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Tutto il mio cinema

Sono fotogenico

A trent’anni Antonio Barozzi è stufo della sua vita nella pacifica Laveno,sul lago Maggiore.
Ha un solo sogno,diventare attore come i divi che imita,John Wayne,Marlon Brando…
Decide quindi di andare nella fabbrica delle illusioni,Roma,alla ricerca di un provino cinematografico vincente.
Ma qui,più che rischiare di sperperare il patrimonio di suo padre non ottiene;unica nota positiva è l’amicizia con la bella Cinzia,che però
tenterà di appioppargli i due gemelli che attende da un maneggione.
Alla fine,dopo un incidente che lo menoma nel fisico,Antonio torna mestamente a casa dove alla fine sposa la paziente Marisa che lo ha atteso,adotta
i due figli di Cinzia che nel frattempo li ha mollati volentieri per inseguire il sogno di diventare attrice e accetta il posto di bancario…
Sono fotogenico,diretto da Dino Risi nel 1980 è una garbata satira sul mondo del cinema,quasi tutta sotto le righe;il mondo della celluloide ne esce con la schiena spezzata ma Risi non usa la frusta,bensi uno scudiscio foderato di velluto.


La sottile ironia affiora quasi sempre ma resta comunque sotto la superficie;spazio ad uno scatenato,irresistibile Renato Pozzetto che tira fuori il meglio del suo repertorio
dominando la scena con battute,ammiccamenti e sopratutto con la sua presenza fisica,che riesce a rendere “fisica” l’ingenuità del personaggio interpretato,Antonio detto Tony
perso dietro i sogni di una carriera hollywoodiana,vissuta all’ombra dei suoi miti attraverso citazioni,poster,stile di vita.
Finirà malinconicamente,un ammonimento a tutti quelli che inseguono il miraggio di un mondo infido e pericoloso come quello del cinema.
Risi,dopo l’amaro Caro papà e prima del bellissimo e malinconico Fantasma d’amore si concede quasi una vacanza con un film in tono leggero,nel quale


lascia le briglie sciolte a Renato Pozzetto,attore sulla cresta dell’onda e reduce da grandi successi al box office come La patata bollente,Agenzia Riccardo Finzi… praticamente detective e Tesoromio.
Il risultato è un gran successo di pubblico e una generale stroncatura della critica,poco avvezza al disimpegno e ai diertissement,quasi
che un regista “impegnato” come Risi fosse costretto a dover girare soporifere “corazzate Potiomkin”
Viceersa Sono fotogenico ha diverse buone trovate,ritmo e non è affatto una prova minore.
E’ una commedia,tutto quà.Semplice,lineare,ben recitata e a tratti spassosa.Quindi oro che cola,alla luce di prodotti ben più scadenti del periodo.
A parte Pozzetto,davvero irresistibile (memorabile la faccia sempre uguale davanti al fotografo che lo esorta a espressioni differenti) c’è una bellissima Fenech,il solito simpaticissimo Maccione


e i camei di Monicelli,Tognazzi,Gassman e Barbara Bouchet.
Il film è disponibile in streaming all’indirizzo http://www.raiplay.it/video/2017/04/Sono-fotogenico-2c010d8c-762f-45e4-9253-9361f821b59d.html in una versione praticamente perfetta.

Sono fotogenico

Un film di Dino Risi. Con Vittorio Gassman, Renato Pozzetto, Ugo Tognazzi, Massimo Boldi, Barbara Bouchet, Edwige Fenech, Michel Galabru, Aldo Maccione, Mario Monicelli, Attilio Dottesio, Eolo Capritti, Gino Santercole, Julien Guiomar, Guido Mariotti, Salvatore Campochiaro, Paolo Baroni, Annunziata Pozzaglia, Paolo De Manincor, Roberta Lerici, Livia Ermolli, Luigi Di Sales, Bruna Cealti Commedia, durata 98 min. – Italia 1980

 

Renato Pozzetto: Antonio Barozzi
Edwige Fenech: Cinzia Pancaldi
Aldo Maccione: avv. Pedretti
Massimo Boldi: Sandro Rubizzi
Michel Galabru: produttore Del Giudice
Julien Guiomar: Carlo Simoni
Gino Santercole: Sergio
Attilio Dottesio: Attilio Turchese
Livia Ermolli: Laura Barozzi
Paolo Baroni: Paolino
Salvatore Campochiaro: nonno Augusto
Guido Mariotti: Arcibaldo Barozzi
Bruna Cealti: Luigina Barozzi
Eolo Capritti: indiano “Nuvola Bianca”
Paolo de Manincor: fotografo
Roberta Lerici: Marisa
Annunziata Pozzaglia: Annunziata
Ugo Tognazzi: se stesso
Vittorio Gassman: se stesso
Mario Monicelli: se stesso
Barbara Bouchet: se stessa
Jimmy il Fenomeno: reclutatore di zoppi
Margherita Horowitz: signora del treno
Lina Franchi: donna al funerale
Ennio Antonelli: assistente di Monicelli
Giulio Rinaldi (non accreditato): controfigura per la scena sostitutiva di Monica Vitti
Lory Del Santo: se stessa
Maria Tedeschi: se stessa
Tonino Delli Colli: se stesso

Regia Dino Risi
Soggetto Massimo Franciosa,Marco Risi,Dino Risi
Sceneggiatura Massimo Franciosa,Marco Risi,Dino Risi
Produttore Pio Angeletti,Adriano De Micheli
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Manuel De Sica
Scenografia Ezio Altieri
Costumi Ezio Altieri

“Lavorare fa incazzare.”

“Gallina vecchia fa… gallina vecchia fa… fa schifo!”

“A te ti hanno battezzato coll’acqua dei ravioli!”

“Nudo te! Ma se fai schifo anche vestito. Vai vai…”

“Scusate il ritardo ragazzi, ma io, caschi il mondo, alle 9:30 in punto devo cagare”

“Povero nonno!È morto mentre guardava”Com’è bella la bernarda tutta nera tutta calda”

“Eh, uno così deve fare l’attore: testa piccola a forma di noce. Avete notato che tutti i grandi attori hanno la testa piccola a forma di noce?”

 

ottobre 8, 2017 Posted by | Commedia | , , , , , , | Lascia un commento

Il giudizio universale

In una qualsiasi mattinata napoletana,con la gente impegnata nel quotidiano,una voce inquietante rimbomba nel cielo annunciando,per le 18.00,il giudizio universale.
All’inizio la cosa viene presa sotto gamba da tutti;ma con il passare delle ore,sopratutto con l’intervento della tv che amplifica l’avvenimento e con la voce che sempre più regolarmente annuncia il giudizio il comportamento della gente inizia a passare dalla superficialità allo sgomento e alla paura.
Le reazioni sono variegate;qualcuno inizia a pentirsi dei propri peccati,altri cadono in uno stato di prostrazione,altri fanno finta di nulla e cercano di proseguire la loro vita regolarmente.
In città c’è il ballo del Duca,avvenimento mondano di grande importanza,alcuni sono impegnati nella ricerca di un abito adatto per l’occasione,un avvocato maneggione cerca di difendere e mostrare come innocente un poveraccio che ha usurpato un titolo nobiliare,un losco figuro si muove sordidamente per acquistare bambini poveri da rivendere in America a copie senza figli,un marito scopre la moglie adultera con il suo miglior amico mentre la gente è occupata nelle quotidiane fatiche,sempre con l’orecchio alla voce roboante che ricorda il fatidico evento delle 18.00…


Vittorio De Sica,subito dopo il grandissimo successo di La ciociara del 1960,dirige l’anno successivo Il giudizio universale,ricostituendo con Cesare Zavattini il sodalizio dell’anno precedente e che alla fine porterà la celebre coppia a creare assieme ben venti film.
Il giudizio universale è un film senza una trama precisa,costituito com’è da una miriade di piccoli avvenimenti che,visto che siamo Napoli,potremmo chiamare “fattarielli“.
Un caleidoscopio di personaggi,ognuno preso nel suo quotidiano,ognuno alle prese con piccoli e grandi problemi,ma anche visto nell’appartenenza ad una collettività fragile e indaffarata,un formicaio impazzito nel quale l’individualità è legata,nel film, ad una serie di personaggi visti con bonarietà mista a irriverenza.
La paura del “giudizio universale” scatena reazioni dissimili,che vanno dal pentimento alla paura passando per emozioni variegate che si stampano sui volti dei protagonisti,nelle loro azioni e in fin dei conti in un quotidiano che non ha più un futuro.
Tante piccole storie,dicevo.


Che però alla fine formano un quadro incompleto proprio per la superficialità delle storie affrontate;quello che conta,per De Sica,sono le reazioni istintive e il frammento del quotidiano vissuto dai vari protagonisti.
Nel finale della pellicola,con la roboante voce che comincia a giudicare l’umanità mentre si scatena un violento temporale c’è spazio per la consueta e garbata ironia di De Sica;tutte le promesse fatte si dileguano con il sole,come la voce che all’improvviso scompare mentre la varia umanità,dimenticati i buoni propositi e la paura,riprende a vivere come se nulla fosse accaduto.L’imminente tragedia si trasforma in farsa.
Film diseguale per forza di cose,Il giudizio universale alla fine è poco più di un esercizio di stile e una passerella della scuderia De Laurentiis;un cast stellare che va da Gassman a Manfredi e Sordi (il più convincente di tutti nel ruolo del losco trafficante di bambini) alla Mangano
affolla un film che commercialmente fu un fiasco clamoroso.
Anche la critica storse in naso e va detto,con qualche ragione.
Troppa carne al fuoco,troppi personaggi e poca omogeinità delle situazioni alcune delle quali aldilà del macchiettismo,anche come resa,non solo come regia.


De Sica alterna cose buone ad altre meno buone a cose pessime.
Molto belli i personaggi del mediatore di bambini (Sordi),dei due popolani alla ricerca del posto di guardiaportone del san Carlo di Napoli (Franchi e Ingrassia) e quello dell’uomo che scopre come la moglie lo abbia cornificato con il suo miglior amico (Paolo Stoppa).
Molto meno riusciti i siparietti con la Mangano e Palance e quello di Lino Ventura,padre alle prese con una figlia poco più che adolescente viziata e capricciosa.
Una sfilata di grandi nomi per un film riuscito in parte e frettolosamente dimenticato,sicuramente un mezzo passo falso (totalmente economicamente) nella carriera di De Sica.

Il giudizio universale

Un film di Vittorio De Sica. Con Paolo Stoppa, Vittorio Gassman, Fernandel, Alberto Sordi, Melina Mercouri, Renato Rascel, Maria Pia Casilio, Giacomo Furia, Silvana Mangano, Alberto Bonucci, Andreina Pagnani,Giuseppe Porelli, Elisa Cegani, Agostino Salvietti, Regina Bianchi, Marisa Merlini, Mario Passante, Lamberto Maggiorani, Ugo D’Alessio, Nino Manfredi, Nando Angelini, Domenico Modugno, Carlo Taranto, Akim Tamiroff,Luigi Bonos, Pasquale Cennamo, Franco Franchi, Jimmy Durante, Ernest Borgnine, Jack Palance, Georges Rivière, Lino Ventura, Anouk Aimée, Ciccio Ingrassia, Eleonora Brown, Lilly Lembo, Mike Bongiorno
Commedia, b/n durata 95 min. – Italia 1961.

Paolo Stoppa: Giorgio
Vittorio Gassman: Cimino
Anouk Aimee: Irene
Melina Mercouri: la forestiera
Silvana Mangano: signora Matteoni
Jack Palance: signor Matteoni
Fernandel: il vedovo
Ernest Borgnine: il borseggiatore
Eleonora Brown: Giovanna
Elisa Cegani: la madre di Giovanna
Lino Ventura: il padre di Giovanna
Jimmy Durante: l’uomo dal grande naso
Vittorio De Sica: l’avvocato
Renato Rascel: Coppola
Alberto Sordi: il mediatore di bambini
Nino Manfredi: cameriere nell’hotel dell’ambasciatore
Ciccio Ingrassia e Franco Franchi: i disoccupati
Andreina Pagnani: ospite in casa Matteoni
Domenico Modugno: il cantante
Marisa Merlini: una madre
Mike Bongiorno: se stesso
Akim Tamiroff: il regista
Lamberto Maggiorani: un povero
Lilli Lembo: annunciatrice Tv
Maria Pia Casilio: cameriera
Alberto Bonucci: ospite in casa Matteoni
Don Jaime de Mora y Aragón: l’ambasciatore
Giuseppe Porelli: l’accompagnatore delle personalità
Ugo D’Alessio: un Pulcinella
Pietro De Vico: venditore ambulante
Gigi Reder: il pazzariello

Regia Vittorio De Sica
Soggetto Cesare Zavattini
Sceneggiatura Cesare Zavattini
Produttore Dino De Laurentiis
Fotografia Gábor Pogány
Montaggio Adriana Novelli
Effetti speciali Giuseppe Metalli
Musiche Alessandro Cicognini
Scenografia Pasquale Romano

 

ottobre 6, 2017 Posted by | Commedia | , , | Lascia un commento

La famiglia

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Subito dopo la prima metà degli anni ottanta il cinema italiano sembrava preda di una crisi irreversibile di identità.
Ormai solo i grandi registi del passato riuscivano ancora a proporre prodotti degni di menzione e sopratutto di una visione.
La concorrenza formidabile della tv domestica,dell’Home video (cassette ecc.) e la contemporanea crisi di disaffezione verso il cinema
di fatto svuotava le sale,che chiudevano ad un ritmo insostenibile.Eppure,in un quadro così desolante,il cinema di casa nostra riusciva a proporre
ogni tanto film di altissimo livello.
Nel 1987 Ettore Scola,uno dei registi più importanti del dopo guerra,presentò La famiglia,un film sceneggiato dallo stesso Scola con l’aiuto di esperti scrittori del grande schermo come Maccari,Scarpelli e Diana.
La pellicola,di ben 137 minuti di durata,racconta quella che a prima vista sembra una saga familiare,che abbraccia un arco temporale storico che va
dal primo decennio del novecento al 1986.
Una storia lunga ottant’anni quindi,vissuta dai numerosi protagonisti all’interno del luogo simbolo della società,quello dove si gioisce e si soffre,dove si ama e si costruisce,la base stessa della società civile,la famiglia.

