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Al lupo al lupo

Al lupo al lupo locandina

Storia di tre fratelli alla ricerca della propria identità e delle proprie radici,due uomini e una donna che legatissimi da piccoli hanno finito poi per seguire le proprie vite trascurando in qualche modo il legame fortissimo,simbiotico che esisteva fra di loro.
Sarà la ricerca del padre,apparentemente scomparso senza spiegazioni,a unire di nuovo i tre ricreando la magica atmosfera,ricomponendo come un puzzle l’antico affetto che li legava.
In sintesi è questa la trama di Al lupo al lupo,film del 1992 diretto e interpretato da Carlo Verdone,un’opera sorprendentemente matura e intimista,l’undicesima diretta dall’attore e regista romano che arriva nello stesso anno in cui Verdone dirige Maledetto il giorno che ti ho incontrato e prima di Perdiamoci di vista,quindi un’opera assolutamente a se stante sia come tematiche sia come registro.

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La storia parte mostrandoci Vanni Sagonà,apprezzato pianista alle prese con un concerto durante il quale per la prima volta è assente suo padre,Mario,conosciuto e apprezzatissimo scultore e poeta.
Deluso e un po preoccupato dalla sua assenza,Vanni si reca a casa di suo padre scoprendo che non c’è e trovando solo la copia delle chiavi delle loro residenze di campagna e di mare.
Convinto che Mario Sagonà sia partito per una delle due case,Vanni contatta sua sorella Livia per farsi accompagnare,non possedendo la patente.
Livia è sposata,ma ha una relazione clandestina con Paolo e sta meditando di lasciare il marito;per questo non sembra propensa ad accettare l’invito di Vanni ma alla fine più per evitare di dover partire con suo marito che spinta dalla preoccupazione per l’assenza del padre che attribuisce al carattere bizzarro dello stesso,accetta di mettersi in viaggio con il fratello.

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Vanni e Livia si dirigono quindi verso la residenza di campagna,dove scoprono che il terzo fratello,Gregorio,ex musicista e violinista e attualmente Dj,ha organizzato una rumorosa festa con amici e conoscenti.Tra Vanni e Gregorio scoppia una lite sedata a fatica da Livia e il gruppo si separa;mentre i due fratelli vanno a ritirare un premio assegnato al padre,Livia sembra dirigersi verso la casa al mare,ufficialmente per cercarlo,in realtà per incontrare il suo amante.
Alla fine i tre convergono verso la casa,dove i rancori tra i due fratelli emergono prepotentemente quando a loro si unisce un gruppo di vecchi amici passati per caso in barca.
Vengono fuori l’invidia di Gregorio per il fratello,da sempre musicista di valore e il sottile disprezzo di Vanni per Gregorio,che accusa di essere la pecora nera della famiglia.
Lo scontro tra i due però avrà uno sviluppo imprevedibile.
Vanni e Livia assisteranno ad una serata in cui Gregorio mostra il suo talento di DJ;sarà in quell’occasione che Vanni abbandonerà per un po i panni del fighetto inappuntabile e si lascerà andare,complice anche una compressa di anfetamina che lo porterà a sciogliersi e ad abbandonarsi.
I tre fratelli, ora riavvicinati e finalmente complici,possono rimettersi alla ricerca del padre….
In bilico tra la commedia sentimentale con venature (e velature) comiche ma malinconiche,Carlo Verdone sceglie un ibrido agro dolce,costruendo il film come un viaggio di tre persone alla ricerca di se stessi.
Tre persone profondamente diverse,dai percorsi di vita assolutamente differenti,eppure uniti da un legame antico oltre che dal legame fortissimo del sangue.

