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Incensurato,provata disonestà,carriera assicurata cercasi

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Se qualcuno avesse voluto appioppare a questo film un titolo più pretenzioso, avrebbe potuto optare per un chiaro ed efficace brocardo latino: promoveatur ut amoveatur. Ma è difficile immaginare che un produttore, negli anni ’70, avrebbe accettato un titolo saccente per una commedia a sfondo politico. Quindi, Incensurato, provata disonestà, carriera assicurata, cercasi, pur essendo un titolo insolito, descrive in una riga, con termini di uso comune, la trama di una commedia satirica di ottima fattura, uscita nelle sale italiane il 7 dicembre del 1972. Ancora una volta, l’umorismo che perde la pazienza nei confronti della politica diventa satira sfogando rabbia ed amarezza per ben 105 minuti di pellicola visionaria.
Dietro la macchina da presa c’è il trentino Marcello Baldi, il quale segnò il suo debutto nel lontano 1949, nel kolossal Fabiola, come secondo regista al fianco di Alessandro Blasetti. Sin da giovanissimo, Baldi lavorò come assistente per registi affermati e come sceneggiatore, maturando, quindi, una solida esperienza di documentarista. Infatti, il film si distingue per l’ottimo impiego della cinepresa ed anche per un montaggio perfetto, che inserisce sequenze di vita (politica) reale, le quali ritraggono manifesti, raduni e discorsi elettorali; tra questi, un comizio PCI con la partecipazione di Gian Maria Volontè.

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La trama si apre sulle allegre musiche di Stelvio Cipriani le quali accompagnano il risultato del disboscamento italiano: tonnellate di carta stampata a poster, manifesti e biglietti elettorali.
Il protagonista è Giuseppe Zaccherin (Gastone Moschin), classe 1930, originario di Bardolino, provincia di Verona. Figlio di padre ateo, marxista e libero pensatore (interpretato sempre da Moschin) e di madre cattolica, Zaccherin è un comunista dichiarato il quale viene coinvolto nelle elezioni politiche a causa di un errore di battitura. Più precisamente, nell’iscrivere il nome del marchese Zeccarin nelle liste della DC per il Senato, un attivista del partito (Nanni Loy) commette un errore. Così, al posto del marchese, risulta candidato un qualsiasi Giuseppe Zaccherin.
Su incarico della DC, vengono svolte ricerche intense in tutta Italia al fine di trovare un incensurato con quel nome. Grazie all’intervento di un commissario arrivista (Riccardo Cucciolla), viene, quindi, rintracciato il bardolinese Zaccherin.
Tuttavia, Zaccherin, a causa delle proprie convinzioni politiche, mal digerisce la candidatura con il partito avversario (Diiiocaro!!!). Saranno i guai con la moglie svizzera (Gisela Hahn), alla quale deve un’ingente somma di denaro a titolo di spese di vitto e alloggio, e le macchinazioni di vari esponenti politici della DC, del PCI e perfino del MSI, a convincere il bardolinese ad accettare la candidatura.
Ma Zaccherin, oltre ai guai con la moglie, conduce una vita sostentata da imbrogli (commercializza alcoolici contraffatti e orologi rubati) circostanza che lo rende facilmente ricattabile.
Per di più, il futuro senatore democristiano tiene un’amante comunista (Paola Quattrini) la quale non perdona il tradimento politico del diletto. Com’è facile immaginare, in seguito, sorgono un mare di guai.

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In fine, Zaccherin accetta di presentarsi convinto che non otterrà più di cinque o sei voti. Contrariamente alle aspettative, Zaccherin riscuote un successo clamoroso: viene votato da 82.000 cittadini che hanno visto in lui un uomo diverso rispetto agli altri politici. Senatore neoeletto, Giuseppe Zaccherin si applica con impegno nell’attività legislativa: “15 proposte di legge in una settimana!”. Le proposte, però, sono così deliranti che, per porre fine alle sue iniziative, i colleghi decidono di promuoverlo: Giuseppe Zaccherin viene eletto Presidente della Repubblica.


Lo spettatore si trova di fronte ad una riuscita satira del malcostume politico italiano. Il personaggio interpretato da Gastone Moschin fa sorridere ma, sopratutto, fa riflettere sulla condotta smidollata degli uomini di potere e sull’abisso che si infrappone tra gli elettori e la casta politica.
L’uso del linguaggio volgare, in particolar modo delle bestemmie, non è fine a se stesso. Al contrario, nel caso di Zaccherin, esso accentua lo stato d’animo del personaggio, spesso teso, confuso o avvilito. Seppur un uomo di flessibile moralità, Zaccherin non è un cittadino amorale, cosa che traspare nei plurimi momenti in cui rifiuta la candidatura per mantenere fede all’ideologia comunista. Ma, come gli verrà spiegato dal politico della DC, dal compagno Pinto (politico del PCI) e dal Comandante (politico MSI) (tutti e tre interpretati da Arnoldo Foà), un politico spesso si trova costretto a fare la “puttana”.

