La prima volta sull’erba

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Nel periodo delle vacanze un gruppo di persone si ritrova in un alberghetto del Tirolo.
Fra loro spiccano il dottor Hans con suo figlio Franz,la pittrice Margherita con la sua bella figlia Lotte e Hella,una ragazza con velleità artistiche (vorrebbe fare l’attrice di teatro) con la sua famiglia squinternata.
Hans e Margherita sono persone sole,ma dalla mentalità aperta mentre Franz e Margherita sono molto giovani e attratti dalle cose che interessano i giovani della loro età.
Tra i due ragazzi nasce una simpatia che sfocia ben presto nell’amore;nel frattempo anche Hans e Margherita hanno scoperto una forte attrazione reciproca,tanto da diventare amanti.
I due decidono così di incoraggiare i primi timidi tentativi di capire l’amore dei due giovani.
Avendo una moralità elastica per il periodo storico in cui il film si svolge (siamo a inizi secolo scorso),cercano di far scoprire ai due giovani anche la sessualità.

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Ma i due,nonostante la buona volontà e l’incoraggiamento dei rispettivi genitori,non riescono a consumare un rapporto,inibiti dalla relazione dei due genitori.
Così…
La prima volta sull’erba,conosciuto anche come Danza d’amore sotto gli olmi è un film del 1975 diretto da Gianluigi Calderone alla sua ultima regia cinematografica delle tre complessivamente dirette,ovvero AAA bella presenza cercasi (1969) e Appassionata del 1974 prima che il regista genovese si dedicasse esclusivamente alla tv (sua la serie tv I ragazzi del muretto)
Un film noioso,brutto e assolutamente banale.
In sintesi è questo il giudizio su un film che pur contando su un cast discreto,con la presenza di Anne Heywood,di Claudio Cassinelli e di una giovane e affascinante Monica Guerritore non riesce mai a sollevarsi dalla mediocrità,finendo per segnalarsi solo per qualche scena di nudo della Guerritore stessa e per qualche bel paesaggio.

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Il resto del film è noia allo stato puro;a parte la sceneggiatura povera e velleitaria, il film non ha mai un guizzo o un motivo di interesse tangibile.
Alla fine il senso di incompiuto è tangibile e visibile;a parte la bella fotografia e i paesaggi,tutto appare artefatto,inclusa la recitazione e una storia assolutamente improbabile non fosse altro che per il periodo in cui è ambientata.
Il tema della comunicazione tra genitore e figlio o quello della sessualità adolescenziale sono affrontati marginalmente e male;manca completamente la profondità nel film.
Amore e sesso,connubio inestricabile e di difficile inquadramento appaiono qui assolutamente privi di anima,così come priva di anima è la scena principale del film,quella in cui Franz e Lotte si ritrovano a far l’amore circondati da un paesaggio idilliaco, sotto gli occhi dei rispettivi genitori.
Sono belli“,mormora la Heywood,quasi stesse guardando un’opera pittorica.
Ed è un’opera pittorica quella che alla fine rimane allo spettatore, ovvero un alternarsi di bei quadri montani,bei boschi e bei colori,null’altro.

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Parlare d’amore richiede ben altre doti ed evidentemente Calderone non le ha,così come non riesce a dar corpo nemmeno all’altro aspetto caratterizzante la trama,ovvero il complesso rapporto genitore/figlio.
Quindi,alla fine,la delusione è tanta.
Ma non possiamo in realtà nemmeno parlare di un’occasione sprecata tanto banale appare la trama e tanto svogliati appaiono gli attori;alla fine davvero non resta nulla della pellicola se non un senso di totale noia.

Danza d’amore sotto gli olmi
Un film di Gianluigi Calderone. Con Claudio Cassinelli, Bruno Zanin, Monica Guerritore, Anne Heywood, Mark Lester, Lorenzo Piani, Vincenzo Ferro Drammatico, durata 92 min. – Italia 1975.

