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L’isola delle salamandre

La giovane Sugar cade in un tranello organizzato da un uomo che collabora con una organizzazione che recluta forzatamente giovani per le piantagioni di zucchero.
Alla donna viene offerto uno spinello e mentre si appresta a fumarlo è arrestata dalla polizia locale.
Siamo in un imprecisato paese dell’America latina e la donna viene così tradotta davanti ad una specie di giudice, che dapprima le propone il condono della pena in cambio di favori sessuali, poi di fronte al diniego della ragazza la condanna ad un periodo di lavoro forzato di due anni da scontare nelle piantagioni di zucchero dell’Isola delle salamandre.
Tradotta nell’isola la ragazza scopre di essere capitata in un luogo che è peggio di un inferno; Burgos il capo delle guardie è un tipaccio crudele e sadico e collabora con il dottor John, un tipo strambo dedito ad ancora più strani esperimenti.
La ragazza deve fare i conti anche con l’ostilità di una detenuta di colore, Simone mentre diventa amica della bionda Dolores; il carattere ribelle di Sugar si scontra subito sia con la brutalità di Burgos sia con il temibile dottor John che non esita a praticare terribili esperimenti sulle detenute.

Sugar seduce il carceriere Max

Il gruppo delle detenute quindi deve fare i conti con la brutalità delle guardie e ben presto alcune recluse scendono a compromessi pur di assicurarsi un trattamento migliore.
Intanto Simone, che ha conosciuto Moyo, un recluso che pratica il voodoo, ha con lui una storia d’amore;  l’uomo porta sia Simone sia Sugar ad una sepoltura collettiva in cui giacciono gli scheletri delle sventurate ex detenute del campo di prigionia che il folle dottor John ha immolato per i suoi esperimenti.

Momenti d’amore tra Moyo e Simone

Dopo aver tentato inutilmente di ricattare Burgos e John con la minaccia di rivelare alle autorità quanto scoperto, Moyo assecondato da Sugar e Simone organizza la fuga.
Ma il gruppo viene ripreso e Moyo viene incatenato e bruciato vivo.
La fuga è solo rimandata. Dopo aver ucciso il brutale Burgos le due ragazze accompagnate da Dolores riescono a fuggire.
Nella fuga Simone è colpita a morte e John muore.
Sugar e Dolores riescono così a riguadagnare la libertà.
Raccontata così la trama di L’isola delle salamandre sembra abbastanza scorrevole anche se molto ingenua.
In realtà  la sceneggiatura di questo film mostra più buchi di uno scolapasta.

Le detenute nascondo Moyo

Già l’idea di partenza, ovvero l’espediente della ragazza deportata per uno spinello è di per se ridicola; man mano che ci si inoltra nel film le cose peggiorano sensibilmente ed assumono aspetti ancor più grotteschi.
I carcerieri dell’isola sembrano un gruppo di scout impegnati in una escursione e non perdono occasione per lasciarsi irretire dalle belle prigioniere, che approfittano biecamente di loro.
Uno di essi verrà ucciso da Burgos per aver rifiutato di frustare Sugar, un altro si invaghirà di Dolores facendosi sottrarre la pistola come un bambino del nido.

Il bagno notturno delle deportate

In quanto agli esperimenti del dottor John appiono più comici che folli.
Il buon dottore infatti studia un siero che ridia agli animali la primitiva ferocia e per far ciò somministra il suo siero alle prigioniere con risultati grotteschi.
Il finale poi è all’insegna della più assoluta illogicità, con le ragazze che scappano dal campo massacrando le guardie a colpi di mitra, quasi fossero delle guerriere addestrate nella giungla.
Taccio, per amor di patria sulla recitazione degli attori, che è quanto di più amatoriale si possa immaginare, con la bella e prosperosa Phyllis Davis che fa un figurone in rapporto al resto del cast che è desolantemente sotto la soglia minima di credibilità.
Si possono anche salvare parzialmente Ella Edward e la sventurata Pamela Collins che morirà suicida l’anno dopo l’uscita del film a soli 24 anni.
Tutto il resto del film è dilettantismo allo stato puro, eppure questo film ebbe una minima importanza quando venne distribuito nelle nostre sale.
Si tratta infatti di un primo e pallido tentativo di imitazione del più famoso Sesso in gabbia di Roger Corman uscito l’anno precedente e che aveva avuto un lusinghiero successo.
Il genere di riferimento di L’isola delle salamandre è il WIP o Woman in prison, donne in prigione, un genere di nicchia che ebbe qualche fortuna nel nostro paese e poichè questo film esce nel 1972, in un periodo cinematografico in cui nel nostro paese la censura sta allentando molto lentamente le maglie, si può citare il film diretto da Michel Levesque come uno dei primissimi esempi di WIP.
Il regista americano non era totalmente uno sconosciuto nel nostro paese, l’anno precedente era arrivato in Italia il suo La notte dei demoni, che però era passato quasi inosservato.
Levesque gira L’isola delle salamandre con mano maldestra, puntando le sue pochissime chance sull’aspetto erotico della vicenda, che poi sarà una delle caratteristiche del WIP.

Il lettino del dottor John

Poichè la base di partenza ovvero la sceneggiatura è decisamente balzana, Levesque aggiunge il leggendario “carico da 11” dirigendo un film in cui anche la mancanza di denaro gioca la sua parte.
Costretto a fare i conti con il low budget, il regista si ingegna in qualche modo appesantendo il tutto con dialoghi piatti e con lunghe sequenze soporifere in cui cerca di dare una giustificazione al tutto raccontando brandelli delle vite delle protagoniste.
L’unica sequenza degna di menzione resta quella in cui nella gabbia delle prigioniere vengono lanciati dei gatti a cui il dottor John ha inoculato il suo siero; vediamo i felini avventarsi sulle malcapitate graffiandole senza pietà. Cosa poi permetta alle ragazze di tornare in perfetta forma il giorno dopo resta un mistero assoluto.

