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Arcana

Arcana locandina 1

Arcana è un non film.
Arcana è, come lascia presagire il titolo stesso,che suggerisce qualcosa di misterioso, inafferrabile, un viaggio metropolitano e al tempo steso un viaggio ancestrale alla ricerca dell’autentico spirito popolare dominato dalla superstizione, che può nascondersi tranquillamente all’interno di una famiglia proletaria, per usare un termine tanto caro al periodo storico in cui venne girato (il 1972) o all’interno di una famiglia medio borghese.
Un viaggio nell’anima, nei tabù,alle radici della cultura stessa.
Un viaggio disomogeneo ai massimi livelli, caotico e carico di simbolismi, ma non per questo meno affascinante.
E coraggioso.
Chiunque si avvicini oggi a questo film non potrà non restare impressionato dalla sua carica sperimentale e sognatrice, didascalica e ferocemente anti borghese, espressa con un linguaggio cinematografico raramente così efficace e coraggioso.
Giulio Questi, il regista del film, è alla sua terza ed ultima regia per il cinema:dopo il coraggioso e anticonvenzionale Se sei vivo spara,un western anomalo dentro il quale si riconosce facilmente una visione apocalittica di quello che era stato il mito del dopo guerra, la resistenza al fascismo e dopo La morte ha fatto l’uovo, durissima critica al consumismo del post boom economico Questi approda ad Arcana.

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Che viene girato con pochissimi mezzi e con due lire; unico lusso del film la partecipazione di due attrici di ottimo livello come Lucia Bosè e Tina Aumont.
Per colmo di sventura Arcana venne stampato in pochissime copie che fecero una fugace apparizione nelle sale cinematografiche in quanto il produttore del film fallì, impedendo tra l’altro la circolazione dello stesso all’estero.
Si deve al CSC,il Centro di sperimentazione cinematografico l’operazione meritoria di aver riesumato la pellicola dagli archivi della Cineteca Nazionale, che per inciso possiede 80.000 pellicole, 600.000 fotografie e 50.000 manifesti e averne pubblicato la versione integrale, che però non è mai passata in tv.
Veniamo al film, la cui descrizione sinottica è semplicemente riduttiva e di difficile esplicazione.
La signora Tarantino e suo figlio provengono dalla Sicilia.

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Lei è vedova e ben presto deve fare i conti con la borsa della spesa, per cui decide di mettere a frutto il suo talento che consiste nella conoscenza arcaica di riti magici che si mescolano a rituali superstiziosi, che ben presto attirano un gruppo eterogeneo di persone, fra le quali non è predominante la componente popolare, ma consta anche di un nutrito gruppo di borghesi.
La donna ha un rapporto ambiguo con suo figlio, ai limiti dell’incestuoso e d’altro canto anche il giovane nutre gli stessi sentimenti edipici per sua madre;il giovane capisce che l’arte magica della madre può servirgli e decide di impadronirsi dei segreti che a suo modo di vedere la madre custodisce gelosamente.
A sua insaputa il ragazzo possiede già delle conoscenze arcane e misteriose sulle forze “magiche” che vorrebbe strappare alla madre.
Ma sono conoscenze latenti e non dominate.
Dopo aver tentato di strappare alla madre gli oscuri segreti che la donna sembra manipolare con facilità, il giovane utilizza i suoi poteri estesi per creare un autentico caos nel quartiere:un asino vola sulla cima di un campanile, un villino che sembra magico strega una famiglia, dalla bocca della madre escono rospi vivi.E buon ultimo, uno stupro.Il giovane infatti conosce una cliente della madre, Marisaa, e la violenta mettendola di conseguenza incinta.
Il che provocherà un drammatico finale…

