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Blow up

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Una macchina fotografica e una pellicola, l’ingrandimento di un fotogramma (il cosiddetto Blow up) possono diventare una rappresentazione della realtà, di quanto visto oppure possono diventare manipolabili? E’ attendibile una sequenza di foto? Oppure comunque tutto dipende dall’osservazione? E poi, la realtà cos’è e in cosa consiste? Guardando Blow up di Michelangelo Antonioni ci si pone queste e molte altre domande; del resto si tratta di uno dei film più analizzati e commentati della storia del cinema, che offre molte interpretazioni e molti spunti di riflessione.

Il grande regista italiano utilizza un racconto di Julio Cortazar,La bava del diavolo che fa parte di un gruppo di 5 racconti inseriti in un libro uscito in libreria con il titolo Las armas segretas modificandolo a modo suo per creare un film assolutamente unico, di difficile interpretazione univoca.I temi affrontati ( e affrontabili dallo spettatore) passano indifferentemente dal tenue confine tra sogno e realtà, mescolato all’incomunicabilità e all’isolamento dell’individuo nello specifico nella opulenta e contraddittoria società inglese. Affrontare quindi la trama del film è impresa improba,proprio per la difficoltà di distinguere le reali azioni del protagonista,uno straordinario David Hemmings, da quell’immaginario che lui vede o crede di vedere. Un rapporto con il reale che il protagonista media con la sua macchina fotografica, occhio meccanico che coadiuva,sostituisce integra quello umano,creando di fatto una vita parallela con quella quotidiana.

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David Hemmings,uno tra i volti più anglosassoni immaginabili per la parte (come del resto Caine o Moore) si muove in uno scenario quasi onirico,sospeso tra un mondo che appare reale solo a tratti;è uno stimato ed apprezzato fotografo,forse un po frivolo ma in realtà il mondo nel quale si muove,la swinging london lo è altrettanto.Un mondo fatuo, in cui i rapporti umani contano poco.Disumano e disumanizzato,alienato per certi versi.

Thomas (questo il suo nome) è diventato anche lui un elemento inerte di quel mondo; eppure ha sentimenti,è un fotografo molto attento a ciò che avviene sotto i suoi occhi.Ma è anestetizzato, è figlio parzialmente incolpevole e inconsapevole della società inglese della metà degli anni sessanta;sta per realizzare un investimento,l’acquisto di una bottega antiquaria.Tuttavia non è affatto contento di se stesso e della sua vita; pur non avendo problemi con il lavoro e con le donne è inquieto e sfoga questa sua inquietudine girando ossessivamente alla ricerca di uno scatto,di qualcosa che lo ispiri davvero.

Durante una passeggiata davanti ad un parco Thomas nota due persone intente a scambiarsi effusioni;preso da un’istintiva curiosità,scatta alcune foto cercando di non farsi notare.

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Ma una donna si accorge della sua presenza e lo insegue;Thomas si allontana e si rifugia nel suo studio dove viene raggiunto dalla misteriosa Jane,la donna del parco che gli chiede insistentemente il rullino. Con una mossa a sorpresa, Thomas consegna a Jane un rullino non sviluppato e una volta che la stessa si è allontanata decide di esaminare gli scatti fatti.La sorpresa e lo sconcerto sono evidenti:nella foto a Thomas sembra di vedere qualcuno che ha commesso un omicidio.Così il fotografo decide di investigare personalmente; recatosi al parco trova il corpo inanimato dell’amante di Jane.

Tornato in studio, scopre che tutto il materiale riguardante Jane,il parco e il presunto omicidio è stato portato via.Una corsa al parco,dopo una notte a base di droga,rivela a Thomas una verità sconcertante:non c’è alcuna traccia del corpo dell’uomo…

Blow up si conclude quindi in modo enigmatico,lasciando molte più domande e poche risposte rispetto all’assunto iniziale.A cosa abbiamo davvero assistito?Spazio all’immaginazione.

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Dopo aver letto la trama,dopo aver visto il film, ci si interroga.Fatalmente,inevitabilmente.Ad una prima visione ed analisi alcune cose sembrano oscure,con una seconda visione appare qualche sprazzo di luce.Ma non è abbastanza.Tuttavia si può azzardare qualche ipotesi semplicemente analizzando l’opera del grande maestro.Il 1966 è un anno del tutto particolare;Londra è la capitale della cultura europea con Parigi,sembra esplodere con tutti i suoi fermenti,con la musica rock e pop che impazzano tra i giovani,con gli echi della contestazione giovanile,con le mode dei giovani che sembrano fare a brandelli un mondo che era immobile da tanto troppo tempo.

Antonioni si muove in silenzio su questo sfondo,cercando di mediare il personale del protagonista con il reale della vita londinese.Thomas sembra non capire bene il mondo in cui si muove.Un mondo moderno ma anche alienante;tutta la sua arte sembra perdersi nell’estraneante vita che lo circonda.E’ un fotografo,ma quello che vede sembra non conciliarsi con quello che la fotografia,mezzo meccanico infallibile e che non ha problemi di percezioni diverse da quello che impressiona in effetti gli produce.La realtà dei dormitori sulla quale inizialmente Thomas punta l’obiettivo è una delle facce della swinging london;una realtà pesante,oggettivamente.

