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La grande bellezza

In una serata romana, ad una festa chiassosa frequentata dalla alta borghesia romana e da parvenu, si muove un gruppo di conoscenze comuni a Jep Gambardella, un brillante giornalista e critico teatrale.
Uomo cinico, disincantato, Jep ha scritto in passato un romanzo dal grande successo, ma poi ha avuto il “blocco dello scrittore” e si è limitato a seguire l’inclinazione che aveva da giovane, quando 40 anni prima era approdato nella città eterna con la voglia di diventare il punto fermo della mondanità.
E Jep c’è riuscito.
Protagonista di tutte le feste più importanti della capitale,frequenta un gruppo consolidato formato da Romano, uno scrittore teatrale alla ricerca di un successo, da Lello, un commerciante di giocattoli marito infedele di Trumeau, da Dadina, direttrice del giornale per il quale lavora Jep, una donna nana ma dalla grande personalità e intelligenza. Il gruppo è completato da Stefania, una scrittrice che crede di essere alternativa al sistema ma che in realtà è la sua espressione più deleteria, dalla ricchissima Viola, madre di un giovane con gravi disturbi della personalità.
Un gruppo eterogeneo,che la sera si ritrova a tutte le feste di una Roma decadente sia nei costumi che nella morale, che Jep guarda con il disincanto di un uomo che, a 65 anni, ha ormai visto e assaporato tutto il possibile.


Ma proprio il sessantacinquesimo compleanno porterà delle novità, tutte spiacevoli tranne l’ultima, che lo cambierà radicalmente.
Inizia incontrando il marito del suo primo amore, Elisa,morta improvvisamente, l’unica donna che abbia veramente amato,prosegue con l’incontro con una donna bella e fondamentalmente onesta, Ramona,che però è affetta da un male incurabile e che lo lascerà ancora più solo e disilluso.
E via via il suicidio del figlio di Viola, l’allontanamento di Stefania alla quale ha spiattellato,con brutale sincerità le contraddizioni nelle quali la donna ha sempre vissuto e infine l’abbandono del gruppo da parte di Romano,deciso a tornare ad una vita più umana nel paese di nascita e di Viola, che dopo la morte del figlio ha deciso di spogliarsi di tutte le sue ricchezze e di andare a vivere come missionaria in Africa.
Ormai anche solo oltre che disilluso, Jep trova un’inaspettata scialuppa di salvataggio in suor Maria, una donna invecchiata precocemente dalle privazioni a cui si è sempre sottoposta.
Suor Maria, in odore si santità, con poche parole lo porterà a riconsiderare la propria vita, a recuperare le radici, a tornare quindi a trovare ispirazione per un nuovo romanzo e quindi per una nuova vita.


La grande bellezza di Paolo Sorrentino, premio Oscar 2014 e pluri premiato ai Golden Globe, agli European Film Award e ai David di Donatello è un film assolutamente particolare nel panorama cinematografico italiano (ma non solo).
Un film immerso, difeso da una cortina fumogena creata ad arte da Sorrentino, con il suo classico modo di far cinema in cui il gusto per l’iperbole si unisce a quello per la dissacrazione ma anche alla poesia attraverso un linguaggio visivo sicuramente sconcertante ma dal grande effetto.
Un film in cui il racconto di una Roma decadente e priva ormai di riferimenti di ogni genere (morale in primis) si mescola all’analisi delle vite prive di significato, vuote, dedite solo all’effimero della Roma bene.
Ogni personaggio viene mostrato nei suoi limiti, derivanti da un complesso di circostanze che culminano nelle notti festaiole e assolutamente inutili passate tra feste e droga, alcool a fiumi e discorsi vacui, quando non vuoti in maniera mortificante.
Jep Gambardella attraversa questo mondo in modo consapevole, attratto eppur allo stesso tempo schifato dalla vacuità delle cose; il suo cinismo,la sua viva intelligenza non riescono a frenarlo su quella che ormai è una strada senza ritorno, fatta di un’assenza presso che totale di sentimenti che alla fine si tramuta anche in una voglia di vivere ridotta al lumicino.
Ma alle volte basta poco per trovare un inaspettato gancio nel cielo.