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Arcana è un film sperimentale e come tale necessita di una buona dose di pazienza per essere visto compiutamente e sopratutto per assistere alla successione di immagini che ondeggiano e poi vagano tra l’onirico e il reale, immagini spesso criptiche nel loro simbolismo esasperato.
La celebre sequenza delle rane o rospi che siano ha palesi riferimenti ai miti della fertilità egizi o anche aztechi, vista la mitologia azteca sull’origine della vita mentre altre sequenze sono decisamente di più difficile interpretazione.
Di certo c’è da dire una cosa: oggi una pellicola coraggiosa e anticonformista come Arcana sarebbe assolutamente improponibile nel panorama cinematografico attuale, fatto di pellicole poco affascinanti, stereotipate nei loro paludamenti tra decine di cine panettoni natalizi o pasquali.
La cosa più triste è leggere alcuni commenti che circolano in rete, chiara dimostrazione di come il cinema venga interpretato da molti come evasione pura o come totale disimpegno, come se non ci fosse un’alternativa alle vacanze alle Bahamas o alle commediole nostalgiche che infarciscono e inflazionano gli schermi.
Il film di Questi è indubbiamente indigesto: tuttavia ha il coraggio e il pregio di rompere gli schemi, parlando apertamente delle ipocrisie che si nascondono nella classe medio borghese oppure nel rappresentare una realtà, oggi in larga parte svanita, di un meridione superstizioso ma ugualmente magico, legato a riti ancestrali che solo chi vive la realtà meridionale può oggi vagamente comprendere.

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Basta farsi un viaggio in Lucania o in Calabria, in alcuni paesini e parlare con la gente più anziana per comprendere quello che Questi raccontava nel suo Arcana, un mondo ormai quasi completamente dissolto.
Arcana è bello, sofisticato e misterioso, a tratti incompleto e inconcludente,a tratti maestoso: vizi e difetti, pregi e perle si alternano senza soluzione di continuità nel film, lasciando però affascinato lo spettatore.
Non lascia assolutamente indifferenti.
Quanto meno fa discutere.
Il che è molto di più di quello che si poteva pretendere da un film costruito senza soldi, con pochi mezzi, ma con tante idee.A tratti confuse, ma vivaddio vitali.
Grandissima Lucia Bosè, nel film: l’attrice italiana diffonde una sensualità, un magnetismo che spiegano attraverso le belle immagini di Questi il suo rapporto problematico e al tempo stesso edipico con il figlio, interpretato da Maurizio Degli Esposti, un attore molto espressivo che è comparso in quattro film affascinanti come questo arcana, come Uccidete il vitello grasso e arrostitelo, Una ragazza di nome Giulio e Simona, tutti film particolari e caratterizzati dall’anticonformismo più libertario e totale.

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Un vero peccato che dopo Simona del 1974 sia assolutamente scomparso dagli schermi.
Molto brava anche Tina Aumont che nel film interpreta Marisa, la giovane donna a cui il figlio della Tarantino riserva uno stupro che avrà conseguenze drammatico.
Chiunque voglia vedere questo film troverà una versione purgata su You tube o in streaming, che è poi la stessa; tuttavia il mio consiglio è quello di vedere l’edizione completa, quella restaurata che in tv non è mai passata e che potrete trovare a questo indirizzo http://wipfiles.net/hpqmn2f3psxp.html
Per poter scaricare il file occorre una registrazione (fittizia) con un account libero;fatelo, perchè ne vale la pena.
Questa versione contiene circa 25 minuti addizionali presenti nella versione originale del film e inspiegabilmente tagliati in tv, oltre ad essere digitalmente perfetta.
Importante è per esempio la lunga sequenza notturna dell’incesto, suggerito e mai mostrato in maniera esplicita,tra la Tarantino e suo figlio oltre alla sequenza dello stupro, anche questa trattata con molta sobrietà e senza morbosita da Questi.

