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Arcana

Arcana locandina 1

Arcana è un non film.
Arcana è, come lascia presagire il titolo stesso,che suggerisce qualcosa di misterioso, inafferrabile, un viaggio metropolitano e al tempo steso un viaggio ancestrale alla ricerca dell’autentico spirito popolare dominato dalla superstizione, che può nascondersi tranquillamente all’interno di una famiglia proletaria, per usare un termine tanto caro al periodo storico in cui venne girato (il 1972) o all’interno di una famiglia medio borghese.
Un viaggio nell’anima, nei tabù,alle radici della cultura stessa.
Un viaggio disomogeneo ai massimi livelli, caotico e carico di simbolismi, ma non per questo meno affascinante.
E coraggioso.
Chiunque si avvicini oggi a questo film non potrà non restare impressionato dalla sua carica sperimentale e sognatrice, didascalica e ferocemente anti borghese, espressa con un linguaggio cinematografico raramente così efficace e coraggioso.
Giulio Questi, il regista del film, è alla sua terza ed ultima regia per il cinema:dopo il coraggioso e anticonvenzionale Se sei vivo spara,un western anomalo dentro il quale si riconosce facilmente una visione apocalittica di quello che era stato il mito del dopo guerra, la resistenza al fascismo e dopo La morte ha fatto l’uovo, durissima critica al consumismo del post boom economico Questi approda ad Arcana.

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Che viene girato con pochissimi mezzi e con due lire; unico lusso del film la partecipazione di due attrici di ottimo livello come Lucia Bosè e Tina Aumont.
Per colmo di sventura Arcana venne stampato in pochissime copie che fecero una fugace apparizione nelle sale cinematografiche in quanto il produttore del film fallì, impedendo tra l’altro la circolazione dello stesso all’estero.
Si deve al CSC,il Centro di sperimentazione cinematografico l’operazione meritoria di aver riesumato la pellicola dagli archivi della Cineteca Nazionale, che per inciso possiede 80.000 pellicole, 600.000 fotografie e 50.000 manifesti e averne pubblicato la versione integrale, che però non è mai passata in tv.
Veniamo al film, la cui descrizione sinottica è semplicemente riduttiva e di difficile esplicazione.
La signora Tarantino e suo figlio provengono dalla Sicilia.

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Lei è vedova e ben presto deve fare i conti con la borsa della spesa, per cui decide di mettere a frutto il suo talento che consiste nella conoscenza arcaica di riti magici che si mescolano a rituali superstiziosi, che ben presto attirano un gruppo eterogeneo di persone, fra le quali non è predominante la componente popolare, ma consta anche di un nutrito gruppo di borghesi.
La donna ha un rapporto ambiguo con suo figlio, ai limiti dell’incestuoso e d’altro canto anche il giovane nutre gli stessi sentimenti edipici per sua madre;il giovane capisce che l’arte magica della madre può servirgli e decide di impadronirsi dei segreti che a suo modo di vedere la madre custodisce gelosamente.
A sua insaputa il ragazzo possiede già delle conoscenze arcane e misteriose sulle forze “magiche” che vorrebbe strappare alla madre.
Ma sono conoscenze latenti e non dominate.
Dopo aver tentato di strappare alla madre gli oscuri segreti che la donna sembra manipolare con facilità, il giovane utilizza i suoi poteri estesi per creare un autentico caos nel quartiere:un asino vola sulla cima di un campanile, un villino che sembra magico strega una famiglia, dalla bocca della madre escono rospi vivi.E buon ultimo, uno stupro.Il giovane infatti conosce una cliente della madre, Marisaa, e la violenta mettendola di conseguenza incinta.
Il che provocherà un drammatico finale…

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Arcana è un film sperimentale e come tale necessita di una buona dose di pazienza per essere visto compiutamente e sopratutto per assistere alla successione di immagini che ondeggiano e poi vagano tra l’onirico e il reale, immagini spesso criptiche nel loro simbolismo esasperato.
La celebre sequenza delle rane o rospi che siano ha palesi riferimenti ai miti della fertilità egizi o anche aztechi, vista la mitologia azteca sull’origine della vita mentre altre sequenze sono decisamente di più difficile interpretazione.
Di certo c’è da dire una cosa: oggi una pellicola coraggiosa e anticonformista come Arcana sarebbe assolutamente improponibile nel panorama cinematografico attuale, fatto di pellicole poco affascinanti, stereotipate nei loro paludamenti tra decine di cine panettoni natalizi o pasquali.
La cosa più triste è leggere alcuni commenti che circolano in rete, chiara dimostrazione di come il cinema venga interpretato da molti come evasione pura o come totale disimpegno, come se non ci fosse un’alternativa alle vacanze alle Bahamas o alle commediole nostalgiche che infarciscono e inflazionano gli schermi.
Il film di Questi è indubbiamente indigesto: tuttavia ha il coraggio e il pregio di rompere gli schemi, parlando apertamente delle ipocrisie che si nascondono nella classe medio borghese oppure nel rappresentare una realtà, oggi in larga parte svanita, di un meridione superstizioso ma ugualmente magico, legato a riti ancestrali che solo chi vive la realtà meridionale può oggi vagamente comprendere.

