Sergio Leone,la trilogia del dollaro
I primi anni sessanta non sono,per il cinema italiano,anni di vitalità straordinaria.
L’epoca dei film neorealisti,di quel cinema del dopoguerra fervido di idee e di voglia di ricominciare,è alle spalle.
Il cinema d’autore,in debito d’ossigeno,vive una fase di stanca,difatti
gli schermi si popolano di peplum e di film d’importazione,di piccole commedie all’italiana o di timidi film sexy,che avranno la loro consacrazione agli inizi degli anni settanta.
Il quadro d’assieme ha tinte opache.
Non ci sono molte idee,e ci si arrangia alla meglio.
Nel 1964 esce un film filmato da Bob Robertson,Per un pugno di dollari.
E’ un film girato in stretta economia,con attori quasi sconosciuti,fra i quali spiccano l’americano Clint Eastwood e l’italiano Gian Maria Volontè.
Il genere è il western,che in Italia ha avuto sempre un discreto successo.
Il cannovaccio classico fino a quel momento aveva visto come protagonisti i rudi cowboys,i pellerossa generalmente cattivi e dipinti come selvaggi senz’anima e i prodi e baldanzosi soldati a cavallo.
Il film di Robertson,dietro il cui pseudonimo si cela l’italianissimo Sergio Leone era stato girato quasi per scommessa.

Clint Eastwod, il Monco-Per qualche dollaro in più
Gian Maria Volontè, Indio- Per qualche dollaro in più
Lee Van Cleef, il colonnello Mortimer-Per qualche dollaro in più
E diventa un autentico caso internazionale.
Alla sua uscita brucia tutti i botteghini,arrivando ad incassare la cifra record di tre miliardi di lire.
L’enorme scalpore suscitato dal film portò alla ribalta il suo autore,che potè finalmente mostrare a tutti la sua identita.
Non un regista americano,ma un italianissimo figlio d’arte.
Robertson difatti significa figlio di Roberti, pseudonimo usato dal padre Vincenzo Leone.
La trama del film è sostanzialmente molto semplice.
In un paese del confine messicano arriva un cavaliere senza nome.
Affronta una banda che terrorizza la zona,la sbaraglia e scompare nel nulla,in silenzio,così com’era arrivato.Di lui non si sà nulla,nemmeno il nome.
Il film era stato girato come già detto in stretta economia,in Spagna.
Leone si era ispirato volutamente ad un’opera del 1961 di Akyra Kurosawa,La sfida del samurai.
Lo straordinario successo del film costa a Leone una denuncia di plagio,che si concluderà con una condanna:in Giappone,Corea e Formosa i diritti esclusivi del film saranno introitati dalla casa di produzione di Kurosawa,assieme al 15% dei diritti mondiali.

Clint Eastwood, lo straniero senza nome
Gian Maria Volontè ,Ramon Rojo
Leone reagirà sarcasticamente,ricordando che a maggior ragione avrebbero duvuto sentirsi defraudati Stevens,autore del Cavaliere della valle solitaria e Goldoni,autore di Arlecchino servo di due padroni.
Per un pugno di dollari diventa un caso di costume.
Ci si interroga sui reali perchè del suo successo,che al momento non vengono capiti per intero.
Eppure la risposta è semplice:il ruolo del giustiziere senza macchia e senza passato ha sempre avuto un fascino rilevante sullo spettatore.
Il film di Leone è tirato senza sorrisi e senza pause:ha una colonna sonora sontuosa,composta da un vero maestro,Ennio Morricone;Eastwood ha un volto assolutamente perfetto,con quell’espressione monocorde che lo caratterizza,così come è perfetto Gian Maria Volontè,luciferino,diabolico,con un volto da cattivo scolpito nella pietra.
I paesaggi arsi e desolati ricordano nell’immaginario collettivo la terra di frontiera,quel confine messicano che nessuno conosce dal vivo,ma che tutti immaginano esattamente com’è nel film.
Il successo del film porta Leone a replicare l’esperimento.
Nasce Per qualche dollaro in più,che migliora qualitativamente la recitazione,la suspence e il ritmo narrativo.
Nel film,alla coppia già sperimentata Eastwood-Volontè si aggiunge un altro caratterista del cinema western americano,Lee Van Cleef.
La colonna sonora è nuovamente affidata a Morricone,e tra i comprimari vengono scritturati attori molto bravi tra i quali spiccano Kijnskj e Pistilli. Tecnicamente Per qualche dollaro in più è perfetto.
Non ha cedimenti è teso come una corda di violino ed è un film tutto al maschile.
L’unica donna compare per qualche secondo solo nella rievocazione della storia del colonnello Mortimer,nelle scene memorabili del carillon,autentico colpo di genio del regista.
La caccia a Indio, il cattivo in assoluto del film, la strana alleanza tra lo straniero monco e il colonnello,fino all’olocausto finale sono quanto di più affascinante prodotto fino ad allora nel cinema western.
Ancora una volta la scenografia è limitata al massimo:l’ambientazione è pressochè la stessa di Per un pugno di dollari,le musiche sono praticamente un seguito,ampliato e reso armoniosamente “commerciale”di quelle del film precedente.
In effetti è passato solo un anno,dallo straordinario successo di Per un pugno di dollari,ma Leone appare già più maturo,più attento ai particolari,più regista d’atmosfera,in definitiva.
Adesso può dedicarsi ad un opera più complessa,più ambiziosa delle precedenti,un’opera che abbia lo stesso percorso iniziale,ma che sia anche una visione più universale,che abbia dentro qualcosa che non sia solo l’azione o la caratterizzazione del personaggio.
Nasce così Il buono,il brutto e il cattivo,forse il più completo della trilogia,disteso com’è su un arco temporale di tre ore di proiezione.
C’è ancora Clint Eastwood,l’attore che “aveva solo due espressioni:con il cappello e senza il cappello”,come affettuosamente faceva notare Leone;c’è ancora Lee Van Cleef,questa volta nella parte del cattivo,uno spietato e opportunista “Sentenza”.
Ma c’è sopratutto Eli Wallach,faccia dannata,ma di una simpatia che appare immediata pur nel ruolo non facile del fuorilegge.
Tuco è quasi italiano,nella sua psicologia:furbo e opportunista,comico e irriverente.
La colonna sonora è affidata ancora a Morricone,e funge da ideale trait d’union fra i vari punti del film,che si congiunge in un finale dal sapore ironico,ma commosso.
Il duello a tre fra i personaggi del film celebra l’idea iniziale del regista.
L’affresco è completo,con i personaggi che sono giunti alla resa dei conti:la musica di Morricone scandisce il tempo,mentre la camera da presa indulge sui volti dei protagonisti.
Biondo,Tuco e Sentenza si squadrano,nell’attesa spasmodica degli spari che sanciranno la vita o la morte.
Ed è proprio Sentenza a perire,mentre Tuco viene costretto a restare in bilico,ancora una volta,con una corda al collo.
Ma il lieto fine,ironico ,c’è,mentre si alza fortissimo il grido del fuorilegge:
“biondo sai di chi sei figlio tu?di una grandissima putta……………..aaaaaaaaaaaaaaaaa!
Scorrono i titoli di coda,con la musica di Morricone. E’ la chiusura di un percorso ideale,quello iniziato con Per un pugno di dollari.
Ma in quest’ultimo film,grazie anche ai tempi più dilatati,c’è spazio per un Leone che sottolinea la follia della guerra,simboleggiata dalla grandiosa scena della distruzione del ponte;o anche dalla scena della morte del soldato,al quale biondo accende simbolicamente la sigaretta.
Spazi di comicità e di violenza,alternati ad un ritmo meno ossessivo e meno rigoroso dei due film precedenti.
E’ questa fondamentalmente la novità di Il buono il brutto e il cattivo.
Biondo e Tuco hanno più sfumature,sono delineati meglio rispetto ai personaggi dei primi due film:c’è spazio per qualche notizia in più sul passato,anche se limitato solo al personaggio di Tuco.
Che appare come una vittima,più che come un bandito.
Memorabile il duetto con il fratello prete:”dalle nostre parti o scegli di fare il prete o scegli di fare il bandito…..Io ho scelto la parte più difficile”,dice Tuco.
Un pò di moralismo,che però si inserisce alla perfezione nell’impianto narrativo.
Così come si inserisce splendidamente la comicità fulminante di Biondo,come nel caso dell’incontro con i soldati:”Dio non è con noi,perchè anche lui odia gli stupidi”
Il giustiziere solitario,la vendetta,infine la guerra di secessione e la brama di denaro.
Tre argomenti diversi,per tre trame distinte ma unite da un filo conduttore,ovvero raccontare un West diverso,meno epico e più individualista.
Man mano che il suo progetto cresce,cresce la maestosità delle scene,che raggiunge il culmine con Il buono il brutto e il cattivo.
E’ l’apoteosi di Leone,che diventerà ancor più visibile con C’era una volta il West.
Per quasi quarant’anni il cinema italiano continuerà a interrogarsi,con stupore,sul successo straordinario delle produzioni di Leone.
Che daranno il via ad una selvaggia opera di imitazione,con oltre 400 film prodotti sulla scia dei tre capostipite.
Da Diango a Sartana a Ringo,si tenterà di emulare il personaggio vincente del giustiziere solitario come del monco e o del Biondo.
E i tre film diventeranno curiosamente oggetto di studio,nonchè di culto,proprio nel paese del selvaggio west.
Che guarderà con ammirazione ad un cinema essenziale,senza fronzoli,girato con tante idee e pochi soldi come quello di Leone.
Clint Eastwood: Joe, lo straniero
Gian Maria Volontè: Ramón Rojo
Marianne Koch: Marisol
Wolfgang Lukschy: John Baxter, lo sceriffo
Sieghardt Rupp: Esteban Rojo
Antonio Prieto: Don Miguel Rojo
José Calvo: Silvanito
Margarita Lozano: Consuelo Baxter
Daniel Martín: Julio
Benito Stefanelli: Dougy
Bruno Carotenuto: Antonio Baxter
Joseph Egger: Piripero
Mario Brega: Chico
Aldo Sambrell: Rubio
Clint Eastwood: il Monco
Lee Van Cleef: Colonnello Douglas Mortimer
Gian Maria Volontè: El Indio
Mario Brega: El Niño
Mara Krupp: Mary
Luigi Pistilli: Groggy
Klaus Kinski: Wild, il gobbo
Joseph Egger: il vecchio profeta
Benito Stefanelli: Luke, membro della banda dell’Indio
Aldo Sambrell: Cuchillo
Lorenzo Robledo: Tomaso, il traditore
Sergio Mendizábal: direttore della banca di El Paso
Clint Eastwood: Biondo, il Buono
Eli Wallach: Tuco Benedicto Pacifico Juan Maria Ramirez, il Brutto
Lee Van Cleef: Sentenza, il Cattivo
Luigi Pistilli: padre Pablo Ramirez
Aldo Giuffré: Capitano Clinton
Rada Rassimov: Maria, la prostituta
Enzo Petito: Milton, il proprietario dell’emporio
John Bartha: sceriffo
Livio Lorenzon: Baker
Antonio Casale: Jackson, alias Bill Carson
Claudio Scarchilli: membro della banda di Sentenza #1
Sandro Scarchilli: membro della banda di Sentenza #2
Benito Stefanelli: membro della banda di Sentenza #3
Lorenzo Robledo: membro della banda di Sentenza #4
Aldo Sambrell: membro della banda di Sentenza #5
Angelo Novi: monaco giovane
Antonio Casas: Stevens
Al Mulock: Elam, il cacciatore di taglie monco
Sergio Mendizábal: Cacciatore di taglie biondo
Antonio Molino Rojo: Capitano Harper
Mario Brega: Caporale Wallace
La meglio gioventù

