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Padrona del suo destino

Venezia, 1583.
Veronica Franco, giovane e bellissima figlia della cortigiana Paola ama ricambiata il nobile Marco.
E’ un amore impossibile il loro; la famiglia di lui, aristocratica e altezzosa, non solo guarda con ostilità al legame fra i due giovani, ma ritiene sconveniente sia la posizione sociale della ragazza sia le sue origini.
Del resto per Marco la famiglia ha ben altre mire; un incarico di alto livello e un matrimonio conveniente.
Così Paola decide di instradare la giovane Veronica nel lavoro che lei ha svolto per anni e dopo averla convinta, non senza grandi resistenze da parte di Veronica, parte l’apprendistato di Veronica.


Inizia quindi un periodo di istruzione per Veronica, fatto di insegnamenti nell’arte della seduzione e di studi sulla sottile arte di compiacere l’uomo non solo a letto, ma anche fuori dal talamo.
Tra i due giovani quindi se non è finito l’amore è scemata la possibilità di un futuro assieme; Marco diventa un influente senatore, mentre Veronica si fa fama di cortigiana colta e sensuale.
Veronica nel segreto dell’alcova carpisce segreti importanti agli uomini più influenti della Serenissima e quando Venezia è minacciata dai turchi con conseguente guerra di difesa, a lei si rivolgono le mogli dei notabili, ansiose di conoscere il destino dei propri congiunti.
Quando scoppia la guerra, Venezia è costretta a rivolgersi al re di Francia per avere soccorso marittimo e l’appoggio della potente flotta reale francese; Veronica si offre di colloquiare con il sovrano francese ma l’inquisizione la blocca con l’accusa di stregoneria.


Ad un passo dalla condanna a morte, Veronica verrà salvata dal grande amore della sua giovinezza, Marco.
La sua difesa appassionata convince i numerosi amanti della ragazza a schierarsi dalla sua parte e alla fine la sua relazione con Marco tornerà ad essere di dominio pubblico, accettata a malincuore anche dalla sua famiglia.
Lussuosa e patinata rivisitazione della vera storia di Veronica Franco, che con Imperia fu una delle cortigiane più ammirate della Serenissima, Padrona del suo destino è un affascinante e ben girato film che si avvale di una fotografia stupenda e di una coreografia di costumi assolutamente impeccabile.


Il regista Marshall Herskovitz cerca di mantenersi fedele alla verità storica, aggiungendo un tocco di sentimenti ad una storia che mostra come le capacità di Veronica Franco andassero ben aldilà delle prodezze esercitate nei letti della nobiltà veneziana.
Sensibile, colta e affascinante Veronica è donna dal carattere fiero e volitivo, convinta dei propri mezzi e certa che riuscirà un giorno a riconquistare l’amore del bel Marco, che dal canto suo ama profondamente quella donna indomabile, che riuscirà a salvare proprio quando per lei il destino sembra aver scelto diversamente.


Sicuramente di gran livello è il cast, nel quale spicca la morbida e fiera bellezza di Catherine McCormack, attrice inglese dalle grandi qualità interprete fra l’altro dello splendido Braveheart – Cuore impavido; la sua interpretazione sensuale del eprsonaggio di Veronica è misurata ed elegante, così come misurata ed efficace è l’interpretazione del ruolo di Paola Franco da parte di Jacqueline Bisset.
Molto bene anche Rufus Sewell che interpreta Marco Venier, mentre da segnalare sono le presenze di Joanna Cassidy e Naomi Watts.
Il film ha come sfondo una Venezia in bilico fra la sua eterna e placida bellezza e le vicende drammatiche che ne influenzarono la storia sul finire del cinquecento, quando due grandi avvenimenti ne sconvosero l’equilibrio; la guerra contro i turchi, che minacciavano di estendere l’Islam a tutta l’Europa e la grande peste, il male nero che fece strage di veneziani.


Le vicende dei vari protagonisti non hanno nulla di stucchevole, anzi; molto ben descritta è l’atmosfera di intrighi che ci mostrano uno spaccato della vita veneziana del XVI secolo.
Nella seconda parte di questa recensione troverete una breve biografia di Veronica Franco, un personaggio affascinante come pochi, che seppe come la mitica Frine conquistare non solo il cuore dei suoi amanti, ma, cosa ben più difficile, i loro cervelli.
Un film consigliato per chi vuole immergersi per due ore in un’atmosfera storica seducente e affascinante, come è la Venezia descritta nel film con i suoi nitrighi, le sue passioni e i suoi amori.