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Basta farsi un viaggio in Lucania o in Calabria, in alcuni paesini e parlare con la gente più anziana per comprendere quello che Questi raccontava nel suo Arcana, un mondo ormai quasi completamente dissolto.
Arcana è bello, sofisticato e misterioso, a tratti incompleto e inconcludente,a tratti maestoso: vizi e difetti, pregi e perle si alternano senza soluzione di continuità nel film, lasciando però affascinato lo spettatore.
Non lascia assolutamente indifferenti.
Quanto meno fa discutere.
Il che è molto di più di quello che si poteva pretendere da un film costruito senza soldi, con pochi mezzi, ma con tante idee.A tratti confuse, ma vivaddio vitali.
Grandissima Lucia Bosè, nel film: l’attrice italiana diffonde una sensualità, un magnetismo che spiegano attraverso le belle immagini di Questi il suo rapporto problematico e al tempo stesso edipico con il figlio, interpretato da Maurizio Degli Esposti, un attore molto espressivo che è comparso in quattro film affascinanti come questo arcana, come Uccidete il vitello grasso e arrostitelo, Una ragazza di nome Giulio e Simona, tutti film particolari e caratterizzati dall’anticonformismo più libertario e totale.

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Un vero peccato che dopo Simona del 1974 sia assolutamente scomparso dagli schermi.
Molto brava anche Tina Aumont che nel film interpreta Marisa, la giovane donna a cui il figlio della Tarantino riserva uno stupro che avrà conseguenze drammatico.
Chiunque voglia vedere questo film troverà una versione purgata su You tube o in streaming, che è poi la stessa; tuttavia il mio consiglio è quello di vedere l’edizione completa, quella restaurata che in tv non è mai passata e che potrete trovare a questo indirizzo http://wipfiles.net/hpqmn2f3psxp.html
Per poter scaricare il file occorre una registrazione (fittizia) con un account libero;fatelo, perchè ne vale la pena.
Questa versione contiene circa 25 minuti addizionali presenti nella versione originale del film e inspiegabilmente tagliati in tv, oltre ad essere digitalmente perfetta.
Importante è per esempio la lunga sequenza notturna dell’incesto, suggerito e mai mostrato in maniera esplicita,tra la Tarantino e suo figlio oltre alla sequenza dello stupro, anche questa trattata con molta sobrietà e senza morbosita da Questi.

Arcana
Un film di Giulio Questi. Con Tina Aumont, Lucia Bosè, Maurizio Degli Esposti, Dario Viganò, Gianfranco Pozzi, Renato Paracchi Drammatico, durata 111′ min. – Italia 1972

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Arcana banner protagonisti

Lucia Bosé: signora Tarantino
Maurizio Degli Esposti: il figlio
Tina Aumont: Marisa
Renato Paracchi: passante

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Regia Giulio Questi
Sceneggiatura Franco Arcalli, Giulio Questi
Fotografia Dario Di Palma
Montaggio Franco Arcalli
Musiche Romolo Grano, Berto Pisano
Scenografia Francesco De Stefano
Costumi Marilù Carteny

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Arcana banner recensioni

 

L’opinione del Morandini

Alla vigilia delle nozze, Marisa (T. Aumont) va a farsi predire l’avvenire da Maria delle Rose Tarantino (L. Bosé), cartomante lucana immigrata a Milano, il cui figlio, apprendista stregone, la violenta. Scritto dal regista con Kim Arcalli e prodotto a basso costo, è un film rituale ed eccentrico sul disordine metropolitano e i suoi misteri, difficile da catalogare e da decifrare perché conduce il suo discorso per linee interne con accostamenti e contrapposizioni di carattere poetico più che prosastico, in continua oscillazione tra antropologia e psicanalisi, normale e paranormale, realistico e fantastico, magia e rivolta sociale. Eastmancolor di Dario De Palma. Insolita colonna musicale di Romolo Grano e Berto Pisano con un ossessivo brano di violino che fa da Leitmotiv, trascrizione di un brano popolare macedone. Una memorabile Bosé.
L’opinione di Kotrab dal sito http://www.filmtv.it