Gli scheletri delle deportate uccise dal dottor John

La morte di Simone

… e quella del sadico Burgos

Filmetto senza pretese, quindi, il cui titolo originale (Sweet sugar) ossia dolce zucchero, palese riferimento al nome della ragazza e al campo di lavoro al quale viene condannata venne trasformato in L’isola delle salamandre in modo da giocare con il titolo del film di Cavallone Le salamandre, che ebbe un inatteso successo nel 1969.
L’isola delle salamandre
Un film di Michel Levesque. Con Cliff Osmond, Timothy Brown, Phyllis Davis, Ella Edwards, Pamela Collins Titolo originale Sweet Sugar. Drammatico, durata 92 min. – USA 1972.

L’aggressione dei gatti del dottor John

Burgos minaccia Sugar

Il sadico Burgos uccide Max

Il dottor John sperimenta il suo siero su Sugar

Phyllis Davis interpreta Sugar

Phyllis Davis     …     Sugar
Ella Edwards          …     Simone
Timothy Brown          …     Mojo
Pamela Collins          …     Dolores
Cliff Osmond         …     Burgos
Angus Duncan          …     Dottor John
Jacqueline Giroux         …Fara
Darl Severns         …     Carlos
Albert Cole          …     Max
James Whitworth          … Mario

Regia: Michel Levesque
Sceneggiatura: Don Spencer
Storia originale: R.Z. Samuel
Musiche: Don Gere
Fotografia: Gabriel Torres

Lobby card americane del film

Copertina della VHS del film

Serie di lobby card italiane del film

ottobre 31, 2011 Posted by | Trashsettanta | , | Lascia un commento

La croce dalle sette pietre

La croce dalle sette pietre locandina

Ecco uno dei film più brutti, peggio recitati, più sconclusionati,più imbarazzanti della storia del cinema italiano.
Un esordio con aggettivi dequalificanti, ma assolutamente necessari per inquadrare questa ignobile pellicola da definire zzz movie, quasi una tripla x destinata ad essere un vero e proprio marchio d’infamia.
La croce dalle sette pietre si qualifica già nel sottotitolo con cui venne distribuito, quel Il lupo mannaro contro la camorra che fa tanto racconto del babau al bimbo che non vuol dormire.

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La storia è di una semplicità e bruttura disarmanti; Marco è nato da un rapporto sessuale tra sua madre e il diavolo, per cui reca con se un’antica maledizione, ovvero trasformarsi in un lupo mannaro quando ovviamente c’è la luna piena.
Per salvarsi da questa maledizione, Marco porta con se un medaglione a forma di croce, che lo protegge in qualche modo dalla maledizione stessa, ma al solito il medaglione gli viene rubato da alcuni delinquenti, ovviamente a Napoli  (e dove se no?).

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Per recuperarlo il tapino dovrà combattere nientemeno che contro la camorra, ma avrà fortuna anche perchè così troverà l’amore.
Di per se, raccontata in questo modo, la storia sembrerebbe ridicola ma niente più.
Ma chi non ha visto il film provi a immaginare sequenze dirette in maniera amatoriale, effetti scenici tra i più scarsi immaginabili, con la perla della trasformazione di Marco in Lupo mannaro, forse la sequenza più divertente dell’intera storia del cinema.
A tal proposito ho selezionato proprio i fotogrammi di questa sequenza per mostrare e additare al pubblico ludibrio Marco Antonio Andolfi, regista e attore del film.
Vi renderete conto dell’approssimazione con cui è stato girato il flm stesso, “impreziosito” da altre perle, come gli attacchi del lupo mannaro agli uomini che vogliono impedirgli di recuperare la famosa croce.
Nel marasma generale è coinvolta anche l’attrice francese Annie Belle, quasi incredula di aver accettato di partecipare ad una simile sciocchezza; l’attrice infatti dopo questa pellicola ne girerà solo un’altra, forse consapevole di aver imboccato il tunnel senza uscita dei film da cinema oratoriale.

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Finanziato con soldi pubblici, La croce delle sette pietre dimostra come nel 1987 si sprecassero soldi altrimenti utilizzabili in operazioni finanziate senza controllo, che hanno contribuito poi a dilapidare un piccolo patrimonio che avrebbe potuto essere utilizzato per lanciare registi di ben altro calibro e spessore.
Credo che, senza tema di smentite, questo film possa essere annoverato tra quella particolare categoria dei film ultra trash meritevoli di essere visti almeno una volta per capire cosa bisogna evitare quando si gira un film.
Andrebbe proposto infatti al DAMS come testo, decalogo di comportamento per indicare tutto ciò che va evitato in un film.

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Annie Belle

La croce dalle sette pietre (Il lupo mannaro contro la camorra) , un film di Marco Antonio Andolfi, con Eddy Endolf, Annie Belle, Gordon Mitchell, Paolo Fiorino,Marco Antonio Andolfi Horror,Italia 1987

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La croce dalle sette pietre banner personaggi

Marco Antonio Andolfi: Marco Sartori
Annie Belle: Maria
Gordon Mitchell: Black Mass Leader
George Ardisson: Boss
Zaira Zoccheddu: Madame Amnesia
Giulio Massimini: Ministro

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Regia     Marco Antonio Andolfi
Soggetto     Marco Antonio Andolfi
Sceneggiatura     Marco Antonio Andolfi
Fotografia     Carlo Poletti
Musiche     Paolo Rustichelli
Costumi     Gilian

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Incredibile: “se non lo vedi, non ci credi”. Ha il primato di passanti che guardano in macchina. Andolfi è protagonista, regista, soggettista, sceneggiatore, montatore e cura gli effetti speciali. La presenza di Ardisson dà al tutto un tono ancor più surreale. Ultimo credito della Zoccheddu (in tenuta iper-troiesca): se ha smesso per il solo timore di poter essere coinvolta, all’epoca, in qualcosa di peggio, si è trattato di un’errata valutazione. Citazioni (volute?) da Il bacio della pantera e Stati di allucinazione.