Si può restare incollati alla poltrona,per sei ore di fila,a gustarsi un film.
E’ quello che succede guardandosi,anzi,gustandosi,La meglio gioventù,di Marco Tullio Giordana, un film che è un affresco storico dal grande fascino,trattato con delicatezza e un pizzico di commozione da un regista che conosce bene l’arte cinematografica.
Quaranta anni di storia italiana,raccontati attraverso le vicende di due fratelli e di una famiglia,attraverso la storia di Nicola,giovane idealista,e di suo fratello Matteo,alter ego in senso opposto,tormentato e insicuro,dall’incerta sessualità,in opposizione violenta alla solarità del fratello.
Storia d’Italia vera,quella che parte dai primi ricordi visivi di Nicola,dalle sue prime esperienze all’interno di una società in veloce evoluzione;l’incontro con Giorgia,una ragazza difficile,in ritardo cognitivo,eppure dagli occhi pieni di saggezza,quella saggezza che sconfina nella follia,in un gioco di luci e ombre che ne esalta l’umanità.
E il rapporto tormentato e difficile con quel fratello strano,che sembra vivere galleggiando,senza grossi voli,senza stimoli apparenti. Le due storie si separano,e assistiamo alla loro evoluzione:Nicola parte per un lungo viaggio verso il nord Europa,dal quale tornerà solo per andare a fare l’angelo del fango,durante l’alluvione di Firenze.Qui incontrerà la donna del futuro,il grande amore,che diventerà la pietra miliare della sua esistenza,Giulia,amore tormentato dapprima,disperato dopo.
In mezzo alla storia dei protagonisti,scorre la storia dell’Italia,con il suo sessantotto,con le Brigate Rosse,passando per la tragica epopea di tangentopoli per chiudersi con la morte di falcone e con l’arrivo delle storie dei protagonisti ai giorni nostri.
In mezzo le vite qualsiasi di Nicola,Matteo,Giulia,Giorgia,con il loro carico di angosce e delusione,di amori e dolore,di vita e di morte. Assistiamo ai vari processi della vita dei protagonisti:l’adolescenza,con il carico di sogni,di voglia di libertà,di giustizia,di ideali forti,il passaggio all’età adulta,con il conseguente scontro con regole sociali dettate dalla cultura del periodo,fino alla quieta accettazione del futuro,che nel caso di Nicola,sarà il riscoprire di un sentimento perduto,quello dell’amore,vissuto a metà,con la sola compagnia della figlia avuta da Giulia.
In mezzo,rabbia e amore,contestazione e problemi,morte e violenza.Tutto quello che la società,in evoluzione,ha prodotto nel corso della sua storia,fatta di persone,certo,ma fatta anche di tragedie,grandi e piccole.La meglio gioventù racconta le persone,racconta sogni,li rapporta al sociale.Senza volerne fare un’epopea,senza voler fare processi storici agli avvenimenti.
Semplicemente guardando,con occhio commosso,triste e malinconico,allegro e spensierato,a quello che ha rappresentato per la meglio gioventù,quella post bellica ricca di valori e voglia di vivere,la storia di un paese che è cresciuto tra mille contraddizioni,preda di un vortice in cui si mescolano,fatalmente,le vite dei suoi protagonisti.La gente comune,alla ricerca di una sua identità.