Terzo e ultimo film di G. Questi per il cinema, Arcana indica già dal titolo la sua particolarità, il proprio carattere misterioso e bizzarro, fuori dagli schemi come d’altronde lo erano anche i film precedenti di Questi, tutte rivisitazioni originali, uniche e multiformi dei generi cui si riferivano. Se prima però si potevano “tranquillamente” riconoscere il western (Oro hondo – Se sei vivo spara) e il thriller (La morte ha fatto l’uovo), con Arcana è difficile, anzi impossibile, individuare una classificazione, sebbene si possa considerare con la solita espressione di B-Movie per la limitatezza dei mezzi, che però non impedisce l’espressione delle idee di Questi e del fido sceneggiatore e montatore Franco Arcalli.
Il soggetto prende in esame i riti di magia, le sedute spiritiche e la cartomanzia di una donna (L. Bosé, notevole) emigrata dal sud Italia nella periferia di Milano con il figlio (M. Degli Esposti), orfano di padre morto in miniera. La sua pensione però non basta per fare una vita agiata e quindi si cercano nuove e più consistenti entrate grazie alle potenzialità della magia e all’attrazione che essa ha sulla popolazione, di cui però sono ovviamente accettate più volentieri le persone dell’alta borghesia. Il figlio ha invece, a differenza della madre, veri poteri paranormali che a volte non vengono pienamente dominati e influiscono sia sul ragazzo stesso che sulle sue vittime, tra cui una ragazza, Marisa, in procinto di sposarsi (T. Aumont). Una figura, questa, che si intromette in un certo senso tra madre e figlio, così legati non solo professionalmente, ma anche da un rapporto edipico morboso, che però è trattato dal regista con grande tatto, suggerito in modo sinistro e inquieto, caratteristiche d’altra parte che dominano il film dall’inizio alla fine.
Il film ha quindi uno stile particolare, tra il surreale, l’onirico, il grottesco, sensazioni ambigue, di fascinazione malsana, una regia attenta alle inquadrature, ai punti di vista deformanti, agli ambienti angusti dei corridoi del palazzo, alle atmosfere cupe tanto nell’oscurità dell’appartamento durante le sedute collettive, quanto nei luminosi ma sinistri momenti all’aperto, nella periferia cittadina o in posti isolati della campagna, in cui si svolgono alcune delle scene più criptiche e simboliche, con l’accompagnamento di una musica popolare di violino dall’effetto quasi ipnotico. A queste, nella seconda parte, si alterna la sequenza in cui gli ospiti sono invasati e dalla bocca della Bosé saltano fuori alcune rane con effetti visivi davvero incisivi e affascinanti (complice il montaggio di Arcalli). Riferendosi infatti all’aborto di Marisa con pratiche magiche, la rana era la raffigurazione della dea egiziana Heket ma è anche il simbolo del dominio sulla stessa ragazza, secondo le sue potenzialità nella magia popolare, e ancora simbolo di eresia, secondo i Padri della Chiesa, per la loro vita condotta nel fango, oppure è un animale onirico espressamente femminile-materno (E. Aeppli; cfr. la Garzantina Simboli).
L’unico film, credo, a cui si potrebbe accostare è forse, per certe tematiche comuni, Non si sevizia un paperino di Lucio Fulci, ma al rovescio: là siamo in Lucania, qua a Milano, ma c’è sempre il rapporto tra magia e modernità, tra luce e ombra; là l’incontro tra estranei e popolazione locale di paese e contadina, qua invece la venuta di immigrati in una metropoli, nel bel mezzo di una borghesia che è però legata a superstizioni radicate e ad ambienti avvolti da strane incombenze e sensazioni; là siamo più sul versante thriller, horror e antropologico di un mondo che vive in se stesso, qua in una terra di nessuno in ogni senso, in cui volteggiano le efficaci musiche di Romolo Grano e Berto Pisano, a volte torbide e insinuanti, altre volte spensierate ma ambigue e contrastanti.
Difficile, imperfetto, ma affascinante e degno di rispetto. La casa produttrice fallì durante la stampa.

L’opinione del sito http://www.exxagon.it

Ex film rarissimo e maledetto del duo Questi-Arcalli che incappò nel fallimento della produzione mentre si stampavano le copie, sicché reperirlo nella verisione “director’s cut” è un impresa. La versione tagliata da tv locale invece ormai circola un po’ ovunque, però si sente male e si vede peggio, così che lo scaricatore possa trovarsi faccia a faccia con le brutture delle proprie azioni. E parlo per me. D’altra parte Arcana non è quel genere di film che si tesaurizza sullo scaffale, ma piuttosto è un esperimento di cinema libero che val la pena di guardare una volta per avere un quadro di quando si poteva pensare e realizzare produzioni senza pensare troppo alla leggi del mercato e del successo… correndo sull’orlo del fallimento. Leggo in giro, a proposito del lavoro di Questi, aggettivi del calibro di “imprescindibile”. Orbene, sarò meno weird di quanto alcuni possano pensare, ma tali aggettivi relativamente al cinema italiano li applicherei a pellicole quali Amarcord di Fellini, ad esempio. Le parole vanno usate con cautela perché portano con loro dei significati e i significati danno un senso all’esistenza:, dire che Arcana è un film “imprescindibile” significa fraintendere la storia del cinema. Imprescindibile sì, se però si sta parlando di Questi. E’ infatti interessante capire come il regista sia passato dalla rielaborazione pop dello spaghetti thriller di La Morte ha Fatto l’Uovo (1967) al surrealismo antiborghese di Arcana. In effetti Questi non ha fatto nessun particolare balzo estremo. Già nel film del 1967 si potevano leggere critiche verso la società borghese e rappresentazioni pesantemente influenzate dai lavori buñueliani, semplicemente in quel film si faceva uso di soluzioni visive tipiche della pop-art. In Arcana i temi, o meglio la forza critica, rimangono i medesimi, semplicemente cambia il modo di rappresentarli. La storia è quella di una famiglia di emigrati meridionali che viene in quel di Milano e tenta di sbarcare il lunario, cosa ancor più difficile visto che l’uomo di casa è morto. La soluzione è la magia, la truffa e la metafisica. Ne esce quindi un discorso relativo al fatto che alla base di una cultura moderna, razionalista e borghese vi siano fondamenta magiche, ignoranti e ritualistiche esattamente come secoli fa. Nulla è cambiato, tutto si basa su profonde contraddizioni. E ciò si manifesta soprattutto al limitare della metropoli, in quartieri desolati e degradati in cui futuro e passato mal si integrano. Il modo in cui Questi decide di indagare e rappresentare questo tema è assai peculiare: il suo quadro è dipinto per metà con toni crudi e realistici e per l’altra metà Questi non dimentica la lezione surrealista e visionaria, per cui la Bosé che fa uscire dalla bocca delle vere rane è solo la punta dell’iceberg. Il regista dimostra un disinteresse programmatico verso le normali regole della narrazione e piuttosto un interesse verso il simbolo e l’immagine come veri media del significato, cioé il cinema come viatico principale di significati e controsignificati, al di là dell’ortodossa coerenza narrativa (… e qui mi viene in mente Brega…”Ah Ruggé, ma come cazzo parli?”). Certo, Questi non ha la visionarietà di Jodorowsky e di sicuro non ha la capacità (i soldi?) di tramutare l’immagine mentale in un’immagine visiva a forte impatto; la visionarietà di Questi si perde troppo spesso in un accumulo di allogorie, metafore o immagini a sé stanti che straniano per straniare e rischiano di annoiare. La durata del film non giova. Tuttavia Arcana non è un’opera involontariamente weird o stranita, la sua è stranezza artistica programmatica, tanto più affascinate oggi che siamo inondati da cultura omogeneizzata e predigerita. La volotà di scuotere occhi e menti dello spettatore c’è, l’operazione è però compiuta su piccola scala e il fallimento produttivo in itinere sta lì a dimostrarlo. Arcana non è mai decollato e ancor oggi vola undergorund. Si vede che è il destino di queste cose. Per esoteristi del cinema di genere.
L’opinione di Brainiac dal sito http://www.davinotti.com