Padrona del suo destino

Un film di Marshall Herskovitz. Con Catherine McCormack, Rufus Sewell, Oliver Platt, Fred Ward, Naomi Watts,Moira Kelly, Jacqueline Bisset, Jeroen Krabbe, Joanna Cassidy, Melina Kanakaredes, Daniel Lapaine, Justine Miceli, Jake Weber, Simon Dutton, Grant Russell, Simona Nobili, Luis Molteni Titolo originale Dangerous Beauty. Storico, durata 110 min. – USA 1998

Catherine McCormack … Veronica Franco
Rufus Sewell … Marco Venier
Oliver Platt … Maffio Venier
Fred Ward … Domenico Venier
Naomi Watts … Giulia De Lezze
Moira Kelly … Beatrice Venier
Jacqueline Bisset … Paola Franco
Jeroen Krabbé … Pietro Venier
Joanna Cassidy … Laura Venier
Melina Kanakaredes … Livia
Daniel Lapaine … Serafino Franco
Justine Miceli … Elena Franco
Jake Weber … Re Enrico
Simon Dutton … Ministro Ramberti
Grant Russell … Francesco Martenengo

Regia: Marshall Herskovitz
Soggetto: Margaret Rosenthal (dal libro”The Honest Courtesan”)
Sceneggiatura:Jeannine Dominy
Musiche: George Fenton
Cinematography :Bojan Bazelli
Editing :Arthur Coburn,Steven Rosenblum
Casting :Wendy Kurtzman,Mary Selway
Art Direction:Stefania Cella,Gianni Giovagnoni

Ritratto di Veronica Franco

La Venezia del 1500 contava oltre diecimila cortigiane, sparse per la città; una cifra notevole, rapportata alla popolazione. Il termine cortigiana in realtà è da intendersi molto esteso; rappresentava, difatti, una categoria sociale ben definita, quella a cui appartenevano donne che generalmente si prostituivano per le classi abbienti, lasciando al popolino l’esercito di prostitute a basso prezzo. A differenza di queste ultime, le cortigiane spesso avevano un minimo di istruzione, alle volte erano di nascita borghese, possedevano, in definitiva, doti che non erano soltanto fisiche, ma anche intellettuali. Del resto per le donne la vita era molto dura; sin da piccole erano obbligate a sognare o un matrimonio più o meno soddisfacente, oppure un lavoro, spesso umile. Solo alle donne appartenenti all’aristocrazia era concesso studiare canto o musica, a lavorar di tombolo o impegnarsi nelle lettere. Veronica Franco, il cui nome scomparve per tre secoli dalla storia, prima di riemergere nella prima metà dell’ottocento, rappresenta una figura di cortigiana particolare: bella, colta, intelligente. Tanto da divenire una delle più richieste del suo tempo, sia per l’abilità nel talamo, sia per la capacità di saper ammaliare quelli che potremmo chiamare clienti, non essendo utile usare giri di parole.
Veronica nacque tra il 1545 e il 1546 in una Venezia all’apice del suo splendore; figlia di una cortigiana, venne avviata da subito all’esercizio della professione proprio dalla madre, il termine cortigiana non era un termine dispregiativo, come potremmo immaginare oggi, ma era la sintesi di un lavoro che all’epoca veniva definito “honesto”, quasi a rimarcare il confine netto con chi invece si prostituiva tout court. Pure Bartolomeo Gamba, scrittore e bibliografo veneziano di fine settecento, la descrive in termini equivoci, forse risentendo della moralità dell’epoca, puritana e un tantino ipocrita:
Tra le Veneziane del secolo XVI questa leggiadra donna puossi giudicare l’Aspasia. Nata nel 1553, ( in realtà la data è sbagliata Ndr) crebbe in non ordinaria avvenenza, in ispirito, in cultura, in leggiadria; fregi tutti de’ quali appresso abusò accalappiando gl’incauti, e cantando troppo lubricamente di amori. Era la sua casa aperta alla gioventù più dedita a’ dissipamenti, sì però, che chi volea trovarsi più ricco di sue benigne parole dovesse andare più provveduto non dei doni della fortuna, ma di quelli dello spirito e dello ingegno. Tale dovette essere Marco Veniero patrizio, con cui, soggiornando in Verona, gareggiò la Franco nel comporre quei saporiti versi che ci restano tuttavia. Arrigo III al suo ritorno dalla Polonia per passare in Francia, giunto a Venezia l’anno 1574, avendo voluto visitarla ne restò sì preso, e n’ebbe tale martello al cuore, che non seppe di Venezia partire senza portar seco le sue sembianze effigiate dal Tintoretto. Ma nel più bel fiore de’ suoi dì, e fra le tresche e i convitti, sentissi Veronica d’improvviso inspirata dal cielo a lasciare una vita troppo ravviluppata nel fango mondano, e, dato tosto bando alle dissipazioni, si accinse a segnalarsi in opere di fervor religioso, nel che riuscì esemplarissima. Il pio ricovero del Soccorso, destinato ad accogliere le donne macchiate delle peggiori brutture, fu da lei instituito, e colle sue largizioni sostenuto. Ebbe molti figliuoli. Non si sa l’anno della sua morte, che credesi accaduta verso il finire del secolo.