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Sorgono spontanei gli applausi alla prestazione di Gastone Moschin il quale, tra gli anni ’60 e gli anni ’80, ha vissuto il periodo migliore della sua carriera. Attore poliedrico, Moschin ha dato vita a numerosi personaggi memorabili in svariati generi cinematografici. È stato l’ambiguo Ugo Piazza nel celebre Milano calibro 9, diretto da Fernando Di Leo, nel 1972; Filippo Turati nel film storico Il delitto Matteotti (1973); il Marsigliese, crudele bandito, nel poliziesco Squadra volante di Stelvio Massi; l’architetto Rambaldo Melandri, sentimentalista inguaribile, nella saga Amici miei e molti altri ancora.
Bene anche il resto del cast, ad eccezione forse di Nanni Loy il quale, nei panni dell’attivista democristiano, appare un tantino sopra le righe.
Da ottimo voto la fotografia curata da Antonio Climati.
Il film è di facile reperibilità e passa qualche volta anche in tv, ed è disponibile su You tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=KV7QjpVLU8g in una qualità discreta.

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Incensurato, provata disonestà, carriera assicurata cercasi
Un film di Marcello Baldi. Con Riccardo Cucciolla, Paola Quattrini, Gastone Moschin, Gisela Hahn, Nanni Loy, Arnoldo Foà, Nietta Zocchi, Claudio Nicastro, Fernando Cajati Commedia, durata 91 min. – Italia 1972.

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Gastone Moschin: Giuseppe Zaccherin / il padre di Zaccherin
Nanni Loy: politico della DC
Gisela Hahn: moglie di Zaccherin
Paola Quattrini: amante di Zaccherin
Günther Ungeheuer
Silvio Spaccesi: Il compagno Luvisotti
Arnoldo Foà: Politico della DC / il compagno Pinto (politico del PCI) / il Comandante (politico MSI)
Riccardo Cucciolla: commissario

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Regia Marcello Baldi
Soggetto Marcello Baldi
Sceneggiatura Marcello Baldi, Guido Leoni
Fotografia Antonio Climati
Montaggio Marisa Mengoli
Musiche Stelvio Cipriani
Scenografia Elena Ricci Poccetto
Costumi Dafne Ciarrocchi

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– Non poteva aspettare due ore a morire?! Guarda sto figlio della migniotta!
– I mortacci sua…!
– Almeno fino a dopo la presentazione della lista al tribunale… .
– E adesso?
– Facciamo votare per il morto.
– Ma come?
– Noi, come notizia, lo teniamo in vita fino a dopo la presentazione della lista e poi lo facciamo morire ufficialmente.
– Mah… .
– Ma non ti ricordi di quei due candidati morti nell’incidente in Val d’Aosta?! E’ andato tutto benissimo! Abbiamo fatto votare per loro, no?!

 

Non ci sono cittadini onesti. Guarda, i cittadini si dividono in tre categorie: colpevoli veri e propri, colpevoli potenziali e colpevoli intoccabili.
– Io no innamorata.
– Scusi, ma lei non lo aveva inseguito fino qui, in Italia, perché aveva perduto la testa per lui?!
– Io perduto soldi per lui non testa.

 

– Vedi, compagno, i modi di edificare il comunismo sono tanti. Sulle liste elettorali i simboli con falce e martello sono perlomeno dodici.
– Appunto. Un bel casino! Beh, in un casino, con rispetto parlando, chi si avvantaggia?! Le puttane.
– Anche le puttane possono rendere dei servizi preziosi e tu devi rispettarle.
– Ah, ma io le rispetto! Ah, sì … .
– Perché tu dovrai fare proprio questo: la puttana al servizio del partito.
– Diocaro… .
– Dove vai camerata?! Da questa parte camerata!
– Camerata, un casso! Io voglio parlare con quello là… col führer.
– Lasciatelo! Ma voi chi siete?! Cosa volete?!
– Non go’ bombe. Io sono questo qua, Zaccherin Giuseppe.
– Ah, sì … .
– No. Io voglio sapere cos’è questo affare e subito!
– Questi li facciamo distribuire dalla ragazza del movimento. Ne abbiamo regalato già piu di duemila. Valgono circa cento milioni, una bella sommetta! Praticamente, stiamo facendo la campagna elettorale per vostro conto. Dovreste essere grato.
– Io?! E perché?!
– Noi sappiamo tutto: voi siete un candidato DC per sbaglio. In realtà, siete un fervente comunista.
– Appunto, eh! Allora mi faccia il favore di spiegarmi perché voialtri fascisti volete fare la propaganda a me che non sono fascista e candidato DC?!
– Ma è molto semplice: per dare una batosta all’Onorevole Colli. Noi vogliamo distruggerlo!
– Come distruggerlo?
– Politicamente, s’intende. Facendogli subire lo smacco non solo di essere trombato, perché sarete trombati tutti e due e su questo non ci piove, ma facendolo addirittura scavalcare da uno che politicamente non vale un casso!
– Io.
– Appunto, voi. Per l’Onorevole Colli, essere scavalcato da uno come voi, significa la fine della sua carriera politica! E ce lo leviamo per sempre dalle palle! Se vuoi foste veramente un comunista dovreste essere contento di collaborare con noi ai danni di un democristiano di merda!
– Anche i fascisti adesso… . Ma io, con voi fascisti, non voglio aver niente da spartire! Io vi mando a fare in… !!!
Progetto di legge numero uno: provvedimenti urgenti in favore della sanità pubblica.
Articolo primo. I grattacieli sono severamente proibiti. Qualsiasi edificio superiore ai cinque piani sarà abbattuto e al suo posto sorgerà un giardino.

