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Lo chiamavano Trinità

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Anche lui puzzava come te quando arrivò qui; ci vollero tre pezzi di sapone per vedere il colore della pelle; quindi giovanotto se vuoi che ti stringa la mano devi farti un bagno, non vorrei prendermi il tetano.
La frase di Jonathan pronunciata all’indirizzo di Trinità,il bizzarro e irriverente protagonista del film Lo chiamavano Trinità in qualche modo simboleggia la natura stessa del film, una rivoluzione copernicana del genere western,da sempre disseminato di violenza,sparatorie,pieno di uomini duri e spietati, come del resto era spietata la vita della frontiera americana.

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Il film di Enzo Barboni esce nelle sale nel 1970 ottenendo un successo assolutamente inatteso e diventando rapidamente il capostipite di un sottogenere del western,il western comico,quella nicchia scavata da Barboni stesso che mette in qualche modo alla berlina il linguaggio rozzo,le situazioni tagliate con l’accetta che erano state fino all’arrivo di Trinità una delle caratteristiche peculiari del genere stesso.
Il western abbandona quindi gli stereotipi delle sparatorie violente,delle morti seminate nei film come grandine a favore di un’atmosfera ridanciana e comica,in cui si spara ma quasi casualmente,in cui una buona scazzottata alla fine si rivela più efficace di un colpo di Colt o Winchester
Pugni e sberleffi,situazioni surreali e battute fulminanti quindi sostituiscono i duelli all’ultimo sangue,in un modo talmente radicale da trasformare il vecchio West da terra di uomini violenti e senza pietà in un sobborgo di un paesino qualsiasi,in cui emergono le figure del prepotente e del vendicatore,dello smargiasso e del ras del quartiere a sostituire i personaggi tradizionali del Western.
E’ come se il West all’improvviso diventasse un quartiere;le desolate e sconfinate praterie sembrano un campetto di periferia, ci sono i cavalli e non le auto,ma l’atmosfera resta quasi intatta.Il Saloon diventa un nostro bar,più rissoso,sicuramente,ma quasi casereccio,rassicurante.
I morti quasi scompaiono,volano sganassoni e ceffoni,pugni e tavoli,le Colt si usano solo in caso di necessità assoluta.
Boot hill accoglie solo i morti per cause naturali e la dimensione violenta del West si ridimensiona fino a diventare il ring sul quale si ergono protagonisti assoluti Trinità e Bambino,personaggi dalle mille sfaccettature che impongono alla legge delle pallottole uno stop improvviso,trasformando il selvaggio West e modificandone stile e comportamenti.
Terence Hill e Bud Spencer,i due simpatici e scanzonati protagonisti del film diventano una coppia irresistibile, tanto che da quel momento il duo finirà per girare molte altre pellicole tutte accolte con gran favore dal pubblico e con sorrisi di sufficienza dalla critica,sempre sospettosa nei confronti dei film di cassetta.
In fondo però basterebbe pensare alla sana comicità, alle due ore di divertimento puro a cui si assiste seguendo le vicende di Bambino & Trinità; la violenza diventa quasi un gioco, i ceffoni e i pugni sembrano un po come le risse che scatenavamo da bambini e alla fine tutto si risolve con un occhio nero e con qualche livido.

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La trama in breve:
Trinità è un personaggio stravagante che gira il West in modo indolente;si fa trainare dal suo cavallo sdraiato su un travois e con il cappello che copre buona parte del volto.
Un aspetto quasi dimesso che in realtà nasconde un personaggio sveglio e intelligente,furbo e opportunista.
Lo dimostra liberando un messicano dalle mani di due bounty killer prima di avviarsi e alla fine giungere in uno squallido paese in cui suo fratello Bambino,il suo esatto opposto in tutti i sensi incluso quello fisico,dopo un passato da delinquente è ora sull’altro lato della barricata.
E’ divenuto infatti sceriffo.Uno sceriffo assolutamente particolare,che usa le mani come strumento di convincimento.
I due,dopo un’iniziale scontro verbale,faranno causa comune per difendere una carovana di mormoni dall’interesse del maggiore Harriman;Trinità finirà per invaghirsi di una mormone per poi scoprire che la vita pacifica non fa per lui e riprendere il vagabondaggio per il West alla ricerca di nuove avventure.
La trama non ha praticamente nessuna importanza sia in questo film che nei successivi proposti e incentrati sulla figura di Trinità;lui non è un vendicatore,non è uomo da rimanere fermo in un posto,non è un difensore dei diritti.
E’ solo un vagabondo allo stato puro,che però all’occasione sa trasformarsi in un implacabile difensore dei più deboli.