Insolito, visionario, possente questo Arcana. Questi è un Lynch ante-litteram che si diploma in surrealismo italiano. O un Elio Petri che si laurea in storia e critica del cinema horror. Ma le definizioni, per quanto ingegnose, non possono riprodurre lo straniamento provocato dal fascino tenebroso di una pellicola in cui si associano frustate di critica sociale (il padre morto in galleria) ed ombre sovrannaturali degne del mistery più conturbante. Non tutto verrà svelato, il puzzle non sarà ricomposto appieno, ma la visione è consigliatissima. Inquietantissimi fantasmi, Questi.

L’opinione di aal dal sito http://www.davinotti.com

Film introvabile e cult assoluto. La cartomante e vedova Lucia Bosè cerca di sbarcare il lunario predicendo il futuro. Il lunatico figlio (Maurizio Degli Esposti) però possiede davvero poteri soprannaturali e se ne serve impulsivamente per soggiogare le sue vittime, scatenare forze oscure, provocare fenomeni incontrollabili e isteria di massa. Un film surreale ed ammaliante, criptico e iquietante, bellissimo, da recuperare assolutamente.
L’opinione di Guy Picciotto dal sito http://www.filmscoop.it

Film culto, quasi introvabile, ma finalmente trovato , anche se tagliato di 20 minuti.
Ultimo film di Questi (che peccato!), Arcana mi conferma la libertà espressiva di un regista insofferente alle leggi del mercato e ai generi preconfezionati.
E un film profondamente anti-borghese, che sarebbe piaciuto a Giordano Bruno, magia nera e alchimia esistono e sono sempre esistiti in natura e nel cosmo, questo alle religioni monoteistiche non è mai piaciuto, poichè solo a pochi maestri e ai loro iniziati è dato possedere la vera conoscenza, questo è l’assunto bruniano, Questi deraglia sin dall’inizio, ed è orgasmo indolente:
momenti cult e scene di straniamento e scompaginamento dell’impianto tradizionale filmico ( e del miserevole tran tran quotidiano borghese).
Sedute spiritiche tetre e ombrose, personaggi irrequieti che oscillano quasi come in un quadro impressionista, cartomanzia e riti propiziatori singolari con fuoriuscite di numerose rane dalla bocca della maga terrona in trance.
E una visione apocalittica e di decadenza urbana , proprio a metà strada tra contesto cittadino cattolico e borghese e campagna satanica (la storia si snoda in un quartiere decentrato rispetto alla città Milano).
Un film che sotto sotto fa luce sul perché la cultura magico-esoterica sia sopravvissuta così tanto nella vita culturale meridionale e come questa si sia mossa accanto al razionalismo e relativismo etico da cui è nata la civiltà moderna borghese.

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febbraio 2, 2014 Posted by | Drammatico | , , , | 3 commenti

Le vergini cavalcano la morte

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Una macabra cerimonia si sta svolgendo in un paesino situato in un posto imprecisato tra l’Austria e l’Ungheria:la luce delle torce illumina un gruppo di abitanti di un villaggio che riesumano la salma di un avvocato sospettato di essere un vampiro.
Con il tradizionale paletto di frassino,viene perforato il petto del cadavere, sotto gli sguardi carichi di disprezzo dell’aristocratico del luogo,il Conte Karl Ziemmer; l’uomo è convinto che si tratti solo di superstizioni locali.
Karl Ziemmer passa il suo tempo cacciando con i suoi falconi, trascurando così la bella ed annoiata moglie Erzebeth Bathory.
La Bathory è ossessionata dal tempo che passa;vede la sua pelle sfiorire e comparire sul volto gli inevitabili segni dell’età.
Un incidente fortuito, alcune gocce di sangue che le cadono su una mano, le fanno scoprire che il sangue stesso ha potere ringiovanente.

