Sole rosso

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Un pugno di grandi attori,un soggetto robusto,un buon regista e una colonna sonora accattivante.
Elementi che da sempre sono garanzia di un risultato finale all’altezza delle attese e sopratutto un prodotto gradevole e ben confezionato.
A ben guardare la miscela che costituisce l’ossatura del film Sole rosso,diretto da Terence Young nel 1971 è quella semplice e lineare appena esposta;
Charles Bronson e Alain Delon,Toshiro Mifune e Capucine,Ursula Andress e Michel Jarre alle musiche erano di per se già una garanzia.
Però il particolare genere scelto,il western,metteva di fronte ostacoli abbastanza seri in questo caso;il filone della frontiera era ormai da tempo considerato morto e sepolto,molto raramente ci si imbarcava in produzioni particolarmente rischiose al box office.
Invece con una felice intuizione, una joint venture composta da tre società produttrici di diverse nazionalità,la francese Les Films Corona,l’italiana Oceania Produzioni Internazionali Cinematografiche e l’iberica Producciones Balcázar S.A,con un capitale adeguato e una robusta campagna pubblicitaria tirò su questo emulo del crepuscolo del western ispirato pesantemente allo spaghetti western italiano,al quel Sole rosso deve un forte tributo.

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Sole rosso (Soleil rouge nell’edizione francese e Red Sun in quella internazionale) mantiene quello che promette,anzi;alla fine il risultato è una pellicola gustosa e ben recitata, ben diretta e capace di tenere avvinto lo spettatore per la durata delle due ore canoniche della proiezione.
Merito sopratutto dell’estrema professionalità degli attori che compongono il cast del film;un Charles Bronson insolitamente loquace e ironico,duro all’apparenza ma capace,alla fine di rinunciare a soldi e ricchezza solo per mantenere una promessa,un Alain Delon carognone e infido come una serpe,elegante come un damerino in netto contrasto con i selvaggi territori attorno e la dura realtà quotidiana del wes,un Toshiro Mifune assolutamente impeccabile,un samurai sperduto in una terra ostile che però segue il suo codice d’onore fino all’olocausto personale.
E due figure femminili completamente diverse;una,Ursula Andress scelta evidentemente per motivi “sentimentali” da Young che l’aveva diretta nell’esplosivo esordio in 007 Licenza di uccidere,espressiva come “un pezzo di grana”,come ha recentemente detto con una felice intuizione una persona a me cara.
L’altra,Capucine,emblema di eleganza e bravura,più defilata ma decisamente più brava nella sua parte,quella della tenutaria di un bordello nel quale ha trovato rifugio la donna del “cattivo” del film.
Questi i protagonisti,tutti all’altezza (con l’eccezione della decorativa e inespressiva Andress),coloro che con la loro bravura tengono su il film per tutta la sua durata.

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Veniamo alla trama:
un treno percorre le desolate valli del West;all’interno c’è un carro che contiene una fortuna in monete d’oro,in un altro c’è un dono speciale per il presidente Grant,una spada da samurai con inserti preziosi in oro e pietre preziose,che l’ambasciatore giapponese scorta con l’ausilio di due samurai,dono dell’Imperatore del Sol Levante.
Ma è sul carico di monete d’oro che sono puntati gli occhi della banda di Gauche e Link,che attaccano il treno.
Gauche non ha alcuna intenzione di dividere il bottino e fa saltare in aria il carro sul quale è Link,poi,vista la preziosa spada,uccide uno dei samurai e fugge via con l’ingente bottino.
Link non è morto e viene costretto dall’ambasciatore a fare da guida per Kuroda,l’altro samurai,che adesso ha sette giorni di tempo per recuperare la spada ed evitare di dover fare harahiri con lo stesso ambasciatore.
Si costituisce così una strana coppia,il pistolero loquace e il samurai silenzioso,con due obiettivi ben diversi.
Link vuole Gauche vivo in modo da recuperare il bottino,Kuroda rivuole la spada e vuole il bandito morto per vendicare l’onore e il samurai ucciso.
Da questo momento,attraverso epiche cavalcate,scene anche divertenti,uno scontro con i Comanche e altro si scatena una folle corsa attraverso il West che culminerà nel finale assolutamente adeguato…

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Sole rosso è decisamente un bel film.
Bandita la noia,spazio ai topos classici del western spaghetti,ma diretti da un regista che con le scene di massa,con le scazzottate e le sparatorie aveva larga familiarità.
Young si era fatto le ossa ( e costruita una grande fama) con Agente 007 – Licenza di uccidere,cui avevano fatto seguito altri film spettacolari e dall’enorme successo al box office come A 007, dalla Russia con amore,Agente 007 – Thunderball: operazione tuono.
La sua dimestichezza con il genere avventuroso gli permette quindi di dare ampio respiro alla storia,ben coadiuvato da un cast assolutamente impeccabile e in parte.

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Anche il finale del film è in linea con il racconto,forse un pochino amaro,ma di sicuro l’aver tolto un happy end hollywoodiano giova alla credibilità della storia.
Sole rosso è quindi un prodotto di assoluto buon livello,l’ideale per passare due ore senza pensieri e appaganti.Da segnalare nel doppiaggio italiano la bellissima voce di Renzo Palmer che doppia Bronson.
Purtroppo al momento non sono in grado di segnalare link in italiano al film,che è presente su You tube in lingua originale.

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Sole rosso

Un film di Terence Young. Con Charles Bronson, Alain Delon, Ursula Andress, Toshiro Mifune, Capucine. Titolo originale Soleil rouge. Western, durata 112 min. – Italia, Francia, Spagna 1972

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Charles Bronson: Link
Toshiro Mifune: Kuroda
Alain Delon: Gauche
Ursula Andress: Christina
Capucine: Pepita
Guido Lollobrigida: Mace
Anthony Dawson: Wyatt
Luc Merenda: Chato
Bart Barry: Paco
Hiroshi Tanaka: il samurai ucciso da Gauche

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Regia Terence Young
Sceneggiatura Laird Koenig
Fotografia Henry Alekan
Montaggio Johnny Dwire
Musiche Maurice Jarre
Scenografia Enrique Alarcon
Costumi Tony Pueo

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Renzo Palmer: Link
Emilio Cigoli: Kuroda
Michele Kalamera: Gauche
Laura Rizzoli: Christina
Leonardo Severini: Mr Frings

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Produzione: Titanus Distribuzione Video, 2010
Distribuzione: Rai Cinema – 01 Distribution
Durata: 112 min
Lingua audio: Italiano (Dolby Digital 1.0 – mono)
Formato schermo: 1,37:1
Area 2
Costo:euro 6,99

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Lo chiamavano Trinità

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Anche lui puzzava come te quando arrivò qui; ci vollero tre pezzi di sapone per vedere il colore della pelle; quindi giovanotto se vuoi che ti stringa la mano devi farti un bagno, non vorrei prendermi il tetano.
La frase di Jonathan pronunciata all’indirizzo di Trinità,il bizzarro e irriverente protagonista del film Lo chiamavano Trinità in qualche modo simboleggia la natura stessa del film, una rivoluzione copernicana del genere western,da sempre disseminato di violenza,sparatorie,pieno di uomini duri e spietati, come del resto era spietata la vita della frontiera americana.

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Il film di Enzo Barboni esce nelle sale nel 1970 ottenendo un successo assolutamente inatteso e diventando rapidamente il capostipite di un sottogenere del western,il western comico,quella nicchia scavata da Barboni stesso che mette in qualche modo alla berlina il linguaggio rozzo,le situazioni tagliate con l’accetta che erano state fino all’arrivo di Trinità una delle caratteristiche peculiari del genere stesso.
Il western abbandona quindi gli stereotipi delle sparatorie violente,delle morti seminate nei film come grandine a favore di un’atmosfera ridanciana e comica,in cui si spara ma quasi casualmente,in cui una buona scazzottata alla fine si rivela più efficace di un colpo di Colt o Winchester
Pugni e sberleffi,situazioni surreali e battute fulminanti quindi sostituiscono i duelli all’ultimo sangue,in un modo talmente radicale da trasformare il vecchio West da terra di uomini violenti e senza pietà in un sobborgo di un paesino qualsiasi,in cui emergono le figure del prepotente e del vendicatore,dello smargiasso e del ras del quartiere a sostituire i personaggi tradizionali del Western.
E’ come se il West all’improvviso diventasse un quartiere;le desolate e sconfinate praterie sembrano un campetto di periferia, ci sono i cavalli e non le auto,ma l’atmosfera resta quasi intatta.Il Saloon diventa un nostro bar,più rissoso,sicuramente,ma quasi casereccio,rassicurante.
I morti quasi scompaiono,volano sganassoni e ceffoni,pugni e tavoli,le Colt si usano solo in caso di necessità assoluta.
Boot hill accoglie solo i morti per cause naturali e la dimensione violenta del West si ridimensiona fino a diventare il ring sul quale si ergono protagonisti assoluti Trinità e Bambino,personaggi dalle mille sfaccettature che impongono alla legge delle pallottole uno stop improvviso,trasformando il selvaggio West e modificandone stile e comportamenti.
Terence Hill e Bud Spencer,i due simpatici e scanzonati protagonisti del film diventano una coppia irresistibile, tanto che da quel momento il duo finirà per girare molte altre pellicole tutte accolte con gran favore dal pubblico e con sorrisi di sufficienza dalla critica,sempre sospettosa nei confronti dei film di cassetta.
In fondo però basterebbe pensare alla sana comicità, alle due ore di divertimento puro a cui si assiste seguendo le vicende di Bambino & Trinità; la violenza diventa quasi un gioco, i ceffoni e i pugni sembrano un po come le risse che scatenavamo da bambini e alla fine tutto si risolve con un occhio nero e con qualche livido.

