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Complicità e sospetti

Will è un architetto, compagno della svedese Liv, che ha una figlia frutto del primo matrimonio, Bea, una ragazzina tredicenne autistica
con problemi comportamentali e di alimentazione, interessata solo alla ginnastica artistica, che segue ossessivamente,
Con il suo amico e collega Sandy, Will trasferisce nella zona di King Cross il suo studio ,dove però viene preso di mira da un misterioso ladro che sistematicamente lo deruba delle apparecchiature elettroniche, computer e personal; dopo l’ennesimo furto, Will e Sandy decidono di stazionare la notte fuori dallo studio fino a quando Will scopre l’autore dei furti.
Si tratta di un giovane bosniaco, figlio di una sarta profuga di guerra, Amira; con la scusa di farsi riparare una giacca Will va a casa della donna, ma il fascino di Amira lo coinvolgerà in una storia d’amore che metterà ancora più in crisi la sua relazione con Liv…
Complicità e sospetti,diretto nel 2008 da Anthony Minghella gioca tutte le sue carte da un lato sull’analisi delle relazioni amorose tra i protagonisti del film e dall’altra su un’analisi descrittiva della vita della Londra cosmopolita ma al tempo stesso estraneante, quasi indifferente proprio alla multi etnicità che necessariamente ospita.


Tutto ruota al perno principale della vicenda, Will, un architetto che vorrebbe essere l’artefice di uno sviluppo urbano sostenibile e che contemporaneamente deve fare i conti con una vita privata arrivata ad un punto morto;
sarà proprio l’incontro con Amira, che vive una condizione personale completamente opposta a quella del borghese e integrato Will a mettere in crisi l’architetto, le sue certezze e il suo rapporto con Liv, troppo distratta dall’angosciante quotidianità che deriva dalla faticosa gestione della figlia per accorgersi del progressivo allontanamento dell’uomo.
Il dramma sentimentale va quindi a complicare le cose.
La visione di Londra, con le sue contraddizioni, il suo urbanesimo sospeso tra il passato e la voglia di futuro fanno da semplice sfondo al vero fulcro del film, il sentimento.
L’eterno amore, ancora una volta, viene analizzato questa volta nella diversità di condizione sociale; se Will è il rappresentante della Middle Class londinese, bello e affermato, in possesso di tutti gli emblemi (effimeri) dello status quo, dall’auto di lusso alla bella casa,dagli abiti firmati agli orpelli tecnologici dall’altro per contraltare c’è Amira, profuga di una guerra sanguinosa,quella bosniaca; la donna,trapiantata in una Londra così lontana dal suo stile di vita, quasi un’emarginata, con una vita fatta di sacrifici,rinunzie,resa angosciante anche dalla consapevolezza della maternità delusa da un figlio irriconoscente,che vive ai margini della legge, ma anche della società.


Due esistenze inconciliabili che però troveranno un punto di contatto, un’attrazione in grado di abbattere anche se solo temporaneamente gli steccati innalzati proprio da una società stratificata in classi e che vuole ricchi e nullatenenti divisi proprio dal possesso.
Nel film non è che accada chissà cosa.
Siamo nei paraggi del genere sentimentale drammatico, affrontato da Minghella con un linguaggio semplice e diretto, teso a mostrare principalmente gli aspetti dell’amore messo di fronte a difficoltà apparentemente insormontabili; il finale restituisce allo spettatore un rassicurante quanto ipocrita
riallineamento dei valori iniziali.
Ognuno ritorna alla vecchia vita, forse arricchito personalmente dall’accaduto ma conscio delle differenze sociali che non possono essere colmate; non siamo al finale dolce delle favole, ma a quello realistico che vuole che anche le cose belle abbiano un termine.
Niente happy end.


O almeno non quello sciropposo e sdolcinato dell’amore che trionfa su tutto, ma un happy end c’è comunque perchè se da un lato Will comprende che il legame con Liv ne esce rafforzato,dall’altro Amira evita che suo figlio finisca in galera,marchiato per sempre.
Anzi, il giovane potrà ricavare dalla vicenda lo slancio per tentare una problematica integrazione,un inquadramento in una società che dovrà vederlo non come antagonista,ma come disciplinato cittadino.
Un film discreto, a cui giova sicuramente l’ottima prova del cast,che include un sempre affascinante Jude Law nei panni di Will, una bella prova offerta da Robin Wright (Liv) e dalla sempre brava Juliette Binoche (Amira),forse un tantino poco credibile nei panni di una donna bosniaca ma in grado,con la sua classe e con le sue grandi doti recitative di colmare il gap.