 

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Così, con l’aiuto di Nodriza, la sua perfida governante, decide di procurarsi giovani ragazze alle quali togliere sangue per continuare a ringiovanire; una pozione preparata da Nodriza permette alla contessa di soggiogare il marito,che diventa così un predatore in cerca di vittime.
Ma quando nel villaggio iniziano a sparire troppe ragazze, gli abitanti iniziano a nutrire sospetti proprio sul Conte e sulla Contessa…
Jorge Grau,regista di Le vergini cavalcano la morte, astruso titolo con il quale venne distribuito il film in Italia, in luogo del Ceremonia sangriente originale, riprende la storia vera della contessa Elizabeth Bathory ,mostrando in maniera edulcorata la verità storica, di ben altra portata rispetto a quanto mostrato nel film.

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La Bathory, le cui gesta sono collocabili storicamente tra il 1580 e il 1614 (anno della sua morte) fu responsabile della morte di centinaia di ragazze quasi tutte giovanissime; un numero mai quantificato realmente ma che potrebbe aggirarsi tra le 400-500 vittime della follia di una donna convinta del potere rigenerativo del sangue.
Grau sostituisce il nano perverso Ficzkò, vera anima dannata della Contessa con Nodriza, la governante che crea il filtro che soggioga il Conte; così la storia drammatica della folle Contessa si trasforma nel racconto di una donna ossessionata dalla bellezza, che non uccide personalmente le ragazze sventurate che forniranno il sangue per i suoi esperimenti, cosa che nella realtà storica era ben diversa.

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Senza addentrarmi nello specifico, vi invito a leggere l’articolo sul mio blog storico a questo indirizzo http://paultemplar.wordpress.com/2008/03/27/elizabeth-bathoryuna-storia-orrenda/.
Grau, dicevo, confeziona un horror classico in stile Hammer;accurata la location, la fotografia e il montaggio.
Lo stampo del film è quindi quello dell’horror classico, con scene non particolarmente cruente e con una spruzzatina di erotismo a condire il tutto.
Decisamente affascinante la scena in cui Lucia Bosè, che interpreta molto bene la Contessa sanguinaria si bagna con il sangue in una tinozza, scena ripresa pari pari da Borowczyk nel suo I racconti immorali nel quale Paloma Picasso (che interpreta la Bathory) si ricopre del sangue delle sue vittime.

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Il cast del film è di ottimo livello:alla Bosè vanno aggiunti Silvano Tranquilli curiosa la sua partecipazione ad un horror), la bella Eva Aulin, che sta in scena il tempo giusto per essere ammazzata dal Conte,Espartaco Santoni che tratteggia molto bene la figura del Conte Ziemmer.
Il ritmo del film non è eccelso, ma alla fine il prodotto regge grazie alla qualità della confezione.
Non mi risultano passaggi frequenti del film in tv, che risulta anche abbastanza raro nella rete; c’è una versione in streaming disponibile su un noto sito (basta cercare con Google) ma la qualità è davvero scadente.

Le vergini cavalcano la morte
Un film di Jorge Grau. Con Espartaco Santoni, Silvano Tranquilli, Lucia Bosè, Ewa Aulin, Lola Gaos Horror, durata 92 min. – Spagna 1973.

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Lucia Bosé … Erzebeth Bathory
Espartaco Santoni … Karl Ziemmer
Ewa Aulin … Marina
Ana Farra … Nodriza
Silvano Tranquilli … Medico
Lola Gaos … Carmilla
Enrique Vivó … Sindaco
María Vico … Maria Plojovitz
Ángel Menéndez … Magistrato
Adolfo Thous … Juez
Ismael García Romen … Capitano
Raquel Ortuño … Irina
Loreta Tovar … Sandra
Franca Grey … Nadja
Ghika … Inge

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Regia: Jorge Grau
Sceneggiatura:Jorge Grau,Juan Tébar,Sandro Continenza
Produzione:José María González Sinde
Musiche:Carlo Savina
Montaggio:Pedro del Rey
Fotografia:Fernando Arribas,Oberdan Troiani

 

La recensione del sito http://www.splattercontainer.com
(…)Bizzarra opera in costume a metà tra il gotico ed il sexy-horror, Le Vergini cavalcano la Morte è un film che mostra tutte le potenzialità del suo regista, l’ex giornalista Jorge Grau, che nel 1974 diresse il seminale horror ecologista Non si deve profanare il Sonno dei Morti. Dopo questi due film dell’orrore Grau abbandona il genere per dedicarsi principalmente a quello drammatico con scarsi risultati. Un vero peccato per tutti gli amanti della paura su pellicola.
Il lungometraggio in oggetto, di produzione italo-spagnola, pur non basandosi su un tema particolarmente originale (l’hammeriano “Countess Dracula” del 1971 diretto da Peter Sasdy affronta quasi la stessa storia) ha diversi punti d’interesse. La storia ambientata nel 1807 (editata dallo stesso Grau, John Tébar e da Sandro Continenza) mostra con modalità assolutamente realistiche e precise le credenze popolari che all’epoca atterrivano le popolazioni di alcune zone del vecchio continente. A riguardo è davvero molto interessante la maniera in cui ci viene esposto il processo contro i vampiri o presunti tali. Rappresentando questa particolare situazione senza relegare la telecamera all’interno del solito lugubre castello, anche se le rare scene raccapriccianti si svolgono proprio nel castello, dove il marchese spia la moglie da un foro praticato sul solaio. Mostrando così l’anima gotica della pellicola.(…)

