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L’uccello migratore

L'uccello migratore locandina 1

La cosa più agognata da Andrea Pomeraro, insegnante di storia siciliano è lasciare l’isola alla volta di Roma, per insegnare finalmente in un liceo.
E l’occasione finalmente arriva il giorno in cui suo zio, un politico influente,riesce a fargli avere una cattedra in una scuola della citta.
Grazie sempre a suo zio, Andrea alloggia in un appartamento che lo zio stesso utilizza come alcova di piacere per gli incontri clandestini con le sue amanti,cosa che avrà imprevedibili e comiche conseguenze.
L’approccio di Andrea con gli studenti è addirittura disastroso; nel liceo romano vige un regime di totale anarchia, tollerata anche dal preside e dai professori che per quieto vivere lasciano gli studenti liberi di fare quello che vogliono e a farne le spese è il povero Andrea, contestato da subito.

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Rossana Podestà

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Lando Buzzanca

Anche la conoscenza con la bella professoressa Delia Benetti all’inizio non è affatto facile;tuttavia tra i due sembra essere scoccata la fatidica scintilla e dopo un farsesco tentativo di conquista,avvenuto a casa della donna che vive con una sua zia, a sorpresa Andrea se la ritrova a letto a casa di suo zio.
La donna infatti gli confessa candidamente di essersi sentita attratta da lui proprio nel momento in cui,con la coda tra le gambe, è andato via da casa della donna.
Ma Andrea ha contro gli studenti della scuola e in particolare un gruppo di essi che organizzano una trappola nella quale l’ingenuo Andrea cade;una studentessa infatti si fa fotografare a mare con Andrea nudo come un verme e utilizza le foto per ricattare il professore.

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Dopo una girandola di avvenimenti, che vedono Andrea diventare imprevedibilmente paladino degli studenti e dopo che Delia è arrivata anche a offrirsi ad uno studente pur di recuperare le foto incriminate, tutto finisce per il meglio, con Andrea che ritorna a casa e con Delia che lo raggiunge.
L’uccello migratore è una commedia del 1972 diretta dal grande Steno con protagonisti Lando Buzzanca e Rossana Podestà.
Una commedia leggerissima e gradevole, una delle tante interpretate da Buzzanca negli anni settanta, in cui l’attore siciliano replicava all’infinito il ruolo dell’uomo virile sempre in corsa dietro le gonne, un po geloso e un po maldestro.

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In questo film diretto con mano leggera da Steno non c’è nulla di particolare di segnalare;l’impianto è quello tradizionale della commedia degli equivoci, condita da qualche siparietto sexy (l’incontro di Andrea con la studentessa), qualche fugace scena di nudo e qualche gag comica peraltro piacevole.
Da segnalare la bellezza travolgente di Rossana Podestà,purtroppo recentemente scomparsa, un’attrice molto brava e adattissima ai ruoli comici, che anche vestita mostra un’aura di sensualità invidiabile.
Poco altro da aggiungere, se non il fatto che il film è stato più volte trasmesso sulle reti private e che è oggi disponibile finalmente in digitale dopo un lunghissimo periodo di oblio.

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L’uccello migratore

Un film di Steno. Con Rossana Podestà, Lando Buzzanca, Gianrico Tedeschi, Ignazio Leone,Pia Velsi Commedia, durata 94 min. – Italia 1972

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L'uccello migratore banner protagonisti

Lando Buzzanca: Andrea Pomeraro
Rossana Podestà: Delia Benetti
Gianrico Tedeschi: On. Michele Pomeraro (lo zio di Andrea)
Olga Bisera: L’amante francese dell’on. Michele Pomeraro
Pia Velsi: La madre di Delia Benetti
Ignazio Leone: Il commissario di polizia
Paolo Cardoni: Aldo, lo studente che desidera Delia
Vincenzo Crocitti: Uno dei poliziotti in borghese

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Regia Steno
Soggetto Giulio Scarnicci, Raimondo Vianello
Sceneggiatura Giulio Scarnicci, Raimondo Vianello
Casa di produzione Medusa
Distribuzione (Italia) Medusa
Fotografia Ennio Guarnieri
Montaggio Raimondo Crociani
Musiche Armando Trovajoli
Scenografia Gianni Polidori

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Recensioni dal sito http://www.davinotti.com

B.Legnani

Rivisto dopo quasi 40 anni, ha perso un po’ di forza. La coppia Buzzanca-Podestà funziona sempre, ma è il ritratto studentesco, già zoppo all’epoca, che ora pare pure ridicolo. Buzzanca azzecca due o tre espressioni, la sceneggiatura ha qualche colpo d’ala e Steno dirige con consueta professionalità, portando alla fine un film così così (distanza abissale da L’arbitro e da Homo eroticus). Uno dei giornalisti è il giovane Augusto Zucchi.