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Un grande appartamento,quasi sempre in penombra,vede sfilare genitori e figli,sorelle e nipoti,senza soluzione di continuità,mentre all’esterno la vita scorre con tutti i suoi accadimenti,che ovviamente hanno un riflesso sulla famiglia ma che in fondo restano marginali,funzionali solo alle storie personali di tutti i protagonisti,quasi che la famiglia stessa sia l’oasi in cui rifugiarsi e dimenticare tutte le pene gli affanni del quotidiano,un posto fuori dal tempo in cui tutti i protagonisti della storia recuperano in qualche modo la propria intimità,il proprio essere,prima come individuo che come essere meramente sociale.La famiglia si divide in nove sequenze temporali,grosso modo di un decennio circa.
Una delle invenzioni più importanti dell’ottocento,la fotografia,fa da muta testimone all’inizio della storia della famiglia in oggetto,della quale non conosciamo il cognome,così come non conosceremo il cognome di nessuno dei protagonisti.
E’ una foto ingiallita dal tempo,in cui le persone in posa guardano con occhio timido o sfrontato nell’obiettivo,con i loro vesti d’epoca ad esaltarne le figure ormai dimenticate quella che introduce le vicende della famiglia;raffigura il battesimo di Carlo,vero protagonista della storia,in braccio a suo nonno omonimo e accanto al padre Aristide,impiegato del ministero con qualche ambizione pittorica e sua madre Susanna,una tenera e scioccherella
cantante lirica.Ci sono le tre zitelle di casa,sorelle di Aristide; Luisa, Margherita e Millina pur essendo continuamente in competizione,sono legate da un affetto profondo che riverseranno sul resto della famiglia.

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In ultimo,nella foto,c’è la domestica di casa con sua nipote Adelina.Altri personaggi meno importanti fanno parte della cerimonia del battesimo,ovvero il fratello di Aristide,il dottor Giordani,medico e amico di famiglia,il giovane fratello di Susanna e in ultimo la famiglia del fratello di Aristide.
Questa è la famiglia,nel 1907; dieci anni dopo ritroviamo Carlo ormai quasi adolescente con suo fratello Giulio,nato tre anni prima alle prese con un dilemma;sottrarre o no una banconota dal soprabito del dottor Giordani,accorso sul capezzale del nonno morente.
Con l’aiuto del cuginetto Enrico, i tre compiono il furtarello;che verrà scoperto casualmente dal padre,quando il dottor Giordani,privo di soldi,verrà fermato per non aver pagato il biglietto del tram.
Carlo,con dignità,si assumerà la responsabilità del suo gesto mentre Giulio confesserà solo involontariamente il furto;si capiscono quindi già le personalità future dei ragazzi,quella riflessiva e posata di Carlo,quella irrequieta di Giulio.
Mentre i famiglia ci sono questi screzi,piccole e grandi rivalità,amori mai nati come quello tra Millina e Giordani,il mondo affonda sempre più nella follia della guerra…
Terza parte,siamo nel 1926;Carlo, studente,da lezioni alla bella Beatrcie,che non gli nasconde le sue simpatie ,ma il giovane non ha occhi che per la seducente Adriana,sorella di Beatrice,ragazza spigliata ed indipendente.
Nel frattempo muore Aristide,Adriana comunica a Carlo di voler andar via dalla città destinazione Milano,per seguire un corso.Carlo cerca inutilmente di convincerla a restare, ma Adriana è gelosa della sua libertà e tra i due la relazione termina bruscamente.
Quarta parte,1938.Carlo si è sposato con la dolce Beatrice,insegna in un liceo e ha due figli,Paolino e Maddalena.

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L’Italia è nel pieno della dittatura fascista;Giulio ha più di una simpatia per le idee del regime e intende partecipare alle guerre coloniali,nonostante la ferma e preoccupata reazione della giovane Adelina,che da tempo è la sua compagna.Carlo invece non condivide affatto
le idee del fratello,pur evitando di prendere pubblicamente posizione.Anche Adriana intanto ha avuto le sue affermazioni,è una stimata concertista,vive a Parigi .
Quinta parte,1947.La guerra è finita,Giulio torna a casa ma non è più lui;è un uomo depresso,stanco,distrutto nel fisico e nella mente.
Una sera capita a casa di Carlo Adriana con Jean Luc,il maturo fidanzato francese.In un impeto di gelosia,Carlo lo offende pesantemente,suscitando lo sdegno di Beatrice.Nel frattempo arriva a casa di Carlo la sempre fedele Adelina,che sopravvive facendo la borsa nera,per
incontrare l’amore della sua vita,Giulio.
Sesta parte,1956.Millina è morta,Giulio e Adelina si sono sposati e hanno adottato una bambina.Carlo è a casa,da solo;arriva Adriana in visita e Carlo scopre di desiderarla ancora.Ma Adriana rifiuta una relazione,per non ferire sua sorella.Luisa, Margherita e Susanna sono ormai
troppo anziane e affette da problemi di demenza senile.Non le vedremo più.
Settima parte,1966.Maddalena,figlia di Carlo e Beatrice ha deciso di lasciare suo marito perchè innamorata di un altro uomo.Anche Paolino ha una relazione con una donna separata e con due figli.
Ottava parte,1976.Carlo è rimasto solo,la fedele e dolce Beatrice è morta.Adriana gli rivela che sapeva tutto della loro relazione,ma che aveva sempre fatto finta di nulla,preoccupata per l’unità della famiglia.
Paolino ha sposato la donna separata,Marika, mentre Carlo ormai è quasi sempre solo,nella casa affollata da fantasmi.
Nona parte.Tempi attuali.E’ l’ottantesimo compleanno di Carlo e arrivano vecchie e nuove generazioni per festeggiare l’ottuagenario patriarca.
Una foto di gruppo chiude il film.

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In ottanta anni di storia personaggi di tutti i tipi hanno frequentato la casa,legati o no da vincoli familiari;la casa è stata un porto di mare ma anche un rifugio,il mondo esterno,le due guerre,i dopoguerra,le ricostruzioni,il boom economico,il terrorismo hanno avuto un impatto sulle vite di tutti
ma non all’interno della famiglia.Così come nella casa sono man mano comparsi i simboli del progresso sociale,dalla radio fino alla tv,ma sono cose marginali.
Quello che conta è la famiglia,il suo ruolo fondamentale in una società che evolve ma che resta un’ancora di sicurezza,una barriera.
Scola ricostruisce tutto il percorso narrativo con momenti poetici e altri drammatici,con futilità e al tempo stesso con una profondità davvero impressionante.
Non era facile girare tre ore di pellicola in un interno,ma Scola utilizza tanti personaggi pieni di sfumature,di vitalità con pregi e difetti da far dimenticare l’ambientazione sicuramente claustrofobica.
Un linguaggio meta cinematografico fatto di sguardi,di piccole storie,di “fatterelli”,di piccole e grandi tragedie;un romanzo per immagini che scorre sublimando la scrittura in immagini di grande effetto.

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Per girare una pellicola così complessa il regista si affida al meglio del cinema italiano,ad attori di consolidata bravura e espressività.
A partire da un intenso Vittorio Gassman passando per Stefania Sandrelli,i Dapporto padre e figlio (scelta felicissima);come non segnalare la bravissima Ottavia Piccolo,Joe Champa,Monica Scattini,Renzo Palmer,Fanny Ardant,il cameo di Philippe Noiret,e poi ancora Athina Cenci,Sergio Castellitto,Andrea Occhipinti…
Un cast memorabile per resa qualitativa,dove nessuno sbaglia un passaggio,un personaggio.
Accolto con gran favore dalla critica e dal pubblico,La famiglia ebbe anche la candidatura all’Oscar come miglior film straniero;ma era l’anno di L’ultimo imperatore,che aveva trionfato portando via 9 statuette su 9 nomination,sperare che un film italiano potesse portar via un altro premio importante era davvero cosa impossibile.
Peraltro a vincere l’Oscar fu un film bellissimo,Il pranzo di Babette di Gabriel Axel;si pensi che a concorrere quell’anno c’era in concorso Arrivederci ragazzi di Louis Malle…
6 David di Donatello,6 Nastri d’argento e 12 Ciak d’oro furono il giusto tributo ad un film bello ed intenso;va aggiunta anche la nomination alla Palma d’oro di Cannes e 2 Globi d’oro.
Il film è disponibile in una versione molto buona all’indirizzo http://www.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-5eb228ac-249c-4a2b-a62f-dc56bee330ba.html

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La famiglia

Un film di Ettore Scola. Con Vittorio Gassman, Stefania Sandrelli, Fanny Ardant, Ottavia Piccolo, Cecilia Dazzi, Massimo Dapporto,
Athina Cenci, Carlo Dapporto, Philippe Noiret, Alessandra Panelli, Monica Scattini, Sergio Castellitto, Renzo Palmer,
Ricky Tognazzi, Barbara Scoppa, Andrea Occhipinti, Dagmar Lassander, Memè Perlini, Fabrizio Cerusico, Jo Champa,
Giuseppe Cederna, Massimo Venturiello, Paola Agosti, Toni De Leo, Alberto Gimignani, Silvana De Santis, Hania Kochansky,
Jacques Peyrac, Alessandra Zoppi, Francesca Balletta, Jo Campa, Andrea Livier Aronovich, Raffaela Davi Drammatico,
durata 127 min. -Italia 1987

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Vittorio Gassman: Carlo uomo; nonno di Carlo
Andrea Occhipinti: Carlo ragazzo
Emanuele Lamaro: Carlo bambino
Cecilia Dazzi: Beatrice ragazza
Stefania Sandrelli: Beatrice
Jo Champa: Adriana ragazza
Fanny Ardant: Adriana adulta
Joska Versari: Giulio bambino
Alberto Gimignani: Giulio ragazzo
Massimo Dapporto: Giulio uomo
Carlo Dapporto: Giulio anziano
Ilaria Stuppia: Adelina ragazza
Ottavia Piccolo: Adelina adulta
Athina Cenci: Zia Margherita
Alessandra Panelli: Zia Luisa
Monica Scattini: Zia Ornella; Millina
Marco Vivio: Carletto bambino
Sergio Castellitto: Carletto uomo
Fabrizio Cerusico: Paolino ragazzo
Ricky Tognazzi: Paolino uomo
Philippe Noiret: Jean Luc
Renzo Palmer: Zio Nicola
Massimo Venturiello: Armando
Giuseppe Cederna: Enrico
Barbara Scoppa: Maddalena
Memè Perlini: Aristide
Dagmar Lassander: Marika
Andrea Livier Aronovich: Marina
Consuelo Pascali: Adelina bambina
Rafaela Davì: Portiera del palazzo

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Regia Ettore Scola
Soggetto Ruggero Maccari, Furio Scarpelli, Ettore Scola
Sceneggiatura Ruggero Maccari, Furio Scarpelli, Ettore Scola, Graziano Diana
Produttore Franco Committeri per Mass Film – RAI – Les Film Ariane
Distribuzione (Italia) UIP
Fotografia Ricardo Aronovich
Montaggio Francesco Malvestito, Ettore Scola
Musiche Armando Trovajoli
Scenografia Cinzia Lo Fazio, Luciano Ricceri

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L’amore è come la tosse, non si può nascondere

Ci sei poi andato a quella riunione con i compagni socialisti? Sì, ma ho litigato con tutti. Tu litighi sempre con quelli che la pensano come te.
Forse dovresti metterti con quelli che la pensano diversamente.

Il momento più bello delle feste è quando si resta soli a sparlare.

Ai figli che non danno pensieri, si dedicano pochi pensieri!

A cosa pensi?
E chi pensa? All’età mia non si pensa più: solo ricordi.
Che retorica, proprio da vecchietto… E come sarebbero questi ricordi? Belli?
No, quelli sono i peggiori: che ti fanno dire “era meglio prima”, una frase che non bisogna dire mai. No, tutto sommato i migliori sono i ricordi brutti.

E così ho compiuto ottant’anni. Sono molti? Sono pochi? Pare che sia l’età più bella…

Come stai, zietto?
Quando mi sento meglio, mi sento peggio.

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gennaio 18, 2017 Posted by | Drammatico | , , , , , , , , , , , | 4 commenti

Signori e signore buonanotte

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Un telegiornale immaginario,il TG3 (che nel 1976 non c’era ancora),un conduttore aggressivo e al tempo stesso
preoccupato di seguire con attenzione le forme della sua valletta,la denuncia della corruzione,dell’invadenza della chiesa,le storture
della televisione della quale già si intravedevano i mali futuri,le forze armate,il capitalismo.
Tanti bersagli per un film ambizioso inquadrabile nel genere satirico probabilmente un po becero e sfilacciato,ma coraggioso e graffiante,
allestito dalla Cooperativa 15 maggio,creata dai registi Age, Benvenuti, Comencini, De Bernardi, Loy, Maccari, Magni, Monicelli, Pirro, Scarpelli e Scola e che includeva quindi il gotha del cinema italiano degli anni 70.
Una cooperativa nata più che altro per caso,come racconta Monicelli: “Eravamo un gruppo di amici e l’avevamo fatta più che altro per stare insieme,si scrivevano le sceneggiature in modo piacevole,poi con l’andar dell’età qualcuno aveva messo su famiglia,qualcun altro faceva la sua strada e non ci incontravamo più al di fuori del lavoro:per mangiare,per divertirci o per andare a fare una scampagnata o per giocare a pallone.
Allora abbiamo trovato quella scusa della Cooperativa e siamo stati assieme più di due anni,abbiamo litigato ma bene o male
è stata una cosa positiva,almeno dal punto di vista psicologico…”

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Mettere assieme un gruppo di registi diversissimi tra loro significa assemblare un film per forza di cose discontinuo; Signori e signore buonanotte lo è,anche se il risultato finale resta comunque di alto livello proprio grazie all’ironia,al sarcasmo e all’evidente voglia di graffiare che unisce il gruppo di amici che collabora alla pellicola.
Stili diversi,che affiorano nei vari sketch che costituiscono l’asse portante del film,nel quale a fare da trait d’union c’è un conduttore televisivo
impegnato anche nel ruolo di inviato speciale,ruolo grazie al quale ha la possibilità di avvicinare personaggi stravaganti che però hanno in comune il fatto di essere coloro che gestiscono il vero potere,quello politico ed economico.
Paolo T.Fiume,il conduttore,avvicina per esempio un ministro truffaldino e luciferino,corrotto fino al midollo che con faccia tosta degna di miglior sorte sostiene di essere stato eletto dagli elettori e di avere quindi il diritto di sfruttare il suo potere,anche usando mezzi illeciti per l’arricchimento personale.
In uno degli altri filmati del telegiornale,si vede l’Avvocato (somigliantissimo ad Agnelli) che,rapito,sostiene che la sua liberazione avverrà grazie agli operai delle sue aziende, che verseranno spontaneamente ciascuno qualche giornata di salario per riavere in azienda il loro datore di lavoro.
Mentre Fiume mostra il frutto delle sue interviste o manda in onda filmati surreali,la Tv segue i consueti programmi,che includono Una lingua per tutti,un telefilm ecc.

