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La mia droga si chiama Julie

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Un amore malato, drogato, folle.
Un amore nato per corrispondenza, tra un uomo che resta colpito nell’intimo al punto tale da decidere di incontrare la donna dei suoi sogni per allacciare con lei una relazione stabile.
E’ il canovaccio sul quale Francois Truffaut costruisce una storia nera, in cui l’amore e i sentimenti forti vengono dapprima esaltati e poi annichiliti da un finale nerissimo, amaro e crudele.
La mia droga si chiama Julie, diretto nel 1969 da Francis Truffaut è uno dei film meno amati dai critici e viceversa più esaltati dai fans del grande regista francese.
Tratto dal romanzo Vertigine senza fine in originale Waltz Into Darkness di William Irish pseudonimo sotto il quale scrive Cornell Woolrich,il film è una fiaba crudelissima e apologetica nel classico stile noir diTruffaut,qui alle prese con una vicenda che mescola sapientemente il tema sentimentale dalla struttura classica,ovvero il ricco che si innamora della povera cenerentola al giallo fino alle venature profondamente noir del finale del film, costruito con grande abilità attorno alle figure di Louis Mahé, ricco possidente di una piantagione di tabacco sull’isola di Reunion (facente parte dell’arcipelago delle isole Mascarene) e una donna bellissima,misteriosa e affascinante di nome Julie Roussel.

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Un amore nato per caso,che passa attraverso il rapporto epistolare tra Louis e Julie,che un giorno arriva come un temporale nella vita del ricco Louis; lei è bellissima,seducente,ma non è affatto simile alle foto che Louis possiede della sua amica di penna.
Ma lei è tanto bella che Louis perde la testa tanto che nonostante le menzogne che la donna si inventa per giustificare la sua differenza con l’immagine che Louis ha di lei lui decide di sposarla.
Fatalmente Louis,innamorato perdutamente della donna, le permette di accedere ai suoi conti bancari;Julie preleva quasi tutti i soldi del marito e fugge,lasciando l’uomo in preda alla disperazione e consapevole ormai del vero piano della donna.

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Scoperto che la donna si è sostituita alla vera Julie e con l’aiuto della sorella di lei Louis ingaggia un detective per per trovarla;distrutto psicologicamente e anche in difficoltà economiche,Louis si reca in Francia per cercare di riprendersi dalla brutta avventura.
Qui,a Cap d’Antibes, ecco il colpo di scena:l’uomo incontra la moglie che in realtà non si chiama Julie,ma Marion,è una prostituta dalla vita passata piena di miseria e sfruttamento.
Louis resta colpito dalla triste vicenda della donna, le offre il suo perdono e la possibilità di ricominciare.
I due decidono di ritirarsi a vivere in Provenza.
Ma qui vengono rintracciati e scoperti da Comolli, il detective ingaggiato da Louis,il quale,scoperto che Marion ha ucciso deliberatamente Julie,vuole consegnarla alla giustizia.
Louis reagisce uccidendo il detective, ormai assolutamente in balia del fascino sinistro di sua moglie.
Inizia cosi per la coppia una vita errabonda,con la polizia che è ormai alle loro calcagna.
Venduta la sua parte di proprietà della piantagione, Louis dissipa il patrimonio e sempre con la perfida Marion accanto si rifugia in montagna.
E’ innamorato ed è convinto che Marion lo ami; ma la donna ha in mente un piano preciso….

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Storia torbida, in tutti i sensi.
Che pesca a piene mani qua e la tra i peggiori istinti umani.
Louis è un debole,un uomo che dietro l’apparente solidità datagli anche dalla ricchezza,nasconde una profonda insicurezza e fragilità.
Marion invece,cresciuta nella miseria e nella carenza assoluta di valori umani pregnanti,ha metabolizzato un’amoralità totale, che la spinge a cercare ad ogni costo la ricchezza,quasi come forma di riscatto da una vita squallida, contrassegnata da un lavoro degradante e da un’assoluta mancanza di scrupoli.
I due universi alla fine cozzano e producono la tragedia.
Louis è incapace di vedere la vera natura di Marion, perchè è innamorato di lei,crede a tutte le sue bugie negando persino a se stesso l’evidenza delle cose.
Così,per amore,finirà per macchiarsi di un orrendo crimine,che lo porterà a pagare un prezzo altissimo al suo amore,con la perdita di tutto ciò che possedeva,dalla ricchezza alla propria dignità.
Una discesa degradante,simboleggiata da un finale così nero da non lasciare spazio ad alcuna mediazione,lasciando lo spettatore attonito davanti alla crudeltà e alla miseria morale di Marion.
Lei è una sfruttatrice,una creatura ormai persa che insegue solo il proprio interesse,che non coltiva nel cuo cuore alcun sentimento positivo; non c’è riscatto per lei,in nessun senso.
La sua triste vicenda umana non trova alcuna giustificazione nei suoi comportamenti;Louis la ama,potrebbe renderla felice ma lei è ormai morta dentro,incapace di capire che lui è la sua sola ancora di salvezza.