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Anne Heywood: Margherita
Claudio Cassinelli: Hans
Mark Lester: Franz
Monica Guerritore: Lotte
Giovanna Di Bernardo: Hella

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Regia Gianluigi Calderone
Sceneggiatura Gianluigi Calderone, Vincenzo Cerami
Produzione Enzo Doria
Musiche Fiorenzo Carpi
Fotografia Marcello Gatti
Montaggio Nino Baragli
Production design Franco Velchi

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L’opinione di Ezio dal sito http://www.filmtv.it

Una coppia sposata amoreggia al pari dei loro due figli.Un film fasullo,una sciocchezza mai vista sugli schermi che gioca sui sentimenti delle persone in un modo falso e ipocrita.Come sfondo un hotel ai piedi delle montagne e tanta melassa condita con poco erotismo (quasi zero) eccetto un nudo integrale veloce della sempre bella Monica Guerritore.Inutile….vera spazzatura.

L’opinione di B,Legnani dal sito http://www.davinotti.com

Noiosissimo. La cosa migliore è senz’altro la vivida fotografia di Marcello Gatti, che dà un bel tocco di “Austria felix”. Gli attori sono tutti impacciati, come se non credessero in quello che fanno (la Guerritore appare pure con peluria sopra il labbro superiore). Obiettivamente, ne hanno ben donde. Calderone si rifugia nell’artificioso, sia come dialoghi sia come inquadrature. Il finale ferroviario è forzatissimo. Evitabile, quasi da evitare.

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Scritto in coppia con Vincenzo Cerami, il secondo film di Calderone è un romanzo dalle belle descrizioni – i ricchi quadri cromatici di Marcello Gatti e il pacato accompagnamento musicale di Fiorenzo Carpi – ma appesantito dai dialoghi artefatti, così come è artefatto ed improbabile l’assunto di base. Gli interpreti, dapprima promettenti con gli sguardi volenterosi dei giovani Guerritore e Lester, scompaiono presto assorbiti nella pedanteria e nel “vuoto” complessivi, tipici di certo cinema d’autore o presunto tale.

L’opinione di Giacomovie dal sito http://www.davinotti.com

Ha tutte le apparenze di una pellicola con delle pretese artistiche ma, a parte le riprese sugli scenari lacustri molto belli e la cura nei costumi, non conferma le sue ambizioni. Vorrebbe dare un’analisi alternativa sul tema dei condizionamenti e delle barriere nel rapporto genitori-figli (la trama riguarda due adolescenti esplicitamente incoraggiati al sesso dai rispettivi genitori), ma l’apatia prende subito il sopravvento e gli attori spaesati contribuiscono al parziale fiasco.

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Eutanasia di un amore

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Dopo dieci anni di vita insieme,la giovane Sena abbandona apparentemente senza motivi il suo maturo compagno,Paolo, professore universitario over quaranta.
La fine dell’unione non è però senza traumi;Paolo,che sembra aver accettato la fine della relazione con fatalismo,scopre viceversa di sentirsi in qualche modo umiliato e offeso nell’orgoglio dall’abbandono.
E’ anche innamorato di Sena,pur se esternamente Paolo non voglia ammettere la cosa.
Così lascia Firenze e si mette sulle tracce della ragazza per scoprire che è andata a vivere a Versailles;qui scopre che la donna ha un nuovo legame.

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Ornella Muti e Toni Musante

Torna deluso a Firenze ma ecco che improvvisamente Sena ritorna; nel chiarimento fra i due c’è spazio per le vere motivazioni del primo abbandono, ovvero l’incapacità di lui di accettare un legame più duraturo e profondo, che veda lo sbocco della relazione nella paternità e quindi in qualche modo in un futuro a dimensione di famiglia. Paolo e Sena decidono di fare un viaggio assieme con annessa una lunga crociera nel mediterraneo.
Ma la scoperta delle motivazioni di Sena, la sua voglia di avere un altro figlio dopo il primo forzato aborto gettano Paolo in una vera crisi esistenziale:l’uomo non è pronto ( e non lo sarà mai) per una paternità, tanto da tentare, auto lesionisticamente, di allontanare da se la presenza di Sena con la breve avventura con la bellissima Silvia.