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La trama in breve:
Trinità è un personaggio stravagante che gira il West in modo indolente;si fa trainare dal suo cavallo sdraiato su un travois e con il cappello che copre buona parte del volto.
Un aspetto quasi dimesso che in realtà nasconde un personaggio sveglio e intelligente,furbo e opportunista.
Lo dimostra liberando un messicano dalle mani di due bounty killer prima di avviarsi e alla fine giungere in uno squallido paese in cui suo fratello Bambino,il suo esatto opposto in tutti i sensi incluso quello fisico,dopo un passato da delinquente è ora sull’altro lato della barricata.
E’ divenuto infatti sceriffo.Uno sceriffo assolutamente particolare,che usa le mani come strumento di convincimento.
I due,dopo un’iniziale scontro verbale,faranno causa comune per difendere una carovana di mormoni dall’interesse del maggiore Harriman;Trinità finirà per invaghirsi di una mormone per poi scoprire che la vita pacifica non fa per lui e riprendere il vagabondaggio per il West alla ricerca di nuove avventure.
La trama non ha praticamente nessuna importanza sia in questo film che nei successivi proposti e incentrati sulla figura di Trinità;lui non è un vendicatore,non è uomo da rimanere fermo in un posto,non è un difensore dei diritti.
E’ solo un vagabondo allo stato puro,che però all’occasione sa trasformarsi in un implacabile difensore dei più deboli.

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Lo fa con furbizia e intelligenza,sfruttando agilità e destrezza per mettere alla berlina il cattivo di turno.
Il suo alter ego,Bambino, è invece un ragazzone dal cuore tenero mimetizzato dall’aspetto imponente e minaccioso e da uno sguardo burbero sotto il quale però si intuisce battere un cuore d’oro.
Ama e al tempo stesso è divertito da quel suo fratello scapestrato e impudente,anche se nasconde questi sentimenti ben sapendo delle doti di opportunismo che Trinità,la mano sinistra del diavolo nasconde.
I due però,in coppia, sono letali quanto un battaglione di soldati.
Usano le mani come magli,sono in grado di venir fuori illesi dalla peggiore rissa e sopratutto sono assolutamente scevri dalla violenza.
Se usano la pistola è soltanto per disarmare o scoraggiare l’avversario, la loro vera arma sono i pugni,sconfiggono l’avversario con l’ironia e lo sberleffo.
E’ questa la vera grande innovazione portata dalla coppia Trinità-Bambino.
Si possono vendicare i torti o difendere i deboli a suon di ceffoni;epiche le risse o le situazioni comiche che si susseguono nel film,splendide le battute pronunciate dalla coppia come quella pronunciata da Bambino all’indirizzo di Trinità: “Ma non hai uno scopo nella vita? Fai qualcosa… ruba del bestiame… assalta una diligenza… rimettiti a giocare, magari… una volta eri un ottimo baro! Ma fa qualcosa” oppure “Ma perché non ti dai alla vita onesta? Torna a New Orleans dalla mamma… portale un paio di ragazze e mettiti in affari con lei!” uno strano concetto di onestà che dimostra in maniera lampante come i due provengano comunque dal mondo dell’illegalità e che da questo mondo hanno imparato l’arte di arrangiarsi e di sopravvivere.
Assolutamente irresistibile è una delle scene finali,nella quale Trinità sembra disposto a lasciare la vita vagabonda per accasarsi con la bella mormone di cui si è invaghito.

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Questo discorso: “Riprendi nel tuo gregge questa pecorella smarrita, che trasformerà le sue armi in strumenti di pace e lavoro. In Tua gloria, sarà circonciso per rispettare la tua legge. Dagli la forza di creare un tempio nel quale cantare i Tuoi inni. Lavorerà fino a rompersi la schiena, dissoderà i campi, seminerà e raccoglierà il frutto del suo lavoro, taglierà boschi, costruirà case, e alleverà bestiame. Quando al calar della notte tornerà a casa distrutto dalla fatica, giulivo e felice verrà nel Tuo tempio a cantare la Tua gloria. Grazie per avere ripreso il nostro nuovo fratello nel Tuo gregge. Rendilo meritevole della Tua pietà …e illumina la sua esistenza con la luce del Tuo spirito. Amen.” finirà per portare il giovane vagabondo a scappare a gambe levate dalla carovana mormone, ben consapevole che la libertà di gui gode non può essere assolutamente imbrigliata da una vita che non gli appartiene.
Lo chiamavano Trinità è un film importante.
Perchè lascia a casa violenza e pistole e propone divertimento allo stato puro
I due protagonisti,Terence Hill e Bud Spencer formano una coppia assolutamente irresistibile,inseriti come sono in un contesto violento e di illegalità diffusa.
Le loro gesta affascinano tutti,senza distinzione di età;le botte,i ceffoni,le risse scatenano ilarità con soluzioni estemporanee,come i pugni in testa che Bambino ammanisce ai cattivi.
Barboni crea quindi una coppia di personaggi indimenticabili, proponendo finalmente due ore si sano e robusto divertimento.
Belle le musiche,sopratutto il tema centrale ripreso ai giorni nostri da Mario Biondi
Da vedere assolutamente.

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Lo chiamavano Trinità

Un film di E.B. Clucher. Con Steffen Zacharias, Bud Spencer, Terence Hill, Gisela Hahn, Farley Granger, Ugo Sasso, Gaetano Imbrò, Riccardo Pizzuti, Fortunato Arena, Ezio Marano, Michele Cimarosa, Dominic Barto, Elena Pedemonte, Luciano Rossi, Dan Sturkie, Remo Capitani, Paolo Magalotti, Vito Gagliardi, Antonio Monselesan, Franco Marletta, Luigi Bonos, Thomas Rudy Western, durata 117 min. – Italia 1970.

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Bud Spencer: Bambino
Terence Hill: Trinità
Farley Granger: maggiore Harriman
Remo Capitani: Mezcal
Dan Sturkie: Tobia
Ezio Marano: Faina
Luciano Rossi: Timido
Steffen Zacharias: Jonathan Swift
Gisela Hahn: Sarah
Elena Pedemonte: Giuditta
Ugo Sasso: sceriffo zoppo
Michele Cimarosa: messicano
Riccardo Pizzuti: Jeff
Dominic Barto: Mortimer
Tony Norton: bounty killer
Gigi Bonos: oste della locanda all’inizio del film
Osiride Pevarello: Gioele
Giancarlo Bastianoni: uomo del maggiore
Roberto Dell’Acqua: mormone
Alberto Dell’Acqua: mormone
Jess Hill: bambino

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Glauco Onorato: Bambino
Pino Locchi: Trinità
Sergio Graziani: maggiore Harriman
Vinicio Sofia: Mezcal
Arturo Dominici: Tobia
Gianni Marzocchi: Faina
Gianfranco Bellini: Timido
Ferruccio Amendola: Jonathan Swift, uomo del maggiore
Serena Verdirosi: Sarah
Liliana Sorrentino: Giuditta
Michele Gammino: Oste della locanda all’inizio del film, Jeff, uomo del Maggiore
Mario Lombardini: sceriffo zoppo, Uomo del maggiore
Luciano De Ambrosis: pistolero biondo all’inizio del film
Manlio De Angelis: pistolero coi baffi all’inizio del film
Daniele Tedeschi: pistolero, Sicario
Romano Ghini: uomo del maggiore, Pistolero