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Un amore disperato e anche unilaterale.
Se i personaggi sono estremizzati, lo sono volutamente.
Altrimenti come rappresentare il dramma della condizione umana relativo ad uno dei suoi valori fondamentali qual’è l’amore?
L’amore come dolore,come perdizione,come smarrimento dei valori fondamentali,come svendita della propria dignità.
Può sembrare una situazione paradossale,sino dalla sua costruzione.
Un rapporto nato non con il contatto fisico,ma con la parola scritta.
Punto primo di un dramma che sembra partire già in maniera impossibile.
In realtà accade.
Nell’era della multimedialità anche sulla rete nascono rapporti sentimentali.
Rapporti difficilissimi da creare prima,mantenere poi,consolidare in ultimo;i perchè sono ovviamente leagiti alla mancanza della fisicità,elemento fondamentale dell’unione di due individui.
Con questo genere di handicap solo un sentimento profondo può svilupparsi e crescere.
Louis ci crede ed è questa la sua dannazione,perchè quando si ritrova davanti la donna con cui crede di aver stabilito una relazione profonda, scopre improvvisamente che non è lei, che quei sentimenti,quelle parole che aveva trasfuso nella loro relazione sentimentale in realtà erano rivolte ad un’altra.
Colpevolmente,lui accetta di sostituire la sua “Julie” con quella donna affascinante che si spaccia per lei;c’è già quindi un elemento malato alla base di tutto, amplificato poi dal drammatico scorrere degli avvenimenti

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A distanza di 45 anni dall’uscita del film si potrebbero ampliare le implicazioni della base del film;la solitudine,il isogno disperato di affetto e tante altre componenti che sono alla base del successo delle relazioni via rete trovano oggi applicazione corrente.
Purtroppo i rischi di questo genere di relazioni sono altissimi;un po come in La mia droga si chiama Julie,accade a tanti di incontrare in rete quella che sembra l’anima gemella e che alla fine si comporta un po come Marion,un parassita che succhia le energie vitali per i propri fini abietti.

Il film è bello e affascinante; grazie a Jean Paul Belmondo e Catherine Deneuve, rispettivamente nei ruoli di Louis e di Marion, il film vola verso il tragico finale attirando come una calamita l’attenzione dello spettatore.
La folgorante bellezza della Deneuve rende il personaggio di Julie/Marion diabolicamente affascinante e sinistro.
Qualche parola sul finale del film.
Louis sceglie consapevolmente di perdonare la sua donna in nome dell’amore che nutre per lei;lei lo uccide lentamente,lui se ne accorge ma in un impeto di profondo e inalienabile amore la lascia fare e la perdona.

La mia droga si chiama Julie 8. Bel film,in stile Truffaut,nero e cattivo con un finale probabilmente surreale.Ma la vita alle volte riesce a stupire quanto un film.
La mia droga si chiama Julie

Un film di François Truffaut. Con Jean-Paul Belmondo, Catherine Deneuve, Nelly Borgeaud, Martine Ferrière, Marcel Berbert,Yves Drouhet, Michel Bouquet, Roland Thenot Titolo originale La sirène du Mississippi. Drammatico, durata 120 min. – Francia, Italia 1969.

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La mia droga si chiama Julie banner protagonisti

Jean-Paul Belmondo: Louis Mahé
Catherine Deneuve: Julie Roussel/Marion
Michel Bouquet: Detective Comolli
Nelly Borgeaud: Berthe Roussel
Marcel Berbert: Jardine
Yves Drouet: Sig. Hoareau, direttore di banca
Rolan Thénot: Richard

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Regia François Truffaut
Soggetto William Irish (romanzo)
Sceneggiatura François Truffaut
Fotografia Denys Clerval
Montaggio Agnès Guillemot
Musiche Antoine Duhamel
Scenografia Claude Pignot

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Pino Locchi: Jean-Paul Belmondo
Maria Pia Di Meo: Catherine Deneuve
Sergio Tedesco: Michel Boquet
Flaminia Jandolo: Nelly Borgeaud
Oreste Lionello: Marcel Berbert
Arturo Dominici: Yves Drouet
Anna Miserocchi: Madame Traviol