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gennaio 28, 2017 Posted by | Commedia | , , , , , , , , | 4 commenti

Lo chiamavano Trinità

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Anche lui puzzava come te quando arrivò qui; ci vollero tre pezzi di sapone per vedere il colore della pelle; quindi giovanotto se vuoi che ti stringa la mano devi farti un bagno, non vorrei prendermi il tetano.
La frase di Jonathan pronunciata all’indirizzo di Trinità,il bizzarro e irriverente protagonista del film Lo chiamavano Trinità in qualche modo simboleggia la natura stessa del film, una rivoluzione copernicana del genere western,da sempre disseminato di violenza,sparatorie,pieno di uomini duri e spietati, come del resto era spietata la vita della frontiera americana.

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Il film di Enzo Barboni esce nelle sale nel 1970 ottenendo un successo assolutamente inatteso e diventando rapidamente il capostipite di un sottogenere del western,il western comico,quella nicchia scavata da Barboni stesso che mette in qualche modo alla berlina il linguaggio rozzo,le situazioni tagliate con l’accetta che erano state fino all’arrivo di Trinità una delle caratteristiche peculiari del genere stesso.
Il western abbandona quindi gli stereotipi delle sparatorie violente,delle morti seminate nei film come grandine a favore di un’atmosfera ridanciana e comica,in cui si spara ma quasi casualmente,in cui una buona scazzottata alla fine si rivela più efficace di un colpo di Colt o Winchester
Pugni e sberleffi,situazioni surreali e battute fulminanti quindi sostituiscono i duelli all’ultimo sangue,in un modo talmente radicale da trasformare il vecchio West da terra di uomini violenti e senza pietà in un sobborgo di un paesino qualsiasi,in cui emergono le figure del prepotente e del vendicatore,dello smargiasso e del ras del quartiere a sostituire i personaggi tradizionali del Western.
E’ come se il West all’improvviso diventasse un quartiere;le desolate e sconfinate praterie sembrano un campetto di periferia, ci sono i cavalli e non le auto,ma l’atmosfera resta quasi intatta.Il Saloon diventa un nostro bar,più rissoso,sicuramente,ma quasi casereccio,rassicurante.
I morti quasi scompaiono,volano sganassoni e ceffoni,pugni e tavoli,le Colt si usano solo in caso di necessità assoluta.
Boot hill accoglie solo i morti per cause naturali e la dimensione violenta del West si ridimensiona fino a diventare il ring sul quale si ergono protagonisti assoluti Trinità e Bambino,personaggi dalle mille sfaccettature che impongono alla legge delle pallottole uno stop improvviso,trasformando il selvaggio West e modificandone stile e comportamenti.
Terence Hill e Bud Spencer,i due simpatici e scanzonati protagonisti del film diventano una coppia irresistibile, tanto che da quel momento il duo finirà per girare molte altre pellicole tutte accolte con gran favore dal pubblico e con sorrisi di sufficienza dalla critica,sempre sospettosa nei confronti dei film di cassetta.
In fondo però basterebbe pensare alla sana comicità, alle due ore di divertimento puro a cui si assiste seguendo le vicende di Bambino & Trinità; la violenza diventa quasi un gioco, i ceffoni e i pugni sembrano un po come le risse che scatenavamo da bambini e alla fine tutto si risolve con un occhio nero e con qualche livido.

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La trama in breve:
Trinità è un personaggio stravagante che gira il West in modo indolente;si fa trainare dal suo cavallo sdraiato su un travois e con il cappello che copre buona parte del volto.
Un aspetto quasi dimesso che in realtà nasconde un personaggio sveglio e intelligente,furbo e opportunista.
Lo dimostra liberando un messicano dalle mani di due bounty killer prima di avviarsi e alla fine giungere in uno squallido paese in cui suo fratello Bambino,il suo esatto opposto in tutti i sensi incluso quello fisico,dopo un passato da delinquente è ora sull’altro lato della barricata.
E’ divenuto infatti sceriffo.Uno sceriffo assolutamente particolare,che usa le mani come strumento di convincimento.
I due,dopo un’iniziale scontro verbale,faranno causa comune per difendere una carovana di mormoni dall’interesse del maggiore Harriman;Trinità finirà per invaghirsi di una mormone per poi scoprire che la vita pacifica non fa per lui e riprendere il vagabondaggio per il West alla ricerca di nuove avventure.
La trama non ha praticamente nessuna importanza sia in questo film che nei successivi proposti e incentrati sulla figura di Trinità;lui non è un vendicatore,non è uomo da rimanere fermo in un posto,non è un difensore dei diritti.
E’ solo un vagabondo allo stato puro,che però all’occasione sa trasformarsi in un implacabile difensore dei più deboli.