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Un padre dalla schiacciante personalità fa da deus ex machina invisibile eppure presente con la forza magnetica che da sempre esercita sulla famiglia.
Per contraltare,i tre figli sembrano volersi svincolare da quell’abbraccio soffocante;Vanni è quello che più di tutti ha rispettato il ruolo scritto per lui,seguendo le orme paterne e diventando come lui un personaggio famoso della cultura.
E’ un giovane dalle buone maniere,sempre educato e vestito impeccabilmente;non si concede mai colpi di testa e sembra rispettare in pieno il suo ruolo anche nella società.
Gregorio è l’esatto opposto di suo fratello.
Ha scelto di fare il Dj,vive come un bohemienne senza regole precise,è abituato a immergersi nel caos e ha fatto della sua vita una fucina di incontri,musica,vivendo disordinatamente e al di fuori delle regole scritte da suo padre.
Livia è una donna tormentata,in crisi matrimoniale e legata ad un altro uomo;come scoprirà in seguito,ama suo marito e sua figlia,eppure sente il bisogno di trasgredire,come quel suo ingombrante padre che pur amando la moglie la tradiva con un’altra donna.
Dei tre in fondo Livia è quella più vicina al carattere e all’indole di suo padre.
Pur non essendo presente fisicamente,se non nel finale,Mario Sagonà opprime i tre però al tempo stesso li costringe ad un affannoso viaggio che in teoria ha lo scopo di trovarlo ma che in realtà sembra essere stato provocato proprio per mettere in discussione la vita dei giovani.
Il viaggio alla ricerca del padre diverrà infatti l’occasione per ritrovare se stessi e ritrovare l’antico affetto che da piccoli li univa indissolubilmente.
Ogni singola tappa del viaggio infatti porterà Vanni,Gregorio e Livia davanti al loro passato, sull’onda di ricordi mai assopiti, ma vivi e presenti nel loro essere.
L’antico affetto riemergerà di volta in volta,man mano che i ricordi comuni affioreranno durante la convivenza forzata.
Così Vanni scoprirà di invidiare un po il suo scapestrato fratello Gregorio,che vive si una vita disordinata,ma che ha il coraggio di sfuggire al perbenismo, a quelle leggi non scritte ma inviolabili che sembrano guidare le loro vite e scritte per loro non solo dal padre,ma dalla società in cui sono costretti a vivere,dal ruolo che rivestono e sopratutto dal portare l’ingombrante cognome Sagonà.
Gregorio confesserà a suo fratello l’invidia per il suo talento e le ombre che li hanno divisi;i due si ritroveranno nella memorabile sequenza ambientata in discoteca,quando Gregorio procurerà a suo fratello una donna,imbarazzante desiderio di Vanni, evidentemente troppo preso dal suo ruolo per coltivare e gestire i rapporti umani.

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Anche per Livia arriverà il momento della resa dei conti.
Durante il viaggio scoprirà di amare ancora suo marito e di desiderare solamente il ritorno ad una vita coniugale per certi versi frustrante ma i cui vantaggi sono di gran lunga superiori agli svantaggi.
Al lupo al lupo è un bel film,con qualche errore ma con tanti pregi.
Sicuramente la parte meno interessante e slegata dal film è la lunga sequenza della discoteca,tirata per le lunghe e che avrebbe richiesto tempo girato in meno,ma d’altro canto Verdone cerca di mostrare l’elemento in cui si muove il suo alter ego Gregorio,la sua vita dietro la consolle e le sue serate da DJ.
Parlo di alter ego perchè fondamentalmente il personaggio di Gregorio assomiglia molto a Verdone;da quello che racconta nei suoi libri o quando mostra la figura del padre,che sia nel film o nella vita reale,Verdone sembra richiamare il suo passato,il suo vissuto.
Bene gli attori, dallo stesso Verdone, una volta tanto misurato e attento alla bella e seducente Francesca Neri per finire con la prova matura di Sergio Rubini.
Come dicevo agli inizi,il film ha una connotazione malinconica e nostalgica che Carlo Verdone propone con senso della misura e sentita partecipazione;non sono un’estimatore del regista romano e tanto meno quando recita.Ma questa è un’opera di tutto rilievo,anche se poco apprezzata da parte del pubblico e della solita critica.
Bene il resto del cast,che però agisce sullo sfondo dei tre protagonisti,che finiscono per diventare il perno sul quale ruota tutto.Una segnalazione per Maria Mercader,che interpreta il ruolo della raffinata ed elegante amante di Mario Sagonà.
Ultimamente il film è stato riproposto più volte in tv e vista la consuetudine delle reti commerciali a riproporlo, suggerisco la sua visione caldamente agli spettatori amanti del buon cinema.