Arcana
Un film di Giulio Questi. Con Tina Aumont, Lucia Bosè, Maurizio Degli Esposti, Dario Viganò, Gianfranco Pozzi, Renato Paracchi Drammatico, durata 111′ min. – Italia 1972

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Lucia Bosé: signora Tarantino
Maurizio Degli Esposti: il figlio
Tina Aumont: Marisa
Renato Paracchi: passante

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Regia Giulio Questi
Sceneggiatura Franco Arcalli, Giulio Questi
Fotografia Dario Di Palma
Montaggio Franco Arcalli
Musiche Romolo Grano, Berto Pisano
Scenografia Francesco De Stefano
Costumi Marilù Carteny

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Arcana banner recensioni

 

L’opinione del Morandini

Alla vigilia delle nozze, Marisa (T. Aumont) va a farsi predire l’avvenire da Maria delle Rose Tarantino (L. Bosé), cartomante lucana immigrata a Milano, il cui figlio, apprendista stregone, la violenta. Scritto dal regista con Kim Arcalli e prodotto a basso costo, è un film rituale ed eccentrico sul disordine metropolitano e i suoi misteri, difficile da catalogare e da decifrare perché conduce il suo discorso per linee interne con accostamenti e contrapposizioni di carattere poetico più che prosastico, in continua oscillazione tra antropologia e psicanalisi, normale e paranormale, realistico e fantastico, magia e rivolta sociale. Eastmancolor di Dario De Palma. Insolita colonna musicale di Romolo Grano e Berto Pisano con un ossessivo brano di violino che fa da Leitmotiv, trascrizione di un brano popolare macedone. Una memorabile Bosé.
L’opinione di Kotrab dal sito http://www.filmtv.it

Terzo e ultimo film di G. Questi per il cinema, Arcana indica già dal titolo la sua particolarità, il proprio carattere misterioso e bizzarro, fuori dagli schemi come d’altronde lo erano anche i film precedenti di Questi, tutte rivisitazioni originali, uniche e multiformi dei generi cui si riferivano. Se prima però si potevano “tranquillamente” riconoscere il western (Oro hondo – Se sei vivo spara) e il thriller (La morte ha fatto l’uovo), con Arcana è difficile, anzi impossibile, individuare una classificazione, sebbene si possa considerare con la solita espressione di B-Movie per la limitatezza dei mezzi, che però non impedisce l’espressione delle idee di Questi e del fido sceneggiatore e montatore Franco Arcalli.
Il soggetto prende in esame i riti di magia, le sedute spiritiche e la cartomanzia di una donna (L. Bosé, notevole) emigrata dal sud Italia nella periferia di Milano con il figlio (M. Degli Esposti), orfano di padre morto in miniera. La sua pensione però non basta per fare una vita agiata e quindi si cercano nuove e più consistenti entrate grazie alle potenzialità della magia e all’attrazione che essa ha sulla popolazione, di cui però sono ovviamente accettate più volentieri le persone dell’alta borghesia. Il figlio ha invece, a differenza della madre, veri poteri paranormali che a volte non vengono pienamente dominati e influiscono sia sul ragazzo stesso che sulle sue vittime, tra cui una ragazza, Marisa, in procinto di sposarsi (T. Aumont). Una figura, questa, che si intromette in un certo senso tra madre e figlio, così legati non solo professionalmente, ma anche da un rapporto edipico morboso, che però è trattato dal regista con grande tatto, suggerito in modo sinistro e inquieto, caratteristiche d’altra parte che dominano il film dall’inizio alla fine.
Il film ha quindi uno stile particolare, tra il surreale, l’onirico, il grottesco, sensazioni ambigue, di fascinazione malsana, una regia attenta alle inquadrature, ai punti di vista deformanti, agli ambienti angusti dei corridoi del palazzo, alle atmosfere cupe tanto nell’oscurità dell’appartamento durante le sedute collettive, quanto nei luminosi ma sinistri momenti all’aperto, nella periferia cittadina o in posti isolati della campagna, in cui si svolgono alcune delle scene più criptiche e simboliche, con l’accompagnamento di una musica popolare di violino dall’effetto quasi ipnotico. A queste, nella seconda parte, si alterna la sequenza in cui gli ospiti sono invasati e dalla bocca della Bosé saltano fuori alcune rane con effetti visivi davvero incisivi e affascinanti (complice il montaggio di Arcalli). Riferendosi infatti all’aborto di Marisa con pratiche magiche, la rana era la raffigurazione della dea egiziana Heket ma è anche il simbolo del dominio sulla stessa ragazza, secondo le sue potenzialità nella magia popolare, e ancora simbolo di eresia, secondo i Padri della Chiesa, per la loro vita condotta nel fango, oppure è un animale onirico espressamente femminile-materno (E. Aeppli; cfr. la Garzantina Simboli).
L’unico film, credo, a cui si potrebbe accostare è forse, per certe tematiche comuni, Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci, ma al rovescio: là siamo in Lucania, qua a Milano, ma c’è sempre il rapporto tra magia e modernità, tra luce e ombra; là l’incontro tra estranei e popolazione locale di paese e contadina, qua invece la venuta di immigrati in una metropoli, nel bel mezzo di una borghesia che è però legata a superstizioni radicate e ad ambienti avvolti da strane incombenze e sensazioni; là siamo più sul versante thriller, horror e antropologico di un mondo che vive in se stesso, qua in una terra di nessuno in ogni senso, in cui volteggiano le efficaci musiche di Romolo Grano e Berto Pisano, a volte torbide e insinuanti, altre volte spensierate ma ambigue e contrastanti.
Difficile, imperfetto, ma affascinante e degno di rispetto. La casa produttrice fallì durante la stampa.