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Lo fa con furbizia e intelligenza,sfruttando agilità e destrezza per mettere alla berlina il cattivo di turno.
Il suo alter ego,Bambino, è invece un ragazzone dal cuore tenero mimetizzato dall’aspetto imponente e minaccioso e da uno sguardo burbero sotto il quale però si intuisce battere un cuore d’oro.
Ama e al tempo stesso è divertito da quel suo fratello scapestrato e impudente,anche se nasconde questi sentimenti ben sapendo delle doti di opportunismo che Trinità,la mano sinistra del diavolo nasconde.
I due però,in coppia, sono letali quanto un battaglione di soldati.
Usano le mani come magli,sono in grado di venir fuori illesi dalla peggiore rissa e sopratutto sono assolutamente scevri dalla violenza.
Se usano la pistola è soltanto per disarmare o scoraggiare l’avversario, la loro vera arma sono i pugni,sconfiggono l’avversario con l’ironia e lo sberleffo.
E’ questa la vera grande innovazione portata dalla coppia Trinità-Bambino.
Si possono vendicare i torti o difendere i deboli a suon di ceffoni;epiche le risse o le situazioni comiche che si susseguono nel film,splendide le battute pronunciate dalla coppia come quella pronunciata da Bambino all’indirizzo di Trinità: “Ma non hai uno scopo nella vita? Fai qualcosa… ruba del bestiame… assalta una diligenza… rimettiti a giocare, magari… una volta eri un ottimo baro! Ma fa qualcosa” oppure “Ma perché non ti dai alla vita onesta? Torna a New Orleans dalla mamma… portale un paio di ragazze e mettiti in affari con lei!” uno strano concetto di onestà che dimostra in maniera lampante come i due provengano comunque dal mondo dell’illegalità e che da questo mondo hanno imparato l’arte di arrangiarsi e di sopravvivere.
Assolutamente irresistibile è una delle scene finali,nella quale Trinità sembra disposto a lasciare la vita vagabonda per accasarsi con la bella mormone di cui si è invaghito.

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Questo discorso: “Riprendi nel tuo gregge questa pecorella smarrita, che trasformerà le sue armi in strumenti di pace e lavoro. In Tua gloria, sarà circonciso per rispettare la tua legge. Dagli la forza di creare un tempio nel quale cantare i Tuoi inni. Lavorerà fino a rompersi la schiena, dissoderà i campi, seminerà e raccoglierà il frutto del suo lavoro, taglierà boschi, costruirà case, e alleverà bestiame. Quando al calar della notte tornerà a casa distrutto dalla fatica, giulivo e felice verrà nel Tuo tempio a cantare la Tua gloria. Grazie per avere ripreso il nostro nuovo fratello nel Tuo gregge. Rendilo meritevole della Tua pietà …e illumina la sua esistenza con la luce del Tuo spirito. Amen.” finirà per portare il giovane vagabondo a scappare a gambe levate dalla carovana mormone, ben consapevole che la libertà di gui gode non può essere assolutamente imbrigliata da una vita che non gli appartiene.
Lo chiamavano Trinità è un film importante.
Perchè lascia a casa violenza e pistole e propone divertimento allo stato puro
I due protagonisti,Terence Hill e Bud Spencer formano una coppia assolutamente irresistibile,inseriti come sono in un contesto violento e di illegalità diffusa.
Le loro gesta affascinano tutti,senza distinzione di età;le botte,i ceffoni,le risse scatenano ilarità con soluzioni estemporanee,come i pugni in testa che Bambino ammanisce ai cattivi.
Barboni crea quindi una coppia di personaggi indimenticabili, proponendo finalmente due ore si sano e robusto divertimento.
Belle le musiche,sopratutto il tema centrale ripreso ai giorni nostri da Mario Biondi
Da vedere assolutamente.

