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Mandingo

Mandingo locandina

Alabama, 1840
Warren Maxwell, ricco proprietario terriero razzista e schiavista, obbliga sua figlio Hammond a sposare la bella Blanche per interesse.
Ma tra i due non c’è amore, così Hammond si consola con la bella schiava di colore Ellen.
Nella tenuta di Maxwell l’attrazione principale è Ganymede, detto Mede un nero robustissimo di razza Mandingo.
L’uomo è costretto a lottare con altri neri per divertimento dei suoi proprietari e dei suoi ospiti.
L’uomo finisce però per catturare l’attenzione della trascurata Blanche, che il marito non ha mai toccato avendo scoperto che non era vergine al momento del matrimonio.

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Una schiava della piantagione

Blanche in pratica si prende Mede come amante, ma alla fine la relazione tra lei e lui verrà scoperta quando la donna darà alla luce un figlio di colore, con tragiche conseguenze per tutti.
In estrema sintesi è questo il plot di Mandingo, diretto nel 1975 da Richard Fleischer, che sfruttò il romanzo omonimo di Kyle Onstott scritto sul finire degli anni 50.
Un film di grandissimo successo, come del resto il romanzo; il tema della schiavitù della gente di colore in America era molto sentito, sopratutto negli anni settanta che furono gli anni della presa di coscienza da parte degli americani dei vistosi errori commessi in passato e che avevano provocato funeste conseguenze.

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James Mason è lo schiavista Maxwell

Dallo sterminio dei nativi americani, i pellerossa, passando per l’arruolamento forzato della gente di colore, strappata alla patria nativa per lavorare nelle piantagioni del sud America, l’americano medio si interrogava sul suo passato ma anche sul suo presente.

Erano gli anni della sporca guerra, quella del Vietnam che finalmente stava per arrivare alla conclusione con l’inglorioso ammaina bandiera a Saigon e la conseguente fuga degli ultimi occupanti del Vietnam stesso.
Fleischer, autore di cassetta che in passato aveva diretto ottimi film come il bellico Tora! Tora! Tora! (1970) e 2022: i sopravvissuti (Soylent Green) (1973), utilizza una sceneggiatura che riduce il romanzo di Onstott fornitagli da Jack Kirkland e Norman Wexler.
Proprio Kirkland aveva utilizzato il romanzo ottenendo una piece teatrale di successo, così quando il grande produttore Dino De Laurentis decise di finanziare il film si andò quasi sul sicuro sulla risposta dei botteghini.

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La relazione proibita tra Blanche e Mede

Il gran successo del film dipese da diversi fattori, non ultimo il riuscito amalgama tra le varie componenti del romanzo originario, fatto di episodi brutali di sangue e violenza mescolato con furbizia al tema della sessualità inter razziale che era molto sentito dagli americani.

Il film è abbastanza fedele all’originale, ma non suscitò, nonostante il successo ricevuto, il clamore che aveva suscitato il best sellers di Kyle Onstott.
Diversi i tempi e diverse le situazioni; il romanzo era uscito nel 1957, in un’epoca in cui i diritti sociali e civili della gente di colore erano pura utopia.

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Susan George è Blanche

A scriverlo era stato l’ottantenne Onstott, che aveva promesso di raccontare la schiavitù partendo esattamente dal primo timido tentativo di mettere in scena una saga sul fenomeno, quel Via col vento diventato nel corso degli anni un’autentica leggenda.
Onstott scrisse tre libri incentrati sulla vita e la storia della gente di colore, sui padroni “bianchi” e sugli schiavi “neri”; il primo, Mandingo ebbe come seguito Drum tradotto cinematograficamente (anche se senza lo stesso successo del predecessore) in Drum, l’ultimo Mandingo mentre ‘ultimo capitolo della saga, Il padrone di Falconhurst, non ha avuto mai una riduzione cinematografica.
Il film ha un andamento abbastanza lento ma che non annoia; quella che è a tutti gli effetti la saga della famiglia Maxwell coinvolge anche per la descrizione del mondo moralmente corrotto dei latinfondisti dell’America del sud, uniti ad una descrizione molto forte delle condizioni di vita della schiavitu di colore.

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Preparata per il padrone

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Il rapporto tra Hammond e Ellen

Decisamente disturbanti le sequenze del mercato degli schiavi e delle lotte tra Mede e i suoi avversari, messi l’uno contro l’altro ad esclusivo privilegio del divertimento dei bianchi; ugualmente disturbante la scena in cui Maxwell usa un piccolo di colore come poggiapiede o le scene nelle miserevoli case degli schiavi.