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Qui il surreale prende il sopravvento;il telefilm “La bomba” ,per esempio,mette alla berlina la polizia.
In una stazione di polizia scatta l’allarme attentato quando si rinviene una sveglia dimenticata in una borsa da una distratta signora;scoperta la verita
i dirigenti,pur di non fare brutta figura simulano un vero attentato che però finisce per fare strage di poliziotti.
Tre sketch sono ambientati a Napoli,città da sempre contraddittoria e scenario ideale per fare della denuncia mascherata da satira,che è poi il vero obiettivo del cast di registi; in uno un Vescovo premia un ragazzo costretto a fare da papà e a lavorare come uno schiavo per mantenere la numerosa famiglia.
Il ragazzo,schiacciato dalla vita miserabile che fa,torna a casa e si uccide.
Sempre a Napoli viene girata l’intervista al professor Schmidt,che ha “studiato” un metodo sicuro per eliminare la sovra popolazione della città,ovvero mangiare i bambini eliminando così alla radice il problema.
Fiume partecipa ad una tavola rotonda proprio nella città campana,alla quale partecipano gli amministratori della città.
Il programma prevede l’intervento del pubblico da casa,ma di fronte alla interminabile sequela di insulti che si riversa sui politici,questi ultimi
finiscono per andare su tutte le furie,mangiandosi anche la ricostruzione della città fatta in torrone presente nello studio.Alla fine andranno via non prima di aver rubato l’orologio dell’esterrefatto Fiume.

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Il tono degli inserti è questo;il film è una lunga sequenza di graffianti attacchi al mondo politico e delle istituzioni.
Non manca l’attacco al vetriolo fatto nei riguardi della chiesa,un conclave in cui tutti i partecipanti,pur di essere eletti papa,non esitano a far fuori i rivali.
Sarà il più malandato di tutti (almeno all’apparenza) ad avere la meglio,grazie ad un piano assolutamente insospettabile portato avanti con pazienza e che gli permetterà, una volta eletto,di far fuori gli ultimi candidati rimasti.
Corrosivo e irriverente,Signori e signore buonanotte snocciola,uno dietro l’altro,i difetti italici;lo fa con un linguaggio a tratti becero e greve,con trovate spesso irreali  al limite del demenziale,ma con forza degna di un uragano.
Non c’è un’istituzione che si salvi dal linguaggio scenico iconoclasta scelto dai registi,ognuno con un suo tocco personale.
Lieve e ironico a volte,pesante come un maglio altre.
La Cooperativa assembla un cast assolutamente straordinario per un film in cui i protagonisti stanno in scena solo per il tempo del loro sketch,ad eccezione di Mastroianni che interpreta Fiume,il conduttore televisivo.
Gassman e Manfredi,Villaggio e Tognazzi,Adolfo Celi e Mario Scaccia dividono la scena con attrici come Andrea Ferreol,Senta Berger e Monica Guerritore,Lucretia Love.
Tanti comprimari di valore che arricchiscono di professionalità un film come già detto molto discontinuo,in cui cose eccellenti si mescolano,senza soluzione di continuità,a cose decisamente meno belle e a tratti anche volgari.
Per una volta però non c’è il consueto campionario di natiche e seni,anzi.

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La presenza femminile nel film è ridotta all’osso, il che a ben vedere è un limite in senso profetico del film.
La Tv del futuro,come ben sappiamo,sarà occupata militarmente da scosciate e puttanoni,da donne capaci di ogni bassezza pur di ottenere un posto al sole.
Cosa che accadrà anche nella politica,dove anche se in maniera nettamente inferiore,l’universo femminile mostrerà di aver assimilato la lezione del passato,in una diffusa corruzione di costumi
che non farà invidia a quello maschile.
Fra tutti gli episodi che compongono il film,quello interpretato da Manfredi e diretto da Magni è di gran lunga il più armonico e crudele,accanto a quello del bambino lavoratore;
ma tutto il film alla fine centra i bersagli che erano negli obiettivi e pur non ottenendo ai botteghini quanto era nelle premesse e nei propositi,alla fine è operazione coraggiosa e di sicura qualità.
Si ride amaro,ci si indigna,ci si costerna.
C’è tutta l’Italia dei vizi e della corruzione,una volta tanto vista solo nei suoi aspetti peggiori.
Non c’è un lampo di luce,un raggio di sole.
Un presagio degli anni di fango e della triste realtà attuale.
Il film è disponibile su You tube in una ottima versione all’indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=Qj3eDlKptB8

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Signore e signori, buonanotte

Un film di Luigi Comencini, Mario Monicelli, Nanni Loy, Ettore Scola, Luigi Magni. Con Nino Manfredi, Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Paolo Villaggio, Adolfo Celi, Marcello Mastroianni, Senta Berger, Lucretia Love, Carlo Croccolo, Andrea Bosic, Camillo Milli, Eros Pagni, Franco Angrisano, Gianfranco Barra, Gabriella Farinon, Monica Guerritore, Angelo Pellegrino, Carlo Bagno Commedia, durata 119 min. – Italia 1976

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Marcello Mastroianni: Paolo T. Fiume
Nino Manfredi: cardinale Felicetto de li Caprettari
Ugo Tognazzi: generale / pensionato
Paolo Villaggio: prof. Schmidt / presentatore quiz
Vittorio Gassman: agente della CIA / ispettore Tuttunpezzo
Adolfo Celi: Vladimiro Palese
Senta Berger: signora Palese
Monica Guerritore: assistente di Paolo
Felice Andreasi: valletto
Andréa Ferréol: Edvige
Sergio Graziani: cardinale Canareggio
Mario Scaccia: cardinale Piazza-Colonna
Franco Scandurra: cardinale decano
Carlo Croccolo: questore
Eros Pagni: commissario Pertinace
Gianfranco Barra: portiere Nocella
Renzo Marignano: intervistatore a Milano
Angelo Pellegrino: giornalista
Camillo Milli: capitano La Pattuglia
Duccio Faggella : artificiere Tirabocchi
Luca Sportelli: onorevole Lo Bove

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Regia Age, Benvenuti, Comencini, De Bernardi, Loy, Maccari, Magni, Monicelli, Pirro, Scarpelli, Scola
Soggetto Agenore Incrocci, Leo Benvenuti, Luigi Comencini, Piero De Bernardi, Nanni Loy, Ruggero Maccari, Luigi Magni, Mario Monicelli, Ugo Pirro, Furio Scarpelli, Ettore Scola
Sceneggiatura Agenore Incrocci, Leo Benvenuti, Luigi Comencini, Piero De Bernardi, Nanni Loy, Ruggero Maccari, Luigi Magni, Mario Monicelli, Ugo Pirro, Furio Scarpelli, Ettore Scola
Casa di produzione Cooperativa 15 maggio
Distribuzione (Italia) Titanus Distribuzione
Fotografia Claudio Ragona
Montaggio Amedeo Salfa
Musiche Lucio Dalla, Antonello Venditti, Giuseppe Mazzucca e Nicola Samale
Scenografia Lucia Mirisola, Lorenzo Baraldi e Luciano Spadoni
Costumi Lucia Mirisola, Lorenzo Baraldi e Luciano Spadoni

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Una lingua per tutti
La bomba
Sinite parvulos
L’ispettore Tuttunpezzo
Il personaggio del giorno
Il Disgraziometro
Santo Soglio
La cerimonia delle cariatidi

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Paolo T. Fiume: Scusi ma… ma che cacchio sta dicendo?
Ministro: Io sto dicendo che l’elettorato vede in me un prevaricatore. Se invece voleva scegliere un uomo probo, onesto e per bene, ma che dava i voti a me? Addio ragazzo. Andiamo, andiamo.
Paolo T. Fiume: Ma… ma tu guarda che fijo de ‘na mignotta!
Una notizia da Roma: l’assessore generale ha ordinato l’immediata demolizione del rudere di un tempio romano del IV secolo a.c., che sorgeva abusivamente davanti alla villa con piscina
dell’imprenditore edile Marcazzi, deturpando l’armonia della villa stessa.

Onorevole non crede sarebbe opportuno, in attesa di conoscere la verità, di dare la dimissioni dalla sua alta carica…
Giovanotto, dimettermi: mai! Questa sarebbe una mossa sbagliata!
Lei vorrebbe dire che le sue di dimissioni sarebbero un implicito riconoscimento delle accuse…
Ma no, no: io non mi dimetto per combattere la mia battaglia da una posizione di privilegio. Dal mio posto posso agevolmente controllare l’inchiesta, inquinare le prove, corrompere i testimoni: posso, insomma, fuorviare il corso della giustizia.
Onorevole, ma non è irregolare, contro la legge?
Ah no giovanotto, io le leggi le rispetto, e soprattutto la legge del più forte. E siccome in questo momento io sono il più forte intendo approfittarne, è mio dovere precipuo!
Ma dovere verso chi, scusi?
Ma verso l’élettorato che mi ha dato il voto per ottenere da me posti, licenze, permessi, appalti, perché li spalleggi in evasioni fiscali, in amministrazioni di fondi neri, crolli di dighe mal costruite, scandali, ricatti, contrabbando di valuta.
Scusi, ma che cacchio sta dicendo?
Io sto dicendo che l’élettorato vede in me un prevaricatore. Se invece voleva scegliere un uomo probo, onesto e per bene, ma che dava i voti a me? Addio ragazzo…
L’opinione di paochi dal sito http://www.mymovies.it

Bastano 2 ore per innamorarsi di questo gioiello della nostra cinematografia. Minuti in cui un manipolo ben organizzato di registi ed attori già affermati disegna l’Italia di allora (e di oggi) con battute graffianti, immagini evocative e divertimento sempre sostenuto da amore per il proprio paese. “Signore e signori, buonanotte” si muove così all’interno di un TG3 immaginario (allora ancora non esisteva) il cui conduttore/giornalista (un Mastroianni divertito e divertente), accompagnato dalla sua dolce vallettina (una Guerritore tutta miciosa), lancia servizi, propone interviste, legge notizie che portano alla visione dei tanti episodi in cui il film è realizzato. A distanza di tanti anni quasi tutti gli episodi sono di una sconcertante aderenza alla realtà attuale. Politici che restano aggrappati alle loro poltrone “altrimenti come posso fare leggi per me, pagare giudici e colleghi in parlamento se non da una posizione dominante?!” Pensionati che per vivere devono ricorrere agli espedienti più creativi. Trasmissioni di intermezzo che poco hanno da invidiare a quelle inutili che ci propinano ogni giorno Mediaset e Rai (dai reality ai quiz show) Ma soprattutto tanta politica che tocca tutto e tutti: il lavoro minorile, Napoli, la corruzione, il Vaticano, le forze armate. Tutto diventa ancora più godibile grazie all’ottima scrittura dei singoli episodi che al talento sconfinato dei tanti interpreti. Scegliere tra uno degli spezzoni è impossibile. Bisogna guardarli, riguardarli, pensarli realizzati allora ad inizi anni 70 e calati oggi nel 2014. Insomma è un film da venerare, creativo, coraggioso, come l’intervista ad un ministro che nonostante gli scandali clamorosi non si dimette e anzi si crogiola con sfrontatezza nella sua posizione di “più forte”. Amiamolo. E’ uno dei nostri patrimoni.

Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

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Film godibile che riesce ad alternare momenti in cui prevale la parte comica ad altri in cui prevale la riflessione sociale. Mastroianni straordinario trascinatore, una Guerritore nel fiore della sua bellezza, un irresistibile Villaggio, ottimo Tognazzi, bravissimo Manfredi. Tra i caratteristi buono il cameo di Adolfo Celi, i ruoli di Mario Scaccia e Sergio Graziani, cardinali assetati di potere.
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Oggi potrebbe sembrare un po’ lento, ma per l’epoca è stato sicuramente un film d’avanguardia: qui forse per la prima volta si mette alla berlina la televisione italiana. Gli spot parodiati, il finto TG3 (che non esisteva ai tempi) e il quiz “Il disgraziometro” sembrano un Maccio Capatonda ante litteram. Alcuni episodi mi sono sembrati noiosi; si salvano quelli con Paolo Villaggio.

Homesick

Composito ma uniforme sia come parodia del palinsesto televisivo che come satira di mali incurabili dell’Italia (corruzione, prassi clientelare, nepotismo, clericalismo, gerontocrazia, questione meridionale, povertà…). Il linguaggio, spesso goliardico e grossolano, è comunque riscattato dal sommo cast: Mastroianni mezzobusto che preannuncia Max Cipollino di Boldi, Tognazzi pensionato indigente, i duplici Villaggio e Gassman, Manfredi tertius gaudens tra i due litiganti Scaccia e Graziani. La Love ci insegna inglese con l’anatomia.