Jep,dopo una serie di avvenimenti anche drammatici con i quali si troverà a confrontarsi (incolpevole) finirà per frenare proprio sull’orlo del precipizio,grazie al quasi miracoloso incontro con Suor Maria.
L’analisi spietata della quasi totalità della vita,passata in un edonistico quanto effimero piacere, tanto epidermico da aver lasciato solo un senso di vuoto assoluto nella sua anima lo premierà anche oltre i suoi limiti, sicuramente oltre le sue aspettative.
La grande bellezza mescola l’ormai chiaro anticlericalismo di Sorrentino, esplicitato da due scene in particolare,la scena del prelato e della suora in un locale lussuosissimo e la figura del Cardinale Bellucci,uomo vuoto e interessato solo al cibo con una critica neanche tanto velata alla cultura della capitale (lo spettacolo teatrale,la giovanissima pittrice che insozza le tele scagliano secchi di vernice).
Si salva poco,della capitale.
Solo parte della bellezza straordinaria della sua arte, dei suoi monumenti, dei suoi palazzi.
Poi nulla più.


Un discorso, quello di Sorrentino, avvolto nel suo classico nuvolone depistante, fatto di immagini ai limiti del grottesco e da dialoghi a volte criptici ma di sicuro effetto.
Un film quindi anche provocatorio, che mescola un linguaggio poetico che qui e la si fa prepotente ad un’analisi spietata della società.
Un film di sicuro effetto,nel quale si mescola un cast di grande effetto :davvero bravo Servillo, ma la vera protagonista è un’eccellente Sabrina Ferilli,che risulta molto convincente in uno dei pochissimi personaggi positivi del film, quello della sfortunata Ramona.
Tra i tanti personaggi segnalo il bravissimo Verdone, Pamela Villoresi e i camei di Fanny Ardant e Antonello Venditti oltre al piccolo sipario dell’avventura galante di Jep con la sciocca, insulsa Orietta, interpretata da Isabella Ferrari.
Unica cosa ostica è ascoltare alcuni brani del film, festaioli e dissacranti, emblemi del trash degli anni 2000 come A far l’amore comincia tu (sic) e Mueve la coilta, il re di quella cosa deprimente che sono i balli di gruppo.
Ma c’è anche spazio,come contraltare per The Beatitudes (Kronos Quartet) e per la Sinfonia n. 3 (Dawn Upshaw).
Tra trash e bellezza,un film di cui almeno si discute,tanto.
Infine un plauso alla splendida fotografia di Luca Bigazzi.


Un film da vedere.

La grande bellezza
un film di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli, Carlo Buccirosso, Iaia Forte, Pamela Villoresi,Galatea Ranzi, Anna Della Rosa, Giovanna Vignola, Roberto Herlitzka, Massimo De Francovich, Giusi Merli, Giorgio Pasotti, Massimo Popolizio, Isabella Ferrari, Franco Graziosi, Sonia Gessner, Luca Marinelli, Dario Cantarelli, Ivan Franek, Anita Kravos, Luciano Virgilio, Vernon Dobtcheff, Serena Grandi, Pasquale Petrolo, Giorgia Ferrero, Aldo Ralli, Ludovico Caldarera, Maria Laura Rondanini, Anna Luisa Capasa, Francesca Golia Genere Drammatico, – Italia, Francia, 2013, durata 150 minuti, distribuito da Medusa.

 

Toni Servillo: Jep Gambardella
Carlo Verdone: Romano
Sabrina Ferilli: Ramona
Carlo Buccirosso: Lello Cava
Iaia Forte: Trumeau
Giovanna Vignola: Dadina
Pamela Villoresi: Viola
Galatea Ranzi: Stefania
Franco Graziosi: Conte Colonna
Sonia Gessner: Contessa Colonna
Giorgio Pasotti: Stefano
Giusi Merli: Suor Maria “La Santa”
Dario Cantarelli: Assistente della Santa
Roberto Herlitzka: Cardinale Bellucci
Serena Grandi: Lorena
Massimo Popolizio: Alfio Bracco
Anna Della Rosa: “Non fidanzata” di Romano
Luca Marinelli: Andrea
Ivan Franek: Ron Sweet
Vernon Dobtcheff: Arturo
Pasquale Petrolo: Lillo De Gregorio
Luciano Virgilio: Alfredo
Anita Kravos: Talia Concept
Massimo De Francovich: Egidio
Aldo Ralli: Cardinale
Gabriela Belisario: Maria
Isabella Ferrari: Orietta
Annaluisa Capasa: Elisa De Santis
Severino Cesari: Poeta Muto Sebastiano Paf
Fanny Ardant: Se stessa
Antonello Venditti: Se stesso
Rino Barillari: Se stesso

