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Il giorno della civetta

“Voi mi state dicendo a vostro modo che non parlate perché gli assassini sono ancora in libertà. Ma gli assassini sono in libertà perché voi non parlate.”
In questa frase pronunciata dal Capitano Bellodi,protagonista del film Il giorno della civetta,c’è l’essenza del film stesso e in modo lato della mafia,vera protagonista della pellicola e del romanzo di Sciascia del quale è la fedele riduzione su pellicola.
Un film sulla mafia,quindi,un film sulla corruzione e sui poteri forti con essa collusi.
Uno dei primi ad affrontare in modo organico un fenomeno che già negli anni 60 sembrava avvolgere come una piovra (che non a caso sarà il titolo di una fortunata serie tv sulla mafia) tutto il tessuto sociale della Sicilia,rendendo inestricabile un mondo omertoso,fiancheggiato da una pletora di personaggi che con essa hanno sviluppato un’economia occulta che ha finito per diventare un cancro della società.
Il libro di Sciascia,strutturato come un romanzo,ma in realtà vero atto di accusa verso un mondo impenetrabile capace di avvelenare e al tempo stesso di coartare un’intero consesso civile, racconta una storia che negli anni successivi sarebbe diventata una triste litania,replicata all’infinito e responsabile di una scia di sangue lunghissima e dolorosa.


La storia di un paese,di una regione intera che finisce,un pò per paura,un pò per convenienza per convivere con il fenomeno mafioso quasi in simbiosi.
Sciascia analizza il fenomeno,racconta una storia che avremo rivisto tante volte,fino alla nausea e alla fine chiude il romanzo quasi sconfitto, comunque rassegnato:la mafia,come dirà Giovanni Falcone,è una cosa umana e come tale avrà un termine,ma qui siamo nel 1961 (il romanzo è del 1960 ma sarà pubblicato l’anno dopo) e il fenomeno mafia è purtroppo vivo e vitale.

E’ il 1961,siamo in Sicilia.
Il Capitano Bellodi,emiliano purosangue di Parma,è stato trasferito in Sicilia;si trova a dover indagare sul misterioso omicidio Salvatore Colasberna,imprenditore edile che ha pagato con la vita il diniego a lasciare un appalto a favore di un’azienda protetta dalla mafia.
L’uomo è stato ucciso nei pressi dell’abitazione di Salvatore Nicolosi e di sua moglie Rosa;anche l’uomo scompare,ma Bellodi,con caparbietà riesce a far dire a Rosa il nome dell’uomo che Salvatore ha incontrato sul luogo dell’omicidio,Zecchinedda.
La circostanza viene confermata da un informatore della polizia,Parrinieddu;ma i due uomini sono destinati a fare una brutta fine.
Dietro la loro scomparsa c’è la lunga mano di Don Mariano Arena,potente capo mafia della zona,protetto da poteri forti e con amicizie altolocate.
Le indagini di Bellodi arrivano fino a lui,Arena verrà arrestato.


Ma nell’ombra le amicizie si muovono e l’uomo torna libero:il capitano viene trasferito in altra sede.
Analisi dura,nuda e cruda ambientale e sociologica,Il giorno della civetta si apre e si chiude in modo asciutto,ripercorrendo in maniera fedele i passi del Capitano Bellodi,uomo di sani principi e ligio alla legge,nella quale ha una fede incrollabile attraverso i meandri di una società rigidamente strutturata come una piramide.
Una piramide umana,però,al cui vertice c’è il potere assoluto,parallelo a quello legale ma al tempo stesso molto più potente.
La mafia è la vera legge,rispettata da tutti non solo per paura ma quasi come un’istituzione sacra,con il suo complesso di regole che ha come corredo comportamenti omertosi se non anche fiancheggiatori da parte di apparati dello stato.
Magistrati,poteri economici,politici,tutti sono al servizio in qualche modo dell’anti stato.
E alla fine sarà proprio l’anti stato a vincere e le parole di Bellodi,che ho citato all’inizio,resteranno lettera morta.
C’è un passo,nel film,in cui il Capitano incontra Arena,il capo mafia,che gli racconta di come vede lui la gente che lo circonda:
” …e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà…
Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancora più in giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…
E ancora di più: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha pià senso e più espressione di quella delle anatre…(cit.lett.)
Nel finale del film, quando il Capitano mestamente lascia il paese per essere sostituito da un funzionario di polizia meno zelante, i mafiosi rimasti tranquillamente al loro posto definiranno quest’ultimo “quacquaracquà”,in netta contrapposizione con Bellodi,nemico si ma degno del massimo rispetto.


Il film trasuda pessimismo che si afferra,palpabilmente,per tutta la durata della pellicola.
E il finale è ovviamente il punto più alto di questo pessimismo serpeggiante.
Il giorno della civetta è un film importante che analizza il fenomeno mafia sotto varie angolazioni;lo è anche perchè è il primo ad affrontare senza paure lo scomodo tema del malaffare,fino ad allora trattato cinematograficamente senza la dovuta profondità.
E lo fa con un linguaggio perfettamente costruito,con dialoghi secchi ed efficaci,aiutato anche dalla recitazione corale di un gruppo di attori tutti di altissimo livello.Come il bravissimo Franco Nero che interpreta il probo e integerrimo capitano Bellodi,
una splendida Claudia Cardinale ancora una volta “siciliana”,bella come ai tempi di “Il gattopardo” ma sopratutto in possesso di uno sguardo,di una fisicità che parlano da soli.
E poi ancora un credibilissimo Lee J. Cobb nei panni di Don Mariano Arena,eminenza “nera” e vera anima dannata che è dietro alla piovra che strangola il paese.
Bravi anche Serge Reggiani,Nehemiah Persoff e Tano Cimarosa,per un film che non può mancare in nessuna videoteca.
Damiani dirige il primo dei suoi film che avranno come tema la mafia o comunque la violenza,la sopraffazione e l’omertà,il silenzo complice:seguiranno film di denuncia come La moglie più bella,il bellissimo Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica,L’istruttoria è chiusa: dimentichi,Perché si uccide un magistrato,tutti film con un comune denominatore,quello dell’impegno civile e della denuncia.
Il film è disponibile su You tube in una splendida versione all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=Ypg5SxbDhE4

Il giorno della civetta

Un film di Damiano Damiani. Con Claudia Cardinale, Lee J. Cobb, Franco Nero, Serge Reggiani, Ugo D’Alessio,
Nehemiah Persoff, Fred Coplan, Ennio Balbo, Brizio Montinaro, Lino Coletta Drammatico, Italia 1968

Franco Nero: capitano Bellodi
Claudia Cardinale: Rosa Nicolosi
Lee J. Cobb: Don Mariano Arena
Tano Cimarosa: Zecchinetta
Nehemiah Persoff: Pizzuco
Serge Reggiani: Parrinieddu
Ennio Balbo: il primo mafioso al banchetto
Ugo D’Alessio: il secondo mafioso al banchetto
Fred Coplan: il brigadiere
Giovanni Pallavicino: maresciallo dei Carabinieri
Laura De Marchi: La figlia di don Mariano
Brizio Montinaro: il figlio del maresciallo
Lino Coletta: il giovane baffuto in casa di Don Mariano
Vincenzo Falanga: uno scagnozzo di Don Mariano

Genere drammatico, giallo
Regia Damiano Damiani
Soggetto Leonardo Sciascia
Sceneggiatura Damiano Damiani, Ugo Pirro
Produttore Luigi Carpentieri, Ermanno Donati
Distribuzione (Italia) Medusa Film
Montaggio Nino Baragli
Musiche Giovanni Fusco

Sergio Graziani: capitano Bellodi
Rita Savagnone: Rosa Nicolosi
Corrado Gaipa: Don Mariano Arena
Arturo Dominici: Pizzuco
Oreste Lionello: Parrinieddu
Ignazio Balsamo: maresciallo dei Carabinieri

Incipit romanzo

L’autubus stava per partire, rombava sordo con improvvisi raschi e singulti. La piazza era silenziosa. nel grigio dell’alba, sfilacce di nebbia ai campanili della Matrice: solo il rombo dell’autobus e la voce del venditore di panelle, panelle calde panelle, implorante ed ironica.
Il bigliettaio chiuse lo sportello, l’autobus si mosse con un rumore di sfasciume. L’ultima occhiata che il bigliettaio girò sulla piazza, colse l’uomo vestito di scuro che veniva correndo; il bigliettaio disse all’autista «un momento» e aprì lo sportello mentre l’autobus ancora si muoveva.
Si sentirono due colpi squarciati: l’uomo vestito di scuro, che stava per saltare sul predellino, restò per un attimo sospeso, come tirato su per i capelli da una mano invisibile; gli cadde la cartella di mano e sulla cartella lentamente si afflosciò.

 

– “Come andò il gioco?”
– “A zacchinetta vinsi, poi arrivarono i carabinieri e ci arrestarono tutti; così tutti abbiamo perduto.”

“Fesso” è quasi grave come “cornuto”. Ma “cornuto” è più grave di tutto.