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settembre 11, 2016 Posted by | Commedia | , , , , , , , , , , | 6 commenti

Scipione detto anche l’Africano

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Carico di onori,Publio Cornelio Scipione detto l’Africano è tornato a Roma dopo aver distrutto le armate di Annibale a Zama.
E’ un uomo di alti principi morali,stanco di guerre e battaglie,ma è anche talmente integerrimo da risultare inviso a Catone il Censore e perfino a sua
moglie Emilia Terza.Catone sospetta della sua integrità morale;lo ritiene un pericolo per la democrazia romana,proprio a causa della sua onestà,
che lo distingue tra la massa dei politici corrotti romani.
Teme anche che in virtù della sua popolarità,Scipione possa ergersi a dittatore e distruggere quindi la fragile democrazia romana.
Così approfitta di un episodio per metterlo sotto processo:la sparizione di 500 talenti tributo di Antioco di Siria a Roma.
Catone chiama Scipione a discolparsi davanti al Senato,producendo una ricevuta mandata dal re di Siria che attesta l’avvenuto pagamento
del tributo,firmata da Scipione A.
Ben sapendo di non essere stato lui a firmare la ricevuta,Scipione va da suo fratello l’Asiatico e gli contesta la sottrazione del denaro.
L’uomo confessa senza problemi e Scipione quindi si reca da Catone convinto di poter essere discolpato dall’accusa di aver sottratto beni pubblici.
Il che però porta ancor più Catone a diffidare di Scipione,che dimostra di essere una mosca bianca tra la massa di corrotti della repubblica romana.
Così lo fa confinare in campagna da sua moglie e in compagnia di suo fratello.

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Marcello Mastroianni è Publio Cornelio Scipione detto l’Africano

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Vittorio Gassman è Catone il Censore

Ma Scipione decide allora,da uomo probo qual’è di tornare a Roma per fare a pezzi il suo mito,capendo che ormai la Repubblica non ha più bisogno di eroi e di quello che ormai è un monumento ingombrante.
Davanti al Senato dopo aver tessuto l’elogio degli Scipioni “Il quale Scipione è anche ben consapevole di essere un mito per i romani.Come racconta al senato “Che ha fatto Scipione per la Repubblica? Niente? E allora, famose du’ passi indietro ne la Storia. Pijamo le Guerre Puniche. Ve ricordate le botte che v’hanno dato ne la prima? E perché ve l’hanno date? Perché nun ce stavo io. E allora annamo alla seconda, alla Trebbia, al Trasimeno, a Canne. Lì ce stavo, ma perché seguitavamo a perde? Perché nun comannavo io! […] Roma s’è sarvata solo quanno ho preso la situazione in mano io!” si autoaccusa falsamente di aver intascato i soldi,e pianta tutti in asso scegliendo l’esilio.
Scipione detto anche l’africano segue di due anni il folgorante Nell’anno dei signore,del 1969,il film sulla Roma papalina che lo aveva lanciato come regista arguto e dissacratore.
Questa volta il discorso del regista romano tocca la figura dell’eroe,il gigante tra i pigmei.
Con il solito linguaggio popolare affidato alle due irresistibili figure storiche di Scipione e di Catone il Censore,Magni fustiga benevolmente
la politica,proponendo un parallelo nient’affatto peregrino tra il mondo politico romano di duemiladuecento anni addietro e quello dei giorni nostri.
Scipione è un uomo onesto e retto;è quindi una rarità assoluta in un universo pubblico in cui domina il clientelismo e il tornaconto personale.
Anche Catone è un uomo morigerato,ed è il riflesso speculare di Scipione.Ma due uomini onesti sono troppi per la decadente Roma,che dopo le battaglie con Cartagine ha voglia di pace e di ozi.

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Ruggero Mastroianni è Scipione l’Asiatico

Così il politico romano diffida di Scipione,della sua rettitudine;non perchè la ritenga una facciata,bensì perchè sospetta che dietro l’atteggiamento
del grande generale ci sia l’intenzione di diventare dittatore.
Cosa che Scipione non mostra,assolutamente.
Forse ha voglia di fama e tributi,ma non nutre le ambizioni attribuitegli da Catone.
Così accoglie sdegnato le accuse verso la sua famiglia.
Ma sarà il colloquio con sua moglie a disilludere Scipione,facendogli capire di essere ormai diventato solo un retaggio del passato.
La moglie lo accusa di essere insopportabilmente noioso nella sua specchiata onestà,di non sopportarlo più proprio per la sua mancanza di vizi,di debolezze.
Quando Scipione si recherà da Giove per rendergli tributo,vedrà il padre degli Dei in persona schernirlo bonariamente:
Giove: Che te credi, a Scipio’? Pure Dio piagne!
Scipione: Annamo bene annamo… ma allora, scusa, che differenza c’è fra noi due?
Giove: Che io so’ eterno e tu no. Tu, a un certo punto, schiatti, cali er sipario, io no. Io me la godo in sempiterno ‘sta buffonata. Alegro, Scipio’! La vita è bella proprio perché finisce!
Scipione: Bella filosofia…”

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Turi Ferro è Giove

La figura di Scipione si ammanta di una solenne tragicità;la sua onestà è il suo limite,come afferma Catone “Certo, voi mette Scipione co’ ‘sti quattro ladroni che reggono la Repubblica? Ma Scipione è grande, invece le repubbliche, pe’ sta’ in pace, devono esse’ fatta di gente piccola
Ecco,il grande uomo è un mito e i miti per essere tali non devono partecipare alla vita pubblica.Devono vivere in disparte.
E Catone briga tanto che alla fine,pur sapendo che Scipione è innocente,accetta senza batter ciglio il falso mea culpa del grande generale
davanti al Senato.
Il mito è distrutto,ora la repubblica è salva.
Scipione detto anche l’Africano è decisamente un film bello,con un suo fascino ammaliante,recitato benissimo da un cast eccellente.
A svettare su tutti c’è Marcello Mastroianni,che disegna da par suo la dolente figura di Scipione;fa la sua parte con ironia e sagacia Vittorio Gassman,che interpreta l’acerrimo nemico di Scipione,quel Catone il censore che storicamente pronunciò una delle frasi più vere che si possano dire sulla politica,ovvero
“« I ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene, quelli di beni pubblici nelle ricchezze e negli onori »

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Al fianco di questa coppia di grandi attori,in un ruolo defilato c’è Silvana Mangano,l’insofferente moglie del generale,Emilia Terza.
Per una volta compare anche in un ruolo da attore il fratello di Marcello,Ruggero,che interpreta Scipione l’Asiatico.
La faccia serafica ed ironica del padre degli dei appartiene ad un grande Turi Ferro,mentre nel ruolo di Massinissa c’è Woody Strode.
Adeguato il commento musicale affidato a Severino Gazzelloni,per un film piacevole e riflessivo,arguto e sottilmente malinconico.
Pagine di cinema di altri tempi,quando le idee abbondavano e i registi scrivevano storie gradevoli e intelligenti.

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Un film di Luigi Magni. Con Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Silvana Mangano, Turi Ferro, Woody Strode, Ruggero Mastroianni, Fosco Giachetti, Enzo Fiermonte, Philippe Hersent, Ennio Antonelli, Brizio Montinaro, Rosita Torosh, Adolfo Lastretti, Wendy D’Olive, Christian Alegny, Gianni Solaro Commedia, durata 108 min. – Italia 1971

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Scipione detto anche l'Africano banner protagonisti

Marcello Mastroianni: Scipione l’Africano
Silvana Mangano: Emilia Terza
Vittorio Gassman: Catone il Censore
Ruggero Mastroianni: Scipione l’Asiatico
Turi Ferro: Giove Capitolino
Woody Strode: Massinissa
Fosco Giachetti: Aulio Gellio
Ben Ekland: Tiberio Sempronio Gracco
Enzo Fiermonte: senatore Quinto
Philippe Hersent: console Marcello
Christian Alegny: un senatore
Wendy D’Olive: Licia
Adolfo Lastretti: Carneade
Geoffrey Copleston: un senatore
Ennio Antonelli: uno schiavo di Scipione

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Regia Luigi Magni
Soggetto Luigi Magni
Sceneggiatura Luigi Magni
Produttore Turi Vasile
Produttore esecutivo Lucio Trentini
Casa di produzione Ultra Film (Roma) – Cinerama Filmgesellschaft (Monaco) – F.I.C. (Parigi)
Distribuzione (Italia) Interfilm
Fotografia Arturo Zavattini
Montaggio Ruggero Mastroianni, Amedeo Salfa
Effetti speciali Ferdinando Poggi
Musiche Severino Gazzelloni
Scenografia Lucia Mirisola
Costumi Lucia Mirisola, Bruno Raffaelli
Trucco Giuseppe Banchelli

Scipione detto anche l'Africano banner citazioni

– Ave Roma e ave a te, Giove, Ottimo e Massimo, Giove Capitolino. Presso la quercia de li antichi
– progenitori pecorari io te invoco, oh nume. Se è privilegio de li eroi discore a tu per tu co’ li numi, sorti fori Giove, e discoremo. (Scipione)
– Omo, sei incontentabile. (Giove)
– Nun ve montate la capoccia, e ricordateve chi sete. Ma quale civiltà, romani? Pe’ tirà su ‘na casa che nun fosse ‘na catapecchia avete dovuto ricorre
a li greci (però prima je avete dovuto mena’). I ritratti, le pitture a sguazzo, i pupazzi de marmo e de bronzo, li nonni morti a mezzo busto…
quelli ve li sete fatti fa’ da li etruschi (a forza di sganassoni). Quanno, poi, s’è trattato de scrive’ du righe de storia patria, avete dovuto pija’ in ostaggio ‘n artro greco, Polibio, perché a Roma quello che sa scrive’ mejo, sì e no, sa fa la firma. Dice “C’avemo Plauto che scrive le commedie!”… un par de ciufole. Ma che scrive Plauto? Plauto copia, copia le commedie dei greci e dice che le ha inventate lui. Per cui, ‘a giovanotti, io ve sto pe’ dà ‘na gran brutta notizia: tutta ‘sta civiltà, ‘sta coltura vostra non è altro che bottino de guerra. (Catone)
– Scipione è finito! So’ questi l’amici tui? Io li conoscevo, erano pure li mii. Fatte conto, questo chi è? È Marco Valerio? Nossignore! Marco Valerio è morto e sotterrato a Zama! ‘Sto ber zitello chi è? È Curio Sestilio? Nossignore, Scipio’! Curio Sestilio nun po’ regge er bicchiere pe’ via che la lama de un carro falcato je ha stroncato le mano. E queste chi so’? So’ le donne d’Africa che ce facevano da magna’ e ce fasciavano le ferite dopo er combattimento e, la notte, facevano l’amore con noi piano piano pe’ non facce male, perché eravamo tutt’a pezzi? Queste chi so’, Scipio’? Queste so’ mignotte! (Massinissa)
Scipione: Padri senatori, lo sapete tutti che Catone è er difensore de li costumi antichi, ma state attenti, perché Catone esagera! Vede sempre er male dapertutto. Ve ricordate quanno li legionari tornarono da la Grecia? Erano partiti zozzi, luridi, co’ certe barbe che manco li caproni. Vinsero, tornarono, e tutta Roma se incanto’ a guardalli.
Belli, puliti, co’ le ganasse vellutate. E questo perché? Perché li lupi de Roma avevano imparato dai civilissimi greci a usa’ er rasore. Che te fa allora Catone? Zompa in piedi su li rostri e je strilla: “Froci! Sete diventati tutti froci!”.
Catone: E insisto. Chi se fa la barba nun è omo!
– Scipione nun dorme. Chi nun dorme pensa, e chi pensa rompe li contrappesi… (Catone)
Carneade di Cirene: Non te la prendere, Scipione. Arcesilao nega ogni valore all’opinione volgare. Se qualche cosa è degna dell’aspirazione del saggio, questa non può essere che la scienza.
Tuttavia, la scienza è irraggiungibile, e all’uomo è preclusa la vera conoscenza delle cose. Di qui il dilemma: o una scienza che ci trascende, o una opinione che è inferiore a noi. Il saggio non può che rifiutare ambo i termini di questa alternativa, poiché l’assenso e la fede sono, per lui, un male. Trattenere l’assenso non è umano, e, senza adesione, l’azione è impossibile.
Vedi, dunque, Scipione, come lo scetticismo escluda ogni condotta di vita.
Scipione: Vedo, vedo… nun c’ho capito gnente…

Scipione detto anche l'Africano banner recensioni

L’opinione di Sergio dal sito http://www.mymovies.it

Una metafora dell’italia contemporanea. I “fondamentali” della cultura politica italiana, ben esposti nel contesto di un’allegoria ambientata -in chiave di commedia, molto gustosa- in un’antica Roma
com’è ovvio del tutto inverosimile storicamente. Film sempre attuale, anzi, sempre più attuale, verrebbe da dire, visto che la scena politica italiana non cambia mai (lotta per il potere fine a se stesso,
corruzione, emarginazione dei talenti, etc.). Agli albori delle tv commerciali berlusconiane venne trasmesso innumerevoli volte in replica. Oggi credo che qualunque emittente tv avrebbe un certo timore di trasmetterlo.
Fantastiche prove d’attore di Gasmann, Mangano, fratelli Mastroianni. Ottime la sceneggiatura e la regia. Un film troppo trascurato dalla critica, secondo me. Lascia un segno indelebile nella memoria
(nella mia famiglia alcune indimenticabili battute sono entrate nel linguaggio corrente). Introvabile in dvd o vhs, non resta che sperare in un prossimo passaggio televisivo. In tal caso… non perdetevelo!

