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Youth La giovinezza

Wiesen Davos,Alpi Svizzere

In un lussuoso hotel immerso nella natura un gruppo eterogeneo di persone si appresta a passare le vacanze.
Fra di loro ci sono Fred, un celebre direttore d’orchestra e Mick,un famoso regista cinematografico.
Pur diversissimi fra loro, i due sono legati da una grande amicizia che risale a ben sessant’anni prima e in più hanno anche un vincolo di parentela acquisito,visto che Lena,la figlia di Fred ha sposato Julian, figlio di Mick.
Accanto a loro ci sono altri ospiti,come Jimmy, un famoso attore che soffre del fatto di essere riconosciuto da tutti solo per aver interpretato un serial fantascientifico e non per le opere anche importanti a cui ha partecipato,un calciatore obeso e asmatico nel quale è facile riconoscere Diego Armando Maradona e altri villeggianti.
Fred è quasi atassico, vive o meglio, vegeta senza quasi più alcuna aspirazione, da quando è rimasto solo mentre Mick sta finendo la sua opera cinematografica, con la quale vuole congedarsi dal cinema, il suo testamento,come lo chiama.

Tanto appare opaco e apatico Fred, tanto Mick sembra un ottimista, ancora innamorato della vita,convinto che la giovinezza, anche se ormai lontana si possa ritrovare da anziano semplicemente scoprendo tutto quello che di buono la vita può riservare.
Ma la placida vacanza di Fred, la sua sonnolenta e rassegnata indolenza subisce un primo colpo quando sua figlia tra le lacrime gli rivela di essere stata piantata dal marito, che le ha preferito una avvenente cantante a suo dire molto più brava a letto.
In un drammatico colloquio all’interno della Spa dell’albergo, Lena rimprovera al padre di essere sempre stato assente nei suoi confronti, di aver tradito ripetutamente la moglie e di fatto di essere stato un uomo profondamente egoista.


Per Fred è il primo colpo e come si vedrà nel corso del film apparirà chiaro anche il secco rifiuto opposto ad un inviato della Regina Elisabetta di dirigere un concerto con le sue famose Canzoni semplici interpretate da una nota soprano.
Il secondo,molto più devastante lo porterà a riconsiderare la sua vita e a fare scelte diverse…
Un bel film,Youth La giovinezza,su un tema che di per se porta lo spettatore ad una forma di nostalgia, di malinconia, sopratutto quella parte di pubblico che ha superato la sessantina e che quindi trova forme di comunanza con la storia raccontata da Paolo Sorrentino,con il suo
solito stile asciutto, a tratti fantastico altre volte forse troppo elitario ma di sicuro valore simbolico.
Youth racconta l’amicizia tra due uomini e il diverso approccio che hanno nei confronti del “viale del tramonto“:tanto appare rassegnato, nostalgico Fred tanto Mick è partecipe del presente, senza inclinazioni nostalgiche verso il passato, cosa esplicitata da una frase rivelatrice
diretta a Fred: “”Questo è quello che si vede da giovani: si vede tutto vicinissimo; quello è il futuro… e questo è quello che si vede da vecchi: si vede tutto lontanissimo; quello è il passato


Piedi ben piantati per terra, quindi. Ma anche per Mick arriverà la cocente delusione, rappresentata dalla sua attrice e amica da una vita, la donna che ha lavorato con lui in 11 film e che ha lanciato e che con spietata e brutale sincerità gli dice che è vecchio,che la sua arte si è dissolta e che
non avrebbe interpretato il suo film,considerandolo una porcheria. Una svolta,per Mick,che non resterà senza conseguenze.
I due appaiono i veri protagonisti del film,del resto sono loro ad essere la rappresentazione di quella che era la giovinezza; Lena e Jimmy sono appendici, anche perchè sono giovani e hanno ancora delle opportunità.
Lena per esempio conoscerà uno stravagante alpinista e inizierà con lui una ben strana relazione mentre Jimmy,grazie anche all’apprezzamento di una ragazzina troverà nuova linfa a cui attingere, quello che comunemente chiamiamo scopo.
Il vero protagonista però è Mick,perchè è lui a dire le cose più importanti nel film, è lui con i suoi ragionamenti a far riflettere l’apatico Fred; quando dice “Io devo scegliere cosa vale la pena raccontare, se l’orrore o il desiderio. E ho scelto il desiderio… il mio desiderio così impuro, così impossibile, così immorale, ma non importa.Perché è quello che ci rende vivi.” confronta il suo spirito ancora vitale con quello ormai rassegnato dell’amico.
Insegnamenti.