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Regia E.B. Clucher
Soggetto E.B. Clucher
Sceneggiatura E.B. Clucher
Produttore Italo Zingarelli
Casa di produzione West Film
Fotografia Aldo Giordani
Montaggio Giampiero Giunti
Effetti speciali Sergio Chiusi, Stefano Seno
Musiche Franco Micalizzi, Lally Scott
Scenografia Enzo Bulgarelli
Costumi Luciano Sagoni

Lo chiamavano trinità banner citazioni

I fagioli comunque erano uno schifo!! (Trinità)
Trinità… la mano destra del Diavolo. (Cacciatori di taglie)
La mia esposa stava al fiume señor, a lavare… un gringo l’aggredì e la voleva… e ho corso in suo aiuto… avevo il coltello… quello mi guarda con gli occhi spalancati e muore… nel cadere avrà battuto la testa… io gli ho dato solo qualche coltellata… (Messicano)
Ragazzi, ho l’impressione che dovremmo eleggere un nuovo sceriffo! (Il Maggiore)
È dallo straripamento del Pecos che non vedevo tanto sudiciume!
Nessuno è meno sopportabile di un ipocrita…
Su, degno fratello, ti accompagno a casa così potrai finalmente farci vedere la tua faccia.
O lasciate questa valle o ne farò la vostra tomba, la scelta è vostra.
Sceriffo, che ne facciamo dei prigionieri? O li impicchiamo o li buttiamo fuori… Ma io non posso mica stare a lavorare per loro!
Lavorare per essere pagati è umiliante. Meglio rubare: c’è più emozione! (Mescal) [ al Maggiore]
Ricordatevi: non dovete mai fidarvi di nessuno, nemmeno degli amici. (Faina) [ insegnando ai Mormoni]
Non potevo lasciarlo in paese, ha il vizio di dire la verità… è un tipico alcolizzato.
… in California! (Trinità al cavallo)
Ma tu che ci fai attaccato a quella stella?

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Lo chiamavano trinità banner RECENSIONI
L’opinione di Lord Holy dal sito http://www.filmtv.it

Tanti sono i primati e i motivi per i quali è giusto ricordare e promuovere questo classico, reso tale dal tempo e dal fuoco mai spento di una nutrita schiera di fedeli appassionati. Nato come tentativo di sperimentare una formula, poi rivelatasi di successo, per ridare respiro a un genere forse ritenuto al tramonto, in realtà finisce per creare qualcosa di profondamente nuovo e diverso. Il punto di partenza è ovviamente il western, ma filtrato secondo un approccio “italiano” e in maniera deliziosa contaminato dai toni comici e irriverenti di una commedia ironica o propri di una parodia.
Gustose sono le atmosfere, ricreate nei minimi dettagli dall’ambientazione e dalla colonna sonora, uno spasso sono le battute di dialogo, con alcune perle e colpi di genio, da morire dal ridere. Sembrerà un paradosso, però è evidente come si ricorra all’offesa pur non risultando mai volgari, come si ricorra alla violenza pur non dimostrandosi mai violenti. Infatti, solo un semplice e sano divertimento è l’obiettivo ricercato, con l’essenziale cuore pulsante determinato dall’affiatamento, dalla spontanea e inimitabile intesa creatasi fra Terence Hill e Bud Spencer. A mio modesto parere rappresenta il miglior esempio, assieme al suo seguito …continuavano a chiamarlo Trinità (1971), del loro fortunato abbinamento, successivamente tanto prolifico di titoli al cinema. Anche se lo si conosce ormai a memoria, puntuali non si perde l’occasione di rivederlo quando possibile. Vero?

L’opinione di NotoriusNiki dal sito http://www.filmscoop.it

Colizzi li accoppia ma è Barboni a valorizzarli, le scazzòttate saranno anche marchio di Colizzi, i piatti di fagioli un cliché nato nel precedente film di Barboni (Ciakmull), tuttavia il genio sta nel permeare la pellicola di un tono comedy, infatti Girotti con Colizzi ancora non era doppiato dal brillante Pino Locchi, recuperava il retaggio eastwoodiano del cavaliere solitario, Pedersoli relegato ancora ad una mera spalla, con Colizzi la coppia era male assortita, necessario dunque un cambio di impostazione, ed ecco giungere Barboni che con spirito parodistico ne riscrive i personaggi a mo’ di avventura picaresca che ricorda una certa ironia e spavalderia de ‘Butch Cassidy and the Sundance Kid’ girato mezzo lustro prima.
Immancabile un altro grande caratterista,Riccardo Pizzuti, che si prodigava a fare da carne da macello in tutte le comparsate della coppia, si ricicla con classe anche Farley Grangrer, uno dei tanti passati nel tritacarne di Hitchcock, le donzelle, altro cliché del personaggio di Hill, celebre la ballata di Annibale, ricorda le illustri di Frankie Laine che dispensava nei western classici a dare quel tocco di epicità. Nulla da aggiungere, ha generato un sottogenere.

Opinioni dal sito http://www.davinotti.com

Capannelle

È un film icona che ha inaugurato un filone. Peccato che questo filone fosse poi destinato a scadere nel ridicolo per colpa di tutte le copie che verranno girate senza la base originale. Il trio Spencer-Hill-Barboni gira infatti a meraviglia e costruisce diverse scene e dialoghi tra i due fratellini (Trinità e Bambino) memorabili. Notevole sia questo episodio che il degno sequel.

Magnetti

Un film perfetto a cominciare dalla elevata qualità realizzativa. Una accoppiata di attori ineguagliabile che avremmo voluto veder recitare sempre insieme per sentirci a “casa”. Supera le barriere del tempo: dopo 40 anni e gli innumerevoli passaggi televisivi una occhiata (e spesso di più) gliela si dà sempre. E’ spiritoso e fracassone, senza sbracare, e con riuscite atmosfere western accompagnate dall’imperituro tema musicale fischiettato. Veramente belle e scelte con cura le location. La sua visione ci riempie gli occhi e lo spirito con un cinema genuino come nessun altro film sa essere.

Lovejoy

Quando lo spaghetti western ormai era giunto al capolinea, Enzo Barboni ebbe un’idea a dir poco geniale: contaminare l’ormai morente genere western con la commedia e quello che ne venne fuori fu un successo clamoroso, che dura ancora oggi. Merito di un copione di ferro, di battute e gag leggendarie e di una coppia d’attori da quel momento entrata per sempre nel cuore degli italiani, ovvero gli irresistibili, leggendari Bud Spencer e Terence Hill. Non un capolavoro, ma avercene di film così. Con un seguito altrettanto riuscito.

Disorder

Un’incredibile bomba comica, quasi insuperabile (almeno per quanto riguarda la cinematografia italiana). Negli intenti non doveva nemmeno essere una commedia, solo un western ironico stile Il Buono il Brutto il Cattivo (lo si capisce dai vari morti ammazzati all’inizio), ma il risultato è un autentico capolavoro della risata: memorabile quasi ogni battuta, ogni mossa o espressione dei protagonisti, per non parlare della colonna sonora.

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Pat Garrett e Billy the Kid

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“Mama, take this badge off of me I can’t use it anymore. It’s gettin’ dark, too dark for me to see I feel like I’m knockin’ on heaven’s door.” 
Basterebbero le note della celeberrima, stupenda soundtrack portante del film,Knockin on heavens door di Bob Dylan per consegnare alla storia del cinema il terzo western diretto da Sam Peckinpah.
In realtà il film si regge,in maniera robusta sulla delicata alchimia di trama,sceneggiatura,interpretazioni,aldilà della fortuna che ebbe il brano di Dylan;Peckinpah non lesina nulla,violenza e sopraffazione restano sempre il suo trademark,pure siamo lontani dai bagni di sangue di Il mucchio selvaggio.

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Questa è una storia di amicizia e tradimento,una parabola moderna ambientata nel vecchio West ma che potrebbe essere tranquillamente trasportata nei giorni nostri.
Pat Garrett e Billy the Kid è sopratutto uno scontro tra due mondi di interpretare la vita,una visione antitetica al tempo stesso romantica e crudele di un mondo ormai dissolto,il leggendario West,terra di uomini veri ed eroi presunti,di cieca violenza e di gesti di eroismo.
Due amici con un passato comune,due fratelli, quasi.
Due ex giovani adesso adulti, ognuno all’inseguimento di un ideale di vita assolutamente dissimile.
Compagni di scorribande,spesso oltre la legge,i due hanno diviso tutto.
Ma adesso a distanza di anni le cose sono cambiate.