L’opinione del sito http://www.uninfonews.it

(…) Atmosfere ben lontane dai moti carbonari del XIX secolo tingono invece, e inevitabilmente, Scipione detto anche l’Africano, che ci trasporta nel II secolo a.C. Rispolverando un po’ le conoscenza ginnasiali,
siamo tra la seconda e la terza guerra punica, in un periodo in cui un Publio Cornelio Scipione ormai un po’ attempato è già l’eroe che sconfisse Annibale a Zama. Al suo fianco, il fratello Lucio Cornelio, detto l’Asiatico
per la vittoria in Asia Minore su re Antioco: alla campagna, di pochi anni prima, aveva preso parte anche il più noto Africano. Durante la spedizione erano spariti 500 talenti. Chi se l’è magnati? Su questo fatto indaga
(o meglio, questo fatto accusa) Marco Porcio Catone, sollevando la questione davanti al Senato. Emerge un documento da cui risulta che il pagamento dovuto da Antioco è stato effettivamente ricevuto.
La firma è di Scipione A. L’Africano è uno dei più grandi condottieri di tutti i tempi, uomo virtuoso, non più aderente all’antico mos maiorum (si fa la barba come hanno insegnato i greci, ma per Catone è roba da froci),
ma certo è integerrimo e fedele alla Repubblica: è quindi indispettito dall’atteggiamento e dalle insinuazioni di Catone, sentendosi profondamente insultato dalle accuse a lui mosse.(…)

Editoriale in PDF sulle vicende cinematografiche di Scipione,con possibilità di download:
http://www.academia.edu/7256392/Splendori_e_miserie_di_Scipione_lAfricano_nel_cinema_2014_

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febbraio 16, 2016 Posted by | Commedia | , , , , | 2 commenti

Dove vai tutta nuda?

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Una solenne ubriacatura costa cara a Manfredo, disinvolto impiegato di banca;al suo risveglio, nella garconniere che appartiene al suo direttore, uso a servirsene per le sue scappatelle,Manfredo trova accanto a se una splendida e giunonica ragazza,Tonino, che ha sposato sotto l’effetto dell’alcool.
Ben presto Manfredo scoprirà di aver commesso una sciocchezza, perchè la ragazza diventa da quel momento fonte di preoccupazioni e sopratutto di guai a getto continuo.
La donna infatti, oltre ad essere una pasticciona, gira per la casa nuda e in qualche caso finirà in costume semi adamitico in strada.
Ma la simpatia di Tonino finirà per far breccia nel cuore dello scapolone incallito…

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Dove vai tutta nuda è un film diretto da Pasquale Festa Campanile nel 1969, con protagonisti due attori di punta di quel periodo, Thomas Milian e Maria Grazia Buccella.
Una commedia a metà strada tra l’ironico e il satirico, che vorrebbe mettere alla frusta, in modo peraltro molto soft la morale ipocrita della classe borghese medio alto unendo il tutto a gag e scenette divertenti costruite attorno al personaggio di Tonino, bella e candida ragazzona capace di portare scompiglio con la sua goffaggine ma anche con la sua prorompente sensualità.
L’intento del regista lucano era questo, ma il film avanza a sprazzi.
Mentre in La matriarca Festa Campanile aveva scelto decisamente la strada dell’ironia e della satira a tutto campo, in Dove vai tutta nuda sceglie la via di mezzo, ovvero attenuare la critica e la satira a favore di un copione più tendnte alla farsa.
E alla fine il film finisce proprio in farsa,non liberandosi dall’equivoco in cui naviga per un’ora e mezza, barcamenandosi tra scenette poco divertenti e l’impianto classico della commedia degli equivoci.

Dove vai tutta nuda 3

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Su tutto giganteggia la figura di Maria Grazia Buccella, fisico prosperoso e monumentale, che mostra quel che è possibile in un periodo in cui la censura vigilava con la massima attenzione alla luce della moda che impazzava sugli schermi di mostrare il massimo possibile di grazie femminili.
Poichè la Buccella possedeva in quantità tali doti, Festa Campanile cerca di mostrare la bella attrice con il minor numero di capi d’indumento addosso, senza per fortuna scadere mai nel volgare.
Ne risulta alla fine una commedia abbastanza piatta che ha l’unico vero motivo di interesse nella presenza nel cast di attori di valore, come Vittorio Gassman, che partecipa al film per motivi puramente economici, Gastone Moschin e il citato Thomas Milian, deciso a mostrare che il suo non è soltanto un volto da western.
Alla fine proprio Milian risulta il più convincente mentre la Buccella si segnala solo per le imponenti doti fisiche.
Festa Campanile farà di molto meglio, per fortuna, a partire dai film successivi, Scacco alla regina e Con quale amore con quanto amore.

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Film tutto sommato guardabile, ma oggi pesantemente datato.
Del film esiste in rete una pessima versione ricavata da una registrazione televisiva, mentre lo streaming dello stesso è da tempo scomparso.
La versione sui p2p è purtroppo ai limiti del guardabile
Dove vai tutta nuda?

Un film di Pasquale Festa Campanile. Con Vittorio Gassman, Maria Grazia Buccella, Gastone Moschin, Tomas Milian,Angela Luce, Giancarlo Badessi Commedia, durata 93′ min. – Italia 1969.

 

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Maria Grazia Buccella: Tonino
Tomas Milian: Manfredo
Gastone Moschin: presidente
Angela Luce: prostituta
Giancarlo Badessi: cameriere
Vittorio Gassman: Rufus Conforti
Tito LeDuc: cameriere

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Regia Pasquale Festa Campanile
Soggetto Ottavio Jemma
Sceneggiatura Sandro Continenza
Pasquale Festa Campanile
Ottavio Jemma
Luigi Malerba
Produttore Mario Cecchi Gori
Fotografia Roberto Gerardi
Montaggio Marcello Malvestito
Musiche Armando Trovajoli

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L’opinione di Undjing dal sito http://www.davinotti.com

Tonino (Maria Grazia Buccella) ha il discutibile vizio di girare per casa come mamma l’ha fatta. Il bancario Luna (Milian) in stato d’ebbrezza si sposa con la bella ragazza e ne pagherà le conseguenze. Ottima pellicola che denuncia certi atteggiamenti della cultura borghese, atti a soffocare istinti naturali (o meglio: naturalisti). Diretto da un regista colto, è sceneggiato dal grande Sandro Continenza e presenta un cast ridotto, ma di elevato spessore. La Buccella è al massimo del suo splendore ed il titolo è malandrino.
L’opinione di emmipi8 dal sito http://www.filmtv.it

Cecchi Gori, sulla spinta del figlio (che ebbe anche un ruolo nel film stesso), cercava di lanciare in tutti i modi la Buccella, che ebbe diverse occasioni in questo periodo anche come attrice protagonista, occasioni spesso bruciate sia da lei, che dalla fretta produttiva con cui sono state fatte, questo film è proprio un esempio lampante di questa fretta. Il film nasceva da un’idea produttiva più grande, e la scelta iniziale di Anthony Perkins, al posto di Tomas Milian, era quello che ci si era proposti, ma dopo le scelte furono ben diverse, forse rendendosi conto che non si aveva per le mani un’attrice della statura giusta. La leggerezza del personaggio femminile deve fare i conti con una sceneggiatura che vola basso e con una regia che non riesce a sfruttare bene l’idea ed attori come Gassman, che fa questo film in partecipazione, per puro dovere contrattuale con Cechi Gori e la resa cinematografica è più che evidente, e diciamolo francamente con quella parrucca ci fa una figura pessima, nel senso: Che si deve fare per mangiare!!

L’opinione di deepred 89 dal sito http://www.davinotti.com

Commedia sciocca, poco divertente e prevedibilissima nella sua moraletta naturalista, in grado di salvarsi dal crollo totale grazie a una confezione dignitosa e a un cast che, seppur completamente sottotono, rimane un cast coi fiocchi: Milian, Maria Grazia Buccella (il suo personaggio fatica a ingranare, ma lei è al top), Gassman (forse al suo peggio assoluto), Moschin. Le risate latitano, a differenza degli sbadigli. Rimane la colonna sonora di Trovajoli, ma nemmeno quella eccelle. Decisamente trascurabile.

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Seguite il link aggiornamenti per vedere le gallerie ricaricate!

https://filmscoop.wordpress.com/2014/09/01/aggiornamenti/

settembre 2, 2014 Posted by | Commedia | , , , , , | 3 commenti

7 volte donna

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Un grande regista premiato con l’Oscar, un grande sceneggiatore ed un cast internazionale stellare non sono necessariamente garanzia di un prodotto di altissimo livello.
Ed infatti 7 volte donna (Woman seven times nell’edizione internazionale), diretto nel 1967 da Vittorio De Sica che nel 1965 aveva vinto il suo terzo Oscar (prima del quarto del 1972 per Il giardino dei Finzi Contini) con Ieri oggi e domani, sceneggiato dal grande Cesare Zavattini ed interpretato da star quali la protagonista assoluta Shirley Mc Laine,Peter Sellers,Michael Caine,Vittorio Gassman,Philippe Noiret,Anita Ekberg,Elsa Martinelli è un film disomogeneo e in fin dei conti deludente in rapporto alla qualità dei personaggi che sono dietro alla pellicola.
Un film ad episodi, sette per la precisione, come del resto anticipato dal titolo;sette episodi con una tematica precisa, la donna ed un’unica protagonista assoluta di tutti gli episodi, un’affascinante ed irresistibile Shirley Mc Laine.

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Ecco gli episodi e le loro trame in breve:
-Primo episodio, “Neve
Un misterioso corteggiatore segue con discrezione la bella Jeanne, che dapprima infastidita, in seguito si sente lusingata della cosa.La ragazza è sposata ed è proprio il gelosissimo marito ad aver creato la figura del corteggiatore che in realtà è un detective privato incaricato di seguirla costantemente…
Secondo episodio,”I suicidi
Un coppia irregolare, due amanti, ha preso una decisione drammatica e definitva, quella di suicidarsi assieme.Scelto così un fatiscente alberghetto, i due cercano di mettere in atto il proposito, ma alla fine abbandoneranno l’idea spaventati sia dalla morte sia perchè attratti dalla vita.

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Terzo episodio,”Due contro uno
-Linda è una bella ma contemporaneamente fredda hostess che, durante un congresso di cibernetica, si ritrova a perdere tutta la sua glacialità per colpa (o merito) di due diverse persone, uno scozzese ed un italiano;
Quarto episodio,”Il corteo funebre
A Paulette è morto il marito, così arriva il giorno dei funerali e la donna accompagna la salma del marito al cimitero per la sepoltura;è una donna abituata agli agi ed infatti, mentre è in corso il corteo funebre, ecco che un amico di famiglia, molto ricco, le fa delle avance e lei accetta di sposarlo…
Quinto episodio,”Amateur night
Una donna morigerata,Maria Teresa, onesta e dedita alla famiglia, scopre casualmente che suo marito la tradisce.Sconvolta, decide di rendergli pan per focaccia e si unisce ad un gruppo di prostitute.Ma tra queste c’è un protettore che percuote suo marito, allora lei ne prende le difese scoprendo che vuol bene ancora a suo marito.

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Sesto episodio,”Una sera all’Opera“.
Una moglie ricca e viziata tenta i tutti i modi di evitare che una sua conoscente usi per la prima di una serata all’opera un vestito identico al suo
Settimo episodio,”La Super Simone“.
Simone è la bella moglie di uno scrittore di successo;poichè suo marito ha creato un personaggio del quale lei è fondamentalmente gelosa decide di assomigliarle in tutti i modi, creando situazioni di imbarazzo, paradossali a tal punto da essere presa per pazza.

Le sceneggiature ad episodi sono da sempre un terreno minato, sopratutto quando nel breve arco di un’ora e mezza bisogna condensare troppi elementi, come storie con un minimo di credibilità o almeno paradossali con senso della misura,ironia, umorismo ecc.
Al film di De Sica manca il ritmo, un collante che unisca in qualche modo le varie storie o quanto meno un filo comune; si sorride in alcuni tratti, per la maggior parte del film si assiste impassibili a sequenze poco affascinanti e coinvolgenti.

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L’unico episodio che in qualche modo si stacca dagli altri è quello del funerale, amaro e grottesco ma il resto del film sembra un esercizio diligente di stile e null’altro.
Ed evidentemente così devono averla pensata gli spettatori di mezzo mondo che, attratti dal nome del regista e dai nomi dei protagonisti affollarono i primi giorni della proiezione, salvo poi spandere la voce che la pellicola stessa non aveva alcuna dote particolare per cui meritasse una visione.
L’accoglienza freddissima della critica fece il resto con il risultato che la pellicola praticamente scomparve a breve tempo dai circuiti cinematografici.Vittorio De Sica dovrà attendere l’anno successivo, il 1968, per tornare ai livelli abituali,con il discreto Amanti prima di ritornare ad essere il grande regista che tutti noi conosciamo con il successivo I girasoli, nel quale ricostituisce la coppia Mastroianni-Loren e sopratutto con Il giardino dei  dei Finzi Contini che gli valse il quarto Oscar della sua bellissima e indimenticabile carriera.
Sette volte donna va considerato come un film “divertissement” o come una pausa in una carriera straordinaria, sia come regista che come attore di Vittorio De Sica, uno dei padri del cinema italiano.
Per quanto riguarda il cast, l’unica presente in tutti gli episodi è Shirley Mc Laine, bella e adorabile ed è la sua presenza a salvare la pellicola da un grigiore altrimenti totale.
Tutti gli altri sono solo delle comparse, nonostante i grandi nomi.

