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L’insostenibile leggerezza dell’essere

Praga,1968

Tomas è un neurochirgo di una certa fama,economicamente ben messo e sopratutto irresistibile conquistatore di donne.
Tra di esse si distingue Sabina,un’artista prototipo della femminista,indipendente e priva di qualsiasi inibizione; tra i due,oltre al rapporto intimo
esiste un vero rapporto di amicizia.  due infatti,pur volendosi bene,amano troppo la loro indipendenza,la loro libertà.
A breve le cose cambiano,in modo irreversibile.
Mentre è in trasferta per lavoro,conosce Teresa,una ragazza che coltiva l’hobby della fotografia e che vorrebbe andar via dal piccolo paese nel quale è confinata.
Sogna infatti di sfondare in un mondo che è quasi totalmente al maschile.
Tomas,che si è innamorato di lei,della sua freschezza,della sua voglia di vivere riesce a convincerla a seguirlo a Praga.


Qui Teresa e Sabina si conoscono e diventano amiche,tanto che la fotografa la riprende più volte;ma sta per scoppiare la primavera di Praga,con l’invasione dei carri armati russi che occupano militarmente la Cecoslovacchia,stritolando il sogno di libertà dei cecoslovacchi e dei loro leader,Dubcek e Svoboda.
Grazie ad alcune riprese fatte di nascosto,Teresa rimedia dei soldi e i tre vanno a rifugiarsi in Svizzera.Qui mentre Sabina conosce un insegnante universitario,sposato, Tomas nonostante il legame con Teresa continua a frequentare altre donne.L’amicizia tra i tre si interrompe,fisicamente,nel momento in cui Sabina decide di andar via dalla Svizzera,rifiutando di legarsi con il docente,che nel frattempo a lasciato moglie e figli per lei.
La sua vita libera non può accettare limitazioni,e pur amandolo,Sabina lo abbandona.
Cosa che fa anche Teresa,stanca dei tradimenti di Tomas;la ragazza torna a Praga,seguita però da Tomas,che è diventato suo marito.
Che lo fa rischiando molto,in quanto il neurochirurgo aveva pubblicato dei pamphlet anti sovietici; difatti appena arrivato a Praga
a Tomas viene ritirato il passaporto e bloccata la sua professione.
Dopo un periodo difficilissimo,Tomas e Teresa,che hanno ripreso il loro legame che è sicuramente più forte delle infedeltà dell’uomo,dopo
un tentativo di Teresa di togliersi la vita,i due dicevo vanno a vivere in un tranquillo posto di campagna,dove per breve tempo vivranno finalmente una vita serena,anzi,felice.Ma il destino è in agguato…


L’insostenibile leggerezza dell’essere (The Unbearable Lightness of Being,nella versione internazionale),tratto dall’omonimo romanzo di Milan Kundera,è un film molto bello diretto dal regista statunitense Philip Kaufman che porta sullo schermo la riduzione del romanzo considerato uno dei più ostici da rappresentare su pellicola.
Kaufman ci riesce dimenticando in parte il pedissequo ripercorrere delle parole di Kundera,lasciando in un canticcuio la più che chiara critica
alla realizzazione del socialismo reale dello stesso,badando essenzialmente a raccontare la storia d’amore con tanto di tragico finale di due amanti
che dovrebbero essere confinati in un mondo che non sentono loro,nel quale le libertà non solo sono negate,ma completamente annichilite.
Il regime sovietico infatti instaura nel paese,che appena vent’anni prima aveva conosciuto la brutale occupazione nazista,un regime forse non cosi sanguinario,ma sicuramente illiberale e oppressivo.
Il romanzo di Kundera parte da assunti che per forza di cose nel film vengono accantonati;manca la descrizione del vivace mondo culturale della Cecoslovacchia pre invasione,manca sopratutto il punto di forza del racconto,l’impossibilità da parte dell’uomo di determinare il proprio destino (uso una semplificazione massima),insomma manca lo spirito del romanzo.
Ma questo non è un punto negativo.