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Al lupo al lupo

Un film di Carlo Verdone. Con Carlo Verdone, Sergio Rubini, Francesca Neri, Maria Mercader, Simona Mariani,Giovanni Vettorazzo, Giampiero Bianchi, Barry Morse, Loris Paiusco, Gianpiero Bianchi, Cecilia Luci, Alberto Marozzi, Gillian McCutcheon, Marco Marciani Commedia, durata 114 min. – Italia 1992

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Carlo Verdone: Gregorio Sagonà
Francesca Neri: Livia Sagonà
Sergio Rubini: Vanni Sagonà
Barry Morse: Mario Sagonà
Giampiero Bianchi: Paolo
Cecilia Luci: Vanessa
Alberto Marozzi: Ivano
Fabio Corradi: Gregorio Sagonà da piccolo
Maria Mercader: signora anziana
Giulia Verdone: Livia Sagonà da piccola
Massimo De Lorenzo: Corrado Santoro

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Regia Carlo Verdone
Soggetto Filippo Ascione, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Carlo Verdone
Sceneggiatura Filippo Ascione, Leonardo Benvenuti, Piero De Bernardi, Carlo Verdone
Produttore Mario Cecchi Gori, Vittorio Cecchi Gori
Distribuzione (Italia) Penta Film (1992)
Fotografia Danilo Desideri
Montaggio Antonio Siciliano
Musiche Manuel De Sica
Scenografia Francesco Bronzi

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L’opinione di Elias dal sito http://www.mymovies.it

Questa storia ripercorre lo stesso tipo di tematica già evidenziata col film “Io e mia sorella” con l’aggiunta di qualche opportuna variante. Anche in questo film il regista ci descrive il riavvicinamento di fratelli (per la precisione di due fratelli e una sorella), che il tempo li aveva divisi,in seguito ad un particolare episodio: l’improvviso allontanamento del padre verso una meta a loro sconosciuta. Il film riesce a mettere in evidenza le singole storie di ognuno di essi con le relative problematiche: Vanni è un affermato pianista, tanto preciso nel suo lavoro quanto insicuro e “fragile” nel suo carattere e in alcune componenti psicologiche della sua personalità; Greg. è una persona che non è riuscita a costruirsi delle solide basi per un suo futuro e pertanto è costretto ad arrangiarsi vivendo alla giornata con un’occupazione saltuaria come DJ di party privati e come compositore di canzoni senza pretese; infine Livia che sta attraversando un burrascoso rapporto matrimoniale e conducendo una relazione clandestina dagli esiti incerti. Ciò che ci ha colpito di questo film è stata l’abilità di Verdone nel non ergersi come protagonista principale ed assoluto della trama, ma di bilanciare perfettamente le storie dei tre personaggi dando ad ognuno di essi il giusto peso e la dovuta importanza. A nostro avviso mentre, in linea generale, dovrebbero essere i genitori ad aiutare i figli venendo incontro alle loro esigenze, in questo caso Verdone ci fa capire che in alcuni momenti della vita potrebbe accadere il contrario, vale a dire che questi tre fratelli, sebbene divisi dal destino, alla fine uniranno le loro forze e la loro volontà per ritrovare il padre “perso”.
L’opinione di Cherubino dal sito http://www.filmtv.it