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Sette volte donna

Un film di Vittorio De Sica. Con Shirley MacLaine, Vittorio Gassman, Anita Ekberg, Rossano Brazzi, Michael Caine, Peter Sellers, Elsa Martinelli, Lex Barker, Alan Arkin, Judith Magre, Catherine Samie, Philippe Noiret, Robert Morley, Elspeth March, Clinton Greyn, Patrick Wymark, Adrienne Corri Titolo originale Woman Times Seven. Film a episodi, durata 95′ min. – USA 1967

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Shirley MacLaine: Paulette / Maria Teresa / Linda / Edith / Eve Minou / Marie / Jeanne
Elspeth March: Annette – episode ‘Funeral Procession’
Peter Sellers: Jean (segmento “Funeral Procession”)
Rossano Brazzi: Giorgio – episode ‘Amateur Night’
Laurence Badie: Prostituta – episode ‘Amateur Night’
Judith Magre: Bitter Thirty – episode ‘Amateur Night’
Catherine Samie: Jeannine – episode ‘Amateur Night’
Zanie Campan: episode ‘Amateur Night’
Robert Duranton: Didi – episode ‘Amateur Night’
Lex Barker: Rik – episode ‘Super Simone’
Elsa Martinelli: Pretty woman – episode ‘Super Simone’
Robert Morley: Dr. Xavier – episode ‘Super Simone’
Jessie Robins: Marianne, Edith’s Maid – episode ‘Super Simone’
Patrick Wymark: Henri (segmento “At The Opera”)
Michael Brennan: (segmento “At The Opera”)
Adrienne Corri: Mme. Lisiere (segmento “At The Opera”)
Alan Arkin: Fred (segmento “The Suicides”)
Michael Caine: Handsome Stranger (segmento “Snow”)
Anita Ekberg: Claudie (segmento “Snow”)
Philippe Noiret: Victor (segmento “Snow”)
Clinton Greyn: MacCormack – episode ‘Two Against One’
Georges Adet: Old Man (segmento “Snow”) (non accreditato)
Jacques Ciron: Féval (segmento “At The Opera”) (non accreditato)
Vittorio Gassman: Cenci – episode ‘Two Against One’ (non accreditato)
Jacques Legras: Salesman (segmento “Snow”) (non accreditato)
Roger Lumont: Nossereau (segmento “At The Opera”) (non accreditato)

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Regia Vittorio De Sica
Sceneggiatura Cesare Zavattini
Produttore Arthur Cohn
Produttore esecutivo Joseph E. Levine
Casa di produzione Joseph E. Levine Productions
Fotografia Christian Matras
Montaggio Teddy Darvas, Victoria Spiri-Mercanton
Musiche Riz Ortolani
Costumi Marcel Escoffier
Trucco Georges Bouban, Alberto De Rossi

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L’opinione di atticus dal sito http://www.filmscoop.it

Lo promuovo controvoglia, solo perché Shirley MacLaine è a dir poco fantasmagorica. In realtà il film mi è sembrato un campionario di occasioni mancate: con un’attrice simile come protagonista, con un tale cast di supporto e con la premiata coppia De Sica-Zavattini fuori le scene, il risultato sarebbe dovuto essere ben altro che questo scialbo collage di barzellette senza vita.
Il primo segmento, con Shirley vedova (in)consolabile, è senz’altro il peggiore, si fa notare quello in cui interpreta una hostess fissata per l’esistenzialismo che stuzzica un eccitatissimo Gassman, o quello in cui cerca di dimostrare il proprio amore al marito scrittore travestendosi dalle sue eroine e venendo scambiata per pazza. Ma in generale il livello è piuttosto basso e il più delle volte si sorride solo grazie alla verve della protagonista.
Bellissime musiche di Riz Ortolani.

L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it

De Sica in regia e Zavattini in sceneggiatura: ragionevolmente ci si poteva aspettare di più. Un cast inernazionale stellare (Sellers e la Ekberg, Gassman e Noiret, Caine e ancora molti altri nomi famosi) che fa perno sulla protagonista unica di tutti e sette gli episodi, ovvero Shirley McLaine. Senz’altro tutti discreti i protagonisti, ma si tratta della classica disarticolata pellicola ad episodi – quasi tutti non sono che poco più di spunti – di quegli anni, seppure con un tentativo di lancio internazionale dell’operazione (peraltro non esattamente riuscito). Poco sotto la sufficienza, nel complesso.

L’opinione del Morandini

Sette aneddoti o novellette per un’attrice sola. Il migliore l’ultimo, con M. Caine, è quello della signora che si crede seguita da un corteggiatore innamorato e timido mentre è un investigatore incapace, sguinzagliato dal marito geloso. Festival personale di S. MacLaine che era allora l’attrice più completa di Hollywood. L’incontro con De Sica-Zavattini avrebbe dovuto dare frutti più sostanziosi.

L’opinione di Guru dal sito http://www.davinotti.com

La camaleontica Shirley MacLaine elabora sette figure femminili, diverse tra loro per ceto sociale e cultura, con l’intento di mostrare le reazioni, gli istinti repressi e le insoddisfazioni sviluppate nei confronti del maschio predominante. Ma anche la competizione tra il gentil sesso non viene risparmiata di fronte ad argomenti molto appetibili come… il modello esclusivo di un abito da sera. La grande personalità della protagonista ripaga della carente sceneggiatura di Zavattini.

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Mag 25, 2014 Posted by | Commedia | , , , , , , , | 2 commenti

Telefoni bianchi

 

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Il sogno di Marcella Valmarin,bella ragazza veneta che lavora come cameriera ed è fidanzata con Roberto è quello di diventare un’attrice;siamo nell’epoca mussoliniana ed il cinema è nella fase dei cosiddetti “telefoni bianchi“, quel periodo cinematografico caratterizzato dalla presenza nei film di telefoni bianchi, simbolo di uno status sociale elevato, in netta opposizione ai telefoni neri che erano in possesso della fascia più popolare della società.
Marcella trova nell’impresario Luciani un insperato aiuto; l’uomo la seduce con la promessa di introdurla nel mondo del cinema.
In realtà l’uomo non è affatto un impresario e Marcella lo scopre subito dopo essere arrivata a Roma dove ben presto diventa l’amante di alcuni personaggi che approfittano di lei con la promessa di coronare il suo sogno.
Marcella, che nel viaggio verso Roma ha portato con se Roberto riesce comunque a portare all’altare il suo fidanzato; ma sull’altare Roberto, che ha scoperto di essere stato tradito da Marcella con Bruno,un ufficiale fascista, la pianta in asso sull’altare gridandole parolacce.

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Così a Marcella non resta che di diventare l’amante di Bruno, che in pratica la trasforma ben presto in una prostituta; la madre di Bruno infatti gestisce un bordello ed è qui che miseramente finiscono i sogni di gloria di Marcella.
Ma un incontro imprime una svolta alla vita della giovane;casualmente diventa l’amante del Duce che la ricompensa facendola finalmente diventare un’attrice e spedendo il malcapitato Roberto in Spagna, dove infuria la guerra civile.
Con il nome di Alba Doris, Marcella che ha alle spalle l’onnipotente figura di Mussolini diviene ben presto famosa e finisce anche per diventare l’amante dell’attore Franco D’Enza, uno stravagante personaggio cocainomane e vanaglorioso.
Ma la rovina incombe su tutti i personaggi legati al fascismo: l’armistizio provoca la caduta del regime e Marcella rimane senza lavoro e per giunta senza una lira.
Così, messi da parte i sogni di gloria, la ragazza ritorna a casa con un viaggio avventuroso durante il quale, per vivere,è costretta nuovamente a prostituirsi.

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A casa trova una brutta sorpresa;i suoi, che la credevano ricca, quando scoprono che in realtà Marcella è nelle stesse condizioni di quando è partita la cacciano malamente di casa.
La guerra è finita e Marcella riesce a trovarsi un marito; ma non ha dimenticato Roberto, che ha finito per combattere tutte le guerre del fascismo prima di approdare in Russia.
Marcella approfitta di un viaggio del marito in quel paese per andare a cercare la tomba del fidanzato ma…
Telefoni bianchi, uscito nelle sale nel 1976 è un affresco creato da Dino Risi per celebrare ironicamente il periodo più in chiaro oscuro del cinema italiano, quello dei telefoni bianchi.
In qualche modo il regista milanese tenta di costruire un film con l’impronta della saga ma tutta una serie di circostanze, inclusa una sceneggiatura a corrente alternata impediscono la perfetta riuscita dell’operazione.
Troppo deboli i personaggi, tropo leggera la ricostruzione storica, tropo leggero il tono usato verso un periodo storico viceversa pieno di contraddizioni che il regista non solo non coglie, ma finisce per marginalizzare creando una storia dal tono leggero stridente con la realtà storica degli avvenimenti.

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Nonostante un cast di assoluto livello, che include per esempio Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman, Agostina Belli e Renato Pozzetto, Maurizio Arena, William berger,Cochi Ponzoni e Lino Toffolo il film sbanda, ondeggia e non affonda solo perchè comunque il gran mestiere di Risi mimetizza i mille difetti, alcuni dei quali capitali, del film.
Che parte benissimo, si smorza nella parte centrale e si riprende solo nel finale con la sequenza in cui Marcella non riconosce nel contadino a cui hanno chiesto informazioni; quello che sorprende maggiormente è la disomogeneità e lo scoordinamento dello stesso sopratutto alla luce del lavoro precedente, lo splendido Profumo di donna dell’anno prima e di quello successivo, Anima persa, un gran bel film anomalo.
In tutti e tre i casi il regista utilizza Vittorio Gassman, che guarda caso proprio in questo film rende al minimo, con un personaggio che non gli è congeniale.

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Comunque, non siamo di fronte ad un film brutto ma piuttosto ad un film debole e troppo lungo (2 ore) che comunque si lascia seguire.
Purtroppo non ho trovato link in streaming dello stesso, che è presente in versione digitale sui p2p.

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Un film di Dino Risi. Con Vittorio Gassman, William Berger, Agostina Belli, Maurizio Arena, Lino Toffolo,Cochi Ponzoni, Attilio Dottesio, Michele Malaspina, Ugo Tognazzi, Eleonora Morana, Renato Pozzetto, Alvaro Vitali, Laura Trotter, Monica Fiorentini, Franca Stoppi, Paolo Baroni, Carla Terlizzi, Dino Baldazzi, Leonora Morano, Marcello Fusco, Enrico Marciani, Giovanni Brusateri, Edoardo Florio, Monico Fiorentini, Toni Maestri, Renate Schmidt, Giacomo Assandri Commedia, durata 120′ min. – Italia 1976.

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Agostina Belli: Marcella Valmarin, alias Alba Doris
Maurizio Arena: Luciani
William Berger: Franz
Vittorio Gassman: Franco D’Enza
Renato Pozzetto: Bruno
Cochi Ponzoni: Roberto Trevisan
Lino Toffolo: Gondrano
Ugo Tognazzi: Adelmo
Paolo Baroni: segretario di Marcella
Eleonora Morana: madre di Marcella
Dino Baldazzi: Benito Mussolini

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Regia Dino Risi
Soggetto Dino Risi e Bernardino Zapponi
Sceneggiatura Dino Risi, Ruggero Maccari, Bernardino Zapponi
Produttore Pio Angeletti, Adriano De Micheli
Musiche Armando Trovajoli
Scenografia Luciano Ricceri
Costumi Luciano Ricceri

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L’opinione di sasso67 dal sito http://www.filmtv.it

Film poco riuscito, nonostante le buone premesse, di un regista tra i più sopravvalutati e antipatici della commedia all’italiana. Qui utilizza male anche Vittorio Gassman, oltre ad attribuire il ruolo di protagonista in un film di ambizioni quasi storiografiche ad un’attrice che non ne aveva lo spessore come Agostina Belli. Come detto, l’inizio è promettente, ma il prosieguo si perde in una sfilza di macchiette anche poco divertenti, per sbracare completamente nel finale con una scena indegna di Gassman, che suona come un insulto al bel finale della “Grande guerra”.
Si tratta di un’occasione persa, probabilmente per troppa ambizione rispetto ai mezzi a disposizione: il difetto originario sta nella sceneggiatura, ma nemmeno gli interpreti si dimostrano all’altezza; forse il solo Tognazzi si dimostra all’altezza della propria fama interpretativa nella parte di un gobbo malefico che vende ai nazisti una famigliola di ebrei.

L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com

Non sgradevole, ma non riuscito. C’è chi buca (Ponzoni), chi si prende uno spazio (Pozzetto), chi iper-gigioneggia (Gassman). Buono Maurizio Arena. Agostina ci prova, ma non regge un film che cala per snodi faciloni, funzionante talora (il matrimonio fascista, le epifanie ducesche, il postribolo), ma non nell’insieme. Da comico-grottesco tira infine al dramma, con intenti “nobili”, ma non in sintonìa col resto. Talora grazioso, mai bello. La Mancini, non accreditata, è la prostituta vestita da marinaretto.

L’opinione di Guggly dal sito http://www.davinotti.com

Curioso film dalla riuscita altalenante: tanti episodi, per lo più grotteschi, uniti dalla storia di questa inqualificabile servetta che riesce comunque, malgrado tutto, nei suoi intenti. Veramente impressionante l’episodio di Tognazzi e gli ebrei. Gassman gigioneggia, ma il personaggio è azzeccato. Pozzetto e Ponzoni sembrano due cartoni animati. La Belli è il “deus ex machina” attraverso cui raccontare un non glorioso passato che ci appartiene.

L’opinione di Thegaunt dal sito http://www.filmscoop.it

Risi offre uno spaccato d’epoca attraverso due protagonisti dall’amore travagliato e irraggiungibile nello stile del cinema d’epoca, quello dei telefoni bianchi, macchina di propaganda per distogliere un paese dai suoi problemi reali. Marcella si immergerà totalmente in questo sogno precluso a Roberto, ancorato nella vita reale, ma persino per lei il sogno finirà con l’incedere della guerra.
La Belli e Ponzoni sono bravi, però scade troppo nel macchiettistico nei personaggi di contorno, anche se bisogna dire, ad onor del vero, che Tognazzi interpreta una carogna difficile da dimenticare.

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Mag 3, 2014 Posted by | Commedia | , , , , , , , , | 3 commenti

In nome del popolo italiano

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Un film autenticamente profetico, amarissimo e spietato, un ritratto di un paese, l’Italia, che in oltre 40 anni (il film è del 1971) non ha praticamente mai mutato pelle, trasmettendo come un gene malato i difetti che Dino Risi analizza e descrive con grande maestria.
Un ritratto a tinte fosche, buie, di due personaggi in antitesi per ruoli occupati, per personalità, per modo di vivere, per status quo; un magistrato e un bieco affarista, un palazzinaro arrogante e corruttore, puttaniere e vanaglorioso.
Due mondi che ci riconducono ai giorni odierni, con l’irrisolto problema del conflitto fra la magistratura e il potere economico, che è anche potere politico.