 

Regia Paolo Sorrentino
Soggetto Paolo Sorrentino
Sceneggiatura Paolo Sorrentino, Umberto Contarello
Produttore Nicola Giuliano, Francesca Cima, Fabio Conversi
Produttore esecutivo Viola Prestieri
Casa di produzione Indigo Film, Medusa Film, Babe Films, Pathé
Distribuzione in italiano Medusa Film
Fotografia Luca Bigazzi
Montaggio Cristiano Travaglioli
Effetti speciali Rodolfo Migliari, Luca Della Grotta
Musiche Lele Marchitelli
Scenografia Stefania Cella
Costumi Daniela Ciancio
Trucco Maurizio Silvi

 

febbraio 21, 2020 Posted by | Drammatico | , , , , , , | 2 commenti

Dimmi che fai tutto per me

Gotta Get Rich Quick”, “devi diventare ricco in fretta” canta Lally Stott e viene subito voglia di cantare con lui.
Quanti di noi non l’hanno già fatto questo pensiero almeno una volta?! Certo che sentirlo cantato, quindi, espresso ad alta voce, porta forse un po’ di redenzione sia per le anime che si sono arricchite a discapito di tutto e di tutti sia per quelle che pur avendo ambito al benessere economico non hanno dato sfogo all’istinto predatorio.
Nella storia che si dipana sullo schermo la ricchezza arriva dagli Stati Uniti d’America, con quel parente benestante di cui molti aspetterebbero volentieri l’arrivo anche in una giornata torrida, afosa, nel clima estivo caratteristico della Laguna veneziana.
Atterra, infatti, a Venezia, l’aereo che ricongiunge ai suoi cari Dodo Spinacroce (Jacques Dufilho), d’ora innanzi “il nonno”. Con lui, in una bara, giunge anche la salma della defunta madre il cui ultimo desiderio, a detta del nonno, è stato quello di essere sepolta all’interno della casa ove da giovane aveva svolto servizio.


Ad attenderli sono: la figlia, Miriam (Andréa Ferréol), il genero, dottor Francesco Salmarani (Johnny Dorelli) e il nipote, Mimo (Stefano Amato). Ma i sentimenti che animano l’attesa e il ricongiungimento familiare non sono tra quelli più nobili. Infatti, Francesco Salmarani esprime vive preoccupazioni circa il ritorno del suocero e l’investimento di tutti i risparmi per l’anticipo versato per la “Villa degli oleandri”, luogo destinato alla cerimonia funebre.
A differenza di Francesco, Mimo, ragazzo sensibile e ingenuo, è sinceramente contento di fare la conoscenza del nonno. Anche Miriam, nonostante il lutto, è lieta di accogliere il padre nella città ove tutti conoscono e rispettano la famiglia Salmarani: Treviso.
Infatti, Miriam riferisce al nonno che Francesco è uno tra i più stimati medici del paese veneto.
Dall’aeroporto, si dirigono tutti in macchina seguendo il carro funebre sul Terraglio. Raggiungono, quindi, un’imponente villa palladiana a Piazzola sul Brenta.
Il nonno pare soddisfatto della sistemazione funebre. E chi non lo sarebbe?! Il luogo destinato all’eterno riposo per la defunta rimpatriata è la Villa Contarini.