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Tra i due non c’è identità di vedute sul futuro, così, con qualche rimpianto, Sena e Paolo si lasciano per sempre.
Eutanasia di un amore, tratto da un romanzo di Giorgio Saviane e diretto da Enrico Maria Salerno nel 1978 è un melodramma a sfondo sentimentale drammatico che arriva dopo il grande successo di Anonimo veneziano,primo film diretto dietro la macchina da presa dal regista milanese e dopo quello parziale di Cari genitori.
Salerno chiama nuovamente il protagonista di Anonimo veneziano Tony Musante e gli affianca la giovane e bella Ornella Muti, creando così il necessario divario generazionale fra gli attori e ricostruisce in buona parte l’atmosfera malinconica del romanzo di Saviane, tutto incentrato sull’impossibilità di un futuro comune tra i due protagonisti divisi implacabilmente da due desideri antitetici sull’approdo della loro relazione.

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Monica Guerritore

Da un lato c’è Paolo, maturo professionista poco incline al rispetto dei ruoli portanti della coppia, dall’altro c’è Sena, giovane ma con un’idea precisa del suo futuro, del suo essere donna che contempla come coronamento la maternità.
I due, pur amandosi, non troveranno un’intesa su questa base e lasceranno morire il loro sentimento, che, come recita il titolo sarà soppresso deliberatamente, un’eutanasia che porrà termine bruscamente all’inevitabile fine scritta proprio dalla diversità di idee sull’amore e sul suo divenire.
Eutanasia di un amore non può essere definito un film riuscito, pur rimanendo,nell’assieme un accettabile prodotto:cosparso e disseminato di lunghi dialoghi, tutto incentrato sulla personalità un tantino schizofrenica del protagonista maschile, il film galleggia e si culla a tratti stancamente sul problematico rapporto di coppia tra Paolo e Sena, un rapporto minato una volta tanto non dalla differenza notevole d’età quanto sul futuro di coppia e sul naturale divenire dell’amore che indubbiamente esiste tra i due.
I temi della libertà individuale, il riserbo di Paolo che vuol tenere nascosta la loro relazione per paura della reazione dei conoscenti e in generale della società che porta la coppia a dividere le proprie vite nel giornaliero in nome del “decoro sociale“, la voglia personale di libertà fuori dagli schemi presenti nel libro sono nel film malcelati quando non nascosti, a tutto scapito della relazione sentimentale che appare predominante.Paolo appare ferito più dall’abbandono tout court che colpito nei sentimenti.

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Non è tanto il bisogno d’amore quanto un’egoistica affermazione del proprio io a spingerlo a cercare di riallacciare la relazione con Sena;un atteggiamento ribaltato rispetto allo spirito che muove il protagonista del romanzo.
Salerno di conseguenza tradisce in qualche modo uno dei cardini del romanzo,snaturandolo;un peccato veniale, certo, non mortale, anche perchè nell’economia del film le cose non cambiano.
Film che alla fine può essere giudicato discreto almeno in alcune componenti, fra le quali la bellissima e patinata fotografia opera di Marcello Gatti e le musiche avvolgenti di Daniele Patucchi.
Bene i due protagonisti, Tony Musante e la bella Ornella Muti ai quali vanno aggiunti come personaggi di contorno una bella e splendente Monica Guerritore e Mario Scaccia.

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Eutanasia di un amore

Un film di Enrico Maria Salerno. Con Tony Musante, Ornella Muti, Monica Guerritore,Mario Scaccia, Luciano Fineschi, Laura Trotter, Gerardo Amato Drammatico, durata 110′ min. – Italia 1978.

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Ornella Muti … Sena
Tony Musante Tony …Paolo Naviase
Monica Guerritore …Silvia
Mario Scaccia …Il dottore
Laura Trotter … Patrizia
Gerardo Amato … Domenico
Umberto Benedetto … Pio
Enrico Bergier … Lorenzo

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Regia: Enrico Maria Salerno
Sceneggiatura:Massimo De Rita ,Arduino Maiuri,Enrico Maria Salerno
Soggetto:dal romanzo omonimo di Giorgio Saviane
Musiche:Daniele Patucchi
Fotografia:Marcello Gatti
Production Design:Dante Ferretti
Costume Design:Wayne A. Finkelman