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Pat si è irrigimentato,ha abdicato agli ideali giovanili, in qualche modo ha rinnegato anche l’amicizia con Billy,che invece ha conservato quasi intatti gli stessi ideali;ora sono uomini, divisi da tutto,uniti solo dall’antico affetto giovanile.
I due si ritroveranno dai due lati della barricata,divisi per sempre e in qualche modo nemici.
Il mucchio selvaggio,La ballata di Cable Hogue,Cane di paglia,L’ultimo buscadero,Getaway e infine Pat Garrett e Billy the kid…sei film fondamentali del grande regista,diretti in soli quattro anni e tutti diversissimi l’uno dall’altro.
E questo diventa il film forse più intimo, meno apocalittico del regista californiano.
Qui siamo di fronte ad un film malinconico,una dissolvenza sul mondo selvaggio del West,una ballata triste come triste era stata La ballata di Cable Hogue,con in più la tragedia che avvenne nella realtà storica e il finale aperto che invece Peckinpah consegna alla storia del cinema.

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Per certi versi, anche se con i dovuti distinguo, questo film assomiglia molto a C’era una volta il West di Leone;la stessa aria sommessa e dimessa,il rimpianto per il tramonto di un mondo che aveva avuto figure leggendarie immerse in un paesaggio selvaggio e paradisiaco,la stessa dura,cruda realtà della vita di frontiera sono alcuni punti di similitudine dei due film.
Ma al tempo stesso siamo su due prodotti molto differenti;alla storia di vendetta di Armonica che Leone aveva tratteggiato con maestria Peckinpah oppone la sua visione romantica e triste di un’America ormai in profondissima trasformazione.
La visione epica si traduce in uno sguardo sottilmente crudele su un paese mai cresciuto nella realtà,in cui pesanti contraddizioni si agitano sin dalle gesta narrate dei due ex amici divenuti ora rivali.
Uno sguardo dal presente sul passato,ma anche sul futuro.

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Il pessimismo cosmico di Peckinpah è presente a pieni mani,la sua visione negativa dell’uomo,dei rapporti umani,della storia stessa delle relazioni umane si mescola al passato di un paese mai cresciuto se non come potenza economica.
La patria della democrazia è in realtà il colosso dai piedi d’argilla.
Grazie alle prove maiuscole di James Coburn,che solo due anni prima aveva dipinto magistralmente il solitario Mallory di Giù la testa e a quella di Kris Kristofferson oltre alla piccola ma incisiva parte di Bob Dylan,Peckinpah tira fuori dal cilindro il magico coniglio bellissimo e candido.
Come già detto,gran merito del successo del film va alla stupenda colonna sonora di Dylan,ma va anche alla fotografia di John Coquillon.

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Un film crepuscolare,amaro e triste,dolce e riflessivo.
Forse la summa dell’opera di un grande regista.

Pat Garrett e Billy the Kid

Un film di Sam Peckinpah. Con James Coburn, Kris Kristofferson, Katy Jurado, Chill Wills, Richard Jaeckel,Bob Dylan, Jason Robards, R.G. Armstrong, Luke Askew, John Beck, Richard Bright, Matt Clark, Rita Coolidge, Jack Dodson, Jack Elam Titolo originale Pat Garrett and Billy the Kid. Western, durata 106 min. – USA 1973.

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Pat Garrett and Billy Kid banner protagonisti

James Coburn: Pat Garrett
Kris Kristofferson: Billy Kid
Slim Pickens: Sceriffo Baker
Bob Dylan: “Alias”
Harry Dean Stanton: Luke
Chill Wills: Lemuel
Jack Elam: Alamosa Bill
Katy Jurado: Mrs. Baker
Richard Bright: Holly
John Beck: Poe
Charles Martin Smith: Bowdre
L. Q. Jones: Black Harris

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Regia Sam Peckinpah
Sceneggiatura Rudy Wurlitzer
Produttore Gordon Carrol
Fotografia,direzione John Coquillon
Montaggio:David Berlatsky,Garth Craven,Tony de Zarraga,Richard Halsey
Roger Spottiswoode,Robert L. Wolfe
Effetti speciali Augie Lohman
Musiche Bob Dylan
Trucco Jack P. Wilson

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Chi sei tu? Bella domanda!

Sono cambiate le cose.
Le cose sono cambiate ma non io.

Ho sentito che Dio è svelto, ma dovrò affrontarlo personalmente prima di esserne convinto.

Pat Garrett and Billy Kid banner recensioni
L’opinione di Paolo Bisi dal sito http://www.mymovies.it

Nuova versione della storia di William Bonney, meglio conosciuto come Billy the Kid, famoso fuorilegge ucciso dallo sceriffo, suo ex amico, Pat Garrett. La trama, in quest’opera di Peckinpah, a poco a poco si dissolve lasciando spazio solamente alla descrizione dei due personaggi, ma specialmente all’atmosfera, quanto mai carica di tristezza e malinconia, degli ultimi anni del West. Il ritmo lento, la scenografia e i paesaggi, incredibilmente aridi e poveri, ricalcano magistralmente l’umore e i pensieri dei protagonisti, consapevoli che il loro mondo sta per morire per sempre. Ma probabilmente più di tutto questo l’essenza del film è rappresentata dalle musiche e dalle canzoni di Bob Dylan, tra cui emerge l’indimenticabile “Knockin’ on heaven’s door”. Ad interrompere questa malinconica ballata, solo qualche momento di violenza. Indimenticabili, fra le altre, la sequenza dell’evasione di Billy, e la scena finale, col bambino che corre dietro a Pat tirandogli un sasso, non accentando, nemmeno lui, il cambiamento di un mondo e la fine di quei valori romantici e passionali del grande West. Da ricordare le interpretazioni di James Coburn e Kris Kristofferson, capaci come nessuno in precedenza di dare il volto ai due personaggi più famosi di quel periodo. Generalmente sottostimato e non apprezzato come altri film di Peckinpah, è un’opera singolare da vedere e ammirare per la descrizione e i sentimenti che riesce a trasmettere.

L’opinione di Daniela dal sito http://www.davinotti.com

L’addio al western di Peckinpah è una ballata malinconica sulla fine di un’epoca che coincide con la fine di una concezione della vita come avventura e libertà dalle regole. Garret può/deve uccidere Billy perché ha già ucciso se stesso, diventando una figura iconica, appesa ad una stella di latta, al soldo di politici e proprietari terrieri senza scrupoli. E nello scontro fra due icone – anche Billy lo è, leggenda vivente che non può sottrarsi al suo destino – è fatale che sia quella nuda, priva di difese, a cadere. Colonna sonora imprescindibile, cast perfetto, film da amare.
L’opinione di Fauno dal sito http://www.davinotti.com

Non il miglior western in assoluto, ma come opera è un vero capolavoro. Pat, magnificamente interpretato da Coburn, è un rappresentante mefistofelico di una legge disgustosamente repressiva e Billy, più che un eroe, è un povero disgraziato che non può accettare soprusi derivanti da contorsioni mentali così meschine. Il fatto che Pat dica di farsi sceriffo per sopravvivere e invecchiare col sistema smaschera dei mostri che ogni tanto ritornano e che sono spesso presenti più che mai a farci sentire sul collo il loro fiato fetido e nauseante…

Pat Garrett and Billy Kid banner soundtrack

Knockin’ On Heaven’s Door

Mama, take this badge off of me
I can’t use it anymore.
It’s gettin’ dark, too dark for me to see
I feel like I’m knockin’ on heaven’s door.

Knock, knock, knockin’ on heaven’s door
Knock, knock, knockin’ on heaven’s door
Knock, knock, knockin’ on heaven’s door
Knock, knock, knockin’ on heaven’s door

Mama, put my guns in the ground
I can’t shoot them anymore.
That long black cloud is comin’ down
I feel like I’m knockin’ on heaven’s door.

Knock, knock, knockin’ on heaven’s door
Knock, knock, knockin’ on heaven’s door
Knock, knock, knockin’ on heaven’s door
Knock, knock, knockin’ on heaven’s door

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Pat Garrett and Billy Kid FOTO 2

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El Condor

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Durante l’epica rivoluzione messicana, Luke, un uomo di colore, fugge dal bagno penale in cui è rinchiuso attratto dal racconto fattogli da un prigioniero della presenza in una fortezza di una fortuna in oro di proprietà dell’imperatore Massimiliano.
Per espugnare la fortezza di El Condor serve però l’aiuto di un gruppo armato di persone così Luke stringe un’alleanza con il ladro e truffatore Jaroo.
I due uomini decidono di chiedere l’aiuto di una tribù di Apache guidata da Santana,un rinnegato, facendogli credere che il raid contro la fortezza sia necessario per procurare cibo e munizioni utili alla causa rivoluzionaria.
Chavez, l’ufficiale responsabile del forte, riesce a bloccare il loro primo tentativo e li fa prigionieri.

