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Il poliziotto è marcio

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Conclusa la trilogia del “milieu” nel 1973 con Il boss, che aveva preceduto La mala ordina e Milano calibro 9,
Fernando Di Leo gira nel 1974 Il poliziotto è marcio.
Anche questa volta lo stampo è nettamente più noir che poliziesco,con un titolo che anticipa un altro anti eroe,
il commissario Domenico Malacarne, il quale già nel cognome indica un personaggio agli antipodi del poliziotto senza macchia e
senza paura che generalmente era il protagonista della infinita serie dei poliziotteschi, genere cinematografico
di stampo tutto italiano nato all’ombra dei grandi polizieschi americani.
Malacarne è un corrotto, un poliziotto che intasca tangenti facendo finta di non vedere il traffico di caffè o di sigarette
che avviene praticamente sotto i suoi occhi.
Non accetta la droga, le armi, ma resta un personaggio negativo,diametralmente opposto alla figura nobile di suo padre, un maresciallo adamantino, onesto, vero contraltare alla morale abietta di suo figlio.

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Di Leo rovescia in qualche modo lo stereotipo del poliziotto buono e bravo,spesso vittima del suo dovere o osteggiato dai superiori,colpito negli affetti dalla malavita. Malacarne non è un eroe. Anzi, è un esponente della legge che intasca pure 50 milioni all’anno per non fare il suo dovere.
Il poliziotto è marcio è un’opera ancora più cinica e nera di quelle che il regista pugliese ci ha abituato a vedere.
Certo non la sua opera migliore,ma un altro tassello in una cinematografia da primo della classe che include non solo la trilogia del milieu,ma opere di ottima fattura come I ragazzi del massacro,La seduzione,I padroni della città o Avere vent’anni.
Pellicola cinica e lucida,dicevo.
Un inizio teso,secco.
In un capannone alcune persone parlano di un traffico di sigarette di contrabbando;gli uomini di Pascal,boss dei traffici illeciti,irrompono e massacrano di botte i rivali,sparando alla fine nelle gambe dei malcapitati.
Entra in scena il commissario Malacarne che sventa una rapina,nella quale resta ucciso un orefice e che dopo un inseguimento mozzafiato riesce ad arrestare il bandito fuggiasco.

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Sono passati poco più di 15 minuti,il film sembra lanciato verso un’escalation di violenza senza precedenti;in realtà Di leo da quel momento punta direttamente su Malacarne,mostrandolo alle prese con la sua equivoca doppia vita di poliziotto marcio.
In un sussulto di dignità,Malacarne rifiuta ancora una volta di chiudere gli occhi su un traffico di armi ed è l’inizio della sua fine;
il primo degli innocenti a pagare è l’anziano Serafino,testimone inconsapevole delle attività losche della banda,seguito poi
dall’integerrimo padre del commissario e infine dalla sventurata Sandra,la donna di Malacarne.
Domenico scatena una guerra senza quartiere contro la banda e giunge ad uccidere Pascal,il capo prima di cadere a sua volta
sotto i colpi dei superstiti,guidati dal suo ex amico e collega Pietro Garrito…
Finale drammatico,come del resto tutto il film,sceneggiato da Sergio Donati che in precedenza aveva lavorato a film del calibro di C’era una volta il West e Giù la testa.
Di Leo tratteggia un film tutto teso ad un nero assoluto;non ci sono personaggi positivi,fatta eccezione per il papà di Domenico e di Sandra,la sua donna, mentre i cattivi lo sono in modo assoluto.
Spietati,cinici e ovviamente assassini.
Uno alla volta i buoni periscono.