Incredibile esempio di pressappochismo che riguarda ogni settore della macchina cinematografica: dalla regia (improvvisata e confusa) alla storia (horror, action e “camorra”, con dialoghi sui generis), passando per un trucco che fa apparire i recenti lavori autoprodotti a budget “zero” veri e propri kolossal. Eppure qualcosa da salvare c’è, e sta nella selezione di attori secondari che ricordano tempi migliori del cinema nostrano. Un buon esempio, insomma, al contrario: per imparare cosa si deve evitare di fare in un film…

Uno dei film più brutti e deliranti della storia del cinema, nonché uno dei più trash. Sotto questo punto di vista la pellicola non ha eguali e raggiunge il suo culmine quando il protagonista si trasforma in lupo mannaro. Notevoli sono anche le visioni orrorifiche di cui è preda durante il sonno. La sceneggiatura è un qualcosa di pietoso e grottesco allo stesso tempo, mentre gli attori (ma è giusto chiamarli così?) sono tra i più impresentabili e imbarazzanti di sempre. Insomma, un film che vi farà sbellicare dalle risate dal principio alla fine

Un vero e proprio culto trash che fu girato, ormai più di vent’anni fa, grazie a finanziamenti statali ma che non è praticamente possibile vedere se non scaricandolo da internet. Che dire: il film mantiene tutte le promesse annunciate dalla sua “fama”. Non c’è un solo aspetto da salvare: recitazione, regia, soggetto ed effetti speciali sono indegni di tali nomi, ma come spesso succede quando un prodotto è così mal riuscito riesce a diventare un vero e proprio feticcio per chi ama i film brutti. Invedibile ma anche imperdibile.

Cultone del genere trash. Certo nel cast si conta qualche caratterista (Annie Belle, Ardisson, Mitchell; ci sono pure Piero Vivaldi e Giulio Massimini), ma il resto è una pena assoluta. Recitazione inesistente (e la Zoccheddu dà il meglio di sè), effetti speciali al limite del ridicolo, soprattutto il make-up di Eddy Andolf. Sequenza di torture con mostro oscene! Non vi sono parole per descrivere questa pellicola: vederla è un’esperienza unica.

Notevole trashone italico. La storia è altamente demenziale e il protagonista Andolfi, i dialoghi, gli effetti speciali (incredibile il make up del lupo mannaro) e le scene di sesso sono quanto di più ridicolo si sia mai visto in un horror. Curioso il cast di contorno (Annie Belle, Gordon Mitchell, Giorgio Ardisson) che però in questo caso mette solo tristezza. All’estero gira una versione insertata, a quanto sembra ancora più assurda. Comunque sia, è un film da non perdere.

Oddio! Avete presente il “giornalino di classe” fatto dai bambini alle elementari senza l’intervento della maestra? Ecco, questo film rappresenta a livello tecnico il giornalino di classe del cinema. Un ragazzo ha una maledizione: si trasforma in uomo lupo, ma può evitarla grazie a un particolare medaglione, che però gli viene rubato… dalla camorra!!! Attori lerci, regia, sceneggiatura e effetti speciali fatti in cucina… Un mito del cinema brutto.

Impossible pensare che non sia stato fatto volontariamente così brutto. A confronto Bruno Mattei è David Lynch. Resta il fatto che è un film imperdibile non solo per gli amanti del trash, ma per tutti quelli che, stanchi della comicità becera e caciarona che non fa ridere nessuno, decidano di tuffarsi in questo delirante scherzo della macchina da presa. All’estero gira una director’s cut…

Incredibile: il lupo mannaro vs camorra! È proprio vero: tra un horror e una sceneggiata napoletana. Dirige grazie al finanziamento statale “Eddy Andolf” che è pure protagonista (oltre a tutto il resto) ed è di una inespressività disturbante. E che dire del mitico Gordon Mitchell in quello che forse è il ruolo più inutile della sua filmografia? Incredibile, un tuffo nel folklore napoletano a bordo di una vecchia macchina color cachi tra frasi d’amore, trasformazioni indecenti ed erotismo di serie Z. Di tutto e di più: fino al volto di S. Pietro.

Confesso che adoro i trash italiani. Da Il sesso della strega a Patrick vive ancora passando per Zombi horror e via di seguito. Ma qui siamo in una dimensione diversa, imparagonabile al cinema di serie Z del quale questo film riesce a cogliere pochissimi aspetti caratteristici (qualcosa nei flashback sessuali, per esempio). Il resto della follia risulta anche noioso, senza ovviamente entrare nel merito di un qualsiasi aspetto tecnico o estetico. Inoltre se, come si dice, il film si è giovato pure dei finanziamenti di stato, subentra in più la disapprovazione morale!

Un trashone abominevole che non ha pietà per nulla! La recitazione è agghiacciante, per non parlare del make-up del lupo mannaro. Il dialetto napoletano non aiuta certo nella comprensione del film, che vanta una sceneggiatura colabrodo, non avendo né capo né coda. Uno di quei film orrendi dei quali, una volta iniziata la visione, non si può fare a meno di andare fino in fondo, come quando si vede un gatto schiacciato per la strada e, sebbene sia disturbante, non si riesce a non guardarlo…

Si dice che non c’è limite al peggio, ma in questo caso c’è: davvero difficile pensare che si possa fare un film peggiore di questo. Il protagonista in versione licantropo è qualcosa di imperdibile: completamente nudo tranne una (brutta) maschera sul volto, si muove del tutto ebete emettendo assurdi squittii da topo. La colonna sonora è inesistente, composta solo da patetici effetti sonori probabilmente ottenuti da qualche giocattolo per bambini. Talmente brutto da essere diventato un cult.

Uno dei peggiori horror dello Stivale, di certo il più trash d’Europa. Frasi come “ma ‘sta troia fotte int’al telefono?” o scene come gli scleri del licantropo sono difficili da scordare. Personaggi come Mitchell-sacerdote, Ardisson all’americana e Andolfi restano negli annali. Le voci del doppiaggio fanno venire i crampi allo stomaco per le risate e le espressioni ebeti di Eddy non lascian dubbi: si può parlare di cult movie. Ma almeno ci si diverte parecchio, altro che boiate tipo I fantasmi di sodoma, in cui nemmeno c’è comicità involontaria!

