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Murderock-uccide a passo di danza

Murderock-uccide a passo di danza locandina

Candice Norman è una bellissima donna che in passato è stata una brava ballerina prima di dover smettere per colpa di un incidente stradale.
Dirige una scuola di danza in cui ballerini e ballerine di una certa abilità cercano il perfezionamento delle loro doti in attesa di avere un colpo di fortuna che li proietti in un musical o che comunque spiani loro la strada verso la celebrità.
Ma all’improvviso nella scuola si scatena un’ondata di omicidi apparentemente senza spiegazioni; alcune ballerine vengono barbaramente uccise con uno spillone conficcato nel cuore subito dopo essere state narcotizzate con del cloroformio.

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La stessa Candice da quel momento vive una situazione da incubo: in sogno vede un uomo che tenta di ucciderla con il modus operandi del killer che sta facendo strage di ballerine.
L’uomo è un fotomodello di nome George Webb e Candice alla fine riesce a trovarlo, ma inspiegabilmente invece di denunciarlo ne diventa l’amante.
Nel frattempo il commissario Borges che è incaricato di svolgere le indagini brancola nel buio, in quanto ai feroci omicidi manca sia un movente che una relazione tra le vittime, se non quella costituita dall’appartenenza delle vittime alla scuola professionale di danza.

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Dopo un colloquio con Candice, Borges crede di aver identificato il misterioso killer in George Webb, ma ben presto dovrà ricredersi, prima di arrivare alla sconvolgente verità….
Murderock – uccide a passo di danza è un film diretto nel 1984 da Lucio Fulci, reduce da una serie altalenante di prove da regista sopratutto nel campo dell’horror puro.
Dico subito che Murderock è un giallo/thriller che a mala pena raggiunge la sufficienza sopratutto dopo l’ultima grande prova che il regista romano aveva dato dirigendo uno dei thriller più interessanti dell’intero decennio settanta, ovvero Sette note in nero da lui diretto nel 1977.
Siamo purtroppo lontanissimi dal risultato qualitativo del film citato; Fulci che ormai è abitato alle atmosfere horror dei film che ha diretto da allora in poi sembra quasi dimenticare l’originalità e l’innovazione che erano stati i punti di forza di film come Una lucertola con la pelle di donna e dello stesso Sette note in nero.

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L’incubo di Candice

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Olga Karlatos è Candice

L’atmosfera è troppo “argentiana”, la storia abbastanza risibile e per colmo di sventura anche poco appassionante.
Colpa di una serie di fattori concomitanti; la sceneggiatura è lacunosa, nel film manca una tensione continua che appare solo a sprazzi, la colonna sonora di Emerson è sparata oltre i limiti della decenza, il finale è banale e quasi scontato.
Forse può sembrare una recensione troppo cattiva, ma va detto che Fulci e questo thriller appaiono  corpi estranei.
Il meglio di se il maestro romano l’ha dato con film come Non si sevizia un paperino (1972), con il graffiante

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All’onorevole piacciono le donne (Nonostante le apparenze… e purché la nazione non lo sappia) (1972), con il sensuale Una sull’altra (1969).
In Murderock il mestiere c’è, ma manca il guizzo; la regia è piatta e testimonia di una fase involutiva che il regista imbocca e che lo porterà a dirigere opere assolutamente incolori come Quando Alice ruppe lo specchio (1988) quando non anche assolutamente inguardabili come nel caso di Il fantasma di Sodoma (1988)
Qualche sprazzo luminoso, ma ad abbondare sono le zone d’ombra.
Il cast vede svettare i tre protagonisti principali, ovvero la bella Olga Karlatos nei panni di Candice, la solita sicurezza rappresentata da Ray Lovelock che interpreta George Webb e da Claudio Cassinelli nei panni del commissario Borges.
Il resto è buio totale, con attori che sono molto al di sotto della sufficienza.
Un’opera quindi se non da dimenticare da guardare con poca simpatia.

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Murderock – Uccide a passo di danza
Un film di Lucio Fulci. Con Olga Karlatos, Ray Lovelock, Claudio Cassinelli, Cosimo Cinieri, Christian Borromeo Thriller, durata 96 min. – Italia 1984.

