Love story

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Love means never having to say you’re sorry” ovvero “Amore significa non dover dire mai mi dispiace
Una frase che abbiamo letto un po dappertutto,dalle cartoline di San Valentino ai bigliettini dei Baci Perugina;forse una frase opinabile,ma dal sicuro effetto.
Una frase,tra l’altro,tratta dal romanzo Love Story di Erich Seagal,lo scrittore statunitense che lo ricavò dalla sceneggiatura del film omonimo.
Eh si, perchè caso rarissimo, il romanzo venne dopo il film, visto lo straordinario successo che il film stesso riscosse,con milioni di spettatori nel mondo in coda ai botteghini e ben 10 milioni di copie del romanzo di Seagal.
Diretto da Arthur Hiller,l’oggi novantunenne regista canadese autore tra l’altro di Appartamento al Plaza,Wagons lits con omicidi e Una strana coppia di suoceri, Love Story è un film di sicuro spessore, oltre i limiti abbastanza rigidi dei film a chiaro sviluppo sentimentale.

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Un film studiato a tavolino, in cui tutto funziona come un orologio svizzero, caratterizzato da belle recitazioni degli attori protagonisti e sopratutto corredato da una colonna sonora bellissima,opera di Francis Lai e tradotta poi in tutte le lingue da vari autori che usarono la musica per costruirci sopra canzoni romantiche.
Colonna sonora, tra l’altro,che ebbe l’onore dell’Oscar mentre il film,che ebbe 6 nomination ovvero per
la migliore regia a Arthur Hiller,per il miglior attore protagonista a Ryan O’Neal,per la miglior attrice protagonista a Ali MacGraw,per il miglior attore non protagonista a John Marleye per la migliore sceneggiatura originale a Erich Segal, il film dicevo non ottenne alcuna statuetta.

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La trama in breve:
Oliver Barrett è un giocatore di hockey che proviene da una famiglia ricchissima e studia ad Harvard;Jennyfer è invece una bella studentessa di musica,figlia di una normale famiglia di origine italiana,dal carattere forte, volitivo.
I due si incontrano e dimenticando le origini sociali completamente differenti si innamorano, incuranti della reazione della famiglia del giovane.
Si sposano,sorretti dal loro amore, ma ben presto sono costretti a fare i conti con la dura realtà;lui è costretto a dimenticare la sua famiglia, che non gli ha perdonato il matrimonio, lei rifiuta il sogno della sua vita,una borsa di studio nella meravigliosa Parigi, il sogno della sua vita.
Jennifer lavora come insegnante mentre Oliver è costretto a continuare gli studi con l’aiuto economico della moglie.

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Ma alla fine riesce a laurearsi con pieni voti a Harvard e non solo.
Viene assunto come assistente legale da un’importante studio legale della città.
Purtroppo, quando tutto sembra essersi sistemato, ecco il destino beffardo dividere i due per sempre:Oliver e Jennifer decidono di avere un figlio ma quando fanno le analisi ecco che…
Un film sentimentale,che induce alla lacrima.
Ma sarebbe un errore ridurre così l’importanza che il film ebbe,ben aldilà della semplicità della trama e dei sentimenti che il film stesso tira in ballo.
In primo luogo la storia d’amore fra due appartenenti a due classi sociali agli antipodi non era cosa poi così frequente e sopratutto incoraggiata nella pur liberale società americana.
Poi, messaggio forse “leggero”, l’idea che l’amore possa tramutarsi in un ponte capace di annullare tutto, sopratutto le differenze sociali,una specie di versione moderna di Cenerentola caratterizzato però dal finale triste,amaro.

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Può l’amore annullare barriere, unire due persone e proiettarle in una vita difficile,si, ma fortemente voluta e costruita dai due protagonisti?
Love story è banalmente questo, una storia d’amore in cui per una volta l’amore sembra trionfare ma deve fare i conti con un destino cinico e baro;e qua piaccia o no, un sobbalzo al cuore viene,forse perchè la storia è tenera,forse perchè ognuno sa che non c’è niente di più provvisorio della vita.
Fatto sta che il film ebbe un successo incredibile,come del resto il romanzo.
George Segal (scomparso 4 anni fa) all’età di 73 anni tenterà,otto anni dopo,di proseguire la storia di Oliver scrivendo una nuova sceneggiatura e un nuovo romanzo,Oliver story senza però minimamente bissare il successo del primo fortunato romanzo.
I tempi erano cambiati e sopratutto, la magica alchimia della storia tra Jennyfer e Oliver era scomparsa con i titoli di coda del film.

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Per quanto riguarda il cast,bellissima e sofferta l’interpretazione di Ali Mc Graw,legnosa ma dignitosa quella di Ryan O’Neal;la Mac Graw restò a lungo legata al personaggio di Jennifer finendo in qualche modo per pagarne lo scotto con il proseguimento della sua carriera mentre O’Neal continuò la sua carriera e qualche anno dopo venne chiamato da Kubrick per interpretare Barry Lindon nell’omonimo film.
Purtroppo paradossalmente Love Story non è affatto un film che venga trasmesso con regolarità, tutt’altro;anche in rete non è affatto facile trovare una copia decente con doppiaggio italiano.
Un vero peccato, perchè er quanto sia un film datato, è una storia con un suo fascino garbato, senza tempo.