Non prendiamoci in giro: un novellino con una telecamera digitale e due soldi farebbe quasi certamente una cosa migliore di questa roba che nemmeno chiamo film. Andolfi prende letteralmente in mano la situazione e si inventa factotum di questo disastro su pellicola che vanta (vanta?) attori che non recitano e lo fanno pure male, musiche da mal di testa, una storia ai limiti del demenziale ed effetti che chiamarli casalinghi è un eufemismo. Almeno però si ride parecchio.

Il peggior film di tutti i tempi, lo zero cinematografico, non può non essere commentato. Rispetto ovviamente Andolfi come persona, ma questo suo lavoro, favorito anche da aiuti statali, è quanto di più anticinematografico mai apparso sul pianeta Terra. Recitazione, regia, sfx, tutto da dimenticare. Ne esiste anche una seconda versione, con scene in più, chiamata El talisman e pure un seguito. Da notare la presenza di Gordon Mitchell, che c’era pure nel capolavoro Fellini Satyricon… Dalle stelle alle stalle… Un must… del trash.

Mettete assieme attori che più incapaci non si può, effetti speciali dall’incontenibile effetto trash ed elaborate una storia sfrontatamente assurda. Il risultato di questa alchimia sarà una pellicola delle più brutte mai realizzate e proprio per questo imperdibile. Davvero, non c’è nulla che si salva. Consiglio questo film a tutti coloro che hanno bisogno di farsi una risata malsana e isterica.

Sicuramente il film italiano più trash di tutti i tempi. La cosa che sorprende è che questo film fu finanziato dallo Stato, cosa a dir poco utopica al giorno d’oggi! Inutile rimarcare la pochezza del titolo (sia dei mezzi, sia della progressione narrativa). In ogni caso questo “Lupo mannaro contro la camorra” è fonte di fragorose risate, anche dopo più visioni.

Forse è secondo solo a Delirio di sangue di Bergonzelli. È tutto perfettamente poveristico: attori, dialoghi, ambientazioni… e per ultimo, ma non in ordine di importanza, Marco Antonio Andolfi nella parte di se stesso medesimo, una sorta di Pietro Germi dei giorni nostri. Grandioso. Gordon Mitchell si conferma l’attore con la carriera più sconvolgentemente in discesa della storia dell’umanità. Da recuperare senza esitazione.

 

novembre 22, 2010 Posted by | Trashsettanta | , | 8 commenti

Ilsa la belva del deserto

Ilsa la belva del deserto locandina 2

Ilsa, ex SS e capo di un campo di concentramento, viene assunta dal dissoluto e crudele sceicco El Sharif per reclutare con le buone o con le cattive donne che poi finiranno nell’harem personale dello sceicco.
Non tutte le donne però finiscono nell’harem; alcune vengono messe all’asta e vendute dallo sceicco a suoi compiacenti amici.

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Uschi Digart

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Dyanne Thorne è Ilsa

Aiutata da due crudeli ragazze di colore, Ilsa si da da fare con torture inenarrabili per convincere le riottose; ma alla fine pagherà il solito conto salato.
Un anno dopo Ilsa, la belva delle SS torna il personaggio della pettoruta e sadica ex comandante delle SS, divenuta nel frattempo una specie di mercenaria; una resurrezione in piena regola, visto che nel film precedente Ilsa viene uccisa da un soldato russo e fatta a pezzi nel campo di concentramento.

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Ma nel cinema, si sa, i personaggi non muoiono mai, così Don Edmonds nel 1975 pensò bene di far rivivere il personaggio impersonato dalla pettoruta Dyanne Thorne, attrice di scarsissimo se non nullo talento, la cui unica dote risiedeva nel robusto apparato mammario.
Ilsa la belva del deserto ripercorre pedissequamente il corollario di uccisioni, stupri, violenze et similia di Ilsa la belva delle SS, senza nessun elemento di novità; la miscela è quella classica, ovvero tanto sangue, tanta violenza e un bel mucchio di donne discinte.

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Qualche scena di combattimento, come quella fra le due aguzzine al soldo di Ilsa e un soldato, poco altro.
I dialoghi sono di una povertà assoluta, gli scenari al massimo risparmio; spicca la presenza di un elicottero, che deve esser costato alla produzione quanto tutto il film.
Difficile trovare qualcosa di buono in un film splatter, ed infatti in questo caso è impossibile.
Lo spettatore meno accorto dovrà consolarsi con le ipertrofiche mammelle della Thorne, alla quale va aggiunta un’altra maggiorata, la star dei film di Russ Meyer, Uschi Digart.
Inguardabile.

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Ilsa, la belva del deserto,un film di Don Edmonds. Con Dyanne Thorne, Uschi Digart,Michael Thayer, Sharon Kelly, Haji Cat Titolo originale Ilsa, Harem Keeper of the Oil Sheiks. Erotico, durata 92 min. – USA 1975.

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Dyanne Thorne: Ilsa
Max Thayer: comandante Adam
Jerry Delony: El Sharif
Uschi Digard: Inga Lindström
Sharon Kelly: Nora Edward
Haji: Alina Cordova
Tanya Boyd: Satin
Marilyn Joi: Velvet
Su Ling: Katsina
Richard Kennedy: Kaiser
George Flower: Beggar

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Regia     Don Edmonds
Soggetto     Langston Stafford
Sceneggiatura     Langston Stafford
Produttore     Don Edmonds
Produttore esecutivo     Don Behrns
Casa di produzione     Mount Everest Enterprises Ltd.
Distribuzione (Italia)     Cambist Films
Fotografia     Dean Cundey, Glenn Roland
Montaggio     Idi Yanamar
Scenografia     J. Michael Riva
Costumi     Frances Dennis

Ilsa la belva del deserto locandina

agosto 18, 2010 Posted by | Trashsettanta | , , | Lascia un commento

Bloodsucking freaks

Bloodsucking freaks locandina

Difficile parlare di un film come Bloodsucking freaks senza usare termini forti.
Tutti spregiativi, tra l’altro.
Forse quello che più può descrivere questo autentico delirio cinematografico è ignobile, perchè è un termine che ne racchiude altri ugualmente forti ma settari, come misogino, violentissimo, spregevole.
Potrei continuare a lungo usando il peggio del vocabolario, ma nessuno riuscirebbe ad esprimere meglio il concetto insito nel termine ignobile.