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La paura negli occhi di Candice

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Olga Karlatos: Candice Norman
Ray Lovelock: George Webb
Claudio Cassinelli: Dick Gibson
Giuseppe Mannajuolo: professor Davis
Cosimo Cinieri: Borges
Belinda Busato: Gloria Weston
Berna Maria do Carmo: Joan
Maria Vittoria Tolazzi: Jill
Geretta Marie Fields: Margie
Christian Borromeo: Willy Stark
Carla Buzzanca: Janice
Angela Lemerman: Susan
Robert Gligorov: Bert
Carlo Caldera: Bob
Riccardo Parisio Perrotti: Steiner
Giovanni De Nava: portinaio
Al Cliver: analista della voce
Silvia Collatina: Molly
Lucio Fulci: Phil

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Regia    Lucio Fulci
Soggetto    Gianfranco Clerici, Vincenzo Mannino, Lucio Fulci
Sceneggiatura    Gianfranco Clerici, Vincenzo Mannino, Roberto Gianviti, Lucio Fulci
Produttore    Augusto Caminito, Sergio Iacobis, Piero Lazzari
Produttore esecutivo    Gabriele Silvestri
Casa di produzione    Scena Film
Distribuzione (Italia)    CDE – Compagnia Distribuzione Europea
Fotografia    Giuseppe Pinori
Montaggio    Vincenzo Tomassi
Musiche    Keith Emerson
Scenografia    Paolo Biagetti
Costumi    Michela Gisotti
Trucco    Franco Casagni

Delusione. Un film a-centrico, nel senso che manca di corpo centrale, di una parvenza di linearità di trama. Presenta invece parentesi talora strambe, talora semivuote, con l’aggravante di avere una soluzione di una banalità sconcertante. Non si sevizia un paperino, scusate ora la mia banalità, è di un altro pianeta.
I gusti di B. Legnani

Un thriller sensuale, ben sviluppato e ispirato, oltreché dal musical Flashdance, dai classici gialli anni ’70. Fulci imprime un ritmo serrato, ben sostenuto dalle musiche di Keith Emerson e privo di banali (e facili) sequenze splatter. Il killer uccide in maniera sorprendentemente delicata (previa anestesia), trapassando con spillone i morbidi (e giovani) seni delle sensuali ballerine. La Karlatos ha un ché di magnetico (e tristemente infelice) aspetto che trasuda da ogni poro ma soprattutto dai glaciali occhi… Malinconico.
I gusti di Undying

Altra prova dell’eclettismo di Fulci che, accantonati gli eccessi del precedente Lo squartatore, mette in scena un giallo delicato e praticamente senza sangue, cavalcando l’onda dei coevi film sulle scuole di ballo e della passione per i videoclip. Richiami a Una lucertola (il personaggio della Karlatos e i suoi incubi) e un finale che anticipa Fatal frames. Sensuali i passi di danza delle belle e giovani ballerine al ritmo delle incalzanti musiche di Emerson.

Passo che indirizza il caro Lucio verso il viale del tramonto, da lì in poi tristemente percorso saltando con l’asta. Un canovaccio agatachristiano con echi lucertoleschi e invidie alla “Saranno famosi”, intercalato da goffe coreografie che manco le peggiori performance di “Amici”, e ritmicamente scandito da uno spillone-metronomo che decima scarsi comprimari che altro non meritano che di sparire di scena. Piace tuttavia che Fulci onori la classica formula dell’whodoneit-cavalcata da un Cinieri in gran forma- accantonando una tantum le iperboli splatter.

Filmettino fulciano dalle chiare coloriture “argentiane”: la scuola di danza viene dritta da “Suspiria” e la scelta di Keith Emerson per la colonna sonora (brutta) ricorda “Inferno”. Giallo di una pochezza sconcertante (con omicidi a base di spilloni) che non riesce minimamente ad avvincere e creare tensione. Tra i peggiori film del regista romano.

Fulci torna al giallo all’italiana, ma purtroppo lo fa contaminandolo con il genere alla “saranno famosi”. Ne esce un ibrido che, soprattutto nella prima parte, risulta noioso e ripetitivo (se si levano le scene inutili dedicate al ballo, rimane molto meno di un’ora di spettacolo). Gli attori sono sulla sufficienza e anche sotto, le musiche di Emerson non sono degne di essere ricordate. Pastrocchio totale allora? No, fortunatamente alcune scene ben girate ci sono, anche se il film rimane sotto la sufficienza piena.

