Le monache di Sant Arcangelo


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Nel Convento di Sant’Arcangelo di Baiano l’anziana badessa è ormai in fin di vita; Giulia di Mondragone, una giovane e bella suora è candidata con Carmela e Lavinia alla successione per la guida del convento.
Giulia è ambiziosa ed è sessualmente lesbica; ha una relazione, infatti, con Suor Chiara ma accetta per interesse la corte di don Carlos Ribera, un nobiluomo senza scrupoli e senza principi morali.
Suor Giulia sa infatti che la protezione del potente nobile può esserle utile nel sogno di dirigere il monastero.
Accetta così, pur contro voglia e contro le proprie tendenze sessuali di appagare il nobile; che però ha anche delle mire sulla giovane novizia Isabella, una bellissima suorina della quale don Carlos è incapricciato.

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La morte della badessa superiora provoca l’avvio di una crisi drammatica all’interno del convento: le tre rivali brigano in tutti i modi per assicurarsi la successione e Suor Giulia alla fine è costretta ad accettare la richiesta di Don Carlos, volta ad ottenere una notte d’amore nella cella della novizia Isabella.
Mentre infuria la guerra intestina al convento, giocata sul campo dell’ignominia più completa, l’eco degli avvenimenti giunge a Roma.
Siamo nel 1577, il Regno di Napoli è soggetto anche alle leggi della Santa Inquisizione: dalla città campana viene inviato dall’Arcivescovo il vicario Carafa, uomo integerrimo ma anche brutale ed inflessibile.
Le sue indagini interne portano alla scoperta degli intrighi che le rivali al ruolo di badessa tessono instancabilmente l’una alle spalle delle altre; con la tortura Carafa estorce la confessione di Giulia di Mondragone, che viene condannata a morte mediante l’ingestione di cicuta.

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La suora muore tra atroci dolori mentre Suor Isabella, con un astuto e provvidenziale ricatto, riesce a mettere freno alle ambizioni di Don Carlos.
Per evitare ulteriori scandali, la suorina viene “condannata” ad essere dispensata dai voti…
Le monache di Sant’Arcangelo, film tipico del filone nunsploitation ( filone erotico/conventuale) esce nelle sale nel 1973, diretto da Domenico Paolella, su un soggetto ispirato molto liberamente ad un libricino scritto forse da Stendhal,Cronaca del convento di Sant’Arcangelo a Bajano, probabilmente però opera di un anonimo francese.
Alla riduzione cinematografica viene chiamato Tonino Cervi, che ne ricava un soggetto tutto sommato equilibrato, che Paolella, veterano del cinema di genere, dirige con buona mano senza calcare troppo sul versante erotico della storia.
Il film ha un’ambientazione, ovviamente, prettamente conventuale e si inserisce nel genere di nicchia che raccontava storie abbastanza pruriginose di suore poco avvezze ai loro voti, senza però sconfinare nello scollacciato fine a se stesso tipico di un’altra branca del cinema erotico con sfondo conventuale, il classico decamerotico.

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Grazie ad un ottimo cast, Paolella gira una pellicola di discreto valore, nella quale spicca principalmente la buona ricostruzione storica;assolutamente in linea il cast che vede nel ruolo principale, quello di Suor Giulia da Mondragone l’attrice inglese Anne Heywood, non nuova al cinema conventuale; nel 1969 infatti aveva lavorato in La monaca di Monza (regia di Eriprando Visconti) nel ruolo della sventurata Virginia De Leyla e chiamata ancora una volta a interpretare una parte scabrosa, quella di Giulia di Mondragone, assetata di potere a tal punto da sacrificare le proprie idee, la propria dignità e in fondo anche il suo amore per Suor Chiara in nome della sua ambizione.

