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Medicus-The Physician

Inghilterra,attorno all’anno 1150

La medicina come scienza è ancora in fase embrionale. Le conoscenze scientifiche sono ridottissime e a farla da padrone è una pseudo scienza
che mescola alla rinfusa pratiche empiriche e cure improbabili.
A farne le spese è la madre di Robert Cole, il protagonista della storia, che muore per “il male al fianco”, probabilmente una banale appendicite trasformatasi in peritonite.
Il ragazzo ha anche un dono non desiderato: è in grado di vedere la morte, semplicemente toccandolo,di un qualsiasi ammalato.
Morta la madre, con i 2 fratellini adottati controvoglia da un’altra famiglia, Robert non ha altra scelta che convincere Barber, un burbero cerusico dilettante ad accoglierlo nella piccola baracca ambulante che l’uomo, cavadenti e fornitore di cataplasmi dalla dubbia utilità,conduce in giro per il paese.

Ma Robert, con il passare degli anni sviluppa un grande interesse per la medicina e dopo un’operazione di cataratta subita da Barber, il suo protettore al quale si è unito da parte di cerusici ebrei, sceglie di andare in Oriente,
per seguire gli insegnamenti di Ibn Sina, l’uomo che è a conoscenza di segreti della medicina assolutamente straordinari per l’epoca buia nella quale il giovane vive.
Per farlo è però costretto a cambiare nome e a circoncidersi; Ibn Sina vive in Egitto,dove i cristiani non sono assolutamente ben visti. Così Robert diventa Jesse Ben Benjamin e dopo un viaggio lunghissimo
attraverso l’Europa e dopo aver rischiato la vita nel deserto arriva finalmente a Isfahan.
Durante la drammatica camminata nel deserto ha avuto modo di conoscere la bella Rebecca, una ragazza ebrea che sta andando in città per sposare un ricco ebreo; fra i due nasce immediatamente un’amicizia


che però deve fare i conti con una tempesta di sabbia, dalla quale il solo Robert esce indenne.
A Ishafan dopo alcune peripezie Robert ha modo di conoscere Ibn Sina, che lo prende sotto la sua ala protettrice e subito dopo riesce anche ad ingraziarsi lo Scià Ala ad-Daula, che regna incontrastato sulla città.
Ma un nemico terribile è in arrivo verso la città: sono tribù Sefardite, crudeli e integraliste, che vogliono rovesciare lo Scià e che per raggiungere lo scopo non esitano a scatenare il più mortale dei nemici, la morte nera ovvero la peste.
Sarà proprio Robert a intuire che le pulci dei topi provocano il mortale contagio, guadagnandosi il rispetto di Ibn Sina e la gratitudine di Ala ad-Daula.
Nel frattempo ritrova Rebecca,scampata al deserto e che si è sposata e subito dopo ammalata di peste.
E’ l’inizio di un nuovo dramma…
Dal racconto Der Medicus di Noah Gordon il regista di Monaco di Baviera Philipp Stölzl trae questo Medicus-The Physician (2013),un film davvero bello che ha molti punti di interesse nella sua sceneggiatura e nello svolgimento della pellicola stessa.
La storia ovviamente romanzata delle peripezie di Robert si trasforma in uno spaccato storico su quello che era il mondo pre medioevale, un mondo che viveva sospeso tra magia e religione,tra cure empiriche condizionato dalle religioni,che vietavano
le autopsie e che quindi impedivano il progresso della scienza medica.