 

ottobre 14, 2017 Posted by | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

Un dramma borghese

Un dramma borghese locandina 2

Da un romanzo di Guido Morselli,uscito postumo in seguito al suicidio dello scrittore,Florestano Vancini riduce per lo schermo Un dramma borghese nel 1979.
Il regista di Ferrara,elegante e misurato, propone la drammatica vicenda raccontata da Morselli affrontando il tema spinoso dell’incesto senza mai indugiare sul lato scabroso e sull’impatto visivo,privilegiando al contrario l’eleganza della trattazione e immergendo il film in un’atmosfera al limite del cupo,in cui tutte le scene sono caratterizzate da un’atmosfera quasi opprimente,oserei dire decadente, che ben simboleggiano l’aria e il continuum in cui si muovono i personaggi del film.
Che sono tre,mentre tutti gli altri riempiono la scena,senza interagire nei momenti topici,quasi figure di contorno che si muovono nella penombra del film accompagnando il dramma che si svolge sotto i loro occhi in modo silente e inerte.
Vancini,giornalista e descrittore,studioso di storia,abbandona per un attimo le sue passioni e propone un dramma a tinte davvero fosche,tutto centrato su tre figure che appaiono differentemente caratterizzate;quella di un padre e sua figlia e quella di un’amica della ragazza che finirà per diventare il detonatore involontario della tragedia finale.

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Che poi tragedia non sarà,visto che il finale è aperto a ogni soluzione.
Tre personaggi,dicevo.
Il primo è Guido,un giornalista che ha perso sua moglie che probabilmente si è suicidata (nel film la cosa non è specificata chiaramente); è un uomo in crisi,afflitto anche da una fastidiosa e dolorosa infiammazione reumatica.
Il secondo personaggio è Maria Luisa chiamata Mimmina,una ragazza che frequenta un esclusivo college svizzero,dolce e inquieta,che risente prepotentemente della mancanza dei suoi genitori e che dopo essere rimasta orfana di madre ha riversato tutto il uo affetto sul padre,che però vede saltuariamente.
Terzo anello della catena è Thérèse,amica di Mimmina,i cui contorni psicologici appaiono molto sfumati e che rimane quasi un personaggio sullo sfondo,pur avendo nel film una parte importantissima quando stringerà una relazione con Guido.
Il film si apre con le immagini del Hotel Victoria di Lugano,nel quale il portiere parla svogliatamente con quello che scopriremo essere un dottore;nella stanza al secondo piano c’è Guido,dolorante,che viene visitato dal dottore che gli diagnostica un attacco reumatico.

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Anche Mimmina accusa malessere,dovuto probabilmente ad una sindrome influenzale.
Inizia così una forzata convivenza nella stanza in penombra dell’Hotel.
Tutto attorno è sfumato,grigio.
Così come l’umore dei due protagonisti.
Mimmina appare fragile e desiderosa d’affetto,Guido imbarazzato nel ruolo di padre costretto a convivere con quella figlia che in realtà conosce poco.
Inizia così il primo vero dialogo tra un padre ed una figlia che fino a quel momento hanno conosciuto poco l’uno dell’altra.
Mimmina ha bisogno d’affetto e trasferisce questo suo desiderio sul padre,mescolando con ingenuità e malizia allo stesso tempo arti seduttive e un disperato
Inizia così un gioco della parti che dapprima imbarazza e poi mette in seria crisi Guido,che è costretto a subire in qualche modo quel comportamento provocante della ragazza.

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Della cosa non tardano ad accorgersi sia i dipendenti dell’hotel che il sensibile dottor Vanetti;i commenti e i mormorii si sprecano quando all’improvviso sulla scena irrompe Therese,l’amica di Mimmina,che tanta influenza ha sulla stessa.
Tra Guido e Therese è passione a prima vista.
I due diventano amanti sotto gli occhi sgomenti ( e gelosi) di Mimmina,che ha perso il suo riferimento,quel padre verso il quale nutre affetto misto a sensazioni intime contrastanti.
Per recuperare le attenzioni a Mimmina resta solo un gesto…
Un dramma borghese è quindi un dramma dall’impianto solido che però Vancini vanifica parzialmente con una regia troppo statica e incline al dialogo che risulta a tratti piuttosto noioso.
Sembra quasi di assistere ad una piece teatrale piuttosto che ad un film;l’ambientazione quasi claustrofobica rende tutto molto opprimente e di certo la sceneggiatura non aiuta a superare il senso di smarrimento che si prova guadandolo.
In realtà l’andamento molto blando del film, con i dialoghi tra padre e figlia a tratti convenzionale,a tratti pieni di imbarazzo rende tutto piuttosto piatto.
Il dramma,per quanto a tinte fosche,spesso diventa quasi banale,perdendosi proprio nei momenti topici del film.
Qualche scossone verso la fine, quando irrompe la figura di Therese che altera il rapporto di coppia tra padre e figlia,ormai pericolosamente vicini all’incesto;da questo momento il film sembra prendere vigore,però è solo un’impressione momentanea.

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Il finale,aperto a tutte le soluzioni, rende ancor più scialbo quanto visto.
All’eleganza formale,la bella fotografia e alle musiche discrete bisogna sommare un certo senso di noia.
Vancini è bravo ma questo non è il suo genere e si vede.
Gli attori sono discreti ma anche molto imbarazzati;poco più che discreto Franco Nero,bella ma poco espressiva Lara Wendel.Bene invece Dalila Di Lazzaro,dei tre sicuramente la più in parte.Il film è praticamente irreperibile e non esiste ad oggi una sua versione digitalizzata.E’ presente su You tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=Gc90MeKZAiY

Un dramma borghese
Un film di Florestano Vancini. Con Dalila Di Lazzaro, Franco Nero, Carlo Bagno, Lara Wendel Drammatico, durata 104 min. – Italia 1979

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Un dramma borghese banner personaggi

Franco Nero: Guido
Dalila Di Lazzaro: Therese
Lara Wendel: Mimmina
Carlo Bagno: dottor Vanetti
Felicita Monfrone: cameriera
Silvio Pascorelli: facchino

Un dramma borghese banner cast

Regia Florestano Vancini
Soggetto Guido Morselli (romanzo)
Sceneggiatura Lucio Manlio Battistrada, Fiorenzo Mancini, Florestano Vancini
Produttore Gianni Minervini, Antonio Avati, Franco Nero (co-produttore)
Casa di produzione A.M.A. Film
Fotografia Alfio Contini
Montaggio Nino Baragli
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Fiorenzo Senese
Costumi Fiorenzo Senese

Un dramma borghese banner citazioni

“Sono nata tre giorni fa,quando mi hai portata via da quel maledetto pensionato” (Mimmina)
“E’ la prima volta che sono veramente padre” (Guido)
“E’ il mio problema.Ho preso anche delle pillole ma non succede niente.Forse capirò quando avrò un’attività sessuale” (Mimmina)

Un dramma borghese banner dal romanzo
Il romanzo descritto dal sito http://www.adelphi.it

Questo romanzo è la storia dell’amore impossibile fra un padre e una figlia che quasi non si conoscono e si ritrovano insieme, per qualche settimana, in un albergo sul lago di Lugano. Il padre è il corrispondente da Bonn di un grande giornale di Milano (in cui sarà facile riconoscere il «Corriere della Sera»), uomo disincantato, lucido, pieno di soprassalti della memoria, di idiosincrasie, di occultate amarezze e nostalgie, ma al tempo stesso con qualcosa di eternamente adolescente, agile e acerbo; la figlia è una ragazza di diciotto anni, che è stata messa in collegio dopo la morte della madre e ben poco ha visto del mondo, ma vive una sua vita intensa di fantasticherie grandiose, di passioni sospese e avvolgenti. La loro convivenza in albergo sviluppa, si può dire fatalmente, un terribile amore: soprattutto da parte della figlia, prorompente e ingenua, eppure dotata di una strana maturità, che rende il rapporto col padre tanto più paradossale. Questa figlia, infatti, non gli si vuole offrire come amante, ma come moglie, e oltre tutto come una moglie protettiva, conscia di quel lato infantile che al padre, poi, appartiene realmente. Diviso fra l’attrazione e la ripulsa per questa «calamità» che si abbatte sulla sua vita, mentre tenta vanamente di fare chiarezza in se stesso e nel suo passato, il padre crede di sfuggire all’incesto buttandosi in una rapida avventura con un’amica della figlia. Ma questo non farà che aiutare il gioco a precipitare nel dramma.
La vicenda ha luogo in un tempo sospeso, che può essere anche oggi. Il décor svizzero è accennato con pochi, sapientissimi tocchi, come anche una certa atmosfera di morosità lacustre in cui è immersa la vicenda. Domina, invece, l’opera paziente dello scandaglio psicologico, l’indagine sulle ombre della psiche, sui guizzi dei desideri, e in questo Morselli si muove con la stessa precisione e sicurezza con cui sapeva ricostruire l’operazione militare di cui si parla in Contro-passato prossimo. Spostando continuamente la luce dal giornalista, convinto di essere corazzato dall’esperienza, alla giovane figlia, che alla vita non ha fatto ancora in tempo neppure a esporsi, Morselli riesce a delineare con straordinaria finezza quella zona intermedia in cui questi due personaggi, fino allora vissuti in mondi senza contatto, si incontrano e si scoprono fino a scoprirsi complici e a spaventarsi della propria complicità, sfuggendola e ricadendovi in un circolo senza uscita.
Un dramma borghese, che risale ai primi anni Sessanta, apparve per la prima volta nel 1978.