 Fulci dirige un buon giallo, anche accantonando le scene sanguinolente. Oltre a una serie di buoni colpi di scena, il film viene sorretto dalle solide interpretazioni di attori come la Karlatos (che torna a recitare per Fulci dopo Zombi 2) e Lovelock (e c’è pure Borromeo). Come è stato giustamente descritto, un Flashdance in chiave gialla, da vedere. Nient’affatto un Fulci minore: crea ottime scene di tensione.

 Thriller appena passabile. Il primo tempo è lento e piuttosto noioso ma nel secondo il film decolla e diventa abbastanza godibile. Davvero niente male l’ultimo colpo di scena. Buona la regia di Fulci, insolitamente cupa la fotografia, discrete le musiche di Emerson, buono il cast. Quasi totalmente assenti le scene violente.

 In questo film (bello il titolo) troviamo una sorta di “Saranno famosi” in chiave thriller-orrorifica, al quale si aggiungono alcuni spunti del “giallo solare” per eccellenza quale è l’argentiano Tenebre, uscito appena l’anno prima. Insomma, niente di nuovo, d’altronde Fulci ci ha abituati a queste operazioni. Tolti gli interminabili balletti (sfiancanti), rimane un giallo di discreta qualità e con alcuni guizzi di genio tipici del regista.

Invecchiato male, questo giallo del grande Fulci; le terrificanti musiche di Emerson, interminabili balletti, scenografie povere, una fotografia spenta e un clima dimesso, danno proprio una sensazione di “vecchiume” che non si riscontra normalmente nel cinema del regista. A parte una tipica misoginia di fondo tutta fulciana, la trama è così così, con uno svolgimento abbastanza ripetitivo e una soluzione finale francamente forzata ed improbabile. Tutto sommato un prodotto professionale, ma superfluo e un po’ scialbo; alquanto trascurabile. **

 

gennaio 7, 2012 Posted by | Thriller | , , , | 2 commenti

Boys don’t cry

Una storia vera e terribile, una storia americana di ignoranza e omofobia, di razzismo sessuale e di violenza.
E’ la storia di Brandon Teena, all’anagrafe Teena Brandon; una differenza non di poco conto perchè quel Teena posto davanti indica nettamente il genere femminile della persona in questione.
Quel cognome che è anche un nome, Brandon, come si fa chiamare Teena, indica chiaramente la volontà della ragazza; lei è nata tale biologicamente ma non sessualmente perchè sente di essere un uomo, con i sentimenti e le pulsioni sessuali tutte rivolte all’universo femminile.
Da questa storia di identità sessuale confusa, come la chiama uno psicologo nel film, nasce quest’opera spiazzante e drammatica diretta da Kimberly Peirce nel 1999.

Brandon in fuga

Il film parte raccontando la vita, quasi in maniera on the road, di Brandon, mostrandocelo nei suoi difficili rapporti sia con il mondo maschile sia con quello femminile.
Ma è proprio il mondo maschile, al quale il ragazzo ( tale è, a tutti gli effetti, salvo nei genitali) sente di appartenere che sembra allontanarlo da se.
Brandon infatti si comporta come un uomo, sfidando i maschi anche in improbabili scazzottate, dalle quali esce ovviamente sconfitto.
Ma Brandon ha anche una carica innata di simpatia, oltre che essere affascinante; questo gli permette di stringere amicizie femminili come quella con Candace Lambert, con ragazzi come i suoi futuri killer John Lotter e Tom Nissen e sopratutto quella con tanto di contorno sentimentale con Lana Tisdale, una ragazza dai molti problemi e dal carattere chiuso e introverso.

Brandon si camuffa da uomo

La messinscena di Brandon però non dura a lungo; fermata per guida pericolosa, Brandon viene portato in carcere e qui indagando la polizia scopre il suo passato fatto di piccoli furti ma sopratutto il segreto sul suo sesso.
Quando la notizia del suo arresto finisce sui giornali locali, Brandon si trova a dover parlare della sua difficile condizione proprio con l’esterefatta Lana, mentre a prenderla decisamente male sono John Lotter e Tom Nissen; i due giovani, dopo averlo caricato nella loro auto lo portano in un luogo isolato e lo violentano ripetutamente.
Con coraggio, Brandon decide di denunciare l’accaduto, scontrandosi con la mentalità retrogada dello sceriffo e mettendosi contro inevitabilmente John e Tom.
Brandon trova rifugio dall’amica Candace e qui viene raggiunta da Lana, che nonostante tutto ha capito di amarlo, aldilà della sua sessualità.