Forse i veri cinefili non saranno d’accordo, ma io penso di averlo visto nelle condizioni ideali e cioè non sapendone nulla, neppure della trama; e non avendo visto film dello stesso regista da parecchio tempo (almeno una decina d’anni).
Esprimo dunque un parere “ignorante”, cui credo ogni film abbia diritto, specie se lo si veda per la prima volta dopo ben ventitrè anni dal suo esordio sugli schermi; e non mi sento condizionato neppure dalle primissime opere, comiche, di Verdone o dal ricordo, per me parziale e sfuocato, della sua crescita successiva come regista e come attore.
Ebbene, debbo dire che sono stati 108 minuti “belli” e che sono proprio stato soddisfatto, sia per la vicenda narrata, dall’inizio alla fine, sia per il ritmo lento della narrazione, sia per la verosimiglianza del procedere dei personaggi verso il non scontato lieto fine.
Riguardo agli interpreti, tutti e tre i principali (i fratelli) li ho trovati veramente bravi: Carlo Verdone, Francesca Neri e Sergio Rubini perfetti per i loro ruoli. Barry Morse, che non conoscevo, proprio adeguato per impersonare il padre artista nel poetico finale in cui ritrae i figli ritrovati così come sono da sempre nella sua mente.
E poi, il piacere di rivedere dopo moltissimi anni, in un’apparizione fugace, Maria Mercader, ancora un bel volto; e nostalgia.
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

Luchi78

Il miglior film di Verdone: divertente e malinconico, riflessivo e spensierato. Una bella storia diretta magistralmente, dove ognuno dei tre fratelli Sagonà segue il proprio percorso lungo tutta la durata del film. Molto divertenti le situazioni imbarazzanti che si capovolgono in comicità pura, ma soprattutto in contrasto con quella sottile angoscia che pervade tutto il film per la costante ricerca del padre. Verdone prova a riprendere il tema nel suo ultimo Io, loro e Lara, ma i risultati saranno sensibilmente inferiori.

Tomastich

All’opposto di ogni facile battuta, all’opposto del film ad episodi, all’opposto del Verdone più conosciuto, c’è questo “Al lupo al lupo”. Un road movie (che poi riprenderà in Il mio miglior nemico) che si snoda lungo mezza Italia, alla ricerca di un padre svanito nel nulla. Protagonisti sono i tre fratelli, Verdone, Neri e Rubini. Anche qui come nel film del 2006, a svelare l’arcano sarà una poesia. Finale sopra le righe.
Jandileida

Un malinconico Carlo che esagera un po’ nel calcare la mano e tende alla lacrima facile ma che riesce comunque a girare un film sincero e molto buono nella descrizione dei caratteri dei tre fratelli, paradigmatici forse, ma comunque centrati e “reali”. La Neri pre-revisione AGIP era uno splendore quasi rinascimentale ed anche una più che discreta attrice. E poi Verdone aveva (e, a volte, ha ancora) tempi comici perfetti e trova qui in Rubini una buona spalla, cosicché la pellicola risulta piacevolissima anche se qua e là il ritmo cala vistosamente.
Motorship

Uno dei più profondi e introspettivi film di Carlo Verdone. Una pellicola ben realizzata che sa inteligentemente alternare momenti malinconici con altri più comici e spensierati. La ricerca del padre “desaparecido”, i ricordi della madre scomparsa e dell’infanzia dei tre protagonisti sono trattati con una delicatezza e una tenerezza non proprio comuni, delicatezza che sfocia in un finale commovente e superlativo nella realizzazione. Ottima prova dei tre protagonsisti (Verdone, Rubini e la Neri), eccellenti le musiche di Manuel De Sica.

Stelio

Un film poetico dall’inizio alla fine, con un accompagnamento musicale magistrale e interpreti straordinari. Sergio Rubini svetta nella recitazione rispetto agli altri, Francesca Neri il fanalino di coda. Tanta malinconia e tanto mondo passato intervallati da momenti di modernità che non stonano e non fanno perdere il contatto con la realtà. Compagni di scuola è forse il film più complicato mai girato da Verdone (insieme a Ma che colpa abbiamo noi), ma il tempo spero rivaluterà Al lupo al lupo come il migliore.
L’opinione del sito http://www.agoravox.it

