E’ nata una stella

Storia di un amore che supera tutte le difficoltà,tutti i problemi ma che deve arrendersi,alla fine,alla fatalità.
In estrema sintesi è questa la storia raccontata da E’ nata una stella,film del 1976 diretto da Frank Pierson,sceneggiatore, regista e produttore televisivo nativo di Chappaqua negli States e autore (come regista) di buone produzioni come Cat Ballou,Nick mano fredda,Rapina record a New York e sopratutto Quel pomeriggio di un giorno da cani.
Questo è il terzo remake del film,i precedenti sono stati È nata una stella del 1937,diretto da William A. Wellman e È nata una stella del 1954,diretto da George Cukor ed interpretato da una strepitosa Judy Garland.
Un film che racconta due vite che finiscono per incrociare i propri destini molto casualmente;John Norman Howard,noto cantante rock ha ormai iniziato professionalmente e umanamente un declino inarrestabile.


Le colpe sono l’alcool e la droga,oltre che la tendenza di John all’auto commiserazione.
Una sera,mentre è in giro a sbronzarsi,John capita casualmente in un night dove ascolta la giovane Esther Hoffmann cantare in maniera divina.
Colpito,John fa in modo di conoscerla e ben presto inizia ad apprezzarla non solo professionalmente;Eshter ha carattere,ma al tempo stesso è una donna intuitiva, con grandi doti interiori.
Tra i due alla fine nasce l’amore e John e Eshter decidono di sposarsi.
Grazie all’aiuto di John,la donna acquista consapevolezza e diventa sempre più famosa;i consigli del marito l’aiutano molto ma poco alla volta la fama che Eshter acquisisce rende John geloso.
Cosi’ l’uomo trova nuovamente rifugio nell’alcool e in un tentativo di auto distruzione provoca una crisi matrimoniale con la moglie facendosi prima cacciare completamente ubriaco da una festa e infine facendosi trovare a letto con una bella giornalista.


Ma Eshter è innamorata di lui e John sa che non può fare a meno di lei,della sua presenza equilibratrice,della sua dolcezza.
I due riprendono a vivere assieme ma il destino è dietro l’angolo:in un terribile incidente d’auto,John muore e a Eshter non resterà altro da fare che ricordare il suo grande amore nelle canzoni.
Una storia d’amore non banale,impreziosita da una colonna sonora da urlo e da interpretazioni strepitose di Barbara Streisand,una delle voci più belle della musica.
Sostanzialmente,è questo il principale fattore che rende E’ nata una stella un film di ottima fattura;una rivisitazione “dark” del Pigmalione di Shaw o se vogliamo di quello di Ovidio,al quale si ispirò il drammaturgo inglese.
Henry Higgins non perde la vita mentre Eliza va via;la conclusione del Pigmalione è aperta a tutte le soluzioni.
Per John e Esther non c’è il lieto fine;il tradizionale “happy end“,il “e vissero felici e contenti” si trasforma in un finale drammatico,
con una inconsolabile Eshter che vivrà solo di ricordi,quelli di un grande amore a cui potrà aggrapparsi solo cantando i pezzi del marito,struggenti.
Ed interpretati con la sua magnifica voce.


Può sembrare una trama banale,ma come dicevo prima non lo è;l’amore non è mai banale,perchè ogni storia ha una sua vita,un suo percorso e alle volte una sua fine.
In questo caso scritta dal fato,che toglie a John il grande amore della sua vita e a Eshter una figura che di volta in volta è quella del padre,del fratello,dellamico e dell’amante.
Un film bello e intenso,con due attori in stato di grazia,la citata Streisand,che trasuda fascino e canta in maniera tale da far venire i brividi ogni volta che intona Everything o Lost Inside of You o ancora Evergreen (Love Theme from A Star Is Born),
il brano composto da Paul Williams che trionfò alla notte degli Oscar 1977 e anche grazie ad un intenso Kris Kristofferson,grande cantante country ma anche fine attore.


Una coppia ben amalgamata,che si completa perfettamente anche se va detto che incredibilmente Krsitofferson,che all’epoca del film aveva 40 anni in realtà anagraficamente era più grande della Streisand di soli 6 anni.
Da segnalare l’ottimo lavoro dei doppiatori,Pino Colizzi per John Norman Howard e Maria Pia Di Meo per Esther Hoffman.