Eutanasia di un amore banner recensioni

L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it

L’ultimo dei tre film diretti da Enrico Maria Salerno, che è decisamente meglio ricordare come attore, è questo Eutanasia di un amore, lavoro quantomeno trascurabile; un melodrammone più sincero e vivace di Anonimo veneziano (1970), ma sempre piuttosto piatto e convenzionale nell’analisi dei rapporti fra i personaggi: qui fra gli amanti Paolo e Sena come in Cari genitori (1973) fra madre e figlia che allo stesso modo si ritrovavano per riperdersi, dopo essersi di nuovo malintese. Di sensazionale non c’è insomma nulla, tutto procede lungo i melensi binari del fotoromanzo e la prestazione dignitosa di Musante purtroppo non si specchia nella prova traballante della Muti; in ruoli minori anche Mario Scaccia e Monica Guerritore. Soggetto tratto dal romanzo omonimo di Giorgio Saviane e sceneggiatura scritta da Maiuri, De Rita e Salerno stesso, che non compare mai in nessuno dei suoi tre film da regista; musiche enfatiche (forse sarebbe meglio dire: pompose) al punto giusto di Daniele Patucchi; Dante Ferretti si occupa delle scenografie, Marcello Gatti della fotografia. Molti esterni, dialoghi ad alto tasso di zuccherosa drammaticità.

L’opinione di Elio Maraone dal quotidiano “L’Avvenire”del 28 ottobre 1978

“Lo sbaglio maggiore del regista, a nostro avviso, è stato quello di impostare, su un materiale narrativo così mediocre, un’operazione ‘di eleganza’. Anziché cercare di far violenza al testo, di inventargli una corposità, Salerno – pur modificandone in parte il finale – l’ha rispettato come se si trattasse di un ‘classico’. E, con l’aiuto dell’operatore Marcello Gatti, si è messo ad illustrarlo con immagini raffinate, flash-back ricercati, studiatissimi effetti di luminosità, trascurando quella che era forse l’unica via di salvezza, e cioè sommergere il sentimentalismo brodoso in un duro blocco di realismo. Ma ‘commuovere’, invece, si doveva. E allora, dentro la musica strappacuore, gli occhioni gravi di Ornella Muti, i paesaggi romantici e un attore di sorvegliata malinconia come Tony Musante. ‘Eutanasia di un amore’, ovvero il fazzoletto come orizzonte”

L’opinione di Markus dal sito http://www.davinotti.com

Firenze, una coppia: lui (Musante) affascinante professore universitario di mezza età, lei (Muti) una giovane e graziosa insegnante inspiegabilmente inquieta nell’animo, ed è quest’apprensione a turbare il loro rapporto. Salerno indaga sull’amore avvalendosi di dialoghi neo-sofisticati, incantevoli scenografie (nella seconda parte del film ci spostiamo in Sardegna) e uno splendido commento musicale del Maestro Patucchi. Un sentimentale ricercato che attinge al lacrimevole. Per me una manna!

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Come in Anonimo veneziano c’è un male incurabile, sebbene questa volta a morire sia l’amore, vittima del dissidio tra la sua concezione idealista (Musante) e quella pragmatica (Muti). Ridondante nei dialoghi, pretenzioso nel melodramma (sguardi umidi e corrucciati, languidi addii e inattesi ritorni, scorci romantici, pianoforte strappacuore) e ovvio nelle conclusioni, si risolve nella competente regia di Salerno e nei limpidi paesaggi fotografati da Marcello Gatti. Degli interpreti si ricordano il medico eccentrico e compagnone di Scaccia e il sorriso solare e accattivante della Guerritore.

L’opinione di Didda23 dal sito http://www.davinotti.com

Salerno dirige questa pellicola dalle ambiziose pretese, evidenti soprattutto in fase di scrittura: in effetti i dialoghi sono intrisi di divagazioni e speculazioni filosofiche di basso livello. Il ritmo soporifero e l’evanescenza del racconto fanno dell’opera un possibile antidoto contro l’insonnia. Sulla carta si vorrebbe fare un affresco delle problematiche amorose (l’inconciliabilità di due visioni d’insieme) della borghesia, nei fatti si assiste ad una serie di elucubrazioni mentali sostanzialmente inutili.