Poi per Thomas arriva il momento fatidico,quello in cui deve confrontarsi inevitabilmente con quello che la sua macchina vede e quello che vede lui.Una realtà che non gli piace,ma anche una realtà che ha dei limiti:dove inizia e dove finisce quello che lui vede o crede di vedere?

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E allora eccolo studiare un fotogramma,con il blow up,la tecnica che permette di ingrandire un particolare,per cercare una spiegazione reale (perchè tale è un fotogramma) a quello che lui ha visto o che forse crede di aver visto.Nel fotogramma Thomas “crede” di scorgere un omicidio,ma è realmente così? Quanto la sua mente sta sostituendo la realtà del fotogramma con l’immaginazione?Siamo già di fronte ad un bivio.

Nulla può essere reale,neanche quello che sembrerebbe per leggi naturali doverlo essere per forza;come può una pellicola ingannare?Eppure…A questo punto ci si perde:se nulla è reale,cosa è irreale?Domande su domande.

Antonioni arriva a Blow up dopo L’avventura, La notte,L’eclisse e Deserto rosso e poco prima (quattro anni) di Zabriskie Point.

Il suo percorso sull’umano arriva ad un punto fermo,determinante.Il viaggio sembra compiuto,ma non ci sono risposte,solo altre domande.E come Diogene che cercava l’uomo con la lanterna senza riuscirci,Antonioni vaga alla ricerca dell’impossibile spiegazione del reale.

Blow up è un film criptico in alcuni momenti,chiaro come un’alba in altri.

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In mezzo c’è un viaggio lunghissimo,affascinante.Una storia che storia non è,quanto piuttosto un assieme di fotogrammi con una logica ferrea eppure a tratti sfuggente.Un viaggio senza fine,come testimoniano le sequenze finali,con la partita di tennis immaginaria giocata senza palline,con quei mimi che guardano statuari e con Thomas che guarda smarrito l’immenso campo verde ripreso dall’alto,sconsolato.Bello,affascinante,difficile.

Alcune delle qualità (per alcuni critici difetti) di un film che contrariamente a quanto pensato dal solito solone che lo definisce datato è invece uno straordinario viaggio senza meta e senza fine sull’uomo.Ottimo il cast,belle le musiche,bella la fotografia,affascinante la location londinese.Splendide e bravissime Sarah Miles, Vanessa Redgrave, Jane Birkin e la modella Veruschka

Un film impeccabile.Blow up è una delle cose più belle del cinema italiano, e ben se ne accorsero i francesi che l’anno successivo lo premiarono con la Palma d’oro,riconoscimento venuto dall’estero perchè i critici nostrani,si sa, hanno sempre amato i film afgani e coreani,mozambicani o di Timbuctu.

Irresistibile leggerezza dell’essere,quella dei critici.

Il film è in versione malauguratamente (scelleratamente) priva del finale su You tube,per cui non vale la pena segnalarla.Chi vuole però può visionare il film stesso in streaming all’indirizzo http://www.nowvideo.li/video/442e2ec849d6d

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Blow-up

Un film di Michelangelo Antonioni. Con David Hemmings, Sarah Miles, Vanessa Redgrave, Jane Birkin, Peter Bowles, John Castle, Gillian Hills, Tsai Chin, Veruschka von Lehndorff, Julian Chagrin, Claude Chagrin, Jeff Beck, Susan Broderick, Chris Dreja, Melanie Hampshire, Harry Hutchinson, Jill Kennington, Mary Khal, Chas Lawther, Jim McCarthy, Peggy Moffitt, Jimmy Page, Ronan O’Casey, Rosaleen Murray, Ann Norman, Keith Relf, Janet Street-Porter, Reg Wilkins Commedia, durata 108 min. – Gran Bretagna, Italia 1966.

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David Hemmings: Thomas

Vanessa Redgrave: Jane

Sarah Miles: Patricia

John Castle: Bill, il pittore

Jane Birkin: una ragazza bionda

Gillian Hills: una ragazza bionda

Peter Bowles: Ron

Veruschka: modella

Julian Chagrin: mimo

Claude Chagrin: mimo

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Regia Michelangelo Antonioni

Soggetto Michelangelo Antonioni, Julio Cortázar

Sceneggiatura Michelangelo Antonioni, Edward Bond, Tonino Guerra

Produttore Carlo Ponti, Pierre Rouve

Casa di produzione Bridge Films

Fotografia Carlo Di Palma

Montaggio Frank Clarke

Musiche Herbie Hancock

Scenografia Assheton Gorton

Costumi Jocelyn Rickards

Trucco Stephanie Kaye, Paul Rabiger

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Le bave del diavolo

Non si saprà mai come raccontarlo, se in prima persona o in seconda, usando la terza del plurale o inventando continuamente forme che non serviranno a niente. Se si potesse dire: io videro salire la luna, oppure: ci mi duole il fondo degli occhi, e soprattutto così: tu la donna boinda erano le nubi che continuano a correre davanti ai miei tuoi suoi nostri vostri visi. Che diavolo.