Love Story

Un film di Arthur Hiller. Con Ali MacGraw, Ryan O’Neal, John Marley, Ray Milland, Russell Nype,Katharine Balfour, Sydney Walker, Robert Modica, Walker Daniels, Tommy Lee Jones, John Merensky, Andrew Duncan, Charlotte Ford, Sudie Bond, Julie Garfield Drammatico, durata 99 min. – USA 1970.

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Ali MacGraw … Jennyfer
Ryan O’Nea … Oliver
John Marley … Phil
Ray Milland … Oliver Barrett III
Russell Nype … Dean Thompson
Katharine Balfour … La signorina. Barrett
Sydney Walker … Dottor. Shapeley
Robert Modica … Dottor Addison
Walker Daniels … Ray,compagno di stanza di Oliver
Tommy Lee Jones … Hank ,compagno di stanza di Oliver
John Merensky … Steve,compagno di stanza di Oliver
Andrew Duncan … Reverendo Blauvelt
Charlotte Ford … Clerk

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Regia Arthur Hiller
Soggetto Erich Segal
Sceneggiatura Erich Segal
Produttore Howard G. Minsky
Produttore esecutivo David Golden
Casa di produzione Paramount Pictures
Fotografia Richard C. Katrina
Montaggio Robert C. Jones
Musiche Francis Lai
Tema musicale Love Story Theme
Scenografia Robert Gundlach
Costumi Alice Manougian Martin, Pearl Somner
Trucco Martin Bell, William A. Farley

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Ludovica Modugno: Jennifer Cavalleri
Claudio Sorrentino: Oliver Barrett IV
Giorgio Piazza: Oliver Barrett III

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L’opinione di Tatrici dal sito http://www.filmtv.it

E’ un eccellente film. Spesso chi lo legge negativamente, (e sono soprattutto i giovani), ha in mente film come Autumn in New York o Titanic, pellicole strappalacrime che si pensa, nessuno possa eguagliare. Bisogna ricordare che non si tratta del racconto di una storia d’amore moderna, è un film realizzato a cavallo fra il 1969 e il 1970 ed è necessario analizzarlo in quel contesto, gli anni 70 per l’appunto, con i limiti anche tecnologici e cinematografici di quegli anni. Non è vero che questo film ha avuto apprezzamenti negativi dalla critica, tutt’altro, viceversa non si spiegherebbero i premi vinti e il grande successo. Love Story è un film sull’amore, un amore sincero che sboccia fra due giovani studenti universitari. Lei intelligente, elegante, ironica, mai scontata. Oliver si innamora di questa ragazza sicura di sé, sboccia l’amore con la massima naturalezza, senza rincorse, senza tattiche, non si rincorrono, si amano e nient’altro. Il legame c’è, è forte, e lo si coglie pienamente dagli sguardi e dai sorrisi. E la dichiarazione d’amore di Oliver, quando improvvisamente le chiede di sposarlo, è il momento più apprezzabile del film. Love Story non è un film sulla malattia, è secondaria e non a caso viene relegato poco spazio ad essa. La leucemia dividerà Jennifer e Oliver, ma lei è forte, desidera solo avere suo marito accanto, non vuole vederlo piangere dinanzi il suo letto di morte e già precedentemente, lo prega di risposarsi e rifarsi una vita. Love Story è un film sì sull’amore, ma sulla vita. Incoraggia ad amare, a donarsi, a farcela .. e va letto in maniera più obiettiva e meno pregiudizievole, senza raffrontarlo alle commedie d’amore di oggi, perché perderebbe la sua autenticità.

L’opinione di atticus dal sito http://www.filmscoop.it

Pietra miliare del romanticismo moderno, “Love story” è un film tenero e delicato che segnò un epoca.
Odiato dai critici di mezzo mondo, non merita in realtà le accuse di patetismo e ipocrisia che gli vennero rivolte. E’ una semplice storia d’amore che, evidentemente, arrivò al momento giusto e che riuscì a toccare le corde giuste della commozione (anche con melancolie del tipo “Amare significa non dover dire mai Mi dispiace”). Oggi appare datato ma non ha comunque perso quel garbo di narrazione difficile da trovare in vari prodotti analoghi che affollano le nostre sale.
Il bisteccone O’Neal e la topolina occhialuta MacGraw erano belli e credibilissimi, gran parte del merito della riuscita del film va a loro e alla colonna sonora struggente di Francis Lai. Hiller dirige con diligenza e senza grandi guizzi.
Un film che, pur non rappresentando nulla di particolarmente eccezionale, riesce ancora a regalare qualche sincera emozione.
L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.com

Se si è un po’ giù di tono non è adatto inserire nel lettore il DVD (o VHS che sia) di questo straziante dramma: che è una storia d’amore (come suggerisce il titolo), ma molto, forse troppo, AMARA. Ali MacGraw è di una tristezza infinita (per il ruolo che ricopre, giacché come attrice è bravissima) e la colonna sonora – di un romanticismo pregnante – potrebbe garantire la classica fuoriuscita di qualche lacrima. Un classico intramontabile, adatto alla coppia di giovani sposi, prima che il rapporto d’affetto venga logorato dai fatti quotidiani.