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Moriranno anche i “cattivi”,in un olocausto finale dal quale però esce vittorioso un altro corrotto,che sarà evidentemente
un trait d’union con Malacarne.
Pietro Garritto,poliziotto colluso come Domenico con la malavita,sarà il vero vincitore,perchè si libererà da un pericoloso rivale e al tempo stesso potrà così continuare i suoi loschi traffici.
Prodotto di ottimo livello,come del resto la quasi totale produzione di Di Leo;che utilizza anche un cast di assoluto valore,fra i quali spiccano nomi come quello di Salvo Randone,che nobilita in modo impareggiabile una figura dolente e dignitosa come quella dell’onesto maresciallo alle soglie della pensione che adora e stima il proprio figlio, il quale in realtà è un’anima dannata.
Ancora,ottima la Boccardo,deliziosa e candida nella parte di Sandra,dell’appena sufficiente Luc Merenda,del solito Vittorio Caprioli,un’autentica sicurezza,di Raymond Pellegrin e di Richard Conte.

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Le musiche sono di Luis Enriquez Bacalov che arrangerà molti lavori di Di Leo fino a Vacanze per un massacro.
Un film di sicuro effetto,godibile per tutta la sua durata,disponibile su You tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=3jgXhZWtnvY

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Il poliziotto è marcio

Un film di Fernando Di Leo. Con Luc Merenda, Vittorio Caprioli, Richard Conte, Raymond Pellegrin, Delia Boccardo, Gianni Santuccio, Salvo Randone, Loris Bazzocchi, Rosario Borelli, Marisa Traversi, Salvatore Billa, Massimo Sarchielli, Elio Zamuto, Mario Garriba, Gino Milli, Monica Monet, Sergio Ammirata
Drammatico, durata 91 min. – Italia 1974

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Luc Merenda: commissario Domenico Malacarne
Richard Conte: dott. Mazzarri
Delia Boccardo: gallerista Sandra
Raymond Pellegrin: Pascal
Gianni Santuccio: questore
Vittorio Caprioli: cav. Serafino Esposito
Salvo Randone: maresciallo Malacarne
Rosario Borelli: agente Pietro Garrito
Monica Monet: cronista Barbara
Elio Zamuto: Rio il Portoghese
Italo Milli: sgherro di Pascal
Sergio Ammirata: vice commissario Mario Corcetti
Loris Bazoki (Loris Bazzocchi): travestito Gianmaria
Marcello Di Falco: sgherro di Pascal
Luigi Antonio Guerra:
Marisa Traversi: contessa Nevio

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Sergio Graziani: commissario Domenico Malacarne
Pino Locchi: Pascal
Giorgio Piazza: Mazzanti
Arturo Dominici: maresciallo Malacarne
Vittoria Febbi: cronista Barbara
Luciano De Ambrosis: Garrito

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Regia Fernando Di Leo
Soggetto Sergio Donati
Sceneggiatura Fernando Di Leo
Produttore Galliano Juso,
Ettore Rosboch
Casa di produzione Cinemaster,
Mount Street Films S.r.l. (Roma),
Mara Film (Parigi)
Distribuzione (Italia) Titanus
Fotografia Franco Villa
Montaggio Amedeo Giovini
Musiche Luis Enriquez Bacalov
Scenografia Francesco Cuppini
Costumi Giorgio Gamma
Trucco Antonio Mura

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“Sissignore, sono corrotto! Sono un infame, un traditore! Ho 60 milioni da parte, un amante di lusso e quando alzo la voce tutti si schiaffano sull’attenti!”

“Quanti soprusi hai compiuto per un panettone a natale? Anche la tua è corruzione, ma da fessi!”.

“Uhè pirla… ma dove casso vai!”

“Io facevo i miei film,si facevano i poliziotteschi all’italiana e due tre grossi registi,non voglio fare i nomi,si facevano l’aureola con Sciascia.
Pero’,chi ha avuto i picciotti sotto casa,i film sequestrati e le querele dei ministri, sono stato io,non quelli che si facevano l’aureola con Sciascia.-genio al quale mi prostro.Quando io faccio il “Poliziotto è marcio”,non faccio “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”.
Che puo’ essere un film migliore del mio,non dico di no,ma li abbiamo a che fare con un nevrotico,chiaro?mentre nel mio film abbiamo a che fare con un poliziotto che si fotteva i soldi: ed è questo che è rivoluzionario,non quello” da un’intervista di Fernando Di Leo