La mia droga si chiama Julie banner recensioni

L’opinione di Viola96 dal sito http://www.filmtv.it

(…) Difficile non intuirlo, ma ormai spero sia chiaro: Truffaut è nel mio cuore. Dopo aver descritto grandi menage a trois in tempi di guerra e aver consegnato alla storia saghe che dall’adolescenza arrivano all’età adulta, il grande maestro francese decide di impegnarsi in un lungometraggio di una brillantezza più unica che rara, in cui riesce come suo solito a mescolare con grande abilità melò e giallo, commedia e thriller. La mia droga si chiama Julie è probabilmente il più sottovalutato tra i film del francese, complice anche la grande quantità di citazioni e ammiccamenti, che lo rendono un bene necessario per i cinefili, ma che potrebbe risultare(ed è risultata) inconcludente per i critici di mezzo mondo. Invece il film è un capolavoro: un melodramma comico in cui l’amore si pone come unica liberazione dalle infamie della vita e dalle cattive intenzioni. La coppia di attori straordinari(Belmondo e Denueve), la musica spiazzante, i dialoghi eccezionali tra i due innamorati, contribuiscono a rendere il film quel gran film che è. Louis non conosce i rischi di prendere moglie per corrispondenza. Infatti, quando si sposa con Julie non può minimamente sospettare che quella è una truffatrice di nome Marion che ha come unico scopo quello di mettere mano al patrimonio del benestante marito. Quando la donna fugge, l’uomo la rincorre e cominceranno una nuova vita. Finchè lei non deciderà di voler mettere fine alla loro “felicità” per il gusto di avere qualche soldo in tasca. Importante da esaminare nel cinema della Nouvelle Vogue e di Truffaut in particolare è il ruolo e lo sviluppo della donna. Conosciamo le donne di Truffaut: belle, malvagie, seducenti, provocatorie, intelligenti e furbe. Julie/Marion presenta tutte le caratteristiche che potrebbero ricondurla alla donna tipo truffautiana.(…)

Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

L’opinione di Galbo

La dissoluzione dell’uomo in nome del sentimento amoroso. François Truffaut si ispira a suo modo al maestro Hitchcock (al quale ha dedicato un memorabile libro), e confeziona un giallo con profonde venature noir in cui più attenzione del solito (nell’ambito del genere) è dedicato alla caratterizzazione dei personaggi e vincente in questo caso è la scelta di Belmondo come protagonista, in un ruolo distantissimo da quelli generalmente interpretati dall’attore. Molto migliore il titolo originale rispetto a quello italiano.

L’opinione di Ilgobbo

Nuova trasposizione truffautiana di Irish/Woolrich. Belmondo, piantatore di tabacco al largo del Madagascar, sposa una tal Julie per corrispondenza. La donna che arriva non è quella vista in foto, è meglio (la Deneuve!), ma porterà guai. Liberissimo e iper-citazionista, è il film più “godardiano” di Truffaut (infatti fu un flop), ironicamente quando i due avevano già litigato. Da riscoprire, magari in versione integrale, dato che in Italia fu tagliato di una ventina di minuti abbondanti. Se aggiungiamo l’exploit dei titolisti c’è da munirsi di revolver…

L’opinione di Homesick

Il concatenamento di indizi, sospetti, raggiri ed imprevisti intesse un lungo preambolo di suspense hitchcockiana per la solenne celebrazione dell’amour fou, benefica “droga” in grado forse di guarire dalla bramosia del denaro e dai letali effetti di un veleno. Un armonioso compendio di temi cari alla sensibilità di Truffaut, eseguito dal passo a due tra il cieco romanticismo del fragile Belmondo e la recidiva perfidia della femme fatale Deneuve. Tassativo procurarsi la versione integrale originale: quella cut è tutta un altro film.

L’opinione di Cotola

Splendido dramma-noir, tratto da un romanzo di Cornell Woolrich, di marca squisitamente truffautiana dal primo all’ultimo minuto. C’è un plot “giallo” ma quello che interessa al regista francese è, al solito, l’amore (in questo caso fou). Intenso, emozionante, coinvolgente, con un finale da brividi. La Deneuve e Belmondo sono bellissimi e perfetti nei loro ruoli. Tantissime le citazioni di autori cari a Francois. Per oscuri motivi in Italia è sempre più arduo vederlo in versione integrale.

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luglio 26, 2015 Posted by | Drammatico | , , | 1 commento

Miriam si sveglia a mezzanotte

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Miriam e John Blaylock sono una coppia sposata; una sera agganciano una coppia di punk in un locale notturno, li invitano nella loro elegante casa e li uccidono succhiando subito dopo il loro sangue.
Miriam, infatti, è una vampira, ormai viva da oltre 40 secoli.
Ha sposato, tre secoli prima, il musicista John, promettendogli la vita eterna.
Mentre accadono questi fatti, la scena si sposta sulla vita di Sarah Roberts, una valente studiosa che da tempo segue il caso di animali soggetti ad un precoce invecchiamento, dovuto ad una decadenza accelerata delle cellule.

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Susan Sarandon è Sarah

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David Bowie è John

E’ a lei che si rivolge John, un giorno che scopre come anche a lui stia accadendo la stessa cosa; il suo organismo invecchia di colpo a vista d’occhio, e l’uomo si reca nello studio della dottoressa per cerarvi un rimedio.
Ma in sole due ore John passa dalla giovinezza alla vecchiaia, e riesce a malapena a tornare a casa, dopo aver tentato inutilmente di aggredire un giovane di colore per succhiarne il sangue.
John si rivolge disperato a Miriam, chiedendogli di aiutarlo, ma la donna confessa di non poter fare nulla per lui; lei è l’unica ad essere destinata ad essere immortale, per i suoi amanti c’è un destino peggiore della morte.