Dipinto raffigurante Veronica Franco

In effetti Veronica univa a non comuni doti di fascino fisico, un’eleganza di portamento e un parlare affascinante, che portavano i patrizi della città, e non solo, a contendersi i suoi favori. A diciotto anni andò in sposa al dottor Paolo Panizza, ma il matrimonio naufragò subito, e ben presto, per mantenersi, Veronica ritornò al suo precedente lavoro. Contemporaneamente iniziò scrivere pensieri e poesie, che la resero popolare, unitamente alle spiccate doti fisiche. La ragazza, a vent’anni, era già inserita nel Catalogo di tutte le principale et piu honorate cortigiane di Venezia, in cui in pratica c’era il tariffario delle cortigiane, unitamente all’indirizzo al quale reperirle. Ricercata, amata, Veronica fece in breve fortuna, diventando la cortigiana più famosa della città; nel 1575 la sua fama era all’apice, e raccolse due volumi di poesie scritte nel corso degli anni sotto il titolo Rime.
Ecco cosa scriveva la Franco:

“Or, mentre sono al vendicarmi intenta,

entra in steccato, amante empio e rubello,

e qualunque armi vuoi tosto appresenta.

Vuoi per campo il segreto albergo, quello

che de l’amare mie dolcezze tante

mi fu ministro insidioso e fello?

febbraio 21, 2012 Posted by | Storico | , , , , , , , , , | Lascia un commento

America oggi

America oggi locandina

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America oggi (1993) di Robert Altman è uno spaccato sugli Usa che assomiglia pericolosamente e in maniera sinistra alla società moderna di uno qualsiasi dei paesi industrializzati, non necessariamente occidentali.
Un film cinico e crudele e allo stesso tempo asettico come una sala operatoria, cattivo al punto giusto e didascalico, con storie intrecciate legate fra loro da sottilissimi fili a con protagonista un’umanità disorientata e a tratti amorale, maleducata e sfrontata, rissosa e priva di orientamento.

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Altman utilizza 9 racconti e 1 poesia di Raymond Carver, lo scrittore di Clatskanie morto 23 anni addietro all’età di 50 anni e li trasforma in potenti immagini cinematografiche  usando un linguaggio crudo ed essenziale, un pò come sono le vite dei vari protagonisti del film.
L’America pre 11 settembre appare desolante, chiusa in egoismi personali, in cui i rapporti umani appaiono mediati solo dall’interesse o dall’ego dei vari soggetti, pronti ad aggredire e a plagiare le vite altrui.
Gli altri però fanno lo stesso, così alla fine guardiamo amareggiati un gatto che si morde la coda, riflettendo però su quanto siamo simili noi a quella gente che ci appariva distante anni luce.

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Si, perchè nel frattempo il film di Altman si è attualizzato, così che un italiano piuttosto che un inglese o un francese possono riconoscere buona parte dei propri difetti in una pellicola che non risparmia niente.
Il senso desolante di deja vu nella vita quotidiana si fa così pressante e per fortuna il grande regista americano si limita ad una fredda esposizione di storie e situazioni, senza accennare ad alcun biasimo morale o senza prendere posizione.
Il film dura 188 minuti, un’enormità.
Le storie che seguiamo sullo schermo, intimamente collegate fra loro si incrociano, si dividono.
I protagonisti litigano, fanno cose tremende sotto i nostri occhi; lo spettatore finisce per chiedersi se dentro di se non aleggi malignamente lo spettro evocato sullo schermo, se quel personaggio in fondo in qualche modo non gli somigli.
Dal volo degli elicotteri iniziale, quasi un Apocalipse now in versione metropolitana al terremoto finale, non potentissimo ma che sembra presagire lo spettro del temutissimo Big one, il terremoto che raderebbe al suolo buona parte dei totem della civiltà americana, è un susseguirsi di storie tragiche nella loro banalità.
Così come in fondo è banale l’esistenza dell’uomo qualunque descritta nel film, fatta di birra e sesso ma anche di malignità, rivalità e gelosie.