Un film on the road, fotografato in maniera eccelsa da Danilo Desideri che immortala le spiagge della Maremma (Capalbio, Punta Ala), le colline senesi (Bagno Vignoni e la vasca termale) e la città di Siena in tutta la loro sfolgorante bellezza. Un film di caratteri, ben scritto e sceneggiato da due decani della commedia all’italiana come Benvenuti e De Bernardi, aiutati da Filippo Ascione, ma anche dai ricordi d’infanzia di Carlo Verdone. La forza della storia è lo scontro dei caratteri tra fratelli, interpretati magnificamente da Rubini, Verdone e Neri.
Rubini è il genio di famiglia, il ricco e affermato pianista che è sempre stato la gioia del padre. Verdone è la pecora nera, il disc-jockey in perenne bolletta, privo di senso pratico, arruffone, ma simpatico. Neri è la donna in crisi che vorrebbe lasciare un marito che non sopporta, ha un amante, ma non sa decidere perché non vuole perdere la figlia. Il contrasto più forte è tra il preciso e concreto Rubini e lo strampalato e folle Verdone, gelosi l’uno dell’altro, che alla fine scopriranno di volersi bene e di potersi dare qualcosa l’uno con l’altro. Verdone procura una donna a Rubini, imbranato per quanto geniale, e lo fa divertire nella sua discoteca, ma al tempo stesso deve riconoscere che il fratello è davvero un grande pianista.
I tre caratteri contrastanti danno vita a una commedia garbata quando insieme partono alla ricerca del padre avendo come traccia soltanto una poesia. Lo ritrovano, dopo aver ascoltato il consiglio della vecchia amante (Mercader), in una baita di montagna dove si è ritirato in attesa della morte. “C’è stato un tempo in cui ho creduto di essere immortale, ma adesso so che non è vero”, dice il vecchio genitore. Il film si conclude – in maniera molto poetica – con il padre che fa il ritratto dei propri figli ma li disegna come quando erano bambini.

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agosto 21, 2015 Posted by | Commedia | , , , , | 2 commenti

Tutto l’amore che c’è

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Samba pa ti di Carlos Santana e i pantaloni a zampa di elefante,la Dyane 2 cv e le basette lunghe,i jeans e i capelli disordinati, il juke box e i 33 giri.
Sullo sfondo la campagna pigra e silenziosa del sud, della Puglia per l’esattezza.
Le giornate all’apparenza tutte uguali, sotto il sole estivo abbacinante, che mette stanchezza solo a guardarlo, gli ulivi fieri e maestosi, la terra brulla.
Due ragazzini che parlano, brevemente;lui le ha chiesto qualcosa di più della semplice amicizia, lei è maliziosa nonostante la giovane età.
“Quanto tempo ci vuole? Forse un mese,una settimana.Se farò così con la testa vorrà dire si, altrimenti no”
E’ un tempo sospeso,c’è un’aria di calma sonnolenta, tutto sembra immutabile come l’atmosfera delle campagne e delle immutabili abitudini di vita del meridione.
Siamo nella parte centrale degli anni settanta, che solo chi è del Sud, solo chi li ha vissuti può capire pienamente.

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Un’epoca di tante speranze ma anche di cocenti delusioni.
Il sogno di un lavoro, tante idee,la voglia di cambiare le cose, la musica, l’amicizia.
Questo il contorno frammentato di Tutto l’amore che c’è, film del 2000 di Sergio Rubini,regista barese Doc anche se nato a Grumo Appula, piccolo centro a vocazione agricola dell’hinterland barese,30 KM circa dalla città.
Forse il suo film più autentico come regista, un omaggio commosso e a tratti anche commovente ad un periodo della sua (e nostra gioventù) irrimediabilmente sepolto dalle sabbie del tempo;un film in soggettiva,un racconto visto attraverso gli occhi di Carlo De Vito, sedicenne ancora ingenuo e con amici un gruppo eterogeneo di giovani più grandi di lui.