Una volta cominciato a raccontare se fosse possibile andare a prendere una birra da qualche parte e che la macchina andasse avanti da sola (perchè scrivo a macchina), sarebbe la perfezione. E non è un modo di dire. La perfezione, si, perchè qui il buco che si deve raccontare è anch’esso una macchina (d’altro genere, una Contax I.I.2), e potrebbe darsi che una macchina ne sappia a proposito di un’altra macchina più di me, di te, di lei-la donna bionda- e delle nuvole. Ma dello scemo ho soltanto la fortuna, e so che se me ne vado questa Remington resterà pietrificata sopra il tavolo con quell’aspetto di doppiamente immobili che hanno le cose che si muovono quando non si muovono. Allora devo scrivere. Uno di noi tutti deve scrivere, se tutto ciò deve essere raccontato. Meglio che lo faccia io che sono morto, che sono meno compromesso del resto; io che non vedo altro che le nubi e posso pensare senza distrarmi, scrivere senza distrarmi (ecco, ne passa un’altra con un orlo grigio), e ricordarmi senza distrarmi, io che sono morto (e vivo, non si tratta di ingannare nessuno, lo si vedrà quando verrà il momento opportuno, perchè in qualche modo devo pur procedere e ho cominciato da questa punta, quella posteriore, quella dell’inizio, che dopotutto è la migliore delle punte, quando si vuole raccontare qualcosa).

All’improvviso mi domando perchè mai devo raccontrlo, ma se uno cominciasse a domandarsi perchè fa tutto quello che fa, (…) Che io sappia, nessuno ha spiegato il perchè di questo, sicchè la cosa migliore è piantarla con i pudori e mettersi a raccontare, perchè dopotutto nessuno si vergogna di respirare o di mettersi le scarpe; sono cose che si fanno, e quando succede qualcosa di strano, quando dentro la scarpa troviamo un ragno o al respirare si sente come un vetro rotto, allora bisogna raccontare quello che succede, raccontarlo ai ragazzi dell’ufficio oppure al medico. Ahi, dottore, ogni volta che respiro…Raccontarlo sempre, sempre togliersi quel noioso stuzzichio allo stomaco. E già che stiamo per raccontarlo, mettiamo le cose un pò in ordine, scendiamo le scale di questa casa fino alla domenica 7 di novembre, giusto un mese fa. Si scendono cinque piani e ci si ritrova nella domenica, con un sole inaspettato, per un novembre a Parigi, con moltissima voglia di andarsene un pò in giro, a vedere cose, a fare fotografie (perchè eravamo fotografi, siamo fotografo). So bene che la cosa più difficfile sarà trovare il modo di raccontarlo, e non ho timore di ripetermi. (…..)

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“La mia vita privata è già un tale pasticcio: sarebbe un disastro se…
E allora? Un disastro è quello che ci vuole, per vedere chiaro nelle cose.”

“Non ne posso più di Londra questa settimana
-Perché?
Perché non fa nulla per me…”

“Non è colpa mia se non c’è pace. C’è chi fa il torero, il deputato. Io faccio il fotografo…”

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L’opinione di Fabio 1979 dal sito http://www.filmtv.it

(…) Blow-up costituisce una delle opere più celebri del regista ferrarese, fonte d’ispirazione dichiarata, nelle sue metafisiche ed enigmatiche speculazioni sulla percezione della realtà, sulle possibilità del cinema di coglierne ogni sfumatura, sulla sconfitta dello sguardo e il trionfo dell’illusione e dell’immaginazione, di opere come La conversazione di Coppola o Blow out di De Palma: la realtà è inconoscibile, conclude Antonioni, profetico nel sancire il dominio assoluto dell’immagine nella cultura del tempo, perchè a forza di scomporla, frammentarla e sezionarla l’occhio umano ne smarrisce la comprensione, perdendo di vista l’oggetto della sua indagine e illudendosi di riuscire ad interpretarla. Pur con alcune forzature eccessivamente compiaciute, la controversa materia è governata da Antonioni con ambiziosa e brillante ispirazione, sorretta dalla raffinatezza delle scelte stilistiche ed immersa nelle suggestive locations londinesi dei mid-Sixties, spumeggiante cornice ambientale di un thriller metafisico risolto, per assurdo, proprio nella desolante consapevolezza dell’impossibilità di un’investigazione. Fotografia, magnifica, di Carlo Di Palma, colonna sonora, strepitosa, di Herbie Hancock e Palma d’Oro al festival di Cannes.