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L’opinione di Francesco dal sito http://www.mymovies.com

Film con un intreccio molto particolare e originale, fa immergere lo spettatore in una dimensione nichilista, violenta, cruda, anche se spezzata da episodi e personaggi comici-macchiettistici.
Molto forte il confronto tra padre (Randone) maresciallo dei carabinieri integro e sottomesso ai superiori, e figlio (Merenda) commissario corrotto e insofferente all’autorità. Grandissimo Vittorio Caprioli nel ruolo di Esposito.
Le interpretazioni e la regia sono ad alti livelli, ne risulta un film originale, ben costruito e dalla notevole forza espressiva. Purtroppo questo, come altri film noir e polizieschi (come poi western, ecc.) è stato ingiustamente sottovalutato dalla critica italiana,
spesso e volentieri piena di pregiudizi e omologata, pronta a svalutare le opere italiane, salvo poi inneggiare a registi come Quentin Tarantino, che da tali opere italiane trae ispirazione e modelli.

L’opinione di Gimon 82 dal sito http://www.filmtv.it

(…) Ma il marciume è ovunque e ci viene sbattuto in faccia,crudelmente e senza accenni retorici.La societa’ narrata dal Di Leo si nutre di romanzi noir,di cui l’autore del film era avido lettore.Letteratura anni 50 dell’autore William P McGivern di citta’
sporche e pruriginose di sangue e malavita.Di Leo accoglie scampoli di lettura compiaciuta,la forma a suo modo,nell'”artigianalita’” del suo cinema.Organizza cosi’ un film serrato,su sfondi sociali negativi.Critica apertamente l’organo di potere, facendolo ad alta voce,
portando con se ampie materie riflessive.Il “Poliziotto è marcio” si veste come anatema politico,travestito da noir e action movie.Di Leo offre una superba opera,nuda e dura,senza sconti,si basa su grandi prove attoriali.Luc Merenda come Malacarne jr è ottimo,fascinoso e ridondante
d’insensibile cinismo.Ma è Salvo Randone a fare la differenza,superlativo nel dar voce ad un maresciallo dei carabinieri,incorrotto e deluso da un figlio “malacarne”.Da menzionare l’ottimo spunto caratterista di Vittorio Caprioli nei panni d’un pittoresco emigrante napoletano.
E infine Milano,ancora una volta lei,la citta’ lombarda come teatro di malavita e sbirri sottobraccio.La meneghina citta’ è sporca e tetra come in un fumetto criminale,un ritratto “settantiano” visto innumerevoli volte,che a distanza di quarant’anni è immortale nelle pellicole “bis”,
dure,sporche e cattive ma irrimediabilmente dal fascino sinistro e marcio,molto marcio………

L’opinione del sito http://www.caniarrabbiati.it

(…) Un film crudo, fatto di personaggi spietati e squallidi stemperato a tratti dal personaggio del cavaliere Esposito interpretato dal sempre simpatico Vittorio Caprioli (il nazariota di Avere ventanni). Per il resto solo splendide facce noir con Luc Merenda nei panni del commissario, Gianni Santuccio nei panni del questore come in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, un superlativo Salvo Randone nel ruolo del padre del commissario e facce da delinquenti come quelle di Richard Conte e Raymond Pellegrin. Classica regia di alto livello di Fernando Di Leo che ci delizia in un paio di inseguimenti fra i migliori in assoluto del panorama poliziesco italiano.
Per il tema trattato il film ebbe molti problemi. Lo stesso regista ha dichiarato in un’intervista che i poliziotti strappavano i manifesti del suo film e di aver ricevuto anche una telefonata in cui lo invitavano a smettere di fare certi film. Probabilmente la sua odierna irreperibilità è dovuta allo stesso motivo.
Le musiche sono ancora di Luis Bacalov e primeggiano due brani, uno funkeggiante e l’altro per orchestra d’archi e sintetizzatore. Ma c’è anche una curiosità: viene qui usato il brano There will be time scritto per gli Osanna per l album di Milano Calibro 9 che non fu incluso nel precedente.
Comparsata abituale di Fernando Di Leo qui come cassiere in un bar.