Il cast del film è di prim’ordine, con James Mason arrogante e indisponente (come personaggio ovviamente) nei panni del latifondista Warren Maxwell, un uomo spregevole fin nel midollo, con Perry King in evidenza nel ruolo del giovane Hammond, forse l’unico con un minimo di sentimenti contrastanti verso i neri dominato però dalla fortissima personalità del padre.
Molto brava al solito Susan George che interpreta Blanche, una donna sola che alla fine trova sfogo nei rapporti carnali con lo schiavo Mede con il quale avrà un figlio destinato ad una fine miserevole e bene anche l’esordiente Ken Norton, il pugile che ruppe la mascella al grande Cassius Clay.

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Con Radici, Mandingo ha portato al centro dell’attenzione il problema storico della schiavitù di colore negli Stati Uniti; pur essendo un film troppo incline al sensazionalismo e con scene di sesso spesso gratuite, Mandingo è un buon prodotto capace di far riflettere e di appassionare nonostante il tema spinoso.
Vale sicuramente una visione attenta; il film è stato rieditato in digitale riacquistando i colori e la brillantezza naturale..

Mandingo
Un film di Richard Fleischer. Con James Mason, Susan George, Perry King, Ken Norton, Richard Ward, Lilian Hayman Drammatico, durata 127 min. – USA 1975

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James Mason: Warren Maxwell
Susan George: Blanche Maxwell
Perry King: Hammond Maxwell
Paul Benedict: Brownlee
Richard Ward: Agamennone
Brenda Sykes: Ellen
Ken Norton: Ganymede, detto Mede
Lillian Hayman: Lucrezia Borgia
Roy Poole: Doc Redfield
Ji-Tu Cumbuka: Cicero
Ben Masters: Charles
Ray Spruell: Wallace
Louis Turenne: De Veve
Duane Allen: Topaz
Earl Maynard: Babouin
Beatrice Winde: Lucy
Debbi Morgan: Dite
Sylvester Stallone: un giovanotto

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Regia Richard Fleischer
Soggetto Kyle Onstott
Sceneggiatura Jack Kirkland, Norman Wexler
Produttore Dino De Laurentiis
Montaggio Frank Bracht
Musiche Maurice Jarre
Costumi Ann Roth

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Mandingo flano

Flano del film

gennaio 20, 2012 Posted by | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

Cane di paglia

Cane di paglia locandina

Il professor David Summer, neo vincitore di una borsa di studio per i suoi studi matematici si reca con la giovane moglie Amy in un piccolo paese di una contea inglese in Cornovaglia del quale la moglie è originaria.
Il giovane professore di indole mite, stenta da subito ad entrare in confidenza con gli abitanti del luogo, anche perchè distratto dai suoi studi mentre sua moglie, che non è tornata volentieri nel paese che l’ha vista nascere ben presto si annoia.
Durante i lavori di ristrutturazione della casa, Amy si mostra in topless ai lavoranti che tra l’altro sono le persone meno affidabili del paese.

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Dustin Hoffman interpreta il professor David Summer

Ben presto gli uomini, complice anche la distrazione di David, arrogantemente iniziano a mostrare pericolose mire sulla moglie di David arrivando  a minacciare la pricacy della coppia.
Il gruppo infatti penetra nella casa di David e Amy e dopo aver ammazzato la gatta di casa, la appendono per il collo nell’armadio della donna.
Nonostante la moglie protesti per la mancanza di reazione di David davanti ai soprusi, quest’ultimo non reagisce limitandosi ad andare a caccia con loro, attirandosi così il profondo disprezzo della moglie.
Durante la battuta di caccia, i teppisti lasciano solo David e si recano a casa sua, dove violentano la troppo disponibile Amy.

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Susan George è Amy, la moglie di David

La donna però decide di non raccontare l’accaduto al marito; le cose cambiano drammaticamente quando, durante una festa, Henry Niles abitante del posto con alcune turbe psichiche uccide involontariamente la giovanissima Sally.
Henry fugge sconvolto e finisce per essere quasi investito da David, che lo carica in macchina e lo porta a casa, deciso a soccorrerlo.