 

 

Complicità e sospetti

Un film di Anthony Minghella. Con Jude Law, Martin Freeman, Juliette Binoche, Robin Wright, Ray Winstone, Vera Farmiga, Rafi Gavron, Poppy Rogers, Juliet Stevenson, Ed Westwick Titolo originale Breaking and Entering. Drammatico, durata 120 min. – USA, Gran Bretagna 2006. – Buena Vista International Italia

Jude Law: Will Francis
Juliette Binoche: Amira
Robin Wright Penn: Liv
Rafi Gavron: Mirsad “Miro” Simić
Martin Freeman: Sandy
Ed Westwick: Zoran
Velibor Topić: Vlado
Rad Lazar: Dragan
Poppy Rogers: Beatrice
Anna Chancellor: Kate
Juliet Stevenson: Rosemary
Mark Benton: Legge
Ray Winstone: Bruno Fella
Vera Farmiga: Oana

Regia Anthony Minghella
Soggetto Anthony Minghella
Sceneggiatura Anthony Minghella
Fotografia Benoît Delhomme
Montaggio Lisa Gunning
Musiche Gabriel Yared, Underworld

aprile 15, 2020 Posted by | Sentimentale | , , , , | Lascia un commento

Elles

Sposata, madre di due figli, Anne è una giornalista alle prese con un reportage delicato.
Le è stato affidato l’incarico di indagare su un fenomeno diffuso ormai a macchia d’olio, la prostituzione studentesca.
Anne avvicina due studentesse, Alicia e Charlotte: la prima è una ragazza polacca venuta in Francia per studiare, la seconda costretta a fare
due lavori part time per mantenersi agli studi.
Attraverso diversi colloqui la giornalista apprende particolari sulla vita delle due, scoprendo con sorpresa che non solo le giovani non si pentono di quello che fanno e che non si pongono alcun problema morale, ma che trovano la prostituzione come il sistema più veloce per ottenere ciò che ambiscono.
Nello specifico, Alicia può finalmente permettersi abiti firmati, un appartamento lussuoso e una vita più comoda mentre Charlotte, che ha anche un ragazzo ha trovato una scorciatoia per non ammazzarsi di lavoro, semplicemente concedendo il proprio corpo per uno spazio limitato di tempo.
Ma le due ragazze hanno una cosa in comune.


Entrambe frequentano,con grande sorpresa di Anne, uomini sposati e comunque di una certa età, con rarissime puntate di under 30. Oltre al sesso,gli occasionali clienti delle ragazze spesso chiedono solo di poter parlare, quasi nelle loro famiglie non possano trovare ascolto e conforto dalle partner.
Dopo i colloqui Anne si trova a riflettere sulla propria vita di borghese annoiata fatta da un menage matrimoniale insoddisfacente, con un marito e un figlio che in comune hanno solo l’abitudine di guardare film porno e in particolare il figlio di oziare passando il tempo fra erba e videogiochi.
Elles, film del 2012 diretto da Małgoska Szumowska è una pellicola tutta al femminile visto che oltre alla regista sono donne la produttrice Marianne Slot mentre la sceneggiatura è di Tine Byrckel. Sono ovviamente anche donne le tre protagoniste del film, le attrici Juliette Binoche e le due giovani che interpretano le prostitute,o forse sarebbe meglio usare un termine che oggi va per la maggiore,escort,ovvero Anaïs Demoustier e Joanna Kulig.
Un film con tante zone d’ombra e poche luci, girato in uno stile simil documentaristico,con più di un occhio strizzato ad un femminismo che mai come in questo caso appare di facciata; gli uomini del film appaiono o come repressi e insoddisfatti (e questo ci può anche stare) alla ricerca disperata di sesso comodo con giovani o come, nel caso dei congiunti di Anne, nullità senza scopo dediti anche loro ad un sesso forse più meschino,quello voyeuristico del film porno.