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La donna sposata con due figli, che lavora come voce erotica e che cambia il pannolino alla figlia mentre sussurra parole a luce rossa al telefono, sotto lo sguardo quasi assente di un marito frustrato è una delle immagini più spietate del film. E’ un “lavoro” semplice, il suo; in fondo parlare di sesso orale mentre tuo figlio segue la tv o tua figlia ti sputa in faccia l’omogeinizzato è sempre meglio che alzarsi presto per andare in fabbrica.
Cosa c’è di meglio che ripetere oscenità stando semplicemente seduta a casa o impegnata nelle faccende domestiche?
E’ questa l’America oggi di Altman.
E’ quella dei pescatori in libera uscita che mentre pescano sulle rive di un torrente rinvengono un corpo nudo di ragazza e decidono di non privarsi del divertimento, ignorandolo e continuando a pescare; “Perchè pisci nell’acqua?“, chiede uno dei pescatori, “Mi piace il rumore che fà” è la risposta di colui che scopre il cadavere della ragazza che giace poco sotto il pelo dell’acqua.
The show must go on, il divertimento deve andare avanti perchè è il personale che conta, non l’altro.
Così i pescatori sono l’emblema di un americano medio ormai narcotizzato a tal punto da considerare la morte degli altri un intralcio, una limitazione al proprio piacere.

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C’è l’americano crudele e menefreghista, rappresentato dal telegiornalista che in ospedale sta seguendo un avvenimento drammatico, la morte del figlio mentre suo padre con il quale non è più in contatto da tanti anni si disinteressa della sorte del nipote, recandosi a far visita ad un giovane nella stanza accanto, con il quale non ha nessun legame di sangue e che non ha mai visto prima: è la disgregazione della famiglia?
In un certo senso si, perchè la famiglia tradizionale ormai è un dinosauro estinto da tempo, consumato dall’egoismo personale e dalla mancanza di valori, che ormai resiste solo nel ricordo come qualcosa che c’era e non c’è più, che non richiede nemmeno il rimpianto.
America oggi è la coppia mal assortita con lui ubriacone e alcolizzato e lei cameriera, che si riavvicinano dopo un incidente durante il quale la donna travolge e uccide il figlio dei vicini.

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Tutte le storie sono legate fra loro, come dicevo all’inizio ma in realtà possono essere considerate come vite parallele di universi paralleli, distanti e destinati a non incontrasi se non per puro caso, a incrociare le vite non volutamente ma per quella causalità che è poi una delle caratteristiche specifiche della vita.
Questi i tanti pregi del film.
Che venne giustamente omaggiato alla Mostra del cinema di Venezia con il Leone d’oro.
Tuttavia un difetto di base c’è ed è grande come una casa.
Tre ore e passa di film sono davvero tante per un film che in pratica dedica oltre 20 minuti in media ad ogni singolo episodio pur inquadrabile in un quadro di fondo omogeneo; la tendenza di Altman ad essere principalmente didascalico e a basare gran parte del film sui dialoghi può ingenerare insofferenza nello spettatore.

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Generalmente film così lunghi appartengono alla tradizione dei film d’avventura o alle epopee alla Dottor Zivago o ad affreschi (grandiosi) come i film di Leone.
Altman osa l’inosabile arrivando a mostrare 180 minuti di vita vera in cui però ad un certo punto ci si smarrisce proprio per l’estenuante concatenarsi delle storie e delle vicende dei vari protagonisti; un difetto non da poco.
Quando Altman gira America oggi è reduce dal gran successo di I protagonisti, girato l’anno precedente che ottenne la Palma d’oro a Cannes; è quindi un periodo fecondo, quello del gran regista americano, reduce da anni di lavoro quasi oscuro segnato da produzioni low budget e da sperimentazioni.
Per questo film ingaggia un gruppo di attori emergenti o già affermati, inserendo anche la star Jack Lemmon; nel cast troviamo Andie MacDowell e Julianne Moore, Tim Robbins e Madeleine Stowe, Jennifer Jason Leight, Tom Waits… insomma un cast che alla fine risulta omogeneo nonostante le diverse scuole di recitazione dalla quale provengono gli attori, che si muovono all’unisono sullo sfondo asettico della città degli angeli.
A fare da collante al film, una colonna sonora classica fino al midollo.