Cattolicesimo, ebraismo e islamismo facevano il bello e il cattivo tempo, tenendo in pratica la popolazione nell’ignoranza più totale, facendo quindi sviluppare un mondo parallelo popolato di ciarlatani che ammazzavano più gente di quanta ne curavano.
Il viaggio di Robert, fra pericoli di ogni genere si trasforma anche in una navigazione ne meno di quelle imposte dai cattolici e dagli ebrei.
Proprio la figura di Robert, il giovane che possiede un dono terribile, più una maledizione che un dono a dire il vero, si trasforma
in quella di un uomo alla ricerca della vera essenza della medicina. Sarà lui a sfidare le leggi praticando la prima autopsia segreta, rischiando la vita, così come sarà lui a salvare la città che lo ha accolto da un flagello che per tutti i secoli del medioevo e per buona parte dell’evo successivo
portò milioni di morti in tutto il mondo.
La morte nera era la principale causa di morte in Europa e lo divenne anche in Oriente; nel film è immaginato un ruolo fondamentale svolto da Robert che però,per inciso,è solo un mero espediente narrativo. Ci vollero secoli per capire cosa davvero trasportasse la peste in giro per il mondo.
Ma questo ovviamente ha un’importanza davvero relativa; quello che conta nel film è seguire la storia del giovane,la sua odissea e la sua storia d’amore con Rebecca.


In fondo siamo di fronte ad un romanzo che mescola, con sapienza, storia e fantasia: la figura di Ibn Sina assomiglia molto a quella di Avicenna, medico, filosofo, matematico, logico e fisico persiano le cui opere più famose, Il libro della guarigione e Il canone della medicina
furono le prime basi della medicina del medioevo. Ma essendo vissuto prima dell’anno mille Avicenna l’ho tirato in ballo forse in maniera inopportuna; è allora più probabile che la figura di riferimento sia quella di Averroè, il medico e filosofo che davvero traghettò la medicina verso l’era moderna.
Comunque sia del film mi preme sottolineare i grandi meriti, che vanno da uno stile registico davvero interessante ad un racconto che si snoda senza grosse forzature, trasformandosi in un’opera
che si gusta appieno senza noia per oltre due ore. Ottimi gli attori del cast, fra i quali segnalo il solito grande Ben Kinglsley (Ibn Sina), il giovane ed interessante Tom Payne (Robert) ,la bella e brava Emma Rigby (Rebecca) e la solita sicurezza rappresentata dall’attore svedese Stellan Skarsgård ( il cerusico Barber).
Molto bella l’ambientazione, belli i costumi.
Un film del quale consiglio vivamente la visione

Medicus The Physician
Un film di Philipp Stölzl. Con Ben Kingsley,Tom Payne, Ian T. Dickinson, Emma Rigby, Michael Jibson, Stellan Skarsgård ,Fahri Yardim, Makram Khoury , Olivier Martinez, Hossein Andalibi, Mourad Zaoui, Robert A. Foster, Manuela Biedermann, Adam Thomas Wright, Michael Marcus, Dominique Moore, Elyas M’Barek Avventura – Germania 2013.

Tom Payne: Rob Cole/Jesse Ben Benjamin
Emma Rigby: Rebecca
Stellan Skarsgård: cerusico Barber
Ben Kingsley: Ibn Sina
Olivier Martinez: Scià Ala ad-Daula
Elyas M’Barek: Karim
Fahri Yardım: Davout Hossein
Michael Marcus: Mirdin
Stanley Townsend: Bar Kappara
Adam Thomas-Wright: Rob Cole 10 anni
Makram Khoury: Imam

Lorenzo De Angelis: Rob Cole/Jesse Ben Benjamin
Benedetta Ponticelli: Rebecca
Angelo Nicotra: cerusico Barber
Stefano De Sando: Ibn Sina
Andrea Lavagnino: Scià Ala ad-Daula
Roberto Stocchi: Davout Hossein
Leonardo Della Bianca: Rob Cole 10 anni

Regia Philipp Stölzl
Soggetto Noah Gordon
Produttore Wolf Bauer
Nico Hofmann
Casa di produzione UFA Cinema
Degeto Film
Beta Cinema
Distribuzione in italiano Universal Pictures
Musiche Ingo Ludwig Frenzel

marzo 21, 2020 Posted by | Drammatico, Storico | , , , , , , | Lascia un commento

The Confession

 