L’opinione del sito http://www.exxagon.it

Ex film rarissimo e maledetto del duo Questi-Arcalli che incappò nel fallimento della produzione mentre si stampavano le copie, sicché reperirlo nella verisione “director’s cut” è un impresa. La versione tagliata da tv locale invece ormai circola un po’ ovunque, però si sente male e si vede peggio, così che lo scaricatore possa trovarsi faccia a faccia con le brutture delle proprie azioni. E parlo per me. D’altra parte Arcana non è quel genere di film che si tesaurizza sullo scaffale, ma piuttosto è un esperimento di cinema libero che val la pena di guardare una volta per avere un quadro di quando si poteva pensare e realizzare produzioni senza pensare troppo alla leggi del mercato e del successo… correndo sull’orlo del fallimento. Leggo in giro, a proposito del lavoro di Questi, aggettivi del calibro di “imprescindibile”. Orbene, sarò meno weird di quanto alcuni possano pensare, ma tali aggettivi relativamente al cinema italiano li applicherei a pellicole quali Amarcord di Fellini, ad esempio. Le parole vanno usate con cautela perché portano con loro dei significati e i significati danno un senso all’esistenza:, dire che Arcana è un film “imprescindibile” significa fraintendere la storia del cinema. Imprescindibile sì, se però si sta parlando di Questi. E’ infatti interessante capire come il regista sia passato dalla rielaborazione pop dello spaghetti thriller di La Morte ha Fatto l’Uovo (1967) al surrealismo antiborghese di Arcana. In effetti Questi non ha fatto nessun particolare balzo estremo. Già nel film del 1967 si potevano leggere critiche verso la società borghese e rappresentazioni pesantemente influenzate dai lavori buñueliani, semplicemente in quel film si faceva uso di soluzioni visive tipiche della pop-art. In Arcana i temi, o meglio la forza critica, rimangono i medesimi, semplicemente cambia il modo di rappresentarli. La storia è quella di una famiglia di emigrati meridionali che viene in quel di Milano e tenta di sbarcare il lunario, cosa ancor più difficile visto che l’uomo di casa è morto. La soluzione è la magia, la truffa e la metafisica. Ne esce quindi un discorso relativo al fatto che alla base di una cultura moderna, razionalista e borghese vi siano fondamenta magiche, ignoranti e ritualistiche esattamente come secoli fa. Nulla è cambiato, tutto si basa su profonde contraddizioni. E ciò si manifesta soprattutto al limitare della metropoli, in quartieri desolati e degradati in cui futuro e passato mal si integrano. Il modo in cui Questi decide di indagare e rappresentare questo tema è assai peculiare: il suo quadro è dipinto per metà con toni crudi e realistici e per l’altra metà Questi non dimentica la lezione surrealista e visionaria, per cui la Bosé che fa uscire dalla bocca delle vere rane è solo la punta dell’iceberg. Il regista dimostra un disinteresse programmatico verso le normali regole della narrazione e piuttosto un interesse verso il simbolo e l’immagine come veri media del significato, cioé il cinema come viatico principale di significati e controsignificati, al di là dell’ortodossa coerenza narrativa (… e qui mi viene in mente Brega…”Ah Ruggé, ma come cazzo parli?”). Certo, Questi non ha la visionarietà di Jodorowsky e di sicuro non ha la capacità (i soldi?) di tramutare l’immagine mentale in un’immagine visiva a forte impatto; la visionarietà di Questi si perde troppo spesso in un accumulo di allogorie, metafore o immagini a sé stanti che straniano per straniare e rischiano di annoiare. La durata del film non giova. Tuttavia Arcana non è un’opera involontariamente weird o stranita, la sua è stranezza artistica programmatica, tanto più affascinate oggi che siamo inondati da cultura omogeneizzata e predigerita. La volotà di scuotere occhi e menti dello spettatore c’è, l’operazione è però compiuta su piccola scala e il fallimento produttivo in itinere sta lì a dimostrarlo. Arcana non è mai decollato e ancor oggi vola undergorund. Si vede che è il destino di queste cose. Per esoteristi del cinema di genere.
L’opinione di Brainiac dal sito http://www.davinotti.com