Bloodsucking freaks 1

Bloodsucking freaks 2

Siamo di fronte ad un film che disonora il cinema, spinto com’è ai confini dello snuff movie, intriso di una violenza raccapricciante, insensata e gratuita che disgustano il malcapitato spettatore, lasciandolo alla fine con una gran voglia di aria fresca.
Un film maledetto, tra l’altro, vittima di un giusto ostracismo sin dalla sua comparsa nelle sale, in sordina, nell’anno 1976.
Uscito in America con il titolo di The Incredible Torture Show (acronimo TITS, che tradotto letteralmente indica il seno femminile), il film restò confinato in proiezioni illegali, prima di tornare sullo schermo nel 1978 con il titolo con cui è ancora oggi conosciuto.

Bloodsucking freaks 3

Un film in cui la violenza, lo splatter, il gore, la misoginia, l’insensata gratuiticità delle scene si alternano ad una regia folle, tutta tesa ad inquadrare le parti più disturbanti della pellicola stessa, che è cosparsa da un campionario di nefandezze senza precedenti.
La trama, scarna e povera, parla di Sardu, una specie di guru da avanspettacolo che si esibisce in compagnia di un nano idiota e preda di isteriche risatine, su un palco sul quale fa salire ragazze sottoposte a torture inenarrabili.
Il pubblico è convinto che si tratti di finzione, ma così non è; le povere malcapitate, rapite dal nano malefico Ralphus, una volta seviziate in scena, finiscono in una gabbia nei sotterranei del teatro, dove, rinchiuse in anguste celle, vengono nutrite con carne umana.
Strappata ovviamente ad altre sfortunate colleghe.

Bloodsucking freaks 4

Accade così che le sventurate, oltre a subire le torture del sadico Sardu, siano anche vittime di un dottore amico e complice dello stesso, che si diverte a torturare ancora di più le malcapitate.
Un critico, che ha osato dissentire sull’osceno spettacolo, viene rapito e costretto ad umiliazioni di ogni genere, incluse una serie di torture infami.
La diabolica coppia rapisce poi una ballerina, Natasha, che viene costretta a ballare sul palco; la ragazza ha però un fidanzato, che riesce a scoprire la turpe attività di Sardu; alla fine, l’uomo e il suo diabolico assistente finiscono divorati dalle donne rinchiuse nello scantinato, mentre Natasha, succube di Sardu, uccide il suo fidanzato e corre follemente verso le prigioniere.
Mentre scorrono le immagini della delirante storia, tra l’altro anche claustrofobica perchè girata esclusivamente all’interno del teatro, con luci cupe tipiche dei film dell’orrore, assistiamo al campionario più malato che la mente di un regista potesse concepire.

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Si passa da amputazioni di dita ad arti tagliati, passando per freccette da tiro al bersaglio lanciate verso le natiche di sventurate, attraverso ragazze usate come tavolini umani per finire alle due massime espressioni di volgarità che io abbia visto sullo schermo.
Ovvero, il dottore/nazista che pratica un foro nella testa di una delle sventurate utilizzando un trapano, per poi succhiarne il cervello con una cannuccia e l’altra scena raccapricciante in cui il diabolico e informe nanerottolo si cuoce una padella gli occhi di alcune delle ragazze seviziate e uccise.
Alla lunga, il campionario di sconcezze e orrori sortisce nello spettatore una specie di effetto di assuefazione; alcuni, invece, i più furbi, vista la mala parata, decisono di lasciare il tutto e si dimenticano in fretta di aver visto la pellicola.
Va da se che in questo contesto, abbellito da nudità di ogni genere (le ragazze sono tutte nude, dall’inizio alla fine), si finisce anche per stramaledire la misoginia che traspare da ogni singolo fotogramma; le donne del film sono senz’anima, sono soltanto vittime sacrificali, e pertanto su di loro l’uomo può sfogare i peggiori istinti.

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Il ruolo subalterno delle donne viene ridotto a rango di schiavitù senza nessuna via d’uscita; quando alla fine le prigioniere si vendicano del malefico sardù, sono ormai abbruttite e la protagonista del film finisce per uccidere il fidanzato e unirsi alle prigioniere, nelle quali è sparito anche l’ultimo barlume di umanità.
Un film intriso del peggio e girato in maniera dilettantistica, con occhio lubrico attento soltanto a spiazzare lo spettatore attraverso l’utilizzo di immagini scioccanti; non c’è eros, nel film, nonostante le vittime siano nude dal primo all’ultimo fotogramma.
Non sono oggetto di piacere, non servono a soddisfare le voglie di Sardu, ma solo a colmarne e a saturarne l’istinto bestiale.

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Il che porta davero alle estreme conseguenze il film, che di per se non ha già nulla per cui consigliarne la visione.
Detto questo, lascio ai malcapitati o ai curiosi, il desiderio di visionare questa pellicola; ignoro se esista una versione italiana del film, io ho avuto la ventura di vederlo in lingua originale, quindi con i rumori raccapriccianti che costellano la pellicola stessa.
Posso solo sconsigliare lo spettatore dal gettare al vento due ore della sua vita per stomacarsi o arrabbiarsi contro un film becero, volgare e misogino.