Guardare questo film significa commuoversi,intenerirsi,indignarsi,provare nostalgia e rimpianto.La verità arriva alla fine,quando i protagonisti,ognuno in modo diverso,ha finito per svolgere il ruolo che era destinato a svolgere:la vita la vivi con le sue contraddizioni,passi attraverso il dolore per accettare,con filosofia,il carico che hai portato addosso.Anche dalla notte di avvenimenti terribili può spuntare un giorno,se non radioso,di pallido sole,che ti fa sperare che il domani sia migliore.La tela è completa,il quadro è impressionista.
Nicola ritrova l’amore,la speranza,il sorriso,persi nel rincorrere i fantasmi del passato;la moglie,la morte di Matteo,della quale si sentirà in qualche modo responsabile,l’abbandono di Giorgia,misti alla vita di tutti i giorni,i problemi sul lavoro,le piccole o grandi vittorie,le piccole o grandi sconfitte. La meglio gioventù è tutto questo:una storia d’amore,anzi,più storie d’amore;amicizia,illusione,disillusione,speranza.E altro ancora.
E’ il cammino di vita di giovani che hanno fatto la storia,anche se non sempre da protagonisti. Ma,in fondo,chi l’ha detto che essere protagonista significhi sempre e soltanto avere un ruolo primario? La storia erano loro,le migliaia di vite che hanno calcato le scene.La storia della meglio gioventù,quella che ha vissuto una vita degna di essere chiamata tale.
La meglio gioventù, Un film di Marco Tullio Giordana. Con Luigi Lo Cascio, Adriana Asti, Sonia Bergamasco, Maya Sansa, Fabrizio Gifuni.Jasmine Trinca, Alessio Boni, Camilla Filippi, Valentina Carnelutti, Andrea Tidona, Lidia Vitale, Greta Cavuoti, Riccardo Scamarcio, Claudio Gioé Drammatico, durata 360 min.











* Luigi Lo Cascio: Nicola Carati
* Alessio Boni: Matteo Carati
* Adriana Asti: Adriana Carati
* Sonia Bergamasco: Giulia Monfalco
* Fabrizio Gifuni: Carlo Tommasi
* Maya Sansa: Mirella Utano
* Valentina Carnelutti: Francesca Carati
* Jasmine Trinca: Giorgia
* Andrea Tidona: Angelo Carati
* Lidia Vitale: Giovanna Carati
* Claudio Gioè: Vitale Micavi
* Giovanni Scifoni: Berto
* Paolo Bonanni: Luigino
* Mario Schiano: Il professore di medicina

Regia Marco Tullio Giordana
Soggetto Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Sceneggiatura Sandro Petraglia, Stefano Rulli
Casa di produzione BiBi Film
Fotografia Roberto Forza
Montaggio Roberto Missiroli
Musiche Johann Sebastian Bach, Wolfgang Amadeus Mozart, The Animals, Astor Piazzolla
Scenografia Franco Ceraolo, Cristiana Amendola

The Animals – The House of Rising Sun
Fausto Leali – A chi ?
Astor Piazzolla – Oblivion
Astor Piazzolla – Remembrance
Cesária Évora – Sodade
Cesária Évora – Fruto Proibido
Georges Delerue il tema Catherine et Jim dal film Jules et Jim
Amado mio déformato in Anatomia da Carlo e Vitale
Something’s new
Blue moon
Fascination
Mina – Ora o mai più
Mozart – L’Allegro Maestoso della Sonata per piano n° 8
Mozart – Clarinet concert
Queen – Who wants to live forever
Fernando Sor – Studio 5 (numerazione di Segovia)
Fernando Sor – Studio 17 (numerazione di Segovia)
Fats Domino – Ain’t That a Shame
Four Tops – Reach out I’ll be there
Creedence Clearwater Revival – I Heard It Through The Grapevine
Dinah Washington – I’m Through With Love
Dinah Washington – Time After Time
Benjamin Britten – Sentimento Sarabanda
Giovanni Sollima – Aria
Johann Sebastian Bach – Singet dem Herren ein neues Lied
Note:
Una delle accuse,peraltro risibili e poco intelligenti mosse al film è quella di essere superficiale.
Il film è profondo,tutt’altro che superficiale.
Il mezzo cinematografico non permette la descrizione temporale,se non in sequenza veloce.
Il regista ha puntato più sulla descrizione dei personaggi,sui vari fatti con cui vengono a contatto,che al periodo storico lungo quasi 40 anni.
La storia si dipana bene,raccontando con occhio quasi commosso,le vicende di gente qualunque,alle prese con la quotidianità che potrebbe benissimo essere la nostra.
Sono storie di persone qualsiasi,che vivono la loro vita facendosi anche scorrere addosso gli avvenimenti,alle volte attraversandoli senza la piena cognizione della loro vera portata.
Del resto,quanti di noi si sono resi conto veramente di quel che ci succedeva attorno?
Non avevamo anche noi problemi di cuore,di quotidiano con genitori e amici,con il primo lavoro?
La forza del film è nella capacità di attrarre l’attenzione per un arco temporale molto lungo.
Francamente non ricordo altri film che durino,in versione integrale,oltre sei ore,se non la corazzata Potemkin
Parti deboli?
Qualche intreccio forzato,come la storia tra Francesca e Carlo,oppure qualche battuta di troppo,tipo quella tra Nicola e l’indagato per tangentopoli,dove,francamente,c’è un tono lezioso che irrita.
Ma sono piccolissimi dettagli,che non inficiano il risultato finale,che fanno di La meglio gioventù una delle cose migliori apparse negli ultimi anni


“Perché, si fa tanta fatica a credere alle cose belle mentre a quelle brutte ci si crede subito?” (Nicola)
“Lei ha una qualche ambizione?
Ma… Non…
E Allora vada via… Se ne vada dall’Italia. Lasci l’Italia finché è in tempo. Cosa vuole fare, il chirurgo?
Non lo so, non ho ancora deciso…
Qualsiasi cosa decida, vada a studiare a Londra, a Parigi… Vada in America, se ha le possibilità, ma lasci questo Paese. L’Italia è un Paese da distruggere: un posto bello e inutile, destinato a morire.
Cioè, secondo lei tra poco ci sarà un’apocalisse?
E magari ci fosse, almeno saremmo tutti costretti a ricostruire… Invece qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri. Dia retta, vada via…
E lei, allora, professore, perché rimane?
Come perché?!? Mio caro, io sono uno dei dinosauri da distruggere!”
(Il docente a Nicola)
Nicola: Ha segnato la Corea.
Matteo: Chissenefrega.
Nicola: Effettivamente a noi non ce ne frega niente, ma niente dè niente dè niente. Anzi, sai che ti dico, io tifo Corea. Corea, Corea, Corea, Corea!
Carlo: Diciamo in pratica che ogni tre laureati uno resta a spasso. Sostanzialmente il più stronzo dei tre.
Luigino: O ma vedete tutti quanti di andare… neh?
Don Vito: Se volete vi posso ospitare da me. Io c’ho una specie di, non una stalla, una rimessa, eh. Potete dormire lì. Meglio di un pugno in bocca, no? Di un calcio in faccia… o no?
Le musiche del film:
* The Animals The House of Rising Sun
* Fausto Leali A chi ?
* Astor Piazzolla Oblivion e Remembrance
* Cesária Évora Sodade e Fruto Proibido
* Georges Delerue il tema « Catherine et Jim » dal film Jules et Jim
* Amado mio déformato in Anatomia da Carlo e Vitale
* Mina Ora o mai più
* L’Allegro Maestoso della Sonata per piano n° 8 di Mozart
* The Queen “Who wants to live forever”
Salò o le 120 giornate di Sodoma e Gomorra