Momenti di tenerezza tra innamorati

Così i due progettano una vita insieme, lontano dalla mentalità provinciale del piccolo centro in cui vivono; ma John e Tom li raggiungono e sparano prima a Candace e poi a Brandon.
A Lana non resta altro da fare che vegliare il corpo esanime della persona che amava.
I titoli di coda ci informano su quello che accade dopo, ovvero il processo ai due assassini, che sono ancora in attesa dell’applicazione della sentenza di morte e dell’adozione da parte di Lana della piccola di Candace, rimasta orfana.
Boys don’t cry è un film scomodo, diretto da Kimberly Peirce nel 1999.
La regista e sceneggiatrice statunitense, alla sua prima opera cinematografica realizza un film inquietante e crudele come del resto lo è stata la storia vera dello sventurato Brandon. Un film che lascia lo spettatore con l’amaro in bocca, sopratutto quello che ha visto il film nella sua visione quasi apocalittica di una società provinciale americana basata su un’ipocrisia e un concetto di perbenismo aberrante.

Il primo bacio d’amore

Il coraggio della Peirce consiste sopratutto nella scelta di mostrare l’accaduto senza mitigare in alcun modo la portata drammatica degli avvenimenti, senza scegliere la facile via del pietismo e donando sopratutto un taglio giornalistico al film.
Ma attenzione, il film non è solo un coraggioso tentativo di mostrare la cronaca di un fatto odioso oltre che tragico; è la cronaca di una vita distrutta dall’ignoranza, dalle fobie e dai pregiudizi, proprio nel grande paese della democrazia applicata, quell’America patria dei diritti civili.
La piccola e farisea Falls City, nella contea di Richardson è la cittadina prototipo delle diseguaglianze americane, che siano dovute al colore della pelle o semplicemente alla sessualità della persona.
La Peirce altro non fa che illustrarci il percorso brevissimo di vita di una teenager nata nel corpo sbagliato o forse pù esattamente con il sesso sbagliato.

Ma è davvero una relazione impossibile?

Il prezzo che pagherà Brandon sarà altissimo, purtroppo.
Nella realtà le cose non andarono poi così differentemente da come mostrato nel film; la regista omette il primo tragico episodio della vita di Brandon, avvenuto quando non vestiva ancora abiti maschili.
Brandon infatti venne violentato da un parente ed ebbe anche un’adolescenza difficile, in seguito alle difficoltà di rapporti con sua madre che si rifiutò sempre di vederlo come un uomo, bensì come una figlia, il sesso con cui era nato.
Nel finale viene omessa anche la conclusione della vicenda processuale dei due stupratori e assassini; Tom Nissen, in cambio di un forte sconto di pena testimoniò contro John Lotter.

Il corpo di Brandon dopo le sevizie mentre viene visitata

Umiliato davanti a Lana

Nissen così scampò alla pena di morte e si vide commutata la stessa in ergastolo mentre Tom è ancora in attesa della revisione del processo, senza la quale finirebbe nella camera a gas, a quasi vent’anni dagli omicidi commessi.
In Boys don’t cry vanno segnalate le due magnifiche recitazioni femminili delle due protagoniste ovvero Hilary Swank nella parte di Brandon e di Chloe Sevigny in quella di Lana.
Entrambe le attrici svolgono superlativamente i compiti attribuiti: la Swank è asciutta, misurata e dolente nella difficile parte del transgender Brandon,

“Guardalo è questo l’uomo di cui ti sei innamorata?”

tanto da meritarsi il primo dei suoi due premi Oscar, quello attribuitole come miglior attrice protagonista nella notte degli Oscar del 2000 mentre la Sevigny si rivela attrice di rango anche se in tenerissima età (15 anni), confermando la sua personale vocazione ribadita in seguito per le produzioni non hollywoodiane e quindi indipendenti.