Molti sono i conoscenti della famiglia che si sono premurati a porgere le condoglianze agli addolorati. Tra questi anche l’amante di Francesco, Paola Signorini (Maria Grazia Spina).
Ma è proprio il funerale l’occasione che getta le prime ombre sulla persona del nonno. Francesco viene a scoprire che il patrimonio dell’anziano sarebbe proveniente da attività di stampo mafioso poste in essere nel paese oltre oceano, patrimonio che, inoltre, sarebbe stato bruciato in un incidente. Lo stimato professionista vede nella sciagura la sua morte economica.
Pur avendo il beneficio di un cospicuo introito garantito dalla professione medica, il pagamento effettuato per la villa rappresenta una spesa insostenibile.
In questo scenario confuso fa la sua comparsa un angelo della salvezza: Mary (Pamela Villoresi), giovane giunta dall’America come governante e amante del nonno. Con la sua freschezza e spontaneità la ragazza conquista l’animo di Francesco il quale si dichiara disposto perfino a una rapina pur di reperire il denaro che gli permetterebbe di condurre una nuova esistenza, lontano dall’accomodante realtà trevigiana.


I piani, però, si complicano poiché i milioni del nonno fanno gola a tutti.
Conviene arrestare qui il racconto della trama per dare la possibilità a chi avrà la curiosità della visione di scoprire da sé il giallo in questa storia.
Infatti, il film, pur sviluppandosi come una commedia dell’azione e della parola, sorprende lo spettatore con una misurata dose di poliziesco. In seguito, ci sarà spazio per la figura del commissario di polizia, interpretato con abilità e simpatia da Pino Caruso.
La vicenda portata sullo schermo da Pasquale Festa Campanile non è tra le più originali ma la sceneggiatura (Castellano e Pipolo) è veramente ben congegnata. Sorprendentemente, la pellicola mantiene un ritmo di buon livello dalle prime alle ultime battute. A questa qualità aggiunta contribuisce indubbiamente la bravura degli attori: l’irresistibile Johnny Dorelli è quasi sempre in scena; l’intrigante Pamela Villoresi
stuzzica i sensi di tutti e l’affascinante Maria Grazia Spina pone equilibrio anche alle situazioni surreali.
La trama trova origine nel racconto di Piero Chiara, “Parlami d’amore Mariú”.


Pasquale Festa Campanile si iscrive nella lunga lista dei registi italiani che hanno portato sullo schermo racconti o romanzi di Chiara: nel 1970, Alberto Lattuada ha diretto “Venga a prendere il caffè da noi” tratto da “La spartizione”; nel 1971, Marco Vicario si è occupato di “Homo Eroticus”; nel 1974, Paolo Nuzzi ha diretto “Il piatto piange”; Francesco Massaro si è ispirato a all’omonimo racconto per “La banca di Monate”(1976); nel 1977, Dino Risi ha diretto “La stanza del vescovo”, e molti altri ancora fino al contemporaneo “Il pretore”(2014) tratto dal romanzo “Il pretore di Cuvio”, diretto da Giulio Base.
Dimmi che fai tutto per me” è un film in cui va apprezzata la suggestiva ambientazione veneta, con la splendida villa palladiana all’interno della quale si sviluppa buona parte della vicenda.
Meno apprezzabile risulta il vocabolario dialettale sfoggiato dagli attori che, in più di un’occasione, sarà percepito come una forzatura.

Dimmi che fai tutto per me
Un film di Pasquale Festa Campanile. Con Johnny Dorelli, Andréa Ferréol, Jacques Dufilho, Pamela Villoresi, Enzo Robutti, Pino Caruso, Nanni Svampa, Stefano Amato Commedia, durata 100 min. – Italia 1976

Johnny Dorelli: Francesco Salmarani
Pamela Villoresi: Mary Mancini
Andréa Ferréol: Miriam Salmarani
Pino Caruso: il commissario
Jacques Dufilho: Spinacroce
Grazia Maria Spina: Paola
Nanni Svampa: il “biondino”
Ferdinando Murolo: Roberto Mancuso detto Robbie
Stefano Amato: Mino
Enzo Robutti: Felegatti

Regia Pasquale Festa Campanile
Soggetto Piero Chiara (racconto), Suso Cecchi d’Amico
Sceneggiatura Castellano e Pipolo
Produttore Leonardo Pescarolo
Distribuzione (Italia) Euro International Film
Fotografia Franco Di Giacomo
Montaggio Antonio Siciliano
Effetti speciali Marcello Fuga / Riccardo Vernier
Musiche Armando Trovajoli
Scenografia Guido Josia

 

– Papà, tu lo conosci il nonno?

– No, non l’ho mai visto.

– Ma la mamma lo conosce il nonno?

– Mino, non dire stupidaggini, vuoi che non conosca il suo padre?!