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settembre 26, 2016 Posted by | Drammatico | , , , , , | 3 commenti

Italia a mano armata

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Con Italia a mano armata, per la regia di Franco Martinelli (Marino Girolami) (1976) si conclude la trilogia ideale dedicata alle imprese del commissario Betti, inaugurata da Roma violenta dello stesso Martinelli e proseguita da Umberto Lenzi con Napoli violenta.
La trilogia, comunemente definita del “commissario” termina bruscamente, senza ripensamenti: il commissario Betti, che aveva scansato la morte in varie occasioni viene freddato in un agguato mentre  sta per avere un colloquio con una donna, in un clima apparentemente tranquillo e che verrà infranto dalla raffica di mitra dei killer.
Il terzo e ultimo capitolo delle avventure del commissario Betti si apre con il commissario stesso alla ricerca di un gruppo di quattro balordi che ha rapito dei bambini a bordo di uno scuola bus,subito dopo una rapina fallita. Il gruppo con gli ostaggi si rifugia in un casolare.

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Vengono scoperti per l’imprudenza di uno dei componenti la banda, che ferma una ragazza in bici e successivamente tenta di stuprarla.
Grazie alla denuncia della ragazza, la polizia arresta tutti i componenti della banda salvando così i giovani ostaggi tranne uno che viene ucciso dai banditi.
Betti però si mette alla ricerca di colui che secondo una sua intuizione è la vera anima del sequestro,Jean Albertelli, un uomo d’affari milanese che dietro la maschera della rispettabilità dell’uomo d’affari nasconde invece losche attività legate al traffico di droga e di armi.
Dopo una serie di vicissitudini, durante le quali il commissario finirà anche dietro le sbarre, come conseguenza di un complotto messo su proprio da Albertelli,il commissario Betti riuscirà a fare giustizia.
Ma l’appuntamento con la sorella del bambino morto durante il rapimento gli sarà fatale…
Italia a mano armata è il più tradizionale dei polizieschi all’italiana, i cosiddetti poliziotteschi,girato con ritmo e senso del colpo di scena da Marino Girolami,che riprende come già detto la figura di Betti, uomo dallo spiccato senso d’onore e dai metodi spicci se non brutali.

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Dopo aver diretto Lo sgarbo, Roma violenta e Roma, l’altra faccia della violenza Girolami chiude con Italia a mano armata le sue regie nel genere poliziesco con questo film di grana grossa ma di buona fattura, caratterizzato da un ritmo molto veloce e dall’uso insistito della violenza.
Memorabile la scena dello stupro, estremamente realistica mentre di sicuro effetto è la sequenza finale, girata negli ultimi secondi in bianco e nero, quasi a stigmatizzare il clima di odio e di violenza che si respirava in quegli anni.
Siamo nello stretto ambito dei film polizieschi e questo indubbiamente nuoce al fascino esercitato dal film verso larghi settori della critica;i recensori dell’epoca amavano davvero poco prodotti come questo dedicati ad una larga parte di pubblico.
Popolari, spesso violenti e nichilisti, i polizieschi erano film in cui l’azione predominava su tutto, erano film in cui frequentemente mancava una trama lineare a tutto vantaggio della velocità d’azione.
Italia a mano armata, pur rispettando i clichè del genere, si distingue proprio per l’impianto narrativo e per la scorrevolezza del film stesso, che tiene avvinti fino alla fine.