Belle le musiche e la fotografia, asciutta e rigorosa la regia di Kimberly Peirce che imprevedibilmente dopo l’ottimo successo di pubblico e critica di Boys don’t cry ha diretto solo Stop-Loss nel 2008.
Un film davvero molto interessante, per riflettere e per gustarsi due ore di gran cinema.


Boys Don’t Cry
Un film di Kimberly Peirce. Con Hilary Swank, Chloë Sevigny, Peter Sarsgaard, Brendan Sexton III, Alicia Goranson, Alison Folland, Jeannetta Arnette, Rob Campbell, Matt McGrath, Cheyenne Rushing, Robert Prentiss, Josh Ridgway, Craig Erickson, Stephanie Sechrist, Jerry Haynes
Drammatico, durata 118 min. – USA 1999.

Morte di Brandon

Hilary Swank è Brandon Teena

La bravissima Chloe Sevigny è Lana

Hilary Swank … Brandon Teena
Chloë Sevigny … Lana Tisdel
Peter Sarsgaard … John Lotter
Brendan Sexton III … Tom Nissen
Alicia Goranson … Candace
Alison Folland … Kate
Jeannetta Arnette … Mamma di Lana
Rob Campbell … Brian
Matt McGrath … Lonny
Cheyenne Rushing … Nicole
Robert Prentiss … Camionista
Josh Ridgway … Cassiere del Kwik
Craig Erickson … Camionista
Stephanie Sechrist … April
Jerry Haynes … Giudice

Regia: Kimberly Peirce
Sceneggiatura: Kimberly Peirce, Andy Bienen
Musiche: Nathan Larson
Editing: Tracy Granger, Lee Percy
Production design: Michael Shaw
Direzione artistica: Shawn Carroll

The Bluest Eyes in Texas – Nina Person / Nathan Larson
A New Shade of Blue – The Bobby Fuller Four
She’s Got a Way – The Smithereens
Who’s That Lady? – The Isley Brothers
Codine Blues – The Charlatans
Silver Wings – The Knitters
Who Do You Love? – Quicksilver Messenger Service
Tuesday’s Gone – Lynyrd Skynyrd
Haunt – Roky Erickson
Dustless Highway – Nathan Larson
What’s Up With That? – The Dictators
Why Can’t We Live Together? – Timmy Thomas
“Boys don’t cry”-The Cure
She’s a diamond – Opal

La cerimonia della consegna degli Oscar 2000; premio alla miglior attrice protagonista per Hilary Swank

L’intensa espressione di Hilary che interpreta Brandon Teena

Il vero Brandon Teena

gennaio 5, 2012 Posted by | Drammatico | , , , | 2 commenti

L’isola delle demoniache

Un posto maledetto, una chiesa sconsacrata, un naufragio con due sopravvissute.
Il posto maledetto è una ripida scogliera in Normandia, divenuto tale per la frequenza con cui nel corso dei secoli numerose navi sono finite tra gli scogli fracassandosi; la chiesa sconsacrata e ormai abbandonata nasconde secondo una leggenda locale un terribile segreto, ovvero la presenza tra le sue mura nientemeno che di un demone, imprigionatovi da sette Cavalieri che avevano partecipato alle Crociate.
Il naufragio con le due sopravvissute è quello in cui incorre una nave che sul finire degli anni trenta si schianta sulle tristemente famose rocce della scogliera della Normandia.

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Le due ragazze, figlie del comandante della nave (delle quali non conosceremo i nomi) riescono a salvarsi dallo schianto, ma restano per diverso tempo prive di sensi.

Nel frattempo sul luogo del naufragio arrivano quattro loschi individui, che vivacchiano con la loro attività di sciacalli; il Capitano, com’è chiamato l’uomo che sembra aver maggiore autorità sul gruppo, la sua donna Tina, e i due loschi compari del capitano, Bosco e Paul, allettati dal bottino si accorgono della presenza delle due ragazze e invece di soccorrerle le violentano ripetutamente fino a lasciarle esanimi.