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Lo chiamavano Trinità

Un film di E.B. Clucher. Con Steffen Zacharias, Bud Spencer, Terence Hill, Gisela Hahn, Farley Granger, Ugo Sasso, Gaetano Imbrò, Riccardo Pizzuti, Fortunato Arena, Ezio Marano, Michele Cimarosa, Dominic Barto, Elena Pedemonte, Luciano Rossi, Dan Sturkie, Remo Capitani, Paolo Magalotti, Vito Gagliardi, Antonio Monselesan, Franco Marletta, Luigi Bonos, Thomas Rudy Western, durata 117 min. – Italia 1970.

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Lo chiamavano trinità banner PROTAGONISTI

Bud Spencer: Bambino
Terence Hill: Trinità
Farley Granger: maggiore Harriman
Remo Capitani: Mezcal
Dan Sturkie: Tobia
Ezio Marano: Faina
Luciano Rossi: Timido
Steffen Zacharias: Jonathan Swift
Gisela Hahn: Sarah
Elena Pedemonte: Giuditta
Ugo Sasso: sceriffo zoppo
Michele Cimarosa: messicano
Riccardo Pizzuti: Jeff
Dominic Barto: Mortimer
Tony Norton: bounty killer
Gigi Bonos: oste della locanda all’inizio del film
Osiride Pevarello: Gioele
Giancarlo Bastianoni: uomo del maggiore
Roberto Dell’Acqua: mormone
Alberto Dell’Acqua: mormone
Jess Hill: bambino

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Glauco Onorato: Bambino
Pino Locchi: Trinità
Sergio Graziani: maggiore Harriman
Vinicio Sofia: Mezcal
Arturo Dominici: Tobia
Gianni Marzocchi: Faina
Gianfranco Bellini: Timido
Ferruccio Amendola: Jonathan Swift, uomo del maggiore
Serena Verdirosi: Sarah
Liliana Sorrentino: Giuditta
Michele Gammino: Oste della locanda all’inizio del film, Jeff, uomo del Maggiore
Mario Lombardini: sceriffo zoppo, Uomo del maggiore
Luciano De Ambrosis: pistolero biondo all’inizio del film
Manlio De Angelis: pistolero coi baffi all’inizio del film
Daniele Tedeschi: pistolero, Sicario
Romano Ghini: uomo del maggiore, Pistolero

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Regia E.B. Clucher
Soggetto E.B. Clucher
Sceneggiatura E.B. Clucher
Produttore Italo Zingarelli
Casa di produzione West Film
Fotografia Aldo Giordani
Montaggio Giampiero Giunti
Effetti speciali Sergio Chiusi, Stefano Seno
Musiche Franco Micalizzi, Lally Scott
Scenografia Enzo Bulgarelli
Costumi Luciano Sagoni

Lo chiamavano trinità banner citazioni

I fagioli comunque erano uno schifo!! (Trinità)
Trinità… la mano destra del Diavolo. (Cacciatori di taglie)
La mia esposa stava al fiume señor, a lavare… un gringo l’aggredì e la voleva… e ho corso in suo aiuto… avevo il coltello… quello mi guarda con gli occhi spalancati e muore… nel cadere avrà battuto la testa… io gli ho dato solo qualche coltellata… (Messicano)
Ragazzi, ho l’impressione che dovremmo eleggere un nuovo sceriffo! (Il Maggiore)
È dallo straripamento del Pecos che non vedevo tanto sudiciume!
Nessuno è meno sopportabile di un ipocrita…
Su, degno fratello, ti accompagno a casa così potrai finalmente farci vedere la tua faccia.
O lasciate questa valle o ne farò la vostra tomba, la scelta è vostra.
Sceriffo, che ne facciamo dei prigionieri? O li impicchiamo o li buttiamo fuori… Ma io non posso mica stare a lavorare per loro!
Lavorare per essere pagati è umiliante. Meglio rubare: c’è più emozione! (Mescal) [ al Maggiore]
Ricordatevi: non dovete mai fidarvi di nessuno, nemmeno degli amici. (Faina) [ insegnando ai Mormoni]
Non potevo lasciarlo in paese, ha il vizio di dire la verità… è un tipico alcolizzato.
… in California! (Trinità al cavallo)
Ma tu che ci fai attaccato a quella stella?

