Schindler list


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Schindler list è più di un film.
Appartiene di diritto all’empireo della storia del cinema non tanto per i suoi numerosi meriti intrinseci, quanto piuttosto per una somma di fattori che coinvolgono l’abilità stilistica di Spielberg, capace di racchiudere in tre ore di grande cinema una storia così difficile e sofferta da raccontare come quella di Oskar Schindler, la sua capacità di emozionare e al tempo stesso di indignare lo spettatore, trasportandolo attraverso la follia e l’incredibile vicenda della shoah.

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Ancora, per la potente carica visiva delle sue immagini e del suo racconto, esternata tramite un bianco e nero che sembra rinchiudere in se le estremizzazioni del bene e del male, la follia del nazismo e per contro l’eroismo di un uomo, Oskar Schindler, che Israele riconobbe come giusto fra gli uomini, un riconoscimento toccato a pochissime persone.
La storia di Schindler, che Spielberg porta sul grande schermo, è la storia di un eroe solitario, di un uomo che riuscì a salvare oltre un migliaio di persone da morte sicura, fedele al motto del Talmud che recita “Colui che salva una sola vita salva il mondo intero”, incisa anche sull’anello che i superstiti alla shoah da lui salvati gli regaleranno grati di un atto di eroismo che durante la seconda guerra mondiale ebbe tanti silenziosi protagonisti, come il nostro Perlasca.
Per questo film come già detto Spielberg utilizza il bianco e nero, ritornando così al cinema degli esordi, quando la potenza bicromatica dei due colori fondamentali era l’unica forma di espressione del cinema; lo fa anche perchè la seconda guerra mondiale vide il bianco del coraggio, dell’altruismo e della voglia di vivere opposto drammaticamente al nero dell’anima più buia degli uomini, il nero della follia che devastò il mondo portando nella tomba oltre 50 milioni di esseri umani.
Un quinto dei quali appartenenti ad una sola razza, ammesso che sia logico parlare di razza: usiamo il termine popolo, più consono al dramma vissuto.

Un popolo, quello ebraico, che nel film appare vinto nel fisico ma non nel morale, un popolo che non potendo opporre alla preponderante forza del nazismo null’altro che la forza della propria fede, pagò un tributo spaventoso in termini di dolore e morte alla follia omicida del nazismo stesso.
Solo quattro volte Spielberg utilizza un tocco di colore nel film: lo fa all’inizio, su quell’immagine stupenda delle candele che si spengono per poi riaccendersi nel finale, lo fa quando inserisce due immagini tra le più poetiche di sempre e non solo limitate all’ambito cinematografico.
Sono i due cappottini rossi della bimba portata via dagli orchi in uniforme: il colore del sangue, della vita stessa che si spengono per mano degli uomini neri, quegli uomini che appartengono a quanto di peggio l’umanità ha saputo produrre nel corso della sua intera storia.
Perchè mai prima di allora il genocidio di un popolo era stato studiato e portato a compimento in un modo così sistematico e crudele.

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Attraverso Oskar Schinder il grande regista americano non racconta solo la storia del giusto tra gli uomini, ma lancia anche un messaggio fortissimo di speranza: anche nel buio più profondo può accendersi la luce di una candella, quella candela che simboleggia l’umanità vera e pulsante, quell’umanità generosa e altruista che può e deve essere la ver amaggioranza della stessa.
Steven Spielberg, nel 1993, riedita il romanzo La lista di Schindler di Thomas Keneally e lo modifica almeno in parte, ridando così luminosità alla figura di Oskar Schindler, l’imprenditore tedesco che dopo un periodo di collaborazione con il regime tedesco, scelse di tentare di salvare quante più vite umane possibili rinunciando così  all’arricchimento personale ma ottenendo in cambio qualcosa che vale molto, molto più del materiale, ovvero la soddisfazione di aver contribuito a salvare vite umane.