– Beh, domandavo… .

 

– Nonno, tua mamma com’è morta?

– Ah, un colpo… .

– Eh, naturale, alla sua età.

– Ma no! Un colpo de rivoltella.

 

– Cinque milioni di dollari aveva e si sono bruciati tutti nel fiume col motoscafo dell’irlandese, quello delle bombe! E io dovrei stare calmo, con i gangsters che vanno e vengono scassinando le bare?! Ma chi è tuo padre?! Un boss, Al Capone, Dillinger?!

– Adesso basta, Francesco, tu hai visto troppi film gialli, spegni la luce,vieni a dormire.

 

– Ma sai che sei la cosa più bella che mi sia capitata nella vita?! Sarebbe proprio fantastico fuggire insieme. Pensa poter dire a tutti arrivederci e grazie. No, anzi, niente arrivederci e niente grazie. Ma chi devo ringraziare?! Ma che vita è stata la mia? Una continua faticata. Ho faticato a prendere la laurea, ho faticato per crearmi una clientela e ho faticato ancor di più per far capire alla gente che non avevo sposato mia moglie per i soldi. Intanto il tempo è passato, ho visto il mondo e non ho fatto pazzie. Adesso il momento è arrivato, Mary. La facciamo una pazzia insieme? Fuggiamo. Partiamo subito.

– Se è per questo, stiamo già partendo.

– Porco Giuda… .

 

 

febbraio 18, 2018 Posted by | Commedia | , , , , | Lascia un commento

Il giocattolo

Il giocattolo locandina

La rivincita di un uomo qualunque.O anche la giustizia fai da te che si sostituisce all’ordine costituito.O ancora una pistola come prolunga fallica in grado di diventare una ragione di vita.O altro ancora,scegliete voi.Le chiavi di lettura di Il giocattolo sono tante,molteplici.

E ognuna si incastra perfettamente nella sceneggiatura del film che Giuliano Montaldo dirige nel 1979 in un momento storico particolarmente confuso;l’Italia è ancora sotto choc dal cruento episodio di Via Fani,durante il quale ha scoperto un terrorismo ormai avviato allo scontro frontale con lo stato e senza più mediazioni.La parabola crudele e violenta del terrorismo stesso sta per volgere al termine (anche se ci saranno colpi di coda negli anni 80) ma questo gli italiani non lo sanno.C’è solo molta paura,in giro,c’è voglia di sicurezza,di tranquillità.Invece gli episodi cruenti legati al terrorismo e alla malavita organizzata (sono gli anni della banda della Magliana) hanno diffuso insicurezza e instabilità.

Montaldo scrive una sceneggiatura in cui questi temi entrano da una porta secondaria,almeno all’apparenza;viceversa una lettura attenta propongono drammaticamente sullo sfondo le vere motivazioni del film,nel quale il personaggio di Barletta,uomo placido e dalla vita qualunque viene coinvolto in qualcosa molto più grande di lui e finisce per diventare un simbolo della ribellione del cittadino qualsiasi alla violenza quotidiana.Ma non bisogna farsi attrarre dalla facile lettura univoca di questo aspetto del film;nello stesso sono toccati più temi,quello dell’amicizia e quello del quotidiano di una vita anonima,quello del sociale e quello del quotidiano di tutti coloro che si trovarono a vivere quegli anni straordinari ma al tempo stesso così complicati,in un periodo storico che traghettò l’Italia dagli anni di piombo agli incredibili anni ottanta,quelli del tutto è a portata di mano e quelli della vita da cicale che avrebbero fatto da incubatrice alla grande crisi socio economica degli anni duemila.

Il giocattolo 1

Il giocattolo 2

Il protagonista della pellicola è un uomo assolutamente e totalmente anonimo, il ragionier Vittorio Barletta;vita tranquilla,una delle tantissime nascoste nelle pieghe di una metropoli violenta e disumanizzante,vita condizionata dalla frustrazione sul lavoro ma sopratutto dalle precarie condizioni di salute di sua moglie Ada.L’unica consolazione del “ragiunier” sono gli orologi,che Vittorio ama e ai quali dedica il tempo libero;il lavoro è frustrante,sopratutto perchè Vittorio lo svolge alle dipendenze di un suo ex compagno di scuola,Nicola Griffo, che lo fa lavorare alle sue dipendenze non certo per amicizia.Griffo è un’affarista senza scrupoli,che ha trovato in Vittorio un comodo e servile collaboratore sul quale scaricare le eventuali responsabilità di affari sporchi nei quali quotidianamente si muove.