Conclusa la trilogia della vita,composta dal “Decameron”, dai “Racconti di Canterbury”e dal “Fiore delle mille e una notte”, Pier Paolo Pasolini mette mani al suo progetto più ambizioso, una rivisitazione delle 120 giornate di Sodoma e Gomorra del divin marchese De Sade, intitolandolo Salò,e usando come sottotitolo proprio il nome del libro di De Sade.
Con De Sade, Pasolini condivide l’anticonformismo e la capacità di andare oltre schemi e convenzioni sociali.
Non è un’iconoclasta come il marchese, non ha la sua carica ferocemente anticlericale e distruttiva, ma è, come lui, un diverso, uno che urla fuori dal branco.
La vita di De Sade, i suoi trent’anni passati in varie epoche in prigione,le sue opere dannate fino dalla loro uscita, la triste conclusione stessa della vita del marchese,condannato a passare gli ultimi tredici anni del esistenza in un manicomio,perfettamente lucido,affascinano Pasolini, così come affascinano i suoi romanzi in cui, al sesso sfrenato e alle sue deviazioni, si mescolano atti d’accusa verso il potere.
Un potere nichilista ed assoluto,capace di coartare l’uomo fino nell’intimo, annullandone la volontà.
Ed in fondo è quello che Pasolini vuole: una denuncia del potere, di tutto il potere, che sia politico o religioso.
Siamo nel cuore degli anni di piombo,in quel 1974 che sancisce la vittoria del fronte laico sul referendum per il divorzio,prima vera grande vittoria nel campo delle conquiste sociali e della libertà individuale.
L’Italia scopre la passione per la politica, ma vive di grandi contraddizioni: nonostante una crisi economica devastante, si cerca il superfluo, il consumo.
E Pasolini, in un celebre articolo, un po’ come aveva fatto dopo gli episodi di Villa Giulia, và controcorrente:” L’ansia del consumo è un’ansia di obbedienza a un ordine non pronunciato. Ognuno in Italia sente l’ansia, degradante, di essere uguale agli altri nel consumare, nell’essere felice, nell’essere libero: perché questo è l’ordine che egli inconsciamente ha ricevuto, e a cui deve obbedire, a patto di sentirsi ‘diverso’. Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza. L’uguaglianza non è stata infatti conquistata, ma è una falsa uguaglianza ricevuta in regalo.”
L’ondata di critiche che seguono lo trovano ancora una volta in una posizione minoritaria.
Ma per lui non è una novità.
In questo humus culturale e sociale si sviluppa il progetto su un film che sia un pugno nello stomaco, diretto e senza mediazioni.
Un attacco al potere con l’uso dello choc visivo.
Il cinema,che non è ancora precipitato nella grande crisi del decennio settanta,rimane lo strumento migliore per quelle che sono le sue intenzioni: scandalizzare, provocare.
Pasolini decide di riprendere l’opera di De Sade,e, ispirandosi a Dante, struttura il film in gironi, ripresi dalle bolge dantesche.

Da De Sade riprende il numero quattro: quattro signori, rappresentanti dei quattro poteri (nobiliare,ecclesiastico,economico e giudiziario), coadiuvati da quattro puttane, rastrellano nel circondario di Salò un gruppo di ragazzi e ragazze, che, nel corso di 120 terribili giorni, saranno sottoposti al potere assoluto, privati di ogni più elementare diritto.
Ogni giornata è divisa nella struttura dantesca :anti inferno e tre gironi.
Le quattro puttane hanno il compito di raccontare ai signori le loro perversioni sessuali, per rallegrarli e contemporaneamente educare i giovani all’obbedienza assoluta.
La rappresentazione inizia con l’anti inferno,nel quale vengono mostrati i codici di comportamento dei signori, il loro patto di sangue stipulato tramite il matrimonio fra ognuno di essi e la figlia dell’altro; si prosegue con la suddivisione dei compiti fra i giovani catturati con un rastrellamento nei dintorni.
Vittime, soldati, collaborazionisti e servitù.
Sembra uno schema sociale,molto crudo ed assoluto.
Nel primo girone, quello delle manie, i giovani vengono sottoposti ad umiliazioni e sevizie: nudi ed inermi, sono costretti a mangiare dalle ciotole degli animali, mentre i loro aguzzini sfogano,con brutalità, il loro senso di potenza e di forza.
Il girone della merda è quello che, metaforicamente, rappresenta la degradazione più estrema dell’essere umano, in balia di quel potere oscuro ed assoluto di cui parlavo prima.
Le vittime sono costrette a cibarsi sia dei loro escrementi che di quelle dei compagni o dei loro padroni, che , nel frattempo, discutono in maniera colta citando Beaudelaire o Proust o Nietsche.
Il girone del sangue porta alle estreme conseguenze il desiderio di possesso dei quattro: ormai in totale balia dei loro aguzzini,i giovani vengono torturati e uccisi tra le peggiori nefandezze possibili.
Il potere non ha mediazioni:è globale ,intrigante, totalizzante.
E dispone della vita come della morte,è un dio crudele e impietoso, che fagocita tutto, senza alcuna pietà o sentimento umano.
Tra le efferatezze, che giungono alla fine della rappresentazione visiva,con tutti i ragazzi morti e mutilati, si compie il percorso.
I potenti si preparano a fuggire,perché il potere non muore, ma si nasconde, cambia pelle.
Restano solo due annoiati sorveglianti,che ballano un valzer mentre il film volge al termine:la vita continua.
Schematicamente il film è questo.
Pasolini avrebbe dovuto completare la sceneggiatura e metterci, probabilmente, le mani.
Ma la sua morte tragica e improvvisa, avvenuta durante il montaggio, ha impedito di capire quali parti intendeva modificare.Pasolini comunque ottiene ciò che in fondo si era prefisso.La sua rappresentazione del potere brutale e violento, perverso, non lascia indifferente lo spettatore.
Già la scarna scenografia,i dialoghi raffinati e l’ambientazione dura e cruda, con l’odissea dei ragazzi costretti a precorrere la scala verso l’inferno verso il basso,in un degradante e continuo alternarsi di brutali nefandezze e perversioni sessuali costringono chi guarda il film a continui sforzi per assimilare quello che avviene sullo schermo.
I quattro potenti,alla fine, ottengono ciò che in fondo hanno costruito: la totale distruzione dell’io dei loro schiavi, e il fatto che essi sfuggano a qualsiasi punizione la dice lunga sulle intenzioni del regista.
Se si guarda alla sceneggiatura con acriticità,e si leggono i vari passi, si nota immediatamente quello che in fondo è il discorso del regista, summa di tutte le sue opere precedenti.
Solo che questa volta non c’è più la gioiosa sessualità dei film precedenti a salvare il comune mortale.
Il sesso,l’unica cosa rimasta al povero, al servo, diventa l’arma con cui annichilirlo.
Attraverso la sodomia, gesto che per lo scrittore è “il più assoluto per quanto contiene di mortale per la specie umana, il più ambiguo, per questo accetta, allo scopo di trasgredirle, le norme sociali, è infine il più scandaloso, perché pur essendo il simulacro dell’atto generativo, ne è la totale derisione” l’uomo è degradato.
Il potere diviene un paradosso:” “Ma scusi, noi, non siamo forse la dimostrazione vivente di che è realmente il Potere? L’unica vera, grande, assoluta Anarchia, è quella del potere. Infatti noi, qualsiasi cosa ci venga in mente, la più folle ed inaudita, la più priva di senso, possiamo scriverla in questo quadernetto, ed essa diviene immediatamente legale; se poi saltasse in mente di cancellarla, essa diverrebbe immediatamente illegale. Le leggi del Potere, non fanno altro che sancire questo potere anarchico,… e ciò vale per qualsiasi potere”.