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L’invecchiamento veloce di John

Invecchiati fin quasi ad essere ridotti pelle e ossa, vengono sepolti, dalla diabolica Miriam, in casse mortuarie e conservati in solaio.
Proprio qui Miriam depone il suo ultimo marito, dopo averlo rinchiuso, ancor vivo, in una bara, al fianco di quelle dei suoi numerosi amanti che si sono succeduti nel corso dei secoli.
La donna vede in tv la dottoressa Sarah Roberts e rimane affascinata dai suoi studi; il caso vuole che arrivi a casa sua proprio Sarah, rimasta colpita dal breve colloquio con John, che portava sul suo corpo proprio i segni della malattia da lei studiata.
Miriam la soggioga e ne fa la sua amante, subito dopo la vampirizza.

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Quando Sarah si rende conto di quello che le è accaduto, torna da Miriam, appreso il suo destino, decide di morire.
Si auto infligge una profonda ferita con la croce Ank egizia che Miriam porta al collo.
Ma è come se a quel punto venisse meno un sortilegio: Miriam, sconvolta, fugge in solaio dove nel frattempo le anime dei suoi vecchi amanti sono finalmente uscite dai loro sarcofaghi, libere dalla terribile  maledizione.
Miriam precipita dal solaio e si schianta sul pavimento, trovando la morte.
Il finale del film vede…………

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La celebre sequenza della seduzione

Horror atipico e fuori da tutti i canoni, questo film di Tony Scott, fratello di Ridley; un film decisamente innovativo anche.
Miriam si sveglia a mezzanotte, girato nel 1983, presenta diversi elementi inusuali, a cominciare da una fotografia molto curata e raffinata, che riporta ad opere come Pretty baby, di genere completamente diverso o ai film di Hamilton, senza per questo avvalersi dell’uso esagerato dell’effetto flou.
Inusuale anche per il ritmo e la narrazione stessa del film, che si snoda su binari molto lenti e descrittivi, senza l’utilizzo del solito splatter, di bidoni di sangue e di scene da sobbalzare sulla sedia.

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Scott predilige il dialogo, usando una struttura narrativa che crea un’atmosfera rarefatta, in cui le vicende dei coniugi Blaylock sembrano prendere la piega più della storia d’amore disperata piuttosto che la solita brama di sangue tipica dei film con protagonisti eponimi di Dracula.
Se l’atmosfera del film è rarefatta, basata sui dialoghi e sulle atmosfere, le storie dei tre personaggi assumono ben presto l’amaro sapore della tragedia.
Se John pagherà con una fine atroce l’amore per la sua bellissima e incorrotta moglie vampira, Sarah in qualche modo rischierà di fare la stessa fine, e forse a lei sarà riservata la stessa orrenda sorte di miriam, costretta a vivere in eterno uccidendo gli altri per mantenersi giovane, per sfidare in pratica le leggi del tempo e della natura.
Incredibile l’inizio, con scene prese in un locale gotico/punk, in cui imperversa la celebre “Bela Lugosi Is Dead” dei Bauhaus, con ovvi riferimenti al re del cinema muto, uno dei primi vampiri dello schermo; in seguito, quando il film cala di velocità per diventare descrittivo e analitico, ecco apparire la melodia triste di Schubert, suonata da una ragazzina allieva di Miriam e del mairto.
pezzo forte del film è la celebre sequenza lesbo tra Miriam e Sarah, che dura davvero un’eternità, pur non possedendo nulla di morboso o degno di un voyeur; tutti i passaggi sono sottolineati, ovviamente in maniera non casuale, dal canto della schiava Mallika e della principessa Lakmè, tratto dall’opera Lakmè di Léo Delibès.
L’amore tra le due donne è commentato da questa musica, reso visivamente da una fotografia morbidissima e reso quasi pudico dall’utilizzo della dissolvenza e grazie all’ausilio di veli, che nascondono le nudità delle due donne, appena intravedibili.
I baci saffici tra Sarah e l’etera e aristocratica Miriam, sembrano avvolgere il film in un manto di astrazione che rende la scena indimenticabile.

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bene anche il finale, nel quale si scioglie la maledizione di Miriam e se ne apre un’altra… forse.
Il cast è ovviamente di assoluto rilievo: mentre a David Bowie è affidato il compito di marito e amante dell’immortale Miriam, alla bionda, algida e aristocratica catherine Deneuve è affidato quello della bellissima Miriam.
Del resto, chi più della bionda attrice francese avrebbe potuto impersonare un vampiro con un aria di superiore altezza rispetto agli altri umani, un’essere del quale innamorarsi perdutamente e altrettanto perdutamente dannarsi l’anima?
Sarah è interpretata da una dolente e bravissima Susan Sarandon, che  tratti sembra davvero persa in un’altra dimensione; la simpatia che ispira il suo personaggio dura fino alla fine del film, trascendendo anche un finale in cui ua volta tanto viene demolito il detto che il delitto non paga.
Un’opera di grande fascino, quindi, decisamente molto al di sopra della media, in cui Scott mostra già talento da vendere.
Cosa del resto confermata in seguito.

Miriam si sveglia a mezzanotte, un film di Tony Scott. Con Catherine Deneuve, David Bowie, Susan Sarandon, Cliff De Young, Dan Hedaya, Bessie Love
Titolo originale The Hunger. Horror, durata 97 min. – USA 1983.