Dal sito http://www.sololibri.net

Prendete un romanzo di Guido Morselli e confrontatelo con qualsiasi best-seller di narrativa nazionale esposto oggi sul bancone di una libreria: per profondità di argomentazione, ricchezza espressiva e tenore stilistico c’è la stessa differenza che passa tra un capo di Burberry e uno acquistato al mercatino rionale sotto casa.
Eppure, Morselli lo conoscono in pochi.
In tutti i campi della vita, per avere successo, il talento può non bastare: occorre anche una briciola di fortuna, perché senza si arriva poco lontano. In Italia, soprattutto, è importante avere le conoscenze giuste. Il caso di questo scrittore, nato a Bologna nel 1912 e morto suicida nel 1973, di grande spessore letterario, dallo stile colto e raffinato, resta esemplare: Morselli, infatti, si è visto per anni chiudere le porte in faccia da varie case editrici, e soltanto dopo il suo gesto estremo gli è stato riconosciuto il merito dovuto. Dramma umano e beffa: narratore incompreso e snobbato da vivo, rinverdito da Adelphi e apprezzato da morto.
Citazioni dal romanzo

«La fisso a mia volta, la esamino cercando di dare al mio sguardo una espressione ilare e affettuosa. La fronte, sotto i capelli scomposti, è stretta e piuttosto convessa, come in tutte le donne. Né la fronte né gli occhi testimoniano di un’intelligenza acuta, esigente. Le labbra sottili, il naso fine, l’arco sopracciliare molto rilevato sono quelli di sua madre, tratti che significano dolcezza ma anche ostinazione. Da quanti anni non guardavo questo viso, o non lo osservavo? Sono letteralmente alla scoperta di mia figlia.
A lei il mio pensiero non è sfuggito:
– Ho fatto il conto, – dice – che da quando avevo sette anni a oggi, siamo stati insieme cinquecento ore. In tutto, venti giornate.»
«Adesso, Mimmina vuole che mi infili sotto il lenzuolo. La accontento. Era fatale che ci si arrivasse; e eccomi una buona volta a giacere con questa diciottenne, ansiosa di dedizione e perciò devotamente dispotica, legata inestricabilmente alla mia carne, e che, per fortuna, è soltanto mia figlia. Mi accoglie con una gratitudine concentrata degli occhi radiosi, teneri. Il letto è molto largo, io sono molto magro, sicché le posso proibire di avvicinarsi e di toccarmi. Ma forse è vero che bisogna coricarsi con una donna per sapere di lei qualche cosa, anche come entità fisica. Mia figlia non è affatto magra. Il calore che viene dalla sua persona m’investe come una vampa, e mi sento attrarre nel solco che il suo peso scava. Non per il naso, ché cerco di non agitare le coltri e io stesso di non muovermi, direi attraverso la mia pelle inavvezza e sensibile, mi penetra l’odore delle sue carni.»
«È in piedi, ferma, appoggiata al muro, la testa china. Mi volge la schiena e non mi vede. Non ha posa, dunque. Sfugge anche me, e d’altra parte non sa dove andare, che fare. Cerca un rifugio, come stamane, un angolo dove nascondersi. Ha l’anima piena di incertezza. Di paura, magari. Mi accorgo che non piange; muove adagio le mani, senza pensare, forse le gingilla col fiocco che è alla cintura della vestaglina, la povera vestaglina verde che la copre. Non sente nemmeno l’impulso di parlarmi, di starmi vicino. È stanca. Anche alla sua età la stanchezza, quella di dentro, può vincere. Mimmina come tutte le nature non infette da una coscienza razionale, si trova nella condizione di essere sola con ciò che la fa soffrire. Soffre, semplicemente e senza diversivi, elementarmente, come sarebbe in grado di godere senza ombre, al pari delle creature sue simili. Ma la realtà è questa, intanto, che il trauma del distacco non è superato. Ci siamo, in pieno.
Torno, in punta di piedi, al mio tavolino.
Domani sera quando resterà sola, a Pegli o a Rapallo, dopo la partenza del dottore, come si comporterà? Si ricorderà di ordinarsi da mangiare, se sarà in un albergo, o di andar giù all’ora di cena? Bisognerà che disfaccia la sua valigia, che provveda alle piccole cose importanti che occorrono e per le quali si deve avere la mente disponibile. O se ne rimarrà al buio, immobile come adesso nella sua stanza, a dirsi: sono sola al mondo, mamma mia, per me non c’è più nessuno?»

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L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it

Un triangolo certamente atipico (due donne ed un uomo, in cui però i rapporti sono strettissimi: padre, figlia, amica della figlia) sta alla base dell’omonimo romanzo di Guido Morselli da cui Vacini trae questo film. E il dramma c’è tutto, inequivocabile, fino alle estreme conseguenze; non solo per la trama con epilogo tragico (un tentativo di suicidio che rimane in sospeso davanti all’entrata della sala operatoria), ma anche per la scelta del regista di tributare onori postumi allo scrittore, chiudendo la pellicola con le immagini della sua tomba e la spiegazione per cui Un dramma borghese uscì postumo: Morselli si suicidò, nel 1973. Peraltro la causa principale del gesto fu la sensazione di fallimento che lo perseguitava, ormai passata la sessantina ed annichilito dai molteplici rifiuti di pubblicazione ricevuti dalle case editrici. Vancini qui (anche sceneggiatore, insieme a Lucio Battistrada) compie però un passo falso nella sua carriera: il film non riesce, nonostante il buon Franco Nero protagonista e l’esperienza del cast tecnico (montaggio di Nino Baragli; fotografia di Alfio Contini ; musiche di Riz Ortolani), ad eguagliare la forza espressiva del romanzo. A ben vedere l’operazione di trasporto su pellicola delle pagine di Morselli non dev’essere risultata facile: la prosa elegante della scrittura (citato dalla voce del narratore in terza persona) è materia delicata per una traslazione per immagini. Film claustrofobico, fatto di interni bui e con tre personaggi quasi esclusivamente al centro della scena.
L’opinione di Undjimg dal sito http://www.davinotti.com

Solidamente costruito – pur se diretto da un autore avverso al cinema bis e abitualmente attivo su temi impegnati – perde punti nella poco riuscita conciliazione dei due “avversi” registri tematici: quello intellettuale (comunque predominante) e quello erotico. Ottimo il cast che molto punta sulla (già) maladoscelente Lara Wendel, alle prese con un tema parecchio audace: non esita, infatti, a sedurre il padre e quasi ci riesce, se non arrivasse in tempo la più matura Dalila Di Lazzaro. Prodotto da Franco Nero (anche attore di punta) può vantare una bella sound track, composta da Riz Ortolani.

L’opinione di Lucius dal sito http://www.davinotti.com

Una storia audace di quelle che pochi coraggiosi autori saprebbero trattare: un rapporto malato tra una figlia e un padre, trasferitisi in una misteriosa e vecchia villa di Lugano. L’ambientazione già di per sè affascina, il cast è ispirato e la Di Lazzaro da sola buca lo schermo con le sue doti di bellezza e classe innata. Non è il padre il vero ammalato, ma la figlia dalla sessualità patologica che cerca di sedurlo in ogni modo. Claustrofobico e morboso.
L’opinione di Stefania dal sito http://www.davinotti.com

Più che dramma borghese… dramma medicale! La malattia (psicosomatica) del padre vedovo (bancario con ambizioni letterarie) e della figlia orfana (collegiale smarrita, più che vogliosa) è la cifra tangibile di un malessere emotivo più che di un disfacimento morale: c’è ben poco di pruriginoso nel loro rapporto, è una specie di febbre fredda. Gli esterni lacustri e uggiosi, gli interni lussuosi ma anonimi dell’hotel svizzero, i primi piani sui volti contratti o affranti: tutto coerente, ma tutto meccanico, perciò neppure il finale -tragico- ci scuote. Malinconico e corretto.

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agosto 25, 2015 Posted by | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Gente di rispetto

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Elena, una bella insegnante settentrionale, viene trasferita d’ufficio in un paese in provincia di Ragusa, in Sicilia. Per la donna è un’esperienza da subito traumatica, vista la grande differenza di cultura tra la sua e quella decisamente omertosa del posto; accolta con diffidenza dalla popolazione locale, Elena deve convivere anche con gli endemici problemi della gente di sicilia, stretta tra problemi sociali,un assenteismo scolastico dettato anche dalla sfiducia nello stato e dalla necessità di far lavorare i più piccoli ecc.

L’impatto traumatico con la nuova realtà è appena mitigato dall’affetto che le dimostra da subito il professor Michele Belcoree in qualche modo l’anziano avvocato Antonio Bellocampo.