L’opinione di Alessandro dal sito www.mymovies.com

C’è una frase di Proust che recita “Il vero viaggio, il vero bagno di giovinezza sarebbe poter guardare il mondo con gli occhi di un altro”. Credo che in questa frase si possa racchiudere il senso di questo film di Antonioni. Hemmings alla fine si arrende. Lui abituato a fotografare, a rubare immagini, volti, sentimenti si rende conto che nè lui nè il suo strumento sono necessari per guardare e capire la realtà. La realtà è ciò che vedo? Ciò che registra la mia macchina fotografica? La fotografia di ciò che ho fotografato? No la realtà è altro, e saper guardare oltre, è imparare a veder l’invisibile, ad ascoltare l’inudibile. Ecco quindi l’altro, il mimo, e la scelta di Hemmings che raccoglie la palla da tennis. Non vedo ma credo ugualmente a questa realtà, accetto il tuo gioco, consapevole della mia finitezza e della mia transitorietà. Assuefatti ad una società strabordante di immagini dovremmo riflettere su questa lezione e fermarci. Forse semplicemente per ascoltare il vento

L’opinione di Albert dal sito www.mymovies.com

Blow-up è uno dei migliori – se non il migliore – film di Antonioni, poichè il tema che sviluppa, cioè il rapporto tra la realtà e l’apparenza e il ruolo preponderante dell’immagine nella nostra epoca, è attualissimo e di straordinaria importanza nella nostra civiltà telematica e della comunicazione “virtuale”. Per questo motivo, a differenza di quanto ha scritto un altro critico (Mereghetti), il film non è affatto “datato”, ma è attualissimo. Rispetto al 1967, noi ora sappiamo quanto la manipolazione televisiva, il ruolo della pubblicità, il potere subdolo dei media nell’orientare l’opinione pubblica e le sue preferenze politiche e nelle scelte di consumatore, siano determinanti e pervasivi oggi. Nel film si parla di un delitto occulto, avvenuto sotto gli occhi del fotografo protagonista (Thomas), ma ricostruito solo attraverso le tecnologie e gli ingrandimenti fotografici, e della sfiducia di Thomas di poter arrivare alla verità, una volta che le foto sono state rubate, e il cadavere è stato fatto sparire. Come non pensare, ad esempio, al “delitto del secolo”, all’assassinio di John Kennedy, qualche anno prima del film, che ha drammaticamente dimostrato come, perfino in un omicidio avvenuto in pubblico, filmato e fotografato da più persone, dopo oltre 40 anni ci si chieda ancora come siano andati i fatti, e se gli omicidi siano stati più di uno, contro la verità “ufficiale” e manipolata del governo e della commissione Warren, dell'”assassino solitario”. Il tema “filosofico” della realtà e dell’apparenza, e delle manipolazioni tecnologiche della verità, rendono quindi questo film ancor più bello e attuale, dopo 40 anni. Significativo il fatto che Thomas, nel suo spirito anarcoide e nella sua sfiducia nelle istituzioni, esiti a rivolgersi alla polizia, ma cerchi una soluzione personale, emblema del problema endemico del distacco tra cittadini e istituzioni, e dello scetticismo nella possibilità di arrivare alla verità e ottenere giustizia rivolgendosi al potere. L’unico appunto che si può muovere al film, riguarda la tipica “antonioniana” lunghezza e lentezza delle inquadrature, la mancanza di dialoghi, ma in considerazione del tema proposto, questa scelta espressiva tutto sommato accentua la tensione psicologica e il dramma personale del protagonista. Sarebbe invece sbagliato criticare la relativa “lentezza” del film inquadrandolo nella categoria dei “gialli”. Blow-up non è un thriller, è una riflessione filosofica ed esistenziale sull’isolamento dell’individuo nella società di oggi, e sulla sua impotenza di fronte alla manipolazione della realtà da parte della tecnologia e del potere.

Opinioni dal sito www.davinotti.com

L’opinione di Galbo

Profonda riflessione sul potere dell’immagine in uno dei film più riusciti del complesso percorso artistico di Michelangelo Antonioni. Il film vale anche come testimonianza del periodo in cui si svolge (1968) e soprattutto dell’ambiente (Londra) splendidamente e realisticamente fotografato, tanto che l’estetica delle immagini supera il potere concettuale dell’opera. Il film si segnala anche per la colonna sonora, assolutamente funzionale alle riprese.

Undying

Un pezzo, un brandello, uno spaccato di realtà, visto attraverso l’obiettivo d’una macchina fotografica. Londra è immersa nel clima del ’68, con giovani praticanti nuove ritualità (dalla droga ai nuovi temi musicali, senza trascurare la moda sinonimo d’eccentricità e modernismo). Tocca a Thomas (David Hemmings), cercare di decifrare – partento da piccoli dettagli, via via di enorme singolarità grazie all’uso dell’ingrandimento – indizi nascosti (e al tempo stesso raccolti) dall’occhio indiscreto di un macchina fotosensibile. Antonioni punta alla fallibilità dell’immagine e del suo replicarsi.

Il Gobbo

Feticcio del Gobbo, che confessa quindi subito la sua assoluta parzialità, e che a Londra è andato a scovare (all’estrema, squallidissima periferia, sbagliando treno e beccandosi una fraccata di pioggia) il Maryon Park, dove sono state girate le scene clou, e che è ancora identico a com’era nel film! Film capitale e fondativo di un’estetica, riuscita riflessione teorica ma – quel che più conta al cinema – catalogo di immagini indimenticabili, con uno dei più grandi finali di sempre. Prima colonna sonora di Herbie Hancock, eccellente. Altare

Pigro

Analizzando i suoi scatti un fotografo crede di scoprire un delitto. Nella ruggente ambientazione inglese dei favolosi Anni Sessanta, Antonioni costruisce una favola allucinata, onirica, sensuale e pop, che ci risucchia nel gorgo delle illusioni della società moderna. Bella l’atmosfera, sottile la storia raccontata, saccente l’intellettualismo. Un film ambivalente, insomma, che attrae e respinge. Un classico che rischia, oggi, di essere visto più perché entrato nei libri di storia del cinema che non per la sua reale capacità di convinzione.