Viceversa, le due ragazze sembrano quasi nobilitate dalla loro professione.
Secondo la tesi del film, almeno quella che si desume dai dialoghi, vendere il proprio corpo è una scelta personale legittimata dal desiderio di evitare la fatica del lavoro,che permette alle due protagoniste del film di vivere anche molto meglio che con i proventi di un semplice e frustrante lavoro.
Passi per la tesi, ognuno con il proprio corpo, se non costretto, ci fa quel che gli pare.
Ma che a indagare sia la solita donna borghese insoddisfatta,che alla fine parteggia non tanto velatamente,anzi con evidente simpatia per la “causa” delle due ragazze, è francamente discutibile.


Ancora più discutibile è la trasgressione di Anna, più suggerita che esplicitata,che si traduce in una veloce relazione saffica con Alicia.
Il film frana proprio per la sua pretenziosità: la malcelata voglia di mettere a confronto la trasgressione sessuale con le escort e l’istituzione matrimonio si mostra di grana grossa, grossissima.
Manca del tutto una vera indagine psicologica,che parli delle autentiche sensazioni delle ragazze, viste solo nell’ottica del facile guadagno.
Il sesso diventa un mezzo senza lasciare nessuno strascico? Manca del tutto un’analisi comportamentale dei clienti, delle loro motivazioni,delle loro scelte. Perchè tradiscono le partner, cosa li spinge davvero al sesso a pagamento? Trasgressione o solitudine matrimoniale? Noia,insoddisfazione o una miscela più complessa?
E’ una visione troppo semplicistica, e quando viene da due donne,sceneggiatrice e regista, appare sospetta. Troppo.


In quanto al film, un po troppe scene di sesso che mancano di una reale utilità e che sembrano casualmente inserite per rendere scabroso il tema.
Che di per se lo sarebbe anche,ma che finisce per amalgamarsi e confondersi come i volti dei clienti; un sesso meccanico, a tratti ai limiti della depravazione,che le due ragazze fanno con una naturalezza da consumate professioniste,rendendo ancor più squallido il contesto.
Il finale è da brividi: Anne ha ricavato dai colloqui anche una certa eccitazione che tenta di trasferire nella vita di coppia,con esiti disastrosi,a tratti anche ridicoli. Particolarmente disturbante è la scena in cui Anne,sul pavimento del bagno,si concede un atto di auto erotismo che sembra placare i suoi sensi, eccitati dai racconti e sopratutto mortificato dall’indifferenza del marito. La scena è solo suggerita, non esplicitata ma basta a rndere ancor più squallido il contesto.


Spiace vedere una pellicola così scadente non tanto per il tema, che poteva essere trattato con molta più competenza quanto per la presenza di una Juliette Binoche alle prese con un personaggio ambiguo,non definito. Al quale l’attrice francese presta il suo volto e la sua abilità,le sue capacità interpretative che alla fine sono davvero l’unico motivo per vedere il film.
Poco più che sufficienti le prove di Anaïs Demoustier e Joanna Kulig,non pervenuti gli attori.
Un film del quale sconsiglio la visione.

Elles
un film di Malgorzata Szumowska, con Juliette Binoche, Anaïs Demoustier, Joanna Kulig, Louis-Do de Lencquesaing, Krystyna Janda. Titolo originale: Sponsoring. Genere Drammatico, – Francia, Polonia, Germania, 2011, durata 96 minuti,distribuito da Officine Ubu.

Juliette Binoche : Anne
Anaïs Demoustier : Charlotte
Joanna Kulig : Alicia
Krystyna Janda : la madre Alicia
Louis-Do de Lencquesaing : Patrick
Andrzej Chyra :il cliente sadico
Ali Marhyar : Saïd
Jean-Marie Binoche :il padre di Anne
François Civil: Florent
Pablo Beugnet : Stéphane
Valérie Dréville: la madre di Charlotte
Jean-Louis Coulloch :il padre di Charlotte
Arthur Moncia : Thomas
Scali Delpeyrat : Charles
Laurence Ragon : Colette