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Lo chiamavano trinità banner RECENSIONI
L’opinione di Lord Holy dal sito http://www.filmtv.it

Tanti sono i primati e i motivi per i quali è giusto ricordare e promuovere questo classico, reso tale dal tempo e dal fuoco mai spento di una nutrita schiera di fedeli appassionati. Nato come tentativo di sperimentare una formula, poi rivelatasi di successo, per ridare respiro a un genere forse ritenuto al tramonto, in realtà finisce per creare qualcosa di profondamente nuovo e diverso. Il punto di partenza è ovviamente il western, ma filtrato secondo un approccio “italiano” e in maniera deliziosa contaminato dai toni comici e irriverenti di una commedia ironica o propri di una parodia.
Gustose sono le atmosfere, ricreate nei minimi dettagli dall’ambientazione e dalla colonna sonora, uno spasso sono le battute di dialogo, con alcune perle e colpi di genio, da morire dal ridere. Sembrerà un paradosso, però è evidente come si ricorra all’offesa pur non risultando mai volgari, come si ricorra alla violenza pur non dimostrandosi mai violenti. Infatti, solo un semplice e sano divertimento è l’obiettivo ricercato, con l’essenziale cuore pulsante determinato dall’affiatamento, dalla spontanea e inimitabile intesa creatasi fra Terence Hill e Bud Spencer. A mio modesto parere rappresenta il miglior esempio, assieme al suo seguito …continuavano a chiamarlo Trinità (1971), del loro fortunato abbinamento, successivamente tanto prolifico di titoli al cinema. Anche se lo si conosce ormai a memoria, puntuali non si perde l’occasione di rivederlo quando possibile. Vero?

L’opinione di NotoriusNiki dal sito http://www.filmscoop.it

Colizzi li accoppia ma è Barboni a valorizzarli, le scazzòttate saranno anche marchio di Colizzi, i piatti di fagioli un cliché nato nel precedente film di Barboni (Ciakmull), tuttavia il genio sta nel permeare la pellicola di un tono comedy, infatti Girotti con Colizzi ancora non era doppiato dal brillante Pino Locchi, recuperava il retaggio eastwoodiano del cavaliere solitario, Pedersoli relegato ancora ad una mera spalla, con Colizzi la coppia era male assortita, necessario dunque un cambio di impostazione, ed ecco giungere Barboni che con spirito parodistico ne riscrive i personaggi a mo’ di avventura picaresca che ricorda una certa ironia e spavalderia de ‘Butch Cassidy and the Sundance Kid’ girato mezzo lustro prima.
Immancabile un altro grande caratterista,Riccardo Pizzuti, che si prodigava a fare da carne da macello in tutte le comparsate della coppia, si ricicla con classe anche Farley Grangrer, uno dei tanti passati nel tritacarne di Hitchcock, le donzelle, altro cliché del personaggio di Hill, celebre la ballata di Annibale, ricorda le illustri di Frankie Laine che dispensava nei western classici a dare quel tocco di epicità. Nulla da aggiungere, ha generato un sottogenere.

Opinioni dal sito http://www.davinotti.com

Capannelle

È un film icona che ha inaugurato un filone. Peccato che questo filone fosse poi destinato a scadere nel ridicolo per colpa di tutte le copie che verranno girate senza la base originale. Il trio Spencer-Hill-Barboni gira infatti a meraviglia e costruisce diverse scene e dialoghi tra i due fratellini (Trinità e Bambino) memorabili. Notevole sia questo episodio che il degno sequel.

Magnetti

Un film perfetto a cominciare dalla elevata qualità realizzativa. Una accoppiata di attori ineguagliabile che avremmo voluto veder recitare sempre insieme per sentirci a “casa”. Supera le barriere del tempo: dopo 40 anni e gli innumerevoli passaggi televisivi una occhiata (e spesso di più) gliela si dà sempre. E’ spiritoso e fracassone, senza sbracare, e con riuscite atmosfere western accompagnate dall’imperituro tema musicale fischiettato. Veramente belle e scelte con cura le location. La sua visione ci riempie gli occhi e lo spirito con un cinema genuino come nessun altro film sa essere.

Lovejoy

Quando lo spaghetti western ormai era giunto al capolinea, Enzo Barboni ebbe un’idea a dir poco geniale: contaminare l’ormai morente genere western con la commedia e quello che ne venne fuori fu un successo clamoroso, che dura ancora oggi. Merito di un copione di ferro, di battute e gag leggendarie e di una coppia d’attori da quel momento entrata per sempre nel cuore degli italiani, ovvero gli irresistibili, leggendari Bud Spencer e Terence Hill. Non un capolavoro, ma avercene di film così. Con un seguito altrettanto riuscito.