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Marianna Hill

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Lee van Cleef

Grazie all’aiuto di Claudine, moglie di Chavez, che si è innamorata di Luke i due uomini riescono a fuggire; sempre grazie all’aiuto di Claudine, che si spoglia per distrarre le sentinelle di guardia alla fortezza di El Condor Luke e Jaroo con l’aiuto degli Apache si impadroniscono della fortezza.
Ma ben presto gli eventi precipitano: Jaroo vuole l’oro, mentre in realtà Luke vuole si l’oro, ma per destinarlo alla causa dei ribelli.
Santana, scoperte le vere motivazioni di Jaroo, cerca di fermare l’uomo ma resta ucciso. Gli Apache superstiti fuggono con munizioni e cibo lasciando Luke,Jaroo e Claudine in balia delle forze di Chavez, che si appresta a riconquistare la fortezza.
Nel corso di un drammatico duello Luke uccide Chavez, ma una terribile sorpresa attende i due uomini: l’oro in realtà risulta essere solo piombo e la resa dei conti fra i due ex amici diventa fatalmente inevitabile.

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Luke uccide Jaroo e si avvia ad iniziare una nuova vita con Claudine…
Il regista inglese John Guillemin, subito dopo i bellici La caduta delle aquile e Il ponte di Remagen, gira nel 1970 un western quasi tradizionale, confermando il suo eclettismo e sopratutto la sua abilità nel dirigere film ad alto budget ricavandone un prodotto forse senza un’identità sicura ma dal grande effetto scenico.
Un western per certi versi atipico, questo El Condor: in primis per la carica di violenza accentuata, poi per la presenza di scene di nudo che non erano certamente una delle doti caratterizzanti il cinema western.

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Se è vero che El Condor perde ritmo pericolosamente diverse volte, può tuttavia definirsi un onesto prodotto principalmente per la presenza del grande Lee Van Cleef, che dal 1966 ,dall’uscita di Il buono il brutto e il cattivo di Leone era ormai una star del genere western.
Non a caso l’attore di Somerville aveva interpretato fino ad allora oltre 130 film nella stragrande maggioranza appartenente al genere western;questa volta non è più il colonnello Mortimer o Sentenza, ma un ladro, truffatore ed ubriacone senza bandiera e senza codice d’onore.
Ed infatti il finale del film lo vede soccombere davanti a Luke, personaggio decisamente positivo che abbraccia la causa della rivoluzione e che alla fine è l’unico a ricavare qualcosa dalla drammatica avventura, ovvero l’amore della bella Claudine, interpretata dall’attrice californiana Marianna Hill.

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La Hill (che ritroveremo nell’ottimo Lo straniero senza nome di Clint Eastwood) è decisamente seducente e le sequenze che la vedono protagonista sono  le più interessanti.
Come dicevo precedentemente, forse non siamo di fronte ad un prodotto memorabile, ma sicuramente ad un film di buon livello, sopratutto messo a confronto con la mediocrità di tanti spaghetti western che affollavo gli schermi in quel periodo.
Bravo anche Jim Brown, l’attore americano che interpreta Luke; quello che è considerato il più grande giocatore running back dei Cleveland Browns della NFL, la lega professionistica del football americano,

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Lee Van Cleef con Jim Brown

mostra doti eccellenti di attore che gli permetteranno di partecipare ad oltre 50 film nel corso della sua carriera cinematografica.
Un film che vale una visione, anche se di difficile reperibilità sopratutto a causa dei rarissimi passaggi televisivi, imputabili alla presenza nel film dei citati nudi di Marianna Hill.

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El condor
Un film di John Guillermin. Con Lee Van Cleef, Patrick O’Neal, Marianna Hill, Jim Brown Western, durata 102′ min. – USA 1970.

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El condor banner personaggi

Jim Brown: Luke
Lee Van Cleef: Jaroo
Patrick O’Neal: Generale Chavez
Mariana Hill: Claudine
Iron Eyes Cody: Santana
Imogen Hassall: Dolores
Gustavo Rojo: Anguinaldo
Florencio Amarilla: Aquila
Julio Peña: Generale H.
Dan Van Husen: bandito

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Regia John Guillermin
Soggetto Larry Cohen
Sceneggiatura Larry Cohen
Produttore André De Toth
Fotografia Henri Persin
Montaggio Walter Hannemann
Effetti speciali Kit West
Musiche Maurice Jarre
Scenografia Julio Molina

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Giù la testa

Giù la testa locandina

Quando nel 1971 Sergio Leone gira Giù la testa ha alle spalle 6 film (più la collaborazione a Gli ultimi giorni di Pompei) ed è reduce dalla straordinaria esperienza di C’era una volta il west, l’epopea sulla nascita della frontiera americana che aveva definitivamente consacrato Leone come grande regista in tutto il mondo.
I drammatici anni settanta sono iniziati e con essi il dirompente carico di contraddizioni emerse già sul finire degli anni sessanta; c’è stato l’autunno caldo, la strage di Pazza Fontana che di fatto ha inaugurato con qualche giorno di anticipo la stagione degli anni di piombo e Leone non può restare indifferente a tutto ciò che gli si muove attorno.
Così realizza un film scomodo e amaro, un film politico anche se mimetizzato.
Un film ambientato in Messico, durante la rivoluzione seguita alla morte di Francisco Indalecio Madero avvenuta nel 1913; il presidente messicano, fautore di una democrazia allargata e propugnatore di profonde riforme per aiutare la poverissima classe dei peones venne ucciso da Victoriano Huerta, fedelissimo di Madero inviato da quest’ultimo a reprimere la rivolta di Emiliano Zapata.

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Rod Steiger è Miranda

Il film si innesta quindi proprio in un momento storico preciso, probabilmente il 1916, periodo in cui si assiste al tentativo rivoluzionario di Pancho Villa e Emiliano Zapata di abbattere la dittatura di Huerta, cosa che accadrà e che provocherà la fuga del dittatore in Europa.
Leone quindi sceglie la rivoluzione messicana dei peones per parlare di un tema a lui caro, la rivolta dei poveri contro i ricchi, un tema assolutamente universale, che riguarda il Messico come i paesi dell’America latina piuttosto che la Russia e la Cina.
E’ proprio con un pensiero di Mao Tse Tung che si apre il film, con una didascalia che riporta il Mao-pensiero « La Rivoluzione non è un pranzo di gala, non è una festa letteraria, non è un disegno o un ricamo, non si può fare con tanta eleganza, con tanta serenità e delicatezza, con tanta grazia e cortesia. La Rivoluzione è un atto di violenza », che è poi il tema attorno al quale si svilupperà il film.
Attraverso 162 minuti di gran cinema, Leone ci mostra la storia d’amicizia tra i due protagonisti ovvero Juan Miranda, un messicano furbo padre di una caterva di figli, violento e senza legge e John H. “Sean” Mallory, un esperto in esplosivi che scopriremo provenire dall’Irlanda, dove ha lasciato un passato doloroso.

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A sinistra, James Coburn è John

Tra i due, dopo un inizio incredibile, si svilupperà un’alleanza che li porterà in una personale guerra contro il Governatore, l’uomo che dovrebbe rappresentare il nuovo ordine seguito alla morte di Madero.
Sarà un viaggio irto di ostacoli, nel corso del quale i due amici avranno modo, attraverso la visione di un Messico dilaniato dalla guerra e dalla povertà, di scoprire che il nemico alle volte può annidarsi anche dove non te lo aspetti, che la rivoluzione può comunque essere una cosa sporca nel momento in cui gli ideali possono essere traditi per tanti motivi, che ad un potere violento può sostituirsi un altro potere non necessariamente migliore, infine che le vere vittime della rivoluzione restano comunque solo e sempre i poveri e gli ultimi della società.

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L’edizione speciale della Soundtrack per il 35° anniversario

Tutte queste riflessioni Leone le inserisce quà e là nel film e sono facilmente leggibili nei vari dialoghi che costellano il film: la più amara appartiene a Miranda, che da uomo scafato e indurito da anni passati sulla strada a combattere contro la miseria una sua personale battaglia in cui si confondono confusamente sentimenti anarcoidi e libertari, dice a quello che è ormai il suo nuovo amico Sean « Quelli che leggono i libri vanno da quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: Qui ci vuole un cambiamento! e la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono dietro un tavolo e parlano, parlano e mangiano, parlano e mangiano; e intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Per favore, non parlarmi più di rivoluzioni! »
Leone utilizza anche l’ironia in molte sequenze, come in quella iniziale in cui un gruppo di gente ricca viaggia in una carrozza che Miranda assalta dopo aver viaggiato per alcune miglia all’interno della stessa e aver ascoltato i discorsi razzisti e supponenti di quella che è la classe ricca e borghese del paese. « Sono bestie, nient’altro; ed è per questo che sono tutti idioti! » dice uno di loro con aria di superiorità mentre Miranda ascolta attento.