L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com
Non è che fosse così originale l’idea della contessa sanguinaria in vena di cogliere sangue di giovani fanciulle ònde fermare l’inesorabile effetto prodotto – tempus fugit – sul suo piacevole corpo (è quello della splendida Lucia Bosè, madre di Miguel Bosè) dal sopravanzare degli anni. A parte l’ispirazione, drammaticamente attestata dagli annali di storia, profusa dalla squallida personalità di Elizabeth Báthory, già Peter Sasdy ebbe da dire (assai meglio) la sua (La Morte va a Braccetto con le Vergini è del 1971). Ciò nonostante, il buon cast e la bella messa in scena rendono dignità al film.

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Le turpi vicende della contessa Bàthory e le sue abluzioni nel sangue di giovani vittime si incrociano con quelle della Spagna dell’Inquisizione e delle credenze popolari nel vampirismo. Benché di tanto in tanto facciano capolino scenografie e velluti cormaniani e la ricostruzione del villaggio sperduto e retrogrado risulti assai credibile, nel complesso regna la svogliatezza e la carenza di originalità. Ci sono ruoli per Tranquilli, medico illuminista, e per la polselliana Gray, verginale fanciulla che, manco a dirlo, finisce tutta nuda.

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ottobre 4, 2013 Posted by | Horror | , , , , | Lascia un commento

La controfigura

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Una Citroen con a bordo Giovanni, architetto fallito, attraversa la città e si dirige verso un garage sotterraneo.
Qui, seminascosto nell’oscurità, c’è un uomo visibilmente nervoso, che all’arrivo dell’auto estrae da una borsa una pistola automatica e inizia a sparare addosso a Giovanni. Il primo colpo infrange il parabrezza ma il secondo colpisce in pieno l’architetto che stramazza al suolo.
Si dice che in punto di morte si riveda ad altissima velocità tutta la vita e a Giovanni capita invece di rivedere gli avvenimenti, le facce e le persone che ha frequentato negli ultimi tempi, in un mix che si accavalla senza sosta.

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E’ l’inizio di La controfigura, film del 1971 diretto da Romolo Guerrieri, che capovolge le regole del thriller mettendo in scena l’atto finale della storia, per poi riprendere attraverso l’alternarsi del flashback la vita di Giovanni.
Un architetto di bassa tacca, che vivacchia con i soldi che gli passa il padre; ha sposato la bellissima quanto superficiale Lucia e nutre anche sentimenti equivoci per la altrettanto affascinante suocera Nora.
E’ questa bruciante passione che porta Giovanni a equivocare sulla simpatia che Nora gli porta;l’uomo, durante un viaggio in Africa la prende con la forza.

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Nello stesso viaggio sia la moglie che la suocera conoscono un giovane e affascinante hippy, Eddie, verso il quale le due donne mostrano apertamente simpatia.
A quel punto Giovanni costringe sua moglie a tornare a Roma, ma quando apprende che sua suocera ha fatto anch’essa ritorno con Eddie, decide di andarla a trovare.
Al rifiuto netto della donna, Giovanni decide di penetrare nell’appartamento di Nora dove fa un’inaspettata scoperta, quella del cadavere di Eddie.
Convinto che ad uccidere l’hippy sia stata sua suocera, Giovanni fa scomparire il cadavere del giovane, ignorando che l’assassino è un maniaco….

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Pesante il debito o se preferite il tributo ai film lenziani; analogo tributo o se vogliamo ispirazione per il film di Lado La corta notte delle bambole di vetro, che sostanzialmente ripercorre in flashback la vita di Gregory Moore,il giornalista americano in stato catalettico che rivede in flashback le sue vicissitudini.
Ma La controfigura presenta comunque diversi elementi a suo favore, a cominciare da una trama abbastanza lineare e ben svolta fino alla fine così come ben giocata è la carta dei continui flashback che ci illustrano la vita di Giovanni, il vero protagonista della storia.
Elegante confezione quindi, per un film molto più vicino ad un noir che ad un thriller.

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Mancano infatti del tutto l’elemento slasher e quello strettamente ad alta tensione tipico dei film strettamente appartenenti al genere thriller, a tutto vantaggio di una storia che sembra privilegiare le gesta in primis di Giovanni e in secondo luogo di quelle di sua moglie Lucia, frivola e viziata e della sua affascinante madre.
Il film di Guerrieri è tratto, o forse sarebbe meglio dire ispirato all’ omonimo romanzo di Libero Bigiaretti; da quello che ho letto nelle varie recensione, pare che il romanzo abbia un andamento molto più introspettivo e psicologico, ma la cosa ha un’importanza relativa.
Girolami consegna al pubblico un film molto ben confezionato che ha qualche punto debole nei dialoghi, valga per tutti nel flashback iniziale la solita domanda del padre di Lucia a Giovanni, quella ormai di prammatica negli anni settanta: “Ma lei è comunista?”.