Regia di Małgoska Szumowska
Prodotto da Marianne Slot
Sceneggiato da Tine Byrckel e Małgoska Szumowska
Musiche di Paweł Mykietyn
Fotografia di Michał Englert
Montaggio di Françoise Tourmen

marzo 4, 2020 Posted by | Drammatico | , | Lascia un commento

Il gioco delle coppie

Alain, editore letterario di successo è a un bivio della sua carriera.
L’editoria digitale sta facendo passi da gigante e lui si trova di fronte al dilemma se accettare la sfida e lanciarsi nel complesso mondo
del digitale o proseguire con la tradizione, con i libri in formato cartaceo e quindi ignorare le sfide che gli ebook comportano.
Nel frattempo è anche alle prese con l’ultimo romanzo del suo amico Leonard, scrittore anticonformista del quale ha già pubblicato
altre opere.
Ma questa, a suo giudizio, mostra una pericolosa fase di involuzione e quindi rifiuta di pubblicarla.
Nonostante il parere contrario di sua moglie Selena, una stellina delle serie Tv, che invece giudica il libro il migliore della carriera di Leonard; ma il parere della donna è anche condizionato dalla relazione che la donna ha, da anni,con lo scrittore che a sua volte convive con Valerie, segretaria di un importante uomo politico.


A complicare la decisione finale di Alain si mette anche la relazione che l’uomo ha con Laure, un’esperta di marketing digitale, giovane e ambiziosa, sessualmente bisessuale e che spinge l’editore verso la nuova frontiera dell’informatica.
In questo valzer di amore e tradimenti si innestano le vicende personali dei protagonisti, divisi fra la vita pubblica, gli interessi e la vita privata.
Il gioco delle coppie, bruttissimo titolo italiano per l’originale Doubles vies, che sembra suggerire tutt’altra pellicola rispetto a quella che è in realtà
è un film diretto nel 2018 dal regista francese Olivier Assayas, tutto giocato su interminabili e francamente a tratti fastidiose divagazioni dei protagonisti sugli aspetti che comporta la nuova era del digitale.
Un film che non si schioda mai dalle schermaglie fra i protagonisti, borghesissimi rappresentanti della società francese, lontani dai problemi concreti
del quotidiano e quindi alle prese con problematiche che nel film sembrano pretestuose,quando non a tratti irritanti.
Il gioco delle coppie è l’esempio lampante della disparità di giudizio fra critica e pubblica,che raramente come in questo caso appare distante.
Lo spettatore qualunque si ritrova alle prese con un film confezionato con stile, ma verboso all’eccesso nel quale si innestano le pene amorose (sic.) dei protagonisti, legati da relazioni sesso/sentimentali e impegnati a disquisire, in interminabili cene, di libri e pettegolezzi, di politica e fatterelli, che alla lunga finiscono non solo per stancare ma anche per irritare lo spettatore.

Su tutto veleggia lo spettro del futuro digitale, visto da Alain come una sfida dai contorni incerti, da Selena come un’innovazione inutile e pericolosa e da Valerie come l’unica vera via del romanzo e del saggio.
Un po troppo poco per appassionare il pubblico, sconcertato da una serie infinita di dialoghi che avvengono davanti ad un bicchiere di vino e ad un antipasto; dialoghi per altro poco interessanti, che cercano di mescolare le idee dei protagonisti conciliandoli anche con il privato, che finisce per condizionare pesantemente le idee degli stessi.
Perchè se Selena sembra difendere a spada tratta il romanzo dell’amante e il giudizio appare inficiato proprio dalla relazione sentimentale, così come le decisioni di Alain appaiono prese in modo epidermico, vista la sua contemporanea relazione con Valerie, che a sua volta ne ha una contemporaneamente con una ragazza. Un micro cosmo che fa discorsi impegnati e che vive in maniera frivola il proprio privato,
quasi uno scollamento fra essere e apparire. E quando Alain decide di pubblicare il romanzo di Leonard su pressione e suggerimento di Selena non fa altro che confermare come le decisioni  prese siano più frutto della superficialità che del raziocinio.
Potrei citare il titolo di un film italiano per sintesi del film: Sotto il vestito niente.