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Quesa è in sintesi la storia del film, che parte proprio da Cracovia nel 1939 subito dopo l’invasione nazista e che continua con l’illustrazione della nascita dei campi di concentramento, simboleggiati dalla potente e devastante figura di Amon Göth, il capo del campo di concentramento che accetterà nel finale di vendere a Schindler le persone che l’imprenditore poi riuscirà a salvare, proprio nel momento in cui il nazismo arrivava al termine della sua follia grazie anche al sacrificio di centinaia di migliaia di soldati delle forze alleate.
Quando scorrono le immagini finale, che molti critici hanno visto come una concessione ad Hollywood e che invece testimoniano la partecipazione commossa del regista al dramma che fino a quel momento ha raccontato in modo lucido e spietato, lo spettatore riflette, come raramente ha fatto in precedenza davanti ad uno schermo cinematografico.
Riflette sulla follia e sull’eroismo, riflette su un passato che appartiene alla memoria storia di due popoli, quello tedesco e quello ebraico che furono le due componenti più importanti di una tragedia di portata mondiale, due popoli che pagarono un tributo spaventoso alla follia stessa.
E alla fine quello stesso spettatore, dopo tre ore di proiezione, si rende conto che quello che ha visto non è soltanto un film ma qualcosa che va ben oltre il limite della pellicola e dello schermo.

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Spielberg fa tutto questo usando le sue straordinarie armi senza per questo cadere nella retorica: la sua creazione, il Survivors of the Shoah Visual History Foundation destinato a raccogliere le testimonianze visive e in voce dei pochi sopravvissuti alla shoah dimostrano come la sensibilità del regista vada ben oltre il facile pietismo.
Quando il regista di Cincinnati dirige Schindler list, viene dal grandissimo successo di Jurassic park e sopratutto da quattro anni in cui ha fatto cinema di alto livello ma in pratica di evasione, come dimostrano i tre film precedenti ovvero Hook – Capitan Uncino (1991),Always – Per sempre  (1988) e Indiana Jones e l’ultima crociata  (1989).
Hollywood è così e c’è poco da fare; per avere credibilità, finanziamenti e libertà di movimento devi avere alle spalle grossi incassi. L’unica sua esperienza con un film “bellico” Spielberg l’aveva avuta con 1941- Allarme a Hollywood  (1979), una mega produzione in chiave farsesca che però era costato una fortuna alla produzione e che rischiò di fermarlo per anni, pur essendo il film stesso assolutamente gradevole.

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E Spielberg che sa benissimo come funzionano le cose a Hollywood riesce a mettere le mani sul soggetto in cui tanto credeva proprio grazie ai soldi rimediati da questi tre film che ho citato.
Così, quando prende in mano Schindler list Spielberg fa un azzardo che però si rivela vincente: il film infatti otterrà una marea di premi, tra i quali i 7 Premi Oscar 1994 (su 12 nomination) ovvero i premi come Miglior film, Miglior regia, Miglior sceneggiatura non originale, Miglior fotografia, Miglior scenografia, Miglior montaggio, Migliore colonna sonora seguiti da 3 Golden Globe  (su 6 nomination) come Miglior film drammatico, Miglior regia, Miglior sceneggiatura e  6 Premi BAFTA (su 12 nomination) come Miglior film, Miglior regia, Miglior attore non protagonista, Miglior fotografia, Miglior montaggio, Miglior colonna sonora.

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Questo permetterà a Spielberg di girare 5 anni più tardi quell’altro capolavoro che è Salvate il soldato Ryan  (1998), un affresco potentissimo sulla guerra raccontato alla sua straordinaria maniera, inimitabile.

Tornando a Schindler list, non si può dimenticare l’apporto dato al film stesso dalla potente colonna sonora di John Williams ne il fondamentale apporto del grandissimo cast selezionato nel quale spiccano la potente e asciutta recitazione di Liam Neeson nel ruolo di Oskar Schindler, quella altrettanto stupenda di Ben Kingsleyin quello di Itzhak Stern il collaboratore ebreo che tanta parte ebbe nelle scelte di Schindler e quella paurosamente e autenticamente da psicopatico di Ralph Fiennes nel ruolo del rappresentante in terra del male assoluto, l’Untersturmführer  Amon Göth che si diverte a sparare con una carabina corredata di binocolo ai prigionieri, simbolo della banalità (scusatemi il termine) del male e della morte.