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Il cast comprende Maurizio Merli, un abituè dei film polizieschi, che incide a suo modo nell’economia del film e un gruppo di validi partner fra i quali si segnalano John Saxon e Raymond Pellegrin.
Il film è disponibile su Youtube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=TmjVwsZWAp0 in una eccellente versione.
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Un film di Franco Martinelli. Con Maurizio Merli,John Saxon, Toni Ucci, Raymond Pellegrin,Mirella D’Angelo, Daniele Dublino, Fortunato Arena, Sergio Fiorentini, Carlo Valli Poliziesco, durata 100′ min. – Italia 1976

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Italia a mano armata banner protagonisti

 Maurizio Merli: commissario Betti

John Saxon: Jean Albertelli
Raymond Pellegrin: commissario Arpino
Toni Ucci: Raffaele Cacace
Mirella D’Angelo: Luisa: la sorella del ragazzino ucciso
Sergio Fiorentini: Salvatore Mancuso
Aldo Barberito: maresciallo Ferrari
Massimo Vanni: Massimo Fabbri, l’agente infiltrato
Enzo Andronico: Antonio Boretti, il “palo” all’interno della banca
Nello Pazzafini: un carcerato
Maurizio Mattioli: un carcerato
Carlo Valli: Rocchi, il deliquente che scappa dai tetti
Fortunato Arena: Carlo Morel
Daniele Dublino: Luzzi, il deliquente con l’accento francese
Franco Borelli: Bertoli
Dino Mattieli: Attardi
Marcello Monti: Torri
Giovanni Vannini: Il magistrato che arresta Betti
Philip Dallas: Il direttore del carcere
Costantino Carrozza: un uomo nella banca
Cesare Di Vito: Il dottore
Adolfo Lastretti: Lazzari
Antonio Maimone: L’avvocato di Abertelli
Attilio Dottesio: uno dei deliquenti
Sergio Smacchi: uno dei deliquenti

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Regia: Franco Martinelli
Sceneggiatura:Leila Buongiorno,Gianfranco Clerici,Vincenzo Mannino
Musiche: Franco Micalizzi
Scenografia: Antonio Visone
Fotografia:Fausto Zuccoli
Montaggio:Vincenzo Tomassi
Costumi:Silvana Scandariato

Italia a mano armata banner recensioni

L’opinione del sito http://www.pollanetsquad.it/

Una rapina al Banco di Torino, un pulmino con a bordo una scolaresca freddamente sequestrato, è questa l’aria che si respira in Italia, un paese colpito quotidianamente da aggressioni violentissime atte a destabilizzarne l’apparato sociale, politico ed economico. Il film del ’76 si sviluppa dapprima a Torino, poi a Milano, e quindi a Genova, triste e bellissima, dove Jean Albertelli (John Saxon) dirige e controlla loschi traffici, dal contrabbando alle rapine fino ai sequestri più spietati. Per combattere il crimine il commissario Betti, interpretato da Maurizio Merli, efficacissimo come sempre nel rappresentare la giustizia e la legalità con il suo personaggio, è un uomo disposto a tutto per ristabilire l’ordine. In questa pellicola è affiancato dal commissario Arpino (Raymond Pellegrin) di Milano, dai modi meno violenti e apparentemente più rassegnati. Il film è agile e snello, tenendo lo spettatore sempre sulla corda, con il fiato sospeso, dall’inizio alla fine, senza nessuna pausa. Il commissario Arpino rimarrà paralizzato per il resto dei suoi giorni, costretto allo scoiattolo per salire le scale, e alla carrozzina elettrica per muoversi nella sua “prigione dorata”. Il commissario Belli invece morirà, freddato da una scarica di mitra esplosa da una Fiat 127, ucciso dalla malavita, impersonale e distruttiva. Geniale la sequenza finale, in cui il regista usa tre fermoimmagini riducendo la faccia spettrale del commissario, il viso terrorizzata della bella Luisa e il bandito a mitra spianato sulla utilitaria, a fotografie sgranate e in bianco e nero tipiche dei quotidiani, fornendo così la scena di un taglio giornalistico scarno ed essenziale.