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Catherine Deneuve: Miriam Blaylock
David Bowie: John
Susan Sarandon: Dottor. Sarah Roberts
Cliff De Young: Tom Haver
Dan Hedaya: Tenente Allegrezza
Bessie Love: Lillybelle
Dan Hedaya     …      Allegrezza
Rufus Collins    …     Charlie Humphries
Suzanne Bertish    …     Phyllis
James Aubrey    …     Ron
Ann Magnuson    …     La ragazza della  Discoteca
John Stephen Hill    Il ragazzo della  Discoteca
Shane Rimmer    …     Arthur Jelinek
Bauhaus    …     Il gruppo che suona in Discoteca

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Regia     Tony Scott
Soggetto     Whitley Strieber
Sceneggiatura     Ivan Davis, Michael Thomas
Produttore     Richard Shepherd
Fotografia     Stephen Goldblatt
Montaggio     Pamela Power
Effetti speciali     Martin Gutteridge
Musiche     Denny Jaeger
Scenografia     Clinton Cavers

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“È una pellicola vampiresca, dotata di inconsueta eleganza e di dolce immaginazione. Benché io non ami certo alla follìa David Bowie come attore, devo dire che la scelta sua e quella della algidissima Catherine Deneuve costituiscono un’arma vincente. Un bel film.

Raffinata pellicola sul vampirismo, intrisa di una forte vena d’erotismo che percorre (di fondo) l’intera sceneggiatura. Patinato, cerebrale, intriso di una componente di romanticismo quasi stucchevole, ma nobilitato da una colonna sonora vivace ed interessante. Deputato inizialmente alla regia, Alan Parker ha ceduto la mano al più commerciale Tony Scott…

Film di vampiri che può vantare una bella fotografia e ottimi attori. Per il resto la storia scorre molto (troppo) lenta e non mostra particolari innovazioni. L’esordio cinematografico di Tony Scott (fratello del ben migliore Ridley) è un film discreto e con tutta probabilità resta anche il suo migliore. Il film ha dato spunto per una serie di telefilm (credo prodotta proprio da Scott).

Una Catherine Deneuve stupenda (controfigurata nelle scene lesbiche con la Sarandon). Il sangue che dona la vita è ossessione della protagonista (visto la sua natura) e soprattutto di Bowie, vampiro suo amante, che invecchia senza possibilità di scampo e che si consola presto con la Sarandon. Scene di sesso patinate, ottima ambientazione chiusa (l’appartamento della vampira). Ricordo anche una bella scena sanguinaria. Anche per me supera bene i due pallini, senza ombra di dubbio.

Ottima pellicola girata dal fratello di Ridley Scott, che in questa occasione (e non solo in questa) dimostra di saper usare molto bene la macchina da presa, caratterizzando il film con una regia altamente professionale. La sceneggiatura è intrigante e la Deneuve splendida ed ambigua. Perfetto anche Bowie con il suo personaggio e incredibile la sequenza con cui invecchia velocemente. Ottimo esordio registico, un film che consiglio vivamente.”

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luglio 28, 2010 Posted by | Drammatico | , , , | 4 commenti

Bella di giorno

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Sono giovani e belli; lui, Pierre, è un affermato chirurgo innamorato del suo lavoro, lei Severine, è una donna elegante, affascinante. Pierre dedica troppo tempo al lavoro, così Severine inizia a fantasticare strani rapporti sadomasochistici. Un giorno capita per caso davanti alla casa di madame Anais, una maitresse che gestisce una casa d’appuntamenti. Severine, attratta inspiegabilmente da quel mondo così lontano dalla sua vita ordinaria, conosce Anais, ed entra a lavorare come squillo all’interno della casa.

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Jean Sorel e Catherine Deneuve

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Non ha bisogno di soldi, Severine; ma sembra in preda ad un autolesionistico bisogno di punirsi, così come sembra attratta dalla morbosità di quella che diventa ben presto una doppia vita. Bella di giorno, moglie affettuosa e compagna la sera e la notte. Un giorno però le cose cambiano; all’interno della casa d’ appuntamenti Severine conosce Marcel, un bel giovane dal passato e dal presente burrascoso. L’uomo si innamora di lei, e dopo aver appreso che la donna è sposata, cerca di convincerla ad andare a vivere con lui.

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Ma Severine, in fondo, è attratta solo da quell’esperienza assolutamente anticonformista, e rifiuta le avance dell’uomo. Messa alle strette, decide di lasciare per sempre la casa di Madame Anais, Marcel non accetta le cose, e progetta ed esegue un attentato contro Pierre; l’uomo rimane gravemente ferito e menomato, mentre Marcel viene ucciso in uno scontro a fuoco. Sarà un amico di Pierre a rivelare a quest’ultimo la verità sulla moglie, dopo averla incontrata a casa di madame Anais. Luis Bunuel gira nel 1967 questo film incentrato sulla doppia personalità e sulla doppia vita di Severine, una donna all’apparenza frigida, e che si trasforma improvvisamente in una prostituta in un impeto di annullamento della propria personalità.