Homesick

Titolo epocale, sia in quanto emblema cinematografico della Swinging London – gli artisti che coabitano in periferie degradate, i giovani contestatori, i complessi beat, le modelle – sia come sintesi dell’universo cinematografico di Antonioni: le tesi sull’incomunicabilità sono condotte agli eccessi con la scissione tra realtà oggettiva e percezione illusoria e la solitudine dell’uomo che ne è corollario, mentre l’erotismo è aggraziato e gentilmente penetrante come sempre sarà. Hemmings scorrazza frenetico, tirannico e stordito in armonia con una sceneggiatura eccentrica e a tratti surreale.

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77 Pottery Lane, Notting Hill, Londra, Inghilterra, Regno Unito
Clevely Close, Greenwich, Londra, Inghilterra, Regno Unito
Consort Road, Peckham, Londra, Inghilterra, Regno Unito
Economist Plaza – 25 St James’s Street, Londra, Inghilterra, Regno Unito
El Blason Restaurant – 8-9 Blacklands Terrace, Chelsea, Londra, Inghilterra, Regno Unito
MGM British Studios, Borehamwood, Hertfordshire, Inghilterra, Regno Unito
Maryon Park, Woolwich Road, Charlton, Londra, Inghilterra, Regno Unito
Notting Hill, Londra, Inghilterra, Regno Unito
Regent Street, Londra, Inghilterra, Regno Unito
Stockwell, Londra, Inghilterra, Regno Unito

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settembre 24, 2015 Posted by | Capolavori | , , , , | 2 commenti

Profondo rosso

Ci sono opere cinematografiche a basso costo nate per caso,diventate per caso cult e per caso tramandate ai posteri come capolavori assoluti.Profondo rosso,diretto da Dario Argento nel 1975,è la sintesi perfetta del caso.Non ci sono molti attori ,nel film, quelli che ci sono all’epoca erano quasi degli sconosciuti,fatta eccezione per Clara Calamai,diva del cinema muto,ma da anni in disparte.La colonna sonora è affidata ad un gruppo assolutamente sconosciuto,i Goblin,capitanati da Claudio Simonetti,famoso all’epoca solo per essere il figlio di Enrico.L’unico a godere di una certa fama è proprio lui,il regista.Che ha esordito come sceneggiatore e aiuto regista,aiutato sicuramente dal fatto che il papà,Salvatore,era un valente critico e produttore cinematografico.Mangia pane e cinema,Dario.

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 Si fa le ossa come sceneggiatore e grazie all’aiuto del padre,produce e dirige L’uccello dalle piume di cristallo,che diventa il suo primo successo al botteghino,confermato poi da Il gatto a nove code e Quattro mosche di velluto grigio.Nel 1975 nasce,come detto,il progetto Profondo rosso.La trama è universalmente riconosciuta,inutile quindi riproporla.Interessante,viceversa,curiosare tra le varie scene.In una di esse,per esempio,precisamente quella dedicata al primo omicidio,quello della sensitiva Helga Hulmann,interpretata magistralmente da Macha Meril,c’è una location che rappresenta un tributo di Argento ad un grande pittore americano,Hopper.Il bar che si vede nella piazza,ricostruito alla perfezione,altri non è che la trasposizione nella realtà cinematografica di Nighthawk,quadro dalla bellezza eccezionale.La scena dell’omicidio è magistrale.L’assassino colpisce con un’accetta Helga,mentre,dal basso,Mark e Carlo stanno parlando.

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La scena è un piccolo gioiellino,perché porta su due piani temporali contemporanei lo spettatore;si assiste al dietro le quinte dell’omicidio,quasi in anticipo su quello che vede il vero protagonista della storia,il musicista Mark.Interpretato da David Hemmings,il pianista americano è un personaggio che ispira da subito simpatia.

Come del resto ispira simpatia Gianna Brezzi,una svagata giornalista qui interpretata dalla musa di Argento,Daria Nicolodi.
La colonna sonora dei Goblin,assolutamente impeccabile,continua a percorrere,con discrezione e in parallelo,le varie scene del film.Il momento successivo,la visita del misterioso assassino a casa di Mark,è scandita dalla nenia infantile che fuoriesce con discrezione dal magnetofono.
Il passo successivo,l’assassinio di Amanda Righetti,la scrittrice autore del libro dal quale Mark ha tratto la foto della villa dei misteri ,è la scena più brutale del film.La donna viene selvaggiamente massacrata nel suo villino,sfracellata contro il bordo della vasca da bagno.La trovata geniale è il messaggio sullo specchio,che comparirà in seguito,quando Mark intuirà che con il vapore può far comparire il messaggio della sventurata scrittrice.Il crescendo è rossiniano.La morte del professor Giordani, ucciso con selvaggia ferocia,una morte che oggi definiremmo splatter;la visita di Mark alla misteriosa villa,il dipinto coperto da intonaco sulla parete,mentre l’ossessiva musica dei Goblin scandisce inesorabile gli eventi.