Dietro la cortina fumogena alzata da Olivier Assayas, tutta dialoghi forbiti e citazioni, fra le quali la ormai tradizionale “Bisogna che tutto cambi perchè nulla cambi” di Tomasi di Lampedusa,dietro tutto dicevo c’è la pochezza del film.
Che si tramuta in un logorroico,torrenziale diluvio di parole che scivolano senza lasciare nulla, o meglio, lasciando solo un fastidioso senso di vuoto e francamente un po di invidia verso chi nella vita non ha da affrontare i veri problemi del quotidiano.
Il cast in qualche modo fa la sua parte, e ci mancherebbe, viste le qualità di Juliette Binoche (Selena) e di Guillaume Canet (Alain);
bene anche Vincent Macaigne (Leonard), alle prese con un personaggio scomodo, lo scrittore intellettualoide che disprezza la società salvo poi nutrirsi dei miti di essa,che tradisce la sua compagna salvo poi stancarsene, che frequenta Alain salvo poi tradirne la fiducia per anni diventando l’amante della moglie.
Personaggi umanamente squallidi e diciamocela tutta, anche intellettualmente.
Un film del quale sconsiglio la visione a meno che non si sia attratti da pistolotti sul sesso degli angeli.

Il gioco delle coppie

Regia di Olivier Assayas, con Guillaume Canet, Juliette Binoche, Vincent Macaigne, Nora Hamzawi, Christa Théret. Titolo originale: Doubles vies. Titolo internazionale: Non fiction. Genere Commedia, – Francia, 2018, durata 100 minuti

Guillaume Canet: Alain
Juliette Binoche: Selena
Vincent Macaigne: Léonard
Christa Théret: Laure
Nora Hamzawi: Valérie
Pascal Greggory: Marc-Antoine

Regia Olivier Assayas
Sceneggiatura Olivier Assayas
Produttore Charles Gillibert
Produttore esecutivo Sylvie Barthet
Casa di produzione CG Cinéma
Distribuzione in italiano I Wonder Pictures
Fotografia Yorick Le Saux
Montaggio Simon Jacquet
Scenografia François-Renaud Labarthe

febbraio 27, 2020 Posted by | Commedia | , , , , , | 2 commenti

L’insostenibile leggerezza dell’essere

Praga,1968

Tomas è un neurochirgo di una certa fama,economicamente ben messo e sopratutto irresistibile conquistatore di donne.
Tra di esse si distingue Sabina,un’artista prototipo della femminista,indipendente e priva di qualsiasi inibizione; tra i due,oltre al rapporto intimo
esiste un vero rapporto di amicizia.  due infatti,pur volendosi bene,amano troppo la loro indipendenza,la loro libertà.
A breve le cose cambiano,in modo irreversibile.
Mentre è in trasferta per lavoro,conosce Teresa,una ragazza che coltiva l’hobby della fotografia e che vorrebbe andar via dal piccolo paese nel quale è confinata.
Sogna infatti di sfondare in un mondo che è quasi totalmente al maschile.
Tomas,che si è innamorato di lei,della sua freschezza,della sua voglia di vivere riesce a convincerla a seguirlo a Praga.


Qui Teresa e Sabina si conoscono e diventano amiche,tanto che la fotografa la riprende più volte;ma sta per scoppiare la primavera di Praga,con l’invasione dei carri armati russi che occupano militarmente la Cecoslovacchia,stritolando il sogno di libertà dei cecoslovacchi e dei loro leader,Dubcek e Svoboda.
Grazie ad alcune riprese fatte di nascosto,Teresa rimedia dei soldi e i tre vanno a rifugiarsi in Svizzera.Qui mentre Sabina conosce un insegnante universitario,sposato, Tomas nonostante il legame con Teresa continua a frequentare altre donne.L’amicizia tra i tre si interrompe,fisicamente,nel momento in cui Sabina decide di andar via dalla Svizzera,rifiutando di legarsi con il docente,che nel frattempo a lasciato moglie e figli per lei.
La sua vita libera non può accettare limitazioni,e pur amandolo,Sabina lo abbandona.
Cosa che fa anche Teresa,stanca dei tradimenti di Tomas;la ragazza torna a Praga,seguita però da Tomas,che è diventato suo marito.
Che lo fa rischiando molto,in quanto il neurochirurgo aveva pubblicato dei pamphlet anti sovietici; difatti appena arrivato a Praga
a Tomas viene ritirato il passaporto e bloccata la sua professione.
Dopo un periodo difficilissimo,Tomas e Teresa,che hanno ripreso il loro legame che è sicuramente più forte delle infedeltà dell’uomo,dopo
un tentativo di Teresa di togliersi la vita,i due dicevo vanno a vivere in un tranquillo posto di campagna,dove per breve tempo vivranno finalmente una vita serena,anzi,felice.Ma il destino è in agguato…