Perchè anche a 80 anni puoi insegnare,anche a 80 anni puoi imparare.
Hai detto che le emozioni sono sopravvalutate? Ma è una stronzata: le emozioni sono tutto quello che abbiamo!
Con questa frase Mick frusta l’amico,emotivamente. Anche se sarà il suo gesto finale a costringere Fred a rivedere tutto il suo presente.
Troverà il coraggio di fare una cosa che voleva da una vita, andare a Venezia e deporre un fiore sulla tomba di Stravinsky,avrà finalmente il coraggio di visitare la sua compagna di una vita,la moglie, ricoverata in una clinica perchè completamente demente.
E finalmente,in omaggio anche a sua moglie, dirigerà il concerto alla presenza della Regina, nel corso del quale una soprano giapponese canterà le “canzoni semplici”, che lui aveva composto per la moglie e che non aveva mai fatto cantare a nessuna, geloso di un ricordo ormai sepolto dal tempo.
Come dicevo prima Youh La giovinezza è un bel film,ottimamente recitato anche se non esente da qualche pecca; che poi pecca in realtà non è,ovvero la presenza di personaggi che sembrano quasi comparse tanto sono poco delineati.
Ma il cinema di Sorrentino è anche questo, alcuni personaggi che affollano i suoi lavori appaiono come interrogativi per lo spettatore,che in loro può vederci quello che desidera, assegnando loro un valore simbolico più o meno pregnante.


Momenti davvero topici del film sono la visione onirica iniziale,in una Piazza San Marco a Venezia completamente deserta e con l’acqua alta,con miss Universo (una meravigliosa Mădălina Diana Ghenea) che avanza in tutta la sua straordinaria bellezza sulle passerelle, i dialoghi a cui ho accennato fra Fred e Lena (con l’affascinante Rachel Weisz) e fra Mick e Brenda Morel, l’ingrata (se vogliamo) vecchia amica di
Mick interpretata dalla sempre bravissima Jane Fonda.
Bella la colonna sonora nella quale si riconoscono She Wolf di David Guetta e Dirty Hair di Bavid Byrne; in ultimo vanno segnalate le ottime interpretazioni di due leoni dello schermo,Michael Caine nel ruolo di Fred e Harvey Keitel in quello di Mick.
Un film che vi consiglio caldamente di vedere.

Youth-La giovinezza

un film di Paolo Sorrentino, con Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz, Paul Dano, Jane Fonda, Neve Gachev. Drammatico – Italia, Francia, Svizzera, Gran Bretagna, 2015, durata 118 minuti,distribuito da Medusa

Michael Caine: Fred Ballinger
Harvey Keitel: Mick Boyle
Rachel Weisz: Lena Ballinger
Paul Dano: Jimmy Tree
Jane Fonda: Brenda Morel
Mark Kozelek: se stesso
Robert Seethaler: Luca Moroder
Alex MacQueen: emissario della regina
Luna Zimic Mijovic: massaggiatrice
Tom Lipinski: sceneggiatore innamorato
Chloe Pirrie: sceneggiatrice
Alex Beckett: sceneggiatore intellettuale
Nate Dern: sceneggiatore divertente
Mark Gessner: sceneggiatore timido
Paloma Faith: se stessa
Ed Stoppard: Julian
Sonia Gessner: Melanie
Mădălina Diana Ghenea: Miss Universo
Roly Serrano: riferimento a Diego Armando Maradona
Sumi Jo: se stessa
Gabriela Belisario: escort
Viktorija Mullova: se stessa
Aldo Ralli: cameriere
Loredana Cannata: moglie del presunto Maradona
Maria Letizia Gorga: la cantante francese
Demetra Avincola: fidanzata di Jimmy

Dario Penne: Fred Ballinger
Rodolfo Bianchi: Mick Boyle
Giuppy Izzo: Lena Ballinger
Simone D’Andrea: Jimmy Tree
Maria Pia Di Meo: Brenda Morel
Marco Mete: emissario della regina
Chiara Gioncardi: Paloma Faith
Gianfranco Miranda: Julian
Ughetta d’Onorascenzo: Miss Universo

Regia Paolo Sorrentino
Sceneggiatura Paolo Sorrentino
Produttore Nicola Giuliano, Francesca Cima, Carlotta Calori
Casa di produzione Indigo Film, Bis Films, Pathé, RSI[1] C-Films, Number 9 Films, Medusa Film, Barbary Films, France 2 Cinéma, Film4
Distribuzione in italiano Medusa Film
Fotografia Luca Bigazzi
Montaggio Cristiano Travaglioli
Effetti speciali Peerless
Musiche David Lang, Mark Kozelek
Scenografia Ludovica Ferrario
Costumi Carlo Poggioli
Trucco Maurizio Silvi

gennaio 29, 2020 Posted by | Drammatico | , , , , , | Lascia un commento

I duellanti

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Fencing is a science. Loving is a passion. Duelling is an obsession”, ovvero: “La scherma è una scienza. L’amore, una passione. Il duello, un’ossessione” – è il sagace annuncio stampato sulla locandina del film “I duellanti” (“The Duellists”), debutto cinematografico del regista Ridley Scott, che uscì nelle sale francesi e britanniche nel 1977.
Il primo film della fruttuosa carriera di Scott, valse al regista di “Alien”, “Blade Runner”, “1492 – Conquest of Paradise”, “Gladiator”, “Kingdom of Heaven”, un episodio del “All the Invisible Children”, il premio per la miglior opera prima a Cannes (1977) ed il David di Donatello (1978) per la migliore regia ed il miglior film straniero .
Avendo alle spalle una ricca esperienza nel settore pubblicitario e dei cortometraggi (ben 1.500 annunci) e dopo aver studiato arte e design, Ridley Scott sfidò se stesso nel film “I Duellanti”, mettendo in atto una mirabile e virtuosa esercitazione di stile, soprattutto come immagine (fotografia : Frank Tidy), scenografia (Bryan Graves, Peter J. Hampton) e musica (Howard Blake).
Come anticipato dal titolo, la pellicola di Scott è incentrata sul combattimento formalizzato tra due personaggi.
La particolarità del film è rappresentata dal fatto che ciascun duello si svolge in modo distinto. In questo senso, il regista prestò una cura quasi maniacale alla scenografia (ispirandosi al premiato “Barry Lyndon” (1975) di Stanley Kubrick), a scapito di un miglior sviluppo della trama (sceneggiatura : Gerald Vaughan – Hughes, basata sul racconto di Joseph Conrad ).