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Maria Monti è la signora della diligenza

La sua vendetta scatterà ben presto e sarà proprio durante l’attacco alla diligenza che Miranda farà l’incontro decisivo con John H. “Sean” Mallory che si concluderà con la ormai famosa sequenza in cui Sean fa saltare la diligenza dopo che Miranda gli ha bucato per due volte le ruote della motocicletta. “Giù la testa, coglione” è l’espressione che Sean usa verso Miranda, espressione che finrà per diventare il titolo del film che in origine avrebbe dovuto chiamarsi così ma che per ragioni di censura e opportunità fu modificato nel più rassicurante Giù la testa.
Giù la testa, come dicevo prima, si snoda attraverso una storia raccontata per immagini in 162 minuti, che sono meno dei 174 minuti di Il buono il brutto e il cattivo e meno anche dei 170 minuti di C’era una volta il West.
Eppure questa volta il film sembra davvero più lungo.
Forse è colpa di un minore impatto visivo sia della storia che dell’ambientazione, forse di una lentezza che qualche volta sembra davvero appesantire il film. O forse davvero è solo un’impressione data dai paesaggi messicani scarni e brulli e dalle parti dialogate che sono superiori a quelle dei due film citati.
Giù la testa, per quanto sia un capolavoro indiscutibile, ha davvero alcune sequenze che potevano essere eliminate, pur contenendo la summa delle virtù del nostro grande regista; i suoi primi piani, le sue panoramiche, il suo modo di stare dietro la macchina da presa sono uno spettacolo visivo di grandissimo impatto.

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Pure il film dopo un inizio assolutamente straordinario finisce per sbandare diverse volte, anche se la tensione resta alta; la citata scena della diligenza, quella della ferrovia, i massacri di cittadini e peones o lo scontro finale con la locomotiva che salta per aria, l’attacco al ponte e altro sono sequenze che da sole basterebbero per far gridare al capolavoro.
Poi però Leone va troppo oltre, inserendo i flash back della vita di Sean ( con il tradimento dell’amico) e altre sequenze che praticamente tolgono tensione al film.
Nonostante questi difetti però Giù la testa non è affatto un film solo sufficiente.
La presenza di due grandissimi attori come Rod Steiger e James Coburn contribuisce a tenete altissimo il livello della recitazione e quindi la tensione attorno ai due personaggi; il rude e violento Miranda, espressione dell’arguzia popolare e il freddo fuori (ma rivoluzionario dentro) John H. “Sean” Mallory si inseriscono ancora una volta in un impianto di prim’ordine, come’era già accaduto per la coppia Eastwood/Monco e Van Cleef/Mortimer in Per qualche dollaro in più, con quella formata da Eastwood/Biondo e Wallach/Tuco in Il buono il brutto e il cattivo e infine di quella composta da Charles Bronson/Armonica e Henry Fonda/Frank in C’era una volta il West.

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Ancora una volta Leone fa un film completamente al maschile, escludendo di fatto la presenza di attrici dalla sceneggiatura; le uniche due presenze femminili sono quelle assolutamente marginali della donna della diligenza (Maria Monti) e di quella della fidanzata di John nei flashback (Vivienne Chandler). Una scelta dettata non di certo da maschilismo strisciante ma da situazioni contingenti. Il vecchio West o il Messico di inizi secolo erano terre per rudi pionieri, pistoleri, peones o contadini, banditi o trafficanti senza scrupoli.
Con Giù la testa si conclude definitivamente un’epoca, quella dei grandi western di Leone anche se a ben guardare il film non può essere definito un western tradizionale. Tuttavia alcuni elementi ci sono ancora, per cui l’arruolamento forzoso di Giù la testa nel filone western non è poi campato in aria.

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L’agguato al ponte

Dicevo che si conclude un’epoca; Leone tornerà dietro la macchina da presa solo per girare il suo capolavoro assoluto, C’era una volta in America che uscirà nelle sale 13 anni dopo. Va detto che nel frattempo non resterà con le mani in mano collaborando (forse molto più di una collaborazione) al film di Tonino Valerii Il mio nome è Nessuno dove però comparirà solo come Direttore esecutivo e con Damiano Damiani nel film Un genio, due compari, un pollo, girandone le scene iniziali.

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Il massacro dei rivoluzionari e dei peones

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La morte del figlio più piccolo di Miranda

Con Giù la testa finisce quindi la grande epopea del western all’italiana che Sergio Leone aveva imposto al mondo, creando dal nulla un nuovo modo di intendere il cinema e coniugando la qualità alla raffinatezza per un genere fino ad allora considerato di serie B.
Di questo film restano sequenze memorabili, che ho già citato, la strepitosa colonna sonora di Ennio Morricone con la stupenda Sean Sean e il rimpianto per l’addio di un maestro al cinema di frontiera che aveva permesso di scoprire un mondo e di creare il mito di personaggi che resteranno nella storia del cinema, sia che si parli di Tuco sia che si parli di Mortimer o di Biondo e Monco.
O che si parli di Miranda e Sean.

Giù la testa
Un film di Sergio Leone. Con Rod Steiger, James Coburn, Rick Battaglia, Romolo Valli, Maria Monti,Furio Meniconi, Stefano Oppedisano, Benito Stefanelli, Poldo Bendandi, Rosita Torosh, Franco Graziosi, Nazzareno Natale, Anthony Vernon, Giuliana Calandra, Antoine Saint-John, David Warbeck, Giulio Battiferri, Roy Bosier, Vivienne Chandler, Omar Bonaro, John Frederick, Amato Garbini
Western, durata 154 min. – Italia 1971.

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Sean, l’amico irlandese di John

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Il governatore Jaime

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Al centro della foto il bravissimo Romolo Valli

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Il manifesto con l’immagine del governatore Jaime

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Rod Steiger: Juan Miranda
James Coburn: John H. “Sean” Mallory
Romolo Valli: dottor Villega
Antoine Saint-John: colonnello Gunterreza
Franco Graziosi: governatore Jaime
Rick Battaglia: Santerna
David Warbeck: Sean Nolan
Vivienne Chandler: la fidanzata di John nei flashback
Maria Monti: Adelita (la donna nella diligenza)
Amato Garbini: poliziotto sul treno

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Regia Sergio Leone
Soggetto Sergio Leone, Sergio Donati
Sceneggiatura Sergio Leone, Sergio Donati, Luciano Vincenzoni
Produttore Fulvio Morsella
Fotografia Giuseppe Ruzzolini
Montaggio Nino Baragli
Effetti speciali Antonio Margheriti
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Andrea Crisanti
Costumi Franco Carretti
Trucco Amato Garbini

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Carlo Romano: Rod Steiger
Giuseppe Rinaldi: James Coburn
Anna Miserocchi: Maria Monti
Pino Locchi: Rick Battaglia
Franco Graziosi: Franco Graziosi
Romolo Valli: Romolo Valli
Sergio Tedesco: Antoine Saint-John

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Rivoluzione? Rivoluzione? Per favore, non parlarmi tu di rivoluzione. Lo so benissimo cosa sono e come cominciano: c’è qualcuno che sa leggere i libri che va da quelli che non sanno leggere i libri, che poi sono i poveracci, e gli dice Oh, oh …è venuto il momento di cambiare tutto… (…) Io lo so quello che dico, ci sono cresciuto in mezzo alle rivoluzioni… e la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi di quelli che leggono i libri si siedono intorno a un tavolo e parlano, parlano. E mangiano. Parlano e mangiano! E intanto che fine ha fatto la povera gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Quindi per favore non parlarmi più di rivoluzione… E, porca troia, lo sai cosa succede dopo? Niente… tutto torna come prima!

Giù la testa, coglione.

Non possiamo andarcene, non dimenticare che tu adesso sei un grande eroe della rivoluzione!
Ehi, posso dirti una cosa?
Sì.
Vaffanculo!
Purtroppo avevi ragione tu, averlo nel culo fa male.

Il mio paese? Il mio paese siamo io e i miei figli.

Quando ho cominciato ad usare la dinamite, allora credevo anch’io in tante cose… in tutte, e ho finito per credere solo nella dinamite.
Volevi notizie della famiglia? Tutti figli miei, e tutti quanti di madre diversa. E questo è mio padre… dice lui. […] Adesso dimmi una cosa, ma tu lo sai fare un figlio? Ho detto lo sai fare un figlio? No, eh! Bene, rimediamo subito.
Dove c’è rivoluzione… c’è confusione… dove c’è confusione un uomo che sa ciò che vuole ci ha tutto da guadagnare.