È nata una stella
Un film di Frank Pierson. Con Gary Busey, Kris Kristofferson, Barbra Streisand, Paul Mazursky, Oliver Clark Titolo originale A Star is Born. Drammatico, durata 140 min. – USA 1976.

Barbra Streisand: Esther Hoffman
Kris Kristofferson: John Norman Howard
Gary Busey: Bobbie Ritchie
Paul Mazursky: Brian
Marha Heflin: Quentin
M.G. Kelly: Bebe Jesus
Tony Orlando: Se stesso
Robert Englund: Marty
Maidie Norman: Giudice di pace

Maria Pia Di Meo: Esther Hoffman
Pino Colizzi: John Norman Howard
Piero Tiberi: Bobbie Ritchie
Sergio Fiorentini: Brian
Rossella Izzo: Quentin
Massimo Giuliani: Bebe Jesus
Michele Gammino: Tony Orlando
Paolo Poiret: Marty
Dhia Cristiani: Giudice di pace

Regia Frank Pierson
Fotografia Robert Surtees
Montaggio Peter Zinner
Musiche Kenny Ascher, Rupert Holmes, Rupert Holmes, Roger Kellaway, Kenny Loggins, Leon Russell,
Barbra Streisand, Barbra Streisand, Donna Weiss, Paul Williams

Pat Garrett e Billy the Kid

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“Mama, take this badge off of me I can’t use it anymore. It’s gettin’ dark, too dark for me to see I feel like I’m knockin’ on heaven’s door.” 
Basterebbero le note della celeberrima, stupenda soundtrack portante del film,Knockin on heavens door di Bob Dylan per consegnare alla storia del cinema il terzo western diretto da Sam Peckinpah.
In realtà il film si regge,in maniera robusta sulla delicata alchimia di trama,sceneggiatura,interpretazioni,aldilà della fortuna che ebbe il brano di Dylan;Peckinpah non lesina nulla,violenza e sopraffazione restano sempre il suo trademark,pure siamo lontani dai bagni di sangue di Il mucchio selvaggio.

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Questa è una storia di amicizia e tradimento,una parabola moderna ambientata nel vecchio West ma che potrebbe essere tranquillamente trasportata nei giorni nostri.
Pat Garrett e Billy the Kid è sopratutto uno scontro tra due mondi di interpretare la vita,una visione antitetica al tempo stesso romantica e crudele di un mondo ormai dissolto,il leggendario West,terra di uomini veri ed eroi presunti,di cieca violenza e di gesti di eroismo.
Due amici con un passato comune,due fratelli, quasi.
Due ex giovani adesso adulti, ognuno all’inseguimento di un ideale di vita assolutamente dissimile.
Compagni di scorribande,spesso oltre la legge,i due hanno diviso tutto.
Ma adesso a distanza di anni le cose sono cambiate.

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Pat si è irrigimentato,ha abdicato agli ideali giovanili, in qualche modo ha rinnegato anche l’amicizia con Billy,che invece ha conservato quasi intatti gli stessi ideali;ora sono uomini, divisi da tutto,uniti solo dall’antico affetto giovanile.
I due si ritroveranno dai due lati della barricata,divisi per sempre e in qualche modo nemici.
Il mucchio selvaggio,La ballata di Cable Hogue,Cane di paglia,L’ultimo buscadero,Getaway e infine Pat Garrett e Billy the kid…sei film fondamentali del grande regista,diretti in soli quattro anni e tutti diversissimi l’uno dall’altro.
E questo diventa il film forse più intimo, meno apocalittico del regista californiano.
Qui siamo di fronte ad un film malinconico,una dissolvenza sul mondo selvaggio del West,una ballata triste come triste era stata La ballata di Cable Hogue,con in più la tragedia che avvenne nella realtà storica e il finale aperto che invece Peckinpah consegna alla storia del cinema.

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Per certi versi, anche se con i dovuti distinguo, questo film assomiglia molto a C’era una volta il West di Leone;la stessa aria sommessa e dimessa,il rimpianto per il tramonto di un mondo che aveva avuto figure leggendarie immerse in un paesaggio selvaggio e paradisiaco,la stessa dura,cruda realtà della vita di frontiera sono alcuni punti di similitudine dei due film.
Ma al tempo stesso siamo su due prodotti molto differenti;alla storia di vendetta di Armonica che Leone aveva tratteggiato con maestria Peckinpah oppone la sua visione romantica e triste di un’America ormai in profondissima trasformazione.
La visione epica si traduce in uno sguardo sottilmente crudele su un paese mai cresciuto nella realtà,in cui pesanti contraddizioni si agitano sin dalle gesta narrate dei due ex amici divenuti ora rivali.
Uno sguardo dal presente sul passato,ma anche sul futuro.