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Nonostante si dica che il regista avesse avuto a disposizione modeste risorse economiche, ciò non traspare nelle scene, le quali appaiono di altissima qualità.
Testimonianze raccontano come le spade impiegate nel film siano state collegate a batterie elettriche per produrre scintille spettacolari, tanto che gli attori vennero persino scossi un paio di volte durante le riprese.

La pellicola ambientata nell’epoca napoleonica racconta la storia di due ufficiali ussari agli antipodi – l’impulsivo Gabriel Feraud (Harvey Keitel) ed il razionale Armand D’ Hubert (Keith Carradine) – che acquisteranno popolarità grazie alla loro ossessione per il duello. Il motivo degli scontri: uno di essi, Feraud, si ritrova (pretestuosamente) ferito nell’orgoglio.
Al fine di una migliore comprensione del soggetto, è opportuno ricordare che, nelle modalità in cui veniva praticato dal XV secolo in poi, un duello ricadeva sotto precise regole: era un combattimento consensuale e prestabilito che scaturiva per la difesa dell’onore, della giustizia e della rispettabilità, e che si svolgeva secondo regole accettate in modo esplicito o implicito tra uomini di medesimo ceto sociale e armati nel medesimo modo. Solitamente, il duello era estraneo alla legge ufficiale, che lo vietava o al più lo tollerava, e veniva vagliato dai contendenti come un’azione sostitutiva della legge stessa – assente o ritenuta insoddisfacente ai fini della giustizia.

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Nel film di Scott, la contesa dell’onore si estende per più di quindici anni, periodo assai lungo durante il quale le vicende di vita privata degli protagonisti si intrecciano con gli affari bellici di Napoleone.
La pellicola segue e cattura le peregrinazioni degli ufficiali partendo da Strasburgo (1800), passando per Augusta (1801) e Lubbeca (1806), e persino in Russia (1812), dove il duello non venne impedito dal rigido clima invernale, bensì da un attacco a sorpresa dei cosacchi.

Dopo il ritorno in Francia, il cambiamento di regime comportò l’arresto per tradimento di Feraud, ma D’ Hubert, ora ufficiale superiore, intervenne salvando la vita al suo avversario.
Una precisazione in merito agli eventi storici: Scott collocò l’ultimo duello nel 1816, dopo la sconfitta di Lipsia, l’abdicazione e l’esilio all’Elba di Napoleone Bonaparte.
Orbene, in verità, questi avvenimenti ebbero luogo tra la fine del 1813 e la primavera del 1814.
Nell’autunno del 1815 Napoleone fu mandato in esilio sull’Isola Sant Elena, ove si spense, poi, nel 1821.
Tornando alla pellicola, nel 1816, a Tours, i duellanti affrontano l’ultima sfida, che si concluderà con un ironico armistizio.
Infatti, il ponderato D’ Hubert, promotore del fair play, sconfiggerà con un monologo memorabile il collerico Feraud:
You have kept me at Your beck and call for fifteen years. I shall never again do what You demand of me. By every rule of single combat, from this moment Your life belongs to me. Is that not correct? Then I shall simply declare You dead. In all of Your dealings with me, You’ll do me the courtesy to conduct Yourself as a dead man. I have submitted to Your notions of honor long enough. You will now submit to mine.”
Mi avete tenuto alla Vostra mercè per quindici anni. Non farò più ciò che Voi pretendete da me. Per il codice cavalleresco, la Vostra vita da questo momento mi appartiene. Ne convenite, vero? E io semplicemente Vi dichiaro morto. In tutti i vostri rapporti con me mi farete il piacere di comportarvi come foste defunto. Ho subito troppo al lungo il Vostro concetto dell’onore. Ora Voi subirete il mio.

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Ad un prima visione, la storia valorizzata da Scott potrebbe sembrare abbastanza comune, senza grosse pretese.
Tuttavia, il regista britannico, abile indagatore della psicologia umana, incita il pubblico ad approfondire il suo concetto dipanando una seconda chiave di lettura piena di significati inquietanti.
Scott invita lo spettatore alla riflessione su argomenti malagevoli come l’impiego della violenza fisica con il pretesto della salvaguardia di una moralità fasulla.
Inoltre, il regista punta il dito contro la meschinità dell’essere umano, il quale non disdegna l’impiego di svariati mezzi- e qui entrano nello scenario sia le armi da taglio, che quelle da fuoco – per stroncare l’avversario.
Da ultimo, Scott conclude la pellicola con il miraggio della luce (dell’intelligenza e del buon senso) che spunta e si diffonde contrastando e beffando l’animo buio dell’uomo.