Insolito, visionario, possente questo Arcana. Questi è un Lynch ante-litteram che si diploma in surrealismo italiano. O un Elio Petri che si laurea in storia e critica del cinema horror. Ma le definizioni, per quanto ingegnose, non possono riprodurre lo straniamento provocato dal fascino tenebroso di una pellicola in cui si associano frustate di critica sociale (il padre morto in galleria) ed ombre sovrannaturali degne del mistery più conturbante. Non tutto verrà svelato, il puzzle non sarà ricomposto appieno, ma la visione è consigliatissima. Inquietantissimi fantasmi, Questi.

L’opinione di aal dal sito http://www.davinotti.com

Film introvabile e cult assoluto. La cartomante e vedova Lucia Bosè cerca di sbarcare il lunario predicendo il futuro. Il lunatico figlio (Maurizio Degli Esposti) però possiede davvero poteri soprannaturali e se ne serve impulsivamente per soggiogare le sue vittime, scatenare forze oscure, provocare fenomeni incontrollabili e isteria di massa. Un film surreale ed ammaliante, criptico e iquietante, bellissimo, da recuperare assolutamente.
L’opinione di Guy Picciotto dal sito http://www.filmscoop.it

Film culto, quasi introvabile, ma finalmente trovato , anche se tagliato di 20 minuti.
Ultimo film di Questi (che peccato!), Arcana mi conferma la libertà espressiva di un regista insofferente alle leggi del mercato e ai generi preconfezionati.
E un film profondamente anti-borghese, che sarebbe piaciuto a Giordano Bruno, magia nera e alchimia esistono e sono sempre esistiti in natura e nel cosmo, questo alle religioni monoteistiche non è mai piaciuto, poichè solo a pochi maestri e ai loro iniziati è dato possedere la vera conoscenza, questo è l’assunto bruniano, Questi deraglia sin dall’inizio, ed è orgasmo indolente:
momenti cult e scene di straniamento e scompaginamento dell’impianto tradizionale filmico ( e del miserevole tran tran quotidiano borghese).
Sedute spiritiche tetre e ombrose, personaggi irrequieti che oscillano quasi come in un quadro impressionista, cartomanzia e riti propiziatori singolari con fuoriuscite di numerose rane dalla bocca della maga terrona in trance.
E una visione apocalittica e di decadenza urbana , proprio a metà strada tra contesto cittadino cattolico e borghese e campagna satanica (la storia si snoda in un quartiere decentrato rispetto alla città Milano).
Un film che sotto sotto fa luce sul perché la cultura magico-esoterica sia sopravvissuta così tanto nella vita culturale meridionale e come questa si sia mossa accanto al razionalismo e relativismo etico da cui è nata la civiltà moderna borghese.