L’opinione di Buiomega 71 dal sito http://www.davinotti.com

Al di là del successo, della colonna sonora di Lai, della storia d’amore e di essere un classico del “lacrima movie”, adoro Love story perché film sulla morte, della morte che vince sull’amore, che trionfa e non lascia scampo. Immerso in una New York invernale e ricoperta di neve, un’atmosfera quasi “cronenberghiana” ante litteram, dove il male si insinua sottopelle, arriva improvviso e spazza via ogni possibile coronamento d’amore. Cinema della morte al lavoro, come pochi. Bellissima la MacGraw, lesso, come sempre, O’Neal. Personal cult.

L’opinione di Wupa Wump dal sito http://www.davinotti.com

Amore, passione, dolore e disperazione sono i fondamenti su cui si basa questo film, forse un po’ troppo strappalacrime per i miei gusti (devo ancora conoscere qualcuno che non abbia versato almeno una lacrima durante la visione), ma sicuramente coinvolgente e struggente. I protagonisti (un O’Neal molto attraente e una MacGraw molto dolce e sfortunata) sono dei grandi interpreti e sicuramente restano tra i principali artefici del successo di questo film, insieme alla mitica colonna sonora del francese Francis Lai. Un cult.

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Che cosa si può dire di una ragazza morta a venticinque anni?
Che era bella. E simpatica. Che amava Mozart e Bach. E i Beatles. E me. Una volta che mi aveva messo specificamente nel mucchio con tutti quei tizi musicali, le chiesi l’ordine di preferenza, e lei rispose sorridendo: «Alfabetico.» Sul momento sorrisi anch’io. Ora però mi chiedo se nell’elenco io comparivo con il nome – nel qual caso sarei venuto dopo Mozart – oppure con il cognome, perché mi sarei trovato tra Bach e i Beatles. In ogni modo non venivo per primo, il che sarà idiota ma mi secca terribilmente, essendo cresciuto con l’idea che devo sempre essere il numero uno. Eredità di famiglia, capite?

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Hong Kong, Cina
Oxford Laundry Laundromat, Cambridge, Cambridgeshire, Inghilterra, Regno Unito
119 Oxford Street, Cambridge, Massachusetts, USA
5th Avenue, Manhattan, New York City, New York, USA
Bronx, New York City, New York, USA
Cambridge, Massachusetts, USA
Central Park, Manhattan, New York City, New York, USA
City College of New York City, Manhattan, New York City, New York, USA
Fordham University – 441 E. Fordham Road. Rose Hill, Bronx, New York City, New York, USA
Hamilton College, Clinton, New York, USA
Harvard University, Cambridge, Massachusetts, USA
Klingenstein Pavilion, Mt. Sinai Medical Center – 1190 Fifth Avenue, Manhattan, New York City, New York, USA
Limberlost Cabins – Limberlost Road, Clinton, New York, USA
Long Island, New York, USA
Manhattan, New York City, New York, USA
New York City, New York, USA
Old Westbury Gardens – 71 Old Westbury Road, Old Westbury, Long Island, New York
Old Westbury, Long Island, New York, USA
Rose Hill, Bronx, New York City, New York, USA
South Hamilton, Massachusetts, USA
US Equestrian Team headquarters, Myopia Hunt Club – 435 Bay Road, South Hamilton, Massachusetts, USA
Wollman Skating Rink – 830 5th Ave., New York City, New York, USA

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Barry Lyndon esce nel 1975, quattro anni dopo Arancia meccanica e sette dopo 2001 Odissea nello spazio; Stanley Kubrick, regista del film ha 45 anni ed è ormai diventato una leggenda del cinema, uno dei registi più ammirati e osannati del cinema.
Parlando ancora di date, sono passati 22 anni dall’esordio (folgorante) fatto con Paura e desiderio del 1953: Kubrick ha alle spalle pochi film, in realtà.
Non è mai stato un regista prolifico, perchè i suoi progetti nascono sempre da storie e sceneggiature curate in maniera maniacale,così come i suoi film ed è proprio con Barry Lyndon che la sua ossessione per i dettagli raggiungerà il culmine, con un film che alla sua uscita spiazzerà pubblico e critica sia per il soggetto sia per la realizzazione cinematografica.

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In Barry Lyndon apparentemente non sembra esserci spazio per il Kubrick raggelante di Stranamore, quello violentemente antimilitarista di Orizzonti di gloria, quello quasi mistico e metafisico di 2001 Odissea nello spazio o per quello cinico e impietosamente visionario e anticipatore del mondo violento del futuro (il nostro presente) di Arancia meccanica: c’è un Kubrick diverso, c’è spazio per il regista esteta dal tocco raffinato e inimitabile eppure al tempo stesso c’è spazio per l’uomo cinico e rassegnato all’ineluttabilità del destino umano, che si concretizza nel personaggio di Barry Lyndon, un uomo che tenta di sfuggire al suo destino emergendo in una società classista e rinchiusa dietro le mura della differenza sociale per poi realizzare i suoi sogni e ritrovarsi, impietosamente, al punto di partenza.