Essenziale ed azzeccato il parere di Gordon Gow (Films and Filming) del 1978: “Un tema insolito, che paragona ironicamente la bellezza della natura all’assurdità della bruttezza umana, entrambe favorevoli promotrici dell’esordio regisorale di Ridley Scott. Il film esamina con sarcasmo e con malinconia l’antagonismo presente nell’essere umano, schiavo di stolti concetti sulla condotta onorevole. Con una perseveranza moderata e razionale, la pellicola biasima gli impulsi aggressivi e la natura ingannevole dei valori.”
Un film sicuramente da vedere ed apprezzare pure per la bellezza dei paesaggi naturali, animati da oche rumorose e da cavalli galanti, oppure, avvolti da nebbia e rugiada, offuscati da vapore e fumo, illuminati dalla luce dell’alba, del tramonto o del sole dei giorni nuvolosi… .
Al successo del film contribuirono, senza ombra di dubbio, le prestazioni degli attori protagonisti.
Keitel, con ogni muscolo del suo corpo teso, con gli occhi che sviluppano ombre, compare in scene che investono il pubblico con la tensione di una molla spirale.

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Keith Carradine conferisce al personaggio D’ Hubert una splendida grazia virile; con le sue trecce militari, oppure con i capelli sciolti in una criniera d’oro, sembra un “hippie Apollo”.
E pensare che Carradine aveva ripetutamente rifiutato il ruolo! L’attore, ammise, addirittura, di averlo accettato in quanto tentato dalla cucina e dai vini della Borgogna, ove si sono svolte parte delle riprese.
Quanto alle apparizioni femminili, esse sono strumentali al fine di dipingere al meglio il personaggio D’Hubert. Difatti, Scott riservò ruoli secondari a Cristina Raines (Adele de Valmassic) e Diane Quick (Laura).
Oltre agli attori sopra menzionati, compaiono in ruoli secondari: Tom Conti (“Merry Christmas Mr. Lawrence”), Albert Finney (“Tom Jones”, “Erin Brockovich”), Robert Stephens (“Empire of the Sun”), Pete Postlethwaite (“The Usual Suspects”) ed Edward Fox (“Gandhi”).
In lingua originale, la storia veniva narrata da Stacy Keach (“American History X”).
La voce narrante nell’edizione italiana è quella dell’attore Romolo Valli, il quale aveva avuto lo stesso compito tre anni prima in “Barry Lyndon” (1975) di Stanley Kubrick.
Fortunatamente, la pellicola passa spesso in tv e penso sia di facile reperibilità.

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I duellanti
Un film di Ridley Scott. Con Harvey Keitel, Keith Carradine, Robert Stephens, Edward Fox, John McEnery,Albert Finney, Jenny Runacre, Tom Conti, Alan Webb, Diana Quick, Arthur Dignam, Alun Armstrong, Liz Smith, Hugh Fraser, Pete Postlethwaite, Dave Hill, Gay Hamilton, Maurice Colbourne, Meg Wynn Owen, William Morgan Sheppard, Patricia Healy, William Hobbs, Christina Raines, Matthew Guinness, Neville Jason, Timothy Penrose, Anthony Douse, Richard Graydon, Tim Hardy, Michael Irving, Tony Matthew, Jason Scott, Luke Scott, Mary McLeod Titolo originale The Duellist. Avventura, Ratings: Kids+16, durata 101 min. – Gran Bretagna 1977.

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Keith Carradine: Armand D’Hubert
Harvey Keitel: Gabriel Feraud
Albert Finney: Joseph Fouché
Edward Fox: Colonnello
Cristina Raines: Adele de Valmassic
Robert Stephens: Generale Treillard
Tom Conti: Dott. Joaquin
John McEnery: Cavaliere
Diana Quick: Laura
Alun Armstrong: Lacourbe
Maurice Colbourne: Tall Second
Gay Hamilton: Maid
Meg Wynn Owen: Léonie D’Hubert
Jenny Runacre: Madame de Lionne
Alan Webb: Cavaliere
Arthur Dignam: Capitano
William Morgan Sheppard: Maestro d’armi
Pete Postlethwaite: Barbiere
Liz Smith: Cartomante

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Regia Ridley Scott
Soggetto Joseph Conrad
Sceneggiatura Gerald Vaughan-Hughes
Produttore Ivor Powell, David Puttnam
Fotografia Frank Tidy
Montaggio Pamela Power
Effetti speciali John Burgess
Musiche Howard Blake
Scenografia Peter J. Hampton
Costumi Tom Rand
Trucco Susan Barradell

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L’opinione di Snaporaz68 dal sito http://www.filmtv.it

(…) Scott tralascia moralismi e sentimentalismi e si concentra sul modo di raccontare questa follia (dal racconto di Joseph Conrad “Il Duello”): i suoi giochi con la luce sono veramente magistrali (la sovraesposizione alla luce che fa da contrasto con le zone d’ombra, i punti di vista ribaltati) e gran parte delle scene del film sembrano quadri Caravvaggeschi. Alcuni esempi: le scene d’amore con i visi che emergono dal buio e il duello nel granaio con i fasci di luce che penetrano dalle aperture ai lati della scena. Da manuale di regia la scena del duello nella nebbia con Scott che si incaponisce (contro sceneggiatore e contro tutti) e ci mostra un Carradine tremante con i flashback della sua vita che scorrono quasi come un presagio. Altro colpo da maestro è il finale con questa napoleonica figura che si staglia in una visione dal’alto della grande vasta immensa stupidità umana e della grande vasta immensa caducità delle cose terrene. Il sole che a tratti fa capolino tra le nuvole su questa neonata consapevolezza non è un effetto digitale ma una tremenda botta di culo del regista britannico che si imbatte nel momento e nella giornata adatti per girare la scena conclusiva.