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Arcana foto 1

febbraio 2, 2014 Posted by | Drammatico | , , , | 3 commenti

Simona

Simona locandina

Il diciottenne George conosce su una spiaggia la bellissima e disinibita Simona, che lo inizia ai piaceri del sesso. Tra i due nasce così anche una relazione sentimentale assolutamente anticonformista; un giorno, mentre scorazzano in auto, investono una bici con su la giovane marchesina Marcelle de Paille che perde i sensi nell’impatto.
Al risveglio, la ragazza fugge via, per poi tornare l’indomani sulla spiaggia, nascosta dietro le dune per spiare George e Simona che fanno l’amore. Scoperta dai due, viene coinvolta in un gioco amoroso a tre, ma dopo aver assaporato la libertà con i due, camminando completamente nuda e coperta di alghe sulla spiaggia, Marcelle fugge ancora.
La ragazza vive in una grande casa con il padre e lo zio, dei quali è amante incestuosa dopo la morte della madre, avvenuta in un incidente stradale e nel corso del quale suo zio ha deliberatamente ucciso la donna per sottrarla a suo padre. Nella grande casa l’atmosfera è opprimente; la ragazza è circondata dai corpi imbalsamati di innumerevoli animali, resi così da suo padre che è un esperto tassidermista.

Simona 6Simona, George e Marcelle verso il mare, in cerca della libertà

La mente di Marcelle vacilla così come la sua personalità, che anelita di sfuggire all’angosciosa atmosfera della casa per unirsi ai suoi amanti.
Inutilmente George e Simona tentano di strapparla a quel luogo infernale.
George, penetrato nella casa, viene ucciso dal padre di Marcelle, che subito dopo uccide lo zio e la ragazza stessa. Nello stesso istante in cui la ragazza muore, tutti gli animali presenti nella casa quasi fossero resi liberi da un sortilegio, riprendono a vivere.
A Simona, restata sola, non rimane che ricordare i momenti felici e andare via.

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Dissolvenza sui tre giovani che si abbracciano felici…

La ritroviamo mentre assiste ad una corrida (così come nelle scene iniziali), con gli occhi bagnati di lacrime, mentre una voce fuoricampo recita: ” Nel momento stesso in cui si esaltava la crudele inutilità della morte, l’anima di Marcelle unita al ricordo di George si rimetteva a vivere in Simona. Si compiva così quella sofferta comunione erotica tanto desiderata e tanto temuta che li liberava finalmente da quel mondo di fantasmi che aveva dato loro l’illusione della vita
Si può essere santi sia in senso religioso che in senso erotico“, recita la didascalia finale del film, con la firma di Alberto Moravia, a sugellare una pellicola molto particolare e decisamente ostica.
Tratto dal romanzo Histoire de l’oeil di Georges Bataille, romanzo edito a fine degli anni 20 e a lungo osteggiato in Italia tanto da essere stato pubblicato solo negli anni 80, Simona è un film decisamente anticonvenzionale diretto dal regista belga Patrick Longchamps alla sua prima e unica direzione cinematografica.