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Inaspettatamente attorno a lei iniziano a morire uccise alcune persone che le avevano mancato in qualche modo di rispetto; uno di questi viene rinvenuto morto al centro della piazza, con un foro nella testa e un fiore in bocca,(da qui il titolo in inglese con cui venne distribuito il film, The Flower in His Mouth ) simbolo inequivocabile, come racconterà il maresciallo ,di un affronto recato ad una donna.
Ma qui siamo già nel finale del film, quando l’elemento sorpresa dell’autore ( o del mandante) dei vari omicidi sarà già stato svelato assieme alle motivazioni vere,reali dell’accaduto.
Nel mezzo assisteremo alla metamorfosi sia di Elena sia degli abitanti del paese, che passeranno dalla diffidenza e dall’ostilità iniziale ad una vera forma di rispetto in concomitanza con gli omicidi, che la gente ritiene essere ascrivibili a lei.

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Una donna capace di vendicarsi da se è una donna con gli attributi e come tale merita “rispetto”; ma Elena non ha nulla a che vedere con gli omicidi, anche se la polizia sospetterà di lei e dovremo passare attraverso una narrazione macchinosa per scoprire cosa nasconde l’intricata storia.
Luigi Zampa,fertile sceneggiatore e regista del cinema italiano, qui alla sua trentaseiesima opera dietro la macchina da presa, torna a parlare di sociale nel 1975 subito dopo Bisturi, la mafia bianca girato due anni prima ambientato nel mondo della sanità; in Gente di rispetto di scena è la mafia, una mafia che ha quasi un manto di onorabilità, in cui esistono delle leggi inviolabili e non oltrepassabili che però sono l’aspetto “pulito” dell’organizzazione, visto che poi i reali obiettivi sono il malaffare, le connivenze con la politica, gli affari sporchi.
Attraverso un meccanismo che ha una curiosa mescolanza di elementi gialli e thriller uniti a topoi tipici del cinema poliziesco, Zampa riduce per lo schermo
l’omonimo romanzo di Giuseppe Fava, il giornalista ucciso dalla mafia modificandolo in parte ma mantenendo l’assunto scritto da Fava nell’introduzione del romanzo stesso,”il delitto crea prestigio, il prestigio paga“, che porta lo spettatore fino alla conclusione perfettamente in linea con l’assunto di Fava, attraverso un the end che potrebbe sembrare bivalente ma in realtà non lo è affatto, come avrà modo di constatare lo spettatore.
Gente di rispetto è un film che ha dalla sua una trama interessante, anche se molto aggrovigliata e con alcune incongruenze gravi, un cast di ottimi attori che portano il livello recitativo e quindi la credibilità del film oltre la sufficienza ma anche, purtroppo, molti difetti.

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Primo fra tutti, difetto capitale, l’aver ignorato completamente le sfumature del romanzo a vantaggio di una narrazione snella ma frettolosa, poi la tendenza di zampa a sopravvalutare l’effetto “nobile” degli aspetti folkloristici della mafia, quel’apparente codice d’onore che verrà purtroppo smentito dalla realtà nel corso dei decenni successivi all’uscita del film.
Di difetti ce ne sarebbero altri, ma Zampa riesce a mascherare il tutto con la sua innegabile bravura con il mezzo di ripresa; a conti fatti Gente di rispetto è un prodotto godibile superiore a molti altri prodotti girati sul fenomeno mafia, ma indiscutibilmente troppo superficiale.
Bene il cast con una misurata e bellissima Jennifer O’Neill, un discreto James Mason (perchè usare un attore americano?) mentre decisamente in ombra è Franco Nero.Bene tutti gli altri, incluso Gora e i validissimi professionisti Orazio Orlando, Franco Fabrizi e Aldo Giuffré.
Film di non facile reperibilità; su you tube la versione presente, pur di buona qualità, è purtroppo in inglese.

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Gente di rispetto
Un film di Luigi Zampa. Con Jennifer O’Neill, Franco Nero, Claudio Gora, James Mason, Orazio Orlando, Franco Fabrizi, Carla Calò, Aldo Giuffré, Giuseppe Pellegrino, Gino Pagnani Drammatico, durata 115′ min. – Italia 1975

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Jennifer O’Neill … Elena Bardi
Franco Nero … Professore Michele Belcore
James Mason … Avv. Antonio Bellocampo
Orazio Orlando … Pretore Occhipinti
Aldo Giuffrè … Maresciallo
Claudio Gora … Onorevole Cataudella
Luigi Bonos … Canaino
Gino Pagnani … Profumo
Franco Fabrizi … Dottore Sanguedolce

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Regia: Luigi Zampa
Sceneggiatura:Leonardo Benvenuti,Luigi Zampa,Piero De Bernardi
Romanzo: Giuseppe Fava
Produzione: Zev Braun e Carlo Ponti
Musiche:Ennio Morricone
Fotografia: Ennio Guarnieri
Montaggio:Franco Fraticelli
Production Design : Luigi Scaccianoce
Costume Design : Danda Ortona

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L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it

E’ un film atipico per Zampa, quantomeno per la tipologia di messa in scena, per lo stile utilizzato nel proporre un messaggio comunque – come nei suoi canoni – critico nei confronti della società italiana. Qui in particolare la storia affonda il colpo sulla Sicilia malata di mafia ed omertà, così come viene raccontata nel romanzo di Giuseppe Fava da cui il film è tratto. Peraltro Fava, scrittore e giornalista, morirà assassinato proprio dalla mafia qualche anno più tardi. Nulla da ridire sul cast, nulla da eccepire sulle scelte registiche, il prodotto è ben realizzato, ma la storia è francamente un polpettone che mischia ciò che in quegli anni era più in voga nel nostro cinema: polizi(ott)esco e morboso, violenza e foschi intrighi popolari, a dare forma ad un thriller di paese, indagine sociale (alla ‘cinema civile’, Petri e Rosi insomma) con un pizzico di qualunquismo populista (caratterizzazioni stereotipate). Insomma, il risultato non può funzionare, nonostante in sceneggiatura mettano le mani, oltre al regista, Benvenuti e De Bernardi, e nonostante anche le discrete e morriconianissime musiche della colonna sonora.
L’opinione di Thegaunt dal sito http://www.filmscoop.it

Questo film di denuncia sembra la versione al femminile di Anni ruggenti dello stesso Zampa ambientato in una diversa realtà ambientale e temporale. L’inadeguatezza dei personaggi è l’elemento comune che li caratterizza, poichè catapultati in una realtà molto differente da quella di provenienza, si ritrovano loro malgrado a vestire dei ruoli senza accorgesene. In questo caso il ruolo può anche calzare anche a pennello per una donna che si ritrova paladina di diritti per le classi disagiate, scoprendo con amarezza che invece di manovrare viene a sua volta manovrata.
La storia è interessante perchè mescola cinema di denuncia all’interno di una cornice gialla sulla falsariga del Giorno della civetta, ma se la O’Neill è funzionale specie nella prima parte in questo suo costante spaesamento nei confronti di un contesto a lei alieno, Mason impone un aplomb un po’ troppo anglosassone per il suo ruolo, mentre Franco Nero purtroppo è sacrificato in un ruolo da specchietto per le allodole utile appunto alla parte “gialla” del film. Non il miglior Zampa, inferiore certamente al più solido Bisturi, che soffre per la scontatezza dell’elemento giallo del film, anche se il finale è molto bello nella sua perfetta ambivalenza

L’opinione di Bruce dal sito http://www.davinotti.com

Interessante ed originale giallo politico-sociale girato da Zampa con discreti risultati su di un soggetto tratto da un libro di Giuseppe Fava. Jennifer O’Neill è brava ad interpretare la maestra giunta in Sicilia e il suo totale sconcerto davanti ai più classici clichè della gente del posto (l’omertà, l’onore, il rispetto). Meno convincente è il ruolo di Franco Nero. Un ritratto particolare della realtà isolana, forse eccessivo e didascalico, comunque apprezzabile per la denuncia della profonda collusione tra politica e mafia. Da riscoprire.
L’opinione del Morandini

Giovane maestra del Nord va a insegnare in un paese della Sicilia occidentale. Tutti gli uomini che l’avvicinano sono trovati morti. Come macchina narrativa è anche troppo ingegnosa: una parabola sul potere nella forma di un giallo politico. Infastidisce e offende il modo in cui sono rappresentati la gente siciliana e i suoi costumi. Giustificate parzialmente nel campo della commedia erotica, certe accentuazioni deformanti non sono sopportabili in un dramma che pretende di essere realistico: diventano una forma di disprezzo. Tratto da un romanzo di Giuseppe Fava, il giornalista ucciso dalla mafia. La O’Neill attendibile, Mason spaesato.

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marzo 18, 2014 Posted by | Drammatico | , , , , , , | Lascia un commento

Un detective

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Il commissario di polizia incaricato del controllo degli stranieri Stefano Belli viene contattato per conto del noto e ricco Fontana per un incarico non ufficiale;in cambio di un notevole numero di milioni Belli dovrà indagare su Sandy Bronson, una modella britannica che ha un legame con Mino, il figlio dell’avvocato e se possibile farla rimpatriare.
Contemporaneamente dovrà verificare la solidità dell’azienda di Romani, un produttore discografico nelle cui aziende Vera Fontana, moglie dell’avvocato, intende investire somme importanti.
Se l’approccio con la modella Sandy si rivela tutto sommato abbastanza semplice nonostante la stessa usi tutti i mezzi per evitare il rimpatrio, quello con Romani si rivela immediatamente un grosso problema.
Belli infatti rinviene il corpo esanime dell’uomo nel suo appartamento, chiaramente oggetto di un omicidio.
belli così deve anche difendersi dai sospetti del collega Baldo, che non riesce a spiegarsi la presenza di Belli sul luogo del delitto.