Così Vittorio divide un’esistenza soffocante, disumanizzante, stretto fra una falsa amicizia,un lavoro insoddisfacente e una moglie malata.Sarà una rapina in un supermercato a segnare una svolta imprevedibile nella sua vita.Coinvolto nella sparatoria seguente all’atto criminale,Vittorio resta ferito seriamente ad una gamba;durante la riabilitazione conosce un poliziotto,Sauro Civera,che gli mostra immediatamente simpatia.Vittorio è meridionale come Sauro,napoletano;la matrice comune,l’identità che i due ritrovano nel sentire e nel vedere,in quell’essere emigrati in una terra fondamentalmente ostile li avvicina e tra loro nasce un rispetto e un’amicizia solida.

Sarà il poliziotto a cambiare per sempre la vita di Vittorio il giorno in cui lo porta ad un poligono e gli fa sparare i primi colpi di pistola.Sotto lo sguardo allibito dell’istruttore del poligono (il compianto Daniele Formica),Vittorio mostra un talento naturale nell’uso della pistola tanto da centrare tutti i bersagli.Sauro regala a Vittorio una pistola,che lo stesso avrà modo di usare contro un bersaglio umano una sera nella quale le vite dei due finiscono per dividersi definitivamente;Sauro muore in un conflitto a fuoco e Vittorio uccide uno dei banditi.

Il giocattolo 3

Il giocattolo 4

Per il ragionier Barletta la vita diventa un incubo.Se per i cittadini è un eroe che ha fatto vendetta da se,per i malviventi è diventato un nemico.Vittorio viene perseguitato con minacce,mentre la situazione di salute di sua moglie continuano a peggiorare.Con il cuore colmo di angoscia la vita prosegue,ma sempre più alienante;una sera Vittorio viene circondato da alcuni malviventi. Dopo aver finto paura,spara e ferisce alcuni malviventi.Ora non è più solo un giustiziere ma anche un uomo pericoloso,che la polizia incrimina per eccesso di legittima difesa.La situazione precipita.Vittorio viene incarcerato proprio mentre sua moglie si aggrava;una sera riceve la visita della figlia di Griffo,Patrizia,che lo seduce e poi racconta tutto a suo padre.Griffo decide di licenziare Vittorio,non prima di essersi re intestato conti e danari detenuti da Vittorio.Ora per il ragioniere è davvero finita.

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Medita vendetta e di usare per l’ultima volta il giocattolo,la sua fedele pistola ma…Un Nino Manfredi una volta tanto non romano presta il volto all’anonimo Vittorio Barletta con misura e drammaticità,come del resto richiesto dalla sceneggiatura.Alla quale collaborò lo stesso attore ciociaro,mostrando la sua poliedricità come autore e sopratutto un camaleontismo incredibile come attore.Basti pensare alle due grandi interpretazioni successive in Cafè express e in Nudo di donna (terza e ultima regia dell’attore),in cui metterà in scena due personaggi differenti e complessi.

Il giocattolo è un film molto interessante, al quale si può riconoscere un difetto grosso anche se non capitale,ovvero l’aver voluto mettere troppa carne al fuoco contemporaneamente alla descrizione della figura,tutto sommato dolente,di un ragioniere qualsiasi alle prese con vicende troppo più grandi di lui.Ma la regia scorre veloce e grazie ad un cast estremamente misurato e di valore naviga a gonfie vele fino all’amaro finale e alle parole profetiche (un po retoriche) che Barletta e sua moglie pronunciano,

””Ma dove sono tutti?”

“E dove sono? Sono tutti lì davanti alla televisione!”

“Ma qualcuno avrà pure sentito lo sparo…?”

“Ma ormai chi vuoi che s’accorga di un colpo di pistola?”