Simona 8Laura Antonelli

Simona 1Margot Saint Ange

Film dalla struttura tipicamente circolare (l’inizio e la fine del film coincidono), ricco di simbolismi spesso oscuri e di dialoghi a tratti metaforici a tratti confusi, Simona è opera fascinosa ma al tempo stesso di difficile comprensione.
Non ho letto il romanzo da cui il film è tratto, per cui per forza di cose devo limitarmi a quello che ho visto sullo schermo (peraltro in tempi recentissimi).
Un’opera che alcuni sprovveduti hanno catalogato come erotica; il che è assolutamente fuorviante per coloro che intendano avvicinarsi ad un film che proprio in virtù di questa errata catalogazione ha finito per essere bandita dai circuiti cinematografici e televisivi.
In realtà l’erotismo, poco presente, è solo uno degli aspetti della storia o quantomeno è solo il collante fra le storie personali di Simona, George e Marcelle che lo utilizzano un pò come liberazione personale un pò perchè con esso trasgrediscono la vita in contrasto con la morte che sembra aleggiare su tutto il film.
Come del resto evidenziato nel monologo finale della voce fuori campo.
Se i personaggi sono appena abbozzati, in nome di un discorso globale e collettivo dei tre visti quasi come una personalità e un corpo unico, la storia scorre su binari divergenti; a tratti le vicende di Simona si incrociano con i destini di George e Marcelle, per poi assumere un indirizzo univoco in seguito alle drammatiche morti di George e Marcelle.
Il vero fulcro della storia diventa così la casa-mausoleo in cui la sventurata Marcelle vive con gli incestuosi padre e zio.
Una casa in cui domina la morte, simboleggiata non solo dai corpi dei numerosi animali imbalsamati ma anche dall’oscurità dell’ambiente e dalle presenza dei due folli parenti della ragazza che la trattengono in un mondo in cui a farla da padrona è la pazzia.
Marcelle si illude di evadere dalla prigione in cui anche la sua mente vacilla rifugiandosi nel legame erotico con i due giovani ma la sua è solo un’illusione.
Sarà il padre a stroncare defintivamente la sua vita subito dopo aver ucciso l’incolpevole George, venuto nella casa per aiutare la ragazza e dopo aver ucciso l’odiato fratello reo di aver amato prima sua moglie e poi Marcelle.
Se la descrizione del film può sembrare tutto sommato come esplicativa di scene abbastanza comprensibili, affrontando la pellicola ci si rende conto che la realtà è ben diversa.
Dopo i primi minuti, durante i quali seguiamo la nascita e l’evolversi del rapporto tra il giovanissimo George e Simona, il film ci trasporta in una dimensione decisamente più complessa.

Simona 14Il bacio tra Simona e Marcelle, illusione di libertà

Il simbolismo inizia a prendere corpo, diventando alternativo ma allo stesso tempo complementare alla storia che seguiamo.
Un esempio è la sequenza in cui Simona e George stanno facendo l’amore mentre il ragazzo fa scendere un uovo sulla pancia di Simona; una vecchia si aggira smarrita nella stanza e Simona dice a George che si tratta di sua madre. La solita voce fuori campo ci racconta che “una volta la madre di Simona era una donna estremamente buona e dolce, che viveva nell’eco del suo passato; si diceva che fosse stata una grande artista che aveva già da tempo intuito i giochi amorosi di sua figlia, ma quando la sorprese si accontentò di assistere sbalordita senza fiatare, perchè non apparteneva più a questo mondo
Un’ altra sequenza estremamente ostica è quella in cui i due amanti riescono a portare Marcelle nel cimitero monumentale di famiglia, adorno di statue umane pronte ad animarsi sotto gli occhi terrorizzati di Marcelle, inutilmente rassicurata da George e Simona che le dicono che si tratta di normali ragazzi.
Ecco, proprio il simbolismo, unito alla tecnica della dissolvenza e del mosaico tra immagini è alla fine la caratteristica portante del film, che in questo modo sembra sospeso tra realtà e sogno, fra la fantasia e quello che i ragazzi sembrano vivere realmente.