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Lo fa con furbizia e intelligenza,sfruttando agilità e destrezza per mettere alla berlina il cattivo di turno.
Il suo alter ego,Bambino, è invece un ragazzone dal cuore tenero mimetizzato dall’aspetto imponente e minaccioso e da uno sguardo burbero sotto il quale però si intuisce battere un cuore d’oro.
Ama e al tempo stesso è divertito da quel suo fratello scapestrato e impudente,anche se nasconde questi sentimenti ben sapendo delle doti di opportunismo che Trinità,la mano sinistra del diavolo nasconde.
I due però,in coppia, sono letali quanto un battaglione di soldati.
Usano le mani come magli,sono in grado di venir fuori illesi dalla peggiore rissa e sopratutto sono assolutamente scevri dalla violenza.
Se usano la pistola è soltanto per disarmare o scoraggiare l’avversario, la loro vera arma sono i pugni,sconfiggono l’avversario con l’ironia e lo sberleffo.
E’ questa la vera grande innovazione portata dalla coppia Trinità-Bambino.
Si possono vendicare i torti o difendere i deboli a suon di ceffoni;epiche le risse o le situazioni comiche che si susseguono nel film,splendide le battute pronunciate dalla coppia come quella pronunciata da Bambino all’indirizzo di Trinità: “Ma non hai uno scopo nella vita? Fai qualcosa… ruba del bestiame… assalta una diligenza… rimettiti a giocare, magari… una volta eri un ottimo baro! Ma fa qualcosa” oppure “Ma perché non ti dai alla vita onesta? Torna a New Orleans dalla mamma… portale un paio di ragazze e mettiti in affari con lei!” uno strano concetto di onestà che dimostra in maniera lampante come i due provengano comunque dal mondo dell’illegalità e che da questo mondo hanno imparato l’arte di arrangiarsi e di sopravvivere.
Assolutamente irresistibile è una delle scene finali,nella quale Trinità sembra disposto a lasciare la vita vagabonda per accasarsi con la bella mormone di cui si è invaghito.

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Questo discorso: “Riprendi nel tuo gregge questa pecorella smarrita, che trasformerà le sue armi in strumenti di pace e lavoro. In Tua gloria, sarà circonciso per rispettare la tua legge. Dagli la forza di creare un tempio nel quale cantare i Tuoi inni. Lavorerà fino a rompersi la schiena, dissoderà i campi, seminerà e raccoglierà il frutto del suo lavoro, taglierà boschi, costruirà case, e alleverà bestiame. Quando al calar della notte tornerà a casa distrutto dalla fatica, giulivo e felice verrà nel Tuo tempio a cantare la Tua gloria. Grazie per avere ripreso il nostro nuovo fratello nel Tuo gregge. Rendilo meritevole della Tua pietà …e illumina la sua esistenza con la luce del Tuo spirito. Amen.” finirà per portare il giovane vagabondo a scappare a gambe levate dalla carovana mormone, ben consapevole che la libertà di gui gode non può essere assolutamente imbrigliata da una vita che non gli appartiene.
Lo chiamavano Trinità è un film importante.
Perchè lascia a casa violenza e pistole e propone divertimento allo stato puro
I due protagonisti,Terence Hill e Bud Spencer formano una coppia assolutamente irresistibile,inseriti come sono in un contesto violento e di illegalità diffusa.
Le loro gesta affascinano tutti,senza distinzione di età;le botte,i ceffoni,le risse scatenano ilarità con soluzioni estemporanee,come i pugni in testa che Bambino ammanisce ai cattivi.
Barboni crea quindi una coppia di personaggi indimenticabili, proponendo finalmente due ore si sano e robusto divertimento.
Belle le musiche,sopratutto il tema centrale ripreso ai giorni nostri da Mario Biondi
Da vedere assolutamente.

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Lo chiamavano Trinità

Un film di E.B. Clucher. Con Steffen Zacharias, Bud Spencer, Terence Hill, Gisela Hahn, Farley Granger, Ugo Sasso, Gaetano Imbrò, Riccardo Pizzuti, Fortunato Arena, Ezio Marano, Michele Cimarosa, Dominic Barto, Elena Pedemonte, Luciano Rossi, Dan Sturkie, Remo Capitani, Paolo Magalotti, Vito Gagliardi, Antonio Monselesan, Franco Marletta, Luigi Bonos, Thomas Rudy Western, durata 117 min. – Italia 1970.

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Lo chiamavano trinità banner PROTAGONISTI

Bud Spencer: Bambino
Terence Hill: Trinità
Farley Granger: maggiore Harriman
Remo Capitani: Mezcal
Dan Sturkie: Tobia
Ezio Marano: Faina
Luciano Rossi: Timido
Steffen Zacharias: Jonathan Swift
Gisela Hahn: Sarah
Elena Pedemonte: Giuditta
Ugo Sasso: sceriffo zoppo
Michele Cimarosa: messicano
Riccardo Pizzuti: Jeff
Dominic Barto: Mortimer
Tony Norton: bounty killer
Gigi Bonos: oste della locanda all’inizio del film
Osiride Pevarello: Gioele
Giancarlo Bastianoni: uomo del maggiore
Roberto Dell’Acqua: mormone
Alberto Dell’Acqua: mormone
Jess Hill: bambino