Roy Bleakie (Alec Baldwin) è un un apprezzato professionista di sicuro avvenire, un avvocato newyorchese disposto a scendere a patti col diavolo per ottenere il proscioglimento dei suoi assistiti. Per di più, ha una relazione passionale con la giudice che presiede una delle sue cause.
Un giorno, viene ingaggiato per difendere in giudizio il direttore finanziario di una rinomata società, Harry Fertig. Fertig è accusato di omicidio: ha ucciso un medico, un’infermiera e un operatore sanitario, responsabili del decesso del figlio Stevie (Ryan Marsini). I tre avevano trascurato di offrire assistenza e cure al bambino, morto in seguito per una banale appendicite.
Se riuscirà a dimostrare che Fertig era malato di mente al momento degli omicidi, Bleakie sarà ricompensato con la carica di Procuratore distrettuale. Su richiesta di Jack Renoble (Jay O. Sanders), capo di Fertig, l’avvocato tenta di far riconoscere Fertig incapace di intendere e di volere. Tuttavia, questa scelta difensiva viene contestata dal suo assistito. Fertig è un ebreo praticante dai forti valori umani e religiosi. Il cliente è determinato a dichiararsi colpevole dei tre omicidi, pur andando incontro alla pena di morte, per rendere giustizia al figlio. Incontro dopo incontro, l’avvocato approfondisce il rapporto con il suo cliente. Si rivolge a Sarah (Amy Irving), moglie di Fertig, per comprendere meglio le motivazioni del suo assistito. Avrà con lei una breve relazione.

Se da un lato è lusingato dalla prospettiva di una carica professionale importante, dall’altro è sospettoso delle intenzioni e delle motivazioni di Renoble. Bleakie intuisce che l’interesse di Renoble per la difesa del dipendente sorge da un motivazione oscura. Incarica il suo assistente a indagare sugli affari della società.
Scoprirà, in seguito, che Renoble ha inquinato un terreno adiacente al bacino idrico che rifornisce con acqua potabile la città di New York al fine di rendere necessario il filtraggio dell’acqua e di acquisire l’appalto milionario per l’operazione. Una volta dichiarata l’infermità mentale, Fertig non potrebbe essere escusso come testimone sull’intera vicenda dell’inquinamento. Ignaro delle mosse del datore di lavoro, Fertig viene messo a conoscenza dei fatti proprio dal suo legale.
In aula, di fronte al giudice, Fertig si lascia trasportare dal suo credo rischiando di passare per pazzo ma il suo difensore impedisce la dichiarazione dell’infermità mentale, avvalorandone la testimonianza nel processo che lui stesso preannuncia contro Renoble.
In occasione dell’arringa difensiva, mirata ad ottenere il riconoscimento della responsabilità di Fertig per i tre omicidi, Bleakie sottolinea la differenza fra la legge umana e quella divina. Secondo Bleakie il sistema giudiziario si è allontanato dalla giustizia e dai valori morali che dovrebbe rappresentare. Ottiene la pena detentiva alla quale ambiva il suo assistito e tronca i piani di Renoble fornendo le prove per un rinvio a giudizio.

Il film, che potrebbe essere valutato come un comune legal thriller, è in realtà un dramma morale cui sviluppo è costruito sui momenti dello Spirito oggettivo appartenenti alla filosofia hegeliana: diritto astratto, moralità ed eticità. Questi concetti vengono espressi attraverso il personaggio Fertig per tutta la durata del film.
La manifestazione del volere libero del singolo individuo, considerato come persona giuridica, ossia nella sua capacità esteriore di compiere atti giuridicamente corretti, indipendentemente dai caratteri specifici che lo caratterizzano (diritto astratto); il momento della libertà soggettiva, in cui l’uomo non è più considerato nella sua esteriore capacità di contrattare, ma nella sua dimensione interiore (moralità); infine, l’eticità, definita da Hegel “il concetto della libertà divenuto mondo sussistente e natura dell’autocoscienza” – la moralità sociale, ovvero la realizzazione concreta del diritto e del bene nelle forme istituzionali della famiglia, della società civile e dello Stato.