La recensione apparsa sul Messaggero

“L’obiettivo del poliziesco all’italiana si allarga. Esaurita ormai la serie dedicata alle grandi città il campo d’azione abbraccia questa volta mezza Italia spostandosi rapidamente fra le grandi metropoli del nord con relativi hinterland. Protagonista il solito aitante, spregiudicato commissario cui presta le sue sembianze il non meno solito Maurizio Merli, al quale diede gloria il Garibaldi televisivo. Sceso da cavallo Merli si è specializzato nel ruolo del poliziotto americaneggiante sia pure in una cornice tipicamente nostrana. […] Violenza e ritmo concitato sono gli accorgimenti ai quali ricorre il regista Franco Martinelli per nascondere le incongruenze della incredibile vicenda […]”

L’opinione di Undijng dal sito http://www.davinotti.com

Diretto da Marino Girolami, regista di Roma violenta (campione d’incassi nelle sale italiane), ovvero del film che lanciò l’icona del poliziotto superattivo rappresentato dal bravo Merli. Il film ha una pregevole struttura -quasi episodica- in grado di carpire l’attenzione dello spettatore, posto di fronte ad immagini spesso forti (l’uomo trascinato dall’auto, sino all’impatto con un macigno) e spesso disperate (i pianti delle madri dello scuolabus sequestrato). La sceneggiatura è supportata dall’ottima messa in scena e da un finale inatteso.

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Pur nella stretta aderenza ai canoni dei polizieschi coevi, la fitta trama si apre spazi di autonomia nella ricerca di una genuina drammaticità (il rapimento dei bambini e la morte di uno di essi; la solitudine di Merli e della D’Angelo; il ménage familiare del malavitoso Arena), nella scelta di tre diverse “città violente” (Torino, Milano e Genova) e di un epilogo inatteso che fa avverare i sinistri presagi de La polizia incrimina, la legge assolve e Roma violenta. Più noto come doppiatore, l’ottimo Sergio Fiorentini presta il volto ad un criminale ferino e nevrotico.

L’opinione di Cangaceiro dal sito http://www.davinotti.com

Ancora Betti nella sua lotta contro la criminalità. Merli granitico come si conviene, stavolta è anche più umano e sfortunato. Girolami dimostra di conoscere al meglio i meccanismi del poliziottesco e sorretto da una sceneggiatura zeppa di spunti interessanti ci regala un film coi fiocchi, pieno di scene di forte impatto tra inseguimenti e uccisioni. Tutto il cast gira a mille con un Saxon iperstrafottente e un Fiorentini delinquente schizzato. Esaltanti le musiche di Micalizzi. Il finale è un triste e duro colpo sotto la cintura. Spietato e nichilista.

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luglio 9, 2014 Posted by | Drammatico | , , , , , | 4 commenti

Scandalo

Scandalo, film del 1976 diretto da Salvatore Samperi, è un’operazione unica nel suo genere nella produzione del regista veneto, recentemente scomparso; si tratta di un film con componenti noir, anche se si discosta dal genere per l’ambentazione e per la storia. Un film cupo in maniera quasi eccessiva, nichilista sia nella trama che nella conclusione, amarissima, con personaggi che appaiono privi di anima e di umanità, fatta salva la giovane e virginale Justine, vittima innocente delle perversioni altrui, in particolare della madre e del suo amante.

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Franco Nero, Armand

Il film è ambientato in un piccolo centro della Francia, agli inizi del 1940, in prossimità dell’invasione nazista. Elaine è la farmacista del paese, sposata con un professore sempre in viaggio, uomo colto ma assorto nel suo mondo, sidinteressato a quello che gli accade attorno Nella farmacia, con Elaine, ci sono Armand, un comesso factotum e Marie, una commessa-cassiera che è anche l’amante di Armand. L’uomo ha una personalità contorta, è rabbiosamente preso da confusi ideali che sfociano, ben presto, in una forma di persecuzione di Eliane. Che, agli inizi, non tollera l’uomo, ma che ben presto finirà per cedergli, iniziando con lui un complesso rapporto quasi sado masochistico. Anzi, togliamo il quasi, perchè in effetti la dipendenza di Eliane, dapprima appena accennata, diviene ben presto totale.