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Lui, Mariano Bonifazi, giudice istruttore, è un uomo grigio ma incorruttibile, fortemente politicizzato e sopratutto nauseato da quello che vede intorno a se, ovvero la disonestà nella vita pubblica e nella politica, il malaffare nei rami più importanti del lavoro come l’edilizia, che vedono il massimo epigone in Renzo Santenocito, espressione compiuta di un sottobosco di imprenditori capaci di mettere le mani su tutto, creando disastri a livello ambientale, corrompendo funzionari della pubblica amministrazione e politici, uno che con la sua attività di palazzinaro deturpa in maniera orribile il paesaggio, creando ecomostri costruiti peraltro con materiali scadenti.
Risi racconta le due storie contrapposte di Bonifazi e Santenocito non parteggiando per nessuno dei due: i due personaggi infatti risultano da subito antipatici e supponenti.

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Se il magistrato gira in bici e con l’Unità nella tasca della giacca, mangia in trattoria e vive modestamente a lui viene contrapposta la figura meschina e ipocrita dell’imprenditore che gira in Maserati, partecipa a feste in costume ed ha tutta l’arroganza e la supponenza della classe sociale di appartenenza; ma entrambi non ispirano simpatia, estremi come sono di una società che da troppo potere ad entrambi.
Una situazione che, come sappiamo, è ancora oggi drammaticamente presente nella nostra società.
Il film inizia con il confronto a distanza tra i due; Bonifazi è impegnato a indagare sul perchè Silvana Lazzorini, una ragazza squillo d’alto bordo sia morta in modo sospetto; il magistrato scopre da subito che Santenocito potrebbe essere implicato nella morte della ragazza e decide di convocarlo in questura.

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Simonetta Stefanelli

L’imprenditore viene così portato di peso, reduce da una festa e con addosso ancora il costume da legionario romano davanti al magistrato, al quale fornisce un alibi all’apparenza inattaccabile.
La sera della morte della ragazza era impegnato in una partita a carte con l’anziano padre.
Non è vero, ma Santenocito dà per scontato che suo padre avallerà l’alibi.
Da questo momento le indagini di Bonifazi subiscono una brusca accelerazione.
Scopre infatti che la ragazza presenta delle ecchimosi sul corpo, che ha nel sangue tracce di Ruhenol,un farmaco ipnotico e che quindi potrebbe essere stata uccisa.
Una serie di coincidenze porterà quindi Santenocito in galera; nonostante l’uomo protesti la sua innocenza, Bonifazi, convinto al contrario della sua colpevolezza scoprirà grazie ad un diario appartenuto a Silvana che la ragazza è morta suicida per amore.

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Vittorio Gassman

Nella parte finale del film troviamo il magistrato impegnato a leggere il diario mentre per le strade impazza la folla in festa per la vittoria della nazionale italiana su quella inglese; una vittoria festeggiata con atti di puro vandalismo, da una folla che appare, agli occhi del magistrato, non meno spregevole dell’imprenditore.
In un finale cinico, vediamo Bonifazi, che ha le prove dell’innocenza di Santenocito, bruciare il diario di Silvana su un auto preda delle fiamme, un auto davanti alla quale c’è ancora la proprietaria del veicolo, intenta a inveire contro i teppisti autori dell’atto.
Il magistrato decide di fare giustizia da se, assumendosi arbitrariamente il ruolo di carnefice;così Santenocito paga per l’unica colpa non commessa, paga le sue malefatte nel campo dell’imprenditoria, paga il suo essere un corruttore, un uomo senza morale e un fascista.
Quella del fascista è l’immagine più forte costruita da Risi nel finale; Bonifazi attribuisce a lui il corpo e il viso di un paracadutista che con i suoi commilitoni sfila cantando un inno fascista, così come raffigura Santenocito in altre maschere tragiche che popolano le strade della città con la gente in festa per la vittoria della nazionale.
Così Bonifazi è costretto a guardare il peggio dei vizi italici, di quella gente pronta a sfilare per una partita di calcio ma non per cose ben più importanti; e la raffigurazione visiva di Santenocito, caricaturale e oscena, finisce per essere l’emblema di un popolo in cui le virtù sono oscurate dalle troppe debolezze.
In nome del popolo italiano è un film politico e sociale, un film in cui la denuncia dello strapotere della magistratura si mescola alla denuncia dell’affarismo senza scrupoli.
Ma tutti escono con le ossa rotte dal film e non sembra esserci nemmeno un barlume di speranza per il futuro dello sciagurato popolo che abita lo stivale; il futuro dimostrerà che purtroppo Risi ci aveva visto giusto.

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Ugo Tognazzi

Grazie alla presenza di due grandissimi attori come Ugo Tognazzi (Bonifazi) e Vittorio Gassman (Santenocito), Dino Risi costruisce un film di grandissimo livello, degno prosecutore della tradizione della commedia all’italiana, quella però vestita di impegno sociale e politico, quella per intenderci creata da grandissimi registi come Petri, Rosi, Damiani ecc..
I due grandi protagonisti si esibiscono in una gara di bravura senza vincitori, perchè tale è il livello della loro recitazione da rendere persino ingiusto un tentativo di attribuire la palma del migliore a due attori che hann fatto la storia del cinema italiano.

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Il resto del cast non sfigura di certo, grazie alle presenze professionali di Ely Galleani, che sta in scena per poco ma con grande bravura, di Yvonne Furneaux (la moglie di Santenocito), di Simonetta Stefanelli (la figlia), di Enrico Ragusa, grande nel ruolo del padre dell’imprenditore.
In nome del popolo italiano è un film che passa regolarmente in tv per cui è di facilissima reperibilità sia in riduzioni tv rip che in vari formati digitali.
Un film da non perdere, uno dei capolavori del cinema italiano del passato.

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In nome del popolo italiano
Un film di Dino Risi. Con Vittorio Gassman, Ugo Tognazzi, Yvonne Furneaux, Renato Baldini, Ely Galleani,Michele Cimarosa, Checco Durante, Pietro Tordi, Pietro Ceccarelli, Franco Angrisano, Simonetta Stefanelli, Paolo Paoloni, Mario Maranzana Commedia, durata 103′ min. – Italia 1971.

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Ugo Tognazzi: Giudice Mariano Bonifazi
Vittorio Gassman: Lorenzo Santenocito
Ely Galleani: Silvana Lazzorini
Yvonne Furneaux: Lavinia Santenocito
Pietro Tordi: Prof. Rivaroli
Simonetta Stefanelli: Giugi Santenocito
Franco Angrisano: Colombo
Renato Baldini: Ragioniere Cerioni
Pietro Nuti: Avvocato di Santenocito
Checco Durante: Pironti, l’archivista
Maria Teresa Albani: Signora Lazzorini
Gianfilippo Carcano: Signor Lazzorini
Edda Ferronao: Cameriera di Santenocito
Franca Scagnetti: La portinaia
Michele Cimarosa: Maresciallo Casciatelli
Enrico Ragusa: Riziero Santenocito, il padre
Pietro Ceccarelli: Inserviente al Palazzo di Giustizia
Franco Magno: Industriale
Marcello Di Falco: Segretario di Santenocito
Paolo Paoloni: Primario della clinica psichiatrica
Giò Stajano: Floriano Roncherini
Franca Ridolfi: Doris, l’attrice
Francesco D’Adda: Lipparini, cancelliere
Vanni Castellani: Sirio
Claudio Trionfi: Giornalista TV

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Regia Dino Risi
Soggetto Age & Scarpelli
Sceneggiatura Age & Scarpelli
Produttore Edmondo Amati
Casa di produzione International Apollo Films
Distribuzione (Italia) Fida Cinematografica
Fotografia Sandro D’Eva
Montaggio Alberto Gallitti
Musiche Carlo Rustichelli, eseguite da Il Punto
Scenografia Luigi Scaccianoce
Costumi Enrico Sabbatini

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Corrado Gaipa: Enrico Ragusa
Donatella Gambini: Simonetta Stefanelli
Ludovica Modugno: Ely Galleani
Stefano Satta Flores: Pietro Nuti
Mario Frera: Michele Cimarosa

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L’opinione dell’utente zombi tratta da http://www.filmtv.it
Ebbene si un gran bel film. e una gran bella conferma a distanza di tanto tempo dall’ultima volta che lo vidi. tutto ciò che si possa desiderare da un film e pure troppo. risi con la complicità degli sceneggiatori e dei suoi attori(dai protagonisti ai caratteristi)dipinge finemente un racconto morale su un paese che di morale non ne ha mai avuta. il magistrato tognazzi integerrimo, si rende colpevole di distruzioni di prove che scagionano l’industriale e intrallazzatore polivalente gassman solo per poterlo sbattere in galera. con la falsa illusione naturalmente di distruggerlo pubblicamente. vana perchè la storia ci insegna che in italia coloro che si macchiano di colpe ai danni dello stato italiano, spesso siedono su un bel seggiolone in parlamento a legiferare in nome di un popolo che non si merita un cazzo, a detto del costruttore cementificatore e inquinatore gassman. ed è forse anche alla luce di ciò che tognazzi compie quel passo di illegalità. nessuno si salva in quel paese dove la gente è unita solo ed in occasione di una partita di calcio. il calcio il cuore puro del tipico italico abitatore dello stivale… con una naturalezza e semplicità che è dei grandi (risi, age e scarpelli, tognazzi e gassman mica tizio caio e sempronio tanto per dire)ci introducono in una rappresentazione grottesca dell’italia di quegli anni(?!)in cui grande industria, politica e malaffare andavano a braccetto in un balletto mostruoso dove gli affari si gestivano meglio intorno ad un tavolo e possibilmente con il corredo di fantomatiche attrici, modelle e pourquoi pas!!, di giovani figlie di… che accondiscendevano per un dopo cena in camera da letto. un giro di giovani che si “esplicavano” per mantenere un madre pensionata e un padre poeta senza lavoro e poca arte, da far impallidire anche il più scafato dei magistrati. i mostri di risi, age e scarpelli sarebbe bello facessero parte della galleria dei nostri capolavori cinematografici e sembra strano che nessuno all’epoca gridasse indignato che “i panni sporchi non si lavano in pubblica piazza”, anche se forse era meglio divertire gli italiani con puttane per politici e prelati, per distoglierli da ben altre gattacce da pelare. immenso lavoro di squadra dei due “mostri” tognazzi-gassman, tanto in sottrazione il primo quanto istrionesco il secondo. i dubbi finali di tognazzi erano anche i miei ma è valso la pena buttare al vento la propria rettitudine per una sacrosanta merda che dopo qualche anno finiva magari al parlamento?… onore e merito naturalmente all’arte dei caratteristi e quindi renato baldini compagno dell’ex moglie del magistrato in cerca di soldi, il maresciallo di michele cimarosa, pietro tordi professore che fa le autopsie e pietro ceccarelli inserviente di palazzo di giustizia dispensatore di aforismi.

L’opinione dell’utente Legnani tratta dal sito http://www.davinotti.com
Enormi Gassman (indimenticabile quand’appare in costume: ostenta potere e sicurezza come solo lui, al tempo, riusciva a fare) e Tognazzi, così mostruosamente bravi che alla prima vista non fanno vedere le altre facce. Rivedere il film, invece, permette di notare che il contorno è degnissimo. Al tempo il finale mi lasciò perplesso, invece si ricollega perfettamente alle frasi iniziali di Tordi, ha un piacevole sapore felliniano ed è perfetta conclusione in pieno stile cinico-risiano. Attuale, ahimè. Lo stabilimento marino “Rustichelli” è strizzata d’occhio all’autore della colonna sonora.

L’opinione del sito http://www.ilfuturodellamemoria.it
L’integerrimo magistrato Bonifazi (Ugo Tognazzi) sospetta lo speculatore edilizio Santenocito (Vittorio Gassman) di essere colpevole della morte di una studentessa. Fra i due si scatena un duello serrato, e quando Bonifazi avrà la prova dell’innocenza del suo “nemico”, la distruggerà: Santenocito, che l’aveva sempre fatta franca per le sue malefatte, per una volta pagherà con gli interessi. Sceneggiato con acre moralismo da Age & Scarpelli e diretto da Risi con graffiante immediatezza, In nome del popolo italiano è una delle più pungenti commedie italiane degli anni ’70, un film sanamente “cattivo”, con divagazioni nel grottesco e un notevole coraggio politico. Formidabile il duetto dei due mattatori Tognazzi e Gassman.

L’opinione del Morandini
Giudice integerrimo e moralista sospetta industriale fascistoide brillante e senza scrupoli della morte di una tossicomane. Un diario gli rivela l’innocenza dell’incriminato. Distrugge la prova. Sceneggiato con acre moralismo da Age & Scarpelli e diretto da Risi con graffiante immediatezza, è una delle più pungenti commedie italiane dei ’70. Formidabile duetto di due mattatori: Tognazzi in sordina, Gassman grottesco.

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Mag 19, 2013 Posted by | Drammatico | , , , , , | 7 commenti

Profumo di donna

Profumo di donna locandina

A Giovanni Bertazzi, una giovane recluta in permesso premio viene affidato un compito all’apparenza molto semplice: fare da attendente al capitano in pensione Fausto Consolo che è rimasto privo della vista e di un arto in seguito ad una esplosione.
Il compito di Giovanni è anche quello di accompagnare il Capitano a Napoli, dove dovrà incontrare il suo vecchio amico Vincenzo privo anch’esso della vista.
Partiti in treno da Torino, i due fanno tappa a Genova, ove il Capitano affida al giovane il compito di procurargli una prostituta, cosa che Giovanni fa con riluttanza mentre nella fermata successiva nella capitale, la scena è tutta riservata all’incontro tra Fausto e un suo cugino prete dal quale scaturirà un dialogo crudele in cui tutta l’amarezza del capitano sulla sua triste condizione fisica si scontrerà con la logica un pò farisea di Don Carlo.

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Agostina Belli

A Napoli i due finalmente incontrano Vincenzo e qui trovano la bellissima Sara che ha conosciuto da piccola il Capitano e che da allora è invaghita di lui. La donna tenta di corteggiare Fausto, ma quest’ultimo è arrivato nella città partenopea con un solo scopo, quello di suicidarsi con l’amico Vincenzo. Il progetto dei due fallirà per imperizia e per un sussulto di autoconservazione; se prima Fausto aveva respinto fermamente la corte della ragazza, nelle ultime drammatiche sequenze, quando capisce di non poter vivere da solo, chiama a se disperatamente la donna. Giovanni può tornare a casa, sicuramente arricchito dall’esperienza di aver conosciuto quell’uomo che così tanto gli ha insegnato.
Questa in estrema sintesi la trama di Profumo di donna, film diretto dal grande Dino Risi nel 1974, che sceneggiò con Ruggero Maccari una riduzione cinematografica del romanzo Il buio e il miele di Giovanni Arpino.