C’è spazio anche per il suo ateismo e per Dio;” “Si tranquillizzi, Eccellenza, è vero che noi tendiamo a identificarci fatalmente in modo parossistico e un poco fasullo col presunto rappresentante dell’ordine, cioè con Dio, e ciò è seccante, ma dopo aver meditato a lungo sono giunto ad una conclusione liberatrice: basta sostituire la parola DIO con la parola POTERE, così tutto rientra perfettamente nel programma che ci siamo prefissi“.
Nulla sembra salvarsi,e Pasolini,in un crescendo wagneriano,sembra chiudere la porta alla speranza.
Salò è un film scomodo, terribile, ma con un suo fascino sinistro.La terribile morte che colse lo scrittore proprio durante la parte più importante per un film, il montaggio, impedì di valutare appieno il progetto nella sua globalità.
Certo è che se Pasolini avesse messo mani ad altri progetti, difficilmente avrebbe potuto superare lo scandalo e le polemiche che suscitò il film alla sua uscita.
Dall’accusa di copromania a quella di degenerato passando attraverso tutti gli insulti possibili e immaginabili, il suo nome venne letteralmente fatto a pezzi.
Il film venne processato più volte per oscenità, e a risponderne davanti ai giudici fu colui che aveva creduto nel progetto, il produttore Grimaldi.
Giudicare Pasolini attraverso questa sua ultima opera è un errore fatale.
Salò rappresenta un passaggio,uno dei tanti avvenuti nel corso della sua tormentata vita.
Non di certo il più importante,anzi.
Paradossalmente è il Pasolini meno fedele a se stesso,anche se è il più duro.
Ma la necessità di far discutere, di provocare per scuotere le coscienze, un atteggiamento che il poeta ebbe sempre nei confronti del suo pubblico e dei suoi critici lo portarono a questo film, che un risultato lo ottenne:scandalizzare.
E tutto sommato quello che Pier Paolo Pasolini fece per tutta la vita.Il film è disponibile su You tube in una versione di buona qualità digitale all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=aqPPLRkmsFw
Salò,o le 120 giornate di Sodomia e Gomorra
Scritto e diretto da Pier Paolo Pasolini
Collaborazione alla sceneggiatura Sergio Citti e Pupi Avati
Fotografia Tonino Delli Colli;
scenografia Dante Ferretti; costumi Danilo Donati;
consulente musicale Ennio Morricone; montaggio Nino Baragli, Tatiana Casini Morigi; musiche a cura di Pier Paolo Pasolini;
aiuto alla regia Umberto Angelucci; assistente alla regia Fiorella Infascelli.
Interpreti e personaggi Paolo Bonacelli (Il Duca Blangis); Uberto Paolo Quintavalle (il Presidente della Corte d’Appello); Giorgio Cataldi (il Vescovo, doppiato da Giorgio Caproni); Aldo Valletti (l Presidente Durcet, doppiato da Marco Bellocchio); Caterina Boratto (signora Castelli); Hélène Surgère (signora Vaccari, doppiata da Laura Betti); Elsa de’ Giorgi (signora Maggi); Sonia Saviange (virtuosa dì pianoforte). E inoltre: Sergio Fascetti, Antonio Orlando, Claudio Cicchetti, Franco Merli, Bruno Musso, Umberto Chessari, Lamberto Book, Gaspare di Jenno, Giuliana Melis, Faridah Malik, Graziella Aniceto, Renata Moar, Dorit Henke, Antinisca Nemour, Benedetta Gaetani, Olga Andreis, Tatiana Mogilanskij, Susanna Radaelli, Giuliana Orlandi, Liana Acquaviva, Rinaldo Missaglia, Giuseppe Patruno, Guido Galletti, Efisio Erzi, Claudio Troccoli, Fabrizio Menichini, Maurizio Valaguzza, Ezio Manni, Anna Maria Dossena, Anna Recchimuzzi, Paola Pieracci, Carla Terlizzi, Ines Pellegrini.
Produzione PEA (Roma) / Les Productions Artistes Associés (Parigi);
produttore Alberto Grimaldi; pellicola Kodak Eastmancolor; formato 35 mm, colore; macchina da ripresa Arriflex; sviluppo e stampa Technicolor; sincronizzazione International Recording, Roma; missaggio Fausto Ancillai; distribuzione United Artists Europa.

Paolo Bonacelli: Il Duca
Giorgio Cataldi: Il Monsignore
Uberto Paolo Quintavalle: L’Eccellenza
Aldo Valletti: Il Presidente
Caterina Boratto: Signora Castelli
Elsa De Giorgi: Signora Maggi
Hélène Surgère: Signora Vaccari
Sonia Saviange: La Pianista
Marco Lucantoni: I° Vittima (Maschio)
Sergio Fascetti: Vittima (Maschio)
Bruno Musso: Vittima (Maschio)
Antonio Orlando: Vittima (Maschio)
Claudio Cicchetti: Vittima (Maschio)
Franco Merli: Vittima (Maschio)
Umberto Chessari: Vittima (Maschio)
Lamberto Book: Vittima (Maschio)
Gaspare Di Jenno: Vittima (Maschio)
Giuliana Melis: Vittima (Femmina)
Faridah Malik: Vittima (Femmina)
Graziella Aniceto: Vittima (Femmina)
Renata Moar: Vittima (Femmina)
Dorit Henke: Vittima (Femmina)
Antiniska Nemour: Vittima (Femmina)
Benedetta Gaetani: Vittima (Femmina)
Olga Andreis: Vittima (Femmina)
Tatiana Mogilansky: Figlia
Susanna Radaelli: Figlia
Giuliana Orlandi: Figlia
Liana Acquaviva: Figlia
Rinaldo Missaglia: Collaborazionista (Soldato)
Giuseppe Patruno: Collaborazionista (Soldato)
Guido Galletti: Collaborazionista (Soldato)
Efisio Etzi: Collaborazionista (Soldato)
Claudio Troccoli: Collaborazionista (Repubblichino di leva)
Fabrizio Menichini: Collaborazionista (Repubblichino di leva)
Maurizio Valaguzza: Collaborazionista (Repubblichino di leva)
Ezio Manni: Collaborazionista (Repubblichino di leva)
Paola Pieracci: Ruffiana
Carla Terlizzi: Ruffiana
Anna Maria Dossena: Ruffiana
Anna Recchimuzzi: Ruffiana
Ines Pellegrini: La serva nera