Undying

Il manifesto originale può apparire come copertina ante-litteram dei celebri fumetti – circolati in seguito – basati sulla parodia (non autorizzata) del “latin lover” italiano per eccellenza. Cercate la brochure (rigorosamente disegnata) con la Podestà mezza nuda e Buzzanca, con cappello da pirata, che si arrampica dall’esterno della finestra. Resta una commedia divertente, ben diretta dal grande Steno, ottimamente scritta (co-sceneggiata da Raimondo Vianello) che annovare nel cast una delle più sensuali attrici (la Podestà) del nostro cinema…

Homesick

La verve di Buzzanca e lo splendore della Podestà – che esibisce un fisico da pin-up valorizzato da maglioni attillati e strettissime cinture – trainano una poco convincente commedia giocata su abusati stereotipi: il professore all’antica trapiantato nella modernità, gli studenti contestatori e bolscevichi (tra cui la ragazza bella e maliarda lanciata all’attacco), l’onorevole dedito a incontri sessuali in garçonnière. Traballante.

Markus

Delizioso Buzzanca-movie, in cui si tratta l’allora scottante fenomeno della contestazione comunista giovanile nei confronti dei potenti e di chi comanda in genere. Ovviamente si aggiunge un aspetto sexy, grazie alla presenza della bella Rossana Podestà. La pellicola ha delle venature pochadistiche (nei momenti casalinghi di Buzzanca) davvero divertenti. Un buon film, avvalorato da un ritmo sostenuto per tutta la sua durata.

Ianrufus

Uno dei migliori Buzzanca, brillante e spaesato non solo come professore a Roma ma anche come attore in una satira sulla contestazione; la sua “guerra” con gli studenti ed il suo essere “cane sciolto” rendono il film quasi romantico. Venditti, ancora giovane e cantautore, canta la colonna sonora mentre si spreca, tanto per cambiare, un attore come Tedeschi, addirittura doppiandolo! La Podestà è una bellezza così autentica che oggi sarebbe improponibile come sex symbol! Da vedere, giusto per capire il fenomeno Buzzanca, campione d’incassi.

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febbraio 12, 2015 Posted by | Commedia | , , | Lascia un commento

Tranquille donne di campagna

Tranquille donne di campagna locandina 1

Pianura padana, un anno indeterminato durante il ventennio fascista.
Guido Maldini, uomo violento e fascista convinto è l’amministratore della villa e dei beni della cugina Floriana, una attrice di operette benestante economicamente.
Nella dimora di campagna, con l’uomo, vivono sua moglie Anna, i figli Alberto ed Elisa, la cameriera Aida.
Tutta la famiglia ruota attorno alla figura di Guido, che tratta in maniera sprezzante il nucleo famigliare, a cominciare dalla moglie Anna che umilia costringendola a degradanti rapporti sessuali per finire con Alberto, un giovane che vive all’ombra di suo padre, che disprezza e che è ricambiato nel sentimento da Guido che lo considera solo un debole ed un vigliacco.
Guido esercita un potere assoluto su tutti i componenti della famiglia; oltre ad Anna e Alberto, anche la cameriera Aida, che ha un debole per Alberto è costretta a rapporti sessuali con l’uomo, che insidia anche sua cugina Floriana e che non disdegna puntate nel lupanare del paese, nel quale porta anche suo figlio Alberto che, non pronto e schifato dall’esperienza, vomita addosso ad una prostituta.

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Alberto così sogna di fuggire dalla casa, ma è davvero un debole succube di suo padre.
Tenta anche di ucciderlo ma gli va male, costringendo suo padre ad una reazione violenta.
Ma la situazione precipita con l’arrivo nella villa di sua cugina Gloria, che ha da quando erano ragazzi un debole per lui; i due ragazzi si innamorano e Gloria è l’unica ad affrontare Guido e dirgli senza mezze misure cosa pensa di lui.
La reazione dell’uomo è violenta: davanti a suo figlio Alberto, gridando “ti faccio vedere io cosa si fa con le donne“, l’uomo stupra Gloria senza che il ragazzo, paralizzato dall’orrore ma anche sottomesso e soggiogato dalla volontà del padre possa reagire.
Gloria, che invano ha chiesto aiuto ad Alberto, lascia schifata la casa.
Ma quest’ultimo episodio ha colmato la misura e guidate da Floriana le donne della casa decidono di prendere l’iniziativa; durante la festa di compleanno di Floriana, fanno ubriacare Guido e lo portano nella stalla, dove lo attende la morte…