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Glauco Onorato: Bambino
Pino Locchi: Trinità
Sergio Graziani: maggiore Harriman
Vinicio Sofia: Mezcal
Arturo Dominici: Tobia
Gianni Marzocchi: Faina
Gianfranco Bellini: Timido
Ferruccio Amendola: Jonathan Swift, uomo del maggiore
Serena Verdirosi: Sarah
Liliana Sorrentino: Giuditta
Michele Gammino: Oste della locanda all’inizio del film, Jeff, uomo del Maggiore
Mario Lombardini: sceriffo zoppo, Uomo del maggiore
Luciano De Ambrosis: pistolero biondo all’inizio del film
Manlio De Angelis: pistolero coi baffi all’inizio del film
Daniele Tedeschi: pistolero, Sicario
Romano Ghini: uomo del maggiore, Pistolero

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Regia E.B. Clucher
Soggetto E.B. Clucher
Sceneggiatura E.B. Clucher
Produttore Italo Zingarelli
Casa di produzione West Film
Fotografia Aldo Giordani
Montaggio Giampiero Giunti
Effetti speciali Sergio Chiusi, Stefano Seno
Musiche Franco Micalizzi, Lally Scott
Scenografia Enzo Bulgarelli
Costumi Luciano Sagoni

Lo chiamavano trinità banner citazioni

I fagioli comunque erano uno schifo!! (Trinità)
Trinità… la mano destra del Diavolo. (Cacciatori di taglie)
La mia esposa stava al fiume señor, a lavare… un gringo l’aggredì e la voleva… e ho corso in suo aiuto… avevo il coltello… quello mi guarda con gli occhi spalancati e muore… nel cadere avrà battuto la testa… io gli ho dato solo qualche coltellata… (Messicano)
Ragazzi, ho l’impressione che dovremmo eleggere un nuovo sceriffo! (Il Maggiore)
È dallo straripamento del Pecos che non vedevo tanto sudiciume!
Nessuno è meno sopportabile di un ipocrita…
Su, degno fratello, ti accompagno a casa così potrai finalmente farci vedere la tua faccia.
O lasciate questa valle o ne farò la vostra tomba, la scelta è vostra.
Sceriffo, che ne facciamo dei prigionieri? O li impicchiamo o li buttiamo fuori… Ma io non posso mica stare a lavorare per loro!
Lavorare per essere pagati è umiliante. Meglio rubare: c’è più emozione! (Mescal) [ al Maggiore]
Ricordatevi: non dovete mai fidarvi di nessuno, nemmeno degli amici. (Faina) [ insegnando ai Mormoni]
Non potevo lasciarlo in paese, ha il vizio di dire la verità… è un tipico alcolizzato.
… in California! (Trinità al cavallo)
Ma tu che ci fai attaccato a quella stella?

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Lo chiamavano trinità banner RECENSIONI
L’opinione di Lord Holy dal sito http://www.filmtv.it

Tanti sono i primati e i motivi per i quali è giusto ricordare e promuovere questo classico, reso tale dal tempo e dal fuoco mai spento di una nutrita schiera di fedeli appassionati. Nato come tentativo di sperimentare una formula, poi rivelatasi di successo, per ridare respiro a un genere forse ritenuto al tramonto, in realtà finisce per creare qualcosa di profondamente nuovo e diverso. Il punto di partenza è ovviamente il western, ma filtrato secondo un approccio “italiano” e in maniera deliziosa contaminato dai toni comici e irriverenti di una commedia ironica o propri di una parodia.
Gustose sono le atmosfere, ricreate nei minimi dettagli dall’ambientazione e dalla colonna sonora, uno spasso sono le battute di dialogo, con alcune perle e colpi di genio, da morire dal ridere. Sembrerà un paradosso, però è evidente come si ricorra all’offesa pur non risultando mai volgari, come si ricorra alla violenza pur non dimostrandosi mai violenti. Infatti, solo un semplice e sano divertimento è l’obiettivo ricercato, con l’essenziale cuore pulsante determinato dall’affiatamento, dalla spontanea e inimitabile intesa creatasi fra Terence Hill e Bud Spencer. A mio modesto parere rappresenta il miglior esempio, assieme al suo seguito …continuavano a chiamarlo Trinità (1971), del loro fortunato abbinamento, successivamente tanto prolifico di titoli al cinema. Anche se lo si conosce ormai a memoria, puntuali non si perde l’occasione di rivederlo quando possibile. Vero?