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Ancora una volta Kubrick sceglie un soggetto letterario come base di partenza per un suo film come era già accaduto con Rapina a mano armata del 1956 tratto dal romanzo omonimo di Lionel White, con Orizzonti di gloria (1957), dal romanzo omonimo di Humphrey Cobb,con Spartacus (1960), tratto dal omonimo romanzo di Howard Fast, poi con Lolita (1962) ancora una volta dall’omonimo romanzo di Vladimir Vladimirovič Nabokov, con Il dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba (1964) tratto dal romanzo Red alert di Peter George, con 2001 Odissea nello spazio dal romanzo omonimo di Arthur Clarke e con Arancia meccanica (1971) dal romanzo omonimo di Anthony Burges.
Un rapporto, quello tra Kubrick e la letteratura, assolutamente simbiotico e che proseguirà anche nei film successivi del regista.
In Barry Lyndon il regista cerca di mantenersi quanto più fedele allo spirito del libro, senza aggiungervi elementi di novità tali da stravolgerne l’intreccio narrativo,anzi.

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Per cercare di rendere la storia quanto più verosimile e naturale Kubrick sceglie di adottare una nuova tecnica di riprese utilizzando per esempio delle luci non artificiali, inserendo nelle riprese l’utilizzo di lampade ad olio e di candele, in modo da rendere quanto più realistica possibile la storia che in realtà è ambientata nel settecento.
Alla fine il risultato è quello di aver creato un gigantesco affresco in movimento, un quadro quasi dalle sfumature tipiche del realismo, morbido e vellutato nell’immagine e nelle scenografie, un’espressione in definitiva reale e somigliante all’epoca che intende raffigurare, quasi si assistesse ad un documentario moderno sull’Irlanda del tempo narrato.
Centottantaquattro minuti.
Tanto dura l’affresco di Kubrick che per tutta la durata del film utilizza le tecniche più innovative per le fonti luminose dalle lenti più particolari e speciali che vanno dal grandangolo agli zoom più spinti, i costumi più ricercati e le tradizionali inquadrature tipiche del regista studiate nei minimi dettagli per trasmettere il senso di immediatezza dell’opera, un essere presenti ad un fatto del passato quasi ci si fosse immersi all’interno, in piena simbiosi con i protagonisti del racconto.

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Sono minuti di grande cinema e di grande pittura: può sembrare un azzardo, il paragone, ma in realtà è difficile scindere l’opera in movimento, lo scorrere della pellicola dalla straordinaria resa visiva di infiniti fotogrammi che assomigliano a quadri di Turner, di Constable o altri valenti pittori che esplorarono a loro modo la splendida naturalezza degli scenari naturali inglesi, irlandesi e scozzesi.
La trama in breve:
Redmond Barry è un giovane irlandese, di bell’aspetto ma di scarse consistenze economiche.
E’ da sempre innamorato di sua cugina Nora e il giorno che scopre che un capitano dell’esercito ha chiesto la bella giovane in moglie lo sfida a duello.
Credendo di aver ucciso l’uomo, Barry decide di fuggire verso Dublino, ma il destino vuole che venga derubato dei suoi pochi averi motivo per il quale sceglie di arruolarsi nell’esercito inglese che combatte contro i francesi.
Qui affronta alcune avventure, come la morte di un capitano con il quale aveva stretto amicizia e ben presto, stufo della brutalità della guerra stessa sceglie di disertare ma finisce per arruolarsi nell’esercito prussiano.

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Questa seconda esperienza lo porta a farsi onore sul campo di battaglia e il ministro prussiano lo incarica di seguire e spiare uno straniero, un uomo che vive facendo il gambler professionista e che è sospettato di nascondere segretamente la sua vera identità di spia.
Barry, affascinato dall’uomo, finisce per diventarne amico e per seguirlo in giro per l’Europa frequentando la buona società.
In questo mondo esclusivo conosce la bellissima Lady Lyndon, moglie di un aristocratico avanti negli anni e cagionevole di salute.
Alla morte di quest’ultimo Barry corteggia la donna, che ha un figlio e alla fine la sposa; dall’unione nasce Bryan Patrick Lyndon ma Barry ha problemi con il primo figlio della moglie, Bullington, che lo disprezza considerandolo un avventuriero.
Con il passare del tempo Barry scoprirà che l’amore verso sua moglie si è esaurito mentre nel frattempo i contrasti con il figliastro si acuiscono.
Un grave accadimento sconvolgerà la vita di Barry e di sua moglie e ….
La trama del film è complessa ma lineare nel suo svolgimento; Kubrick segue le vicende di Barry, mostrandoci la sua ascesa e infine la sua caduta in un mondo che lo rifugge, a partire dal figliastro che tenterà inutilmente di amare e che invece lo tratterà come uno spregevole arrivista,seguendo la storia d’amore con Lady Lyndon, destinata ad esaurirsi e infine l’amara conclusione della vicenda che esplicita in fondo il teorema di Kubrick sull’ineluttabilità delle cose umane.
Il tutto sottolineato da una musica avvolgente, che ancora una volta è di stampo puramente classico.
Kubrick infatti sceglie, come nei suoi due precedenti lavori ossia 2001 Odissea nello spazio e Arancia meccanica, un tema portante preso direttamente dalla tradizione classica.