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Franco Neri e Adolfo Celi

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Inizia per Belli un’indagine complessa,che partendo dalla foto di una donna nuda e senza volto porterà lo stesso a cercare l’autore dell’omicidio Romani tra persone che in qualche modo ha avuto modo di conoscere; la prima sospettata,Sandy e in seguito la cantante ripresa nuda nella foto e la stessa moglie del suo committente,Vera Fontana.
La ricerca di Belli si trasformerà in una corsa ad ostacoli, perchè moriranno delle persone e alla fine Belli, ormai chiaramente sospettato dai suoi stessi colpevoli, riuscirà a smascherare l’assassino assolutamente insospettabile e ad assicurarlo alla giustizia, rinunciando alla ricompensa che aveva originato il suo coinvolgimento nei fatti.
Un detective è un thriller abbastanza anomalo in relazione all’anno della sua uscita;nel 1969 i canoni del thriller all’italiana, che tanta fortuna avrà negli anni successivi non erano ancora stati fissati con chiarezza.
Diretto da Romolo Guerrieri subito dopo l’ottimo successo riscontrato dal più che discreto Il dolce corpo di Deborah dell’anno precedente, che in qualche modo era stato un precursore del genere thriller all’italiana,Un detective si differenzia da altri lavori precedenti e successivi perchè adotta degli stilemi appartenenti a più generi cinematografici.
All’impianto classico del thriller, con l’indagine che parte su un morto ammazzato per continuare tra altri delitti commessi da una mano ignota e insospettabile, il film unisce l’atmosfera tipicamente noir al personaggio che sembra preso di petto da un poliziottesco all’italiana, quello del commissario Belli.

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Delia Boccardo

L’uomo infatti è rude,manesco e incline non poco alla violenza;è un personaggio un po rozzo, sensibile al denaro ma in fondo con un personalissimo codice d’onore, che all’inizio sembra essere piegato dall’avidità.
L’aver accettato una notevole somma di denaro per un compito in apparenza semplice come quello di allontanare la fotomodella Sandy dal suo amante Mino, con l’accusa di essere interessata non all’uomo ma al suo ruolo sociale e sopratutto al suo denaro, non depone certo a favore del personaggio Belli.
Che però vedrà delinearsi con altro spessore il personaggio rappresentato;in realtà Belli non tenterà solo di pararsi la schiena dopo essere diventato a sua volta un sospettato nella catena di omicidi, ma mosso da un desiderio di verità arriverà fino in fondo alla storia, scoprendo l’autore dei delitti e rinunciando alla fine al premio in denaro concordato agli inizi.
Il film ha fascino, ma è anche caratterizzato da diverse pecche; spesso verboso, infarcito di dialoghi, lascia poco spazio all’azione, fatte salve le sequenze dell’inseguimento in città che rappresentano comunque uno dei primi paletti fissi del futuro genere del poliziesco all’italiana.

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Susanna Martinkova

La sceneggiatura è solida e il finale abbastanza sorprendente, il che depone a favore di un’opera in cui il colpevole non è noto dopo poche sequenze, ma viene scoperto solo nella parte finale e ad esso ci si arriva quasi per esclusione.
Il film sfiora solo marginalmente la Roma bene di fine anni sessanta, quel mondo dipinto in seguito ( e sopratutto mostrato dalla stampa) come una succursale di Sodoma e Gomorra;il sesso, la droga, i vizi della borghesia romana sono lasciati sullo sfondo a fare da cornice ideale ad un film che gioca tutte le sue carte sull’intrigo della morte del produttore discografico e la vicenda della modella Sandy e del suo amante, che come si scoprirà sono intimamente legate fra loro.
Ad interpretare il commissario Belli c’è Franco Nero, attivissimo dalla metà degli anni sessanta e protagonista, negli anni successivi, di film thriller o poliziotteschi, fra i quali vanno segnalati gli ottimi Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica,Giornata nera per l’ariete e L’istruttoria è chiusa: dimentichi.
Il rozzo e manesco commissario è interpretato dall’attore emiliano in maniera dinamica; privo del tradizionale baffo, che sembrava dare al suo volto un’immagine più cupa e inquietante, Nero disegna un personaggio all’inizio del film abbastanza antipatico.Lo spettatore non parteggia certo per lui, poliziotto corrotto e brutale.Il modificarsi della psicologia dello stesso e le vicissitudini della sua storia porteranno tutto nei canoni tradizionali, con il finale politicamente corretto in cui scopre l’assassino e rinuncia a quel denaro fonte di tutti i suoi guai.
A corredo, uno stuolo di bellissime attrici:Delia Boccardo, che interpreta co grazia il personaggio della modella Sandy,Florinda Bolkan, ambigua moglie di Fontana che tanta parte avrà nel film, la bellissima e biondo platinata Susanna Martinkova che interpreta la cantante Emmanuelle, futura moglie dell’attore Gianni Garko oltre ad una defilatissima ma affascinante Laura Antonelli e alla presenza (non accreditata) di Silvia Dionisio.

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Florinda Bolkan

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Laura Antonelli

Completano il quadro due grandi attori del cinema italiano:Adolfo celi nei panni dell’ambiguo Avvocato Fontana e Renzo Palmer, che interpreta da par suo il Commissario Baldo, collega di Belli che per primo sospetterà un coinvolgimento diretto del suo collega nella catena di omicidi che insanguinerà la città.
Conosciuto anche come Macchie di belletto, Un detective si avvale di una gradevole colonna sonora composta da Fred Bongusto.
Passato raramente in tv, Un detective è purtroppo un film di difficilissima reperibilità in rete

Un detective

Un film di Romolo Guerrieri. Con Florinda Bolkan, Adolfo Celi, Renzo Palmer, Franco Nero, Delia Boccardo, Roberto Bisacco, Maurizio Bonuglia, Susanna Martinkova, Marino Masé, Laura Antonelli Drammatico, durata 104′ min. – Italia 1969.

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Renzo Palmer

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Franco Nero: commissario Belli
Florinda Bolkan: Vera Fontana
Adolfo Celi: avv. Fontana
Delia Boccardo: Sandy Bronson
Susanna Martinková: Emmanuelle
Renzo Palmer: commissario Baldo
Roberto Bisacco: Claudio
Maurizio Bonuglia: Mino
Laura Antonelli: Franca
Silvia Dionisio: Gabriella
Marino Masé: Romanis
John Stacy: Porter
Vittorio Ripamonti: un poliziotto

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Regia Romolo Guerrieri
Soggetto Ludovico Dentice
Sceneggiatura Massimo D’Avak, Alberto Silvestri, Franco Verucci
Produttore Mario Cecchi Gori
Casa di produzione Fair Film
Fotografia Roberto Gerardi
Montaggio Marcello Malvestito
Musiche Fred Bongusto
Scenografia Giantito Burchiellaro
Costumi Luca Sabatelli

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Recensioni tratta dal sito http://www.pollanetsquad.it
“[…] La narrazione è a volte attardata da un’eccessiva verbosità, da velleità d’indagine psicologica non sempre condotte a fondo, o dal troppo labirintico congegno della sceneggiatura, pure la regìa sa far scattare le molle opportune nei momenti opportuni, ricavando con abilità un clima di mistero da una serie di ben scelti interni ed sterni romani e giungendo a comporre uno spettacolo che non ha poi molto da invidiare a certi thrillers americani di successo. Assai giusto nella sua parte, Franco Nero ha intorno a sé una Florinda Bolkan tutta ghiaccio rovente, una sensibile Delia Boccardo, una spavalda Susanna Martinkova, un incisivo Adolfo Celi, nonché Renzo Palmer e Roberto Bisacco.”

“[…] Nel mettere in immagini una sceneggiatura anche troppo affastellata di false piste e di cadaveri, Romolo Guerrieri non riesce a superare i limiti del mestiere. La Bolkan fa la tenebrosa con la stessa efficienza levigata con cui Nero fa il duro.”
L’opinione del Morandini
Dal romanzo Macchie di belletto di Ludovico Dentice. Commissario indaga su casa discografica e incappa in cadaveri. Il suo comportamento apparentemente ambiguo insospettisce la polizia. Macchinoso poliziesco con noiose, inutili e pesanti divagazioni e verbosità. Il personaggio del protagonista non è approfondito.