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Bloodsucking freaks, un film di Joel M. Reed, con Seamus O’Brien,Viju Krem,Niles McMaster, Dan Fauci, Alphonso DeNoble,Ernie Pysher Horror splatter, Usa 1976

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Bloodsucking freaks banner protagonisti

Seamus O’Brien     …     Sardu
Viju Krem    …     Natasha
Niles McMaster    …     Tom Maverick
Dan Fauci    …     Sergente John Tucci
Alan Dellay    …     Creasy Silo
Ernie Pysher    …     Il dottore
Luis De Jesus    …     Ralphus
Helen Thompson    …     Assistente di Sardu
Saiyanidi    …     Assistente di Sardu
Alphonso DeNoble    Schiava bianca

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Bloodsucking freaks foto 2

Bloodsucking freaks foto 1

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agosto 17, 2010 Posted by | Trashsettanta | | Lascia un commento

Nazisploitation

Nazisploitation banner

Un  genere cinematografico di nicchia, che ebbe un successo di spettatori davvero limitato, è stato quello del nazisploitation, ovvero quel genere di pellicole a basso costo imperneate sulle crudeli gesta di torturatori nazisti e feroci kapo che agivano nei campi di concentramento.
Il genere mescolava alcuni temi cari al B movie molto diffusi verso la metà degli anni settanta: il classico women in prison, una spruzzatina di sesso, violenza e crudeltà, torture.


La bestia in calore

Due scene tratte da L’ultima orgia del Terzo Reich

Nacquero così un mucchio di pellicole certo non memorabili, tutte basate su un festival di sadiche torture ai danni di prigioniere generalmente detenute nei lager. Uno dei pù famosi di questi film fu Ilsa la belva delle SS, uscito in Europa nel 1975, per la regia di Don Edmonds e con la partecipazione della prosperosa Dyanne Thorne, attrice dalle scarsissime doti cinematografiche, nemmeno bella, se vogliamo, ma dotata di due robustissimi seni che la portarono ad una certa celebrità, ovviamente limitata al sotto genere nazi.

SS Lager, l’inferno delle donne locandina

Fu proprio Ilsa, la belva delle SS a fissare, in qualche modo, i canoni del nazisploitation: torture sadiche con dovizia di particolari, quasi esclusivamente riservate ad uno stuolo di belle fanculle, carneficine di massa, nudi a gogo, vendetta finale da parte delle prigioniere.
Tra i film del genere si segnalano, ma solo per dovere di cronaca, non certo per il livello dei film, assolutamente scadente, il film di Luigi Batzella La bestia in calore, uscito nelle sale nel 1977, forse l’esempio più esplicativo del cinema a basso costo, con attori scadenti e con parti di film prese di petto da produzioni precedenti. In particolare, La bestia in calore si segnala per alcune scene gore come quella in cui il povero Salvatore Baccaro strappa il pube a morsi ad una vittima.

Le deportate della sezione speciale SS
Le deportate della sezione speciale SS

Casa privata per SS
Casa privata per SS


Ilsa la belva delle SS

L’unica attrice che si può definire tale, in questo Z movie è Macha Magall; il resto del cast venne reclutato tra le comparse e il risultato finale si vede.
Altro film abbastanza famoso del genere è L’ultima orgia del terzo Reich, uno dei pochi ad avere una trama un tantino più complessa, ricalcata da Portiere di notte della Cavani; una giovane prigioniera, dopo aver assecondato il comandante del suo campo pur di salvarsi la vita, anni dopo, liberata, compie la sua vendetta sull’uomo. La star del film è una giovane e bellissima Daniela Poggi.

SS Lager, l’inferno delle donne
SS Lager, l’inferno delle donne

Love camp 7
Love camp 7

Camp 7 lager femminile, diretto da Lee Frost nel 1975, racconta invece l’odissea di Martha, collaboratrice di uno scienziato che ha messo a punto una nuova arma micidiale, e che finisce per essere detenuta in un bordello nazista.
Il tema del postribolo è anche quello dominante di Casa privata per le SS, film del 1977 diretto da Bruno Mattei, interpretato dalla ineffabile Macha Magall, dal solito Baccaro e dalla giovane Marina Daunia; in questo caso la trama ricalca il fortunato Salon Kitty di Brass, ovvero ragazze giovanissime cooptate per diventare spie attraverso la prostituzione nel solito bordello nazista.

La svastica nel ventre.locandina

Le deportate della sezione speciale SS , film di Rino De Silvestro, racconta invece la storia di una giovane detenuta in un castello e in attesa di essere deportata nel solito lager; la donna rifiuta le avance del comandante delle SS, che farà una brutta fine. L’unica attrice di una certa fama della pellicola è Erna Schurer.

Casa privata per SS locandina

E’ una costante del filone nazisploitation quella di non avere, nei vari cast, attrici di fama; i bassi budget a disposizione dei registi impediva, di fatto la possibilità di ingaggiare attori e attrici con esperienza, e i registi spesso erano costretti a puntare o su attricette in cerca di un’effimera fama oppure su personaggi ormai in piena decadenza.
Il solito Batzella gira nel 1977 Kaput Lager – Gli ultimi giorni delle SS , scritturando Richard Harrison e Gordon Mitchell oltre a Lea Lander; il risultato è modesto, così come non sfugge a questa regola KZ9 – Lager di Sterminio, di Bruno Mattei, in cui compare una giovane Sonia Viviani, in un film che racconta le vicissitudini di una ragazza costretta ad amori lesbici e tormentata dalle kapo del lager.

Lager SSadis Kastrat Kommandantur
Lager SSadis kastrat kommandtur

Women camp 119
Women camp 119

Uno dei pochi esempi di film con un barlume di trama è Le lunghe notti della Gestapo, di Fabio D’Agostino, incentrato sulla storia di un gruppo di oppositori di Hitler che viene invitato ad una festa a base di sesso durante la quale verranno sterminati senza pietà. Cast striminzito, con in evidenza la bella Rosita Toros e Paola Maiolini.
Un cast di illustri sconosciuti è protagonista di SS Lager L’inferno delle donne , diretto sempre nel fatidico 1977 da Sergio Garrone; il film racconta al solito delle solite disgraziate deportate costrette a prostituirsi e dei soliti aberranti esperimenti fatti ai danni delle detenute.