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Il pessimismo cosmico di Peckinpah è presente a pieni mani,la sua visione negativa dell’uomo,dei rapporti umani,della storia stessa delle relazioni umane si mescola al passato di un paese mai cresciuto se non come potenza economica.
La patria della democrazia è in realtà il colosso dai piedi d’argilla.
Grazie alle prove maiuscole di James Coburn,che solo due anni prima aveva dipinto magistralmente il solitario Mallory di Giù la testa e a quella di Kris Kristofferson oltre alla piccola ma incisiva parte di Bob Dylan,Peckinpah tira fuori dal cilindro il magico coniglio bellissimo e candido.
Come già detto,gran merito del successo del film va alla stupenda colonna sonora di Dylan,ma va anche alla fotografia di John Coquillon.

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Un film crepuscolare,amaro e triste,dolce e riflessivo.
Forse la summa dell’opera di un grande regista.

Pat Garrett e Billy the Kid

Un film di Sam Peckinpah. Con James Coburn, Kris Kristofferson, Katy Jurado, Chill Wills, Richard Jaeckel,Bob Dylan, Jason Robards, R.G. Armstrong, Luke Askew, John Beck, Richard Bright, Matt Clark, Rita Coolidge, Jack Dodson, Jack Elam Titolo originale Pat Garrett and Billy the Kid. Western, durata 106 min. – USA 1973.

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Pat Garrett and Billy Kid banner protagonisti

James Coburn: Pat Garrett
Kris Kristofferson: Billy Kid
Slim Pickens: Sceriffo Baker
Bob Dylan: “Alias”
Harry Dean Stanton: Luke
Chill Wills: Lemuel
Jack Elam: Alamosa Bill
Katy Jurado: Mrs. Baker
Richard Bright: Holly
John Beck: Poe
Charles Martin Smith: Bowdre
L. Q. Jones: Black Harris

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Regia Sam Peckinpah
Sceneggiatura Rudy Wurlitzer
Produttore Gordon Carrol
Fotografia,direzione John Coquillon
Montaggio:David Berlatsky,Garth Craven,Tony de Zarraga,Richard Halsey
Roger Spottiswoode,Robert L. Wolfe
Effetti speciali Augie Lohman
Musiche Bob Dylan
Trucco Jack P. Wilson

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Chi sei tu? Bella domanda!

Sono cambiate le cose.
Le cose sono cambiate ma non io.

Ho sentito che Dio è svelto, ma dovrò affrontarlo personalmente prima di esserne convinto.

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L’opinione di Paolo Bisi dal sito http://www.mymovies.it

Nuova versione della storia di William Bonney, meglio conosciuto come Billy the Kid, famoso fuorilegge ucciso dallo sceriffo, suo ex amico, Pat Garrett. La trama, in quest’opera di Peckinpah, a poco a poco si dissolve lasciando spazio solamente alla descrizione dei due personaggi, ma specialmente all’atmosfera, quanto mai carica di tristezza e malinconia, degli ultimi anni del West. Il ritmo lento, la scenografia e i paesaggi, incredibilmente aridi e poveri, ricalcano magistralmente l’umore e i pensieri dei protagonisti, consapevoli che il loro mondo sta per morire per sempre. Ma probabilmente più di tutto questo l’essenza del film è rappresentata dalle musiche e dalle canzoni di Bob Dylan, tra cui emerge l’indimenticabile “Knockin’ on heaven’s door”. Ad interrompere questa malinconica ballata, solo qualche momento di violenza. Indimenticabili, fra le altre, la sequenza dell’evasione di Billy, e la scena finale, col bambino che corre dietro a Pat tirandogli un sasso, non accentando, nemmeno lui, il cambiamento di un mondo e la fine di quei valori romantici e passionali del grande West. Da ricordare le interpretazioni di James Coburn e Kris Kristofferson, capaci come nessuno in precedenza di dare il volto ai due personaggi più famosi di quel periodo. Generalmente sottostimato e non apprezzato come altri film di Peckinpah, è un’opera singolare da vedere e ammirare per la descrizione e i sentimenti che riesce a trasmettere.

