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Riflessi di luce

Riflessi di luce locandina

Federico Brandi, un compositore di buon livello, vive in una splendida villa crogiolandosi nei ricordi fra i quali ha prevalenza quello del drammatico incidente in cui ha perso l’uso delle gambe, rimanendo confinato su una sedie a rotelle.
L’altro motivo per cui Federico prova un astio senza fine verso gli altri è il ricordo della splendida moglie Chiara morta annegata abbastanza banalmente mentre si bagnava in un lago.
Le lunghe ore solitarie, i sospetti che prova verso la sua nuova compagna Marta lo spingono a scrivere una specie di lettera confidenziale a Lorenzo, un suo vecchio amico, nella quale esterna il suo dolore e la sua rabbia per la vita a metà che è costretto a portare avanti.

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Pamela Prati

Nella villa ci sono anche l’affascinante figlio ventenne Marcello e la sua segretaria Giorgia; l’ostilità dell’uomo verso l’esterno aumenterà esponenzialmente quando si renderà conto che la moglie Marta ha intrecciato una relazione incestuosa con il figlio, oltre che sollazzarsi in giochi saffici con la segretaria.
Nel frattempo Marcello allaccia casualmente una relazione con la bella Gaia, durante una delle prove che fa per diventare un fantino.
Tutto si dipana lentamente verso il finale, durante il quale Marta apprende dalla lettera che ha scritto quest’ultimo dell’infinito amore che il compositore prova ancora per la moglie defunta e….
Pasticciaccio erotico di bassa lega,infarcito di dialoghi piatti come un elettroencefalogramma fatto ad una gallina con la meningite, Riflessi di luce è uno di quei filmacci a metà strada tra il soft core e il porno che abbondarono nella produzione cinematografica di fine anni 80.
Periodo nel quale è drammaticamente evidente la crisi del cinema, acuita anche dalla mancanza di soggetti validi oltre che di materia prima, ovvero spettatori paganti nelle sale.

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Diretto da Mario Bianchi, Riflessi di luce esce nelle sale nel 1988 e propone un cast raccattato alla bene e meglio, nel quale l’unico a mantenere un livello appena sufficiente è Gabriele Tinti, che tre anni più tardi, nel 1991 sarebbe scomparso prematuramente all’età di 59 anni.
L’attore riesce in qualche modo a dare credibilità al personaggio tormentato di Federico, l’unico ad essere dotato di un qualche spessore; e vista l’unione sentimentale con Laura Gemser, sua compagna di vita nella realtà e nel film moglie del protagonista, ecco che le uniche scene credibili si rivelano proprio quelle che vedono protagonisti i due coniugi separati da un destino crudele.
Il resto del cast mostra un pressapochismo, una mancanza dei fondamentali recitativi a dir poco penosa.

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Si passa da una scialba Pamela Prati, totalmente inespressiva tranne quando appare senza veli fino a Loredana Romito, altra attrice di scarsissime qualità fino a Jessica Moore, carina ma anch’essa scarsamente dotata (dal punto recitativo).
Proprio nel punto esplicitato tra parentesi sta il succo del film: siamo di fronte ad una robusta esposizione di parti intime,natiche e seni conditi da diverse sequenze lesbiche e poco più.

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Si fa davvero fatica a sopportare i dialoghi insulsi con cui il regista cerca di dare un’aura di credibilità al film.
Che resta quello che è, ovvero un melodramma erotico che avrebbe avuto qualche ragione d’essere negli anni settanta, periodo in cui si solleticavano gli istinti più bassi della platea, non di certo alla fine degli anni 80.
Detto questo, non resta altro da fare che sconsigliare la visione del film, molto caldamente.

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Per una volta, concordo pienamente con il lapidario giudizio del Morandini, di solito poco affidabile in molte recensioni.
“Vietato ai minori di 18 anni, sconsigliabile ai maggiori.”
Una pietra tombale decisamente condivisibile.
Riflessi di luce, un film di Mario Bianchi. Con Loredana Romito, Laura Gemser, Pamela Prati, Gabriele Tinti, Gabriele Gori Drammatico, durata 90 min. – Italia 1988.