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Se in 2001 odissea nello spazio a scandire la meraviglia del viaggio verso il mistero cosmico dell’esistenza c’era stata la stupenda musica di Richard Strauss “Così parlò Zarathustra” accompagnata da “Sul bel Danubio blu” o dai brani di György Liget e di Aram Kachaturian,in Arancia meccanica la colonna sonora aveva contemplato Rossini e il suo Gugliemo Tell oltre alla Gazza ladra e Beethoven con il suo secondo movimento oltre all’Inno alla gioia e alla composizione originale di Wendy Carlos (all’epoca ancora Walter).
Con Barry Lyndon Kubrick passa a Haendel e Bach;del primo utilizza la Sarabanda dalla Suite num. 4 in re minore HWV 437,oi la scelta cade anche su Schubert e su Paisiello, del quale utilizza la cavatina del Barbiere di Siviglia.

Come protagonista principale del film, Kubrick sceglie di affidarsi a Ryan O’Neal per il ruolo di Barry Lyndon; l’attore di Los Angeles era reduce dal grande successo di Paper Moon mentre la parte femminile viene affidata alla splendida modella (allora trentenne) Marisa Berenson che aveva partecipato a due grandi successi negli anni precedenti, Morte a Venezia e Cabaret.
La scelta di Kubrick è fortunata perchè di due attori restituiscono due personaggi perfettamente in simbiosi con il film: sobrio ed elegante O’Neal, intensa e bellissima la Berenson.
Come dicevo all’inizio, il film di Kubrick venne accolto in modo difforme dal pubblico e dalla critica.
L’inaspettata scelta da parte del regista di abbandonare almeno all’apparenza i temi cari della violenza, del sesso,della politica lasciò spaesati sopratutto i critici che almeno inizialmente non considerarono il film come un capolavoro.
Fu in seguito che in molti dovettero ricredersi di fronte alla stupefacente abilità di Kubrick di regalare emozioni grazie al  grandioso quadro d’assieme formato dalle innumerevoli inquadrature studiate una per una e alle avvolgenti atmosfere del film.

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Che finirà per ispirare altre opere importanti con riferimenti al mondo messo in scena da Kubrick a partire da quel I duellanti che sarà l’opera prima folgorante di Ridley Scott.
Barry Lyndon ottenne 6 candidature agli Oscar, ma ancora una volta a Kubrick sfuggì quella per il miglior film e per la miglior regia.
Il film ne vinse quattro di Oscar; quello meritatissimo per la Migliore fotografia a John Alcott,quello per la Migliore scenografia a Ken Adam, Roy Walker e Vernon Dixon, per i Migliori costumi a Ulla-Britt Soderlund e Milena Canonero e infine per la Miglior colonna sonora a Leonard Rosenman.
Purtroppo per Kubrick, Barry Lyndon si trovò di fronte, nella serata degli Academy awards quel Qualcuno volò sul nido del cuculo di Milos Forman che era un capolavoro di eguale portata e così al regista non rimase altro da fare che rimandare l’appuntamento con la statuetta all’uscita del suo capolavoro successivo Shining.
Sappiamo come andò a finire, nel senso che Kubrick non vide mai riconosciuto il suo talento con il massimo riconoscimento hollywoodiano; un dettaglio trascurabile alla luce della quantità di capolavori che riuscì a creare nel corso della sua carriera.
Barry Lyndon è un film di facile reperibilità;tuttavia consiglio a coloro che non l’abbiano visto di procurarsi la versione Blue ray dello stesso per apprezzare fino in fondo le maestose scenografie, la fotografia e tutti i dettagli di questo capolavoro della storia del cinema.

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Barry Lyndon

Un film di Stanley Kubrick. Con Ryan O’Neal, Marisa Berenson, Patrick Magee, Hardy Krüger, Steven Berkoff,Gay Hamilton, Marie Kean, Diana Körner, Pat Roach, Murray Melvin, Frank Middlemass, André Morell, Arthur O’Sullivan, Godfrey Quigley, Leonard Rossiter, Philip Stone, Michael Hordern Drammatico, durata 184 min. – Gran Bretagna 1975

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Ryan O’Neal: Redmond Barry Lyndon
Marisa Berenson: Lady Lyndon
Patrick Magee: Chevalier de Balibari
Hardy Krüger: capitano Potzdorf
Steven Berkoff: Lord Ludd
Gay Hamilton: Nora Brady
Marie Kean: madre di Barry
Diana Körner: Lischen
Murray Melvin: reverendo Samuel Runt
Frank Middlemass: sir Charles Reginald Lyndon
André Morell: Lord Gustavos Adolphus Wendover
Arthur O’Sullivan: capitano Feeny
Godfrey Quigley: capitano Grogan
Leonard Rossiter: capitano John Quin
Philip Stone: Graham
Leon Vitali: Lord Bullington
Billy Boyle: Seamus Feeny
Geoffrey Chater: dottor Broughton
David Morley: Bryan Patrick Lyndon
Roger Booth: re Giorgio III
Pat Roach: Toole