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Il bar del paese,il ghiacciolo, la birra e i discorsi a tavolino su una vita piena di speranza;il gruppo di amici discute e parla di questo ed ecco che all’improvviso a turbare e cambiare le loro vite, definitivamente, arrivano tre sorelle, Gaia,Lena e Tea che sono le tre splendide e disinibite figlie di un ingegnere venuto in quel lembo sperduto di sud per dirigere una fabbrica, una di quelle che dovrebbe rappresentare un’opportunità per i giovani del posto,il miraggio di un posto di lavoro.
Le tre ragazze appartengono ad un altro mondo,agli antipodi da quello rustico e provinciale del gruppo di ragazzi:ma tutti i protagonisti sono giovani e ben presto trovano un trait d’union,qualcosa che li leghi.
Nasce l’amicizia ma anche un affetto abbastanza profondo fra Gaia e Nicola;il legame tra quest’ultimo e Maura,una ragazza del posto sognatrice e romantica salta,con conseguenze funeste per la ragazza che perderà la vita tragicamente.

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Per gli altri sarà un’ubriacatura di libertà, fatta di qualche spinello e di sogni destinati ad avere sorte incerta nel futuro.
Un film che gioca tutte le sue carte sull’operazione nostalgia che Rubini mette in scena senza esagerare con il rimpianto;lo sguardo tenero e divertito del regista osserva le vite di tutti i personaggi mostrandone superficialmente ambizioni e speranze lasciando molto defilato il contesto storico in cui avvengono i fatti.
Contano le vite e i loro sogni,tutto il resto viene in second’ordine;Rubini ritaglia per se il ruolo del papà di Carlo, figura in qualche modo patetica nella ricerca di allestire uno spettacolo teatrale, affida il ruolo della madre di Carlo, suo alter ego giovane ad una Margherita Buy insolitamente spaesata, anche perchè limitata ad un ruolo marginale.
Carlo,che è un Rubini giovane in questo film dal sapore autobiografico, è interpretato da Damiano Russo,che all’epoca delle riprese del film aveva diciassette anni, quindi in perfetta sintnia con l’età del personaggio.

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Il volto sognante e un po spaesato di Russo è una delle cose migliori del film;purtroppo il giovane attore barese si spegnerà tragicamente nel 2011 in seguito ad un incidente stradale.
Acerba e bellissima è Vittoria Puccini, la Gaia del film mentre è Michele Venitucci a interpretare Nicola, altro personaggio mportante del film.
La giovane Teresa Saponagelo è Maura, la ragazza di Nicola che muore tragicamente nel film mentre decisamente avulso dalla storia, una vera e propria comparsata è quella di un over size Gerard Depardieu,unica,vera nota stonata del film.
Le riprese di Tutto l’amore che c’è avvennero in territori abbastanza distanti l’uno dall’altro;si va da Grumo Appula a Palo del Colle, ad Altamura e infine Giovinazzo;una provincia di Bari interna, contadina,assolata e silenziosa.
Un film di buona fattura,un’operazione nostalgia condotta con sobrietà e senza premere troppo l’acceleratore sul facile sentimentalismo; opera pregevole che sarà seguita da un altro film molto carino, L’anima gemella.

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Tutto l’amore che c’è
Un film di Sergio Rubini. Con Sergio Rubini, Gérard Depardieu, Margherita Buy, Damiano Russo, Francesco Cannito, Marcello Introna, Michele Venitucci, Teresa Saponangelo, Vittoria Puccini Commedia, durata 93 min. – Italia 2000.