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Usando i suoi grandi mezzi cinematografici, la sua capacità di scandagliare l’animo umano quasi fosse uno psicanalista e di saper poi proporre in immagini il risultato del suo lavoro, Bunuel elabora splendidamente un film sospeso a tratti tra il reale e l’immaginario, anche se non si addentra nelle motivazioni del comportamento della donna, lasciando evidentemente allo spettatore il compito di analizzare e metabolizzare il tutto. Grazie alla maiuscola prova della Deneuve, che sembra una vergine di ferro nella vita famigliare, mentre si trasforma in un essere ambiguo quando è nella casa d’appuntamenti , il film che come tutte le opere di Bunuel è estremamente descrittivo, scivola congruamente verso il finale, in parte inaspettato.

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Ottime le prove di Francisco Rabal, Michel Piccoli, Geneviève Page, Georges Marchal,Jean Sorel, Pierre Clémenti, Françoise Fabian. Da segnalare sopratutto Jean Sorel nel ruolo di Pierre e il bello e dannato della situazione, Pierre Clementi. Premiato con il Leone d’oro a Venezia, circolò in versione edulcorata,priva della sequenza fondamentale in cui Severine rifiuta di fare la prima comunione, scena che avrebbe permesso agli spettatori di alzare un velo sulle motivazioni del comportamento della donna.

Il film è disponibile in una splendida versione digitale su You tube,all’indirizzo:  http://www.youtube.com/watch?v=4TaRWJKs148

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Bella di giorno, un film di Luis Buñuel. Con Catherine Deneuve, Francisco Rabal, Michel Piccoli, Geneviève Page, Georges Marchal.Jean Sorel, Pierre Clémenti, Françoise Fabian Titolo originale Belle de jour. Drammatico, durata 100 (105) min. – Francia 1967.

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Catherine Deneuve: Severine Serizy / Bella di giorno
Jean Sorel: Pierre Serizy
Michel Piccoli: Henri Husson
Genevieve Page: Madame Anais
Pierre Clementi: Marcel
Françoise Fabian: Charlotte
Macha Méril: Renee
Francisco Rabal: Ippolito
Francis Blanche: sig. Adolphe

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Regia: Luis Buñuel
Soggetto: Joseph Kessel
Sceneggiatura: Luis Buñuel, Jean-Claude Carrière
Fotografia: Sacha Vierny
Montaggio: Louisette Hautecoeur
Scenografia: Robert Clavel

Gabriella Genta: Severine Serizy / Bella di giorno
Luciano Melani: Pierre Serizy
Roberto Villa: Henri Husson
Adriana De Roberto: Madame Anais
Emilio Cigoli: Ippolito
Sandro Merli: sig. Adolphe

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L’opinione del Morandini

Moglie masochista e frigida di un medico parigino, Séverine si prostituisce dalle 14 alle 17 in una casa di appuntamenti, spinta da un ambiguo senso di colpa e da un’ansia di espiazione che non riuscirà a realizzare. Da un mediocre romanzo (1929) di Joseph Kessel, sceneggiato con J.-C. Carrière, Buñuel ha tratto un film soltanto esteriormente “rosa” ed elegante, di struttura binaria, basato sulla doppia personalità della protagonista, la continua oscillazione (e confusione) tra realtà e sogno, il binomio Sade/Freud e quello sessualità/cattolicesimo. Lo governano una geniale ironia e la leggerezza del tocco. Dall’edizione italiana la censura ha tolto 3 brevi scene tra le quali l’importante flashback su Séverine bambina che rifiuta di fare la Prima Comunione. Fotografia di Sacha Vierny. Leone d’oro a Venezia 1967.AUTORE LETTERARIO: Joseph Kessel
L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.com

Ispirato ad un romanzo redatto nel 1929 da Joseph Kessel, il film di Buñuel supera di gran lunga il modello di partenza grazie alle sfumature psicologiche d’una protagonista dalla duplice personalità (sublimata dalla dicotomia Sade/Freud): la brava (e bella ma non occorre aggiungerlo) Catherine Deneuve nei panni di Séverine ci induce in uno stato di pietosa compassione; prima masochista, poi spinta da rimorso e senso d’espiazione (che non potrà raggiungere) afflitta da sensi di colpa ed ansia. Girato con garbo, in esatto contrasto di contenuto.