Il film non scende in profondità,preferisce raccontare delle vite;come dice Tomas,”Se io avessi due vite, nella prima inviterei Tereza a restare a casa mia e nella seconda la sbatterei fuori: così potrei fare un paragone e decidere come comportarmi. Ma si vive una volta sola. La vita è così leggera: è come uno schema che non si può mai riempire né correggere né migliorare. È spaventoso!”
In termini semplici,è la filosofia del libro…
Vite sospese,in balia degli avvenimenti,in balia del potere,del destino.
Che in modo lato è il fondamento del romanzo di Kundera,se vogliamo.Ma tutto finisce quà.A Kaufman interessa la descrizione delle psicologie dei suoi personaggi,tormentati più dal quotidiano che da astruse preoccupazioni filosofiche.
Molto bella la descrizione ambientale,con una parte del film che mostra le reali foto,piccoli filmati della brutale aggressione russa;imperialista ne più ne meno,molto lontana da quella idea di liberazione dei popoli che aveva ispirato Marx e in fondo la rivoluzione d’ottobre.
Kaufman,del quale ricordo con piacere lavori di ottimo livello come Terrore dallo spazio profondo,Henry & June,Sol levante,usa un’ottima fotografia,una sceneggiatura appropriata e prima di tutto degli ottimi attori per creare un film ricco d’atmosfera e di momenti interessanti.


Lena Olin,Juliette Binoche e Daniel Day Lewis sono impeccabili,intensi e credibili nei ruoli di tre persone diversissime,ma conscie di un ruolo a loro attribuito da un destino che alla fine si rivelerà anche beffardo.
Menzione d’onore per Sven Nykvist,il fotografo preferito da Bergman,fortemente voluto da Kaufman.
Un bel film,davvero,che ha avuto una buna accoglienza da parte della critica e controverse reazioni da parte del pubblico;in rete ho letto recensioni molto approssimative,legate alla presunta infedeltà del film al romanzo.Ancora una volta gioverebbe ricordarsi che un film non deve portare sullo schermo,sic e simpliciter,quella che è l’ossatura di un romanzo ma deve essere la sintesi della sensibilità del regista unita
allo “sfruttamento” delle qualità dei propri attori.
Per chi volesse vedere il film in una definizione ottima il link streaming è il seguente: http://www.altadefinizione01.zone/6592-linsostenibile-leggerezza-dellessere.html

L’insostenibile leggerezza dell’essere
Un film di Philip Kaufman. Con Juliette Binoche, Daniel Olbrychski, Daniel Day-Lewis, Lena Olin, Erland Josephson, Stellan Skarsgård, Derek de Lint, Pavel Landovský, Donald Moffat, Tomasz Borkowy, Bruce Myers, Pavel Slaby, Pascale Kalensky, Jacques Ciron, Anne Lonnberg Titolo originale The Unbearable Lightness of Being.Drammatico Commedia, durata 173 min. – USA 1988

Daniel Day-Lewis: Tomáš
Juliette Binoche: Tereza
Lena Olin: Sabina
Derek de Lint: Franz
Erland Josephson: Ambasciatore
Pavel Landovský: Pavel
Donald Moffat: Chirurgo capo
Tomek Bork: Jiri
Daniel Olbrychski: Ufficiale del Ministero degli Interni
Stellan Skarsgård: L’Ingegnere
Bruce Myers: Editore cecoslovacco
Pavel Slaby: Nipote di Pavel
Pascale Kalensky: Infermiera Katja
Jacques Ciron: Manager del ristorante svizzero
Anne Lonnberg: Fotografa svizzera
Clovis Cornillac: Ragazzo al bar

Regia Philip Kaufman
Soggetto Milan Kundera (omonimo romanzo)
Sceneggiatura Jean-Claude Carrière, Philip Kaufman
Produttore Saul Zaentz
Produttore esecutivo Bertil Ohlsson
Fotografia Sven Nykvist
Montaggio Vivien Hillgrove Gilliam, Michael Magill, Walter Murch, B.J. Sears
Effetti speciali Trielli Bros.
Musiche Mark Adler, Ernie Fosselius, Leos Janácek
Costumi Ann Roth
Trucco Suzanne Benoit