Recensione tratta dal sito http://www.cinefatti.it
Una volta l’Italia aveva i migliori cervelli del mondo che davano vita, con zero budget, a gialli pieni di idee, tensione, pathos e, soprattutto, dubbi fino alla fine del film e (a volte) anche oltre sui vari colpevoli e sospettati. Dal romanzo Macchie di belletto di Ludovico Dentice, lo sceneggiatore Massimo D’Avak e il regista Romolo Guerrieri diedero vita, nel 1969, al giallo Un detective, film che ha l’unico difetto di essere eccessivamente dialogico, ma ha tutto il necessario per appassionare gli amanti del genere, a partire da attori fantastici per finire all’intricata trama che terrà sulla corda lo spettatore fino alla fine perché, vi assicuro, il colpevole non si scoprirà dopo cinque minuti come, purtroppo, spesso accade oggi.(…)Questa è l’Italia cinematografica di genere che ci manca, l’Italia cinematografica che merita di essere visionata e anche ascoltata, la magnificenza delle musiche di Fred Bongusto e di altre colonne sonore relative a quell’epoca, firmate (parlando sempre di film di genere) da illustrissimi compositori come Fabio Frizzi (L’aldilà di Lucio Fulci) e tantissimi altri che credevano a tal punto nelle loro composizioni da renderle, a volte, addirittura migliori dei film ad esse associati.
Perfetta anche la fotografia di Roberto Gerardi che propone interni ed esterni di una nitidezza spiazzante – visto l’anno di lavorazione. E ripeto, zero budget. Che nostalgia! Amici CineFattiani, fateci un pensierino su questo gioiellino made in Italy. E’ un po’ lento ma merita, fidatevi di me!
Recensione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com
Il poliziesco italiano sfuma nei toni crepuscolari del noir internazionale che calano sul detective corrotto e manesco di Nero, suggerendo un’ipotetica “terza via” tra il giallo-thriller (pre)argentiano e gli inflazionati commissari di ferro degli anni a venire. Sebbene l’intreccio arranchi spesso nella macchinosità, la regia elegante e matura di Guerrieri è percepibile nelle atmosfere notturne (ben sottolineate dalle musiche di Bongusto), nell’aura pop-glamour che circonda la Martinkova e nella solida direzione del buon cast. Dal romanzo “Macchie di belletto” di Ludovico Dentice.

Recensione di Cotola dal sito http://www.davinotti.com
Bel giallo all’italiana, a tratti quasi noir, firmato dal bravo Guerrieri che conferma ancora una volta di non essere un regista dozzinale come tanti altri e di non essere stato valorizzato come merita. La storia non è il massimo, mentre molto interessante e riuscito è il personaggio dell’ispettore (per nulla simpatico e con cui è difficile identificarsi), così come lo sono le atmosfere torbide e sordide. Ottimo il finale. Insomma, per gli amanti del genere un film da non perdere.

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novembre 2, 2013 Posted by | Thriller | , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Marcia trionfale

Marcia Trionfale locandina

Paolo Passeri è un neo laureato, che con molti sacrifici è riuscito a terminare gli studi.
Ambirebbe ad arrivare ad occupare un posto in accademia, ma prima deve ottemperare agli obblighi del servizio di leva.
Viene così spedito in una caserma a Reggio, sotto gli ordini del capitano Asciutto.
Da subito il giovane, distinto, colto e sopratutto molto timido ha difficoltà di ambientamento; circondato da gente rozza, da istruttori con i paraocchi, l’uomo non riesce a integrarsi nella dura, rigida disciplina militare.
A colmare la misura arriva anche lo strano comportamento del capitano Asciutto, uomo in preda ad una profonda crisi di nervi; la concezione di quest’ultimo, della vita, risente della sua mentalità di militare.
L’uomo vorrebbe forgiare soldati d’acciaio, dimenticando che molti non hanno ne la volontà ne la forza di carattere per accettare i suoi ordini.

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Franco Nero (Capitano Asciutto) e Michele Placido (Paolo)

Ben presto Asciutto scopre che Paolo è in possesso di una buona cultura, e dopo averlo umiliato in più occasioni, prende in qualche modo a ben volerlo.
Ma la nevrosi del capitano è sempre latente; anche nella vita privata l’uomo mantiene un comportamento schizoide, arrivando a incutere un sacro terrore anche in sua moglie, che accetta supinamente quell’uomo rancoroso, brutale fino all’eccesso.
Paolo diviene ben presto il braccio destro del capitano, che così lo mette a guardia della moglie; lo stesso scopre così l’infedeltà della bella donna, oltre che diventarne, alla fine, l’amante.
Ma la storia è destinata a chiudersi tragicamente.

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Miou Miou

Abbandonato dalla moglie, il capitano perde completamente il lume della ragione, e finirà ucciso da un soldato di guardia, coperto da Paolo, che ha intuito il dramma che ha sconvolto la mente del suo ex superiore.
Condensare in poche righe una storia molto cupa, tetra come quella raccontata da Marco Bellocchio in Marcia trionfale, film del 1976, non è impresa semplice.
La struttura del film, pur lineare e abbastanza semplice nel suo svolgimento, tuttavia offre il fianco ad una serie di problematiche che il film stesso suscita, intriso com’è di un antimilitarismo evidente, in cui il mondo delle armi è visto come un ricettacolo di vizi e di disordine morale, che trova la sua massima esplicazione proprio nella figura di Asciutto, uomo che è militare fino nel Dna.

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Patrick Dewaere

E che proprio in virtù di questa sua forma mentis finisce per smarrire il senno, oltre che il senso del reale.
Il film passa dalla denuncia dell’ottusa protervia degli ufficiali, con conseguente sovra esposizione di quello che accade in una caserma (atti di vigliaccheria, nonnismo, viscido servilismo) alla descrizione di una storia d’amore ( ma il termine è davvero esagerato) tra il giovane neo laureato Paolo e la splendida Rosanna, la moglie del suo capitano, che alla fine lui tradisce proprio intessendo una relazione con la donna.

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I personaggi del film quindi non spiccano per doti umane; lo stesso Paolo, entrato timidamente in caserma, ne esce completamente cambiato  e diventa un simbolo di come la vita militare possa forgiare in negativo il carattere di un uomo, eliminandone i lati positivi e sostituendoli con quanto di peggio l’uomo possa mostrare.
Il film, che possiede una sua forza espressiva molto notevole, va giudicato comunque come un’opera eccessiva.
La furia di Bellocchio si abbatte su un’altra istituzione, ma questa volta con scarsa lucidità.

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I due personaggi principali, ovvero Paolo, interpretato da Michele Placido e il capitano Asciutto, interpretato da Franco Nero sono eccessivi in tutto; sono eccessivi nella recitazione, lo sono nei comportamenti, lo sono nei rapporti con gli altri.
I due attori caratterizzano a tal punto i personaggi da trasformarli più che in maschere tragiche, in caricature, il che probabilmente non era nelle intenzioni del regista.le varie scene di sopprusi, di angherie dei “nonni”, di piccole meschinerie quotidiane vengono amplificate, così come le reazioni del capitano fuori dalla caserma, dietro il tranquillo riparo delle mura domestiche.
Il suo rapporto con la bella moglie viene mostrato in tutta la sua crudezza; in una scena l’uomo mette fuori dalla porta, dopo averla percossa, la giovane moglie completamente nuda, costringendola ad umiliarsi per poter rientrare in casa.
Questo rapporto malato, che si concluderà con l’abbandono di Rosanna del tetto coniugale, è forse la cosa migliore del film, assieme alla recitazione della splendida Miou Miou e di Patrick Dewaere, amante della donna.
Il resto è un film frammentato, discontinuo e didascalico, in cui le frecce del regista, Bellocchio, sembrano avere traiettorie a zig zag.

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Un film con una sua forza, indiscutibile, ma che risente dell’ambigua scelta del regista di puntare su due storie parallele, quella della descrizione della vita in caserma e quella della descrizione del privato.
Un’ambiguità che alla fine costa cara.
Tuttavia siamo di fronte anche ad un bel film, in cui Bellocchio , aldilà degli errori descritti, mostra con forza e coraggio quelli che sono gli evidenti limiti di ua vita coercitiva come quella vissuta all’ombra della divisa militare.

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Marcia trionfale,un film di Marco Bellocchio. Con Michele Placido, Miou-Miou, Franco Nero, Patrick Dewaere, Nino Bergamini, Nicola Di Pinto, Piero Vida, Gisela Hahn, Vittorio Fanfoni, Alessandro Haber, Cyrille Spiga, Massimo Boldi, Peter Berling, Flavio Andreini, Dario Cantarelli, Daniele Pagani
Drammatico, durata 125 min. – Italia 1976.

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Franco Nero: capitano Asciutto
Miou-Miou: Rosanna
Michele Placido: Paolo Passeri
Patrick Dewaere: tenente Baio
Nino Bignamini: Guancia
Alessandro Haber: Belluomo

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Regia Marco Bellocchio
Soggetto Marco Bellocchio
Sceneggiatura Marco Bellocchio, Sergio Bazzini
Produttore Silvio Clementelli
Produttore esecutivo Giorgio Adriani
Casa di produzione Clesi Cinematografica, Renn Productions, Parigi, Lisa Film GMBH, Monaco
Distribuzione (Italia) Cineriz
Fotografia Franco Di Giacomo
Montaggio Sergio Montanari
Scenografia Amedeo Fago
Costumi Mario Carlini
Trucco Mario Di Salvio

luglio 20, 2010 Posted by | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

Confessione di un commissario al Sostituto Procuratore della Repubblica

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Il Commissario Giacomo Bonavia, un onesto e disilluso funzionario di polizia, tenta da anni inutilmente di incastrare il boss mafioso Ferdinando Lomunno, responsabile tra l’altro della morte del sindacalista Giampaolo Rizzo, amico dello stesso commissario. Non potendo incriminarlo, perchè ogni volta che è arrestato Lomunno riesce ad uscire pulito dalle inchieste, Bonavia decide di far uscire dal carcere Michele Lipuma, fratello di Serena, ex amante di Lomunno, nemico giurato dello stesso.