L’opinione di Joker1926 dal sito http://www.filmscoop.it

Il primo Ridley Scott viene da lontano, siamo negli anni settanta, la sua prima produzione è di matrice storica. Matrice che ritroveremo spesso e volentieri con questo cineasta.
“I duellanti” è quindi la prima firma su pellicola di un regista molto capace e assolutamente poliedrico, lo stile de “I duellanti” sembrerà essere, comunque, un po’ distante da ciò che saranno le altre produzioni, ma ci sono tutte le ragioni del mondo.
Scott con questo debutto non demerita però il prodotto del 1977 sembra essere una specie di ricordo storico della regia, una sorta di souvenir autentico. Oggigiorno assistere a “I duellanti” potrebbe appesantire chi guarda il tutto; ossia i ritmi sono bassissimi e la storia è una vera e propria forzatura, gli episodi si basano su un duello ripetitivo e quasi malato, ma al contempo abbastanza insensato.
Le grandi macchinazioni sono riservate per altre cose; tipo la scenografia e le ambientazioni che richiamano un mondo misterioso e di altri tempi, quasi fra il fiabesco e il gotico. La fotografia invece deve tutto alla sua scarsa nitidezza e alla suo sviluppo quasi artigianale, essendo alle volte quasi seppiata offre allo spettatore un ritratto d’autore. Diventa importante grazie alla sua miseria.
Per il resto è difficile oggi valutare in modo eccelso e sbalorditivo tale prodotto, come detto i tempi dell’azione viaggiano a velocità ridottissime e la costruzione della trama ha del teatro, cioè tutte le sequenze nascono e muoiono in funzione di questi fatidici duelli, ne sono sette. “I duellanti” in fondo avrebbe anche un’altra lettura, vuole essere una metafora e un richiamo, attraverso l’icona di Keitel di Napoleone Bonaparte, cioè l’ostinata ricerca della gloria che finisce in intermezzi e finali amari.

l’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Per essere all’epoca un debuttante, Scott è regista sorprendentemente maturo: non solo arreda gli ambienti, cesella le scenografie e varia i fasci di luce senza degenerare nel preziosismo, ma prediligendo sintesi ed ellissi ad inutili verbosità sa anche come sfuggire ai possibili rischi di monotonia indotti dalla scansione diacronica di uno stesso evento (il duello interminabile tra i due ufficiali). Nel confronto tra l’orgoglio pervicace di Keitel e la padronanza di sé e la ragionevolezza di Carradine si onora il pensiero di Conrad su storia, destino ed antagonismo umano.
L’opinione di Tarabas dal sito http://www.davinotti.com
“Napoleone, la cui vita fu un duello con tutta l’Europa, non vedeva di buon grado i duelli nel suo esercito”. Inizia così il racconto di Conrad. Come il racconto, il film è un esercizio di ambientazione storica perfetto, una versione avventurosa di Barry Lyndon alla cui estetica è ispirato. L’ironia di Conrad si perde, resta la potente raffigurazione di un’epoca e una storia che consente più di una lettura (allegoria della guerra, del dissidio tra ragione e istinto). Splendido cast, splendido finale con Keitel “trasfigurato” nell’esiliato Bonaparte.

L’opinione del sito http://www.cinemastino.wordpress.com

(…) Nessuno vorrebbe affrontare un duello lungo una vita, in cui non c’è nascondiglio che tenga per sfuggire al proprio sfidante. L’orgoglio, dopo anni e anni, si potrebbe trasformare in ostinazione, mania di persecuzione, capriccio, oppure venire sopraffatto dalla stanchezza, dal buon senso e dalla voglia di pace. L’unica certezza è che bisogna accettare la sfida e portarla a termine senza più rimandarla, a costo della vita. O dell’onore. Perchè spesso è più gratificante perdere la vita conservando l’onore, che continuare a esistere con l’orgoglio mutilato e un’incombenza ancora da compiere. È quello che probabilmente pensano Armand D’Hubert (Keith Carradine) e Gabriel Féraud (Harvey Keitel), due soldati pari in grado dell’esercito napoleonico. Una sottile e fondamentale differenza, però, li allontana e contemporaneamente continua a farli incontrare: il primo è conscio dell’assurdità della situazione in cui si trova; il secondo crede fermamente nella legittimità e nella dignità di quello che sta facendo. D’Hubert non riesce a sottrarsi al rito che lo oppone a Féraud, disposto a ucciderlo qualunque sia il pretesto. Quando l’uno avanza di grado e crede di essere al sicuro, anche l’altro progredisce e rivendica il diritto al confronto. È una rarità vedere i due personaggi nella stessa inquadratura senza che ci sia un duello, un’intimidazione, salvo la prima in cui i due s’incontrano e già si scontrano: D’Hubert ha l’ordine di arrestare Féraud, che ha sfidato a duello – ancora una volta – l’uomo sbagliato. È un animale, Féraud, proprio come l’autocisterna che in Duel (Steven Spielberg, 1971) insegue senza sosta e senza un perchè quell’automobilista, bersaglio meno cedevole di quanto egli stesso non si immaginasse. È un animale ed è credibile anche grazie all’interpretazione di Harvey Keitel, sbruffone costantemente crucciato e irascibile. (…)