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Questi tre attori, nei loro ruoli, accendono lo schermo e la storia rendendola se possibile ancora più credibile e amaramente umana.
Bellissima la fotografia di Janusz Kaminski, perfetto il montaggio di Michael Kahn.
Schindler list è un’opera assolutamente da non far mancare nella propria videoteca, un film che di diritto deve essere presente accanto a capolavori come Ombre rosse o Arancia meccanica, come Quarto potere o altri esempi di film che escono dalla semplice cinematografia per diventare opere immortali come un Amleto di Shakespeare o come una sinfonia di Mozart.

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Schindler’s List,un film di Steven Spielberg. Con Liam Neeson, Ben Kingsley, Ralph Fiennes, Caroline Goodall, Jonathan Sagalle, Embeth Davidtz, Andrzej Seweryn, Beatrice Macola, Jonathan Sagall, Malgoscha Gebel, Shmuel Levy, Mark Ivanir, Friedrich Von Thun, Krzysztof Luft, Harry Nehring, Norbert Weisser

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Schindler list banner personaggi

Liam Neeson: Oskar Schindler
Ben Kingsley: Itzhak Stern
Ralph Fiennes: Amon Göth
Caroline Goodall: Emilie Schindler
Jonathan Sagall: Poldek Pfefferberg
Embeth Davidtz: Helene Hirsch
Malgoscha Gebel: Victoria Klonowska
Shmulik Levy: Wilek Chilowicz
Mark Ivanir: Marcel Goldberg
Beatrice Macola: Ingrid
Andrzej Seweryn: Julian Scherner
Friedrich von Thun: Rolf Czurda
Krzysztof Luft: Herman Toffel
Harry Nehring: Leo John
Norbert Weisser: Albert Hujar
Alexander Held: burocrate SS

Schindler list banner cast

Regia     Steven Spielberg
Soggetto     Thomas Keneally (dal romanzo La lista di Schindler)
Sceneggiatura     Steven Zaillian
Produttore     Steven Spielberg, Gerald R. Molen, Kathleen Kennedy, Branko Lustig
Fotografia     Janusz Kaminski
Montaggio     Michael Kahn
Musiche     John Williams e altri artisti
Scenografia     Ewa Braun, Allan Starski

Doppiatori

Alessandro Rossi: Oskar Schindler
Franco Zucca: Itzhak Stern
Roberto Pedicini: Amon Göth
Isabella Pasanisi: Emilie Schindler
Lucio Saccone: Poldek Pfefferberg
Micaela Esdra: Mila Pfeffembarg
Carolina Zaccarini: Helene Hirsch
Francesco Pannofino: Wilek Chilowicz
Marco Mete: Marcel Goldberg
Perla Liberatori: Danka Dresner

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La tomba di Oskar Schindler

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Oskar Schindler

…”Dal libro dell’australiano Thomas Keneally La lista. L’industriale tedesco Oskar Schindler, in affari coi nazisti, usa gli ebrei come forza-lavoro a buon mercato. Gradatamente, pur continuando a sfruttare i suoi intrallazzi, diventa il loro salvatore, strappando più di 1100 persone dalla camera a gas. È il film più ambizioso di S. Spielberg e il migliore: prodigo di emozioni forti, coinvolgente, ricco di tensione, sapiente nei passaggi dal documento al romanzesco, dai momenti epici a quelli psicologici. La partenza finale di Schindler è l’unica vera caduta del film, un cedimento alla drammaturgia hollywoodiana, alla sua retorica sentimentale. L. Neeson rende con grande efficacia le contraddizioni del personaggio. L’inglese R. Fiennes interpreta il paranoico comandante del campo Plaszow come l’avrebbe fatto Marlon Brando 40 anni fa. Memorabile B. Kingsley nella parte dell’ebreo polacco, contabile, suggeritore e un po’ eminenza grigia di Schindler. 7 Oscar: film, regia, fotografia di Janusz Kaminski (in bianconero, tranne prologo ed epilogo), musica di John Williams, montaggio, scenografia e sceneggiatura. Quel rosso del cappottino della bambina che cerca di sfuggire al rastrellamento è una piccola invenzione poetica, un esempio del modo con cui gli effetti speciali possono diventare creativi. (Morandini)” …

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