Una resa del cittadino qualunque che capisce di essere un granello di sabbia in un deserto.Sicuramente a tratti affiora l’ombra del qualunquismo,alcune scene e alcuni concetti sono davvero tagliati con l’accetta.Ma l’impianto narrativo resta di prim’ordine e la maschera dolente di Manfredi copre alcune inevitabili grossolanità della trama.Tributi a Un borghese piccolo piccolo di Monicelli (la vendettad i un uomo qualsiasi in questo caso sull’assassino del figlio),Il giustiziere della notte (un uomo abile con la pistola fa giustizia da se) e L’arma di Squitieri.Per quanto riguarda il citato cast,straordinario Arnoldo Foa, unico nei ruoli di “antipatico”,che spesso gli venivano affidati per quella sua aria a metà strada tra il canagliesco e l’aristocratico.Bravissimo il compianto Vittorio Mezzogiorno,bravissimo nel ruolo del poliziotto Sauro che inizierà Barletta all’uso della pistola,mentre decisamente brave sono le principali interpreti femminili,ovvero Marlene Jobert che rende perfettamente la fragile e malata Ada,Pamela Villoresi nel ruolo della figlia di Griffo,Patrizia (memorabile la scena dei “gorillini”che intende rifilare al padre) e infine Olga Karlatos,nobile e bellissima nel ruolo della moglie dello scaltro Nicola Griffo.

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Molte luci,mescolate a diverse ombre; Montaldo passa dalle biopic Giordano Bruno e Sacco e Vanzetti ad una storia che comunque affonda le radici nella storia degli anni di piombo.Lo fa a modo suo,con lucidità ma anche con mano pesante.Un film controverso,comunque da vedere.

Pur passando spesso in tv,Il giocattolo non ha ancora una versione digitale.E’ presente in una versione presa dalla tv su You tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=f8Hif5fxvTU 

Il giocattolo

Un film di Giuliano Montaldo. Con Nino Manfredi, Olga Karlatos, Marlène Jobert, Pamela Villoresi, Arnoldo Foà, Vittorio Mezzogiorno, Loris Bazzocchi, Mario Brega, Mario Cecchi, Carlo Bagno, Luciano Catenacci, Arnaldo Ninchi, Renato Scarpa, Daniele Formica Drammatico, durata 118 min. – Italia 1979

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Il giocattolo banner protagonisti

Nino Manfredi: Il ragioniere Vittorio Barletta

Olga Karlatos: Laura Griffo

Marlène Jobert: Ada, sua moglie

Pamela Villoresi: Patrizia Griffo

Arnoldo Foà: Nicola Griffo

Vittorio Mezzogiorno: Sauro Civera

Loris Bazzocchi

Mario Brega: Un rapinatore

Mario Cecchi

Carlo Bagno: Lo scopino del carcere

Luciano Catenacci: “Gorilla” di Griffo

Arnaldo Ninchi: L’intervistatore della tv

Renato Scarpa: L’armaiuolo

Daniele Formica: Gualtiero l’istruttore di tiro

Margherita Horowitz: Proprietaria della pizzeria

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Regia Giuliano Montaldo

Soggetto Sergio Donati

Sceneggiatura Sergio Donati, Giuliano Montaldo, Nino Manfredi

Produttore Claudio Mancini, Sergio Leone

Fotografia Ennio Guarnieri

Montaggio Nino Baragli

Musiche Ennio Morricone

Scenografia Luigi Scaccianoce

Costumi Franco Carretti, Erminia Ferrari Manfredi

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“Eh, non lo so! Oggi si rischia la vita tutti i minuti; vale la pena di curarsi il mal di testa? Non lo so, fai te!”

“Questa è una 38 con bam masterpiece, canna da 165, 1332 gr. di peso, massima precisione, è un fatto di balistica, ma voi che cazzo ne sapete di balistica?”