L’opinione del sito http://www.scrivenny-dennyb.blogspot.it/

I duellanti è il primo film di Ridley Scott – regista di pellicole di culto quali Alien, Blade Runner, Il gladiatore, Thelma e Louise o del bellissimo American Gangster – che si aggiudicò il premio speciale della critica al Festival di Cannes quando presiedeva Roberto Rossellini (tanto per ricordare quanto i nostri grandi registi capiscano il talento di giovani e non ancora totalmente affermati colleghi, basti pensare anche a Bernardo Bertolucci che fu decisivo per l’assegnazione della Palma d’oro a Cuore selvaggio di David Lynch). Ciò che ho notato in questo film è l’attenzione particolare ai dettagli che ha avuto il regista nei confronti delle scene (che diventerà maniacale in Blade Runner), ispirate, a detta di Ridley Scott, a Barry Lindon. Quella che più mi viene in mente ritrae un uomo in una stanza seduto con la schiena sul letto, un flauto in una mano e uno spartito sul viso. Accanto a quest’ultimo un tavolinetto con delle pere in un vassoio e alcuni libri. Scommetto che i fogli sparsi sul pavimento, come tutto il resto della scenografia, sia stato posizionato dal regista stesso. Attenzione, eleganza, caparbietà fanno sì che questo film sia uno dei migliori esordi cinematografici di sempre.

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«Napoleone I, la cui carriera ebbe il carattere di un duello contro l’Europa intera, disapprovava il duello fra gli ufficiali del suo esercito. Il grande imperatore militare non era uno smargiasso e aveva poco rispetto per la tradizione. Tuttavia, la storia di un duello, che divenne leggendario nell’esercito, percorre l’epopea delle guerre imperiali».

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febbraio 5, 2017 Posted by | Capolavori, Drammatico | , , | 2 commenti

Il lenzuolo viola (Bad timing)

Il lenzuolo viola locandina

Una storia d’amore (possibile o impossibile, sarà lo spettatore a decidere) tra una splendida donna libera, indipendente e disinibita e un insegnante di psicanalisi nell’università di Vienna.
E’ proprio nella città austriaca che si evolve il rapporto di coppia tra lei, Milena e lui, Alex: diversi come il giorno e la notte eppure attratti l’uno dall’altro per le insondabili questioni alchemiche dell’amore.
Non potrebbero apparire più differenti di così, Milena ed Alex: lei rifiuta ogni impegno sentimentale, fiera com’è della propria indipendenza e della propria libertà mentre lui, Alex, vuole il rapporto stabile ed esclusivo, sogna una donna al suo fianco probabilmente anche succube della sua personalità che oscilla paurosamente tra la normalità e la paranoia.
Così, quando vediamo Milena su un letto di ospedale in lotta tra la vita e la morte dopo essersi apparentemente avvelenata con un’overdose di farmaci, seguiamo con estremo interesse le indagini dell’ispettore Netusil che vuol vederci chiaro in quello strano tentativo di suicidio.

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Harvey Keitel

Il comportamento di Alex, quando viene interrogato, è estremamente sfuggente tanto da indurre Netusil a stringere l’uomo in un angolo.
Così, attraverso una serie infinita di flashback, apprenderemo la verità sulla storia d’amore e morte tra Milena e Alex…
Dipinto cinematograficamente come una serie di quadri di Klimt o di Egon Schiele, ossessionato da musiche bellissime composte da Keith Jarrett, degli Who e di Billie Halliday Il lenzuolo viola, film del 1980 diretto dal controverso maestro Nicholas Roeg, è un viaggio movimentato e complesso nei meandri della psiche di due personaggi in cerca di se stessi e di un rapporto con gli altri che finiscono per fagocitarsi e invischiarsi in una relazione torbida e inestricabile.

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Quando Roeg dirige Il lenzuolo viola (Bad timing) ha alle spalle 4 film di per se memorabili anche se in modo molto differente; L’uomo che cadde sulla Terra, A Venezia… un dicembre rosso shocking, Walkabout-L’inizio del cammino e Sadismo sono di per se autentiche perle in quattro generi cinematografici completamente diversi. Dei primi tre film ho già parlato, esaltando i virtuosismi dietro la macchina da presa di Roeg, che aveva alle spalle quasi vent’anni da assistente operatore.

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Art Garfunkel

La svolta che Roeg da al cinema consiste in un uso quasi psichedelico della MDP unita a sceneggiature completamente innovative, con dialoghi scarni o quasi inesistenti (come in Walkabout) e con una potenza visiva davvero sorprendente.
Con Il lenzuolo viola Roeg torna al cinema 5 anni dopo lo straordinario successo di pubblica ( e in parte) di critica ottenuto da L’uomo che cadde sulla terra; questa volta la scelta è sul rapporto di coppia, un rapporto che ci appare subito minato alle fondamenta.
Troppo diversi i personaggi, troppo particolare la psicologia di Alex, pericolosamente in bilico tra la depravazione morale e un assolutismo affettivo che a ben guardare ha delle origini patologiche.