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Nel cast figura anche una giovane e bella Ornella Muti, l’unico personaggio davvero positivo del film ed anche l’unica a scansare la furia dell’Inquisizione, rappresentata dal torvo Carafa, uomo implacabile e infervorato dalla sua missione, convinto di dover estirpare il male con tutti i mezzi possibili, incluso l’uso abominevole della tortura.
Il ruolo di Carafa è svolto in modo inappuntabile da Luc Merenda,mentre l’Arcivescovo di Napoli è Claudio Gora.
Spazio anche a Martine Brochard, bravissima nel ruolo di Suor Chiara, amante di Suor Giulia.
Discrete sia le musiche che le scenografie, mentre ottima è la fotografia.
Le monache di Sant’Arcangelo è un film di discreta reperibilità, oggi disponibile anche in digitale, mentre un suo passaggio televisivo è abbastanza improbabile anche per la tematica trattata.

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Le monache di Sant’Arcangelo
Un film di Domenico Paolella. Con Luc Merenda, Ornella Muti, Martine Brochard, Anne Heywood, Claudio Gora Drammatico, durata 103′ min. – Italia 1973.

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Ornella Muti: suor Isabella
Pier Paolo Capponi: don Carlos Ribera
Anne Heywood: badessa Giulia di Mondragone
Claudia Gravi: badessa Carmela
Maria Cumani Quasimodo: badessa Lavinia
Martine Brochard: suor Chiara
Luc Merenda: vicario Carafa
Claudio Gora: emin. cardinal d’Arezzo
Duilio Del Prete: Pietro
Muriel Catalá: Agnese
Gianluigi Chirizzi: Fernando

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Regia Domenico Paolella
Soggetto Domenico Paolella
Sceneggiatura Tonino Cervi
Produttore Tonino Cervi
Montaggio Nino Baragli
Musiche Piero Piccioni
Scenografia Claudio Cinini, Giovanni Fratalocchi
Costumi Osanna Guardini

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L’opinione dell’utente sasso 67, dal sito http://www.filmtv.it
La trama del film deriva da un fatto di cronaca verificatosi nei pressi di Napoli nel 1577 e sfociato in un processo inquisitoriale. La materia non è nuovissima nemmeno per il cinema, basti pensare ad opere come Made Giovanna degli Angeli di Kawalerowicz o a I diavoli di Ken Russell, che aveva lanciato alla grande il filone “conventuale”. Ovviamente, l’aspetto pruriginoso della vicenda ha un ruolo preponderante, come del resto ebbe nella realtà, ma questa volta il regista cerca di non insistere eccessivamente sulle immagini piccanti e di aggiungere un elemento “politico” a condizionare la conduzione della faccenda da parte delle autorità ecclesiastiche. Tra le quali emerge la forte personalità di Monsignor Carafa, vicario dell’Arcivescovo di Napoli. Mentre quest’ultimo si dimostra prudente, ma anche titubante e pilatesco, il giovane Carafa (probabilmente quel Decio Carafa che sarà poi a sua volta arcivescovo di Napoli e cardinale) è deciso a combattere la corruzione e gli intrighi, sebbene abbia delle remore morali di fronte alla tortura e alla pena di morte.
Bisogna dire che il compito è svolto da Paolella con il professionismo di cui era dotato e, a parte un finale da tragedia greca, con tanto di cicuta, che stona con altri momenti di buona ricostruzione storica, si tratta di uno spettacolo, in certi limiti, dignitoso.

L’opinione dell’utente Homesick, dal sito http://www.davinotti.com
Rievocazione di un fatto di cronaca claustrale del XVI secolo – lo scandalo del convento di Sant’Arcangelo a Bajano – varca i limiti del voyeurismo e dei sadomasochismi da bancarella imposti dal filone nunsploitation allora in voga per soffermarsi sulla cura di fotografia, costumi e suppellettili e sul rilevamento dell’aspetto psicologico e politico, massimo nell’invettiva anticlericale pronunciata dalla moritura Heywood. Impegnato a rispecchiare risolutezza moralizzatrice e dubbi del vicario Carafa, Merenda acquisisce un inedito carisma, anche in virtù del doppiaggio di Sergio Graziani.

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