L’opinione di Alessandra Verdino dal sito http://www.mymovies.it
E’ uno dei film che preferisco. La giovane Sévérine, sposata e frigida (perché il marito non sa sbloccarla?) per vincere i suoi complessi di natura sessuale è costretta a recarsi quotidianamente in una casa di appuntamenti di Parigi. A parte l’immensa bravura del regista Luis Bunuel, che gioca sull’alternanza realtà/sogno, ritengo che questo film sia una pietra miliare per comprendere a fondo le donne. In fondo, tutte noi desideriamo staccarci da un’esistenza grigia, e volare via, e avere l’amore di molti uomini. Freud diceva che la nevrosi è causata dal sesso, da come si vede il sesso da bambini e come questo istinto è cresciuto con noi. Ecco una bellissima storia di una nevrosi femminile, causata da un problema sessuale, naturalmente. Come ho già detto, perchè il marito non riesce a sbloccarla? E’ troppo per benino, mentre Sévérine sogna veramente il sesso, che è sì donazione di se stessi, ma che è un istinto a cui non si può e non si deve assolutamente rinunciare. Per questo si ammala, si abbruttisce, desiderando davvero abbruttirsi, coltivando fantasie sado-masochistiche, e gettandosi tra le braccia di chi capita. In fondo, Sévérine vuole solo sentirsi una donna, e sentirsi quindi desiderata ed anche posseduta. Coltiva il sogno, e lo fa diventare realtà, di andare con molti uomini. Lei vuole solo essere amata – ma amata da donna/amante, non da dolce bambolina. Catherine Deneuve, con la sua bellezza eterea, sofisticata ed apparentemente irraggiungibile, è perfetta per questo ruolo. Quest’immagine presupponeva una donna apparentemente morigerata, ma capace di veramente di scatenarsi con gli uomini. Mai scelta è stata tanto azzeccata. Rappresenta bene un certo tipo di donna, e, secondo Freud, come tutte le donne, in fondo, sognano di essere.

L’opinione di Steno79 dal sito http://www.filmtv.it
Il più grande successo commerciale di Bunuel fu questo “Bella di giorno”, inquietante esplorazione dei fantasmi masochisti di una giovane moglie borghese apparentemente candida e virginale, interpretata con sorprendente aderenza e notevole precisione compositiva dalla giovane e ancor bellissima Catherine Deneuve. Affiancato dallo sceneggiatore Jean-Claude Carrière, Bunuel realizza il film con uno stile apparentemente classico, ma in realtà aperto alle suggestioni moderniste, poichè giustappone in una maniera pressochè “invisibile” scene realiste e sequenze oniriche, lasciando sempre trasparire un certo margine di ambiguità dalle immagini. E’ l’adattamento di un romanzo scritto negli anni Trenta da Joseph Kessel, con riferimenti neanche tanto velati alle opere del Marchese de Sade, e con un potere di suggestione “erotica” che spesso deriva da certe allusioni che non vengono mai del tutto chiarite (ad esempio, la misteriosa scatola del cinese), senza mai cadere nei compiacimenti e nelle volgarità di cui abuseranno tanti imitatori dello stile di Bunuel. Opera audace per i tempi in cui fu realizzata, mantiene una perfetta vedibilità a tanti anni di distanza e molto del merito è da attribuire all’affascinante protagonista, ben affiancata da Jean Sorel, Michel Piccoli e Pierre Clementi.

L’opinione del sito http://www.riflessocinefilo.blogspot.it
(…) L’oscillazione tra il sogno e la realtà, l’ordinario e lo straordinario che si fondono assieme fino a confondersi.
Che Bella di Giorno sia un film interessante e dalle molteplici sfaccettature non c’è ombra di dubbio, guardandolo però la cosa che più ha intrigato è stata la simbologia. Il fatto che la maggior parte degli elementi siano predisposti con la sapienza di un gran maestro del surrealismo, capace di mostrare il significato recondito dello spirito umano attraverso oggetti che potrebbero sembrare banali. Ogni simbolo ha evocato significati che hanno a loro volta mostrato sentimenti, schiudendo un labirintico mondo onirico nel quale non si finisce mai di trovare e scoprire.
Séverine (Catherine Deneuve) è una donna insoddisfatta che gli eventi e la banalità della vita borghese hanno reso frigida e distaccata. Nell’estremo tentativo di ritrovare se stessa finirà per prostituirsi e diventerà così Bella di Giorno.
La storia oscilla tra i due mondi, quello onirico della fantasia e del desiderio e quello della realtà, del vivere quotidiano. Buñuel rappresenta così un elemento basilare del surrealismo, quello del sogno inteso come momento di liberazione dove l’essere umano esprime il suo istinto reale, diventando allo stesso tempo luogo di rifugio contrapposto al mondo. Séverine prostituendosi da vita reale ai suoi sogni e attraverso questo comportamento considerato immorale e corrotto cercherà in una sorta di analisi di ritrovare se stessa. La casa di madame Anaïs diventa così una specie di limbo tra il reale e l’irreale. (…)

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agosto 3, 2009 Posted by | Drammatico | , , , , , , , | Lascia un commento

Anima persa

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Cupo, tetro dramma famigliare diretto da Dino Risi nel 1976; Tino, un diciannovenne pittore poco convinto dei suoi mezzi, si reca a Venezia, ospite di un cugino di suo padre, Fabio, per frequentare una scuola di pittura. L’ingegner Fabio è una persona severa, colta, mentre sua moglie Elisa è una donna molto insicura, fragile e probabilmente anche dedita di nascosto all’alcool.

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Catherine Deneuve è Elisa

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Vittorio Gasmann è l’Ingegner Bruno

Immediatamente Tino si rende conto dell’atmosfera claustrofobica della casa; una sera sente distintamente suonare un pianoforte, altre volte sente un calpestare di passi provenienti dalla soffitta. Chieste spiegazioni a sua zia, ne riceve in cambio vaghe risposte, così un giorno, grazie all’anziana servitrice di casa, apprende che in soffitta è rinchiuso Berto, un dottore esperto in scienze naturali che è fratello dell’ingegner Bruno, che vive segregato da tutto e isolato dopo aver perso il senno.