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Damiano Russo: Carlo De Vito
Sergio Rubini: padre Carlo
Margherita Buy: Marisa
Gérard Depardieu: Molotov
Teresa Saponangelo: Maura
Vittoria Puccini: Gaia
Michele Venitucci: Nicola
Francesco Cannito: Enzo Garofalo
Pierluigi Ferrandini: Vito
Marcello Introna: Aldo
Antonio Lanera: Angelo
Francesco Lamacchia: Salvo
Antonio Tuzza: Callisto
Celeste Pisenti: Lena
Alessandra Roveda: Tea
Oriana Celentano: Giuseppina
Mariolina De Fano: Zia Maria

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Regia Sergio Rubini
Soggetto Sergio Rubini e Domenico Starnone
Sceneggiatura Domenico Starnone, Luca Gobbi, Sergio Rubini
Produttore Vittorio Cecchi Gori
Fotografia Paolo Carnera
Montaggio Angelo Nicolini
Musiche Michele Fazio

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L’opinione di Panflo dal sito http://www.filmtv.it

Sergio Rubini, regista di talento di un cinema minimalista ma genuino, mi ricorda il primo Olmi, quello de “Il Posto” ; la freschezza nel descrivere la psicologia degli adolescenti e la genuina compartecipazione nelle loro ansie , gioie, speranze e delusioni non ha nulla di concettuale e di psicologicamete approfondito come spesso accade in altri film sulla gioventù. Si sorride spesso nel vedere le situazioni, anche ovvie ma mai banali, di un piccolo mondo di adolescenti del sud che vivacchiano sotto il sole degli anni ’70, tra voglia di donne e comunismo , e lo sconvolgimento creato dall’arrivo di tre sorelle da Milano che portano una ventata di modernismo un pò hippie. Una perfetta ricostruzione di quei tempi, con bravi attori giovanissimi ed entusiasti, un’ambientazione piacevole e musiche d’epoca ben calibrate (forse eccessivamente alto il lo sonoro che spesso copre le voci umane).

L’opinione di Sasso67 dal sito http://www.filmtv.it

Un Rubini insolitamente esplicito sul piano sessuale, racconta un tempo della sua giovinezza, quando tre ragazzine milanesi sconvolsero la vita di un gruppetto di giovani pugliesi negli anni Settanta. E non insisterei troppo con la critica alle incongruenze cronologiche, perché probabilmente il regista guarda più a un tempo dell’anima piuttosto che a dei riferimenti storicamente precisi: concediamoglielo come licenza poetica. Per il resto, il film è riuscito in parte; somiglia a tanti film americani sui ricordi adolescenziali, sulla voglia di crescere presto, che qui da noi è merce abbastanza rara. Qualche episodio è felice, qualche altro odora di riempitivo (la recita del padre di Carlo), ma, insomma, via, s’è visto di peggio. Fra gli interpreti, mi piace Teresa Saponangelo: recita in maniera molto naturale. La colonna sonora è bella, anche perché vi ricorrono un paio di brani dei King Crimson, anche se quell’album – In The Court Of The Crimson King – è del 1969…

L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com

Triplice contrasto, come scrive bene Morandini: Nord-Sud, ragazzi-ragazze, genitori-figli. Operina talora riuscita (**), che non graffia ma che neppure voleva graffiare. Finale bruttino. Domina la nostalgìa (autobiografica?) e regala qualche squarcio divertente, come quando, dopo la prima puntata nella casa dei monzesi, il gruppo commenta la differente educazione domestica. Bravi i ragazzi locali, assai meno le “monzesi”. Depardieu non c’entra nulla col film, nel quale si fuma sempre, in maniera che si fa pure fastidiosa.

L’opinione di DJ Fetish dal sito http://www.filmscoop.it

Un piccolo gioiellino di cinema perfettamente italiano.
Tutto è al suo posto: bellissima fotografia che restituisce i luoghi così come sono, colonna sonora di impatto, recitazione perfetta di tutti, dai più rodati ai giovanissimi (per una volta nel cinema italiano che spesso propone attori assurdi), storia accattivante e a tratti triste e malinconica.
Difficilmente si scorda.

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aprile 8, 2015 Posted by | Commedia | , , , , , , | 1 commento

Desiderando Giulia

Desiderando Giulia locandina

Un insolito triangolo amoroso, una femme fatale, uno scrittore in crisi (l’ennesimo), un giovane scrittore rampante che non esita a sedurre la sorella dello scrittore in crisi pur di raggiungere i propri scopi.
In sintesi la trama di Desiderando Giulia è questa; ma ovviamente fermarsi ad un Bignami del sunto non è certo chi si aspetta una descrizione del film. E allora ecco più o meno la trama di questo filmetto realizzato da Andrea Barzini con molta mediocrità e su una sceneggiatura già vista e impalpabile.

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Serena Grandi è Giulia

Emilio, che vive con sua sorella Amalia, ha da tempo smesso di scrivere; un giorno conosce Stefano, un giovane che vorrebbe diventare anche lui scrittore, e inizia a corregergli quanto scritto fino ad allora. Stefano gli fa conoscere Giulia, una strana donna dal comportamento sfuggente. La ragazza ha una vita quantomeno disordinata; lavora come modella, e si concede evidentemente diverse avventure,

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Preso dal vortice della pasione, Emilio si rende ben presto conto che Giulia è per lui una vera e propria droga; ma la donna lo tradisce senza ritegno, inoltre evita accuratamente di legarsi a lui. Così ben presto la storia tra i due diventa un delirio sensuale, al quale Giulia si concede, costringendo però il suo amante ad una serie di umilazioni. Intanto Stefano, che ha sedotto la povera Amalia, inizia a trascurarla e ad allontanarsi anche da Emilio, avendo raggiunto il suo scopo.

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Così lo scrittore tenta di consolarsi tra le braccia di Giulia, che inevitabilmente mostra di essere una donna amorale e viziosa; lo coinvolge anche in uno squallido menage a tre, durante il quale Emilio fa a pugni con l’altro lato del triangolo. Giulia mostra inoltre pericolose tendenze non solo alla poligamia, ma inclinazioni verso la droga. Emilio accetta tutto, ma nel frattempo Amalia, delusa, si uccide gettandosi nel mare. Quando Emilio, chiamato dalla polizia, vede il cadavere della sorella, si rifugia nella casa laciatagli dai genitori, dove Giulia lo raggiunge ancora una volta, prima di lasciarlo del tutto.

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Film decisamente noioso, mal interpretato, nonostante la rpesenza di Valeria D’Obici e di Sergio Rubini, Desiderando Giulia non sfugge al clichè del film erotico rivestito da una sottilissima patina di ambizioni assolutamente inespresse, permettendo allo spettatore sbadigli a non finire, intervallati dai monumentali nudi di serena Grandi, che fa del suo meglio per mettere in mostra le giunoniche forme, accontentando così almeno la parte voyeuristica dello spettatore.
Il resto è solo noia, sconfinata, in un film che non decolla mai; le premesse, sin dalle prime inquadrature, non ci sono, per cui spettatore avvisato……

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Per una volta concordo in assoluto con questo giudizio tratto dal famoso sito che spesso stigmatizzo:
“Da Senilità (1898) di Svevo, già filmato da Bolognini (1962) con Claudia Cardinale, Barzini ha ricavato un film vacuo, decorativo, al servizio del greve erotismo all’amatriciana della Grandi, trasferendo l’azione da Trieste a Roma.”
Sintetico, approvabile sic et simpliciter

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Desiderando Giulia, un film di Andrea Barzini. Con Serena Grandi, Sergio Rubini, Valeria D’Obici, Massimo Sarchielli.Giuliana Calandra, Johan Leysen
Drammatico erotico, durata 92 min. – Italia 1986.

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Serena Grandi: Giulia
Johan Leysen: Emilio
Valeria D’Obici: Amalia
Sergio Rubini: Stefano

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Regia Andrea Barzini
Soggetto Gianfranco Clerici, Andrea Barzini
Sceneggiatura Gianfranco Clerici, Andrea Barzini, Domenico Matteucci
Casa di produzione Dania Film – Filmes International
Distribuzione (Italia) Medusa
Fotografia Mario Vulpiani
Musiche Antonio Sechi

novembre 12, 2009 Posted by | Erotico | , , , , | Lascia un commento