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Si spazia (in senso letterale strettissimo,perchè la mente vola sulle note) da Bach a Dvorak con il suo cello, da Igor Stravinsky a Mark Isham; una musica che ci trasmette il senso apocalittico del film.
L’apocalisse di Altman, la rivelazione in senso letterale non è quella biblica, ma è quella metropolitana, la disperata solitudine dei gesti e delle parole, di tutti i protagonisti messi di fronte alla loro realtà quotidiana che rappresenta il passato, il presente e probabilmente anche il futuro.

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Noi sappiamo che al momento non è ancora accaduto quanto lasciato presagire da Altman; ma l’America oggi del 1993 non è l’America post 11 settembre, quella per intenderci che ha scoperto di essere vulnerabile e non più invincibile, il grande mito dell’epopea storica americana.
E’ una nazione piena di contraddizioni che si sono acuite e che Altman in qualche modo aveva presagito.
Qesto forse è il gran merito di America oggi, l’aver posto delle domande senza retorica, l’aver mostrato un mondo in crisi già vent’anni addietro.
Una crisi che è allo stesso tempo strutturale,individuale, sociale, collettiva, di sistema e di ideologia.
Tanta carne al fuoco cucinata benissimo da uno dei grandi maestri della cinematografia.

America oggi
Un film di Robert Altman. Con Anne Archer, Jack Lemmon, Madeleine Stowe, Lily Tomlin, Tim Robbins,Matthew Modine, Tom Waits, Buck Henry, Andie MacDowell, Fred Ward, Peter Gallagher, Bruce Davison, Julianne Moore, Chris Penn, Jennifer Jason Leigh, Robert Downey Jr., Frances McDormand, Lori Singer, Lyle Lovett, Huey Lewis
Titolo originale Short Cuts. Drammatico, durata 188 min. – USA 1993.

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America oggi banner personaggi

Andie MacDowell: Ann Finnigan
Bruce Davison: Howard Finnigan
Jack Lemmon: Paul Finnigan
Julianne Moore: Marian Wyman
Matthew Modine: Dr. Ralph Wyman
Tim Robbins: Gene Shepard
Madeleine Stowe: Sherri Shepard
Anne Archer: Claire Kane
Fred Ward: Stuart Kane
Jennifer Jason Leigh: Lois Kaiser
Chris Penn: Jerry Kaiser
Lili Taylor: Honey Bush
Robert Downey Jr.: Bill Bush
Tom Waits: Earl Piggot
Lily Tomlin: Doreen Piggot
Frances McDormand: Betty Weathers
Peter Gallagher: Stormy Weathers
Annie Ross: Tess Trainer
Lori Singer: Zoe Trainer
Lyle Lovett: Andy Bitkower
Buck Henry: Gordon Johnson
Huey Lewis: Vern Miller

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Regia     Robert Altman
Sceneggiatura     Robert Altman, Frank Barhydt
Fotografia     Walt Lloyd
Montaggio     Suzy Elmiger Geraldine Peroni
Musiche     Johann Sebastian Bach Antonín Dvorák Gavin Friday Victor Herbert Mark Isham Doc Pomus Igor Stravinsky

Capolavoro di uno dei più grandi registi americani contemporanei: con questo film (cui devono molto Magnolia di Anderson e Crash di Paul Haggis), Altman conferma la sua abilità nel raccontare storie; la sceneggiatura è quasi perfetta e la durata del film (pur non indifferente) non pesa sullo spettatore grazie alle ottime performance di un grande gruppo di attori (tra i migliori del cinema americano) tra i quali spiccano Jack Lemmon e Julianne Moore.

Un capolavoro. Il graffio beffardo e amaro del grande Altman colpisce ancora con un affresco di storie meschine e disperate di una grande metropoli sull’orlo del baratro: il terremoto fisico, pronto a sancire apocalitticamente la fine di un mondo che ha perso l’orizzonte dell’etica e dell’umanità. Straordinaria la capacità di raccontare “banalmente” le micro-storie “banali” dei diversi personaggi “banali” che si intrecciano più o meno casualmente, trasformando tutto in una catastrofe antropologica. Epocale.