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Poco alla volta Tino si rende conto che nella casa aleggia un mistero, terribile, sospeso nell’aria; tra mezze ammissioni, confessioni, Tino apprende da Elisa la storia di Berto: l’uomo è impazzito dopo aver causato la morte di Beba, la figlia di dieci anni del primo matrimonio di Elisa. L’uomo, che provava una passione morbosa per la bambina, aveva tentato di insidiarla, così un giorno Beba, scappando era caduta in un canale, affogando. Sorpreso da suo zio a rovistare con una sua amica modella di nudo in una stanza piena di ricordi della bimba, Tino aggiunge un tassello alla fosca storia; secondo la versione dell’ingegner Fabio, Beba è morta a causa di sua madre, che non aveva curato una sua polmonite, perchè gelosa dell’affetto che la bambina provava per lui.

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Poco convinto dalle due versioni, Tino indaga e scopre che nella tomba di famiglia dell’ingegnere in realtà la bambina non è sepolta. Non solo: scopre anche che suo zio ha mentito sul lavoro, che non è più dipendente dell’azienda del gas da oltre 15 anni e che passa molto del suo tempo libero dilapidando il patrimonio della moglie al gioco. Sempre più turbato, Tino decide di conoscere il famoso Berto, rinchiuso in soffitta, e quando entrerà nella stanza, tutto il quadro della situazione diventerà chiaro all’improvviso, provocando la sua fuga da quella casa opprimente, con i suoi segreti e le sue bugie, immersa in un’aria di fosca pazzia.

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“Perché i pazzi, come i bambini, conoscono la verità”

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Sospeso tra il thriller, il dramma e il giallo, Anima persa regge benissimo fin quasi alla fine il suo copione; atmosfera opprimente, decadente, amplificata da una casa che sembra un museo settecentesco pieno di mistero e ombre. Fin quasi alla fine, dicevo, perchè proprio il finale lascia aperte le porte a una serie di domande, perchè spiazza lo spettatore con la sua soluzione imprevista, lasciando dubbi sui racconti dei protagonisti. Forse non è nemmeno questo il punto debole, quanto l’illogicità della situazione che si verrà a creare, con Beba che da figlia si trasforma in moglie, aprendo una voragine nella sceneggiatura.

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Però, al di là di questo, il film si lascia guardare quasi come un thriller, pur nell’eccesso della recitazione di Vittorio Gasmann, troppo tesa al teatro e poco al cinema, pur al solito eccezionale per espressività. Brava anche Catherine Deneuve, che tratteggia benissimo il carattere docile, quasi succube di Elisa, una donna con molte ombre, assolutamente incomprensibile nel gioco che sosterrà fino alla fine. Bene anche Danilo Mattei, che forse alla fine risulta il migliore, con quella sua aria spersa di giovane candido messo di fronte ad una storia troppo grande per lui. Molti i dialoghi di rilievo, come quello tra Bruno ed Elisa: ““A volte penso che mi piacerebbe vivere in un rebus (Bruno)”. “Perchè, non è così? Non viviamo tutti dentro un rebus?/Elisa) ” , oppure la confessione di Elisa al nipote, preludio del drammatico finale: “Gli anni sono come una gomma che tutto cancella. Leggera, invisibile. Piano piano passa sugli occhi, sul naso, sulla bocca e rende tutto sfumato, incerto, confuso. Questa gomma la sento passare e ripassare ogni istante“. O ancora le parole che l’ingegner Bruno dice a Tino passando davanti al manicomio: “”Povere creature, colpevoli soltanto di non aver accettato il buon senso e le sue regole infami. Lo sai perché li tengono rinchiusi? Perché i pazzi, come i bambini, conoscono la verità. E la gente ha paura della verità“. Pazzia, claustrofobia, aria malsana, malata; questo si respira nel film prima della ventata di aria fresca rappresentata dalla partenza di Tino da Venezia, quando dice al gondoliere che lo trasporta ” I miei disegni valgono meno delle tele su cui sono stati fatti ” Un bel film, da riscoprire.

Anima persa, un film di Dino Risi. Con Vittorio Gassman, Catherine Deneuve, Danilo Mattei, Ester Carloni, Anicée Alvina, Gino Cavalieri, Michele Capuist, Ester Canoni
Thriller, b/n durata 100 min. – Italia 1977.

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Vittorio Gassman: Fabio Stolz
Catherine Deneuve: Elisa Stolz
Danilo Mattei: Tino
Anicée Alvina: Lucia
Ester Carloni: Annetta
Michele Capnist: Il duca
Gino Cavalieri: professor Sattin

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Regia Dino Risi
Soggetto Giovanni Arpino
Sceneggiatura Dino Risi, Bernardino Zapponi
Produttore Pio Angeletti Adriano De Micheli
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Alberto Galliti
Musiche Francis Lai
Scenografia Luciano Ricceri
Costumi Luciano Ricceri

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giugno 14, 2009 Posted by | Thriller | , , | 6 commenti