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Pamela Prati    …     Marta
Gabriele Tinti    …     Federico Brandi
Loredana Romito    …     Giorgia
Gabriele Gori    …     Marcello Brandi
Laura Gemser    …     Chiara
Jessica Moore    …     Gaia


Regia: Mario Bianchi
Sceneggiatura: Francesco Valitutti
Musiche: Gianni Sposito
Editing: Cesare Bianchini
Costumi: Maurizio Fiorelli

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

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Capisco che la Pamela sia una splendida donna ma questo film è una vaccata inguardabile. Eppure sono arrivata alla fine… nonostante gli allenamenti a cavallo e i “virtuosismi” shakespeariani del giovine Michele. Ho capito l’indefinibile ruolo della Romito (a parte mostrarsi ignuda) solo a visione ultimata, il finale è patetico ed è un complimento. Solo per coraggiosi o fan motivati della Pamela Prati.

Lentissimo filmetto adriatico, di sconcertante povertà, ad esclusione di qualche maschera di Gabriele Tinti che, a confronto degli altri, pare Marlon Brando. Soggetto di tre righe, sceneggiatura cui deve dar manforte il tirare in lungo ogni situazione per fare metraggio. La povertà di mezzi si vede sin dalla “folle” caduta della motociclista. E che dire dell’allenamento per il Gran Premio d’ippica? Fra le donne la più brava è la Moore, la più sensuale la Romito, la più banale la Prati, primo nome dei crediti. Dialoghi sconcertanti. Insalvabile.

Mario Bianchi tra un porno doc (“Belve del Sesso”, 1987) ed un porno choc (“Giochi bestiali in famiglia”, 1990), ricorda la discendenza nobile (Roberto Bianchi Montero è il padre) per cui rientra in carreggiata, ma ha perso il senso del ritmo e, soprattutto, ha sbagliato “corsia”. Con una 500 infila l’autostrada. Questo è un film drammatico, lievemente erotico (in particolare grazie alla sola presenza fisica di Pamela Prati e Loredana Romito), pesantemente malfatto. Si inizia dalle scarse locations, per proseguire con una regia disattenta ed un plot striminzito, ricco di stereotipi…

Terribile drammone a tinte erotiche realizzato maldestramente e con una povertà di budget impressionante. Bianchi sperava forse di rientrare nel cinema non-hard, ma non credo sia riuscito a raccogliere nella sale più di qualche spicciolo. Il povero Tinti sprofonda in questo ignobile abisso chiudendo malamente la sua carriera, stessa cosa per Laura Gemser che si limita ad apparire in sogno. In carne ed ossa si vede invece Pamela Prati che insieme a Loredana Romito e alla sedicente Jessica Moore regala rari momenti di innocuo eros pseudpatinato.

Dramma erotico borghese come tanti altri ne erano stati fatti negli anni precedenti: un vedovo in crisi e ossessionato dal ricordo della moglie morta, un figlio degenere, una segretaria lesbica… Motivo d’interesse la presenza dell’ottimo Tinti – sempre serio professionista – la bellezza della Prati, della Romito e della Moore; la Gemser compare in flashback. Finale riconciliante.

Alquanto mediocre film erotico-drammatico che si distingue per la scarsezza degli attori (salvo solo il buon Gabriele Tinti) e per l’assurdità di alcune scene (l’allenamento a cavallo). Nel finale il film vira bruscamente verso il sentimentale, sembra di assistere quindi a un misto di generi, peccato il risultato sia un po’ indigesto. Belli comunque alcuni paesaggi.