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David Warner è Henry, l’assassino

Nel frattempo, scoperto l’accaduto, il gruppo di prepotenti raggiunge casa di David decisi a farsi giustizia da soli.
Qui però incontrano il netto rifiuto dell’uomo, che da quel momento difende strenuamente l’ospite, battendosi come una furia per garantirne il diritto ad essere giudicato dalla legge….
Cane di paglia, diretto da Sam Peckinpah nel 1971 su riduzione del romanzo The Siege of Trencher’s Farm di Gordon Williams è uno dei più controversi film del regista californiano e dell’intero decennio settanta.
Un film in cui la forte tematica di fondo, i rapporti tra gli individui cosidetti normali e la violenza, il sopruso e la prevaricazione, la trasformazione da cane di paglia in vendicatore dei torti subiti e in difensore dei valori venne vista in un’ottica di estrema misoginia da parte del regista.
Se vogliamo un fondo di verità in tutto ciò c’è; Peckinpah utilizza la violenza per mostrare come nell’individuo esista una forma di auto difesa estrema che lo porta, in condizioni particolari, a ribellarsi a tutto ciò che metta in pericolo il suo piccolo universo.

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E a fare quindi uso della violenza per combatterne una forma subdola, che vuole e può annichilirne i diritti inalienabili.
Cane di paglia, aldilà del suo messaggio più o meno condivisibile sul teorema individuo/violenza “genetica”, è un film molto cupo, girato con mano assolutamente ferma e con uno sguardo cinico e misogino da parte di un regista abituato a portare sullo schermo una violenza che sembra l’espressione di un rituale tribale del quale l’umanità non ha ancora imparato a fare a meno.
Se nel 1969 il mondo aveva imparato a conoscere la parte estrema della violenza attraverso il capolavoro del regista, Il mucchio selvaggio, nel 1971 impara a conoscere una nuova forma di violenza, più subdola e più individuale.
Quella sull’individuo mite, tranquillo, impersonato da David; un uomo che in fondo sarebbe invisibile e che altro non chiede che di poter vivere la sua vita da studioso, immerso nella matematica, in quel mondo di numeri retto da regole precise e ordinate.

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Una violenza che costringe David a trasformarsi completamente, a diventare l’esatto opposto del cane di paglia a cui tutto si può fare.
Il bisogno trasforma David in un essere primordiale, in cui l’istinto oscura quasi completamente la ragione, anche se proprio la ragione verrà in aiuto del timido professore, ispirandogli le forme migliori di difesa.
Non esistono quindi i cani di paglia, esistono solo dei cani dormienti, pronti a svegliarsi quando le cose precipitano e vengono messi in discussione i loro valori.
Peckinpah va oltre, caratterizzando in negativo i personaggi del film, tra i quali spicca Amy, moglie del professore, una donna mal assortita in coppia con il tranquillo David, civettuola e in fondo anche un tantino sciocca e vanesia.
Il film è diviso nettamente in due parti; una prima parte descrittiva, introduttiva, nel quale vediamo l’avvicinarsi della tempesta segnalato dai numerosi atti vigliacchi del gruppo di teppisti e assistiamo contemporaneamente al comportamento ignavo di David, che sacrifica orgoglio e dignità al suo desiderio di vivere tranquillo.

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Lo stupro di Amy

La seconda è un crescendo rossiniano; l’uomo impara a difendere i suoi valori, la sua casa e perchè no, quella donna che lo disprezza e che non vorrebbe farsi coinvolgere, anzi, che chiede esplicitamente a David di consegnare Henry al gruppo di teppisti e ubriachi che li assediano.
Il finale è una drammatica esclation che mostra la metamorfosi di David fino alle estreme conseguenze.
La parte di David è affidata ad un Dustin Hofman che veniva dalle spettacolose performance di Un uomo da marciapiede di John Schlesinger e da  Piccolo Grande Uomo  di Arthur Penn; l’attore americano si conferma come uno dei più grandi attori tra le nuove leve e consegna alla storia del cinema una recitazione asciutta, rigorosa e impeccabile del professor David.

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L’attore cura il personaggio nei minimi particolari, fornendo una prova maiuscola attraverso l’interpretazione di David  caratterizzata dalla debolezza del carattere dello stesso fino alla resurrezione ( o involuzione?) finale.
Bene anche Susan George e bene Peter Vaughan.
Cane di paglia, come Arancia meccanica, uscito più o meno nello stesso periodo, sono due facce di una stessa medaglia:

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la società violenta, nichlista di Kubrick è formata anche da tanti individui come il David di Peckinpah. Il discorso sociale della violenza come affermazione dell’individuo non è altro che la punta dell’iceberg, alla base del quale c’è David e tutti quelli come lui, i cani di paglia con i quali però, è meglio non scherzare troppo.