L’opinione di NotoriusNiki dal sito http://www.filmscoop.it

Colizzi li accoppia ma è Barboni a valorizzarli, le scazzòttate saranno anche marchio di Colizzi, i piatti di fagioli un cliché nato nel precedente film di Barboni (Ciakmull), tuttavia il genio sta nel permeare la pellicola di un tono comedy, infatti Girotti con Colizzi ancora non era doppiato dal brillante Pino Locchi, recuperava il retaggio eastwoodiano del cavaliere solitario, Pedersoli relegato ancora ad una mera spalla, con Colizzi la coppia era male assortita, necessario dunque un cambio di impostazione, ed ecco giungere Barboni che con spirito parodistico ne riscrive i personaggi a mo’ di avventura picaresca che ricorda una certa ironia e spavalderia de ‘Butch Cassidy and the Sundance Kid’ girato mezzo lustro prima.
Immancabile un altro grande caratterista,Riccardo Pizzuti, che si prodigava a fare da carne da macello in tutte le comparsate della coppia, si ricicla con classe anche Farley Grangrer, uno dei tanti passati nel tritacarne di Hitchcock, le donzelle, altro cliché del personaggio di Hill, celebre la ballata di Annibale, ricorda le illustri di Frankie Laine che dispensava nei western classici a dare quel tocco di epicità. Nulla da aggiungere, ha generato un sottogenere.

Opinioni dal sito http://www.davinotti.com

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È un film icona che ha inaugurato un filone. Peccato che questo filone fosse poi destinato a scadere nel ridicolo per colpa di tutte le copie che verranno girate senza la base originale. Il trio Spencer-Hill-Barboni gira infatti a meraviglia e costruisce diverse scene e dialoghi tra i due fratellini (Trinità e Bambino) memorabili. Notevole sia questo episodio che il degno sequel.

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Un film perfetto a cominciare dalla elevata qualità realizzativa. Una accoppiata di attori ineguagliabile che avremmo voluto veder recitare sempre insieme per sentirci a “casa”. Supera le barriere del tempo: dopo 40 anni e gli innumerevoli passaggi televisivi una occhiata (e spesso di più) gliela si dà sempre. E’ spiritoso e fracassone, senza sbracare, e con riuscite atmosfere western accompagnate dall’imperituro tema musicale fischiettato. Veramente belle e scelte con cura le location. La sua visione ci riempie gli occhi e lo spirito con un cinema genuino come nessun altro film sa essere.

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Quando lo spaghetti western ormai era giunto al capolinea, Enzo Barboni ebbe un’idea a dir poco geniale: contaminare l’ormai morente genere western con la commedia e quello che ne venne fuori fu un successo clamoroso, che dura ancora oggi. Merito di un copione di ferro, di battute e gag leggendarie e di una coppia d’attori da quel momento entrata per sempre nel cuore degli italiani, ovvero gli irresistibili, leggendari Bud Spencer e Terence Hill. Non un capolavoro, ma avercene di film così. Con un seguito altrettanto riuscito.

Disorder

Un’incredibile bomba comica, quasi insuperabile (almeno per quanto riguarda la cinematografia italiana). Negli intenti non doveva nemmeno essere una commedia, solo un western ironico stile Il Buono il Brutto il Cattivo (lo si capisce dai vari morti ammazzati all’inizio), ma il risultato è un autentico capolavoro della risata: memorabile quasi ogni battuta, ogni mossa o espressione dei protagonisti, per non parlare della colonna sonora.

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agosto 20, 2015 Posted by | Western | , , , , | 4 commenti

Quando gli uomini armarono la clava e con le donne fecero din don

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A parte il titolo,malizioso ma anche volgarotto, Quando gli uomini armarono la clava e con le donne fecero din don si segnala solo per due caratteristiche:la splendida location e il nutrito cast nel quale figurano nomi importanti del cinema di genere che però avrebbero meritato ben altro palcoscenico che questa commedia becera e triviale nata sull’onda del successo per larga parte imprevisto di Quando le donne avevano la coda di Pasquale Festa Campanile.

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Nadia Cassini

Film che inaugurò la brevissima stagione del cinema cavernicolo e che ebbe poi un seguito molto più fiacco ( e di minore successo), quel Quando le donne persero la coda uscito nelle sale nel 1972.
Quando gli uomini armarono la clava e con le donne fecero din don, diretto dal pur bravo Bruno Corbucci, che solo un anno prima aveva girato il divertente Il furto è l’anima del commercio?!… è una pellicola praticamente inguardabile, priva del benchè minimo spunto comico che possa strappare un sorriso allo spettatore, infarcita in compenso di trivialità da caserma e di inutili volgarità.
Giocata più sulla avvenenza del pur bravo cast femminile, che dispensa parti anatomiche con generosità (in particolare la Cassini e Lucretia Love) che su un minimo di sceneggiatura che dia corpo alla storia, il film naufraga ben presto trascinandosi stancamente fino all’epilogo, che recita il de profundis con un eloquente “e vissero tutti felici e scontenti

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Molto grave è il riferimento costante del film al Lisistrata di Aristofane, autore glorioso della tradizione greca,qui saccheggiato in un’operazione commerciale senza un minimo di credibilità o di verve comica.
La trama:
le tribu dei cavernicoli e degli acquamanni sono perennemente in conflitto.La prima tribù occupa la terraferma, la seconda abita su palafitte e non passa giorno che non ci siano screzi e battaglie fra loro.
In una delle rare pause del perenne conflitto, il capo dei cavernicoli, il prestante Ari vince dopo una gara la bella Listra, della tribù degli acquamanni.
Alla donna la situazione poi non dispiace molto, essendo Ari un bell’uomo molto versato anche nel talamo.
Ma non c’è tempo per la pace perchè ecco scoppiare un altro conflitto; a questo punto Listra, stanca del continuo guerreggiare delle due tribù che toglie spazio alle faccende di sesso,decide di indire uno sciopero del sesso che trova entusiastiche adesioni presso tutte le donne delle due tribù, anch’esse stanche del dover rinunciare ai piaceri del letto per la vocazione guerrafondaia degli uomini.