Mi avvicinai a questa pellicola con la speranza di poter vedere un thrillerino di quelli tipici “de noantri”, con qualche piccata erotica e un retrogusto delinquenziale di thanatos. Invece, se il primo aspetto, pur non eccellendo, non lascia nemmeno a bocca asciutta (la Prati e la Moore valgono ogni visione, a prescindere in my opinion), il secondo manca del tutto, in quanto vi è sì un sottotesto serioso ma al massimo di natura drammatica. Pertanto, lo si guardi solamente se interessati alla prima delle due partes…

 

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gennaio 3, 2011 Posted by | Erotico | , , , , | 1 commento

La moglie in bianco, l’amante al pepe

La moglie in bianco l'amante al pepe locandina

Peppino Patanè, dentista e Barone, tipico esempio di galletto ruspante di mezz’età, si barcamena tra la moglie,  cicciottella e stranita e la splendida amante Anna Maria.
La sua pacifica vita da gaudente viene stravolta dall’arrivo del figlio Gianluca, che si presenta alla stazione del paese dove Patanè vive, vestito di rosa e con tanto di orecchino (siamo nel 1980).

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Ria De Simone e Susan Scott

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Susan Scott

Ben presto al barone e a suo padre, ormai anziano e in punta di morte, sorgono molti dubbi sulla virilità del giovane, aggravati dalla sua passione per il culturismo. La morte del padre di Peppino sconvolge la famiglia, non per il dolore, ma per il testamento che l’anziano lascia.
Secondo le sue disposizioni, infatti, affinchè la famiglia Patanè possa ereditare il patrimonio Gianluca deve avere un figlio entro 12 mesi dalla morte del nonno.
Peppino cerca di mettere alla prova la virilità del figlio, facendolo incontrare con la sua amante Anna Maria, senza esito.

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Occorre quindi trovare una moglie al giovane e il caso arriva in aiuto del barone. Un sacerdote suo amico ha una nipote, Sonia, una ragazza dal passato turbolento; la donna, mimetizzata sotto  occhiali spessi e un vestito castigato si rivelerà una splendida fanciulla, fisicamente esplosiva.
Alla fine Sonia e Gianluca arriveranno alle nozze e daranno alla luce il tanto sospirato erede maschio, chiamato Calogero.
Tutto sembra funzionare per il meglio, ma il giorno della presentazione al paese del bimbo, mentre tutta la famiglia è festante sul balcone con il paese radunato sotto ad applaudire, si vede Gianluca mandare un bacio furtivo ad un suo amico culturista.

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Pamela Prati

La moglie in bianco l’amante al pepe, regia di Michele Massimo Tarantini (al soggetto ci si sono messi in 4 a lavorare!) è la più classica delle commedie sexy del periodo a cavallo tra la fine degli anni settanta e l’inizio degli anni ottanta (Il film è datato 1980); il canovaccio è quello ormai tradizionale del fertile filone famigliare, ovvero il padre mandrillo, il figlio imbranato, l’amante bellissima con la moglie ovviamente tutt’altro che appetibile e in mezzo stravaganti e improbabili amorazzi, tradimenti, fughe precipitose da camere da letto.

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Questa volta il prorompente Lino Banfi, che replica per l’ennesima volta il ruolo del marito fedifrago è alle prese con un figlio (interpretato malamente dall’inespressivo Javier Viñas) sospettato, con buona ragione, di essere gay. Attorno a questo trito e abusato punto fermo, si sviluppa una commedia con rari sprazzi di comicità, affidata più all’estemporanea capacità dell’attore pugliese di far ridere grazie al suo campionario di gag che ad altro.

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Non fosse per la presenza della splendida (anche se vistosamente in là con gli anni) Susan Scott/Nieves Navarro e per le superbe doti fisiche di Pamela Prati, davvero ci sarebbe ben poco da commentare.
La storia è sempre la stessa e mette assieme luoghi comuni (il meridionale che deve assolutamente far sfoggio di virilità) e battute da trivio, natiche e seni in primo piano e le solite scene girate in camere da letto di anonimi alberghi, luoghi di convegno sei soliti immancabili adulteri.
Tutto già visto altre volte, quindi.

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Cambia solo la protagonista femminile, che questa volta è la scarsamente (quasi nulla) espressiva Pamela prati, impegnata però a far sfoggio di un fisico davvero superbo.
Nel cast figura,anche se in una particina davvero marginale, Ria De Simone, mentre alla Scott è affidato il ruolo dell’amante di Peppino Patanè, che l’attrice spagnola ricopre con la consueta abilità.
Filmetto di grana grossa, con qualche sprazzo comico (limitatissimo) che suscita ilarità.