Forse il lettore percepirà una forzatura nel rimando a Hegel e alla sua filosofia. Ma qui gli elementi appena elencati ci sono tutti: moralità, eticità e legalità. Sono questi i concetti che sorreggono la trama narrativa.
Personalmente non ho letto il romanzo “Fertig” di Sol Yurick. Non so, pertanto, quanto la pellicola si discosti dall’opera letteraria. Ad ogni buon conto, nel film i dialoghi sono tecnicamente ben curati.
Ottima la prova attoriale del premio Oscar, Ben Kingsley. Buona anche quella di Amy Irving che interpreta la moglie di Fertig, Sarah. Un po’ sotto tono invece Alec Baldwin nelle vesti del legale di fiducia di Fertig, Roy Bleakie.
Il film mantiene un buon ritmo per tutta la sua durata. Da vedere, non deluderà gli amanti del genere.

The Confession

un film di David Jones con Alec Baldwin, Ben Kingsley, Amy Irving, Richard Jenkins, Kevin Conway, Jay O.Drammatico,Usa 1999

 

Alec Baldwin: Roy Beckle
Ben Kingsley: Harry Fertig
Amy Irving: Sarah Fertig
Jay O. Sanders: Jack Renoble
Kevin Conway: Mel Duden
Anne Twomey: Judy Crossland
Richard Jenkins: Coss O’Donell
Boyd Gaines: Liam Clarke
Chris Noth: Mike Campuso

Regia David Jones
Soggetto basato sul romanzo “Fertig” di Sol Yurick
Sceneggiatura David Black
Produttore Elie Samaha, Alec Baldwin, Corrinne Mann
Fotografia Michael Seresin
Montaggio Peter Honess
Musiche Mychael Danna

“Molto spesso penso che il mondo sia solo dolore.”
” Pensiamo che sia difficile fare quello che è giusto. Difficile è sapere cosa è giusto fare. E quando si sa cosa è giusto, è difficile non farlo.”
“- Sono sempre stato sicuro di quello che facevo. Sono sempre stato sicuro di fare quello che andava fatto. Per certi versi ero come tuo marito… per certi versi… .
– Non posso aiutarti.
– A volte nella vita desideriamo una cosa, la vogliamo intensamente, senza ottenerla. Otteniamo qualcos’altro per poi scoprire che era quello di cui avevamo bisogno.”
“Faccio l’avvocato da molti anni e, immancabilmente, a ogni processo, finisce che insegno al mio cliente qualcosa sulla legge con la l minuscola, come in legge dello Stato di New York. Questo processo invece è stato diverso. Ho avuto io l’opportunità di imparare cose sulla legge dal mio cliente, legge con la l maiuscola come in Legge di Dio, la legge divina. Il miglior avvocato del mondo non può tirarti fuori, non può patteggiare, non può avere sconti di pena.”

marzo 15, 2020 Posted by | Drammatico | , , , | 1 commento

Schindler list

Schindler list locandina

Schindler list è più di un film.
Appartiene di diritto all’empireo della storia del cinema non tanto per i suoi numerosi meriti intrinseci, quanto piuttosto per una somma di fattori che coinvolgono l’abilità stilistica di Spielberg, capace di racchiudere in tre ore di grande cinema una storia così difficile e sofferta da raccontare come quella di Oskar Schindler, la sua capacità di emozionare e al tempo stesso di indignare lo spettatore, trasportandolo attraverso la follia e l’incredibile vicenda della shoah.