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Poi la scuola,con Gianna colpita dalla mano invisibile,Carlo che finisce con la testa sotto le ruote di un camion della spazzatura e …..Il cast risponde appieno al delirio visivo di Argento:Hemmings è svagato quanto basta,la Nicolodi altrettanto;Gabriele Lavia rende bene il personaggio tormentato di Carlo,la Calamai è perfetta nel ruolo della psicotica madre di Carlo;Glauco Mauri è così perfetto nel ruolo di Giordani da essere identificato,negli anni successivi,con il personaggio del film.

Ma qual è il motivo del successo internazionale del film,del suo essere diventato cult?
L’alchimia perfetta della storia,non banale,delle musiche assolutamente straordinarie,della regia attenta,rigorosa di Argento,del cast perfettamente integrato alla storia.Non è mai facile riuscire a integrare le varie componenti,ma in questo caso funziona tutto.
Un ricordo personale è legato alla prima del film,che vidi nella primavera del 1975.

Quando uscii dal cinema ero convinto di aver visto un capolavoro.
Solo l’Esorcista di Friedkin,Apocalipse now di Coppola e l’Arancia meccanica di Kubrick mi avevano colpito allo stesso modo.
Ed evidentemente il pubblico che affollò le sale la pensava allo stesso modo.Profondo rosso fu il film più visto di quell’anno,e non dimentichiamo che quell’anno uscirono Amici miei,Qualcuno volò sul nido del cuculo,Barry Lindon e film di cassetta come Fantozzi.Un risultato straordinario per Dario Argento.Il punto più alto del suo cinema.Perché,come succede spesso,proprio con Profondo rosso Dario Argento segna la fine della sua parabola ascendente.

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Il successivo Suspiria,pur opera di buona levatura,era una rivoluzione copernicana.
Niente giallo,ma incursione nell’horror parapsicologico.
Inferno segnerà una ulteriore caduta di tensione,che proseguirà con il pessimo Tenebre,l’incerto Phenomena fino al punto più basso,quel Il cartaio sconclusionato e brutto in maniera indecorosa.
Profondo rosso può essere definito,in pratica,il canto del cigno di un ottimo regista,che però da 25 anni ha quasi perso smalto e inventiva. Profondo rosso è disponibile su You tube in una versione pressoche perfetta all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=H7V_UjiGciE

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un film di Dario Argento. Con David Hemmings, Clara Calamai, Macha Méril, Eros Pagni, Giuliana Calandra, Gabriele Lavia, Glauco Mauri, Daria Nicolodi, Attilio Dottesio, Furio Meniconi, Glauco Onorato, Mario Scaccia, Piero Vida, Aldo Bonamano, Lorenzo Piani, Vittorio Fanfoni, Piero Mazzinghi, Fulvio Mingozzi, Geraldine Hooper, Salvatore Baccaro, Salvatore Puntillo. Genere Giallo, colore 123 minuti. – Produzione Italia 1975.


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David Hemmings: Marc Daly
Daria Nicolodi: Gianna Brezzi
Gabriele Lavia: Carlo
Glauco Mauri: prof. Giordani
Giuliana Calandra: Amanda Righetti
Clara Calamai: madre di Carlo
Macha Méril: Helga Ulmann
Eros Pagni: comm. Calcabrini
Nicoletta Elmi: Olga
Piero Mazzinghi: Bardi
Liana Del Balzo: Elvira
Aldo Bonamano: padre di Carlo
Vittorio Fanfoni: assistente dell’ispettore
Dante Fioretti: fotografo della polizia
Geraldine Hooper: Massimo Ricci
Jacopo Mariani: Carlo da bambino
Furio Meniconi: Rodi
Fulvio Mingozzi: agente Mingozzi
Lorenzo Piani: addetto impronte digitali
Salvatore Puntillo: agente della polizia
Piero Vida: agente grasso
Salvatore Baccaro: fruttivendolo
Bruno Di Luia: uomo preoccupato nel bagno
Attilio Dottesio: fioraio
Tom Felleghy: chirurgo
Mario Scaccia: partecipante alla conferenza
Franco Vaccaro: Pietro Valgoi

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Regia Dario Argento
Soggetto Dario Argento, Bernardino Zapponi
Sceneggiatura Dario Argento, Bernardino Zapponi
Produttore Salvatore Argento, Angelo Jacono
Produttore esecutivo Claudio Argento
Casa di produzione Rizzoli Film, Seda Spettacoli
Fotografia Luigi Kuveiller
Montaggio Franco Fraticelli
Effetti speciali Germano Natali, Carlo Rambaldi
Musiche Goblin, Giorgio Gaslini
Scenografia Giuseppe Bassan
Costumi Elena Mannini
Trucco Giuliano Laurenti, Giovanni Morosi