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Fotografando Patrizia

Fotografando Patrizia locandina

Emilio è un giovane strano ed asociale, affetto da problemi fisici, che vive in una splendida casa sul Canal Grande a Venezia; alla morte della sua governante, vede arrivare in casa sua sorella Patrizia, una donna molto bella proprietaria di una casa di moda.
La donna ha intenzione di prendersi cura di quello strano fratello, e ben presto si rende conto della situazione.
Emilio passa tutto il suo tempo rintanato in casa, con il televisore acceso a guardare spesso film a luci rosse, a leggere riviste dello stesso genere senza comunicare con nessuno, senza fare cioè nulla di quello che dovrebbe fare un ragazzo della sua età.

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Monica Guerritore

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La convivenza tra i due diventa da subito problematica; la donna cerca di tirar fuori Emilio dal suo guscio, che reagisce in malo modo.
Però ben presto c’è un argomento che sembra unire i due fratelli; Patrizia, resasi conto del debole che ha il fratello per la sfera sessuale, inizia uno strano gioco in cui racconta al fratello tutta la sua vita sessuale, senza risparmiare nessun dettaglio.

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Il ragazzo, ovviamente eccitato, accetta il gioco che diventa via via sempre più morboso.
Il giovane inizia ad uscire con la sorella, ma nonostante i tentativi della donna di farlo avvicinare all’universo femminile, cooptando una sua mannequin per tentare di sedurlo, Patrizia è costretta a recedere.

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Il gioco però rischia di farsi troppo pericoloso, così la donna alla fine decide di sposare un’antica fiamma.
Ma la sera delle nozze Patrizia, inspiegabilmente, consuma l’incesto con il fratello, promettendogli che in futuro la cosa accadrà ancora.
In una splendida Venezia, ben fotografata, Salvatore Samperi ambienta questo suo Fotografando Patrizia, un film assolutamente inutile, privo di nerbo, assolutamente freddo e poco coinvolgente.
La storia ha si per se già diverse lacune, amplificate sopratutto nella parte finale, quando cioè assistiamo all’atto finale dell’incesto tante volte sfiorato e mai consumato tra i due fratelli.

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E il tutto avviene nel momento meno atteso, quasi un colpo di scena che però appare teatralmente fuori contesto.
Ad appesantire il tutto, la recitazione approssimativa (ed è ancora un aggettivo qualificante rispetto alla resa) di Lorenzo Lena, privo di espressioni che non siano quella lubrica quando ascolta sua sorella raccontare le proprie vicissitudini erotiche o quella monocorde che ha per tutto il resto del film. La Guerritore, ottima attrice di teatro, mostra i gravi limiti evidenziati in altre pellicole da lei girate ad ambientazione squisitamente erotica; bella, sensuale, con un corpo perfetto, rende però i suoi personaggi alteri e distaccati, mai coinvolgenti.

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Così il film si barcamena tra qualche scena erotica, una Venezia ripresa perfettamente, una volta tanto senza nebbia e en plein air e poco altro.
La noia serpeggia dopo 15 minuti e non abbandona più lo spettatore, rassegnato all’andazzo della pellicola fino alla sua stravagante conclusione.
Samperi, regista furbetto e sopravvalutato, utilizza il suo mestiere ma non ottiene nessun risultato apprezzabile; incredibile la decisione di far lavorare attori di scarso livello come Lena in un ruolo principale, oppure quella di utilizzare un altro bamboccione bello e senz’anima come Saverio Vallone nel ruolo del futuro marito della Guerritore.

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Ancora peggio fa il regista con i dialoghi, spesso farraginosi quando non ridicoli.
Risultato finale?
Una pellicola da dimenticare in fretta, presuntuosa, spocchiosa, priva di anima e di contenuto.
Un disastro annunciato e mantenuto con pervicacia degna di miglior causa.