Fraulein Kitty
Fraulein Kitty

Un cast di migliore levatura, se non altro a livello squisitamente visivo è la caratteristica di La svastica nel ventre; la bella Sirpa Lane è un’affascinante detenuta che fa innamorare il solito comandante nazista, diventando alla fine il suo braccio destro. Nel cast figurano anche Gloria Piedimonte e Cristiana Borghi.
Uno dei punti più bassi del genere nazisploitation lo si raggiunge con Lager SSadis kastrat kommandtur, già nel titolo ridicolo e trash; a dirigerlo è Garrone, con l’ausilio dello sventurato Mircha Carven, unico attore degno di menzione in un film trash oltre l’immaginabile, con scene che vanno da improbabili castrazioni a crocefissioni di detenute a testa in giù.

Ilsa la belva del deserto

Ilsa la belva del deserto

Il filone ebbe vita effimera: gli spettatori ben presto si stancarono di questa monotona e insulsa ripetizione di violenze e sesso soft; solo la serie di Ilsa ebbe dei sequel, che si incentrarono sulla figura della crudele aguzzina delle SS, nonostante la stessa finisse uccisa nel primo film della serie. Dyanne Thorne girò altre quattro pellicole con protagonista Ilsa, per poi sparire nel nulla.

La svastica nel ventre
La svastica nel ventre

Il cinema nazi simise di essere fonte di guadagni, anche se relativi e scomparve nel nulla, per riapparire in pellicole di ben altro livello, che denunciavano davvero l’orrore della shoah e dei lager.
Delle “eroine” del filone non rimase invece alcuna traccia, fatta accezione per la Poggi e Sonia Viviani; il nazisploitation fini assolutamente dimenticato da tutti, e senza alcun rimpianto.

Le lunghe notti della Gestapo

Le lunghe notti della Gestapo

Liebes lager 2

Liebes lager

Kaputt lager-Gli ultimi giorni delle SS

Kaputt lager

Fraulein Kitty

Liebes lager

settembre 24, 2009 Posted by | Trashsettanta | | 3 commenti

I cannibal movie

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Un fenomeno eminentemente italiano, un pò come la commedia all’italiana, gli spaghetti western e i decamerotici. Un genere passato alla storia cinematografica come cannibal movie, sia per l’ambientazione, generalmente posti selvaggi e primitivi mai raggiunti prima o quasi sconosciuti,sia per i protagonisti quasi sempre cannibali, privi di civiltà di riferimento. Film che però spesso mostravano il cannibalismo come atto estremo di difesa da una civiltà incapace di capirli, che fagocitava a velocità impressionante sparute minoranze di gente che, senza alcun contatto con la civiltà, viveva con leggi e usanze tipicamente tribali,da secoli.

Emanuelle e gli ultimi cannibali
Emanuelle e gli ultimi cannibali

I film di questo filone, che ebbe uno straordinario quanto effimero successo, non furono in realtà moltissimi; i più conosciuti quelli di un livello accettabile,non sono più di dieci e appartengono ad un arco temporale che va grosso modo dal 1972, anno di uscita del capostipite della serie, Il paese del sesso selvaggio, di Umberto Lenzi, al 1985, anno di uscita di Nudo e selvaggio,di Massimo Michele Tarantini, uno degli ultimi prodotti del genere.

Ultimo mondo cannibale
Ultimo mondo cannibale

Che si caratterizzavano per l’estrema violenza delle immagini, crude e spesso estremamente realistiche, sopratutto nelle parti riguardanti le uccisioni di animali, qualche volta vere, qualche volta ricostruite.  Scene violentissime che fecero la fortuna,peraltro relativa di alcuni prodotti come Cannibal holocaust e Cannibal ferox, due film diventati dei cult.

Cannibal holocaust
Cannibal holocaust

Un fortissimo impulso alla diffusione del genere lo dette il regista Ruggero Deodato con un prodotto esplicito, in cui le scene di cannibalismo non erano più limitate, ma abbondavano nella pellicola. Girato nel 1977 il film ebbe un buon successo di pubblico attirato dalle scene quasi da snuff movie e dall’erotismo che fu l’altra costante del filone. Ultimo mondo cannibale mostra un europeo, Robert, costretto ad assistere a scene violentissime, a stupri e a uccisioni rituali, tanto che,quando riuscirà a liberarsi, ucciderà il capo tribù e ne divorerà il fegato, in un’azione decisamente splatter. Anche Joe D’Amato non volle essere da meno e girò un film con protagonista la sua attrice preferita,Laura Gemser, che interpretava l’eroina Emanuelle, alle prese con gli ultimi cannibali, come recita la locandina del film; Emanuelle e gli ultimi cannibali,film del 1977, si segnala però più per le scene erotiche che per la violenza delle immagini. Nel 1978 tocca a Sergio Martino ottenere un lusinghiero successo con La montagna del dio cannibale, per il quale viene scritturata una star del calibro di Ursula Andress, nel pieno della sua maturità che non esita a mostrarsi nuda in un prodotto,in definitiva,poco più che mediocre. Ambientato in Nuova Guinea, racconta delle peripezie di una donna alla ricerca del marito scomparso.

Natura contro 1

Natura contro

Ma è nel 1979 che esce il prodotto più duro e crudo, quel Cannibal holocaust, diretto nuovamente da Ruggero Deodato, che sconvolge gli spettatori. Il film è violentissimo e culmina nell’immagine di una ragazza impalata,tanto realistica che furono in molti a pensare che si trattasse di uno snuff movie; le uccisione di animali, vere e la violenza che si respira per tutto il film ne fecero da subito un grande successo,anche se Deodato venne in pratica linciato dalla critica e vide il suo film sequestrato più volte.