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Luigi La Monica: David Hemmings
Isa Bellini: Clara Calamai
Emanuela Rossi: Nicoletta Elmi
Corrado Gaipa: Furio Meniconi
Wanda Tettoni: Liana Del Balzo

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“ Brindo a te, vergine stuprata! ”
“ Quello che credi di vedere, e quello che vedi realmente, si mischiano nella tua memoria come un cocktail. Tu credi di dire la verità, e invece dici soltanto la tua versione della verità ”
“ Tanto non mi sfuggirai. Ti ucciderò lo stesso, una volta o l’altra! ”

M:”Senti Carlo, m’ è successo un fatto strano, tanto strano che non so neanche se è vero! Quando entrai nella casa di quella donna la prima volta mi parve di vedere un quadro, ma dopo qualche minuto quel quadro non c’ era più! Cosa può essermi successo?”
C: “A te niente! Forse il quadro è stato fatto sparire perchè rappresentava qualcosa di importante…”
M: “Come hai detto?”
C: “Rappresentava qualcosa di importante!!!”
M: “No, no, non credo! A quanto mi ricordo, era… era una specie di composizione di volti, una cosa molto strana!”
C: “Guarda, magari hai visto qualcosa di talmente importante che non te ne rendi conto, sai, a volte le cose che vedi realmente e quelle che immagini, si mischiano nella memoria come un cocktail, del quale non riesci più a distinguere i sapori.”
M: “Ma io ti sto dicendo la verità!”
C: “No Mark.Tu credi di dire la verità e invece … dici soltanto la tua versione della verità. A me accade spesso…”

La realtà e la fantasia spesso si confondono come un Cocktail di cui non riesci a distinguere i sapori.

L’assassino è uno schizofrenico paranoico.L’individuo che uccide con quella furia lo fa solamente quando è in preda a un raptus.

Senti perché non molli tutto e sparisci? PERCHÈ STUZZICARE UN PAZZO? Perché è senz’altro un pazzo chi ha commesso un delitto così mostruoso.

“…sono entrata in contatto con una mente perversa. I suoi pensieri sono pensieri di morte via …via! Tu hai già ucciso e sento che ucciderai ancora.”

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L’opinione di snaporaz 68 dal sito http://www.filmtv.it

(…) Già l’inizio con la musica incalzante dei Goblin ( e di Giorgio Gaslini) sui titoli di testa inframezzato dal piccolo flashback rivelatore (con annessa filastrocca infantile) fa davvero scorrere i brividi.
Argento fa virare il giallo classico verso il rosso pompeiano, esaltando gli aspetti parapsicologici e soprannaturali, zoomando su dettagli (le armi e i pupazzetti dell’assassino), sottolineando nella decorazione degli ambienti gli aspetti mostruosi e deformi, i colori accesi e le zone oscure.
Argento è talmente padrone del mezzo espressivo da sfidare lo spettatore facendogli vedere l’assassino nella scena del primo omicidio (provate a fare un fermo immagine su uno dei quadri orrorifici che “decorano” il corridoio della casa della parapsicologa, avrete una bella sorpresa) e mescolando abilmente ricordi e realtà in un cocktail di cui non riesci più a distinguere i sapori.
L’attore che incarna magistralmente questa confusione tra la realtà immaginata e quella veramente accaduta non può che essere il David Hemmings di Blow Up, anche qui alle prese con la indecifrabilità del reale (Antonioni docet). La violenza è iperespressa in un delirio estetico che solo un genio visionario può assecondare e incanalare in forma filmica. Argento inquadra in primo piano spartiti di musica, tasti di pianoforte, dischi di vinile, giradischi,registratori, fronti imperlate di sudore, occhi truccati o che spiano da una fessura (Psyco citazione dotta). Piccola chicca per gli amanti dell’arte moderna: dotto omaggio ai “Nottambuli” di Edward Hopper (Argento ne ricostruisce il bar nella piazza in cui Hemmings e Lavia discutono di sogno e realtà) tela dell’Art Institute di Chicago (…)
L’opinione del sito http://www.ilmiovizioèunastanzachiusa.wordpress.com

(…) Unico. Inimitabile. Straordinario. “Profondo rosso” rappresenta senz’altro la summa dell’intero genere giallo/thriller all’italiana, genere cui già aveva dato nuova linfa lo stesso Dario Argento con la sua opera prima “L’uccello dalle piume di cristallo”; qui però vi aggiunge una digressione paranormale e orrorifica che pone le basi per l’ormai prossimo e definitivo tuffo nell’horror e nel fantastico che sarebbe venuto subito dopo con “Suspiria”. Potente e robusto, visivamente affascinante e ricco di immagini inquietanti e malsane, il film mostra un certo gusto per una nuova estetica della violenza e le scene dei delitti, sempre più coreografate con cura e dettagli, sono volutamente disturbanti: mannajate alla schiena, acqua bollente, denti rotti sugli spigoli dei mobili… La cosa è stata spiegata anni fa dal compianto Bernardino Zapponi, co-autore della sceneggiatura: l’idea era proprio quella di creare disagio al pubblico mostrando omicidi efferati e cruenti nei quali però gli spettatori potessero ritrovarsi e in un certo senso identificarsi (tutti noi conosciamo la sensazione di scottarci con l’acqua bollente, ad esempio)… E mentre alcune scene più distensive sembrano concedere una tregua allo spettatore l’ansia e la morbosità fanno di tanto in tanto capolino (biglie luccicanti che rotolano nel buio, disegni infantili che ritraggono feroci delitti, cani che si azzuffano, lucertole infilzate con spilloni) per mantenere costantemente un senso di inquietudine… Merito anche di una regia solidissima, di un montaggio con qualche spunto subliminale e di una colonna sonora semplicemente strepitosa.(…)

