirazione, ma che purtroppo all’epoca videro in pochi

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