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Martin Balsam

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Marilù Tolo

L’uomo, travestito da poliziotto, tenta di uccidere Lomunno a colpi di mitra, ma riesce soltanto a uccidere le sue guardie del corpo, prima di essere ucciso a sua volta. Delle indagini viene informato il Sosituto procuratore della Repubblica Traini, che ben presto entra in rotta di collisone con il commissario. In un crescente clima di sospetti tra i due, il Procuratore inizia a indagare sul commissario, che a sua volta arriva a far mettere sotto controllo il telefono del Procuratore, servendosi del suo fido aiutante Michele.

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Franco Nero

La tensione tra i due arriva al massimo quando il Procuratore, che sta indagando sull’intreccio tra i tre killer morti, e gli affari poco puliti a cui non sono estranei il Sindaco, un onorevole e un presidente di bana, decide di sospendere il Commissario dal suo incarico, dopo aver scoperto che lo stesso sta coprendo Serena Lipuma, ora vittima designata di Lomunno, in quanto al crrente di troppi segreti. Sospeso, il commissario decide di farsi giustizia da se: armato di una pistola entra in un ristorante e con un solo colpo fredda Lomunno.

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Luciano Catenacci

Il Commissario viene arrestato, proprio mentre Traini è arrivato a scoprire tutti i protagonisti dell’intreccio mafia-politica-affari. Serena viene rapita e uccisa, perchè il suo nascondiglio viene scoperto dalla mafia grazie all’aiuto di Malta,, Procuratore della Repubblica. Il Commissario Bonavia paga con la vita il suo coraggio, ucciso da due killer in carcere, ma Traini, deciso ad andare a fondo, si reca da Malta.

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Il film si interrompe quà, lasciando presagire un’indagine sul Procuratore capo.
Confessione di un Commissario di Polizia al Procuratore della Repubblica, film del 1971 diretto da Damiano Damiani, è un ottimo prodotto, dal ritmo serrato e dalla trama scorrevole. Il contrasto tra i due protagonisti, Traini e Bonavia viene abilmente montato e esacerbato dai reciproci sospetti, come nella memorabile scena in cui i due si scambiano reciproche accuse.

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C’è tensione, nel film, c’è denuncia, c’è ritmo, e sopratutto c’è un cast assolutamente perfetto, che interpreta i vari personaggi con professionalità e abilità. Bravissimo Martin Balsam, il Commissario Giacomo Bonavia, un uomo integerrimo che inutilmente cercherà di far capire a Traini che i metodi della giustizia alle volte devono essere sorpassati da sitemi più duri. Bene anche Franco Nero, nel ruolo dell’onesto, ma testardo Traini, così come bravissima è Marilu Tolo nel ruolo di Serena

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Gran cast di caratteristi, che include Claudio Gora, il Procuratore della Repubblica Malta, Arturo Dominici, il losco avvocato della mafia Canistraro, Luciano Catenacci, il boss Ferdinando Lomunno, Giancarlo Prete, il sindacalista Giampaolo Rizzo. Un film a metà strada tra la denuncia e il poliziesco classico, che fa passare due ore in un nulla.

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Confessione di un Commissario di Polizia al Procuratore della Repubblica, un film di Damiano Damiani. Con Claudio Gora, Marilù Tolo, Martin Balsam, Arturo Dominici, Franco Nero.Nello Pazzafini, Calisto Calisti, Sergio Serafini, Giancarlo Prete, Bruno Boschetti, Giancarlo Badessi, Adolfo Lastretti, Luciano Lorcas, Giuseppe Alotta, Wanda Vismara, Michele Gammino Poliziesco, durata 103 min. – Italia 1971.

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Franco Nero … Il sostituto Procuratore Traini
Martin Balsam … Commissario Bonavia
Marilù Tolo … Serena Li Puma
Claudio Gora … Il Procuratore capo Malta
Luciano Catenacci Ferdinando Lomunno
Giancarlo Prete … Giampaolo Rizzo
Arturo Dominici … Canistraro
Michele Gammino Gammino
Adolfo Lastretti … Michele Li Puma
Nello Pazzafini … Il detenuto del manicomio
Calisto Calisti … Il mafioso
Adele Modica … Lina Paladino
Dante Cleri … Usher
Roy Bosier … Giuseppe Lasciatelli

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Regia Damiano Damiani
Soggetto Damiano Damiani, Fulvio Gicca Palli
Sceneggiatura Damiano Damiani, Salvatore Laurani
Produttore Mario Montanari, Bruno Turchetto
Casa di produzione Euro International Film, Explorer Film ’58
Fotografia Claudio Ragona
Montaggio Antonio Siciliano
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Umberto Turco

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ottobre 15, 2009 Posted by | Drammatico | , , | 1 commento

Scandalo

Scandalo, film del 1976 diretto da Salvatore Samperi, è un’operazione unica nel suo genere nella produzione del regista veneto, recentemente scomparso; si tratta di un film con componenti noir, anche se si discosta dal genere per l’ambentazione e per la storia. Un film cupo in maniera quasi eccessiva, nichilista sia nella trama che nella conclusione, amarissima, con personaggi che appaiono privi di anima e di umanità, fatta salva la giovane e virginale Justine, vittima innocente delle perversioni altrui, in particolare della madre e del suo amante.

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Franco Nero, Armand

Il film è ambientato in un piccolo centro della Francia, agli inizi del 1940, in prossimità dell’invasione nazista. Elaine è la farmacista del paese, sposata con un professore sempre in viaggio, uomo colto ma assorto nel suo mondo, sidinteressato a quello che gli accade attorno Nella farmacia, con Elaine, ci sono Armand, un comesso factotum e Marie, una commessa-cassiera che è anche l’amante di Armand. L’uomo ha una personalità contorta, è rabbiosamente preso da confusi ideali che sfociano, ben presto, in una forma di persecuzione di Eliane. Che, agli inizi, non tollera l’uomo, ma che ben presto finirà per cedergli, iniziando con lui un complesso rapporto quasi sado masochistico. Anzi, togliamo il quasi, perchè in effetti la dipendenza di Eliane, dapprima appena accennata, diviene ben presto totale.

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Andrea Ferreol, Marie

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Lisa Gastoni, Eliane

Armand, che ha in spregio i valori borghesi che la donna incarna, obbliga Eliane a rapporti sessuali sempre più degradanti, arrivando ben presto a umiliare la donna come quando ha un rapporto sessuale con Marie nella farmacia, sotto gli occhi di Eliane, umiliandola ancor più quando costringe le due donne a denudarsi e toccarsi. La relazione tra i due diventa sempre più morbosa, così come conteporaneamente il film vira ancor più verso un pessimismo palpabile: Eliane non è pù la vittima ricattata, ma è partecipe del crudele gioco del suo amante, che una sera la costringe a denudarsi e ad uscire dalla farmacia, dove verrà vista , per sua fortuna, solo da un ubriacone.

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La relazione tra i due prosegue fino agli estremi, ovvero fino a quando Armand non chiederà alla donna di avere rapporti con Justine: la ragazza, accusata dalla madre di essere l’amante di Armand, in realtà assolutamente innocente, finirà per immolarsi agli osceni desideri dell’uomo, la classica rivincita dell’uomo comune nei riguardi della borghesia. Consumato l’atto, Eliane, preda dei rimorsi e ormai convinta di aver valicato tutti i confini della morale, inghiotte un grosso quantitativo di sonniferi e va a sdraiarsi nel letto con il marito. Non si sa se morirà, perchè comunque la casa viene centrata da una bomba sganciata da un aereo, con conseguente olocausto finale.

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L’umiliazione di Elaine

Come già detto, il film vira decisamente sul nero, mostrando personaggi che sembrano presi da una tragedia, come Elaine, moglie insoddisfatta, è vero, tuttavia plagiata  e modificata da Armand, luciferino prodotto di una classe proletaria che in questo caso potremmo definire sporca e cattiva. Anche il professor Michou non ci fa una bella figura, distratto com’è dalle sue opere letterarie, dai suoi vasi e caratterizzato da un quasi patologico disinteresse per il quotidiano. Unico personaggio positivo è Justine, la fragile adolescente che finirà, succube della madre, per diventare la vittima sacrificale di Armand, cedendo la propria verginità come olocausto purificatore, lei che è l’unica vera vittima della storia. Il finale, assolutamente cattivo, mescola però le carte, unificando i destini di tutti, buoni e cattivi, che periranno nello stesso modo.

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A parte la solita tendenza di Samperi a privilegiare la parte morbosa del racconto, questa volta siamo di fronte ad un prodotto ben realizzato, grazie sopratutto alla concomitante presenza di una sceneggiatura finalmente comprensibile, ad una fotografia assolutamente fondamentale, con quel suo passare attraverso i chiaro/scuri di Vittorio Storaro, con musiche in sottofondo di Riz Ortolani. Gli attori sono ad un livello egregio: bene Andrea Ferreol nel ruolo di Marie, bene la Gastoni, che a 41 anni riesce a mostrare ancora il suo corpo senza grandi paure. Discreto Franco Nero, nel ruolo del cattivissimo e arrabbiato Armand, mentre Justine è interpretata dalla graziosa Claudia Marsani. Il professor Michou è Raymond Pellegrin, in un ruolo molto marginale, e in fin dei conti anche poco funzionale alla storia.