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Cane di paglia, un film di Sam Peckinpah. Con Dustin Hoffman, Peter Vaughan, David Warner, Susan George Titolo originale Straw Dogs. Drammatico, durata 118 (113) min. – USA 1971.

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Dustin Hoffman David Summer
Susan George Amy Sumner
Peter Vaughan Tom Hedden
T.P. McKenna Major John Scott
David Warner Henry Niles
Del Henney Venner
Jim Norton: Chris Cawsey
Donald Webster: Riddaway
Ken Hutchison Scott
Sally Thomsett: Janice Hedden
Peter Arne: John Niles
Len Jones Bobby Hedden
Michael Mundell Bertie Hedden (scene eliminate)
Colin Welland: Rev. Barney Hood

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Regia     Sam Peckinpah
Soggetto     Gordon Williams (romanzo The Siege of Trencher’s Farm)
Sceneggiatura     Sam Peckinpah, David Zelag Goldman
Produttore     Daniel Melnick
Fotografia     John Coquillon
Effetti speciali     John Richardson
Musiche     Jerry Fielding
Scenografia     Ray Simm
Costumi     Tiny Nicholls
Trucco     Harry Frampton

Cane di paglia doppiatori

Ferruccio Amendola: David Summer
Vittoria Febbi: Amy Sumner
Gualtiero De Angelis: Tom Hedden
Glauco Onorato: Venner
Bruno Persa: Major John Scott
Vittorio Stagni: Chris Cawsey
Luciano De Ambrosis: Riddaway
Cesare Barbetti: Scott
Flaminia Jandolo: Janice Hedden
Manlio De Angelis: John Niles
Romano Ghini: Rev. Barney Hood

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Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com

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Misogino, visto che le uniche due donne veramente presenti fanno entrambe una pessima figura. Rappresentazione di come i buoni sopportino, sopportino e sopportino, ma quando esplodono… Buon film (giudicato di destra da miopi e cisposi dell’epoca: al di là dell’ovvio fatto che si può fare un buon film di destra, questo è tutt’altra cosa), ma resta lontano dal capolavoro per un’eccessiva lentezza iniziale (per preparare bastava meno tempo: così tedia) e per la troppo calcata caratterizzazione del personaggio principale, che scade troppo da imbelle a imbecille. ***

Basato sul discutibile concetto morale dell'”occhio per occhio” e della difesa (a tutti i costi) del proprio territorio, il film di Sam Peckinpah vale sopratutto per la caratterizzazione (abilmente effettuata dalla sceneggiatura) del protagonista, classico uomo qualunque, anzi un tantino banale, che subisce una profonda trasformazione che culmina in un’escalation di violenza. Ottima la regia che riesce a creare un crescendo di tensione anche grazie all’ottima interpretazione di Dustin Hoffman.

Notevolissima incursione di Sam Peckinpah nel dramma a forti tinte (la chiusa, con furiosa ed inattesa vendetta, ha del memorabile) supportata dalla più che convincente immedesimazione nel ruolo da parte del grande Dustin Hoffman. A suo modo può essere considerato -previa eccezione de La fontana della Vergine (1960) – un precursore (d’alto rango) del “rape & revenge”, che raggiungerà picchi di cinismo estremi in L’ultima casa a sinistra (Wes Craven, 1975) e Non violentate Jennifer (Meir Zarchi, 1978). Finale ferocissimo, per l’epoca del girato.

Studioso si trasferisce in un villaggio dove la moglie è violentata dagli abitanti del luogo. Due ore ben realizzate di tensione psicologica in crescendo, farcita di violenza. Ma l’esaltazione della violenza (sia pure come legittima difesa), la contrapposizione tra il civilizzato colto e i rozzi e vigliacchi contadini, l’idea del territorio da difendere: tutto questo rischia di trascendere la cornice filmica per diventare discutibile paradigma etico di un comportamento naturale. Ottimo Hoffman. Ambiguo e spietato.