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Giancarlo Giannini: Redmond Barry Lyndon
Melina Martello: Lady Lyndon
Alberto Lionello: Chevalier di Balibari
Renato Cortesi: Lord Ludd, Mick, il principe di Tubingen, John Fakenhan
Alida Cappellini: Nora Brady
Gianna Piaz: madre di Barry
Oreste Lionello: reverendo Samuel Runt
Gianni Bonagura: Charles Lyndon, Graham
Mario Feliciani: Lord Wendover
Corrado Gaipa: Capitano Grogan
Mario Maranzana: capitano John Quin
Rodolfo Traversa: Lord Bullingdon
Carlo Baccarini: dottor Broughton
Luciano Melani: Re Giorgio III
Vittorio Di Prima: Toole
Romolo Valli: narratore
Marcello Tusco: venditore di tessuti
Roberto Bertea: padre di Nora, un ministro di polizia
Marco Guadagno: Lord Bullington da giovane
Vittorio Congia: recluta
Giampiero Albertini: padrino di Barry al duello
Massimo Foschi: Ulik, Re Giorgio III
Pietro Biondi: Frederick
Silvio Spaccesi: capitano Feeney

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Regia Stanley Kubrick
Soggetto William Makepeace Thackeray (romanzo)
Sceneggiatura Stanley Kubrick
Produttore Stanley Kubrick
Produttore esecutivo Jan Harlan, Bernard Williams
Casa di produzione Hawk Films Ltd., Peregrine, Warner Bros.
Distribuzione (Italia) Warner Bros. Italia
Fotografia John Alcott
Montaggio Tony Lawson
Musiche Leonard Rosenman
Tema musicale Sarabande Main Title (National Philharmonic Orchestra)
Scenografia Ken Adam
Costumi Milena Canonero
Trucco Alan Boyle

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Barry Lindon banner citazioni

-Barry era una di quelle persone abbastanza furbe da impadronirsi di una fortuna ma incapaci di conservarla. Infatti, le qualità e le energie che portano un uomo a conquistare una fortuna sono spesso le stesse che lo portano poi a perderla.(Voce narrante)
-Ho tolto il nastro che avevo intorno al collo, e l’ho nascosto sulla mia persona. Se lo trovi, puoi tenerlo. Ti permetto di cercarlo dovunque tu voglia: sarò molto delusa di te se non lo troverai. (Nora Brady)
-I gentiluomini possono parlare dell’era della cavalleria. Ma pensate ai contadini, ai ladri di bestiame, ai furfanti che essi comandavano… È con questi strumenti che i grandi guerrieri e i re hanno fatto il loro feroce lavoro nel mondo. (Barry Lyndon)
-Buonasera, signor Barry, ve la siete fatta la mia signora?”Mi scusi, ma non capisco.”Suvvia, signore, preferisco di gran lunga aver fama di cornuto che di imbecille!- (Sir Charles Reginald Lyndon e Barry Lyndon
-Una donna che ha un debole per le uniformi deve essere preparata a cambiare amante molto alla svelta o la sua sarà una vita molto triste.(voce narrante)
-Furono chiamati i dottori. Ma cosa può fare un dottore contro lo spietato e invincibile nemico. Tutti coloro che lo visitarono dovettero constatare che le condizioni del ragazzo erano disperate. Rimase ancora con i suoi genitori per due giorni e fu ben triste conforto il sapere che non soffriva.- (Voce narrante)
-“Non sono pentito! E non chiedo affatto scusa! E inoltre piuttosto che Dublino vado all’ inferno…”(Barry Lyndon)

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I miei avi e la mia famiglia. Subisco l’influenza dell’amore.
Dai tempi di Adamo, in questo mondo, non è stato commesso un danno senza che alla mia origine non ci fosse una donna. Sin dalle origini della nostra famiglia (in tempi che dovevano essere molto vicini a quelli di Adamo, tanto nobili, antichi, illustri sono i Barry, come ognuno sa), le donne hanno avuto una parte estremamente importante nei destini della stirpe. Penso che non ci sia persona in Europa che non abbia sentito parlare dei Barryogue, del regno di Irlanda: un più famoso nome si potrà trovare in Gwillim o D’Hozier; e, sebbene da uomo di mondo io abbia imparato a disprezzare con tutta l’anima le rivendicazioni di molti pretendenti ad un casato illustre, che non hanno genealogia più antica del servo che mi lucida le scarpe, e sebbene derida sprezzantemente le vanterie di molti miei compatrioti che si vorrebbero tutti discendenti dai re d’Irlanda, e che parlano di un loro fondo a stento sufficiente a nutrire un maiale, come se si trattasse di un principato, tuttavia l’amore della verità mi impone di affermare che la mia famiglia era la più nobile dell’isola, e, forse, di tutto il mondo; e che i suoi possedimenti, ora insignificanti, perduti in seguito alla guerra, al tradimento, all’andar degli anni, alla stravaganza dei miei maggiori, alla nostra fedeltà all’antica fede degli avi e al sovrano, erano anticamente di vastità inimmaginabile, e comprendevano molte contee, in un tempo in cui l’Irlanda era molto più ricca di ora.