L’idea dell’eterno ritorno è misteriosa e con essa Nietzsche ha messo molti filosofi nell’imbarazzo: pensare che un giorno ogni cosa si ripeterà così come l’abbiamo già vissuta, e che anche questa ripetizione debba ripetersi all’infinito! Che significato ha questo folle mito?
Il mito dell’eterno ritorno afferma, per negazione, che la vita che scompare una volta per sempre, che non ritorna, è simile a un’ombra, è priva di peso, è morta già in precedenza, e che, sia stata essa terribile, bella o splendida, quel terrore, quello splendore, quella bellezza non significano nulla. Non occorre tenerne conto, come di una guerra fra due Stati africani del quattordicesimo secolo che non ha cambiato nulla sulla faccia della terra, benché trecentomila negri vi abbiano trovato la morte fra torture indicibili. E anche in questa guerra fra due Stati africani del quattordicesimo secolo, cambierà qualcosa se si ripeterà innumerevoli volte nell’eterno ritorno? Si, qualcosa cambierà: diventerà un blocco che svetta e perdura, e la sua stupidità non avrà rimedio. Se la Rivoluzione francese dovesse ripetersi all’infinito, la storiografia francese sarebbe meno orgogliosa di Robespierre. Dal momento, però, che parla di qualcosa che non ritorna, gli anni di sangue si sono trasformati in semplici parole, in teorie, in discussioni, sono diventati più leggeri delle piume, non incutono paura. C’è un’enorme differenza tra un Robespierre che si è presentato una volta nella storia e un Robespierre che torna eternamente a tagliare la testa ai francesi. Diciamo quindi che l’idea di eterno ritorno indica una prospettiva nella quale le cose appaiono in maniera diversa da come noi le conosciamo: appaiono prive della circostanza attenuante della loro fugacità. Questa circostanza attenuante ci impedisce infatti di pronunciare qualsiasi verdetto. Si può condannare ciò che è effimero? La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina. Or non è molto, mi sono sorpreso a provare una sensazione incredibile: stavo sfogliando un libro su Hitler e mi sono commosso alla vista di alcune sue fotografie; mi ricordavano la mia infanzia; io l’ho vissuta durante la guerra; parecchi miei familiari hanno trovato la morte nei campi di concentramento hitleriani; ma che cos’era la loro morte nei campi di concentramento davanti alla fotografia di Hitler che mi ricordava un periodo scomparso della mia vita, un periodo che non sarebbe più tornato? Questa riconciliazione con Hitler tradisce la profonda perversione morale che appartiene a un mondo fondato essenzialmente sull’inesistenza del ritorno, perché in un mondo simile tutto è già perdonato e quindi tutto è cinicamente permesso.

maggio 26, 2018 Posted by | Drammatico | , , , | Lascia un commento

L’ultimo dei Mohicani

L'ultimo dei Mohicani locandina

Come recita la didascalia iniziale, la vicenda è ambientata nel Nord America nel 1757, durante l’epoca della guerra tra Francia e Inghilterra per il controllo delle colonie.
Un ufficiale inglese si reca in un villaggio di nativi americani per tentare una difficile opera di reclutamento, utilizzando come sistema di persuasione il dovere morale dei nativi stessi di difendere il territorio sotto la giurisdizione inglese.
Il fiero capo dei Mohicani, Chingachgook, che è momentaneamente ospite del villaggio assieme a suo figlio Uncas e ad un bianco da lui adottato perchè orfano di genitori (inglesi) di nome Nathan ma soprannominato Occhio di falco per il suo straordinario talento di cacciatore con il fucile, rifiuta di farsi coinvolgere in quella che ritiene una guerra assurda e continua con i suoi compagni il lungo viaggio che ha intrapreso.
Tuttavia, durante il viaggio, accade qualcosa che fatalmente costringerà i tre compagni a doversi schierare con gli inglesi: si imbattono infatti in una piccola colonna inglese che è stata attaccata dai nativi Uroni, alleati dei francesi.
Grazie all’aiuto provvidenziale di Chingachgook, di Uncas e di Occhiodifalco, sopravvivono all’attacco il maggiore Heyward e due ragazze, le figlie del comandante di Fort Henry colonnello Munro.

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L’arrivo nel forte davanti al colonnello Munro

Le due giovani donne, Cora e Alice Munro, arrivano così sane e salve al forte, non prima però di essere passate per un’altra esperienza orribile.
Sul cammino che porta a Fort Henry il gruppo assiste ad uno spettacolo raccapricciante: tutti gli appartenenti alla fattoria di John Cameron sono stati massacrati dai nativi Ottawa, anch’essi alleati con i francesi.
Mentre Heyward è convinto che ad operare il massacro siano stati dei semplici banditi, i tre amici hanno capito che ormai la rivolta ha assunto livelli estremamente pericolosi.
Raggiunto il forte e consegnate le due ragazze al padre, per tutta ricompensa Occhiodifalco, Chingachgook e Uncas vengono di fatto resi prigionieri e a loro viene impedito di allontanarsi dal forte.