L’opinione di undjing dal sito http://www.davinotti.com

Dario Argento firma la regia della sua opera più riuscita, che si distacca dalla triade di gialli precedenti perché presenta un nuovo modo di raccontare la paura, qua contaminato con atmosfere paranormali. Impeccabili sia la sceneggiatura opera di Bernardino Zapponi (e riscritta da Argento stesso), sia la musica di Giorgio Gaslini eseguita dai Goblin. Pur trattandosi di un giallo, Profondo Rosso ha qualcosa di “magnetico” e indefinibile che lo ha reso un vero e proprio capolavoro, mai apparso datato, visto ed apprezzato da diverse generazioni.

L’opinione di ilgobbo dal sito http://www.davinotti.com

Spaventone. Qui si preferisce (di poco) Suspiria, però siamo comunque nell’empireo: la “potenza di fuoco” di questo capolavoro è tale e quale all’epoca. Ottima la scelta di Hemmings (che esplicita il legame con Blow up che caratterizza gran parte del miglior cinema argentiano); il resto del cast (con fior di vedettes del teatro tricolore usate come carne da macello) spiega perchè il cinema italiano degli Anni Sessanta e Settanta è stato quello che è stato, e il cinema italiano odierno è quello che è. Sempre sia lodato

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Villa Scott

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Il liceo Terenzio Mamiani a Roma

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David Hammings

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Gabriele Lavia

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Daria Nicolodi

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Clara Calamai

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Giuliana Calandra

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Nicoletta Elmi

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Glauco Mauri

Da Wikipedia
La scena iniziale del film, con le prove del gruppo jazz di Marc, è stata girata all’interno del Mausoleo di Santa Costanza a Roma.[3]
La scena del congresso di parapsicologia è stata girata all’interno del famoso Teatro Carignano di Torino, in Piazza Carignano 6[4], attualmente riaperto dopo un accurato restauro. Questo teatro verrà in seguito riutilizzato dal regista 25 anni dopo per alcune scene del suo film Non ho sonno .
La fontana dove ha luogo il colloquio tra Carlo ubriaco e Marc, è la Fontana del Po, in Piazza C.L.N. a Torino[3][5].
Il palazzo dove viene uccisa la sensitiva Helga e dove vive anche Marc è sito a Torino in Piazza C.L.N., di fronte al civico 222 ma le riprese interne sono state fatte nei teatri di posa De Paolis a Roma.[3]
La scena del funerale della medium Helga è stata girata a Perugia, nella sezione ebraica del Cimitero monumentale.[3]
Il locale Blue Bar dove suona Carlo in realtà non è mai esistito. La scenografia fu costruita in Piazza C.L.N. vicino all’abitazione di Marc, ed è un chiaro omaggio al quadro Nighthawks di Edward Hopper.[3]
La scuola media Leonardo da Vinci, dove Marc e Gianna entrano di notte per cercare il disegno, è in realtà il Liceo Classico Terenzio Mamiani che si trova a Roma in Viale delle Milizie 30.[3]
La lugubre Villa del bambino urlante dove Marc rinviene il cadavere ed il disegno sotto l’intonaco, che nella finzione del film si trova nelle campagne intorno a Roma, in realtà è sita nel quartiere Borgo Po di Torino, in Corso Giovanni Lanza 57 ed è nota come Villa Scott; all’epoca in cui fu girato il film era di proprietà dell’ordine delle Suore della Redenzione (che avevano adibito la struttura a collegio femminile, con il nome di Villa Fatima), e per girare le scene la produzione pagò un periodo di villeggiatura a Rimini alle suore ed a tutte le ragazze allora ospitate nel collegio[6]. All’inizio degli anni 2000 la villa è stata ceduta a privati che l’hanno restaurata.
La sperduta casa di campagna di Amanda Righetti si trova a Roma, in via Della Giustiniana 773.[3]
La casa di Rodi e della piccola Olga si trova a Roma, in via Della Camilluccia 364.
Le mani guantate dell’assassino sono in realtà le mani di Dario Argento[7].

Il mangianastri con il quale l’assassino riproduce la famosa nenia infantile è un «Memocord K70»: realizzato fra gli anni ’50 e ’60, sia in Gran Bretagna che in Germania, veniva presentato agli uomini d’affari dell’epoca come una “banca della memoria” della durata complessiva di 90 minuti, ove poter registrare appunti di lavoro, appuntamenti e anche discorsi.

gennaio 17, 2009 Posted by | Thriller | , , , , | 3 commenti