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Eppure l’inizio può sembrare rassicurante, con il primo incontro (il primo?) tra Alex Linden e Milena Flaherty, che guardano un Klimt che riflette oro mentre la morbida musica di Tom Waits pian piano si dissolve.
Subito dopo tutto viene spazzato via.
Il suono triste di una sirena lacera la notte; all’interno dell’ambulanza Mlena sembra respirare sempre più debolmente mentre Alex è stranamente freddo e distaccato.
Iniziano una serie di flashback che ci illuminano parzialmente sul passato della coppia, ma quanto vediamo è realmente accaduto o è la proiezione mentale di ciò che loro vorrebbero fosse accaduto?
Il film ruota attorno a questa ambiguità di fondo, così come ambiguo ci appare da subito Alex, quando in ospedale è raggiunto da Netusil, un poliziotto freddo e capace che inizia ad interrogare il glaciale professore di psicanalisi.
Così finalmente vediamo frammenti di verità, a partire dalla festa in cui Mlena e Alex sono rimasti folgorati l’uno dall’altra.

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Seguiamo anche i pensieri di Milena, donne pericolosamente vicina all’alcolismo, una donna libera e disinibita che però nasconde probabilmente una grande insicurezza di fondo.
Mentre Netusil indaga, seguiamo anche il torbido rapporto che si instaura tra Milena e Alex, la sua gelosia crescente, le sue piccole manie sessuali.
Vediamo anche Alex scoprire che la donna è sposata con un uomo che non ama più, dal quale lui vorrebbe farla divorziare.
Forzature, piccoli drammi, incomprensioni che diventano sempre più ampie, incolmabili.
Il lenzuola viola è quindi un noir assolutamente atipico, perchè la sua struttura è quella ad incastro, un gioco di scatole cinesi in cui la verità sembra essere celata in qualche scatola successiva; ogni volta che se ne apre una, ecco il rimando alla prossima e così quasi fino all’infinito.
Per costruire il suo rompicapo, Roeg aveva bisogno di un cast che esprimesse compiutamente il carattere “labirintico” dei due principali protagonisti e così il regista londinese scelse due attori non di primissimo piano;

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per il ruolo complesso di Milena ecco Theresa Russell, bellissima ed enigmatica attrice californiana al suo primo ruolo importante e Art Garfunkel, molto più conosciuto in ambito musicale ma autore fino ad allora di due apparizioni davvero notevoli nei film di Mike Nichols Comma 22 e Conoscenza carnale. Garfunkel, inspiegabilmente sottovalutato da Hollywood ripaga Roeg con un’interpretazione magistrale del personaggio paranoico di Alex mentre la futura signora Roeg è una piacevolissima sorpresa. Aldilà della seducente bellezza del volto e del suo fisico praticamente perfetto, la Russell consegna un ritratto memorabile della sfortunata Milena Flaherty giocando splendidamente sull’ambiguità del personaggio e in definitiva facendo esattamente ciò che Roeg voleva, mantenere cioè il personaggio in un limbo immateriale in cui la psicologia di Milena risulti inafferrabile o comunque che appaia come uno specchio dai moltissimi riflessi.

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Theresa Russell

 

Bravo anche Harvey Keitel che interpreta l’implacabile Netusil, l’uomo deputato a incastrare le tessere del mosaico con pazienza infinita e con intuizione.
Parlavo prima della controversa uscita del film, a cui la critica ha riservato elogi senza fine o stroncature inappellabili.
Valga per tutte la recensione sintetica che dice “Un film malato fatto da malati per i malati...” di un non meglio identificato critico americano,

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mentre stranamente Morandini parla di un film “Affascinante, intrigante, ai limiti del Kitsch“. Ugualmente diviso il pubblico, ma non poteva essere diversamente.

Un film molto complesso, forse troppo.
Innegabilmente però tutti lodano la splendida fotografia di Roeg, l’ambientazione decadente in una Vienna misteriosa e le intepretazioni degli attori citati.
Ci sono quindi tutti i motivi per immergersi in una pellicola che potrà non piacere ma che non lascerà assolutamente indifferenti.

Il lenzuolo viola
Un film di Nicolas Roeg. Con Art Garfunkel, Harvey Keitel, Theresa Russell, Denholm Elliott, Daniel Massey,Dana Gillespie, William Hootkins, Eugene Lipinski, George Roubicek, Stefan Gryff, Sevilla Delofski, Robert Walker, Gertan Klauber, Ania Marson, Lex van Delden Titolo originale Bad Timing. Drammatico, durata 129 min. – Gran Bretagna 1980.