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Amore piombo e furore (China 9 Liberty 37)

Amore piombo e furore locandina

 

Western atipico girato nel 1978 da Monte Hellman, Tony Brandt, Amore piombo e furore (distribuito con il titolo China 9 Liberty 37) racconta la storia parallela di due uomini, accomunati dal fatto di essere stati due bounty killer; il primo, Clayton, un professionista al soldo del miglior offerente, il secondo, Matthew,alle dipendenze di una grossa compagnia ferroviaria.
Clayton, che sta per essere impiccato, si vede salva la vita all’ultimo istante.

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Fabio Testi 

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Jenny Agutter è Catherine

A farlo liberare sono proprio i dirigenti della compagnia ferroviaria, che gli propongono anche un buon compenso in denaro a patto che l’uomo trovi e uccida Matthew, che si è ritirato in un ranch che sorge su un terreno che fa gola alla compagnia stessa.
Così Clayton raggiunge la casa di Matthew, con l’obiettivo di conquistarne la fiducia fingendosi un uomo alla ricerca della terra promessa, la California.

Amore piombo e furore 2
Warren Oates è Matthew

Ben presto Clayton scopre che Matthew non ha affatto le caratteristiche dell’assassino di professione, ma è piuttosto un uomo simpatico, che vive la sua vita lontano da tutto in compagnia della bella e insoddisfatta moglie Catherine.
Sarà proprio quest’ultima a far precipitare gli eventi; la donna seduce Clayton, che ovviamente non si fa pregare, e tra i due c’è una rovente nottata d’amore.
Ma Matthew in qualche modo intuisce il tutto, e affronta la moglie, che lo accoltella alla schiena.
Nel frattempo Clayton, che si è allontanato decidendo di non portare  a termine la sua missione, si vede raggiunto proprio dalla donna, in fuga dal ranch.

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Così i due si avviano verso una meta comune, decisi però a separarsi al momento opportuno.
Ma Mathhew non è morto; soccorso dai fratelli, decide di andare a riprendersi la sua donna.
Scoppia così una guerra privata tra Matthew e i suoi fratelli da un lato e Clayton dall’altra; muoiono due dei fratelli dell’uomo, mentre il bounty killer resta ferito ad una gamba e viene arrestato.
Ma riesce a fuggire, e raggiunge il ranch di Mathew, dove nel frattempo sono arrivati dei pistoleros al soldo della compagnia ferroviaria.

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Grazie all’aiuto di Clayton, Matthew riesce a sconfiggere gli uomini e decide di affrontare in duello il suo avversario.
Clayton mostra la sua abilità con le  armi disarmando Matthew; potrebbe ucciderlo, ma ancora una volta lo risparmia.
Mentre Matthew gli rimprovera il suo comportamento (“un killer con il cuore tenero non va molto lontano”, dice), Clayton si allontana sul suo cavallo.

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Matthew, raccolta Caherine e caricate le sue cose su un carro, da fuoco al ranch e si allontana, verso un incerto futuro.
Girato con bravura e con sobrietà, Amore piombo e furore è un buon film, sorretto da una valida sceneggiatura; la storia ha una sua coerenza, e anche se girata su ritmi piuttosto blandi, punta più sui dialoghi, sul confronto tra i due personaggi principali, sulle loro motivazioni che sulle sparatorie e sui morti ammazzati.

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Difatti per oltre tre quarti del film assistiamo a dialoghi, silenzi, sguardi e descrizione abbastanza analitiche e sopratutto inusali per un’ opera western.
Sembra, fatte le debite proporzioni, di assistere ad un film di Leone; la colonna sonora, di Pino Donaggio, è discreta, e asseconda il film nei suoi passaggi cruciali.
Un discorso a parte meritano gli attori; molto bene Warren Oates, nella parte di Matthew, che da al suo personaggio un’aria sorniona e di bonomia stridente con il passato dell’uomo stesso, ma proprio per questo più credibile.

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Bene anche Fabio Testi, un killer dal cuore tenero, in tutti i sensi; prima risparmia per simpatia l’uomo che dovrebbe uccidere, poi viene sedotto dalla moglie, ma riesce a staccarsene, anche se poi sarà irrimediabilmente invischiato negli sviluppi successivi.
Bene anche la brava  e affascinante Jenny Agutter ( La fuga di Logan, Walkabout, Equus), che lascia al suo personaggio quell’aria di indecisione, enigmatica e fragile allo stesso tempo, volubile e indecisa, caratterizzandone così l’ambigua presenza.

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Siamo di fronte, quindi, ad un buon prodotto, arrivato sul mercato fuori tempo massimo, quando cioè il western era ormai diventato un genere in abbandono; pure, il successo del film a livello internazionale fu lusinghiero, segno della validità dell’opera.

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Amore piombo e furore (China 9 Liberty 37), un film di Monte Hellman, Antonio Brandt. Con Fabio Testi, Warren Oates, Franco Interlenghi, Jenny Agutter, Sam Peckinpah, Luis Prendes, Helga Liné, Isabel Mestres, Romano Puppo
Titolo originale China 9, Liberty 37. Western, durata 98 min. – Italia 1978.

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Amore piombo e furore banner personaggi

Warren Oates     …     Matthew Sebanek
Fabio Testi    …     Clayton Drumm
Jenny Agutter    …     Catherine Sebanek
Sam Peckinpah    …     Wilbur Olsen, Dime Novelist
Isabel Mestres    …     Barbara, moglie di Virgil
Gianrico Tondinelli    …     Johnny Sebanek
Franco Interlenghi    …     Hank Sebanek
Charly Bravo    …     Duke, fratello di Barbara
Paco Benlloch    …     Virgil Sebanek
Sydney Lassick    …     Amico dello sceriffo
Richard C. Adams    …     Sceriffo
Natalia Kim    …     Cassie
Ivonne Sentis    …     Prostituta
Romano Puppo    …     Zeb
Luis Prendes    …     Williams

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Regia: Monte Hellman, Tony Brandt
Sceneggiatura: Jerry Harvey, Douglas Venturelli
Produzione: Gianni Bozzacchi, Valerio De Paolis, Monte Hellman,Rolf M. Degener
Musiche: Pino Donaggio    ,John Rubinstein
Editing: Cesare D’Amico
Costumi: Franco Carretti

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C’era una volta il west

C’era una volta il west, quarto film in tema western diretto da Sergio Leone, è un’epopea che celebra in un certo senso la fine di un’epoca, quella del cinema western e ne canta il de profundis,attraverso un’opera straordinaria di gran respiro pur molto dilatata nei tempi cinematografici.

E’ anche un’opera ambiziosa, la prima nella quale Leone ha un budget all’altezza, la possibilità di schierare un cast di livello eccelente ma non solo; vengono chiamati attori di grido,come Henry Fonda,Claudia Cardinale e Charles Bronson che interpreterà il ruolo più intenso della sua carriera.

Un film in cui tutto sembra studiato per ore, fin nei minimi particolari; dagli sguardi dei protagonisti,una delle fissazioni di Leone,all’ambientazione, passando per una colonna sonora che è possibile definire sontuosa,composta dal solito, grande Morricone. Un film che celebra un genere moribondo e che rivolge lo sguardo con nostalgia ad un’epoca ormai irrimediabilmente chiusa, ad un west selvaggio e crudele; ci sono tutti gli ingredienti delle storie classiche, dal cattivo Frank (Fonda), alla bella Jill (Cardinale), dall’uomo della vendetta, Armonica (Bronson), al bandito dal cuore d’oro, Cheyenne.

Personaggi che si mescolano e si integrano in una storia dal canovaccio classico, ormai collaudato.

Una stazione di un paesino del west; tre uomini sono uccisi da Armonica,un misterioso individuo chiamato così per la sua abitudine di suonare lo strumento a bocca. I tre sono in attesa di Frank, un crudele e spietato killer al soldo di Morton, industriale affetto da una tubercolosi ossea,che sogna di congiungere il west da una costa all’altra.Armonica resta ferito leggermente,e si rifugia in una taverna. Qui incontra Jill,una donna completamente spaesata in un ambiente tipicamente maschile (memorabile la scena della tinozza d’acqua, considerata buona solo da bere dal proprietario della taverna) e incontra anche Cheyenne, un fuorilegge che ha una banda con un segno distintivo,uno spolverino. Armonica racconta a Cheyenne di avere ucciso tre uomini con lo spolverino, ma il fuorilegge nega che i tre fossero della sua banda.

Nel frattempo Frank e i suoi uomini sterminano la famiglia McBrain,il padre e i suoi tre figli; McBrain si era da poco sistemato nella zona,dove aveva acquistato dei pezzi di terra e aveva invitato a vivere nel suo ranch Jill che aveva accettato. La donna si fa accompagnare alla fattoria e trova i corpi della famiglia Mc Bain; decide comunque di restare e durante la notte sente,in lontananza, il suono di un’armonica.