L’opinione di Daniela dal sito http://www.davinotti.com

L’addio al western di Peckinpah è una ballata malinconica sulla fine di un’epoca che coincide con la fine di una concezione della vita come avventura e libertà dalle regole. Garret può/deve uccidere Billy perché ha già ucciso se stesso, diventando una figura iconica, appesa ad una stella di latta, al soldo di politici e proprietari terrieri senza scrupoli. E nello scontro fra due icone – anche Billy lo è, leggenda vivente che non può sottrarsi al suo destino – è fatale che sia quella nuda, priva di difese, a cadere. Colonna sonora imprescindibile, cast perfetto, film da amare.
L’opinione di Fauno dal sito http://www.davinotti.com

Non il miglior western in assoluto, ma come opera è un vero capolavoro. Pat, magnificamente interpretato da Coburn, è un rappresentante mefistofelico di una legge disgustosamente repressiva e Billy, più che un eroe, è un povero disgraziato che non può accettare soprusi derivanti da contorsioni mentali così meschine. Il fatto che Pat dica di farsi sceriffo per sopravvivere e invecchiare col sistema smaschera dei mostri che ogni tanto ritornano e che sono spesso presenti più che mai a farci sentire sul collo il loro fiato fetido e nauseante…

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Knockin’ On Heaven’s Door

Mama, take this badge off of me
I can’t use it anymore.
It’s gettin’ dark, too dark for me to see
I feel like I’m knockin’ on heaven’s door.

Knock, knock, knockin’ on heaven’s door
Knock, knock, knockin’ on heaven’s door
Knock, knock, knockin’ on heaven’s door
Knock, knock, knockin’ on heaven’s door

Mama, put my guns in the ground
I can’t shoot them anymore.
That long black cloud is comin’ down
I feel like I’m knockin’ on heaven’s door.

Knock, knock, knockin’ on heaven’s door
Knock, knock, knockin’ on heaven’s door
Knock, knock, knockin’ on heaven’s door
Knock, knock, knockin’ on heaven’s door

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I giorni impuri dello straniero

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Rimasta vedova per una strana malattia che le ha portato via il marito, Anne Osborne vive ora con il figlio adolescente Jonathan in una grande casa con vista sulla baia.
E’ sola Anne, consumata dal ricordo del marito; passa le sue serate in solitudine, struggendosi nel ricordo del marito e indulgendo ogni tanto all’autoerotismo sia per supplire alla mancanza di affetto, sia per calmare i sensi di giovane donna rimasta troppo presto sola.
Attraverso un buco nel muro, Jonathan ogni tanto spia la madre: non è l’unica stranezza di questo ragazzo, che si è anche legato ad una banda di pari età che propaganda una strana fede di ispirazione nazista e che chiede fedeltà assoluta.

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Il capo infatti insegna loro l’ideale dell’ordine puro e perfetto della vita, un comportamento assolutamente subalterno verso quelle che sono le sue idee e principalmente l’obbedienza assoluta.
Una prova del controllo assoluto che il capo ha sui suoi adepti è l’ordine che da a Jonathan, di portargli cioè il gatto di casa che verrà crudelmente vivisezionato e gettato nella baia.
Un giorno nella baia approda il Belle, una nave che proviene dall’Asia; Anne conduce Jonathan con se ad una visita del Belle e qui i due conoscono Jim Cameron, un marinaio che influenza immediatamente madre e figlio.
Se Anne è attratta fisicamente e sentimentalmente da Jim, Jonathan vede in lui un uomo misterioso e affascinante, un vero e proprio eroe che in qualche modo supplisce nella fantasia del ragazzo alla mancanza del padre.
I rapporti fra i tre si stringono; Anne finisce per diventare l’amante di Jim mentre Jonathan si affeziona all’uomo suscitando però nel capo della banda un forte rancore verso il ragazzo.
Il capo infatti non tollera che qualcuno possa sminuire la sua autorità.
Nel frattempo Jim deve ripartire e la cosa lascia il vuoto nella vita di Anne.