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Ancora, per la potente carica visiva delle sue immagini e del suo racconto, esternata tramite un bianco e nero che sembra rinchiudere in se le estremizzazioni del bene e del male, la follia del nazismo e per contro l’eroismo di un uomo, Oskar Schindler, che Israele riconobbe come giusto fra gli uomini, un riconoscimento toccato a pochissime persone.
La storia di Schindler, che Spielberg porta sul grande schermo, è la storia di un eroe solitario, di un uomo che riuscì a salvare oltre un migliaio di persone da morte sicura, fedele al motto del Talmud che recita “Colui che salva una sola vita salva il mondo intero”, incisa anche sull’anello che i superstiti alla shoah da lui salvati gli regaleranno grati di un atto di eroismo che durante la seconda guerra mondiale ebbe tanti silenziosi protagonisti, come il nostro Perlasca.
Per questo film come già detto Spielberg utilizza il bianco e nero, ritornando così al cinema degli esordi, quando la potenza bicromatica dei due colori fondamentali era l’unica forma di espressione del cinema; lo fa anche perchè la seconda guerra mondiale vide il bianco del coraggio, dell’altruismo e della voglia di vivere opposto drammaticamente al nero dell’anima più buia degli uomini, il nero della follia che devastò il mondo portando nella tomba oltre 50 milioni di esseri umani.
Un quinto dei quali appartenenti ad una sola razza, ammesso che sia logico parlare di razza: usiamo il termine popolo, più consono al dramma vissuto.

Un popolo, quello ebraico, che nel film appare vinto nel fisico ma non nel morale, un popolo che non potendo opporre alla preponderante forza del nazismo null’altro che la forza della propria fede, pagò un tributo spaventoso in termini di dolore e morte alla follia omicida del nazismo stesso.
Solo quattro volte Spielberg utilizza un tocco di colore nel film: lo fa all’inizio, su quell’immagine stupenda delle candele che si spengono per poi riaccendersi nel finale, lo fa quando inserisce due immagini tra le più poetiche di sempre e non solo limitate all’ambito cinematografico.
Sono i due cappottini rossi della bimba portata via dagli orchi in uniforme: il colore del sangue, della vita stessa che si spengono per mano degli uomini neri, quegli uomini che appartengono a quanto di peggio l’umanità ha saputo produrre nel corso della sua intera storia.
Perchè mai prima di allora il genocidio di un popolo era stato studiato e portato a compimento in un modo così sistematico e crudele.

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Attraverso Oskar Schinder il grande regista americano non racconta solo la storia del giusto tra gli uomini, ma lancia anche un messaggio fortissimo di speranza: anche nel buio più profondo può accendersi la luce di una candella, quella candela che simboleggia l’umanità vera e pulsante, quell’umanità generosa e altruista che può e deve essere la ver amaggioranza della stessa.
Steven Spielberg, nel 1993, riedita il romanzo La lista di Schindler di Thomas Keneally e lo modifica almeno in parte, ridando così luminosità alla figura di Oskar Schindler, l’imprenditore tedesco che dopo un periodo di collaborazione con il regime tedesco, scelse di tentare di salvare quante più vite umane possibili rinunciando così  all’arricchimento personale ma ottenendo in cambio qualcosa che vale molto, molto più del materiale, ovvero la soddisfazione di aver contribuito a salvare vite umane.

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Quesa è in sintesi la storia del film, che parte proprio da Cracovia nel 1939 subito dopo l’invasione nazista e che continua con l’illustrazione della nascita dei campi di concentramento, simboleggiati dalla potente e devastante figura di Amon Göth, il capo del campo di concentramento che accetterà nel finale di vendere a Schindler le persone che l’imprenditore poi riuscirà a salvare, proprio nel momento in cui il nazismo arrivava al termine della sua follia grazie anche al sacrificio di centinaia di migliaia di soldati delle forze alleate.
Quando scorrono le immagini finale, che molti critici hanno visto come una concessione ad Hollywood e che invece testimoniano la partecipazione commossa del regista al dramma che fino a quel momento ha raccontato in modo lucido e spietato, lo spettatore riflette, come raramente ha fatto in precedenza davanti ad uno schermo cinematografico.
Riflette sulla follia e sull’eroismo, riflette su un passato che appartiene alla memoria storia di due popoli, quello tedesco e quello ebraico che furono le due componenti più importanti di una tragedia di portata mondiale, due popoli che pagarono un tributo spaventoso alla follia stessa.
E alla fine quello stesso spettatore, dopo tre ore di proiezione, si rende conto che quello che ha visto non è soltanto un film ma qualcosa che va ben oltre il limite della pellicola e dello schermo.