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L’opinione di Adriano De Carlo dal sito http://www.mymovies.it

Barry è un giovane di bell’aspetto ma dalle origini modeste. Rifiutato dalla donna che ama, intraprende la carriera militare dopo un duello con l’avversario in amore. Stanco della vita militare, con un espediente entra nell’esercito prussiano, divenendo il beniamino del capitano Potzdorf. Ma anche questa volta la fortuna gli volta le spalle e, costretto a fuggire, diventa il compare di un raffinato avventuriero. Con la spada e la pistola si fa largo nella bella società. Ormai è un uomo appagato. Gli manca solo il blasone. Sposando la contessa di Lyndon e assumendone il cognome colma la lacuna. Ma sarà un matrimonio infelice. Il figlio della contessa, nato da un altro matrimonio, lo odia e per molti anni progetterà una vendetta, che si compirà quando affronterà il patrigno in duello. Barry Lyndon perderà una gamba e i suoi averi. Un malinconico esilio segna il suo definitivo destino. Tratto dal noto romanzo settecentesco di William Makepeace Thackeray, Barry Lyndon si può definire un film anomalo nella produzione del grande Stanley Kubrik. Film di difficile collocazione e che ha spaventato la critica al suo apparire a causa della mancanza di una chiave di lettura che conducesse alle origini del progetto. Il misterioso Kubrik non ha mai chiarito le sue intenzioni. Ma ciò non impedisce di giudicare il film una splendida anomalia. Usando una tecnica d’illuminazione naturalistica, tutta a base di candele, che il grande direttore della fotografia John Alcott realizza genialmente, il film è immerso in una atmosfera che restituisce il clima del tempo. Kubrik si è avvalso di lenti speciali, fornite dalla Carl Zeiss e adattate da Ed Di Giulio. Un film freddo e crudele. Ironico e mastodontico. Solenne e malinconico. La bella voce narrante di Romolo Valli accompagna il racconto con tono suadente e beffardo. Altro contributo memorabile al film sono le musiche assemblate da Leonard Rosenmann. Fra tutte spicca il trio per piano in mi bemolle di Schubert. Gli interpreti sono usati da Kubrik come pedine di un’invisibile scacchiera, che egli percorre seguendo un imperscrutabile disegno metafisico. Le leggi cosmiche e l’ineluttabilità del destino avvicinano Barry Lyndon a2001, Odissea nello spazio. L’astronauta affronta i misteri del cosmo e ne è vittima, così come Lyndon entra in un mondo che non gli appartiene, subendone la consueta glacialità. Il film ha ricevuto quattro Oscar: per i costumi, la fotografia, la scenografia e la musica.

L’opinione di TheWarOfEcho dal sito http://www.filmtv.it

Trasposizione del romanzo di Thackeray, il film racconta la parabola di Redmond Barry che, da un piccolo villaggio, diventerà un nobiluomo e successivamente dovrà scontare le conseguenze delle sue malefatte. Kubrick gira forse la sua opera visivamente più imponente in cui spiccano ovviamente le maestose scenografie, che (sia quelle interne che quelle esterne) sono ispirate a quadri esistenti e che il regista riprende con campi molto lunghi perché ce ne faccia ammirare la magnificenza, e le luci utilizzate, che vengono soltanto da candele e fonti naturali. Definito uno dei film meno “impegnati” nel sociale, possiede in realtà spunti riflessivi sull’arrivismo umano e sulle follie che possono essere realizzate quando si ottiene il potere. Quattro meritatissimi premi Oscar per quello che può essere considerato il miglior film in costume della storia del cinema.

L’opinione del sito http://www.cinefilos.it

(…) Al di là dei meriti tecnici, Barry Lyndon è un film che propone varie tematiche, alcune anche molto attuali. Quella di Redmond è una storia asimmetrica racchiusa in una lunga parabola che gli farà conoscere grandi fortune in mezzo ad un inizio ed una fine tragica. L’arrivismo sociale del protagonista e dell’anziana madre sono debolezze comuni e molto diffuse anche nella società moderna; nel film l’inesorabile quanto rapida scalata sociale del giovane ed innocente ragazzo di campagna cammina a braccetto con il suo imbruttimento morale, con la sua degenerazione spirituale. Kubrick rimase convinto sempre della scelta di O’Neal nel ruolo del protagonista certo delle sue qualità, poco espresse nei suoi film precedenti (Love Story per citarne uno); noi troviamo l’interpretazione di Ryan alquanto piatta e monocorde, non particolarmente espressiva. Nonostante questo e nonostante i suoi difetti e le sue mancanze, lo spettatore, in genere, si affeziona al personaggio di Redmond forse perchè lo trova tanto umano, sia nel bene che nel male. Barry Lyndon, film che non trovò un immediato riscontro di critica e pubblico, è un film non facile, un film da osservare oltre che guardare ed ascoltare, ammirare prima che interpretare, e forse solo dopo essere entrati nel mondo tanto perfettamente ricreato dal maestro, si potrà instaurare quel rapporto di intimità con i personaggi che vi farà apprezzare il tutto nella sua magnifica completezza.(…)
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

Daniela

Capolavoro di inarrivabile bellezza formale, opera d’arte in movimento in cui Kubrick riesce a comporre alla perfezione ogni elemento – fotografia (sublimi le riprese al lume di candela), musica d’epoca, costumi, scene. Funzionale la recitazione raggelata degli attori, figure di un tempo lontano: “I protagonisti di questa vicenda vissero le loro storie sotto il regno di re Giorgio III; buoni o cattivi, di bell’aspetto o no, ricchi o poveri, ora sono tutti uguali”. Uno dei film che amo di più, piacere che si rinnova ad ogni visione: stupendo.