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Il lenzuolo viola banner protagonisti

Art Garfunkel … Alex Linden
Theresa Russell … Milena Flaherty
Harvey Keitel … Ispettore Netusil
Denholm Elliott … Stefan Vognic
Dana Gillespie … Amy Miller
William Hootkins … Col. Taylor
Eugene Lipinski …Poliziotto dell’ospedale
George Roubicek …Primo poliziotto
Stefan Gryff …Secondo poliziotto
Sevilla Delofski …Receptionist ceco
Robert Walker … Konrad
Gertan Klauber …L’infermiere nell’autoambulanza
Ania Marson … Dr. Schneider
Lex van Delden …Giovane dottore

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Regia: Nicolas Roeg
Produzione: Jeremy Thomas
Sceneggiatura: Yale Udoff
Musiche: Richard Hartley
Cinematography: Anthony B. Richmond
Editing : Tony Lawson
Registrazioni in studio: Picture Company
Distribuzione: Rank Organisation

febbraio 6, 2012 Posted by | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Lezioni di piano

Una donna muta dall’età di sei anni per motivi non chiari,arriva in un’isola della Nuova Zelanda assieme alla figlia nata da un precedente matrimonio;arriva in un continente sconosciuto, recando con se un pianoforte unica sua distrazione e fonte di una passione irrefrenabile. Il pianoforte è principalmente uno strumento che le serve non solo per appagare i suoi sensi, ma anche per stabilire un contatto con il mondo esterno, per entrare in sintonia con quello che la circonda.

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Holly Hunter

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Harvey Keitel

Ada Mac Grath, questo il suo nome, dovrebbe sposare Alisdair ma sin dall’inizio appare chiaro che all’uomo non vanno giù alcune cose della donna, inclusa la sua ferma volontà di trasportare attraverso la giungla il pianoforte. A venire in soccorso di Ada è un tipo strano, George, che si invaghisce della donna; propone ad Ada di trasportare grauitamente il piano in cambio di lezioni dello stesso. Ada pur riluttante accetta il baratto. E’ l’inizio di una relazione clandestina che terminerà violentemente quando Alisdair,resosi conto della cosa, per punire Ada le taglierà un dito, impedendole così di suonare.

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Ma la donna lo lascia e nel momento di andar via getta il pianoforte in mare,legandosi con una corda ad esso; sta per morire ma all’ultimo istante sceglie di vivere liberandosi dalla corda. Andrà a vivere con George e riprenderà seppur lentamente a parlare.

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Film premiato a Cannes con la Palma d’oro, Lezioni di piano sembra un dramma a metà strada tra un racconto della Bronte e uno di Lawrence, sia per il tema trattato in cui ancora una volta si tende ad evidenziare la condizione delle donne nel primo ottocento sia per la scabrosa relazione tra Ada e George, che almeno all’inizio è solo di natura sessuale con scene esplicite di sesso.

Splendidi paesaggi,immersi in una foschia creata ad arte sembrano simboleggiare la rinascita spirituale di Ada, donna dal passato triste e doloroso, che alla fine riesce comunque a trovare lo spazio per la sua felicità, fatta di un incontro con un uomo forse rozzo ma dalla grande sensibilità,opposta a quella di Alisdair,crudele e meschino.

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Un film a tratti poetico e convincente, che si avvale della straordinaria interpretazione di Holly Hunter e della regia, tecnicamente perfetta di Jane Campion; la regista neozelandese, reduce dal buon successo del film Un angelo alla mia tavola crea un film d’atmosfera con personaggi molto caratterizzati. La Ada interpretata splendidamente da Holly Hunter è una donna forte e volitiva, nonostante l’handicap dietro il quale probabilmente si nasconde per sfuggire ad un mondo che non sente suo.

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Ma del quale si riappropria con il suo piano, dal quale trae giovamento e sussistenza per l’anima, attraverso la musica linguaggio universale. La Hunter è bravissima, con quell’espressione malinconica e corrucciata che si staglia sotto il cappuccio vittoriano. E’ un ritratto di donna forte, determinata, che vorrebbe rivendicare il suo ruolo ma che per la meschinità e il maschilismo imperante è costretta a mascherarsi, ad accettare un ruolo subalterno al quale tuttavia si ribellerà. Un film molto bello, quindi, questo Lezioni di piano, premiato da un eccellente successo internazionale.

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Lezioni di piano
Un film di Jane Campion. Con Holly Hunter, Harvey Keitel, Sam Neill, Anna Paquin, Kerry Walker,Genevieve Lemon, Tungia Baker, Ian Mune, Peter Dennett, Te Whatanui Skipwith, Pete Smith, Bruce Allpress, Cliff Curtis, Carla Rupuha, Mahina Tunui
Titolo originale The Piano. Drammatico, durata 121 min. – Australia, Francia, Nuova Zelanda 1993

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Holly Hunter: Ada McGrath
Harvey Keitel: George Baines
Anna Paquin: Flora McGrath
Sam Neill: Alisdair Stewart

 Lezioni di piano banner doppiatori

Rossella Izzo: Ada McGrath
Mario Cordova: George
Perla Liberatori: Flora McGrath
Luca Ward: Alisdair Stewart

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Regia     Jane Campion
Soggetto     Jane Campion
Sceneggiatura     Jane Campion
Casa di produzione     Australian Film Commission, CiBy 2000, New South Wales Film & Television Office
Fotografia     Stuart Dryburgh
Montaggio     Veronika Jenet
Musiche     Michael Nyman
Scenografia     Andrew McAlpine
Costumi     Janet Patterson

maggio 3, 2008 Posted by | Drammatico | , , , , | 2 commenti