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I due tuttavia si mantengono in contatto per via epistolare e la vita sembra scorrere in una animazione sospesa:la donna attende con ansia e con amore il ritorno dell’uomo che ama mentre Jonathan è sempre più succube della banda.
Jim torna e l’amore tra i due scivola verso la conclusione naturale, il matrimonio.
Ma per Jonathan la cosa ha un effetto devastante.
E’ finita, volatilizzata l’aura di mistero che avvolgeva Jim, il mito si è dissolto e l’uomo appare al ragazzo come una persona qualsiasi e da questo momento le cose prendono una direzione imprevedibile e drammatica…
I giorni impuri dello straniero, bizzarro titolo italiano dato al film di Lewis John Carlino, regista e sceneggiatore di The Sailor Who Fell from Grace with the Sea è tratto dal romanzo di Il sapore della gloria di Yukio Mishima, del quale riprende l’impianto narrativo cambiandone però l’ambientazione.
Si passa infatti dal Giappone alle coste dell’Inghilterra, da Yokohama ad una zona non meglio specificata mentre cambiano anche le descrizioni delle personalità dei due protagonisti del film.
Infatti mentre il protagonista del romanzo,Ryuji Tsukazaki è un uomo che ha seri problemi di ambientazione fuori dal contesto in cui vive, la sterminata azzurrità del mare e ha grosse difficoltà nell’inserimento sociale sulla terraferma, Fusako Kuroda ,la vedova, ha una vita agiata ma solitaria un po come la Anne descritta nel film.Terzo personaggio della storia è Noboru Kuroda, adolescente, rimasto orfano di padre a 9 anni e diventato completamente succube delle teorie di Jefe, un personaggio anarcoide con velleità da capo che teorizza una vita scevra da compromessi, del tutto insofferente dei miti della società adulta.

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Questi personaggi sono quindi portati da Carlino in Occidente, in un mondo e in una cultura completamente differenti; il regista sceglie consapevolmente di evitare l’aria fortemente erotica del romanzo a favore di un impianto cinematografico più sfumato, nel quale la parte preponderante è costituita proprio dalla storia d’amore tra Anne e Jim mentre parallelamente assistiamo alla nascita dell’asocialità di Jonathan e dei suoi amichetti, allo sviluppo di un complesso edipico del ragazzo e infine, nella parte più drammatica della pellicola, alla decisione di eliminare fisicamente il povero Jim, reo di aver in qualche modo tradito l’ideale di Jonathan che vede Jim come uomo scevro dai compromessi tipici del mondo degli adulti.
Il film scorre tutto su questo doppio binario.
La parte sentimentale del legame fra i due adulti si contrappone fatalmente al perverso mondo di Jonathan e dei suoi amici; carlino dedica molto tempo, forse troppo, al legame tra Anne e Jim, alla loro storia d’amore, semplificando all’osso le motivazioni che spingono Jonathan ad allontanarsi da Jim, da quell’uomo e da quella amicizia che il ragazzo sente venir meno per motivi però che nel film restano solo abbozzati.
Film che tuttavia resta in buon equilibrio sino alla fine, quando il dramma si compierà e una volta tanto la tragedia soppianterà il tradizionale happy end di molte commedie sentimentali.Il dramma è in agguato e si staglia netto contro le immagini idilliache della baia, tra tramonti romantici e sogni di un futuro che per Anne e Jim non ci sarà mai.

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In conclusione, un buon film, con un andamento oscillante che però tiene; a parti noiose il regista alterna momenti di macabra suspence immergendo il tutto in splendidi paesaggi naturali.Il cast è fondamentalmente di contorno ai tre personaggi principali, ovvero Anne interpretata da una bravissima e inaspettatamente sexy Sarah Miles, un tenebroso Kris Kristtoferson nel ruolo di Jim e Jonathan Kahn, che interpreta con misura Jonathan.
Un film davvero raro nella versione italiana; non ho trovato nulla in rete ne in streaming ne in download mentre è presente in una bella e vivida riduzione in divx da digitale sui p2p

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I giorni impuri dello straniero
Un film di Lewis John Carlino. Con Kris Kristofferson, Sarah Miles, Jonathan Kahn Titolo originale The Sailor Who Fell from Grace with the Sea. Drammatico, durata 104′ min. – Gran Bretagna 1976

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Sarah Miles: Anne Osborne
Kris Kristofferson: Jim Cameron
Jonathan Kahn: Jonathan Osborne – Numero Tre
Margo Cunningham: Mrs. Elizabeth Palmer
Earl Rhodes: Capo – Numero Uno
Paul Tropea: Numero Due
Gary Lock: Numero Quattro
Stephen Black: Numero Cinque