Disorder

Un’incredibile bomba comica, quasi insuperabile (almeno per quanto riguarda la cinematografia italiana). Negli intenti non doveva nemmeno essere una commedia, solo un western ironico stile Il Buono il Brutto il Cattivo (lo si capisce dai vari morti ammazzati all’inizio), ma il risultato è un autentico capolavoro della risata: memorabile quasi ogni battuta, ogni mossa o espressione dei protagonisti, per non parlare della colonna sonora.

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agosto 20, 2015 Posted by | Western | , , , , | 4 commenti

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Quattro mosche di velluto grigio esce nel 1971 ad un anno di distanza dal travolgente successo di L’uccello dalle piume di cristallo e poco dopo l’uscita di Il gatto a nove code; Dario Argento chiude così la cosi detta trilogia “animalesca” con un film che se non ha lo stesso impatto dei primi due mostra tuttavia alcuni segnali che indicano come il regista romano stia evolvendo verso una fase nuova della carriera, che culminerà nel suo capolavoro, Profondo rosso.
Quattro mosche di velluto grigio è un film con tanti pregi ma anche con difetti rilevanti; per la prima volta Argento usa l’elemento comico nel film, usa sapientemente il flash back e sopratutto usa un finale davvero indimenticabile ma utilizza una sceneggiatura con più di una lacuna e sbaglia la scelta dell’interprete principale, quel Michael Brandon che si rivelerà l’anello più debole della pellicola.

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Come location del film Argento sceglie Roma e Tivoli e Milano con Torino; a Roma c’è la baracca del simpaticissimo Diomede (Dio), che vive come un barbone in riva al Tevere in compagnia del suo linguacciuto pappagallo, mentre a Tivoli, nei giardini di Villa D’Este è realizzata la splendida sequenza dell’omicidio della colf di Roberto, Amelia. A Milano viene girata la sequenza della morte di Arrosio mentre lo studio dell’investigatore privato è a Torino nella Galleria Subalpina.
In questo film l’elemento predominante è la follia, così come per la prima volta Argento introduce la componente parapsicologica legata ai sogni premonitori di Roberto mentre come dicevo prima compare l’elemento umoristico, legato al personaggio di Diomede e sopratutto a quello dell’investigatore privato Gianni Arrosio, ingaggiato da Roberto (il protagonista), un investigatore che nel corso della sua carriera ha collezionato 84 casi falliti, come racconterà nel colloquio con il suo nuovo cliente.

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La trama:
-Roberto Tobias, che fa il batterista in un gruppo rock, si accorge che è seguito da un misterioso individuo. La cosa va avanti per alcuni giorni,fino a quando Roberto non segue il suo misterioso pedinatore in un teatro, dove in maniera banale finisce per ucciderlo con il pugnale che l’uomo ha con se.
All’incidente ha assistito qualcuno, che fotografa la scena del crimine e subito dopo invia copia di una foto a casa di Roberto, il quale si accorge anche che il misterioso individuo si è introdotto in casa sua.
Dopo essere stato aggredito, Roberto decide di raccontare a sua moglie Nina degli avvenimenti a cui è andato incontro; il passo successivo è incontrare l’amico Diomede, che vice in una baracca lungo il fiume.

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L’uomo gli consiglia di rivolgersi ad un investigatore privato, Arrosio ma nel frattempo accadono due fatti di sangue; la domestica di Roberto, che ha capito chi è il misterioso ricattatore, tenta a sua volta di usare l’arma del ricatto, ma viene assassinata in un parco pubblico.
Lo stesso accade a Carlo Marosi, l’uomo che in origine aveva pedinato Roberto;Marosi non era morto nel teatro,perchè aveva attirato in una trappola Roberto, usando per simulare il proprio omicidio un pugnale da spettacolo.
L’uomo tenta anche lui un ricatto, ma il misterioso persecutore di Roberto lo uccide.
Roberto rifiuta di allontanarsi dalla città con Nina e resta a casa sua con Dalia, sua cugina; tra i due nasce improvvisa la passione.