Straordinario e controverso film in cui Peckinpah tratta il tema a lui più caro: la violenza come sintesi di tutti i rapporti umani. Qui, infatti, essa esplode in un uomo normale e pacifico e lo fa in tutta la sua potenza e follia raggiungendo livelli di efferatezza notevoli ma comunque mai gratuiti. Incredibile il “filosofico” e caotico montaggio che si “riferisce al caos morale e materiale che domina le persone”. Assolutamente da vedere.

Discusso e discutibile nell’assunto, misogino, inevitabilmente datato nella rappresentazione della violenza (ne è passato di sangue sotto i ponti), possiede tuttavia uno spessore raro in gran parte degli epigoni, dovuto sia all’abilità del regista di costituire lentamente la tensione, sia all’interpretazione sfumata di Hoffman, mite intellettuale che si trasforma in belva per la difesa del suo territorio, a dimostrazione dell’immutabilità dell’animo umano sotto la vernice della civilizzazione. Importante più che bello.

Non certo tra le migliori opere del grande regista americano, ma pur sempre un Peckinpah movie. Ottima la prova di Dustin Hoffman, timido professorino che subisce tutto in totale silenzio ma che alla fine si trasforma letteralmente e farà valere le sue regole. Il film, che all’epoca fu molto osteggiato dalla critica ufficiale perché considerato di “destra”, ha un crescendo di tensione e di violenza che tiene ben desta l’attenzione dello spettatore. Sicuramente la sufficienza se la porta a casa.

Grande film. Incredibilmente pessimista e disperato, parte molto lentamente per poi diventare teso a appassionante come pochi altri lungometraggi. La regia è sapiente e crea un’ottima atmosfera (ricreata grazie all’eccellente fotografia e alle belle ambientazioni) e un clima di rabbia e follia che non lascia indifferenti. La violenza è presente ma non è compiaciuta. Ottimo anche il montaggio. Grande Hoffman, bellissima la George, bravo Warner. Da non perdere.

febbraio 21, 2011 Posted by | Drammatico, Senza Categoria | , , | Lascia un commento

Tintorera!

Tintorera locandina

Steve/Esteban, ovvero Stefano in italiano è un ricco e nullafacente playboy che ama la bella vita e le belle donne.
In vacanza in una località esotica del Messico, decide di noleggiare uno yacht e si dedica a tempo pieno ai suoi hobby, ovvero la pesca e le donne, non disdegnando le feste alle quali viene invitato.
Conosciuta la bella Patrizia, la corteggia, non sapendo che la donna è appetita da Miguel, un giovane locale.
I due nonostante tutto diventano amici, ma la tragedia è dietro l’angolo.

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La ragazza improvvidamente decide di farsi un bagno di prim’ora e viene attaccata e sbranata da una gigantesca Tintorera, ovvero un esemplare femmina della razza squalo tigre.
Sarà proprio lo squalo il protagonista della storia, perchè divorerà allegramente lo stesso Miguel e altre persone che in qualche modo Esteban conosce.
Alla fine, stanco del massacro perpetrato dalla famelica Tintorera, il giovane si decide ad affrontarla nel suo territorio….

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Tintorera è uno dei tanti cloni del fortunato film di Steven Spielberg Lo squalo; non credo affatto sia un caso che il regista del film, René Cardona Jr. abbia deciso di dare il nome di Steve al protagonista omaggiando in qualche modo il grande regista americano.
Il guaio è tutto nell’assoluta fragilità della trama, che fa più acqua di quella che si vede nel film, che è davvero tanta.
A parte la splendida location e alcune apprezzabili sequenze girate sott’acqua e degne di visione non fosse altro per la bellezza dei paesaggi sottomarini, il film è di una nullità imbarazzante.

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Scene gore, nudità e sesso a gogò sono in realtà i padroni assoluti del film e probabilmente lo specchietto per le allodole usato dal regista per richiamare pubblico, assieme al discutibilissimo utilizzo di sequenze in cui i poveri squali vengono maciullati senza pietà.
Una costante, quella di dipingere alcuni predatori del mare come feroci belve assassine, assolutamente indecorosa.
Orche, piovre,squali e persino pacifici e inermi capodogli vengono descritti, in alcuni film ad ambientazione marina nati all’indomani del travolgente successo dello squalo di Spielberg, come esseri indegni di vivere per la loro capacità distruttiva nei confronti dell’uomo.