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La moglie in bianco… l’amante al pepe,un film di Michele Massimo Tarantini. Con Lino Banfi, Pamela Prati, Marina Porcel, Raf Baldassarre,Bruno Minniti,Susan Scott,Ria De Simone
Commedia, durata 85 min. – Italia, Spagna 1980.

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La moglie in bianco l'amante al pepe banner protagonisti

Lino Banfi: Giuseppe ‘Peppino’ Patanè / Calogero Patanè
Pamela Prati: Sonia
Marisa Porcel: moglie di Peppino Patanè
Javier Viñas: Gianluca, figlio di Peppino Patanè
Ria De Simone: sorella di Peppino Patanè
Susan Scott: amante di Peppino Patanè
Toni Ucci: Zio Cosimo

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Regia:     Michele Massimo Tarantini

Soggetto:     Luciano Martino, Michele Massimo Tarantini
Sceneggiatura:     Giorgio Mariuzzo, Bruno Di Geronimo, José Vicente Puente, Michele Massimo Tarantini
Musiche: Sereno De Sutti
Editing: Alberto Moriani
Costuni: Elio Micheli


Nel suo periodo di massimo fulgore cinematografico Lino Banfì girò moltissimi film dalle alterne fortune commerciali ma dal simile (limitato) spessore cinematografico. Questa pellicola si inserisce ottimamente nel filone erotico-pecoreccio in cui eccelse l’attore pugliese ma è nel complesso una delle meno divertenti: situazioni comiche riciclate da innumerevoli film precedenti, battute poco divertenti e cast (a parte Banfi) decisamente debole.

La carenza di una vera “star” femminile (debutto ufficiale per Pamela Prati, vero nome Paola Pireddu) viene aggirata con l’escamotage di affiancarle un “fisico” dignitoso come quello della Navarro (aka Susan Scott), che non mostra -per fortuna virile- particolari inibizioni al momento di rimuovere vestiti (pur attillati). Banfi ormai è lanciato in soggetti cretini (forse neanche sceneggiati) e tira fuori il meglio dell’improvvisazione da cabaret. La musica, sempre presente, non risolleva il clima di mestìzia che alberga nell’intero film.

Da parte mia è di culto as-so-lu-to. Banfi recita la parte del barone Patané talmente sopra le righe da farlo diventare uno dei suoi ruoli più divertenti. Anzi, il ruolo è doppio visto che nella prima parte lo vediamo anche nei panni del nonno sporcaccione. Certo tecnicamente si è visto di meglio, anche restando nella filmografia di Michele Massimo Tarantini, ma la storia è perfetta per le corde del comico barese ed il film guadagna punti su punti. Imbambolata ma da sturbo l’esordiente Pamela Prati, che non avrà mai grande fortuna col cinema.

Ma basta!!! Al miliardesimo film-pochade all’italiana Banfi ha chiarito essere un attore dal repertorio limitatissimo. Anche Totò faceva brutti film ma nonostante ciò era un genio. Quindi la giustificazione che Banfi era costretto da copioni beceri non regge. Questo, coproduzione spagnola con una starlet così poco memorabile come la Prati (sembra un trans), è tra i meno riusciti di un universo cinematografico che oggi sembra così poco politically correct ma che all’epoca era solo volgare. Nieves Navarro solleva la desolante situazione tette-culo.

Un Banfi scatenato così non lo avevamo mai visto: un susseguirsi di urla, gestacci, versi in pieno stile “banfesco” fanno da cornice a questa classica commedia degli equivoci (se così vogliamo chiamarla). C’è una giovane Pamela Prati (alla faccia a quelli che dicevano che era un travestito) e un nonnino che non è altro che Banfi sulla sedia a rotelle. Forse uno dei migliori film diretti da Tarantini.

 

settembre 29, 2010 Posted by | Commedia | , , , , | Lascia un commento