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Vittorio Gassman

Un film davvero molto bello, sia come ambientazione sia come storia tout court, che si dipana attorno al confronto generazionale tra Fausto e Giovanni, un rapporto che diverrà nei pochi giorni in cui i due viaggeranno assieme, quasi una sorta di apologo tra due ruoli opposti ma che alla fine potranno arrivare a toccarsi, un rapporto padre/figlio che tali non sono geneticamente ma che trova alcun punti di contatto che avvicinano i due personaggi principali.
In mezzo le lezioni di vita del capitano, reso cinico dalla sofferenza e dalla perdita della vista, che serviranno all’ingenuo Giovanni per capire che la vita offre tante sfaccettature quante lui non riesca ad immaginare per mancanza di esperienza e per l’inevitabile immaturità.
Giovanni imparerà alcuni dettagli che potranno servirgli nella vita, come distinguere una donna e il suo lavoro solamente attraverso l’olfatto oppure cosa più importante a non fidarsi mai delle apparenze.

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La regina del circo, Moira Orfei, interpreta la parte della prostituta chiesta dal Capitano e cercata da Giovanni

Perchè dietro la mancanza della vista e il cinismo che Fausto mostra al suo giovane attendente c’è il dramma di un uomo che non è solo un semplice non vedente, ma un uomo profondamente solo che vede però molto meglio di tanti suoi simili normo dotati.
Lo dimostra quando riesce ad aprire gli occhi a Giovanni sull’infedeltà della sua fidanzatina, quando riesce a mettere in un angolo Don Carlo e i discorsi abbastanza banali e retorici che quest’ ultimo fa giustificando con la fede l’esistenza del male; un discorso puamente teorico che il sacerdote fa non avendo sperimentato sulla sua pelle il male e il dolore fisico.
Anche Vincenzo, che pure è un non vedente come Fausto, in realtà non possiede le caratteritiche del Capitano, la sua profonda perspicacia, quel cinismo latente e dolente che porta il capitano a vedere oltre l’apparenza e che in pratica lo costringe a isolarsi da tutti, come mostrerà nel corso del suo tormentato rapporto con Sara, che vorrebbe amare e che proprio per questo respinge.

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Hai sentito? Odore di femmina!

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La risata beffarda di Fausto all’offerta da parte di Sara del suo amore

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Sara fugge in lacrime, rifiutata dal Capitano

Sara, che ama profondamente il Capitano, riuscirà a far breccia nel cuore di Fausto proprio nel momento in cui lo stesso mostra tutta la fragilità che si nasconde dietro la sua teoria; il fallito suicidio mostra a Fausto quanta importanza possa avere ancora per lui un ostegno morale ancorchè fisico, sopratutto se questo gli viene donato dall’unica persona che in fondo lo ama davvero.
Perchè Vincenzo è solo un amico peraltro non particolarmente acuto come lui e Giovanni è solo un personaggio che transita per qualche istante nella sua vita; cos’altro resta al Capitano a cui aggraparsi, quale speranza può nutrire ancora se non quella di prendere quell’amore disinteressato che Sara gli mostra?
Se Profumo di donna ha delle lacune, queste vengono letteralmente oscurate dalla gigantesca prova d’attore di Vittorio Gassman, che da corpo ad una delle più belle e intense rapresentazioni di un personaggio nella storia del cinema. Talmente convincente da sembrare quasi una proiezione di un alter ego nascosto,  una rappresentazione visiva del proprio intimo che probabilmente non era tanto lontano da quello del Capitano Fausto.
Gassman recita a tutto tondo, assecondato dal compianto, bravissimo Alessandro Momo che di li a poco sarebbe scomparso tragicamente (Roma, 20 novembre del 1974) in seguito ad un incidente motociclistico che procurò dei guai all’attrice Eleonora Giorgi, proprietaria del mezzo con cui Momo ebbe l’incidente fatale. L’attore infatti non aveva ancora compiuto 18 anni essendo nato a Roma il 25 novembre del 1956.

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Lo sfortunato Alessandro Momo

Un destino tragico, quello di Momo, morire 5 giorni prima del suo compleanno proprio mentre si stava affermando come una giovane star in seguito ai successi travolgenti dei due film da lui interpretati sotto la regia di Salvatore Samperi, Malizia e Peccato veniale.
Anche Agostina Belli mostra tutto il suo talento nell’interpretazione della giovane Sara: curiosamente in alcune recensioni la Belli viene ridimensionata, mentre in realtà riesce a caratterizzare benissimo il personaggio della dolce Sara, ancora di salvezza e unico futuro possibile per il maturo Capitano.
Il film di Risi è armonico e ben calibrato e diventerà uno dei punti fermi della cinematografia italiana degli anni settanta.
A pensarla nello stesso modo infatti furono i giurati del premi David di Donatello, che premiarono Risi per la miglior regia dell’anno e Gassman per la migliore interpretazione; l’attore genovese bissò il risultato l’anno dopo a Cannes dove venne nuovamente insignito del premio per la migliore interpretazione maschile. Nel 1976 il film ottenne anche il Cesar come miglior film.

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L’ultimo dialogo tra due amici

Profumo di donna,un film di Dino Risi. Con Vittorio Gassman, Agostina Belli, Moira Orfei, Alessandro Momo, Franco Ricci,Lorenzo Piani, Vernon Dobtcheff, Carla Mancini, Alvaro Vitali, Elena Veronese, Sergio Di Pinto, Stefania Spugnini, Torindo Bernardi, Al Pacino
Commedia, durata 100 min. – Italia 1974.

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Vittorio Gassman: Capitano Fausto Consolo
Alessandro Momo: Giovanni Bertazzi
Agostina Belli: Sara
Moira Orfei: Mirka
Torindo Bernardi: Vincenzo
Alvaro Vitali: Vittorio, il barista
Franco Ricci: Tenente Giacomino
Elena Veronese: Michelina
Stefania Spugnini: Candida
Marisa Volonnino: Ines
Sergio Di Pinto: Raffaele
Vernon Dobtcheff: Don Carlo

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Regia     Dino Risi
Soggetto     Giovanni Arpino
Sceneggiatura     Ruggero Maccari, Dino Risi
Fotografia     Claudio Cirillo
Montaggio     Alberto Gallitti
Musiche     Armando Trovajoli
Scenografia     Lorenzo Baraldi
Costumi     Benito Persico

Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Ottima regìa. Gassman immenso pur quando gigioneggia, il povero Momo bravino, la Belli (non credibile come napoletana) di una bellezza e di una freschezza tanto note quanto notevoli. Ci sono pure Alvaro Vitali e Di Pinto. Vernon Dobtcheff, non accreditato, è un ottimo Don Carlo. L’unica cosa che stona è il finale, diverso rispetto al libro, che in molti passi è seguito parola per parola. Commedia drammatica che sfocia nel lacrimoso, ma di alto livello. Ruffianamente bella la musica di Trovajoli.

Bel film di Dino Risi, decisamente superiore al remake americano, che tuttavia si avvale della presenza di Pacino. Il film, la cui buona sceneggiatura è tratta da un romanzo di Arpino, è dominato dalla figura del protagonista, interpretato da un Gassman che giganteggia sul resto del cast, dando vita a una figura che è nel contempo esplosiva, ma anche cinica e tragica, per un film dal retrogusto amaro.

Successone, e vetrina per un formidabile (e incontenibile) Gassman, che si mangia a merenda tutto il cast (però Momo è perfetto per la parte, poverino). Amaro, poco consolatorio, non un Risi capitale, ma comunque eccellente e superiore – nonostante la superlativa prova di Pacino – al pur valido remake. La Belli ha recentemente confessato pessimi ricordi del clima sul set, che a suo dire la videro spesso presa nel mezzo fra i due Grandi Cinici.

Timido militare di leva deve accompagnare in viaggio un ufficiale cieco. Un film bellissimo sulla storia potente di un vecchio allupato, esuberante e loquace, che umilia un ragazzo spalancandogli però le porte a un mondo diverso e conturbante. I toni da commedia all’italiana, che accompagnano tutto il lavoro riservando molte occasioni di riso o sorriso, sottolineano questo divario, ma soprattutto l’amaro baratro della solitudine in cui sta il protagonista (un grandissimo Gassman), rivelandoci la sua intima fragilità dietro la corazza di macho.

Grossa delusione. La partenza è in grande stile, all’insegna dell’istrionismo di un grandissimo Gassman, che nasconde la propria debolezza dietro una scorza di cinismo ed arroganza; poi, pian piano, tutto precipita verso un finale melenso e stucchevole, complice l’insopportabile personaggio della Belli, folle di un assurdo amore dettato da libidinosa pietà. C’è pure Alvaro Vitali, orribilmente (e imperdonabilmente) doppiato. Molto meglio il più vigoroso remake a stelle e strisce.

Discreto film di Risi dominato dalla grandissima prova di Gassman, l’assoluto protagonista di una bella storia che, grazie alla sua comicità spesso nera ed abbastanza cattiva (e nonostante qualche cedimento ad un po’ di patetismo), coinvolge e diverte non poco lo spettatore. Decisamente superiore allo scialbo rifacimento di Brest.

Commedia amara diretta da Dino Risi e ottimamente interpretata da Vittorio Gassman; non riuscita al 100%, comunque molto interessante e ben più valida del remake americano (interpretato da Al Pacino). Anche Alessandro Momo è ben addentro alla parte e Agostina Belli, sempre bellissima, se la cava, anche se improponibile come napoletana. Un buon esempio di drammatico che sfiora il melenso, ma che sa rimanere su buoni livelli. Da vedere.

Fino all’arrivo a Napoli un mezzo capolavoro, imperniato sia sul vivace road-movie intrapreso dall’austero comandante che tiene sotto schiaffo il timido cadetto sia, soprattutto, sulla figura di Gassman, che con una prova sontuosa si rilancia in grande stile dopo qualche anno di stanca. La tappa partenopea rallenta tutto il film, che si sposta troppo sul sentimentale, focalizzandosi sull’infelice personaggio incarnato dall’insipida Belli. Momo invece è molto credibile. Eccedono nel melò le belle note di Trovajoli. Diverso, ma non migliore del suo remake.

Sarebbe stato da 3 pallini, ma rovina tutto l’entrata in scena di Agostina Belli qui in una delle sue parti peggiori (non che reciti male.. ma il personaggio è veramente una lagna fuoriposto). Ottimi Momo e Gassman (uno dei nostri migliori attori di sempre), da dimenticare la Belli. Passabile nonostante le musiche tristi e la parentesi sentimentale.

Bellissimo film in cui il protagonista emerge con il suo cinismo che cela la disperazione per una realtà non accettata; Momo fa da contraltare come Trintignant nel Sorpasso (ma è ancor più giovane ed inesperto). Dolce la Belli, anche se non si comprende fino in fondo perché si innamori di una canaglia simile. Da ricordare il cameo di Moira Orfei. Il remake è proprio un altro film.

Un Gassman memorabile tratteggia ed interpreta un altezzoso ufficiale dell’Esercito non vedente a causa di un incidente sul campo. Dopo una valida prima parte, incentrata su un lungo viaggio in treno, la narrazione approda a Napoli, dove tra feste e riflessioni si rischia il tragico epilogo. Una splendida Belli ed un promettente ma sfortunato Momo, accompagnano il Mattatore in questa digressione sulla vita e sulla morte.

Sopra ogni cosa un film dei ricordi. Come si facciano film così carichi di sentimenti, è difficile da sapere, a noi comuni mortali il compito di saperli leggere. Il Gassman di questo film è inarrivabile: recitazione, contemplazione del proprio ego, sublimazione dei movimenti. Nei paraggi il resto del cast, ammira. Tutto funziona a meraviglia grande Risi. La Napoli piena di sole e incorniciata va bene così.

Melanconico a partire dal tema musicale che apre e chiude, ma con quella risata cinica che tra Risi e Gassman trova la sua naturale collocazione. Si perde talora in eccessi ma la sua bellezza sta di gran lunga nell’interpretazione del mattatore, qualcosa che spazza via il resto del cast: beffardo, drammatico, istrionico, cinico (appunto), fornisce una fotografia più che umana dell’uomo (non dimenticandosi di farlo notare tra i dialoghi finali). Da vedere.

Gassmann in una forma a dir poco strepitosa. Location tutte azzeccate. Paragonata all’interpretazione di Al Pacino che con questo film ha vinto l’Oscar, Gassman lo meriterebbe a maggior ragione postumo. Agostina Belli in questo film appare bella e affascinante come non mai.

Dino Risi è un grandissimo regista. L’ho scritto spesso e convintamente lo ribadisco oggi parlando di questo film, girato più di vent’anni fa. Era una storia bellissima, estratta da un romanzo di quel genio dimenticato che era Giovanni Arpino. Il libro si chiamava Il buio e il miele ed è una storia di un militare diventato cieco, della sua disperata vivacità, della poesia tragica della voglia di vivere, comunque, a ogni costo. Vittorio Gassman è il protagonista, in linea con i grandi personaggi con i quali aveva, negli anni precedenti, attraversato la miglior commedia italiana. » (Gian Luigi Rondi)

Profumo di donna banner citazioni

È una fortuna essere ciechi perché i ciechi non vedono le cose come sono ma come immaginano che siano. (Fausto)
 Sai cos’è l’amico? Un uomo che ti conosce a fondo e nonostante ciò ti vuole bene. (Fausto)
Hai sentito? Odore di femmina! (Fausto)
Paura di che? Il peggio che ci poteva capitare ci è già capitato. (Fausto )
È una fortuna essere ciechi: perché i ciechi non vedono le cose come sono, ma come immaginano che siano.(Fausto)

luglio 22, 2011 Posted by | Drammatico | , , , , | Lascia un commento