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Spielberg fa tutto questo usando le sue straordinarie armi senza per questo cadere nella retorica: la sua creazione, il Survivors of the Shoah Visual History Foundation destinato a raccogliere le testimonianze visive e in voce dei pochi sopravvissuti alla shoah dimostrano come la sensibilità del regista vada ben oltre il facile pietismo.
Quando il regista di Cincinnati dirige Schindler list, viene dal grandissimo successo di Jurassic park e sopratutto da quattro anni in cui ha fatto cinema di alto livello ma in pratica di evasione, come dimostrano i tre film precedenti ovvero Hook – Capitan Uncino (1991),Always – Per sempre  (1988) e Indiana Jones e l’ultima crociata  (1989).
Hollywood è così e c’è poco da fare; per avere credibilità, finanziamenti e libertà di movimento devi avere alle spalle grossi incassi. L’unica sua esperienza con un film “bellico” Spielberg l’aveva avuta con 1941- Allarme a Hollywood  (1979), una mega produzione in chiave farsesca che però era costato una fortuna alla produzione e che rischiò di fermarlo per anni, pur essendo il film stesso assolutamente gradevole.

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E Spielberg che sa benissimo come funzionano le cose a Hollywood riesce a mettere le mani sul soggetto in cui tanto credeva proprio grazie ai soldi rimediati da questi tre film che ho citato.
Così, quando prende in mano Schindler list Spielberg fa un azzardo che però si rivela vincente: il film infatti otterrà una marea di premi, tra i quali i 7 Premi Oscar 1994 (su 12 nomination) ovvero i premi come Miglior film, Miglior regia, Miglior sceneggiatura non originale, Miglior fotografia, Miglior scenografia, Miglior montaggio, Migliore colonna sonora seguiti da 3 Golden Globe  (su 6 nomination) come Miglior film drammatico, Miglior regia, Miglior sceneggiatura e  6 Premi BAFTA (su 12 nomination) come Miglior film, Miglior regia, Miglior attore non protagonista, Miglior fotografia, Miglior montaggio, Miglior colonna sonora.

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Questo permetterà a Spielberg di girare 5 anni più tardi quell’altro capolavoro che è Salvate il soldato Ryan  (1998), un affresco potentissimo sulla guerra raccontato alla sua straordinaria maniera, inimitabile.

Tornando a Schindler list, non si può dimenticare l’apporto dato al film stesso dalla potente colonna sonora di John Williams ne il fondamentale apporto del grandissimo cast selezionato nel quale spiccano la potente e asciutta recitazione di Liam Neeson nel ruolo di Oskar Schindler, quella altrettanto stupenda di Ben Kingsleyin quello di Itzhak Stern il collaboratore ebreo che tanta parte ebbe nelle scelte di Schindler e quella paurosamente e autenticamente da psicopatico di Ralph Fiennes nel ruolo del rappresentante in terra del male assoluto, l’Untersturmführer  Amon Göth che si diverte a sparare con una carabina corredata di binocolo ai prigionieri, simbolo della banalità (scusatemi il termine) del male e della morte.

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Questi tre attori, nei loro ruoli, accendono lo schermo e la storia rendendola se possibile ancora più credibile e amaramente umana.
Bellissima la fotografia di Janusz Kaminski, perfetto il montaggio di Michael Kahn.
Schindler list è un’opera assolutamente da non far mancare nella propria videoteca, un film che di diritto deve essere presente accanto a capolavori come Ombre rosse o Arancia meccanica, come Quarto potere o altri esempi di film che escono dalla semplice cinematografia per diventare opere immortali come un Amleto di Shakespeare o come una sinfonia di Mozart.