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Ma questo è voler davvero trovare il pelo nell’uovo.
Il film ha momenti felici e un cast di buon livello, con la splendida Bosè su tutti.
L’attrice italiana ha fascino da vendere e surclassa la pur bella e a tratti nuda Eva Aulin.
Discreta la prestazione dell’immancabile Jean Sorel,autentica presenza fissa di numerosi film a metà strada tra il thriller, il giallo e il noir; presenze assolutamente di contorno quelle di Marilu Tolo, scarificatissima nel ruolo di un’amica di Giovanni non tanto segretamente attratta da lui e di Silvano Tranquilli, qui nel ruolo di Roger, marito di Nora e padre di Lucia.
Quasi invisibile Giacomo Rossi-Stuart, mentre il ruolo del commissario è affidato a Pupo De Luca, un altro grande caratterista del cinema anni settanta.
La controfigura è un film che passa raramente in tv, ed è quindi difficilmente rintracciabile in rete. A tutti consiglio la versione ricavata dalla proiezione televisiva che ne ha fatto Rete 4, che è di gran lunga la migliore oggi esistente.

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La controfigura
Un film di Romolo Guerrieri. Con Silvano Tranquilli, Lucia Bosè, Jean Sorel, Antonio Pierfederici, Ewa Aulin, Marilù Tolo, Bruno Boschetti, Pupo De Luca Drammatico, durata 90 min. – Italia 1971.

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La controfigura banner personaggi

Jean Sorel … Giovanni
Lucia Bosé … Nora Tosatti – Madre di Lucia
Ewa Aulin … Lucia
Silvano Tranquilli … Roger
Sergio Doria … Eddie Kennan
Antonio Pierfederici … Professor Bergamo
Bruno Boschetti … Il poliziotto Balestra
Giacomo Rossi-Stuart …Fratello di Giovanni
Pupo De Luca … Commissario
Marilù Tolo … Marie, amica di Roger

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Regia Romolo Guerrieri
Soggetto Valentino Bompiani
Sceneggiatura Sandro Continenza, Sauro Scavolini
Produttore Gino Mordini
Fotografia Carlo Carlini
Musiche Armando Trovajoli

gennaio 16, 2013 Posted by | Drammatico | , , , , , | 3 commenti

Per le antiche scale

Per le antiche scale locandina

Da un romanzo di Mario Tobino, un film difficile ed elegante sulla pazzia, sui manicomi, sul tarlo che rode il protagonista principale, il dottor Bonaccorsi che è convinto di possedere all’interno della sua mente un germe ereditario (suo padre si è ucciso, sua sorella è degente dell’ospedale per malati mentali nel quale lavora) che è responsabile della pazzia.
Una pazzia che secondo lui è originata da qualcosa che è nel sangue e che si trasmette di padre in figlio e che quindi è curabile con un farmaco.

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Adriana Asti

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Lucia Bosè

Siamo agli inizi degli anni 20, Bonaccorsi, il protagonista, è tanto preso dagli studi sulla malattia da non rendersi conto che fuori dal manicomio un’altra follia ben più pericolosa sta per sconvolgere la vita di tutti: il fascismo.
All’interno del manicomio Bonaccorsi vive un’esistenza a due facce; da un lato è il luminare che si impegna negli studi sulla pazzia, non soltanto per trovare una cura a quella che crede la malattia che ha in se, ma anche per aiutare la marea di disperati che vivono un’esistenza dimenticata da tutti in quella che può essere definita una prigione in cui il condannato non ha nessuna possibilità di vedersi commutata la pena,dall’altra vive una vita da tombeur des femmes.

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La follia può essere curata, con aiuti psicologici e farmaci ma questo Bonaccorsi non lo sa; lo sa invece la sua nuova assistente Anna che ha studiato Freud e che vorrebbe portare all’interno del manicomio tutte le recenti scoperte in materia di psichiatria.
Ma i due mondi, quello di Bonaccorsi e quello di Anna sembrano assolutamente inconciliabili; l’altra faccia del dottore è rappresentata dalla sua sensualità, dalla sua disperata voglia di vivere che si realizza in una serie di avventure galanti, incluso il tentativo di sedurre Anna che lo attrae aldilà delle capacità della donna, ma per mere considerazioni fisiche.
Anna, in un burrascoso colloquio con il dottore, gli sbatterà in faccia il suo sospetto, che è forse un convincimento: Bonaccorsi non è più sano dei suoi pazienti, l’unica differenza è che porta il camice bianco.

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Deve far credere di curare gli altri, ma vive nell’ossessione di curare se stesso perchè muore di paura. E questa è follia“: sono le parole brutali che Anna rivolge al dottore, non senza qualche ragione.
Uno scontro tra due scuole di pensiero, quindi ma non solo; è uno scontro tra due esseri umani assolutamente agli antipodi come stile di vita, come modo di rapportarsi ad essa.
Per Bonaccorsi in fondo lo studio è solo un tentativo estremo di togliersi dalla mente la convinzione di essere malato, ma così facendo non fa altro che coltivare in se stesso una follia latente.

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Barbara Bouchet

Il film vive le sue parti migliori proprio su questo insanabile contrasto che è anche uno scontro fra due scuole di pensero; quella di Bonaccorsi ormai fuori dalla realtà e quella di Anna tutto protesa alla modernità e alla scienza che sembra aver dato finalmente delle risposte sulle malattie mentali.
Ma le cose ovviamente non possono essere bianche o nere e i due protagonisti, ciascuno a suo modo, avrà maniera di scoprire come la verità non sia affatto assoluta.
Attorno ai due protagonisti si muovono indistinte le figure degli ammalati, ognuno o ognuna immersa nelle tenebre di un’esistenza penosa; nude e prive anche di quella sorta di protezione che gli abiti sono per la gente normale, vivono mangiando spesso come gli animali, immersi nelle proprie feci o altrimenti feriti, laceri e stracciati.