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L’effetto flou della fotografia amplifica ancor più il tutto dando alla pellicola momenti di rarefatta bellezza.
Tuttavia il film di Longchamps è eccessivamente criptico in troppe sequenze e alle volte appare slegato, nonostante il regista si sforzi di seminare indizi per la decifrazione dello stesso.
E’ questo il principale limite del film stesso, che resta però opera oscura ma dal fascino irresistibile.

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Simona 3

La protagonista principale ovvero Simona è interpretata da Laura Antonelli, alle prese con un ruolo estremamente difficile e ricco di sfumature; la bellissima attrice ci mette impegno e alla fine dimostra come avesse anche talento drammatico e che se fosse stata sfruttata meglio dai registi dell’epoca avrebbe avuto ben altra sorte cinematografica.
Una volta tanto infatti quello che conta in lei non sono i metri di epidermide mostrata ma la capacità di rendere visivamente un personaggio così complesso come quello di Simona.

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Nel ruolo di George c’è Maurizio Degli Esposti, che nella sua carriera ha avuto a che fare con film molto particolari; i titoli da lui interpretati ovvero Uccidete il vitello grasso e arrostitelo, La ragazza di nome Giulio e Arcana dimostrano la sua volontà di non interpretare ruoli consueti in film di routine. In questo film se la cava egregiamente così come molto brava è l’efebica Margot Saint Ange, anche lei alla sua prima e ultima apparizione cinematografica. Un mistero, questo, perchè l’attrice mostra buone doti, decisamente superiori a quelle di tante soubrettine dell’epoca. Citazioni per Raf Vallone (lo zio incestuoso) e per Patrick Magee (il padre).
Simona ebbe accoglienze discrete dalla critica mentre il pubblico non ebbe grandi modi per vedere il film, vista la pesante censura applicata.

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E probabile che nella versione che ho visionato manchino alcune scene, altrimenti non si spiegherebbe il motivo dell’accanimento censorio nei confronti del film; data la difficilissima reperibilità dello stesso, sarei grato ai lettori del blog su qualsiasi delucidazione in merito.
In ultimo, un appunto su alcune parti della colonna sonora che ondeggia tra il vaudeville e il jazz; la scelta frammenta la tensione del film ed è davvero una cosa poco riuscita mentre la fotografia è discreta.
Un film che mi sento di consigliare a patto di volersi scervellare un pò più del necessario.

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Simona
Un film di Patrick Longchamps. Con Laura Antonelli, Raf Vallone, Patrick Magee, Maurizio Degli Esposti,Margot Saint’Ange
Titolo originale Histoire de l’oeil. Drammatico, durata 91 min. – Italia 1974.

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Laura Antonelli: Simona
Maurizio Degli Esposti: George
Matrick Magee: padre di Marcelle
Margot Sainte Ange: Marcelle
Raf Vallone: zio di Marcelle
Maxane: madre di Simona

Regia     Patrick Longchamps
Soggetto     Georges Bataille (dal racconto omonimo)
Sceneggiatura     Patrick Longchamps
Produttore     Bruno Dreossi, Roland Perault
Casa di produzione     Rolfilm, Les Films de l’Oeil
Distribuzione (Italia)     Dear Film
Fotografia     Aiace Parolin
Montaggio     Franco Arcalli, Pina Rigitano
Effetti speciali     Joseph Natanson
Musiche     Fiorenzo Carpi
Scenografia     Pasquale Grossi
Costumi     Pasquale Grossi

Ludovica Modugno: Simona
Claudio Sorrentino: George
Antonio Guidi: padre di Marcelle
Rossella Izzo: Marcelle
Mario Bardella: zio di Marcelle
Antonio Colonnello: voce narrante

Simona locandina 1

ottobre 20, 2011 Posted by | Drammatico | , , , , , | Lascia un commento