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Schindler’s List,un film di Steven Spielberg. Con Liam Neeson, Ben Kingsley, Ralph Fiennes, Caroline Goodall, Jonathan Sagalle, Embeth Davidtz, Andrzej Seweryn, Beatrice Macola, Jonathan Sagall, Malgoscha Gebel, Shmuel Levy, Mark Ivanir, Friedrich Von Thun, Krzysztof Luft, Harry Nehring, Norbert Weisser

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Schindler list banner personaggi

Liam Neeson: Oskar Schindler
Ben Kingsley: Itzhak Stern
Ralph Fiennes: Amon Göth
Caroline Goodall: Emilie Schindler
Jonathan Sagall: Poldek Pfefferberg
Embeth Davidtz: Helene Hirsch
Malgoscha Gebel: Victoria Klonowska
Shmulik Levy: Wilek Chilowicz
Mark Ivanir: Marcel Goldberg
Beatrice Macola: Ingrid
Andrzej Seweryn: Julian Scherner
Friedrich von Thun: Rolf Czurda
Krzysztof Luft: Herman Toffel
Harry Nehring: Leo John
Norbert Weisser: Albert Hujar
Alexander Held: burocrate SS

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Regia     Steven Spielberg
Soggetto     Thomas Keneally (dal romanzo La lista di Schindler)
Sceneggiatura     Steven Zaillian
Produttore     Steven Spielberg, Gerald R. Molen, Kathleen Kennedy, Branko Lustig
Fotografia     Janusz Kaminski
Montaggio     Michael Kahn
Musiche     John Williams e altri artisti
Scenografia     Ewa Braun, Allan Starski

Doppiatori

Alessandro Rossi: Oskar Schindler
Franco Zucca: Itzhak Stern
Roberto Pedicini: Amon Göth
Isabella Pasanisi: Emilie Schindler
Lucio Saccone: Poldek Pfefferberg
Micaela Esdra: Mila Pfeffembarg
Carolina Zaccarini: Helene Hirsch
Francesco Pannofino: Wilek Chilowicz
Marco Mete: Marcel Goldberg
Perla Liberatori: Danka Dresner

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La tomba di Oskar Schindler

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Oskar Schindler

…”Dal libro dell’australiano Thomas Keneally La lista. L’industriale tedesco Oskar Schindler, in affari coi nazisti, usa gli ebrei come forza-lavoro a buon mercato. Gradatamente, pur continuando a sfruttare i suoi intrallazzi, diventa il loro salvatore, strappando più di 1100 persone dalla camera a gas. È il film più ambizioso di S. Spielberg e il migliore: prodigo di emozioni forti, coinvolgente, ricco di tensione, sapiente nei passaggi dal documento al romanzesco, dai momenti epici a quelli psicologici. La partenza finale di Schindler è l’unica vera caduta del film, un cedimento alla drammaturgia hollywoodiana, alla sua retorica sentimentale. L. Neeson rende con grande efficacia le contraddizioni del personaggio. L’inglese R. Fiennes interpreta il paranoico comandante del campo Plaszow come l’avrebbe fatto Marlon Brando 40 anni fa. Memorabile B. Kingsley nella parte dell’ebreo polacco, contabile, suggeritore e un po’ eminenza grigia di Schindler. 7 Oscar: film, regia, fotografia di Janusz Kaminski (in bianconero, tranne prologo ed epilogo), musica di John Williams, montaggio, scenografia e sceneggiatura. Quel rosso del cappottino della bambina che cerca di sfuggire al rastrellamento è una piccola invenzione poetica, un esempio del modo con cui gli effetti speciali possono diventare creativi. (Morandini)” …

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giugno 7, 2011 Posted by | Drammatico | , , , | Lascia un commento