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Andrea Ferreol, Marie

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Lisa Gastoni, Eliane

Armand, che ha in spregio i valori borghesi che la donna incarna, obbliga Eliane a rapporti sessuali sempre più degradanti, arrivando ben presto a umiliare la donna come quando ha un rapporto sessuale con Marie nella farmacia, sotto gli occhi di Eliane, umiliandola ancor più quando costringe le due donne a denudarsi e toccarsi. La relazione tra i due diventa sempre più morbosa, così come conteporaneamente il film vira ancor più verso un pessimismo palpabile: Eliane non è pù la vittima ricattata, ma è partecipe del crudele gioco del suo amante, che una sera la costringe a denudarsi e ad uscire dalla farmacia, dove verrà vista , per sua fortuna, solo da un ubriacone.

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La relazione tra i due prosegue fino agli estremi, ovvero fino a quando Armand non chiederà alla donna di avere rapporti con Justine: la ragazza, accusata dalla madre di essere l’amante di Armand, in realtà assolutamente innocente, finirà per immolarsi agli osceni desideri dell’uomo, la classica rivincita dell’uomo comune nei riguardi della borghesia. Consumato l’atto, Eliane, preda dei rimorsi e ormai convinta di aver valicato tutti i confini della morale, inghiotte un grosso quantitativo di sonniferi e va a sdraiarsi nel letto con il marito. Non si sa se morirà, perchè comunque la casa viene centrata da una bomba sganciata da un aereo, con conseguente olocausto finale.

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L’umiliazione di Elaine

Come già detto, il film vira decisamente sul nero, mostrando personaggi che sembrano presi da una tragedia, come Elaine, moglie insoddisfatta, è vero, tuttavia plagiata  e modificata da Armand, luciferino prodotto di una classe proletaria che in questo caso potremmo definire sporca e cattiva. Anche il professor Michou non ci fa una bella figura, distratto com’è dalle sue opere letterarie, dai suoi vasi e caratterizzato da un quasi patologico disinteresse per il quotidiano. Unico personaggio positivo è Justine, la fragile adolescente che finirà, succube della madre, per diventare la vittima sacrificale di Armand, cedendo la propria verginità come olocausto purificatore, lei che è l’unica vera vittima della storia. Il finale, assolutamente cattivo, mescola però le carte, unificando i destini di tutti, buoni e cattivi, che periranno nello stesso modo.

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A parte la solita tendenza di Samperi a privilegiare la parte morbosa del racconto, questa volta siamo di fronte ad un prodotto ben realizzato, grazie sopratutto alla concomitante presenza di una sceneggiatura finalmente comprensibile, ad una fotografia assolutamente fondamentale, con quel suo passare attraverso i chiaro/scuri di Vittorio Storaro, con musiche in sottofondo di Riz Ortolani. Gli attori sono ad un livello egregio: bene Andrea Ferreol nel ruolo di Marie, bene la Gastoni, che a 41 anni riesce a mostrare ancora il suo corpo senza grandi paure. Discreto Franco Nero, nel ruolo del cattivissimo e arrabbiato Armand, mentre Justine è interpretata dalla graziosa Claudia Marsani. Il professor Michou è Raymond Pellegrin, in un ruolo molto marginale, e in fin dei conti anche poco funzionale alla storia.

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Scandalo, un film di Salvatore Samperi, con Franco Nero, Lisa Gastoni, Raymond Pellegrin, Andréa Ferréol, Claudia Marsani, Antonio Altoviti, Carla Calò, Franco Patano, Laura Nicholson, 1976 Drammatico

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Franco Nero … Armand
Lisa Gastoni … Eliane Michoud
Raymond Pellegrin … Professor Henri Michoud
Andréa Ferréol … Juliette
Claudia Marsani … Justine Michoud
Antonio Altoviti … Colonello
Carla Calò … Carmen
Franco Patano … Charles

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Regia: Salvatore Samperi
Sceneggiatura: Ottavio Jemma,Salvatore Samperi
Produzione: Silvio Clementelli
Musiche:Riz Ortolani
Montaggio:Sergio Montanari
Fotografia:Vittorio Storaro

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agosto 26, 2009 Posted by | Drammatico | , , , , , | 5 commenti