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Un universo alieno e terribile, senza speranze se non quelle rappresentate dai primi timidi passi fatti dalla scienza impersonata in questo caso dalla volenterosa Anna.
In un altro momento drammatico del film, Anna sbatterà in faccia al dottor Bonaccorsi, che si appresta a rendere pubblico il suo lavoro attraverso una lunga e appassionata relazione, sbatterà dicevo sul tavolo la verità.
Non esiste un germe della pazzia, il puntino nero che Bonaccorsi ha identificato altro non è che un difetto del solvente con il quale il dottore ha fatto le analisi.
Per Bonaccorsi è la fine; da quel momento per lui gli eventi precipitano.
Dopo un ultimo doloroso saluto a sua sorella, che vive rinchiusa dietro le sbarre completamente nuda quasi sempre stesa su della paglia, Bonaccorsi si allontana.

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Francoise Fabian

Tutto il suo mondo è andato in frantumi; i suoi studi, i suoi rapporti con le donne del manicomio.
La sua relazione con Francesca, moglie del direttore è finita tragicamente con il suicidio della donna e per lui il colpo mortale è stato l’abbandono di Anna del lavoro e il suo rifiuto di un coinvolgimento sentimentale.
Sul treno che lo porterà lontano dal manicomio, attraverso i discorsi dei passeggeri prenderà coscienza della realtà, del fatto che una follia contagiosa sta per estendersi al suo paese che a breve precipiterà nell’incubo fascista.
Per le antiche scale, diretto da Mauro Bolognini nel 1975 è un film tecnicamente perfetto e ben girato

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impreziosito dalle musiche avvolgenti di Ennio Morricone e da una fotografia ad effetto flou antichizzato di Ennio Guarnieri, trasporta lo spettatore in una vicenda coinvolgente girata senza un ritmo eccessivo ma attento a rispettare le psicologie dei personaggi, le loro peculiarità che vengono esaltate da recitazioni davvero ottimali.

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Marcello Mastroianni

Grandissimo Marcello Mastroianni che interpreta il dapprima entusiasta e infine deluso dottor Bonaccorsi con una carica attoriale senza pari, così come misurata ed espressiva è Francoise Fabian, attrice dal grande fascino che interpreta la dottoressa Anna.
I dialoghi tra i due interpreti a tratti assomigliano a pieces teatrali e sono convincenti, così come vanno segnalate le parti della bella Barbara Bouchet, di Adriana Asti, di Marthe Keller, di Lucia Bosè e di alcuni grandi attori di teatro come Ferruccio De Ceresa. Bene anche la solita sicurezza, Silvano Tranquilli forse un tantino sacrificato.
Un film che vive sulle vicende umane del dottor Bonaccorsi ma che non manca di mostrare l’inferno della pazzia attraverso la coercizione e le condizioni di vita di un ospedale psichiatrico del primo ventennio del secolo.
Condizioni riproposte in seguito da Tobino in un libro fondamentale del 900 italiano.

Per le antiche scale
Un film di Mauro Bolognini. Con Marcello Mastroianni, Françoise Fabian, Marthe Keller, Barbara Bouchet, Pierre Blaise, Lucia Bosè, Adriana Asti, Ferruccio De Ceresa, Maria Teresa Albani, Charles Fawcett, Silvano Tranquilli, Maria Michi, Paolo Pacino, Enzo Robutti, Paola Corazzi Drammatico, durata 105′ min. – Italia 1975.

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Marcello Mastroianni     …    Professor Bonaccorsi
Françoise Fabian     …    Anna Bersani
Marthe Keller     …    Bianca
Barbara Bouchet     …Carla
Pierre Blaise     …    Tonio
Silvano Tranquilli     …    Professor Rospigliosi
Charles Fawcett     …    Dottor Sfameni
Ferruccio De Ceresa     …Il fascista del treno    
Lucia Bosé     …    Francesca
Adriana Asti     …    Gianna

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Regia: Mauro Bolognini
Soggetto: Mario Tobino (romanzo omonimo)
Sceneggiatura: Raffaele Andreassi,Mario Arosio,Sinko Solleville Marie         
Tullio Pinelli,Bernardino Zapponi
Produzione: Fulvio Lucisano    
Musiche: Ennio Morricone
Editing: Nino Baragli
Fotografia: Ennio Guarnieri
Costumi: Piero Tosi

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“Il dottor Anselmo abitava in manicomio. Mangiava alla mensa; aveva una stanza. Lo stipendio era gramo. Tutto era ristretto.
Solo chi c’è passato sa come fu il dopoguerra in Italia – quello della seconda guerra mondiale – per uno che durante la dittatura italiana aveva vivamente sperato; da ogni parte scenari che cadevano, trionfo della materia, il denaro e la carne più dominanti di prima. La nuova lussuria invogliava le masse alla completa servitù.
Anselmo si era ritirato; faceva vita di ospedale, di manicomio.”

 

febbraio 22, 2012 Posted by | Drammatico | , , , , , , , , | Lascia un commento