Caesars

Un altro grandissimo film di Kubrick, che omaggia questa volta il genere storico. A rendere eccezionale questa pellicola concorre una fotografia a dir poco stupenda (ogni singolo fotogramma pare un quadro) di John Alcott, ma i meriti non si fermano certo lì: la ricostruzione storica di Kubrick è perfetta e la sua cura per ogni più piccolo particolare si fa apprezzare. Il film è lungo e con un ritmo decisamente lento, e per questi motivi può non essere apprezzato da tutti. Bellissimo.

Cotola

Capolavoro assoluto “in costume” di Stanley Kubrick che dirige una delle sue pellicole più belle. Attraverso la storia del protagonista, il regista affronta i soliti temi del suo cinema e lo fa con grande maestria e con tecnica sopraffina. Tutto è perfetto, compresa una confezione a dir poco scintillante. Semplicemente prodigiosa e stupefacente la fotografia per la quale sono stati creati appositi obiettivi. Meravigliosa anche la fusione tra immagini e musica, che è del tutto riuscita. Gioia per occhi e orecchie, da vedere e rivedere.

Piffetti 74

Documento inestimabile, è una visione profonda e realistica del Secolo dei Lumi secondo le intenzioni evidenti del regista. A tratti quindi risulta amorale, prolisso, sfarzoso ma anche commovente, geniale, penetrante. Per tutti valgano i commenti entusiastici di Federico Zeri, che arrivò ad asserire che nessuno prima di Kubrick avesse così grandemente compreso l’arte di Gainsborough e come le scelte musicali siano assolutamente ineccepibili. Unico e, per molti versi, irripetibile.

B.Legnani

Formidabile pellicola di Kubrick, che prende il romanzo di Thackeray, vi impianta modifiche comunque armoniose e sforna un’opera indimenticabile, della quale è impossibile scrivere qualcosa di non già detto. Diciamo allora che è stata eccezionale, come sovente accaduto con Kubrick, la scelta delle musiche, al punto che l’esecuzione filmica della “Sarabanda” di Händel viene oggi ritenuta quella “autentica” e che il suo utilizzo nelle cerimonie funerarie ha avuto, dall’uscita del film fino ad oggi, un’incredibile diffusione. Capolavoro.

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Sarabanda dalla Suite n. 4 in re minore, HWV 437 (Georg Friedrich Händel) (versione per i titoli di testa) National Philharmonic Orchestra
Women of Ireland (Seán Ó Riada) The Chieftains
Piper’s Maggot Jig (Paddy Moloney e Sean Potts) The Chieftains
The Sea-Maiden (Paddy Moloney e Sean Potts) The Chieftains
Tin Whistles (Seán Ó Riada) Paddy Moloney And Sean Potts
British Grenadiers (tradizionale) Fifes And Drums
Hohenfriedberger March (Federico II di Prussia)
Lilliburlero (tradizionale) Fifes And Drums
Women Of Ireland (Seán Ó Riada) Derek Bell
Marcia da Idomeneo, re di Creta, opera, KV 366 (Wolfgang Amadeus Mozart)
Sarabanda dalla Suite n. 4 in re minore, HWV 437 (Georg Friedrich Händel) (versione per il duello) National Philharmonic Orchestra
Lilliburlero (tradizionale) arrangiata e diretta da Leslie Pearson
Danza tedesca n. 1 in do maggiore (Franz Schubert) National Philharmonic Orchestra
Sarabanda dalla Suite n. 4 in re minore, HWV 437 (Georg Friedrich Händel) (versione per il duello) National Philharmonic Orchestra
Cavatina dal Barbiere di Siviglia (Giovanni Paisiello) National Philharmonic Orchestra
Terzo movimento dal Concerto in mi minore (trascrizione della Sonata per violoncello RV 40) (Antonio Vivaldi) Pierre Fournier, Festival Strings Lucerne diretti da Rudolf Baumgartner
Concerto in do minore per due clavicembali, BWV 1060 (Johann Sebastian Bach) Karl Richter, Hedwig Bilgram, Münchener Bach-Orchester
Andante con moto dal Trio in mi bemolle maggiore n. 2 op. 100, D 929 (Franz Schubert) Ralph Holmes, Moray Welsh, Anthony Goldstone
Sarabanda Suite n. 4 in re minore, HWV 437 (Georg Friedrich Händel) (versione per i titoli di coda) National Philharmonic Orchestra

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