Regia Pier Paolo Pasolini
Soggetto Pier Paolo Pasolini (dai romanzi del Marchese de Sade)
Sceneggiatura Pier Paolo Pasolini, Sergio Citti, Pupi Avati
Produttore Alberto Grimaldi, Alberto De Stefanis, Antonio Girasante
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Nino Baragli, Tatiana Casini Morigi, Enzo Ocone
Effetti speciali Alfredo Tiberi
Musiche Pier Paolo Pasolini, Ennio Morricone
Scenografia Dante Ferretti
Costumi Danilo Donati


Pier Paolo Pasolini sul set

Blade runner


Io ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi stellari in fiamme al largo dei bastioni di Orione… E ho visto i raggi B balenare nel buio presso le porte di Tannhauser… E tutti quei momenti andranno persi nel tempo come… lacrime nella pioggia. È tempo di morire.
“In una Los Angeles dallo scenario apocalittico, soffocata dall’inquinamento atmosferico che ha come conseguenza una continua pioggia battente, prendono corpo i personaggi del film-culto di Ridley Scott. Protagonista assoluto Rick Deckard (Harrison Ford), “ex poliziotto, ex cacciatore di taglie, ex killer”, come recita la voce fuori campo imposta dalla produzione nella versione ufficiale e poi tolta, lasciando maggior spazio all’immaginazione dello spettatore.
Deckard viene incaricato di eliminare un manipolo di replicanti, organismi complessi e perfezionati rispetto agli esseri umani, cui sono superiori in forza, agilità e intelligenza. Questi androidi, fabbricati dalla Tyrell Corporation per servire gli umani in vari settori, poi ridotti alla stregua di schiavi nelle “Colonie Extramondo”, sorta di luoghi di evasione per privilegiati, nel corso del tempo sviluppano sensazioni emotive proprie, si “umanizzano” al punto che l’inquietante Mr. Tyrell decide di attivare nel loro organismo un dispositivo limitante: gli androidi potranno così vivere solo quattro brevissimi ma intensi anni “durante i quali accumulare esperienze che per noi umani sono scontate”.
I replicanti, capeggiati da Roy Batty (un Rutger Hauer in stato di grazia), stanchi e amareggiati dalla loro condizione, decidono di ribellarsi per tornare sulla terra e tentare di convincere Mr. Tyrell a modificare la loro struttura genetica per consentire loro di vivere più a lungo e più umanamente. Deckard viene convocato a forza dal suo ex capo in seguito all’uccisione di un dipendente durante un test psicologico per androidi, che aveva smascherato uno dei ribelli.
Rick Deckard deve in gergo “ritirare” tali replicanti, divenuti socialmente pericolosi. Ad aiutarlo nell’impresa ad alto rischio subentra Rachel (Sean Young), che il Dr. Tyrell definisce “un esperimento” perché parte integrante di una nuova speciale generazione di androidi, creata per durare nel tempo.Nel corso della narrazione emerge il profilo psicologico dei replicanti ed è sempre più evidente che la loro rivolta nasce da una profonda disperazione, da una tensione vitale insoddisfatta e da un enorme bisogno di creare legami tra loro, di avere un passato, di collezionare ricordi che giustifichino la loro esistenza.

In fondo, la loro condizione non è poi tanto lontana da quella degli esseri umani, che si pongono le stesse domande, vivono le stesse angosce e non sanno quanto tempo e quali emozioni la vita riservi loro. I replicanti si sentono impotenti di fronte ad una scienza che li ha creati al solo scopo di sfruttarli e infine distruggerli.
Per placare la sua sete di risposte e salvare la sua vita e quella dei suoi compagni, Roy deve assolutamente incontrare il Dr. Tyrell e sperare che l’ingegnere possa finalmente dargli le risposte che cerca. Per questo Roy costringe J.F. Sebastian, progettista genetico della Tyrell Corporation affetto da una grave malattia che lo costringe a un invecchiamento precoce, a fare da mediatore affinché l’Ing. Tyrell lo riceva. Mitico il discorso di Tyrell, indifferente alla disperazione del “figliol prodigo” che lo implora di dargli “più vita”: in una complessa spiegazione scientifica delude le aspettative di Roy, decretando l’impossibilità di modificare la struttura genetica dei replicanti senza dar luogo a mutazioni che ne causerebbero la morte istantanea.
“Tu hai vissuto intensamente e lo sai bene Roy, la candela che arde da due parti brucia in metà tempo! Godi più che puoi!” La frase finale dell’arringa del Dr. Tyrell scatena la ribellione di Roy, che, in preda a una furia incontrollata, prima acceca il suo creatore e poi uccide J.F.
Parallelamente s’intreccia la storia d’amore tra Rick e Rachel, sottolineata dalla stupenda colonna sonora di Vangelis che conferisce ulteriore spessore e fascino al film. Attraverso un frammento artificiale di pelle di serpente trovato a casa di uno dei replicanti, Rick scova Zora in veste di spogliarellista presso un locale di dubbia reputazione, rischia di morire soffocato dalla sua incredibile forza ma poi ha il sopravvento, braccandola lungo le strade buie e affollate di Los Angeles in un inseguimento da antologia, che culmina nella mortale caduta di Zora infrangendo alcune vetrine di un negozio. Per vendicare l’amante, Leon, il braccio destro di Roy, aggredisce Rick alle spalle, mentre Rachel, riapparsa dopo una disperata fuga nella consapevolezza di essere pure lei una replicante, spara infine a Leon e salva la vita a Rick.
Lo scontro/incontro finale tra Roy e Rick, inevitabile dopo il “ritiro” dell’amante di Roy, la bellissima ed inquietante Priss (Daryl Hannah), è anch’esso intramontabile: schiacciato dalla potenza fisica del suo avversario, che lo tiene in scacco nonostante stia per morire, Rick viene infine salvato dal replicante stesso mentre sta per precipitare da uno dei giganteschi palazzi della città (che rimandano in qualche maniera all’ideologia dell’architettura gotica, la cui imponenza era progettata per schiacciare l’uomo e farlo sentire piccolo e insignificante di fronte a Dio: uno dei segnali del pessimismo che serpeggia nell’atmosfera del film).Mirabile la scena in cui Roy solleva “il piccolo uomo” e lo getta sul tetto del palazzo. Poi si lascia cadere a terra sfinito e spiega il motivo del suo gesto: “Io ne ho viste di cose, che voi umani non potreste immaginarvi […] E tutto questo andrà perduto nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire…” Rick lo guarda, estasiato e incredulo e comprende finalmente la condizione del suo avversario, il quale alla fine, sull’odio e sul rancore, fa prevalere l’amore per la vita. Per Rick è una grande lezione di umanità.
“Io non so perché mi salvò la vita, forse in quegli ultimi momenti amava la vita più di quanto l’avesse mai amata… Non solo la sua vita: la vita di chiunque, la mia vita. Tutto ciò che volevano erano le risposte che noi tutti vogliamo: da dove vengo? Dove vado? Quanto mi resta ancora? Non ho potuto far altro che restare lì e guardarlo morire.” dice Rick, nel finale del film.
Nella versione voluta dal regista manca il finale consolatorio ed ecologico imposto dalla produzione, in cui Rick e Rachel fuggono a bordo di una navicella verso luoghi incontaminati (lo stesso paesaggio dal respiro montano che fa da sfondo all’Overlook Hotel in “Shining” di Kubrick). È una scena liberatoria, ma altrettanto poetica e struggente è la visione dell’unicorno avuto in sogno da Deckard, l’anelito a una purezza ormai perduta (l’unica sequenza aggiunta dal regista).
Blade runner, Un film di Ridley Scott. Con Harrison Ford, Rutger Hauer, Sean Young, Edward James Olmos, M. Emmet Walsh, Daryl Hannah, William Sanderson, Brion James, Joe Turkel, Joanna Cassidy, James Hong, Morgan Paull, Kevin Thompson, John Edward Allen, HyPyke Fantascienza,, durata 117 min. – USA 1982.
Harrison Ford: Rick Deckard
Rutger Hauer: Roy Batty
Sean Young: Rachael
Daryl Hannah: Pris
Brion James: Leon
Joanna Cassidy: Zhora
Edward James Olmos: Gaff
M. Emmet Walsch: Capitano Bryant
Joe Turkel: Eldon Tyrell
William Sanderson: J.F. Sebastian
Morgan Paull: Holden
James Hong: Hannibal Chew
Regia Ridley Scott
Soggetto Philip K. Dick
Sceneggiatura Hampton Fancher, David Webb Peoples
Produttore Michael Deeley
Casa di produzione The Ladd Company, Sir Run Run Shaw, Tandem Productions
Distribuzione (Italia) Warner Bros.
Fotografia Jordan Cronenweth
Montaggio Terry Rawlings, Marsha Nakashima
Effetti speciali Douglas Trumbull
Musiche Vangelis
Scenografia Jordan Cronenweth
Michele Gammino: Rick Deckard
Sandro Iovino: Roy Batty
Emanuela Rossi: Rachael
Micaela Esdra: Pris
Sergio Fiorentini: Leon
Maria Pia Di Meo: Zhora
Piero Tiberi: Gaff
Renato Mori: cap. Harry Bryant
Gianni Marzocchi: dott. Eldon Tyrell
Massimo Giuliani: J.F. Sebastian
Paolo Poiret: Holden
Vittorio Stagni: Hannibal Chew
Luciano De Ambrosis: Taffey Lewis
Mario Milita: Abdul Ben Hassan
“Io penso, Sebastian, quindi sono.”
“Noi siamo stupidi, e quindi moriremo.”
“Una candela che arde col doppio dello splendore brucia in metà tempo.“
“Bella esperienza vivere nel terrore, vero? È così che si sente uno schiavo!“
“Peccato però che lei non vivrà! Sempre che questo sia vivere…“
Ho visto cose ….. (english)