L’insostenibile leggerezza dell’essere (The Unbearable Lightness of Being,nella versione internazionale),tratto dall’omonimo romanzo di Milan Kundera,è un film molto bello diretto dal regista statunitense Philip Kaufman che porta sullo schermo la riduzione del romanzo considerato uno dei più ostici da rappresentare su pellicola.
Kaufman ci riesce dimenticando in parte il pedissequo ripercorrere delle parole di Kundera,lasciando in un canticcuio la più che chiara critica
alla realizzazione del socialismo reale dello stesso,badando essenzialmente a raccontare la storia d’amore con tanto di tragico finale di due amanti
che dovrebbero essere confinati in un mondo che non sentono loro,nel quale le libertà non solo sono negate,ma completamente annichilite.
Il regime sovietico infatti instaura nel paese,che appena vent’anni prima aveva conosciuto la brutale occupazione nazista,un regime forse non cosi sanguinario,ma sicuramente illiberale e oppressivo.
Il romanzo di Kundera parte da assunti che per forza di cose nel film vengono accantonati;manca la descrizione del vivace mondo culturale della Cecoslovacchia pre invasione,manca sopratutto il punto di forza del racconto,l’impossibilità da parte dell’uomo di determinare il proprio destino (uso una semplificazione massima),insomma manca lo spirito del romanzo.
Ma questo non è un punto negativo.


Il film non scende in profondità,preferisce raccontare delle vite;come dice Tomas,”Se io avessi due vite, nella prima inviterei Tereza a restare a casa mia e nella seconda la sbatterei fuori: così potrei fare un paragone e decidere come comportarmi. Ma si vive una volta sola. La vita è così leggera: è come uno schema che non si può mai riempire né correggere né migliorare. È spaventoso!”
In termini semplici,è la filosofia del libro…
Vite sospese,in balia degli avvenimenti,in balia del potere,del destino.
Che in modo lato è il fondamento del romanzo di Kundera,se vogliamo.Ma tutto finisce quà.A Kaufman interessa la descrizione delle psicologie dei suoi personaggi,tormentati più dal quotidiano che da astruse preoccupazioni filosofiche.
Molto bella la descrizione ambientale,con una parte del film che mostra le reali foto,piccoli filmati della brutale aggressione russa;imperialista ne più ne meno,molto lontana da quella idea di liberazione dei popoli che aveva ispirato Marx e in fondo la rivoluzione d’ottobre.
Kaufman,del quale ricordo con piacere lavori di ottimo livello come Terrore dallo spazio profondo,Henry & June,Sol levante,usa un’ottima fotografia,una sceneggiatura appropriata e prima di tutto degli ottimi attori per creare un film ricco d’atmosfera e di momenti interessanti.


Lena Olin,Juliette Binoche e Daniel Day Lewis sono impeccabili,intensi e credibili nei ruoli di tre persone diversissime,ma conscie di un ruolo a loro attribuito da un destino che alla fine si rivelerà anche beffardo.
Menzione d’onore per Sven Nykvist,il fotografo preferito da Bergman,fortemente voluto da Kaufman.
Un bel film,davvero,che ha avuto una buna accoglienza da parte della critica e controverse reazioni da parte del pubblico;in rete ho letto recensioni molto approssimative,legate alla presunta infedeltà del film al romanzo.Ancora una volta gioverebbe ricordarsi che un film non deve portare sullo schermo,sic e simpliciter,quella che è l’ossatura di un romanzo ma deve essere la sintesi della sensibilità del regista unita
allo “sfruttamento” delle qualità dei propri attori.
Per chi volesse vedere il film in una definizione ottima il link streaming è il seguente: http://www.altadefinizione01.zone/6592-linsostenibile-leggerezza-dellessere.html

L’insostenibile leggerezza dell’essere
Un film di Philip Kaufman. Con Juliette Binoche, Daniel Olbrychski, Daniel Day-Lewis, Lena Olin, Erland Josephson, Stellan Skarsgård, Derek de Lint, Pavel Landovský, Donald Moffat, Tomasz Borkowy, Bruce Myers, Pavel Slaby, Pascale Kalensky, Jacques Ciron, Anne Lonnberg Titolo originale The Unbearable Lightness of Being.Drammatico Commedia, durata 173 min. – USA 1988