In realtà nel film non manca la denuncia del mondo occidentale, che non capisce le usanze dei nativi e che condanna senza avere la cultura necessaria per capire che quel mondo,violento e selvaggio,altro non fa che seguire leggi secolari.Le traversie giudiziarie del film durarono anni,e solo nel 1984 potè tornare nelle sale, sforbiciato pesantemente,e con il divieto ai minori di 18 anni. All’estero invece il film ebbe un successo clamoroso,tanto da arrivare ad incassare l’impressionante cifra di 200 milioni di dollari.

Il paese del sesso selvaggio
Il paese del sesso selvaggio

Mangiati vivi
Mangiati vivi

Anche Lenzi non volle essere da meno del collega,e l’anno successivo propose Mangiati vivi,uno scialbo filmetto con Janet Agren e Paola Senatore,con qualche scena erotica e qualche immagine di cannibalismo;sempre del 1980 è Zombi holocaust,una curiosa mescolanza di due generi,quello ormai affermato degli zombi e quello del cannibal movie,con esiti alquanto deludenti.Il film,diretto da Marino Girolami,era una produzione low budget,e l’interpretazione degli attori,tutti sconosciuti,aggrava la sensazione di presappochismo della pellicola.

La montagna del dio cannibale
Ursula Andress nel film La montagna del dio cannibale

Di ben altro livello è il terrificante Antropophagus,del solito D’Amato,alias Aristide Massacesi;scene splatter abbondano,come la caverna piena di resti umani.Un film che venne contestato moltissimo sopratutto all’estero,ma che in Italia piacque molto;nel film c’è una giovane Serena Grandi e sopratutto c’è il cameo della scrittrice Margaret Mazzantini. Nel 1981 ci riprova anche Umberto Lenzi,con il terrificante Cannibal ferox,che vede scene davvero impressionanti come la Kerowa appesa per i seni a dei ganci da macellaio e la testa di un  uomo aperta e svuotata del cervello.

Antropophagus
Scena dal film Antropophagus,di Joe D’Amato

Nudo e selvaggio
Nudo e selvaggio

Per quattro anni in pratica,salvo qualche prodotto minore,non viene girato nessun film di rilievo.Solo nel 1985 ci saranno,nelle sale,ben tre prodotti;Schiave bianche violenza in Amazzonia di Gariazzo,Nudo e crudele di Tarantini e Inferno in diretta dell’immancabile Deodato,nel quale però di cannibali non se ne vedono.

Il genere termina bruscamente di affascinare le platee,per altro già alle prese con dottoresse,marinai e colonnelli; i B movie hanno avuto la loro stagione di gloria,e hanno chiuso il loro ciclo vitale. Oggi,a distanza di tanti anni, solo alcuni di essi,come Cannibal holocaust, sono diventati prodotti di culto.Un genere non rimpianto o almeno non tanto quanto i thriller all’italiana e i decamerotici. L’horror e le scene splatter, alla lunga, non riescono evidentemente ad affascinare generazioni differenti.

Zombie holocaust
Zombie holocaust

Schiave bianche, violenza in Amazzonia
Schiave bianche, violenza in Amazzonia

Cannibal ferox

Cannibal ferox

The green inferno

The green inferno

Natura contro

Natura contro

Mondo Cannibal

Mondo cannibal

Locandine

luglio 21, 2008 Posted by | Trashsettanta | | 6 commenti

Barbablù

Barbablu locandina

Il personaggio di Barbablù,creato da Charles Perrault è ispirato alla vera storia di Gilles de Reis,maresciallo di Francia,condannato a morte per aver massacrato donne,bambini e giovinetti all’epoca delle gesta della pulzella di orleans,Giovanna d’Arco.

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Karin Schubert

Nella versione cinematografica del 1972,diretta da Edward Dmytryck,e girata con un cast eccezionale,che annoverava Richard Burton e Virna Lisi,Agostina Belli e Raquel Welch,Sybill Danning e Marilu Tolo,il protagonista è un nobile,Kurt von Sepper,uno degli eroi dell’aviazione durante la prima guerra mondiale.

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Agostina Belli

Il barone vive in un tero castello,nel quale conserva la mummia dell’adorata mamma,e impalma una dietro l’altra sette gentili donzelle,tutte naturalmente bellissime,ma sarà l’ottava che,furba come una gatta,riuscirà a sconfiggere il perfido barone,con l’aiuto di un giovane a cui il perfido barone ha ucciso i genitori.

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Un film che promette bene e mantiene malissimo,se non nella parte squisitamente visiva,grazie alle bellezze sposte a piè spinto,con grazie seminude esposte come nella migliore tradizione del trash anni settanta.

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Barbablu,
un film di Edward Dmytryk. Con Marilù Tolo, Virna Lisi, Richard Burton, Nathalie Delon, Raquel Welch, Karin Schubert,
Mathieu Carrière, Agostina Belli, Sybil Danning, Joey Heatherton, Edward Meeks, Jean Lefebvre. Genere Commedia,
colore 124 minuti. – Produzione USA 1972.

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Richard Burton …     Barone von Sepper

Raquel Welch …     Magdalena
Virna Lisi …     Elga
Nathalie Delon …     Erika
Marilù Tolo …     Brigitte
Karin Schubert …     Greta
Agostina Belli …     Caroline
Sybil Danning …     Una Prostituta
Joey Heatherton    …     Anne
Edward Meeks    …     Sergio
Jean Lefebvre    …     Padre di Greta
Erica Schramm    …     Madre di Greta
Doka Bukova    …     Rosa
Mathieu Carrière    …     Il violinista
Karl-Otto Alberty    …     Amico di  von Sepper

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Regia Edward Dmytryk, in collaborazione con Luciano Sacripanti
Sceneggiatura Ennio De Concini, Edward Dmytryk, Maria Pia Fusco
Produttore Alexander Salkind
Casa di produzione Gloria Film
Distribuzione (Italia) USA Home Video, OB Films, Kino Vista
Musiche Ennio Morricone

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Mag 6, 2008 Posted by | Trashsettanta | , , , , | 1 commento