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L’opinione di Will Kane dal sito www.filmtv.it

Inquadrato fin dall’inizio come un uomo pavido e alle prese con situazioni troppo grosse per lui, Vittorio è un ometto sulla cinquantina senza pretese, che conduce una vita familiare monotona, ha una moglie con cui comunica relativamente, e spesso preferisce occuparsi della riparazione della sua collezione di orologi:fin quando non si ritrova nel bel mezzo di una rapina in un supermercato, dopodichè gli entra una fissa per le pistole e monta in lui una paranoia sempre crescente che lo porta ad affezionarsi troppo al peso di un’arma in mano. Su un tema del genere uscì, quasi contemporaneamente, “L’arma” di Squitieri con Stefano Satta Flores, ed è chiarissimo il riferimento all’operazione di Monicelli-Sordi con la riuscita di “Un borghese piccolo piccolo”. Anche se il cast tecnico è di prima categoria(Morricone però fa un pò troppo il verso a se stesso e “Indagine su un cittadino…”), Montaldo infarcisce di eccessi retorici copione e film fino a renderlo da drammatico grottesco, vedasi l’incredibile declamazione finale in una scena altrimenti di forte impatto, e non sfrutta bene un Manfredi che vorrebbe ripetere il numero di Albertone in veste violenta:abbastanza ambiguo nella fin troppo sottolineata tesi di base( la violenza è punita solo se a praticarla è un poveraccio come il protagonista? e allora che deve fare un uomo per recuperare rispetto e dignità, secondo la sceneggiatura), “Il giocattolo” sembra andare avanti a tastoni, dimenticandosi di un personaggio imprescindibile per la storia come quello di Vittorio Mezzogiorno dopo la sua dipartita.E se la coppia al centro della vicenda ha momenti di credibilità concreta, soprattutto quando l’uomo, di fronte alle difficoltà adotta un modo di reagire bambinesco e passivo, molti dei personaggi di contorno sembrano tagliati con l’accetta.

Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com

B. Legnani

Incredibile come il film, dopo un primo tempo davvero buono, crolli nel secondo, laddove l’accettabile romanzesco si fa inverosimiglianza allo stato puro, ma non quella che s’amalgama col grottesco, bensì quella che fa dire “ma non è possibile…”, fino al bruttissimo, gratuito finale (non sapevano come chiudere il film?). Manfredi bravissimo, anche se talora la sagace ironia tipica dei suoi caratteri non si sposa benissimo col personaggio. Grandi pure Foà e Mezzogiorno: molto più del film, se viene preso nel suo complesso.

Galbo

Vero e proprio noir italiano, il film di Giuliano Montaldo è per molti versi complementare al capolavoro di Monicelli Un borghese piccolo piccolo. Gran parte del merito per la riuscita del film va ad un ottimo Nino Manfredi, che riesce a rendere con molta efficacia il ruolo di un uomo qualunque, completamente soggiogato dal possesso di un’arma che diventa mezzo per l’affermazione della propria personalità.

Homesick

Storia tragica che affronta i temi della delinquenza dilagante, il diritto alla legittima autodifesa, i rischi della giustizia privata, lo sciacallaggio e il cinismo dei giornalisti, le contraddizioni della legge. Superlativi Manfredi, che passa con disinvoltura dal comico al drammatico, lo spregiudicato affarista Foà, la malinconica ed apprensiva Jobert, la ninfomane Villoresi, il gagliardo Mezzogiorno. Da vedersi parallelamente a L’arma di Squitieri, con il quale, tra l’altro, condivide l’idea della pistola come estremo rimedio ad una virilità frustrata.

Markus

Il regista Giuliano Montaldo si cimenta nella commedia, narrando la vicenda drammatica di un modesto ragioniere, timido e riservato di giorno, ma giustiziere di notte (il richiamo a Il giustiziere della notte è evidente), adattandolo al clima terroristico dei nostri anni di piombo e aggiungendoci l’aggravante di aspetti psicologici che turbano il rapporto di coppia tra il ragioniere e la moglie, oltre che molti aspetti della società malsana, per altro ancora molto attuali.

Cangaceiro

Altra variazione italiana sul tema de Il giustiziere della notte dopo Un borghese piccolo piccolo. Manfredi dosa bene il suo sarcasmo e conferma una volta di più la propria bravura nei panni del povero Cristo solo e sprovveduto con moglie malaticcia a carico. Montaldo conferisce alla vicenda un’atmosfera cupa e plumbea che colpisce molto. La storia però soprattutto nella seconda parte perde di veridicità, risultando approssimativa, con un finale troppo melodrammatico e improbabile. Perfetta comparsata di Mezzogiorno, ossessive le musiche di Morricone.

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settembre 28, 2015 Posted by | Drammatico | , , , , , , | 2 commenti