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Compiuta la prodezza, il gruppo ritorna alla taverna che fa da ritrovo anche ad alcune prostitute della zona e dove la tenutaria, Madame Louise avvisa il gruppo che le due ragazze, in stato confusionario stanno per recarsi alla chiesa sconsacrata.
Qui le due sorelle trovano il custode del demone, un cavaliere, che dopo averle possedute trasmette loro dei poteri soprannaturali.
Si scatena la vendetta delle ragazze con logico olocausto finale.
Diretto dallo specialista Jean Rollin nel 1974, L’isola delle demoniache (Les demoniaques) non sfugge al tradizionale clichè del regista francese, fatto di un pizzico di paranormale di grana grossissima, di una spruzzata di violenza con qualche timido effetto splatter e sopratutto tanto erotismo con sovra esposizione di nudi femminili.
Al solito, il regista di Neuilly-sur-Seine confeziona un prodotto dagli aspetti estremamente divergenti e sconcertanti; ad una fotografia quasi lussuosa, molto simile ad una carrellata di piccoli quadri espressionisti, Rollin aggiunge una trama assolutamente inconsistente portata avanti in maniera confusa, quasi avulsa dalle immagini che scorrono sullo schermo.

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Ad appesantire ulteriormente il tutto c’è la tradizionale parsimonia di dialoghi, con lunghe sequenze praticamente mute.
Inaspettatamente però il risultato finale non può essere bocciato in toto, perchè il regista francese mescola aspetti sicuramente affascinanti come la scogliera solitaria e da incubo, la chiesa sconsacrata ripresa sopratutto di sera e quindi dall’atmosfera lugubre e claustrofobica con un finale molto cattivo, in cui c’è spazio per la morte di tutti i personaggi principali, buoni o cattivi che siano.

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Chi conosce Rollin sa che tra i 52 film che lui ha diretto la stragrande maggioranza ha trame a tratti inesistenti oppure esistenti e incomprensibili per lunghi tratti.
L’isola delle demoniache non fa eccezione, così come al solito la presenza di nudi femminili è massiccia anche se davvero poco erotica.
Anche le scene più forti, quelle di sesso tra le sorelle e il misterioso Cavaliere Crociato che custodisce il demone nella chiesa sconsacrata restano abbastanza freddine, non fosse altro per i minuti precedenti alle scene incriminate, in cui le due sorelle hanno passeggiato nude mano nella mano in un luogo che metterebbe i brividi a vederlo anche da fuori.

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Ecco, le scene della chiesa sono decisamente le migliori, anche se ancora una volta va sottolineneata l’abitudine di Rollin di usare un ritmo bassissimo, quasi sognante per illustrare le situazioni che man mano si sviluppano nel film.
Per le due parti principali, le due sorelle, Rollin sceglie Lieva Lone e Patricia Hermenier, la prima all’esordio cinematografico ( e anche alla sua ultima prova), la seconda reduce dal film di José Bénazéraf The french love; anche Patricia Hermenier darà l’addio con questo film alla sua inesistente carriera cinematografica.
Poichè alle due attrici non è chiesto di far altro che farsi violentare e andar in giro nude, senza praticamente proferir verbo, si può dire che assolvano al loro compito.

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Il resto del cast è nello standard tipico di Rollin, ovvero men che mediocre.
L’isola delle demoniache è comunque un passettino avanti per il regista francese, reduce da opere come Schiave del piacere o I desideri erotici di Christine, fatte molto probabilmente per la vil pecunia.
Qui Rollin osa fare qualcosa in più e come ho già detto il risultato è almeno da sufficienza.

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L’isola delle demoniache, di Jean Rollin– Con Joelle Coeur, Lieva Lone, Patricia Hermenier, John Rico, Willy Braque, Paul Bisciglia, Louise Dhour, Ben Zimet, Mireille Dargent, Miletic Zivomir, Isabelle Copejans, Yves Collignon, Véronique Fanis, Monica Swinn- Horror erotico, Francia/Belgio 1974

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Joëlle Coeur     …     Tina
John Rico         … il Capitano
Willy Braque         …     Bosco
Paul Bisciglia         …     Paul
Lieva Lone         … La prima Demoniaca
Patricia Hermenier         … La seconda Demoniaca
Louise Dhour          …     Louise
Ben Zimet          … L’esorcista
Mireille Dargent          …     Clown
Miletic Zivomir          … Il Demonio

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Regia: Jean Rollin
Sceneggiatura: Jean Rollin
Produzione: Pierre Quérut,Lionel Wallmann
Musiche : Pierre Raph
Editing: Michel Patient
Direzione artistica: Jio Berk

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gennaio 2, 2012 Posted by | Horror | , , , | Lascia un commento