Migliore fotografia a Jordan Cronenweth
Migliori costumi a Charles Knode e Michael Kaplan
Migliore scenografia a Lawrence G. Paull
Nomination Miglior trucco a Marvin G. Westmore
Nomination Miglior montaggio a Terry Rawlings
Nomination Miglior sonoro a Peter Pennell, Bud Alper, Graham V. Hartstone e Gerry Humphreys
Nomination Migliore colonna sonora a Vangelis
Nomination Migliori effetti speciali a Douglas Trumbull, Richard Yuricich e David Dryer
1982 – Saturn Award
Nomination Miglior film di fantascienza
Nomination Migliore regia a Ridley Scott
Nomination Miglior attore non protagonista a Rutger Hauer
Nomination Migliori effetti speciali a Douglas Trumbull e Richard Yuricich
1982 – Los Angeles Film Critics Association Awards
Migliore fotografia a Jordan Cronenweth
1982 – Premio Hugo
Migliore rappresentazione drammatica
1983 – London Critics Circle Film Awards
Special Achievement Award a Lawrence G. Paull, Douglas Trumbull e Syd Mead
1983 – Premio Oscar
Nomination Migliore scenografia a Lawrence G. Paull, David L. Snyder e Linda DeScenna
Nomination Migliori effetti speciali a Douglas Trumbull, Richard Yuricich e David Dryer
1983 – Premio Golden Globe
Nomination Miglior colonna sonora a Vangelis
Rimane cosi quindi, “Blade runner”, negli albi cinematografici, un eterno dipinto di significato, visivo e vitale; nessuno sembra muover critiche, attaccare il film di Scott diventa un’impresa titanica.Nelle sale nel 1982 il prodotto americano diete immediatamente nell’occhio per via di una confezione di effetti speciali ,che in quella determinata fattispecie temporale, di inizio anni ottanta, era più che un lusso; ma non solo.
“Blade runner” incuriosisce grazie a svariati punti “cardini”, fra questi sicuramente le ambientazioni e le atmosfere.
Fa effetto, invece, (de)notare una fotografia grezza ed oscura, vari (presunti) critici affermano che è propria questa ultima a far la differenza, ovviamente in positivo.
Ai nostri occhi, insomma, la confezione che accerchia la fotografia di Scott non è nemmeno sufficiente. L’impressione è che la regia, donando un alone tremendamente dark al film, si scorda di proporre una fotografia più luminosa, ne consegue un sovrapposizione di colori pesanti che spossano mortalmente la visione di “Blade runner”.
Gli attori, più che superfluo ricordarli tutti, sono in ruoli difficilmente giudicabili, perché, detta tutta, “Blade runner” è un film da prender con le molle, costantemente. E’ certamente un film di fantascienza, ma allo stesso tempo, vuole spingere più in là la propria anima, i risultati? Non sempre soddisfacenti.
Quello di Scott è un Cult Movie dotato, o meglio orfano, di un ritmo alto, nasce un’ondata di pesantezza, i personaggi e le situazioni sembrano, quanto mai, convergere su linee epidermiche, freddezza totale.
Freddezza comunque idealizzata da Scott proprio per denunciare, diciamo così, questa fantomatica società del 2000; si toccano diverse argomentazioni, alcune di stampo filosofico, altre simboliche e religiose.
Filosofia che traspare nell’apparato psicologico umano attorniato da un bagaglio di megalomania, nei contesti la linea concettuale milita anche nei pensieri di controllo e di immortalità. Immortalità intesa come potenza e controllo raffigurato, simbolicamente, dagli occhi.
Simboli (l’unicorno) e altri messaggi, pure religiosi, sono messi nel film proprio per render l’idea di “vita” e morte, quanto mai vicine e imprevedibili.
“Blade runner” ha un menù colmo di significati, tutti abbastanza capibili; nei film di fantascienza le allusioni e le critiche alla società appaiono, quasi sempre, collimare nelle stesse cose. Praticamente sempre presente quel contrasto fra uomo e robot, chiamateli come volete, la partita a scacchi nel film potrebbe fungere da simbolo.
Scott ha avuto sicuramente le idee chiare, “Blade runner” alle volte convince per il contenuto, alle volte per le singolari atmosfere, altre delude per via della narrazione un po’ “piatta”, altre viene meno in campo di regia, alcuni passaggi appaiono frettolosi e grossolani.
Comunque il recensore non può non consigliare di vedere un film padre ispiratore di altri film nati in decenni successivi. Quanto a Scott, raggiungerà l’apice con un altro film…
Lo splendido commento di Dana
Scritto nel 1968 il romanzo di fantascienza di Philip K. Dick “Do Androids Dream of Electric Sheep?” (“Il cacciatore di androidi”) ha atteso ben 14 anni prima della trasposizione sullo schermo nella versione mozzafiato di Ridley Scott e ha dovuto attendere un decennio prima di essere riconosciuto un capolavoro del cinema di fantascienza.
Al momento del lancio, il film, costato 28 milioni di dollari, è stato mal accolto dalla critica ed è stato un fiasco finanziario; solo dopo il 1992, quando emerse la nuova versione, critica e pubblico hanno pienamente riconosciuto il valore del film.
Interi libri sono stati scritti circa gli avvenimenti sul set, molti dei quali spiacevoli. Harrison Ford, a quanto pare, non andava d’accordo con la star Sean Young, la squadra ha fatto stampare magliette per esprimere l’insoddisfazione per il pesante orario di riprese, e, inoltre, anche Ford e Scott hanno avuto numerosi disaccordi. Brevissimo il commento di Ford dopo la première: “ è stato uno dei film più duri ai quali ha lavorato”.
Ma che film! Giustamente elogiato per la scenografia favolosa, l’immagine di Los Angeles anno 2019, città fredda come le luci neon che la illuminano, offuscata dalle piogge acide, sovraffollata, è stata, nel tempo, imitata da molti, tuttavia è rimasta unica.
Il detective Rick Deckard (Ford) perlustra questa città deprimente in cerca di “replicanti” – androidi ribelli che si nascondono sotto le spoglie di persone – e finisce per innamorarsi di uno (Young).