Intanto la storia si ingarbuglia; alla fattoria arriva Cheyenne,convinto che qualcuno voglia far incolpare lui e i suoi uomini dell’eccidio;apprende così da Jill le vere motivazioni dell’arrivo della donna,che in realtà è una ex prostituta,convinta da Mc Bain a venire a vivere al ranch. L’uomo le aveva raccontato di essere in procinto di diventare molto ricco. In realtà nel ranch non c’è il becco di un quattrino e la donna che ha già sposato in segreto McBain è la legittima erede del ranch. Nel frattempo Armonica uccide altri due killer di Frank,che erano venuti nella fattoria per eliminare la donna.

 

Frank irretisce Jill e cattura Armonica,che però viene liberato da Cheyenne,che svela all’uomo dall’armonica il piano originario di McBain;acquistare i terreni la attorno,più tutto il necessario per costruire una stazione di posta.McBain era convinto,infatti,che sui suoi terreni sarebbe passata la ferrovia di Morton.

Gli uomini di Cheyenne,usando il materiale che l’irlandese aveva previdentemente acquistato,costruiscono la stazione di posta;nel frattempo lo sceriffo mette all’asta i terreni,che diventerebbero,per soli 500 dollari,di proprietà di Frank,se all’ultimo istante non arrivasse Armonica ad offrire 5000 dollari.I soldi sono quelli della taglia sulla testa di Cheyenne,che viene così catturato dagli uomini dello sceriffo.

Morton corrompe gli uomini di Frank,per sbarazzarsi del killer,ormai fuori controllo;ma inaspettatamente è proprio Armonica a salvarlo.Ma è un espediente,perchè Armonica rivela a Frank di essere il fratello di un uomo costretto a stare sulle spalle di Armonica proprio mentre,con un cappio al collo,ascoltava il suono dello strumento.

Il duello si conclude con la morte del killer,Frank;così Armonica può consegnare a Jill la stazione di posta,proprio mentre arriva il primo treno.La donna è ormai ricca,e invita Armonica a restare con lui.

Ma l’uomo va via con Cheyenne,che nel frattempo si è liberato; ma per Cheyenne non c’è futuro,perchè Morton gli ha sparato e Cheyenne spira tra le braccia di Armonica,proprio mentre il suono della locomotiva, simbolo del progresso, lacera l’aria.

Nelle scene finali,le più alte e liriche dell’intero cinema di Leone, c’è il rimpianto per un mondo in dissoluzione;è proprio la locomotiva,che sostituisce in qualche modo il cavallo,il simbolo della fine di un’epoca, sottolineato dalle struggenti note della mitica colonna sonora di Morricone.

Un film straordinario,epico,grandissimo.Un sogno che dura tre ore,attraverso la violenza tipica del west,genetica e strettamente legata a quel mondo ormai scomparso.I volti di Armonica e di Frank,di Cheyenne e di jill sembrano mescolarsi in una saga che mostra la commozione del regista nel desrivere un mondo selvaggio,con leggi dure,ma in cui i ruoli sono rispettati.E ancora una volta il finale è amaro,ma allo stesso tempo in linea con il racconto.Armonica va via,anche se al fianco di jill potrebbe trovare la felicità e la tranquillità.Ma il richiamo della prateria,dell’avventura,è per lui troppo forte,come per l’uomo senza nome di Per un pugno di dollari,o di Monco,o di Biondo………

C’era una volta il West

Un film di Sergio Leone. Con Charles Bronson, Henry Fonda, Claudia Cardinale, Jason Robards, Gabriele Ferzetti, Paolo Stoppa, Woody Strode, Jack Elam, Keenan Wynn, Enzo Santaniello, Salvatore Basile, Spartaco Conversi, Marco Zuanelli, Al Mulock, Fabio Testi, Frank Wolff, Conrado Sanmartin, Renato Pinciroli, Benito Stefanelli, Aldo Berti, Lionel Stander, Dino Mele, Bruno Corazzari Western, Ratings: Kids+13, durata 167′ min. – Italia 1968.

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C'era una volta il west banner personaggi

Charles Bronson: Armonica
Henry Fonda: Frank
Claudia Cardinale: Jill McBain
Jason Robards: Manuel “Cheyenne” Gutiérrez
Gabriele Ferzetti: Morton
Paolo Stoppa: Sam
Woody Strode: Stony
Jack Elam: Snaky
Al Mulock: Knucles
Marco Zuanelli: Wolbers
Benito Stefanelli: 1° tenente della banda di Frank
Michael Harvey: 2° tenente della banda di Frank
Fabio Testi: membro della banda di Frank
Spartaco Conversi: membro della banda di Frank
Saturno Cerra: membro della banda di Frank
Claudio Scarchilli: membro della banda di Frank
Bruno Corazzari: membro della banda di Frank
Francisco Brana: membro della banda di Frank
Antonio Molino Rojo: membro della banda di Frank
John Frederick: membro della banda di Frank
Salvatore Basile: membro della banda di Frank
Aldo Berti: membro della banda di Frank
Keenan Wynn: Sceriffo
Frank Wolff: Brett McBain
Enzo Santaniello: Jimmy
Simonetta Santaniello: Maureen
Lionel Stander: Barista
Aldo Sambrell: uomo Cheyenne
Lorenzo Robledo: uomo Cheyenne
Luana Strode: donna indiana
Don Galloway: uomo di Frank nel flashback
Claudio Mancini: fratello di Armonica
Dino Mele: Armonica(piccolo)
Tullio Palmieri: carpentiere
Robert Spafford: costruttore
Rafael López Somoza: bigliettaio stazione
Francesca Leone: Donna alla stazione
Raffaella Leone: Donna alla stazione

C'era una volta il west banner cast

Regia Sergio Leone
Soggetto Sergio Leone, Dario Argento, Bernardo Bertolucci
Sceneggiatura Sergio Leone, Sergio Donati
Produttore Bino Cicogna
Produttore esecutivo Fulvio Morsella
Casa di produzione Paramount Pictures, Rafran Cinematografica, San Marco Film
Distribuzione (Italia) Euro International Film
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Nino Baragli
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Carlo Simi
Costumi Carlo Simi

C'era una volta il west banner doppiatori

Giuseppe Rinaldi: Armonica
Nando Gazzolo: Frank
Rita Savagnone: Jill McBain
Carlo Romano: Manuel “Cheyenne” Gutiérrez
Bruno Persa: Snaky
Oreste Lionello: Wolbers
Stefano Sibaldi: Sceriffo
Corrado Gaipa: Brett McBain
Cesare Polacco: Barista
Lauro Gazzolo: uomo alla stazione
Roberto Chevalier: Patrick
Anna Rita Pasanisi: Maureen
Sandro Acerbo: Jimmy
Sergio Graziani: uomo Cheyenne
Pino Locchi: 1° tenente della banda di Frank
Glauco Onorato: 2° tenente della banda di Frank
Sergio Tedesco: Uomo della banda di Franl
Vinicio Sofia: Uomo all’asta
Mario Milita: Uomo al funerale

C'era una volta il west banner citazioni

Chi ne ha accoppati quattro ci mette poco a fare cinque. (Cheyenne)
Come si fa a fidarsi di uno che porta insieme cinta e bretelle… di uno che non si fida nemmeno dei suoi pantaloni? (Frank)
Sai niente di uno che gira soffiando in un’armonica? Se lo vedi te lo ricordi; invece di parlare, suona… e quando dovrebbe suonare, parla! (Cheyenne) [a Jill, parlando di Armonica]
Sai Jill, mi ricordi mia madre. Era la più grande puttana di Alameda e la donna più in gamba che sia mai esistita. Chiunque sia stato mio padre, per un’ora o per un mese è stato un uomo molto felice. (Cheyenne)
Ho visto tre spolverini proprio come questi tempo fa. Dentro c’erano tre uomini. E dentro agli uomini tre pallottole. (Armonica)
Sai solo suonare o sai anche sparare? (Cheyenne)
La calma è la prima qualità per un uomo d’affari. (Armonica)
Suona qualcosa A tuo fratello! (Frank) [mettendo in bocca l’armonica al piccolo Armonica, costretto nel flashback a reggere sulle spalle il fratello sulla forca]
Sai Jill se fossi in te gli porterei da bere a quei ragazzi. Tu non immagini quanta gioia mette in corpo di un uomo una donna come te, anche solo vederla… e se qualcuno di loro ti tocca il sedere, tu fai finta di niente, lasciali fare. (Cheyenne)

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