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Scandalo, un film di Salvatore Samperi, con Franco Nero, Lisa Gastoni, Raymond Pellegrin, Andréa Ferréol, Claudia Marsani, Antonio Altoviti, Carla Calò, Franco Patano, Laura Nicholson, 1976 Drammatico

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Franco Nero … Armand
Lisa Gastoni … Eliane Michoud
Raymond Pellegrin … Professor Henri Michoud
Andréa Ferréol … Juliette
Claudia Marsani … Justine Michoud
Antonio Altoviti … Colonello
Carla Calò … Carmen
Franco Patano … Charles

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Regia: Salvatore Samperi
Sceneggiatura: Ottavio Jemma,Salvatore Samperi
Produzione: Silvio Clementelli
Musiche:Riz Ortolani
Montaggio:Sergio Montanari
Fotografia:Vittorio Storaro

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agosto 26, 2009 Posted by | Drammatico | , , , , , | 5 commenti

Autostop rosso sangue

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Unica incursione nel genere thriller di Pasquale Festa Campanile, Autostop rosso sangue è un road movie girato con il classico finale rape and revenge; un thriller robusto, pieno di colpi di scena, ambientato per ragioni economiche in Italia, anche se bisogna dire che i nostri Appennini non sfigurano affatto in paragone alle mountain americane. La storia, girata con pochi attori, è chiaramente basata sul ritmo, sulla violenza e perchè no, sul sesso, che ha una parte molto importante nello svolgimento del film.

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Una coppia in crisi, Eva e Walter, si prendono una vacanza e decidono di trascorrere un periodo di quiete, per ritrovarsi, nei boschi della California. Il viaggio serve per cercare un dialogo, ben presto interrotto dal casuale incontro con Adam, un bandito che ha appena compiuto una rapina e sta fuggendo con la refurtiva. Il giovane riesce a immobilizzare Walter e ne approfitta per violentare la donna. Walter riesce a liberarsi e a uccidere il bandito; il finale è assolutamente cinico e a sorpresa.

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Se la trama appare semplice e lineare, il film si segnala per l’ottima recitazione degli attori protagonisti, ovvero Franco Nero nel ruolo di Walter, sobrio e alla fine inaspettatamente crudele, Corinne Clery, bellissima e sexy nel ruolo di Eva, l’unica vera vittima innocente della storia, e infine David Hess, specializzato nei ruoli da bastardo. Il film è corredato da una sontuosa colonna sonora di Ennio Morricone, sempre presente nei momenti topici.

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Può sembrare un thriller canonico, ma in effetti Autostop rosso sangue mescola anche altro, come il tentativo di mostrare la crisi della coppia , l’intelligente uso delle parole, con dialoghi che non sono mai scontati e infine con alcune sequenze davvero importanti, come quella dello stupro alla luce di un falò.

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Un film da rivalutare, sicuramente, ed è un vero peccato che il regista di origini lucane, morto prematuramente nel 1986 non abbia poi cercato di bissare il genere, preferendo tornare al suo genere preferito, la commedia all’italiana, venata però di molta ironia e tanta malinconia.

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Autostop rosso sangue, un film di Pasquale Festa Campanile. Con Franco Nero, Corinne Cléry, Carlo Puri, John Loffredo,Monica Zanchi,David Hess
Drammatico, durata 102 min. – Italia 1977.

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Franco Nero: Walter Mancini
Corinne Cléry: Eve Mancini
David Hess: Adam Kunitz
Joshua Sinclair: Oaks
Carlo Puri: Hawk

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Regia Pasquale Festa Campanile
Soggetto Aldo Crudo, dal romanzo La violenza e il furore di Peter Kane
Sceneggiatura Aldo Crudo, Pasquale Festa Campanile, Ottavio Jemma
Fotografia Franco Di Giacomo, Giuseppe Ruzzolini
Montaggio Antonio Siciliano
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Giantito Burchiellaro

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Open title internazionale

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Titoli iniziali in italiano

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aprile 16, 2009 Posted by | Thriller | , , , | Lascia un commento

Giornata nera per l’ariete

In un tunnel si consuma l’aggressione al professor Lubbock; apparentemente sembra un atto teso alla rapina. Ma poco tempo dopo viene assassinata una donna invalida, Sophie, sposata ad un medico amico di Lubbock. Andrea, un giornalista con problemi di alcolismo, e con una vita privata burrascosa (ha lasciato la compagna con cui viveva da tempo, Helena, e vive con una spregiudicata ragazza Lu), indaga, per conto del suo redattore capo, Traversi.

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Franco Nero (Andrea)

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Rossella Falk

Ma le sue indagini creano problemi al dottor Bini, marito della defunta Sophie e finanziatore del giornale,  così Andrea si trova ben presto a rischiare il licenziamento. Ma improvvisamente Traversi muore, colpito da un infarto in un parco pubblico, inseguito dal misterioso assassino, che lascia vicino al cadavere dell’uomo un guanto privo di un due dita, tante quante sono le vittime che ha finora fatto.

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I sospetti della polizia, sopratutto dopo la violenta lite avvenuta tra Andrea e Traversi si indirizzano sul giornalista, che però non viene arrestato. Una sera Andrea riceve una misteriosa telefonata da Isabelle, donna bellissima e molto ricca, della quale è innamorato Lubbock, ma che viceversa andrà sposa ad un amico di questi, Valmont;

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Pamela Tiffin (Lu)

con la telefonata Isabelle dice di avere importanti informazioni da rivelargli e lo invita a recarsi, per incontrala, nell’hotel in cui vive. Andrea accompagnato da Lu, si reca all’appuntamento e scopre il cadavere di Isabelle nella vasca da bagno. La donna è stata strangolata, e nell’acqua galleggia il solito guanto, questa volta privo di tre dita. Andrea evita l’arresto grazie a Lu, che testimonia per lui; la donna sta per lasciarlo, e da questo momento Andrea è praticamente solo. Dopo aver in qualche modo riannodato il suo rapporto con Helena, Andrea scopre che Bini è impelagato in una storia squallida di voyeurismo, ma non fa in tempo a interrogare la prostituta spiata dal Bini, perchè quest’ultima viene brutalmente uccisa.

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Ira Furstenberg

Manca ormai solo un omicidio al misterioso assassino per compiere la sua terribile missione, e l’ultima vittima designata è Tony, figlio di Helena; ma Andrea riesce a salvarlo e a scoprire l’insospettabile assassino e sopratutto il suo movente.

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Silvia Monti

Diretto con mani abili da Luigi Bazzoni nel 1971, Giornata nera per l’ariete si segnala per il cast bene assortito che recita con sobrietà, per l’ottima fotografia e per il ritmo, una volta tanto non frenetico, d’ambientazione. Sicuramente all’altezza Franco Nero nel ruolo di Andrea, la bellissima Silvia Monti in quello di Helena, la sempre sexy biondissima Pamela Tiffin in quello della disinibita Lu, e le tre vittime al femminile, Rossella Falck (Sophie), Ira Furstenberg ( Isabelle) e una giovanissima e splendida Agostina Belli in quello della prostituta. Un thriller ben diretto, quindi, assolutamente godibile e senza sbavature di rilievo nella sceneggiatura; non ci sono delitti sanguinolenti o i soliti cadaveri massacrati, e questo è sicuramente un elemento fondamentale del film. Il film è tratto dal romanzo The Fifth Cord di David Macdonald Devine, e venne distribuito all’estero con questo titolo.

Giornata nera per l’ariete,un film di Luigi Bazzoni. Con Ira Fürstenberg, Edmund Purdom, Silvia Monti, Rossella Falk,Agostina Belli, Pamela Tiffin, Franco Nero, Wolfgang Preiss, Andrea Scotti, Guido Alberti, Renato Romano, Corrado Gaipa, Maurizio Bonuglia, Luciano Bartoli
Giallo, durata 95 min. – Italia 1971.

Andrea Bild: Franco Nero

Lu Auer: Pamela Tiffin

Isabelle: Ira Furstenberg

Edward Beaumont: Edmund Purdom

Helene: Silvia Monti

Sofia Binni: Rossella Falk

Giulia : Agostina Belli

Il commissario: Wolfang Preiss

Traversi: Guido Alberti

Riccardo Binni: Renato Romano

 

Regia Luigi Bazzoni
Soggetto David McDonald Devine (romanzo “The Fifth Cord”)
Sceneggiatura Luigi Bazzoni, Mario di Nardo, Mario Fanelli
Produttore Manolo Bolognini
Casa di produzione B.R.C. Produzione
Fotografia Vittorio Storaro
Montaggio Eugenio Alabiso
Musiche Ennio Morricone
Scenografia Gastone Carsetti
Costumi Fiorenzo Senese
Trucco Vittorio Biseo, Marisa Marconi

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aprile 4, 2009 Posted by | Thriller | , , , , , | Lascia un commento