Tratto da un libro di racconti di Carver, un gran film corale griffato Altman che si conferma il regista più capace nel girare pellicole di questo tipo. Tante storie che si intrecciano molto bene tra loro con denominatore comune lo sguardo impietoso e pessimista nei confronti del popolo americano. La durata fiume (tre ore piene) non impedisce un ottimo controllo del materiale narrativo e dell’incastro tra i vari pezzi. Inoltre tutti gli attori del ricchissimo cast sono diretti, al solito, molto bene e fanno la loro parte.

Alcuni giorni nelle vite di abitanti di LA, fatterelli, amori, liti, drammi. Ispirato ai racconti di Raymond Carver, il film è il capostipite di un filone i cui epigoni non sono riusciti ad avvicinarsi al modello, forse proprio per la mancanza di una solida base di scrittura. La cruda prosa minimal di Carver finisce sullo schermo disegnando storie comuni che ci costringono a guardare, o almeno a sbirciare anche dentro di noi. Straziante l’episodio (quasi letteralmente preso dal racconto) della torta di compleanno. Non per tutti, ma bellissimo.

America oggi sta agli anni 90 come Nashville stava agli anni 70. Assoluto capolavoro Altmaniano, forse il suo film testamento, una summa di tutto il suo cinema. Gli elicotteri all’inizio che sovrastano Los Angeles fanno venire alla mente il Coppoliano Apocalypse now, Jennifer Jason Leigh che fa sesso telefonico mentre è affacendata in lavori domestici, un cadavere di donna che galleggia nelle fogne, Chris Penn che dà improvvisamente di matto ed esplode in una violenza feroce e inaspettata con l’arrivo del terremoto… Capolavoro.

Episodi drammatici come la perdita di un figlio, ordinari come mariti e mogli con amanti vari, surreali come una madre che alleva i propri figli mentre lavora al telefono per una hot-line: è questo il quadro bizzarro che Altman riesce a cucire insieme realizzando un film di oltre 3 ore che non pesano assolutamente. Lo spettatore si diverte a riconoscere dai piccoli curatissimi particolari le peculiarità di ogni personaggio. Un cast eccezionale mantiene alto il livello recitativo.

Ennesimo grande film per l’indiscusso Maestro del cinema corale USA. Uno sguardo approfondito, veritiero ma distaccato nelle vite di una serie di personaggi che vivono nella realtà e che vivono la vita come tutti noi, ognuno con i propri problemi, ognuno con i propri ostacoli da superare. Altman dirige l’intricata matassa splendidamente, con lo sguardo analitico e lucido di chi vuole lasciare allo spettatore la possibilità di giudizio. Ma i toni disperati e impietosi non lasciano scampo… anche ai non americani, ovvio. Egregiamente interpretato.

Uno splendido manifesto core. Le storie di nove o più famiglie si intrecciano, si collegano tra loro in un modo o nell’altro, anche solo per uno sguardo o una situazione. Uno scontro continuo che scivola in un vortice di tensione, culminante con un avvenimento/metafora finale. Ed è in questo modo che possiamo seguire le vite e le vicissitudini di alcuni personaggi dell’America anni ’90 allo sbando. Altman si “limita”, in maniera eccellente, a raccontare gli avvenimenti con grande lucidità e partecipazione, lasciando a noi la libertà di giudicare.

America oggi è un’appropriata traduzione italiana di ciò che il film vuole mostrare: una nazione quanto più malata e disastrata anche nei ceti medi (-alti). Le tre ore di durata certo non facilitano la gestione del ritmo ed infatti si notano alcuni cali sopratutto nella parte centrale, che pur non essendo gravi si fanno sentire. Comunque bilanciato è il cast, composto da molti volti noti. Ottima la regia di Altman.

Interessante sguardo realista dell’America (di ormai 20 anni fa), il film è l’intreccio di vite di molti personaggi a Los Angeles; più che altro si sofferma sui problemi delle giovani coppie, i tradimenti, le insicurezze e i rapporti genitore/figlio. Un film vero e drammatico che raccoglie qualche giorno di quotidiana vita intrecciata in un meccanismo perfetto di incontri/scontri.

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settembre 14, 2011 Posted by | Capolavori | , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento