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C’eravamo tanto amati

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Tre amici diventati tali durante la guerra di liberazione dal nazifascismo; Nicola, Gianni ed Antonio hanno diviso tutto,la paura,il rischio,la pelle. Ma un bel giorno la guerra finisce,e i tre si separano,ognuno per riprendere una parvenza di vita normale. Nicola torna al suo paese per insegnare, Gianni torna nella natia Pavia per riprendere i suoi studi di giurisprudenza,Antonio ritorna a Roma,dove ad attenderlo c’è un posto da portantino in un ospedale.
Ma la vita è fatta di casualità,cos’ un giorno Gianni ed Antonio si reincontrano;il primo è ormai un avvocato,che aspira a molto più,e ruba la fidanzata al vecchio amico, Luciana,una ragazza con ambizioni cinematografiche.

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Gianni coglie al volo l’occasione per diventare ricco,sposando una donna ricca ma ignorante, Elide, figlia di un palazzinaro senza scrupoli,e lascia Luciana,che,dopo una breve avventura con Nicola,viene abbandonata anche da quest’ultimo.
Luciana tenta il suicidio,mentre Elide,che è innamorata del marito,che viceversa la disprezza,si trasforma nel tempo in una donna raffinata.
Ma anche se la cosa la realizza,si rende conto che Gianni non la ama,e un giorno trova la morte in un incidente stradale,vittima probabilmente di un suicidio.

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Stefano Satta Flores, Nicola

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Aldo Fabrizi

Le vite dei tre amici proseguono su binari assolutamente dissimili;Antonio,idealista,cerca di cambiare la società,venendo per questo meso in disparte anche sul lavoro.Nicola,insoddisfatto del suo lavoro di insegnante,lascia il suo paesino al sud e va a Roma,dove spera di diventare un critico cinematografico;ma,dopo una breve e sfortunata parentesi di notorietà conquistato con una partecipazione a Lascia o raddoppia,finisce per accettare lavori umili scrivendo sui giornali,patetica figura di intellettuale che vuol cambiare il mondo a suon di polemiche.

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Federico Fellini e Marcello Mastroianni

I tre si re incontreranno un giorno,seduti alla tavola di un’osteria;è tempo di bilanci,testimoniati dalla frase “Volevamo cambiare il mondo,ma il mondo ha cambiato noi”
Antonio,che è l’unico che coerentemente con se stesso e con quello in cui credeva non ha nulla da rimproverarsi,porta i suoi vecchi amici in un presidio notturno,dove ad attenderli c’è Luciana,che ha sposato il suo primo amore e gli ha dato due figli.

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Stefania Sandrelli

Scola mostra subito,dalle prime inquadrature,quali siano le sue simpatie, tratteggiando le figure dei tre amici in modo diverso;
l’unico a mostrare coerenza nella vita è Nicola,simbolo di una classe sociale che lotta,vive e si impegna,anche lottando contro i mulini a vento.
Il film acquisisce quindi una forte valenza politica, la dove si intravede,dietro il personaggio dell’arrampicatore Gianni, quella classe di malversatori,opportunisti e profittatori ben identificabili politicamente.
Così come Nicola rappresenta quella parte di cultura sempre pronta a contestare ma assolutamente improduttiva politicamente.
Un film che vive di momenti particolarmente intensi,grazie anche alle superbe interpretazioni di Gassman,nel ruolo di Gianni,avvocato con il pelo sullo stomaco;di Nicola,un superbo Stefano Satta Flores,intellettuale inconcludente,e sopratutto di Antonio,l’unico ad essere vero e genuino,uno splendido Nino Manfredi.

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 Giovanna Ralli

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Vittorio Gassman e Aldo Fabrizi

Luciana è una bellissima Stefania Sandrelli, mentre Elide è interpretata da Maria Giovanna Ralli,il cui padre è Aldo Fabrizi,strepitoso nel ruolo del corrotto e laido palazzinaro.
Cameo per Mike Bongiorno,che interpreta se stesso.
Un grande film,premio Cesar 1974 come miglior film straniero.

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Nino Manfredi

C’eravamo tanto amati, un film di Ettore Scola. Con Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Aldo Fabrizi, Stefania Sandrelli, Stefano Satta Flores, Giovanna Ralli, Federico Fellini, Isa Barzizza, Marcello Mastroianni, Mike Bongiorno, Fiammetta Baralla, Ugo Gregoretti, Lorenzo Piani, Marcella Michelangeli, Carla Mancini, Livia Cerini, Luciano Bonanni. Genere Commedia, colore 121 minuti. – Produzione Italia 1974

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* Stefania Sandrelli: Luciana Zanon
* Vittorio Gassman: Gianni Perego
* Nino Manfredi: Antonio
* Stefano Satta Flores: Nicola Palumbo
* Aldo Fabrizi: Romolo Catenacci
* Giovanna Ralli: Elide Catenacci
* Elena Fabrizi: moglie di Romolo Catenacci
* Luciano Bonanni: Torquato
* Fiammetta Baralla: Maria

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Regia Ettore Scola
Soggetto Age & Scarpelli, Ettore Scola
Sceneggiatura Age & Scarpelli, Ettore Scola
Produttore Pio Angeletti, Adriano De Micheli per Dean Film
Distribuzione (Italia) Delta (1974)
Fotografia Claudio Cirillo
Montaggio Raimondo Cruciani
Musiche Armando Trovajoli
Scenografia Luciano Ricceri
Costumi Luciano Ricceri

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Citazioni

Devo domandarti una cosa.
Va bene, e allora coraggio.
Sono importante per te adesso?
Importante in che senso? Importante perché sei morta? Ma non lo so… non mi sembra…no, no.
Ma che te possino ammazzarte! Ma perché no?
Elide, perché se una non è stata importante da viva, non lo è nemmeno da morta. Ecco perché.
Bravo ignorante! La morte sublima! Si vede che non hai letto il Sidarta.
No, non l’ho letto il Siddharta.
Eh certo, a me mi obbligavi a leggere, ma tu non leggi mai niente.
Elide, che rottura!”

“Ma che, ma chi l’ha detto? Buttare via la propria vita significa farne il migliore degli usi. Oppure preferite quest’altra battuta, ah? Vivere come ci pare e piace costa poco, perché lo si paga con una cosa che non esiste: la felicità.”

Ti credevo buono e generoso…
Eh, se semo stufati d’esse bboni e generosi!

L’amicizia non è al di sopra di tutto?
Niente è al di sopra di tutto. lo poi sono contrario all’amicizia: è una combutta tra pochi, una complicità antisociale.

Erano tempi duri, ma noi eravamo poveri ma felici, come dicono i ricchi.

Insomma, a me mi piaci, perché sei prima di tutto de cultura, poi sei incorruttibile e tosto. Io amo l’onesti, perché nell’onesti c’è quella purezza che, se je capita l’occasione, diventano tarmente mascalzoni che t’ammolleno le fregature pejo de li mascalzoni diciamo normali.

Eh… Che ha fatto Nicola? Ha preso a calci la famiglia, la carriera, e a coronamento di tutto è finito a scribacchiare critiche cinematografiche firmando “vice”.
Ah, è lui “vice”? Ma allora scrivi su un sacco de giornali!

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aprile 24, 2008 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , , , | Lascia un commento

Anonimo veneziano

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Due vite distanti,separate dalla vita. Lui,un musicista d’oboe,che voleva diventare direttore d’orchestra e che sta per dirigere finalmente la sua prima opera,lei è la sua ex moglie,che da lui ha avuto un figlio e che va a Venezia a trovarlo,dopo sette anni. Due destini che si incontrano per l’ultima volta,perchè lui è ormai in fin di vita per un cancro alla testa.

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Florinda Bolkan

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Toni Musante

Sullo sfondo di una Venezia crepuscolare e romantica,lui e lei consumano gli ultimi giorni,entità ormai estranee,anche se ancora legate da un filo invisibile.

Lui sa che deve morire,ha anche scritto una lettera alla moglie,che non ha mai spedito,nella quale racconta la decisione di farla finita,per paura della sofferenza e della decadenza fisica. Un film romantico e disperato,una storia di destini paralleli,una storia di parole,a volte crudeli, dette ma in fondo non sentite.

Perchè l’amore è anche dolore,non sempre gioia.

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Tratto dal romanzo di Berto,e ottimamente diretto da Enrico Maria Salerno,un film molto bello e intenso,ben recitato da Musante e da un’affascinante Florinda Bolkan,con musiche davvero struggenti di Stelvio Cipriani.Segnalazione, ovviamente, per la fotografia, che illumina di una luce romantica una Venezia quasi sospesa nel tempo; la città lagunare ben si presta a fare da cornice ad amori di tutti i tipi,ed Enrico Maria Salerno ne rende l’atmosfera con sincera malinconia, quasi ad incastonare la storia d’amore, tragica ed immensa, ma allo stesso tempo piccola e privata, dei due coniugi.

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Due parole sulla Bolkan; è al suo primo ruolo importante, e rende il suo personaggio delicato e struggente, grazie anche all’estrema espressività del volto e alla sua bellezza quasi irreale, che ben si incastona nella Venezia decadente e romantica su descritta.

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Anonimo veneziano
Un film di Enrico Maria Salerno. Con Florinda Bolkan, Tony Musante, Toti Dal Monte, Brizio Montinaro, Giuseppe Bella. Genere Drammatico, colore 94 minuti. – Produzione Italia 1970.

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Florinda Bolkan: Valeria
Tony Musante: Enrico
Toti Dal Monte: donna che mostra la casa a Enrico e Valeria

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Regia Enrico Maria Salerno
Soggetto Enrico Maria Salerno, Giuseppe Berto
Produttore Turi Vasile per Ultra Film
Distribuzione (Italia) INTERFILM (1970)
Fotografia Marcello Gatti
Montaggio Mario Morra
Musiche Stelvio Cipriani
Scenografia Luigi Scaccianoce

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aprile 20, 2008 Pubblicato da: | Drammatico | , , | Lascia un commento

Arancia meccanica

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C’è un non sense immediato,assoluto e totalizzante sin dal primo fotogramma del film.
Sappiamo di cosa parla, noi che abbiamo letto A clockwork orange di Burgess; e sappiamo anche che la violenza di Alex e dei suoi drughi non può essere giustificata ne approvata.
Pur tuttavia proviamo simpatia per lui, quando viene sottoposto alla cura Ludovico, ben sapendo comunque che l’espiazione del male passa necessariamente attraverso la punizione.
Proviamo sollievo,quindi.
E dispiacere.

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“«Eccomi là: cioè, Alex e i miei tre drughi. Cioè Pete, George e Dim. Ed eravamo seduti nel Korova Milk Bar arrovellandoci il gulliver per saper cosa fare della serata. Il Korova Milk Bar vende più o meno latte rinforzato con qualche droguccia mescalina che è quello che stavamo bevendo. E’ roba che ti fa robusto e disposto all’esercizio dell’amata ultraviolenza.»

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Quattro amici,la violenza come compagnia e come affermazione dell’io.
Assorbita,metabolizzata e infine omologata da quella società in cui essi vivono.
Piena di contraddizioni e di moralismi,violenta a sua volta,di una violenza sottile e impalpabile,fatta com’è da un miscuglio di ordine e potere.
Quel potere a cui i quattro,inconsapevolmente,si sottraggono,violandone le leggi,assumendo droghe,stuprando e pestando,rubando e commettendo quanto di peggio un individuo possa fare.
In Arancia meccanica però c’è una metamorfosi della violenza,che muta e diventa il simbolo del libero arbitrio:i protagonisti scelgono coscientemente l’opposizione a quella società che non riesce ad assimilarli.

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E non riuscendo ad assimilarli,deve combatterli.
Ma se il messaggio fosse solo questo,Kubrick avrebbe fatto e detto solo cose incomplete.
Così le vicende dei quattro ad un certo punto si separano.
Nel gruppo c’è un leader,Alex,che però finisce per diventare una perifrasi del potere,quello stesso potere a cui i quattro sembrano incapaci di adeguarsi.
La vicenda di Alex si stacca da quella degli amici,che durante uno dei riti a cui partecipano,subito dopo lo stupro avvenuto ai danni di una donna,con l’ausilio di un gigantesco fallo di pietra,colpiscono e lasciano solo,di fronte alla legge,il giovane che non è più un punto di riferimento,ma solo un tiranno,rappresentante del potere dal quale fuggono.

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Per Alex si spalancano le porte del carcere.
E’ il trionfo della società civile,mentre per il giovane è l’inizio del percorso di redenzione.
Per lui è pronta la cura Ludovico,un trattamento fatto con psicofarmaci e dosi massicce di violenza assorbite mediante la proiezione di filmati.
Che vanno da semplici atti di violenza fino alla cieca e insensata violenza nazista,apologo e termine di quanto di peggio l’uomo abbia potuto fare nei confronti dei suoi simili.
Per Alex è una discesa agli inferi.
L’amata ultraviolenza si mescola alla visione di scene da incubo,rese più vivide e allucinate dalla colonna sonora che fa da sfondo alle immagini,composta da quel Ludwig Van Beethoven che è uno dei suoi punti di riferimento.
Curare la violenza con una violenza,più sottile e strisciante.
Può sembrare l’uovo di Colombo,e difatti almeno all’apparenza la normalità sembra ristabilita.
Alex viene portato davanti alla commissione che deve valutare sulle sue reali possibilità di recupero e reinserimento nella società civile.
Su un piccolo palco,resiste senza reagire alla violenza che viene questa volta indirizzata verso la sua persona. Prova anche un senso di ripulsa verso la splendida ragazza che gli si offre nuda.

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A nulla vale il severo ammonimento del cappellano,che intuisce il pericolo dell’annichilimento della volontà.
Il libero arbitrio è fondamentale,dice.
Per la commissione il risultato dell’esperimento è pienamente soddisfacente.
E per Alex si aprono le porte della prigione,verso la libertà.
Ma fuori quel mondo che lui ha colpito ferocemente lo ripaga con la stessa moneta.
I suoi ex amici,passati dalla parte del potere,lo pestano a sangue,così come fa un barbone che aveva sperimentato la folle violenza dei drughi.Nella sua famiglia non c’è posto per lui,e la discesa all’inferno continua.

Il percorso di redenzione è appena iniziato.
Livido e pesto,dopo il brutale trattamento a cui è stato sottoposto dai due agenti,ex compagni di trascorsi,viene scaricato in aperta campagna,davanti alla porta di un villino isolato.
Viene accolto da un intellettuale progressista oppositore del governo, a cui racconta il trattamento subito.
Mentre è in bagno,avvolto da una soffice coperta di schiuma,ad Alex viene in mente il motivetto che canticchiava durante le aggressioni.

Singing in the rain
I’m singin’ in the rain,
Just singin’ in the rain,
What a glorious feeling,
I’m happy again!
I’m laughing at clouds,
So dark up above,
The sun’s in my heart,
And I’m ready for love.

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Per l’intellettuale è un colpo al cuore.
D’un tratto ricorda l’aggressione subita tempo addietro,che lo ha reso invalido.
E collega la presenza di Alex,la cura Ludovico ad un fato sinistro.
E’ il momento della vendetta,e stà per compiersi il rituale di purificazione di Alex.
Lo scrittore convoca due parlamentari,costringe il giovane a raccontare l’odissea della rieducazione,
e dopo averlo stordito con del vino drogato,lo chiude in soffitta.
Il suono continuo,martellante e ossessivo dell’amato Beethoven che si diffonde nella casa,divenuto intollerabile,spinge Alex a buttarsi dalla finestra.
La storia volge al termine.

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Ricoverato in una clinica,con le ossa fratturate per il volo fatto,riceve la visita del premier.
Per lui la vita stà per cambiare nuovamente.
Travolto dallo scandalo,il governo offre al giovane un ritorno alle origini,un colpo di spugna sul suo passato.
Per lui è pronto un premio.
Mentre le note dell’inno alla gioia vengono sostituite da Singing in the rain,sullo schermo scorrono le immagini di un rapporto erotico a tre tra Alex e due donne.
Il suo sguardo rapito,in cui si mescolano libidine e tracce degli antichi sentimenti,chiude il film.

Se veniamo privati della possibilità di scegliere tra il bene e il male perdiamo la nostra umanità? – chiede Kubrick – Diventiamo come suggerisce il titolo “un’arancia meccanica”?
In fondo è la domanda che lo spettatore si pone nelle brevi pause del film,quelle parti didascaliche che si inseriscono nella storia,sempre però collegate al filo logico di partenza.
La riflessione sulla violenza,anticipata da Kubrick in un momento in cui la società incominciava a fare i conti con la sua presenza nel quotidiano,anticipata anche da efferati fatti di sangue assolutamente irrazionali,posto che nella violenza ci sia un margine di razionalità,porta lo spettatore a interrogarsi realmente su essa.
Non solo.
Alex diventa il simbolo dell’uomo irrazionale,tutto istinto e illogicità.

Alla fine,tra le molteplici domande che lo spettatore si pone,una spicca su tutte: quanto siamo in effetti dotati di libero arbitrio?
Kubrick non fornisce risposte,almeno non visibili chiaramente.
In assoluto a prevalere sono le domande.
E le reazioni politiche e sociali al film,con le accuse di essere un manifesto fascista,mostrano fondamentalmente quanto poco fosse stato recepito il messaggio del regista,all’epoca in cui il film fù presentato.
Un film che è invece assolutamente equidistante,dalla politica.
Che è,viceversa,un’indagine sulla mente e sull’uomo,sulla sua parte oscura.
Ed è,contemporaneamente,una denuncia del potere,in qualsiasi forma esso venga rappresentato nel quotidiano.
In fondo possono valere le riposte date da Burgess a chi chiedeva se Kubrick avesse o no distorto il suo messaggio originale.

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“Da un punto di vista teologico, il male non è misurabile. Eppure io credo nel principio che un’azione possa essere più malvagia di un’altra, e che l’atto ultimo del male sia la disumanizzazione, l’assassinio dell’anima – il che ci riporta a parlare della possibilità di scegliere tra azioni buone e cattive. Imponete a un individuo la possibilità di essere solo e soltanto buono, e ucciderete la sua anima in nome del bene presunto della stabilità sociale. La mia parabola e quella di Kubrick vogliono affermare che è preferibile un mondo di violenza assunta scientemente – scelta come atto volontario – a un mondo condizionato, programmato per essere buono o inoffensivo. “
Ed’ è anche la summa della posizione dei due,che possiamo condividere o no,ma dalle quali ricaviamo tanti di quei punti di riflessione da poter dire che raramente un film ha saputo mettere in chiaro problemi così complessi.
Piaccia o no,Arancia meccanica è il cinema della visione e dell’intelletto,un tipo di cinema che diventa espressione compiuta e punto d’arrivo.
Quello che si sintetizza con una sola parola: capolavoro

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(A Clockwork Orange)

Un film di Stanley Kubrick. Con Malcolm McDowell, Patrick Magee, Adrienne Corri, Michael Bates, Warren Clark, John Clive, Carl Duering, Paul Farrell, Clive Francis, Michael Gover, Miriam Karlin, James Marcus, Sheila Raynor, Philip Stone, Anthony Sharp, Godfrey Quigley, David Prowse. Genere Drammatico, colore 137 minuti. – Produzione Gran Bretagna 1971.

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La celebre sequenza dello stupro

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Arancia meccanica banner protagonisti

Malcolm McDowell: Alex DeLarge
Patrick Magee: sig. Alexander
Michael Bates: capo guardia
Warren Clarke: Dim
John Clive: attore teatrale
Adrienne Corri: sig.ra Alexander
Carl Duering: dr. Brodsky
Paul Farrell: vagabondo
Clive Francis: pensionante
Michael Gover: governatore della prigione
Miriam Karlin: Catlady
James Marcus: Georgie
Aubrey Morris: Deltoid
Godfrey Quigley: cappellano della prigione
Sheila Raynor: mamma
Madge Ryan: dr.ssa Branom
John Savident: cospiratore
Anthony Sharp: ministro
Philip Stone: babbo
Pauline Taylor: psichiatra
Margaret Tyzack: cospiratrice

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Regia Stanley Kubrick
Soggetto Anthony Burgess (Arancia meccanica)
Sceneggiatura Stanley Kubrick
Produttore Stanley Kubrick
Produttore esecutivo Max L. Raab, Si Litvinoff
Casa di produzione Warner Bros. A Kinney Company
Distribuzione (Italia) Warner Bros.
Fotografia John Alcott
Montaggio Bill Butler
Effetti speciali Sandy DellaMarie, Mark Freund
Musiche Walter Carlos
Tema musicale Nona sinfonia in Re minore, Op. 125 (Ludwig van Beethoven)
Scenografia John Barry
Costumi Milena Canonero
Trucco Fred Williamson, George Partleton, Barbara Daly

Arancia meccanica banner doppiatori
Adalberto Maria Merli: Alex
Silvio Spaccesi: sig. Alexander
Mario Maranzana: capo guardia
Paolo Modugno: Dim
Pier Angelo Civera: attore teatrale
Benita Martini: sig.ra Alexander, cospiratrice
Mario Feliciani: dr. Brodsky, cappellano prigione
Corrado Gaipa: vagabondo
Paolo Ferrari: pensionante
Renato Turi: governatore della prigione
Lilla Brignone: Catlady
Luigi Diberti: Georgie
Oreste Lionello: Deltoid
Mario Feliciani: cappellano della prigione
Wanda Tettoni: mamma
Renzo Montagnani: cospiratore
Romolo Valli: ministro
Gianni Bonagura: papa
Valeria Valeri: psichiatra
Marcello Tusco: Vice-Ministro
Massimo Foschi: Tom, Julian
Luigi Casellato: Brigadiere
Piero Tiberi: Pete
Alida Cappellini: ragazza al negozio di dischi
Romano Malaspina: centralinista, agente
Renato Cortesi: ragazzo al negozio di dischi

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Arancia meccanica banner citazioni

“Eccomi là. Cioè Alex e i miei tre drughi. Cioè Pit, Georgie e Dim. Eravamo seduti nel Korova milkbar arrovellandoci il gulliver per sapere cosa fare della serata. Il Korova milkbar vende ” latte+ “, cioè diciamo latte rinforzato con qualche droguccia mescalina, che è quello che stavamo bevendo. È roba che ti fa robusto e disposto all’esercizio dell’amata ultraviolenza.”

“Una cosa che non mi era mai piaciuta era la vista di un vecchio sporco sbronzo, che abbaia canzonacce care ai suoi padri e procede di rutto in rutto come se avesse tutta una lurida orchestra nelle sue putride budella”

“Fu nei paraggi del teatro abbandonato che ci imbattemmo in Billyboy e i suoi quattro drughi, si apprestavano a somministrare una lieve dose del dolce su e giù a una piangente giovane devočka catturata a questo scopo.”

“Oh oh oh. Ma questo è il grasso puzzoso Billigoa de Billyboy in carne e ossa. Come ti porti, tu, sgonfia palla di grasso puzzolente, unto e bisunto? Ne gradiresti una nelle balle? Se di balle ne hai tu, gelatinoso eunuco.”

“Doobidoob. Forse un po’ stancuccio. Meglio chiuderla la bocca. Il buon lettuccio chiama adesso. Andiamocene a casuccia a farci un po’ di spatchka. Right right?”

“È buffo come i colori del vero mondo divengano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo.”

“Non posso avere la nausea quando ascolto Ludovico Van… vi prego… Lasciate stare Beethoven, lui non ha fatto niente, ha scritto solo Musica!”

” Un usignolo era entrato nel milkbar. E tutti i più malenchi peli del mio intero plotto si drizzarono dall’emozione. E brividi su e giù come malenche lucertoline su e giu. Perché l’aria io la sapevo. Era un pezzo della gran nona del Ludovico Van.”

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Allora che si fa, eh?

C’ero io, cioè Alex, e i miei tre soma, cioè Pete, Georgie, e Bamba, Bamba perché era davvero bamba, e si stava al Korova Milkbar a rovellarci il cardine su come passare la serata, una sera buia fredda bastarda d’inverno, ma asciutta. Il Korova era un sosto di quelli col latte corretto e forse, O fratelli, vi siete scordati di com’erano quei sosti, con le cose che cambiano allampo oggigiorno e tutti che le scordano svelti, e i giornali che nessuno nemmeno li legge. Non avevano la licenza per i liquori, ma non c’era ancora una legge contro l’aggiunta di quelle trucche nuove che si sbattevano dentro il vecchio mommo, così lo potevi glutare con la sintemesc o la drenacrom o il vellocet o un paio d’altre robette che ti davano un quindici minuti tranquilli tranquilli di cinebrivido stando ad ammirare Zio e Tutti gli Angeli e i Santi nella tua scarpa sinistra con le luci che ti scoppiavano dappertutto dentro il planetario. O potevi glutare il latte coi coltelli dentro, come si diceva, e questo ti rendeva sviccio e pronto per un po di porco diciannove, ed è proprio quel che si glutava la sera in cui sto cominciando questa storia.

 

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aprile 18, 2008 Pubblicato da: | Drammatico | | 4 commenti

La grande abbuffata

 

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Quattro amici.Vite noiose,borghesi,prive di guizzi.Ugo (Ugo Tognazzi) è un cuoco-gourmet di classe;Marcello (Marcello Mastroianni) un pilota di linea puttaniere e assetato di sesso;Philippe (Philippe Noiret),un giudice che vive ancora con la sua balia,e che lo soddisfa anche sessualmente;in ultimo Michel (Michel Piccoli),importante regista televisivo dall’aria intellettuale,sempre con l’espressione insoddisfatta.I quattro hanno in comune la passione per la tavola,per le raffinatezze gastronomiche.

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Così,un giorno,ognuno di loro saluta i rispettivi parenti,amici e amanti,per raggiungere la villa di Philippe.
Qui,in un posto decadente,dall’aria vissuta e retrò,tra vecchi fonografi,Bugatti,letti a baldacchino,residui di un tempo glorioso,scelgono la più allucinante delle morti,il suicidio per ingestione di gastronomie.
Invitano tre puttane e una maestrina che all’apparenza sembra una santarellina,e tra un cosciotto di maiale,un piatto di pasta,dolci e via discorrendo mettono in pratica il loro piano.
Le tre prostitute,sopravvissute a 24 ore di pranzi luculliani,fuggono convinte di rischiare la vita.
A tener compagnia rimane solo la maestrina,Andrea (Andrea Ferreol),che finirà per assumere il ruolo di vestale della morte,vero e proprio angelo del trapasso.

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Uno alla volta,i quattro tengono fede al loro patto.
Il primo a morire è Marcello,che è anche l’unico a rifiutare,all’improvviso,il suicidio con il cibo;tenterà la fuga di sera,nella Bugatti.
Che è una cabrio;la notte una tormenta di neve lo sorprende al volante,facendolo morire assiderato.
Tocca poi a Michel,a cui scoppierà l’intestino,e che cadrà in un lago di feci.
Successivamente è la volta di Ugo,a cui cederà il cuore.
In ultimo muore Philippe,ucciso da un mega dolce troppo zuccherato.
Il tutto mentre arriva un ultimo carico di cibo.

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La grande abbuffata è un film difficile,scomodo,a tratti anche rivoltante.

Ma è anche una metafora cinica e crudele di una società che si nutre di tutto,cannibale,votata all’autodistruzione dai suoi stessi miraggi.
Non c’è salvezza,da essa.
L’accumulare porta fatalmente all’autodistruzione,l’eccesso stesso di offerta è il suo grande limite e la sua rovina.
Un messaggio gettato con forza da un regista iconoclasta,Ferreri,che fu accolto malissimo dal pubblico di Cannes,dove il film venne proiettato per la prima volta nel 1973.

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Ma che divenne poi un autentico cult,un film faro del grande cinema italiano d’autore,un’opera dissacrante e scomoda,ma vera e forte.
Un film che è una gara di bravura di quattro straordinari attori,impegnati in ruoli scomodi,difficili.
Opera di grande intelligenza,di nichilismo assoluto di un geniaccio del cinema,Ferreri.

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La grande abbuffata

Un film di Marco Ferreri. Con Ugo Tognazzi, Michel Piccoli, Marcello Mastroianni, Philippe Noiret, Andréa Ferréol, Solange Blondeau, Giuseppe Maffioli, Monique Chaumette, Florence Giorgetti, Bernard Menez, Louis Navarre, Rita Sherrer, Michèle Alexandre, Cordélia Piccoli, James Campbell, Patricia Milochevitch, Henri Piccoli, Mario Vulpiani, Gérard Boucaron, Margaret Honeywell, Annette Carducci,
Eva Simonet. Genere Grottesco, colore 132 (125) minuti. – Produzione Italia, Francia 1973.

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La grande abbuffata banner protagonisti

Marcello Mastroianni     …     Marcello
Michel Piccoli    …     Michel
Philippe Noiret    …     Philippe
Ugo Tognazzi    …     Ugo
Andréa Ferréol    …     Andrea
Solange Blondeau    …     Danielle
Florence Giorgetti    …     Anne
Michèle Alexandre    …     Nicole
Monique Chaumette    …     Madeleine
Henri Piccoli    …     Hector
Louis Navarre    …     Braguti
Bernard Menez    …     Pierre
Cordelia Piccoli    …     Barbara
Patricia Milochevitch     …     Mini
James Campbell    …     Zack

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Regia:     Marco Ferreri
Soggetto:     Francis Blanche
Sceneggiatura:     Marco Ferreri, Rafael Azcona
Fotografia:     Mario Vulpiani
Montaggio:     Claudine Merlin, Gina Pignier
Effetti speciali:     Paul Trielli
Musiche:     Philippe Sarde
Scenografia:     Roger Jumeau, Michel Suné
Arredatore: Claude Suné
Trucco. Jacky Bouban, Alfonso Gola
Aiuto regista: Enrico Bergier, Rémy Duchemin, Jacqueline Ferreri, François Lavigne

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La grande abbuffata banner recensioni

Il Morandini:
4 amici – un giudice (P. Noiret), un pilota di linea (M. Mastroianni), un ristoratore (U. Tognazzi), un produttore TV (M. Piccoli) – si riuniscono in una villa di Neuilly, fuori Parigi, decisi a compiere un quadruplice harakiri gastronomico-erotico. Li accompagna, pingue angelo della morte, un’insaziabile e materna maestra (A. Ferréol). Scritto con Rafael Azcona, è probabilmente il più grande successo internazionale (di scandalo) nell’itinerario di M. Ferreri. Questo apologo iperrealista ha gli scatti di una buffoneria salace e irriverente, i toni furibondi di una predica quaresimalista e, insieme, l’empietà provocatrice di un pamphlet satirico; e chi lo prende per un film rabelaisiano, non ne ha inteso la sacrale tristezza. C’è piuttosto l’umor nero, la mestizia, la disperazione di uno Swift. Con qualcosa in più: la pena. La sua forza traumatica risiede nella calma lucidità dello sguardo, e nell’onestà di un linguaggio che Ferreri conserva anche e soprattutto quando non arretra davanti a nulla. Se si esclude parzialmente Mastroianni, forse il meno riuscito del quartetto, i personaggi non sono mai volgari. Nonostante le apparenze realistiche (di un neorealismo fenomenico e irrazionalistico), sfocia nel clima allucinato di un apologo fantastico come certi segni e invenzioni suggeriscono. Fotografia di Mario Vulpiani, costumi di Gitt Magrini, pietanze di Fauchon (Parigi). Premio Fipresci a Cannes 1973. Distribuito nei paesi di lingua inglese come Blow-out.

Gian Luigi Rondi
È La grande bouffe, il film francese di Marco Ferreri presentato quest’anno, con molti contrasti, al Festival di Cannes. Un film ambizioso, corposo, ma che si accosta a fatica e, spesso, con fastidio, anche se sono sensazioni comunque, che l’autore ha inteso suscitare di proposito. L”abbuffata” del titolo si riferisce a un’orgia gastronomica (ed erotica) cui si abbandonano, in una villa della periferia parigina, quattro amici di mezza età: un pilota, un magistrato, un annunciatore della radio, il gestore di un ristorante; un’orgia, però, con cui non intendono festeggiare la vita e i suoi piaceri, ma, ce ne accorgiamo a poco a poco, con cui vogliono darsi invece la morte, in polemica, a quanto sembra, con la vita e con le delusioni che ha loro procurato (di cui, comunque, non ci informano). »

Il pubblico- recensioni dal Davinotti

“Rappresenta il lato farsesco e grottesco di Amici miei. La storia della maratona erotico-gastronomica che coinvolge quattro amici di diversa estrazione sociale, accompagnati da una figura femminile dalla simbologia materna, è forse il film migliore (e tra quelli di maggior successo commerciale) di Marco Ferreri. La componente grottesca e satirica del cinema del regista milanese trova qui un maggior equilibrio che altrove, grazie ad una sceneggiatura compiuta e ad un cast di attori straordinari.”

“Quattro amici si rinchiudono in una villa dove mangiare senza fine. Spietato apologo grottesco sull’autoannullamento dell’individuo e della società borghese, eccessivo e funebre, amaro e tragico, dove anche l’eros – condotto da una disponibile magna mater – è viatico della fine. Omaggio al banchetto satirico di Boileau, citato nel film, ricorda la Sodoma dei quattro potenti autoreclusi di Sade, ma ha il sapore di un lungo funerale. Notevoli i grandissimi attori coinvolti (forse Mastroianni un po’ meno degli altri)”

“Eccezionale satira-apologo sul consumismo, diretta dal grandissimo Ferreri qui al suo meglio, aiutato anche da un poker di attori semplicemente fantastico (corroborato dalla brava Andréa Ferréol) e da una splendida sceneggiatura. All’epoca suscitò grande scandalo, oggi continua a mantenere intatta tutta la sua forza e continua ad essere sempre attuale. Imperdibile, anche se alcuni potrebbero non gradire.”

“Film acclamato per la sua metafora di una società che tende al suicidio collettivo per appagare oltremodo i propri istinti, anche se non lo definirei capolavoro. I quattro protagonisti organizzano un ritrovo basato su cibo e sesso e decidono di continuare, nonostante gli incidenti di percorso. Un insolito Mastroianni, cinico ma con stile, i soliti Piccoli e Tognazzi dissacratori e un plauso alla Ferréol (maestra coinvolta per caso, che trova nei quattro uomini i suoi nuovi alunni).”


Io alzo il mio bicchiere, non so a che cosa ma alzo il mio bicchiere…
Mangia! Se tu non mangi, non puoi morire.
Se escludi il cibo, tutto è epifenomeno: la sabbia, la spiaggia, lo sci, l’amore, il lavoro, il tuo letto: epifenomeno. Come dice l’Ecclesiaste: vanitas vanitatum.
Io sarei un maniaco sessuale? (agli amici che guardano nudi d’epoca) Voi vi state eccitando … su un funerale (ride). Ecco, questa è la vita!
Grande uccellata e festa del pesce offerta da quattro donzelli ghotti e golosi a tre gioconde fanciulle in dodici porcate.
Siete grotteschi! Grotteschi e disgustosi! Perché continuate a mangiare se non avete fame!?
Una buona tazza di cioccolata verso le undici apre lo stomaco per il pranzo.
Dopotutto hanno ragione le lesbiche.Gli uomini son così stronzi!

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aprile 9, 2008 Pubblicato da: | Drammatico | , , , , , | 5 commenti

La meglio gioventù


Si può restare incollati alla poltrona,per sei ore di fila,a gustarsi un film.

E’ quello che succede guardandosi,anzi,gustandosi,La meglio gioventù,di Marco Tullio Giordana, un film che è un affresco storico dal grande fascino,trattato con delicatezza e un pizzico di commozione da un regista che conosce bene l’arte cinematografica.

Quaranta anni di storia italiana,raccontati attraverso le vicende di due fratelli e di una famiglia,attraverso la storia di Nicola,giovane idealista,e di suo fratello Matteo,alter ego in senso opposto,tormentato e insicuro,dall’incerta sessualità,in opposizione violenta alla solarità del fratello.

Storia d’Italia vera,quella che parte dai primi ricordi visivi di Nicola,dalle sue prime esperienze all’interno di una società in veloce evoluzione;l’incontro con Giorgia,una ragazza difficile,in ritardo cognitivo,eppure dagli occhi pieni di saggezza,quella saggezza che sconfina nella follia,in un gioco di luci e ombre che ne esalta l’umanità.

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Luigi Lo Cascio è Nicola

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Alessio Boni è Matteo

E il rapporto tormentato e difficile con quel fratello strano,che sembra vivere galleggiando,senza grossi voli,senza stimoli apparenti. Le due storie si separano,e assistiamo alla loro evoluzione:Nicola parte per un lungo viaggio verso il nord Europa,dal quale tornerà solo per andare a fare l’angelo del fango,durante l’alluvione di Firenze.Qui incontrerà la donna del futuro,il grande amore,che diventerà la pietra miliare della sua esistenza,Giulia,amore tormentato dapprima,disperato dopo.

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Jasmine Trinca è Giorgia

In mezzo alla storia dei protagonisti,scorre la storia dell’Italia,con il suo sessantotto,con le Brigate Rosse,passando per la tragica epopea di tangentopoli per chiudersi con la morte di falcone e con l’arrivo delle storie dei protagonisti ai giorni nostri.

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Sonia Bergamasco è Giulia

In mezzo le vite qualsiasi di Nicola,Matteo,Giulia,Giorgia,con il loro carico di angosce e delusione,di amori e dolore,di vita e di morte. Assistiamo ai vari processi della vita dei protagonisti:l’adolescenza,con il carico di sogni,di voglia di libertà,di giustizia,di ideali forti,il passaggio all’età adulta,con il conseguente scontro con regole sociali dettate dalla cultura del periodo,fino alla quieta accettazione del futuro,che nel caso di Nicola,sarà il riscoprire di un sentimento perduto,quello dell’amore,vissuto a metà,con la sola compagnia della figlia avuta da Giulia.

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Maya Sansa

In mezzo,rabbia e amore,contestazione e problemi,morte e violenza.Tutto quello che la società,in evoluzione,ha prodotto nel corso della sua storia,fatta di persone,certo,ma fatta anche di tragedie,grandi e piccole.La meglio gioventù racconta le persone,racconta sogni,li rapporta al sociale.Senza volerne fare un’epopea,senza voler fare processi storici agli avvenimenti.

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Adriana Asti

Semplicemente guardando,con occhio commosso,triste e malinconico,allegro e spensierato,a quello che ha rappresentato per la meglio gioventù,quella post bellica ricca di valori e voglia di vivere,la storia di un paese che è cresciuto tra mille contraddizioni,preda di un vortice in cui si mescolano,fatalmente,le vite dei suoi protagonisti.La gente comune,alla ricerca di una sua identità.

 

Guardare questo film significa commuoversi,intenerirsi,indignarsi,provare nostalgia e rimpianto.La verità arriva alla fine,quando i protagonisti,ognuno in modo diverso,ha finito per svolgere il ruolo che era destinato a svolgere:la vita la vivi con le sue contraddizioni,passi attraverso il dolore per accettare,con filosofia,il carico che hai portato addosso.Anche dalla notte di avvenimenti terribili può spuntare un giorno,se non radioso,di pallido sole,che ti fa sperare che il domani sia migliore.La tela è completa,il quadro è impressionista.

La meglio gioventù 2

Nicola ritrova l’amore,la speranza,il sorriso,persi nel rincorrere i fantasmi del passato;la moglie,la morte di Matteo,della quale si sentirà in qualche modo responsabile,l’abbandono di Giorgia,misti alla vita di tutti i giorni,i problemi sul lavoro,le piccole o grandi vittorie,le piccole o grandi sconfitte. La meglio gioventù è tutto questo:una storia d’amore,anzi,più storie d’amore;amicizia,illusione,disillusione,speranza.E altro ancora.

La meglio gioventù 4

E’ il cammino di vita di giovani che hanno fatto la storia,anche se non sempre da protagonisti. Ma,in fondo,chi l’ha detto che essere protagonista significhi sempre e soltanto avere un ruolo primario? La storia erano loro,le migliaia di vite che hanno calcato le scene.La storia della meglio gioventù,quella che ha vissuto una vita degna di essere chiamata tale.

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La meglio gioventù, Un film di Marco Tullio Giordana. Con Luigi Lo Cascio, Adriana Asti, Sonia Bergamasco, Maya Sansa, Fabrizio Gifuni.Jasmine Trinca, Alessio Boni, Camilla Filippi, Valentina Carnelutti, Andrea Tidona, Lidia Vitale, Greta Cavuoti, Riccardo Scamarcio, Claudio Gioé Drammatico, durata 360 min.

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* Luigi Lo Cascio: Nicola Carati
* Alessio Boni: Matteo Carati
* Adriana Asti: Adriana Carati
* Sonia Bergamasco: Giulia Monfalco
* Fabrizio Gifuni: Carlo Tommasi
* Maya Sansa: Mirella Utano
* Valentina Carnelutti: Francesca Carati
* Jasmine Trinca: Giorgia
* Andrea Tidona: Angelo Carati
* Lidia Vitale: Giovanna Carati
* Claudio Gioè: Vitale Micavi
* Giovanni Scifoni: Berto
* Paolo Bonanni: Luigino
* Mario Schiano: Il professore di medicina

Regia Marco Tullio Giordana
Soggetto Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Sceneggiatura Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Casa di produzione BiBi Film
Fotografia Roberto Forza
Montaggio Roberto Missiroli
Musiche Johann Sebastian Bach, Wolfgang Amadeus Mozart, The Animals, Astor Piazzolla
Scenografia Franco Ceraolo, Cristiana Amendola

The Animals – The House of Rising Sun
Fausto Leali – A chi ?
Astor Piazzolla – Oblivion
Astor Piazzolla – Remembrance
Cesária Évora – Sodade
Cesária Évora – Fruto Proibido
Georges Delerue il tema Catherine et Jim dal film Jules et Jim
Amado mio déformato in Anatomia da Carlo e Vitale
Something’s new
Blue moon
Fascination
Mina – Ora o mai più
Mozart – L’Allegro Maestoso della Sonata per piano n° 8
Mozart – Clarinet concert
Queen – Who wants to live forever
Fernando Sor – Studio 5 (numerazione di Segovia)
Fernando Sor – Studio 17 (numerazione di Segovia)
Fats Domino – Ain’t That a Shame
Four Tops – Reach out I’ll be there
Creedence Clearwater Revival – I Heard It Through The Grapevine
Dinah Washington – I’m Through With Love
Dinah Washington – Time After Time
Benjamin Britten – Sentimento Sarabanda
Giovanni Sollima – Aria
Johann Sebastian Bach – Singet dem Herren ein neues Lied

Note:

Una delle accuse,peraltro risibili e poco intelligenti mosse al film è quella di essere superficiale.

Il film è profondo,tutt’altro che superficiale.
Il mezzo cinematografico non permette la descrizione temporale,se non in sequenza veloce.
Il regista ha puntato più sulla descrizione dei personaggi,sui vari fatti con cui vengono a contatto,che al periodo storico lungo quasi 40 anni.
La storia si dipana bene,raccontando con occhio quasi commosso,le vicende di gente qualunque,alle prese con la quotidianità che potrebbe benissimo essere la nostra.
Sono storie di persone qualsiasi,che vivono la loro vita facendosi anche scorrere addosso gli avvenimenti,alle volte attraversandoli senza la piena cognizione della loro vera portata.
Del resto,quanti di noi si sono resi conto veramente di quel che ci succedeva attorno?
Non avevamo anche noi problemi di cuore,di quotidiano con genitori e amici,con il primo lavoro?
La forza del film è nella capacità di attrarre l’attenzione per un arco temporale molto lungo.
Francamente non ricordo altri film che durino,in versione integrale,oltre sei ore,se non la corazzata Potemkin

Parti deboli?
Qualche intreccio forzato,come la storia tra Francesca e Carlo,oppure qualche battuta di troppo,tipo quella tra Nicola e l’indagato per tangentopoli,dove,francamente,c’è un tono lezioso che irrita.
Ma sono piccolissimi dettagli,che non inficiano il risultato finale,che fanno di La meglio gioventù una delle cose migliori apparse negli ultimi anni

“Perché, si fa tanta fatica a credere alle cose belle mentre a quelle brutte ci si crede subito?” (Nicola)

Lei ha una qualche ambizione?
Ma… Non…
E Allora vada via… Se ne vada dall’Italia. Lasci l’Italia finché è in tempo. Cosa vuole fare, il chirurgo?
Non lo so, non ho ancora deciso…
Qualsiasi cosa decida, vada a studiare a Londra, a Parigi… Vada in America, se ha le possibilità, ma lasci questo Paese. L’Italia è un Paese da distruggere: un posto bello e inutile, destinato a morire.
Cioè, secondo lei tra poco ci sarà un’apocalisse?
E magari ci fosse, almeno saremmo tutti costretti a ricostruire… Invece qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri. Dia retta, vada via…
E lei, allora, professore, perché rimane?
Come perché?!? Mio caro, io sono uno dei dinosauri da distruggere!”

(Il docente a Nicola)

Nicola: Ha segnato la Corea.
Matteo: Chissenefrega.
Nicola: Effettivamente a noi non ce ne frega niente, ma niente dè niente dè niente. Anzi, sai che ti dico, io tifo Corea. Corea, Corea, Corea, Corea!

Carlo: Diciamo in pratica che ogni tre laureati uno resta a spasso. Sostanzialmente il più stronzo dei tre.
Luigino: O ma vedete tutti quanti di andare… neh?

Don Vito: Se volete vi posso ospitare da me. Io c’ho una specie di, non una stalla, una rimessa, eh. Potete dormire lì. Meglio di un pugno in bocca, no? Di un calcio in faccia… o no?


Le musiche del film:

* The Animals The House of Rising Sun
* Fausto Leali A chi ?
* Astor Piazzolla Oblivion e Remembrance
* Cesária Évora Sodade e Fruto Proibido
* Georges Delerue il tema « Catherine et Jim » dal film Jules et Jim
* Amado mio déformato in Anatomia da Carlo e Vitale
* Mina Ora o mai più
* L’Allegro Maestoso della Sonata per piano n° 8 di Mozart
* The Queen “Who wants to live forever”






aprile 7, 2008 Pubblicato da: | Drammatico | | Lascia un commento

Salò o le 120 giornate di Sodoma e Gomorra

Conclusa la trilogia della vita,composta dal “Decameron”, dai “Racconti di Canterbury”e dal “Fiore delle mille e una notte”, Pier Paolo Pasolini mette mani al suo progetto più ambizioso, una rivisitazione delle 120 giornate di Sodoma e Gomorra del divin marchese De Sade, intitolandolo Salò,e usando come sottotitolo proprio il nome del libro di De Sade.
Con De Sade, Pasolini condivide l’anticonformismo e la capacità di andare oltre schemi e convenzioni sociali.
Non è un’iconoclasta come il marchese, non ha la sua carica ferocemente anticlericale e distruttiva, ma è, come lui, un diverso, uno che urla fuori dal branco.

Salò 11

La vita di De Sade, i suoi trent’anni passati in varie epoche in prigione,le sue opere dannate fino dalla loro uscita, la triste conclusione stessa della vita del marchese,condannato a passare gli ultimi tredici anni del esistenza in un manicomio,perfettamente lucido,affascinano Pasolini, così come affascinano i suoi romanzi in cui, al sesso sfrenato e alle sue deviazioni, si mescolano atti d’accusa verso il potere.
Un potere nichilista ed assoluto,capace di coartare l’uomo fino nell’intimo, annullandone la volontà.

Salò 1

Ed in fondo è quello che Pasolini vuole: una denuncia del potere, di tutto il potere, che sia politico o religioso.
Siamo nel cuore degli anni di piombo,in quel 1974 che sancisce la vittoria del fronte laico sul referendum per il divorzio,prima vera grande vittoria nel campo delle conquiste sociali e della libertà individuale.
L’Italia scopre la passione per la politica, ma vive di grandi contraddizioni: nonostante una crisi economica devastante, si cerca il superfluo, il consumo.

Salò 2

E Pasolini, in un celebre articolo, un po’ come aveva fatto dopo gli episodi di Villa Giulia, và controcorrente:” L’ansia del consumo è un’ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato. Ognuno in Italia sente l’ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell’essere felice, nell’essere libero: perché questo è l’ordine che egli inconsciamente ha ricevuto, e a cui deve obbedire, a patto di sentirsi ‘diverso’. Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza. L’uguaglianza non è stata infatti conquistata, ma è una falsa uguaglianza ricevuta in regalo.”

Salò 3

L’ondata di critiche che seguono lo trovano ancora una volta in una posizione minoritaria.
Ma per lui non è una novità.

Salò 4

In questo humus culturale e sociale si sviluppa il progetto su un film che sia un pugno nello stomaco, diretto e senza mediazioni.
Un attacco al potere con l’uso dello choc visivo.
Il cinema,che non è ancora precipitato nella grande crisi del decennio settanta,rimane lo strumento migliore per quelle che sono le sue intenzioni: scandalizzare, provocare.
Pasolini decide di riprendere l’opera di De Sade,e, ispirandosi a Dante, struttura il film in gironi, ripresi dalle bolge dantesche.

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Da De Sade riprende il numero quattro: quattro signori, rappresentanti dei quattro poteri (nobiliare,ecclesiastico,economico e giudiziario), coadiuvati da quattro puttane, rastrellano nel circondario di Salò un gruppo di ragazzi e ragazze, che, nel corso di 120 terribili giorni, saranno sottoposti al potere assoluto, privati di ogni più elementare diritto.
Ogni giornata è divisa nella struttura dantesca :anti inferno e tre gironi.

Salò 5

Le quattro puttane hanno il compito di raccontare ai signori le loro perversioni sessuali, per rallegrarli e contemporaneamente educare i giovani all’obbedienza assoluta.
La rappresentazione inizia con l’anti inferno,nel quale vengono mostrati i codici di comportamento dei signori, il loro patto di sangue stipulato tramite il matrimonio fra ognuno di essi e la figlia dell’altro; si prosegue con la suddivisione dei compiti fra i giovani catturati con un rastrellamento nei dintorni.
Vittime, soldati, collaborazionisti e servitù.
Sembra uno schema sociale,molto crudo ed assoluto.

Salò 6

Nel primo girone, quello delle manie, i giovani vengono sottoposti ad umiliazioni e sevizie: nudi ed inermi, sono costretti a mangiare dalle ciotole degli animali, mentre i loro aguzzini sfogano,con brutalità, il loro senso di potenza e di forza.
Il girone della merda è quello che, metaforicamente, rappresenta la degradazione più estrema dell’essere umano, in balia di quel potere oscuro ed assoluto di cui parlavo prima.
Le vittime sono costrette a cibarsi sia dei loro escrementi che di quelle dei compagni o dei loro padroni, che , nel frattempo, discutono in maniera colta citando Beaudelaire o Proust o Nietsche.

Salò 7

Il girone del sangue porta alle estreme conseguenze il desiderio di possesso dei quattro: ormai in totale balia dei loro aguzzini,i giovani vengono torturati e uccisi tra le peggiori nefandezze possibili.
Il potere non ha mediazioni:è globale ,intrigante, totalizzante.
E dispone della vita come della morte,è un dio crudele e impietoso, che fagocita tutto, senza alcuna pietà o sentimento umano.
Tra le efferatezze, che giungono alla fine della rappresentazione visiva,con tutti i ragazzi morti e mutilati, si compie il percorso.
I potenti si preparano a fuggire,perché il potere non muore, ma si nasconde, cambia pelle.
Restano solo due annoiati sorveglianti,che ballano un valzer mentre il film volge al termine:la vita continua.
Schematicamente il film è questo.
Pasolini avrebbe dovuto completare la sceneggiatura e metterci, probabilmente, le mani.

Salò 8

Ma la sua morte tragica e improvvisa, avvenuta durante il montaggio, ha impedito di capire quali parti intendeva modificare.Pasolini comunque ottiene ciò che in fondo si era prefisso.La sua rappresentazione del potere brutale e violento, perverso, non lascia indifferente lo spettatore.
Già la scarna scenografia,i dialoghi raffinati e l’ambientazione dura e cruda, con l’odissea dei ragazzi costretti a precorrere la scala verso l’inferno verso il basso,in un degradante e continuo alternarsi di brutali nefandezze e perversioni sessuali costringono chi guarda il film a continui sforzi per assimilare quello che avviene sullo schermo.
I quattro potenti,alla fine, ottengono ciò che in fondo hanno costruito: la totale distruzione dell’io dei loro schiavi, e il fatto che essi sfuggano a qualsiasi punizione la dice lunga sulle intenzioni del regista.

Salò 9

Se si guarda alla sceneggiatura con acriticità,e si leggono i vari passi, si nota immediatamente quello che in fondo è il discorso del regista, summa di tutte le sue opere precedenti.
Solo che questa volta non c’è più la gioiosa sessualità dei film precedenti a salvare il comune mortale.
Il sesso,l’unica cosa rimasta al povero, al servo, diventa l’arma con cui annichilirlo.
Attraverso la sodomia, gesto che per lo scrittore è “il più assoluto per quanto contiene di mortale per la specie umana, il più ambiguo, per questo accetta, allo scopo di trasgredirle, le norme sociali, è infine il più scandaloso, perché pur essendo il simulacro dell’atto generativo, ne è la totale derisione” l’uomo è degradato.