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Fotografando Patrizia, nn film di Salvatore Samperi. Con Monica Guerritore, Lorenzo Lena, Gianfranco Manfredi, Tinì Cansino, Saverio Vallone, Gilla Novak
Commedia, durata 91 min. – Italia 1984

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Monica Guerritore: Patrizia
Lorenzo Lena: Emilio
Gianfranco Manfredi: spasimante di Patrizia
Gilla Novak: Modella amica di Patrizia

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Regia Salvatore Samperi
Soggetto Salvatore Samperi, Riccardo Ghino, Massimo Di Luzio, Saverio Vallone
Sceneggiatura Edith Bruck, Salvatore Samperi, Riccardo Ghione
Fotografia Dante Spinotti
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Fred Bongusto

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La Venexiana

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Ennesimo film con  ambientazione veneziana, come del resto recita il titolo, preso alla lettera da un romanzo scritto in dialetto veneziano nel 1500, non ancora attribuito con certezza. Un romanzo allegro, ridanciano e divertito, scopertamente erotico sia come tematica sia come situazioni. Jules, gentiluomo straniero, approda nella città lagunare durante la locale festa del Ringraziamento; qui conosce Bernardo, gondoliere, che scarrozza l’affascinante ospite attraverso una Venezia che appare da dubito sotto una luce libertina. Il gondoliere, oltre ad illustrare le meraviglie di Venezia, decanta la bellezza delle donne locali, prospettando al giovane la possibilità di avere molte avventure galanti.

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Laura Antonelli

Il giovane viene immediatamente notato da due donne; la prima, Angela, è una vedova, ancora piacente e affascinante, mentre l’altra, Valeria, è una donna dai robusti appetiti sessuali, essendo giovane e maritata ad un uomo che è sempre assente per lavoro. La furba Valeria sguinzaglia la sua cameriera personale Oria sulle tracce del giovane, riuscendo a carpire al giovane la promessa di u incontro notturno con la sua padrona. Così, la sera, Jules accompagnato da Bernardo conosce Angela, e bruciato da cocente passione la ama per tutta la notte, mentre il buon Bernardo si consola tra le braccia di una corpulenta fantesca.

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Monica Guerritore

Il tour de force di Jules continua, perchè Valeria, incapricciata del giovane, non demorde, riesce a convocarlo a casa sua, dopo essere andata personalmente di notte in giro per le calli veneziane vestita da cavaliere a cercarlo. Così il fortunato Jules si gode anche le grazie della bella Valeria; il tutto però arriva alla fine con il rientro in città del marito della donna, così Jules, appagato e soddisfatto, probabilmente anche un tantino sollevato, può ripartire dalla città lagunare.

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Jason Connery e Laura Antonelli

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Del romanzo libertino e ridanciano dell’anonimo veneziano resta poco;  l’atmosfera di peccato, di erotismo diffuso rimane, nelle intenzioni del regista Bolognini, tutto nelle intenzioni, e si trasforma quasi in un dramma, quindi lontano anni luce dall’atmosfera pagana e divertita del romanzo stesso. Il regista, pur usando la sua patinata fotografia, la sua classica ambientazione curata, cerca di puntare qualcosa sulle psicologie dei personaggi, ma incappa prima di tutto in un errore clamoroso, scritturando per il film Jason Connery, figlio del grande Sean, assolutamente inespressivo e assolutamente inadatto alla recitazione.

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Si salvano le due protagoniste femminili, Laura Antonelli, ormai avviata al tramonto, comunque in grado di tenere dignitosamente la scena e la giovane Monica Guerritore, forse più a suo agio nei panni (svestiti) della moglie insoddisfatta. Da ricordare anche la presenza di Claudio Amendola nei panni del gaudente Bernardo, il gondoliere. Un film francamente deludente, immerso in un erotismo patinato, con fosche tinte e colori, quasi più vicino al drammatico  che al godereccio leif motiv del romanzo, che alla fine toglie al tutto quel sapore di festa pagana dell’Eros che Bolognini non ha voluto riprendere.

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La Venexiana, un film di Mauro Bolognini. Con Jason Connery, Laura Antonelli, Monica Guerritore, Annie Belle, Stefano Davanzati, Claudio Amendola, Clelia Rondinella, Monica Guerritore
Erotico, durata 125 min. – Italia 1985.

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Laura Antonelli: Angela
Monica Guerritore: Valeria
Jason Connery: Jules
Clelia Rondinella: Nena
Claudio Amendola: Bernardo
Cristina Noci: Oria

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Regia Mauro Bolognini
Soggetto dalla commedia di anonimo La Venexiana
Sceneggiatura Massimo Franciosa
Produttore Ciro Ippolito
Casa di produzione Lux International
Musiche Ennio Morricone

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