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Così i due gruppi di donne appartenenti alle due tribù si rifugiano rispettivamente su un monte e su una piccola isola.
La trovata riscuote un successo incredibile;pur di non perdere i piaceri del sesso cavernicoli e acquamanni promettono di mantenere rapporti non più ostili.
Ma l’uomo è nato per la guerra e non per la pace.
Così ben presto le liti riprendono e Ari e Listra, sconsolati, decidono di andare in giro per il mondo alla ricerca di un posto dove vivere in pace e dedicarsi all’amore…
Su una trama così esile era difficile costruire qualcosa di interessante, pure c’era spazio, come nel citato Quando le donne avevano la coda, per battute comiche di ben altro spessore di quelle proposte da Corbucci che spreca letteralmente caratteristi come Caprioli, Giuffrè e Pandolfi umiliandoli con il pronunciare battute sconce e triviali degne della peggior tradizione della commediaccia all’italiana, superate solo come volgarità dalla triste serie dei Pierino.

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Listra-Lisistrata è interpretata da Nadia Cassini, che aveva solo due caratteristiche di rilievo:un fisico pressochè perfetto e un posteriore passato agli annali del cinema come uno dei più apprezzati da pubblico maschile. Per il resto,mancando completamente di qualsiasi dote recitativa, la Cassini fa la sua figura nel film visto che la sua presenza è essenzialmente corporea mentre il resto del cast, che include anche Pia Giancaro e Valeria Fabrizi, Antonio Sabato e Gisela Hahn,Elio Crovetto e anche una quasi invisibile Annabella Incontrera si muove a disagio nel guazzabuglio di battutacce e doppi sensi che costellano la pellicola.
Che alla fine risulta irritante oltre che noiosissima.

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Nonostante la grancassa pubblicitaria che martellava proponendo il film stesso come il più divertente di sempre,la pellicola fu un mezzo flop, pur in un periodo di vacche grasse del cinema, con una platea sterminata che affollava i cinema sorbendosi ogni tipo di prodotto.
Corbucci tornerà al successo l’anno successivo con il ben più riuscito Boccaccio, progenitore dei decamerotici dalla buona fattura e decisamente più divertente di questa farsaccia di bassa lega.
Il film è disponibile in una versione sufficiente qualitativamente ma in lingua inglese all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=cBe1Zbwxli4

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Un film di Bruno Corbucci. Con Antonio Sabato, Elio Pandolfi, Aldo Giuffré, Vittorio Caprioli, Maria Pia Giancaro, Valeria Fabrizi, Gisela Hahn, Nadia Cassini, Lucretia Love, Vittorio Congia Erotico, durata 103′ min. – Italia 1971.

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 Antonio Sabato e Nadia Cassini

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 Valeria Fabrizi

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 Valeria Fabrizi e Gisela Hahn

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 Pia Giancaro

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 Lucretia Love

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 Antonio Sabato

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 Vittorio Caprioli

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 Carlo Giuffrè

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Quando gli uomini armarono la clava e... con le donne fecero din-don banner protagonisti

Antonio Sabàto: Ari
Aldo Giuffré: Gott
Vittorio Caprioli: Gran Profe
Nadia Cassini: Lisistrata
Elio Pandolfi: Lonno
Lucretia Love: Lella
Pia Giancaro: Bea
Renato Rossini: Maci
Valeria Fabrizi: donna dell’arbitro
Gisela Hahn: Sissi
Elio Crovetto: arbitro al torneo iniziale

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Regia Bruno Corbucci
Soggetto Massimo Felisatti, Fabio Pittorru, liberamente tratto dalle commedie Lisistrata e Le donne alla festa di Demetra di Aristofane
Sceneggiatura Massimo Felisatti, Fabio Pittorru, Bruno Corbucci
Casa di produzione Empire Films
Distribuzione (Italia) Fida Cinematografica
Fotografia Fausto Zuccoli
Montaggio Vincenzo Tomassi
Effetti speciali Eugenio Ascani
Musiche Giancarlo Chiaramello
Scenografia Nedo Azzini
Costumi Luciana Marinucci

Quando gli uomini armarono la clava e... con le donne fecero din-don banner recensioni