Salò 10

Il potere diviene un paradosso:” “Ma scusi, noi, non siamo forse la dimostrazione vivente di che è realmente il Potere? L’unica vera, grande, assoluta Anarchia, è quella del potere. Infatti noi, qualsiasi cosa ci venga in mente, la più folle ed inaudita, la più priva di senso, possiamo scriverla in questo quadernetto, ed essa diviene immediatamente legale; se poi saltasse in mente di cancellarla, essa diverrebbe immediatamente illegale. Le leggi del Potere, non fanno altro che sancire questo potere anarchico,… e ciò vale per qualsiasi potere”.

Salò 5

Salò 4

Salò 3
C’è spazio anche per il suo ateismo e per Dio;” “Si tranquillizzi, Eccellenza, è vero che noi tendiamo a identificarci fatalmente in modo parossistico e un poco fasullo col presunto rappresentante dell’ordine, cioè con Dio, e ciò è seccante, ma dopo aver meditato a lungo sono giunto ad una conclusione liberatrice: basta sostituire la parola DIO con la parola POTERE, così tutto rientra perfettamente nel programma che ci siamo prefissi“.
Nulla sembra salvarsi,e Pasolini,in un crescendo wagneriano,sembra chiudere la porta alla speranza.
Salò è un film scomodo, terribile, ma con un suo fascino sinistro.La terribile morte che colse lo scrittore proprio durante la parte più importante per un film, il montaggio, impedì di valutare appieno il progetto nella sua globalità.

Salò 2

Salò 1

Certo è che se Pasolini avesse messo mani ad altri progetti, difficilmente avrebbe potuto superare lo scandalo e le polemiche che suscitò il film alla sua uscita.
Dall’accusa di copromania a quella di degenerato passando attraverso tutti gli insulti possibili e immaginabili, il suo nome venne letteralmente fatto a pezzi.
Il film venne processato più volte per oscenità, e a risponderne davanti ai giudici fu colui che aveva creduto nel progetto, il produttore Grimaldi.
Giudicare Pasolini attraverso questa sua ultima opera è un errore fatale.
Salò rappresenta un passaggio,uno dei tanti avvenuti nel corso della sua tormentata vita.
Non di certo il più importante,anzi.

Paradossalmente è il Pasolini meno fedele a se stesso,anche se è il più duro.

Ma la necessità di far discutere, di provocare per scuotere le coscienze, un atteggiamento che il poeta ebbe sempre nei confronti del suo pubblico e dei suoi critici lo portarono a questo film, che un risultato lo ottenne:scandalizzare.
E tutto sommato quello che Pier Paolo Pasolini fece per tutta la vita.Il film è disponibile su You tube in una versione di buona qualità digitale all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=aqPPLRkmsFw

Salò,o le 120 giornate di Sodomia e Gomorra

Scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini
Collaborazione alla sceneggiatura Sergio Citti e Pupi Avati
Fotografia Tonino Delli Colli;
scenografia Dante Ferretti; costumi Danilo Donati;
consulente musicale Ennio Morricone; montaggio Nino Baragli, Tatiana Casini Morigi; musiche a cura di Pier Paolo Pasolini;
aiuto alla regia Umberto Angelucci; assistente alla regia Fiorella Infascelli.
Interpreti e personaggi Paolo Bonacelli (Il Duca Blangis); Uberto Paolo Quintavalle (il Presidente della Corte d’Appello); Giorgio Cataldi (il Vescovo, doppiato da Giorgio Caproni); Aldo Valletti (l Presidente Durcet, doppiato da Marco Bellocchio); Caterina Boratto (signora Castelli); Hélène Surgère (signora Vaccari, doppiata da Laura Betti); Elsa de’ Giorgi (signora Maggi); Sonia Saviange (virtuosa dì pianoforte). E inoltre: Sergio Fascetti, Antonio Orlando, Claudio Cicchetti, Franco Merli, Bruno Musso, Umberto Chessari, Lamberto Book, Gaspare di Jenno, Giuliana Melis, Faridah Malik, Graziella Aniceto, Renata Moar, Dorit Henke, Antinisca Nemour, Benedetta Gaetani, Olga Andreis, Tatiana Mogilanskij, Susanna Radaelli, Giuliana Orlandi, Liana Acquaviva, Rinaldo Missaglia, Giuseppe Patruno, Guido Galletti, Efisio Erzi, Claudio Troccoli, Fabrizio Menichini, Maurizio Valaguzza, Ezio Manni, Anna Maria Dossena, Anna Recchimuzzi, Paola Pieracci, Carla Terlizzi, Ines Pellegrini.
Produzione PEA (Roma) / Les Productions Artistes Associés (Parigi);
produttore Alberto Grimaldi; pellicola Kodak Eastmancolor; formato 35 mm, colore; macchina da ripresa Arriflex; sviluppo e stampa Technicolor; sincronizzazione International Recording, Roma; missaggio Fausto Ancillai; distribuzione United Artists Europa.

Salò 6

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Paolo Bonacelli: Il Duca
Giorgio Cataldi: Il Monsignore
Uberto Paolo Quintavalle: L’Eccellenza
Aldo Valletti: Il Presidente
Caterina Boratto: Signora Castelli
Elsa De Giorgi: Signora Maggi
Hélène Surgère: Signora Vaccari
Sonia Saviange: La Pianista
Marco Lucantoni: I° Vittima (Maschio)
Sergio Fascetti: Vittima (Maschio)
Bruno Musso: Vittima (Maschio)
Antonio Orlando: Vittima (Maschio)
Claudio Cicchetti: Vittima (Maschio)
Franco Merli: Vittima (Maschio)
Umberto Chessari: Vittima (Maschio)
Lamberto Book: Vittima (Maschio)
Gaspare Di Jenno: Vittima (Maschio)
Giuliana Melis: Vittima (Femmina)
Faridah Malik: Vittima (Femmina)
Graziella Aniceto: Vittima (Femmina)
Renata Moar: Vittima (Femmina)
Dorit Henke: Vittima (Femmina)
Antiniska Nemour: Vittima (Femmina)
Benedetta Gaetani: Vittima (Femmina)
Olga Andreis: Vittima (Femmina)
Tatiana Mogilansky: Figlia
Susanna Radaelli: Figlia
Giuliana Orlandi: Figlia
Liana Acquaviva: Figlia
Rinaldo Missaglia: Collaborazionista (Soldato)
Giuseppe Patruno: Collaborazionista (Soldato)
Guido Galletti: Collaborazionista (Soldato)
Efisio Etzi: Collaborazionista (Soldato)
Claudio Troccoli: Collaborazionista (Repubblichino di leva)
Fabrizio Menichini: Collaborazionista (Repubblichino di leva)
Maurizio Valaguzza: Collaborazionista (Repubblichino di leva)
Ezio Manni: Collaborazionista (Repubblichino di leva)
Paola Pieracci: Ruffiana
Carla Terlizzi: Ruffiana
Anna Maria Dossena: Ruffiana
Anna Recchimuzzi: Ruffiana
Ines Pellegrini: La serva nera

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Regia Pier Paolo Pasolini
Soggetto Pier Paolo Pasolini (dai romanzi del Marchese de Sade)
Sceneggiatura Pier Paolo Pasolini, Sergio Citti, Pupi Avati
Produttore Alberto Grimaldi, Alberto De Stefanis, Antonio Girasante
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Nino Baragli, Tatiana Casini Morigi, Enzo Ocone
Effetti speciali Alfredo Tiberi
Musiche Pier Paolo Pasolini, Ennio Morricone
Scenografia Dante Ferretti
Costumi Danilo Donati

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Pier Paolo Pasolini sul set

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aprile 6, 2008 Pubblicato da: | Drammatico | | 7 commenti