Daniel Day-Lewis: Tomáš
Juliette Binoche: Tereza
Lena Olin: Sabina
Derek de Lint: Franz
Erland Josephson: Ambasciatore
Pavel Landovský: Pavel
Donald Moffat: Chirurgo capo
Tomek Bork: Jiri
Daniel Olbrychski: Ufficiale del Ministero degli Interni
Stellan Skarsgård: L’Ingegnere
Bruce Myers: Editore cecoslovacco
Pavel Slaby: Nipote di Pavel
Pascale Kalensky: Infermiera Katja
Jacques Ciron: Manager del ristorante svizzero
Anne Lonnberg: Fotografa svizzera
Clovis Cornillac: Ragazzo al bar

Regia Philip Kaufman
Soggetto Milan Kundera (omonimo romanzo)
Sceneggiatura Jean-Claude Carrière, Philip Kaufman
Produttore Saul Zaentz
Produttore esecutivo Bertil Ohlsson
Fotografia Sven Nykvist
Montaggio Vivien Hillgrove Gilliam, Michael Magill, Walter Murch, B.J. Sears
Effetti speciali Trielli Bros.
Musiche Mark Adler, Ernie Fosselius, Leos Janácek
Costumi Ann Roth
Trucco Suzanne Benoit

L’idea dell’eterno ritorno è misteriosa e con essa Nietzsche ha messo molti filosofi nell’imbarazzo: pensare che un giorno ogni cosa si ripeterà così come l’abbiamo già vissuta, e che anche questa ripetizione debba ripetersi all’infinito! Che significato ha questo folle mito?
Il mito dell’eterno ritorno afferma, per negazione, che la vita che scompare una volta per sempre, che non ritorna, è simile a un’ombra, è priva di peso, è morta già in precedenza, e che, sia stata essa terribile, bella o splendida, quel terrore, quello splendore, quella bellezza non significano nulla. Non occorre tenerne conto, come di una guerra fra due Stati africani del quattordicesimo secolo che non ha cambiato nulla sulla faccia della terra, benché trecentomila negri vi abbiano trovato la morte fra torture indicibili. E anche in questa guerra fra due Stati africani del quattordicesimo secolo, cambierà qualcosa se si ripeterà innumerevoli volte nell’eterno ritorno? Si, qualcosa cambierà: diventerà un blocco che svetta e perdura, e la sua stupidità non avrà rimedio. Se la Rivoluzione francese dovesse ripetersi all’infinito, la storiografia francese sarebbe meno orgogliosa di Robespierre. Dal momento, però, che parla di qualcosa che non ritorna, gli anni di sangue si sono trasformati in semplici parole, in teorie, in discussioni, sono diventati più leggeri delle piume, non incutono paura. C’è un’enorme differenza tra un Robespierre che si è presentato una volta nella storia e un Robespierre che torna eternamente a tagliare la testa ai francesi. Diciamo quindi che l’idea di eterno ritorno indica una prospettiva nella quale le cose appaiono in maniera diversa da come noi le conosciamo: appaiono prive della circostanza attenuante della loro fugacità. Questa circostanza attenuante ci impedisce infatti di pronunciare qualsiasi verdetto. Si può condannare ciò che è effimero? La luce rossastra del tramonto illumina ogni cosa con il fascino della nostalgia: anche la ghigliottina. Or non è molto, mi sono sorpreso a provare una sensazione incredibile: stavo sfogliando un libro su Hitler e mi sono commosso alla vista di alcune sue fotografie; mi ricordavano la mia infanzia; io l’ho vissuta durante la guerra; parecchi miei familiari hanno trovato la morte nei campi di concentramento hitleriani; ma che cos’era la loro morte nei campi di concentramento davanti alla fotografia di Hitler che mi ricordava un periodo scomparso della mia vita, un periodo che non sarebbe più tornato? Questa riconciliazione con Hitler tradisce la profonda perversione morale che appartiene a un mondo fondato essenzialmente sull’inesistenza del ritorno, perché in un mondo simile tutto è già perdonato e quindi tutto è cinicamente permesso.

maggio 26, 2018 Posted by | Drammatico | , , , | Lascia un commento