Abbondante nel uso di simboli, “Blade Runner” ha provocato molte discussioni contraddittorie nel corso del tempo; alcuni dei suoi fans sostengono che il film contiene messaggi religiosi subliminali, ( vedi la scena del replicante Roy Batty (Hauer), il quale si conficca un chiodo nella mano, la figura di Tyrell (Joe Turkel) un Dio-Padre, creatore dei replicanti, che tiene d’occhio la sua prole.
E ‘difficile immaginare questo film diretto da qualcun altro (prima di Scott sono stati consultati Adrian Lyne, Michael Apted e Robert Mulligan, e Martin Scorsese si era dimostrato interessato al romanzo nel 1969). Quanto al protagonista, inizialmente sulla lista c’erano Christopher Walken ed anche Dustin Hoffman.
Fenomenale miscuglio tra film di fantascienza del XXI secolo e noir 1940, la pellicola crea una superba antiutopia, e Ford diventa colui che è stato scelto per “mandare in pensione” gli androidi che arrivano sulla Terra in forma umana per cercare il Creatore perché forse si era deciso di “stare lì solo per dare un tocco di colore sui set di Ridley” (come ha dichiarato ad un giornalista nel 1991), ma il suo stupore si inserisce nella storia.
Una delle ragioni di popolarità di “Blade Runner”: ci sono più versioni del film – l’ultima variante ha aggiunto nuove scene, ha eliminato il passaggio narrativo di Ford ed il finale ottimistico imposto dallo Studio.
Un’altra ragione di popolarità consta nel fatto che in tanti si domandano se Deckard è un androide. Qualunque sia la risposta che uno si vuole dare – Scott ha suggerito, più di una volta, che lo è – “Blade Runner” rimane uno dei film di fantascienza più belli e più imponenti mai realizzato.
Una delle scene più belle:
Deckard: Do you love me?
Rachael: I love you.
Deckard: Do you trust me?
Rachael: I trust you.
1975,occhi bianchi sul pianeta terra
Ispirato al romanzo di Matheson I’m a legend,Io sono leggenda. Pochissimi attori per un cult della fantascienza.
Un virus sfuggito ad un laboratorio ha distrutto l’umanità, quello che ne resta è uno sparuto gruppo di persone affette da fotofobia,psicotici e affetti da depigmentazione di capelli e con occhi bianchi.
Uniche eccezioni,un colonnello che era riuscito a trovare un antidoto,troppo tardi (Heston) e una sparuta pattuglia di giovani,che però potrebbero ben presto ammalarsi.
Il colonnello,convinto di essere rimasto l’unico uomo vivente del pianeta,dovrà confrontarsi con i suoi nemici,e dovrà tentare di dare una speranza ai pochie sseri umani “normali” rimasti in vita.
Un film molto bello,claustrofobico,girato in una Los Angeles spettrale,priva di vita.
A differenza del romanzo,il finale differisce,rendendo meno cupa la vicenda.
Le differenze esistenti con il romanzo di Matheson, tuttavia, sono essenziali: nel film manca completamente qualsiasi riferimento alla parte filosofica che caratterizzava il romanzo, ovvero l’accenno ad una nuova umanità, diversa, in cui la vera anomalia è il superstite, mentre gli uomini dagli occhi bianchi ( che nel romanzo sono dei vampiri) hanno ereditato un nuovo mondo, in cui non c’è spazio per la vecchia umanità. Nel film viene privilegiata la parte claustrofobica, quella in cui il protagonista, il colonnello, dapprima vaga in una città resa spettrale dall’assenza assoluta di vita, poi dai suoi gesti disperati, tipo andare al cinema a vedere un film da solo, o entrare nei negozi naturalmente vuoti.
La storia prende il suo avvio quando il colonnello Robert incontra Lisa; fino a quel momento le uniche forme di vita umane sono quelle degli umani ridotti a creature notturne, fotobiche, allontanate dalla casa del colonnello Neville grazie alle fotoelettriche. L’incontro con la colonia di sopravvissuti al virus creerà nell’uomo la speranza di poter tornare ad essere utile, fino al finale che una volta tanto non ha l’happy end, con il sacrificio del colonnello.
Nel 1964 ci aveva provato Ubaldo Ragona a portare sullo schermo la prima riduzione cinematografica del romanzo di Matheson, intitolando il film L’ultimo uomo sulla terra (The last man on earth), e affidando la parte di Robert (nel film Morgan e non Neville) al bravissimo Vincent Price, che morirà, a differenza del personaggio di 1975 occhi bianchi sul pianeta terra sull’altare di una chiesa, trafitto dai non più umani abitanti della terra
1975,Occhi bianchi sul pianeta terra (Omega man)
Un film di Boris Sagal. Con Rosalind Cash, Charlton Heston, Anthony Zerbe, Paul Koslo, Eric Laneuville, Lincoln Kilpatrick, Jill Giraldi, Anna Aries, Brian Tochi, DeVeren Bookwalter, John Dierkes, Monika Henreid, Linda Redfearn, Forrest Wood.
Genere Fantascienza, colore 98 minuti. – Produzione USA 1971
La locandina originale

Charlton Heston: Robert Neville
Anthony Zerbe: Matthias
Rosalind Cash: Lisa
Paul Koslo: Dutch

Regia Boris Sagal
Soggetto Richard Matheson (dal romanzo Io sono leggenda)
Sceneggiatura John William Corrington, Joyce Hooper Corrington
Musiche Ron Grainer
Nei giorni di cielo coperto Robert Neville non era mai sicuro del tramonto del sole e capitava che loro uscissero in strada prima del suo rientro.
Se fosse stato più analitico, avrebbe saputo prevedere il loro arrivo con una certa approssimazione; ma si ostinava a mantenere l’abitudine di tutta una vita di calcolare il calar delle tenebre guardando il cielo, un metodo che nelle giornate nuvolose non funzionava. Ecco perché in quelle occasioni non si allontanava mai troppo.
[Richard Matheson, Io sono leggenda)































































































