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Regia Lewis John Carlino
Soggetto Yukio Mishima
Sceneggiatura Lewis John Carlino
Fotografia Douglas Slocombe
Montaggio Antony Gibbs
Musiche Johnny Mandel
Scenografia Ted Haworth, Brian Ackland-Snow e Lee Poll

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L’opinione del Morandini

Una giovane donna inglese ha una relazione con un amabile marinaio. Con l’aiuto di quattro compagni, il geloso figlio adolescente, succubo di un morboso amico, castra l’intruso con un complicato rito macabro. La vicenda di Gogo no eiko (Il sapore della gloria), romanzo accesamente erotico del giapponese Yukio Mishima, è stata trasferita in una località costiera inglese. È un film diseguale, ma qua e là non privo di impressionante fascino macabro.

L’opinione di Buiomega 71 dal sito http://www.davinotti.com

Sinuoso e affascinante drammone, che mischia sottotese pulsioni incestuose, atmosfere echeggianti The wicker man, lontani sentori serradoriani della maladolescenza ferina e vendicativa. Bellissime location marinare, supportate dalla notevole fotografia di Douglas Slocombe e una certa morbosità che lascia il segno. A volte allucinato e febbrile, con alcuni momenti tediosi, ma crudele quanto basta per farsi apprezzare. Insopportabile la canzone cantata da Kris Kristofferson. Comunque da recuperare e da rivalutare. Buona la regia di Carlino.

L’opinione di Lucius dal sito http://www.davinotti.com

Ha un figlio perverso ma stenta a crederlo, perchè ogni scarrafone è bello a mamma soja. Il regista si concentra su questi, analizzandone la morbosa psicologia, il resto è ordinaria vita di coppia. Una pellicola curiosa incentrata sul piccolo saccentone che si crede adulto e agisce da adulto, ma con una mentalità deviata. Sprazzi di macabro aleggiano per tutta la durata. Il rientro nella normalità non è sempre facile.

L’opinione del sito http://www.cinemaepsicoanalisi.com

Il regista trasferisce il romanzo Il sapore della gloria di Yukio Mishima sulla costa inglese e dirige una pellicola a doppia velocità: anonima e piatta quando narra la sdolcinata storia d’amore tra Anne e Jon ed inquietante ogni qual volta entrano in campo Jonathan e gli altri componenti della setta segreta. Il regista ci mostra in più occasione come il loro piccolo capo, un ragazzino despota ed autoritario li maltratta e li umilia, li chiama per numero ed al loro minimo accenno di ribellione, minaccia di degradarli. Nel corso degli incontri il capo espone loro le sue farneticanti elucubrazioni e, per dimostrare che occorre arrivare sempre al centro delle cose, dopo aver avvelenato un gatto, lo disseziona chirurgicamente e gli estrae il cuore. Il regista lascia sullo sfondo i motivi che spingono Jonathan ad uccidere così crudelmente Jon e, l’atmosfera raggelante che circonda l’ignaro Jon, mentre beve del thè avvelenato, contrasta con lo splendido panorama che fa da scenario al macabro omicidio.

 

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“Dormi bene, caro.”
La madre chiuse a chiave dall’esterno la camera di Noboru. Chissà cosa pensava di fare nel caso fosse scoppiato un incendio: certo, si riprometteva di riaprirla subito. E se, a causa del calore, il legno si fosse ingrossato e la vernice fosse colata nella toppa della serratura? Scappare dalla finestra? Ma il terreno di sotto era lastricato e il secondo piano di quella casa allampanata disperatamente alto.
Tutta colpa sua, di Noboru. Era sgattaiolato fuori di notte, istigato dal “capo”, di cui non aveva voluto rivelare il nome.
Quella casa di Yokohama – l’indirizzo preciso era: Nakaku, Yamatemachi, Yatozakaue – era stata costruita dal padre e poi rimodernata dalle forze d’occupazione americane che l’avevano requisita: ogni camera del secondo piano aveva uno stanzino da bagno, cosicchè essere rinchiuso in una di esse non era poi tanto scomodo. Ma per un tredicenne, diventava un’umiliazione tremenda.

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 Yukio Mishima 

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