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Alice e Cora

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I tre amici scoprono il massacro dei coloni

La difesa del forte stesso è impossibile, così dopo una breve resistenza, gli inglesi capitolano e accettano l’offerta del comandante francese Gen Montcalm che propone loro la vita salva e l’onore delle armi in cambio della resa.
Durante il mesto ritiro delle truppe inglesi, le stesse vengono attaccate vigliaccamente dagli Uroni guidati da Magua, che si aspettava un bottino di guerra ben più cospicuo.
Il colonnello Munro viene ucciso da Magua, sotto gli occhi impotenti del gruppetto superstite, che conta ormai soltanto le due ragazze, i due nativi Mohicani e Occhiodifalco, perchè anche Heyward verrà selvaggiamente ucciso.
Nel frattempo accanto a tanto orrore si sviluppano e si intrecciano le storie d’amore tra Alice e Uncas e Nathan Occhiodifalco e Cora: il destino, dopo tutta una serie di avventure, serberà a questa coppia un fato favorevole.
Infatti sia Uncas che Alice morranno, il primo ucciso da Magua, la seconda suicidandosi pur di seguire l’amato.
Nel finale, Chingachgook vendicherà suo figlio e Alice uccidendo il malvagio Magua e ai funerali con tristezza chiederà ai suoi dei di pazientare per lui, Chingachgook ormai l’ultimo della fiera stirpe dei Mohicani seguirà presto suo figlio.
Epico, spettacolare, magnifico esempio di film d’avventura è questa riduzione del romanzo di James Fenimore Cooper L’ultimo dei Mohicani, realizzata da Michael Mann usando fedelmente il testo scritto e sceneggiando quella che è una delle opere più belle nella storia del cinema sia per quanto riguarda la compattezza e lo svolgimento degli avvenimenti sia per tutta un’altra serie di motivi che illustrerò in seguito.

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Momenti di tenerezza fra Nathan e Cora

Michael Mann, regista di Manhunter – Frammenti di un omicidio crea un film praticamente perfetto in cui tutti i meccanismi che servono per creare un’opera epica e di gran respiro appaiono perfettamente studiati e realizzati.
Scenografie maestose e location affascinanti, ritmo e azione, recitazione di un cast assolutamente adeguato con la ciliegina sulla torta costituita da una colonna sonora tra le più belle dell’intera cinematografia di tutti i tempi concorrono a creare un capolavoro pressochè unico e inimitabile non solo nei limiti del film d’azione e d’avventura.
Quello che Mann fa è dare risalto e potenza visiva ad un romanzo che dilata i tempi rendendo più lento lo scorrimento delle varie vicende dei protagonisti: così mentre nel romanzo di Cooper le storie d’amore dei quattro giovani protagonisti ovvero Nathan, Cora, Alice e Uncas appaiono più dettagliate, nel film per forza di cose tutto si accelera, anche se sempre con un’acuratezza visiva e di sintesi che lascia sbalorditi.

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Il feroce capo degli Uroni, Magua

Grandissima la prova di recitazione di Daniel D.Lewis, protagonista tra l’altro di apparizioni in film importanti come Domenica, maledetta domenica, Gandhi,Il mio piede sinistro e che dopo questa grande prova apparirà in film importanti come Gangs of New York e Il petroliere.
Bravissima Madeleine Stowe, la Cora Munro che sceglie di amare quell’uomo fiero, dai grandi valori che ha appreso dal suo padre putativo e maestro spirituale Chingachgook che si chiama secondo l’usanza indiana Occhiodifalco; bravissimo Wes Studi, che essendo nativo d’origine rappresenta al meglio l’integrazione tra il personaggio del film e la fisicità tipica dei nativi americani.
Il suo sguardo truce, la sua “cattiveria” sono espresse con una capacità interpretativa che lascia stupefatti. L’attore americano infatti verrà utilizzato per un altro capolavoro ambientato tra i nativi, Balla coi lupi.
Dopo tutta questa serie di doverosi riconoscimenti, appare chiaro che andare a parlare di difetti della pellicola appare un esercizio di stile assolutamente fine a se stesso: il film coinvolge, attrae e alla fine commuove.

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La cattura delle due sorelle Munro

Cosa chiedere di più ad una pellicola d’evasione?
Nulla.
Per cui si può tranquillamente assurgere L’ultimo dei Mohicani all’Olimpo dei film più belli di sempre, almeno nel campo del cinema d’evasione.
Accanto ad altre riduzioni di romanzi, come Blade runner, per esempio.
Due annotazioni ancora.
Lo scenario delle Blue Ridge Mountains della Carolina del Nord sono il suggestivo sfondo del film; una natura lussureggiante e selvaggia che lascia senza fiato e che diventa un biglietto di presentazione turistico senza pari.
Infine la colonna sonora, scritta e composta dal duo Randy Edelman, Trevor Jones e che ebbe una fortunata versione da parte del musicista greco Vangelis, che a tratti è incantevole tanto da sembrare tutt’uno con quello che ci scorre sotto gli occhi.

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Nhatan prigioniero degli Uroni…

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…e prigioniero degli inglesi

Sottoscrivo, quindi, il giudizio del Morandini, verso il quale come sanno i lettori del mio blog, sono spesso ferocemente critico :” Con diversi aggiustamenti narrativi e ideologici, M. Mann, robusto specialista di cinema d’azione, e il suo cosceneggiatore Christopher Crowe si rifanno alla sceneggiatura scritta da Philip Dunne per l’edizione del 1936. Come e più che nelle versioni precedenti, il vero eroe è il bianco Occhio di Falco (Day-Lewis in gran forma), mentre i due Mohicani amici, Chingachook e suo figlio Uncas, gli fanno da spalla. Più che in passato, il culmine della vicenda è l’assedio di Fort William Henry in cui, durante la guerra franco-britannica dei sette anni (1756-63), gli inglesi furono sconfitti da forze francesi preponderanti. Difetti e debolezze non mancano, ma molto gli dev’essere perdonato perché ricrea un senso antico dell’avventura e dei grandi spazi, restituisce (anche per merito del colore di Dante Spinotti) il sapore di un’epoca col gusto di una vecchia stampa, ha la forza ingenua dei grandi sentimenti. Il film dà concretezza visiva alla parola “imboscata” e tiene fede alla bella immagine che gli fece da manifesto: l’agile Day-Lewis in corsa col tomahawk in pugno e la lunga carabina a tracolla.”
In ultimo, un appunto personale che riguarda le recensioni di quella che ormai è la bibbia personale dalla quale ricavo le recensioni di spettatori appassionati di cinema come me.

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Il massacro degli inglesi

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Il trionfo di Magua

Nel Davinotti ho letto critiche un tantino maliziose al film, accusato di essere troppo perfetto e studiato a tavolino. Il che è un controsenso, parlando di film in cui la vera protagonista è l’avventura; probabilmente qualche critico del noto sito dimentica che tutto è tratto dal romanzo omonimo e che ad esso va rapportato. Se non si è letto il romanzo, risulta davvero difficile capire la portata del lavoro fatto da Mann.
Insomma, in ultima analisi,un film che deve esser presente in ogni cineteca che si rispetti e che va visto almeno un paio di volte per apprezzarne appieno la bellezza.

 

L’ultimo dei mohicani, un film di Michael Mann. Con Daniel Day-Lewis, Madeleine Stowe, Russell Means, Eric Schweig, Jodhi May,Steven Waddington, Maurice Roëves, Wes Studi, Dylan Baker, Patrice Chereau, Edward Blatchford, Terry Kinney, Tracey Ellis, Justin M. Rice, Dennis Banks, Pete Postlethwaite, Colm Meaney
Titolo originale The Last of the Mohicans. Western, durata 122 min. – USA 1992.

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L'ultimo dei Mohicani banner personaggi

Daniel Day-Lewis: Nathaniel “Occhio di falco”
Madeleine Stowe: Cora Munro
Russell Means: Chingachgook
Eric Schweig: Uncas
Jodhi May: Alice Munro
Steven Waddington: Maggiore Duncan Heyward
Wes Studi: Magua
Maurice Roëves: Colonnello Edmund Munro
Patrice Chéreau: Gen Montcalm
Edward Blatchford: Jack Winthrop
Terry Kinney: John Cameron
Tracey Ellis: Alexandra Cameron
Justin M. Rice: James Cameron
Dennis Banks: Ongewasgone
Pete Postlethwaite: Capitano Beams

L'ultimo dei Mohicani banner cast

Regia Michael Mann
Soggetto James Fenimore Cooper
Sceneggiatura Christopher Crowe, Michael Mann
Produttore Michael Mann, Hunt Lowry
Casa di produzione Morgan Creek Productions
Distribuzione (Italia) 20th Century Fox
Fotografia Dante Spinotti
Montaggio Dov Hoenig, Arthur Schmidt
Effetti speciali Trix Unlimited
Musiche Randy Edelman, Trevor Jones
Scenografia Wolf Kroeger
Costumi Elsa Zamparelli
Trucco Peter Robb-King
Sfondi Robert Guerra, Richard Holland

Maestoso ed imponente (in primis per scenari, battaglie e colonna sonora) film storico di stampo classico-avventuroso; con ottimi interpreti e scene ben fatte (alcune anche abbastanza crude), talvolta però è un po’ prolisso e manca di un vero senso di coinvolgimento.

Tutto pensato in grande: paesaggi (esaltati dalla splendida fotografia), scene, musica. In questo affresco spettacolare, di indubbio fascino visivo, i personaggi rischiano di sembrare figure bidimensionali, e ciò nonostante le belle interpretazioni sia di Daniel Day-Lewis che di Wes Studi. Non mancano l’avventura, il dramma, l’amore, ma il risultato finale è uno di quei film che, pur risultando ammirevoli sotto tanti aspetti, non riescono a convincere fino in fondo. Potenziale capolavoro cui manca quel “quid” di difficile definizione.

Ottimamente confezionato, è un film d’avventura molto ben girato in cui la vena di Mann, pur non essendo all’altezza di altri suoi lavori passati e futuri, permette di raggiungere alla pellicola risultati ben superiori alla media. Piacevole ed abbastanza avvincente, si segnala per una certa sobrietà sia nella durata non oceanica come spesso accade in operazioni del genere, sia negli sviluppi narrativi che evitano inutili scene madre.

Dal celebre romanzo di Cooper, il regista americano per definizione più votato all’action moderno (Mann) dirige un’avventura di ampio respiro e di stampo straclassico. Nessuna sovrastruttura ideologica o complicazioni di sorta: avventura allo stato puro, personaggi semplici e lineari, grandi spazi (bella la fotografia di Dante Spinotti) ed un interprete inaspettato (DD Lewis) ma in forma, straordinariamente fedele ed aderente al personaggio. Forse un po’ prolisso, ma godibile.

Veri punti di forza di questo film sono l’ambientazione e la colonna sonora. Seguono poi gli attori, più che passabili (un plauso allo spietato indiano, di rara cattiveria). Il protagonista, un bianco (Occhio di Falco, detto anche Long Carabine), nonostante all’inizio sembri un po’ troppo hollywoodiano, diventa via via più convincente e l’azione, quasi costante, consente alla pellicola di far mantenere vivo l’interesse dello spettatore, grazie anche a un inseguimento finale con sorprese (la decisione della sorella della protagonista). Buono e consigliabile.

Guerra franco-inglese nelle colonie americane del 700: due donne attraversano foreste e battaglie, aiutate da alcuni indiani e braccate da altri. Maestoso film d’avventura che non lesina sul grandioso: paesaggi mozzafiato, fotografia impeccabile, musica d’effetto (spalmata su tutto fino alla nausea), spiegamento di mezzi e comparse. Ma tutto ciò non basta: questa versione del noto romanzo è tutta esteriore, attenta all’azione, senza anima né calore, senza un senso profondo che muova le cose. Tutto è talmente perfetto da risultare arido.

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L’incantevole paesaggio delle Blue Ridge Mountain nella Carolina del Sud

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Le Bald Falls Blue Ridge Mountains, teatro dello scontro finale

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Un’altra inquadratura delle Bald Falls Blue Ridge Mountains

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Due suggestive vedute delle Blue Ridge Mountain, location del film

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Daniel D. Lewis è Nathan

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Madeleine Stowe interpreta Cora Munro

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Jodhi May interpreta Alice Munro

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Wess Studi è Magua

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Eric Schweig è Uncas

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Lobby card del film

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Soundtrack del film

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dicembre 6, 2011 Posted by | Avventura | , , | 2 commenti