L’opinione di mm40 tratta dal sito http://www.filmtv.it

(…) All’interno della parabola discendente che investì la commedia italiana nel corso degi anni ’70 e ’80 (nei ’90 oramai si era arrivati già sottoterra) ci fu spazio anche per un breve filone ‘cavernicolo’; aperto qualche mese prima da Pasquale Festa Campanile con Quando le donne avevano la coda, trovò seguito anche in questa squallida farsuccia a tinte erotiche, che non risparmia reiterate ostentazioni di posteriori e mammelle femminili ed approfitta di un linguaggio simil-cavernicolo per disseminare oscenità verbali a piene mani. Ma i dialoghi dell’Armata Brancaleone – per rifarsi ad un esempio ben più nobile – erano ben altra cosa, qui siamo nel triviale linguaggio della bettola e le tematiche non vanno praticamente mai oltre a quelle relative alla fornicazione (anche l’anacronistico entusiasmo per la scoperta del petrolio è davvero trovatina sempliciotta e piuttosto magra); sceneggiano il regista, Felisatti e Pittorru, autori di lavori di serie B, con il coraggio addirittura di dichiarare un’improbabile ispirazione derivante dalle commedie Lisistrata e Le donne alla festa di Demetra di Aristofane. La fortuna dei tre sta nel fatto che ormai, nel 1971, gli eredi del commediografo greco sono irreperibili. Vittorio Caprioli, attore di buona caratura, si svende (e talvolta purtroppo lo faceva) in questo prodottaccio insignificante; accanto a lui ci sono Antonio Sabàto, Aldo Giuffrè, Nadia Cassini e Valeria Fabrizi. All’interno della parabola discendente che investì la commedia italiana nel corso degi anni ’70 e ’80 (nei ’90 oramai si era arrivati già sottoterra) ci fu spazio anche per un breve filone ‘cavernicolo’; aperto qualche mese prima da Pasquale Festa Campanile con Quando le donne avevano la coda, trovò seguito anche in questa squallida farsuccia a tinte erotiche, che non risparmia reiterate ostentazioni di posteriori e mammelle femminili ed approfitta di un linguaggio simil-cavernicolo per disseminare oscenità verbali a piene mani. Ma i dialoghi dell’Armata Brancaleone – per rifarsi ad un esempio ben più nobile – erano ben altra cosa, qui siamo nel triviale linguaggio della bettola e le tematiche non vanno praticamente mai oltre a quelle relative alla fornicazione (anche l’anacronistico entusiasmo per la scoperta del petrolio è davvero trovatina sempliciotta e piuttosto magra); sceneggiano il regista, Felisatti e Pittorru, autori di lavori di serie B, con il coraggio addirittura di dichiarare un’improbabile ispirazione derivante dalle commedie Lisistrata e Le donne alla festa di Demetra di Aristofane. La fortuna dei tre sta nel fatto che ormai, nel 1971, gli eredi del commediografo greco sono irreperibili. Vittorio Caprioli, attore di buona caratura, si svende (e talvolta purtroppo lo faceva) in questo prodottaccio insignificante; accanto a lui ci sono Antonio Sabàto, Aldo Giuffrè, Nadia Cassini e Valeria Fabrizi.(…)
L’opinione di marcopolo30 tratta dal sito http://www.filmtv.it

Cosaccia idiota e insulsa, persino per gli standard della commedia Italiana anni ’70. Comunque con un titolo così non è che ci si potesse aspettare chissà cosa. Grande curiosità desta l’aver voluto dare ai cavernicoli un accento simil-ciociaro con tutti i verbi all’infinito, mah! V’è poi un handycap aggiunto chiamato Antonio Sabato, affiancato per l’occasione da nientepocodimenoche Nadia Cassini. Inoltre, non contento di aver prodotto una zozzeria d’infima fattura, Corbucci decide di chiosare il tutto con un bel paio di frasi retorica su guerra, pace e amore. Trash totale.

L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com

Pressoché tremendo cavernicolo sull’onda di Quando le donne avevano la coda e sequel . Si resta allibiti nel leggere il cast e nel vederne i desolanti risultati. Primo tempo già brutto, ma guardabile, con crollo nel secondo, ricco di volgarità che neppure fanno ridere. Anche le citazioni da 2001 Odissea nello spazio sono talmente sciatte e mal sfruttate da non riuscire a risollevare un film che vive solo delle forme della Cassini e del volto della Giancaro. Da evitare con massima cura.

L’opinione di Caesars dal sito http://www.davinotti.com

Tremendo. Basta dire che a suo confronto il pur pessimo Quando le donne persero la coda sembra quasi un film da Oscar, per capire il valore artistico di questa pellicola firmata da un mestierante, Bruno Corbucci, che altrove ha fornito risultati ben migliori. Spiace vedere immischiati in simile operazione gente come Caprioli, Pandolfi e Giuffrè. Il povero spettatore che decide di sottoporsi alla visione di questo film potrà comunque almeno rifarsi gli occhi con le forme della Cassini. Un pallino basta e avanza.

L’opinione di Fabbiu dal sito http://www.davinotti.com

È un peccato che un buon cast e valide location siano state sprecate in questo modo. Perché un comico che annoia è proprio grave; credo che volessero inaugurare un nuovo filone, la commedia sexy cavernicola, finito (per fortuna) in tre capitoli. Per forza, non c’è mai un attimo in cui si sorride e il linguaggio pseudo latino risulta stancante (mica come il linguaggio barbaro di Attila con Diego!); la stessa trama semplicissima (libera interpretazione di alcuni classici greci) è un po’ come la seccessione dei plebei sull’Aventino: stancante.

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novembre 28, 2014 Posted by | Commedia | , , , , , , , , , | 1 commento