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Il che è una vaccata senza precedenti; gli abitanti dei mari, con le loro leggi dettate dalla natura, attaccano l’uomo solo nel caso in cui si sentano in pericolo oppure quando hanno fame.
Non potendo andare in un supermercato a fare spesa, vanno visti nell’ottica di una natura con leggi ben precise, e non come assassini dei mari preda di irragionevoli pulsioni.
Cardona gestisce quindi un’operazione smaccatamente commerciale che non ha alcun pudore; la stessa sequenza finale, in cui Steve affronta la Tintorera e fa “giustizia” è l’aberrante conclusione di un film scoordinato, scombinato e parrocchiale.
Il cast è quanto di peggio si possa raccattare in ambito cinematografico e dispiace vedere la bella e brava Susan George, che tanto avevamo ammirato in Cane di paglia unirsi ad un cast che ignora anche i fondamenti della recitazione.

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In quanto al regista, Cardona Jr, scrittore e regista fertilissimo, con all’attivo oltre una sessantina di film, conosciuto in Italia per B movies come La notte dei mille gatti e Sette assassine dalle labbra di velluto, poche parole da spendere.
Autentico mestierante, utilizza il materiale che ha per le mani tirando fuori un’operazione biecamente commerciale nella quale spiccano solo le parti erotiche del film e le già citate parti acquatiche.

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Davvero troppo poco per degnare di una visione quant’anche distratta un pessimo prodotto come questo.
Tintorera, un film di René Cardona Jr. Con Susan George, Hugo Stiglitz, Fiona Lewis Titolo originale Tintorera! Killer shark. Drammatico, durata 126 min. – Messico 1977.

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Tintorera banner protagonisti

Susan George – Gabriella
Hugo Stiglitz  – Steven
Andrés García – Miguel
Fiona Lewis – Patricia
Eleazar García – Crique
Roberto Guzmán – Colonado
Jennifer Ashley – Kelly Madison
Laura Lyons – Cynthia Madison
Carlos East -Il signor Madison
Priscilla Barnes -Prima ragazza al bar
Pamela Garner     – Seconda ragazza al bar
Erika Carlsson – Anita (as Erika Carlson)
Manuel Alvarado – Ufficiale

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Regia:René Cardona Jr.
Sceneggiatura:Ramón Bravo, René Cardona Jr.
Produzione: Gerald Green
Musiche: Basil Poledouris
Editing: Earle Herdan, Peter Zinner

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Uno dei tanti b-movie che hanno invaso le sale cinematografiche sull’onda del grande successo de Lo squalo, del film di Spielberg è decisamente uno dei parenti più poveri. E’ infatti costruito su una sceneggiatura di livello meno che mediocre e recitato (si fa per dire) da un gruppo di attori che non nobilita certo il mestiere. Unico pregio: le riprese sottomarine di discreto livello.

Deprimente come pochi. Sciatto, di una noia indescrivibile, con effettacci spinti a buon mercato e attori presi chissadove. Questa è una rapida sintesi di un filmetto che ha avuto la somma sfortuna di giungere fino a noi. Ci sono altri film, superiori a questo, che sono rimasti e rimangono inediti e si decide di distribuire certe cose. Questo è davvero incomprensibile. Da evitare assolutamente.

Ho rivisto questo film. Da piccolo certi particolari non rendono il giudizio: allora mi soffermai sul triangolo amoroso e sulla filosofia di vita praticata e sintetizzata dal connubio “donne e whisky”. Vita tra spiagge e festini, senza ansie e preoccupazioni: ma che bel film! Sì, bello schifo: massacro inutile di poveri pesci, raro squallore umano che porterebbe a chiedere di cambiare la titolazione di genere nel Davinotti: basta animali assassini, gli assassini sono solo gli uomini e qui non si può dire che è solo un film!

Il plot è quello de Lo squalo, il film è un Bmovie di forte impatto, che fa uso di splendide inquadrature subacquee, location esotiche da sogno e belle ragazze. Un erotismo pruriginoso pervade buona parte della pellicola, specialmente quella dei tre che si amano alla follia, ma non solo. La tintorera come gli squali abbondano ed incutono tensione. Gli ammazzamenti sono terribili, da citare il bagno di sangue del gruppo durante la notte e l’attacco ad un sub che viene tranciato in due. Bellissimo il main theme della voce femminile, in stile Abissi.

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Tintorera foto 1

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Tintorera locandina 2

Tintorera locandina 3

Tintorera locandina 4

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dicembre 20, 2010 Posted by | Drammatico | , | 3 commenti