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Arrosio, l’investigatore, riesce dopo alcune indagini a capire l’identità del misterioso assassino, ma anche per lui la cosa sarà fatale; da quel momento gli eventi precipitano, con la prematura morta anche di Dalia.
Chi è il misterioso assassino, allora?
Quattro mosche di velluto grigio ha quindi una trama elaborata con un finale a sorpresa, in cui forse l’elemento destabilizzante non è tanto l’identità del misterioso assassino (si va per esclusione, ad un certo punto) quanto piuttosto l’espediente utilizzato che ne svelerà l’identità, un medaglione con incisa una mosca, l’ultima immagine che è rimasta impressa nella retina dell’occhio di Dalia, una mosca che muovendosi fa vedere l’immagine in movimento, quella di quattro mosche.

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Naturalmente ometto l’identità del misterioso omicida, per evitare il fastidio dello spoiler che toglie suspense ad un finale di pellicola che è forse la parte più interessante del film.
Un film largamente disomogeneo, che però ha tuttavia il pregio di essere affascinante, a dispetto di alcune illogicità del film e dei tentativi di inserire sketch comici poco efficaci al film stesso;bene il cast ad eccezione dello spento e insignificante Michael Brandon, che interpreta il personaggio principale, quello di Roberto Tobias mentre assolutamente strepitosa è Mimsy Farmer nel ruolo di Nina.Nel cast c’è spazio per un inedito Bud Spencer, nel ruolo del filosofo Dio, irresistibile Jean-Pierre Marielle nel ruolo dell’investigatore Arrosio.

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Detto della bella fotografia e delle discrete musiche di Morricone, va ricordato che solo da poco più di un anno è disponibile la versione digitale del film, rimasta per motivi assurdi priva di diffusione.
Oggi le copie che trovate in rete sono ridotte proprio da supporti digitali; il film è stato anche trasmesso  dalle tv private.
Quattro mosche di velluto grigio
Un film di Dario Argento. Con Mimsy Farmer, Michael Brandon, Aldo Bufi Landi, Jean-Pierre Marielle, Oreste Lionello,Renzo Marignano, Stefano Oppedisano, Calisto Calisti, Corrado Olmi, Sandro Dori, Marisa Fabbri, Fabrizio Moroni, Jacques Stany, Fulvio Mingozzi, Francine Racette, Guerrino Crivello Giallo, durata 105′ min. – Italia 1971.

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Michael Brandon: Roberto Tobias
Mimsy Farmer: Nina Tobias
Jean-Pierre Marielle: Gianni Arrosio
Bud Spencer: Diomede
Stefano Satta Flores: Andrea
Marisa Fabbri: Amelia, la domestica
Francine Racette: Dalia
Laura Troschel: Maria Pia (col nome di Costanza Spada)
Calisto Calisti: Carlo Marosi
Oreste Lionello: Il Professore
Fabrizio Moroni: Mirko
Aldo Bufi Landi: Medico
Tom Felleghy: Poliziotto
Guerrino Crivello: Rampanti, il vicino di casa zoppo
Corrado Olmi: Portinaio
Gildo Di Marco: Postino
Leopoldo Migliori: Musicista
Fulvio Mingozzi: Manager studio musicale
Dante Cleri: Commesso della bara
Pino Patti: Inserviente alla mostra funeraria
Ada Pometti: Donna sulla strada
Jacques Stany: Psichiatra
Stefano Oppedisano:
Renzo Marignano (non accreditato): addetto alle pompe funebri

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Regia Dario Argento
Soggetto Dario Argento, Luigi Cozzi, Mario Foglietti
Sceneggiatura Dario Argento
Produttore Salvatore Argento
Casa di produzione Seda Spettacoli, Universal Productions France
Distribuzione (Italia) 01 Distribution
Fotografia Franco Di Giacomo
Montaggio Françoise Bonnot
Effetti speciali Cataldo Galliano
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Enrico Sabbatini
Trucco Paolo Borselli, Giuliano Laurenti

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Massimo Turci: Roberto Tobias
Melina Martello: Nina Tobias
Pino Locchi: Gianni Arrosio
Sergio Graziani: Diomede
Vittoria Febbi: Dalia
Serena Verdirosi: Maria Pia
Luciano De Ambrosis: Carlo Marosi
Roberto Chevalier: Mirko
Pino Colizzi: Psichiatra
Giorgio Piazza: poliziotto
Gianfranco Bellini: postino
Mario Mastria: manager musicale
Arturo Dominici: inserviente
Cesare Barbetti: becchino

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febbraio 27, 2013 Posted by | Thriller | , , | 3 commenti