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Tranquille donne di campagna è un mediocre film che vorrebbe illustrare un quadretto famigliare borghese e bucolico analizzando le vicende di un gruppo di congiunti assoggettati al carattere dispotico del classico padre padrone dai mezzi autoritari.
Non a caso la vicenda si svolge durante l’era fascista, ma nel film, aldilà dell’illustrazione del carattere violento di Guido e della remissibilità dei vari personaggi che gli ruotano attorno non si va.
Abbondano invece gli stereotipi e le frasi maschiliste, le situazioni erotiche e le scene scabrose, anche se quanto meno non esposte con sfacciata disinvoltura.
La storia potrebbe anche reggere non fosse per il tono di imperdonabile leggerezza e di mancanza assoluta di profondità nel delineare i caratteri dei protagonisti che il film, pervicacemente, porta avanti fino alla fine.
Claudio Giorgi (che si firma Claudio De Molinis), il regista del film dirige il suo penultimo film; la sua carriera dietro la macchina da presa si chiuderà l’anno successivo con il pessimo C’è un fantasma nel mio letto.
Incapace di costruire un’atmosfera credibile attorno ai personaggi, Giorgi si limita ad osservarne le mosse indulgendo spesso sull’aspetto più pruriginoso della storia, ovvero dando largo spazio alle voglie malsane del padre padrone Guido, che dipinge in maniera rozza ed eccessiva.

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L’uomo appare infatti più come un animale da riproduzione, mosso dagli istinti che come un essere umano; i suoi modi sono da schiavista, attorno a lui non c’è un minimo di affetto ma solo paura e cieca obbedienza.
E la cosa ci può anche stare, non fosse per la caratterizzazione estremamente negativa degli altri personaggi, che appaiono deboli in maniera patologica.
La riprova è la sequenza finale, con lo stupro di Gloria, l’unica a mettere in discussione i suoi metodi.
La scena drammatica della violenza sulla ragazza vede come protagonista in negativo il giovane Alfredo, che guarda quasi impassibile la scena senza muovere un dito.
Colpa anche dell’assoluta rigidità recitativa di Christian Borromeo, l’attore che interpreta Alberto, che i più ricorderanno per le scialbe prestazioni in film pure di discreto livello come Ritratto di borghesia in nero,La casa sperduta nel parco o tenebre.
Il volto immobile di Borromeo è una delle caratteristiche negative del film, cosi come negativa è la mancanza totale di tensione; sembra che più che ad un dramma si stia assistendo ad una commedia bucolica a sfondo erotico, con qualche nudo assolutamente gratuito, con protagonista la bella e prosperosa Serena Grandi, qui al suo secondo film nell’annata 1980, dopo il controverso Antropophagus di Massaccesi.

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Giorgi sfrutta nel peggiore dei modi un cast di ottimo livello, che comprende un Philippe Leroy poco convincente nel ruolo del bestiale Guido, una bravissima Carmen Scarpitta nel ruolo di Floriana prima succube e poi ispiratrice del complotto che porterà alla morte di Guido, Rossana Podestà, lei si davvero brava nel disegnare il ruolo di Anna come quello di una donna completamente asservita al suo ruolo di moglie che non discute mai la volontà del marito, vera schiava senza catene dell’ortodossia maschilista della società fascista.
Molto bene Silvia Dionisio, interprete del ruolo di Gloria, unico personaggio con una personalità delineata e controcorrente; l’attrice, che all’epoca delle riprese aveva ventinove anni, risulta credibilissima in un ruolo che ne richiede diversi di meno.
Bene anche Serena Grandi, mentre Silvano Tranquilli fa poco più di una comparsata nel film.
Poche suggestioni quindi e poco ritmo.
Un filmf orse non bruttissimo, ma di certo con scarso appeal.
Il film è disponibile in un’ottima versione, completa e finalmente, una volta tanto, con una buona qualità visiva e audio su You tube, all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=HoTGql5W67Y

Tranquille donne di campagna
Un film di Claudio De Molinis. Con Philippe Leroy, Carmen Scarpitta, Silvia Dionisio, Serena Grandi,Rossana Podestà, Silvano Tranquilli, Elisa Mainardi, Mario Maranzana, Christian Borromeo, Antonio Serrano Drammatico, durata 91 min. – Italia 1980.

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Silvia Dionisio … Gloria
Philippe Leroy … Guido Maldini
Carmen Scarpitta … Floriana
Christian Borromeo … Alberto
Rossana Podestà … Anna Maldini
Germana Savo … Elisa
Serena Grandi … Aida
Silvano Tranquilli … Il prefetto
Mario Maranzana … Il medico
Daniel Gohl … Antonio
Elisa Mainardi … Nena

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Regia: Claudio Giorgi (come Claudio De Molinis)
Sceneggiatura:Giancarlo Corsoni ,Nicola Fiore,Mario Sigmund
Fotografia:Emilio Loffredo
Montaggio:Alessandro Lucidi
Costumi:Chiara Ghigi

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L’opinione di ezio dal sito http://www.filmtv.it

Storia ambientata in una tenuta di campagna che si puo’ tranquillamente collocare nel trash.E’ un misto di dramma e timido erotismo con un Leroy che tiranneggia dall’inizio alla fine.Esordio di Serena Grandi che e’ anche l’unica che si mostra integralmente nuda nel film.Distribuito nella collana dvd della Cinekult.

L’opinione di D-fens dal sito http://www.gentedirispetto.com

Film piacevole anche se un po’ lento, del resto ricalca lo scorrere della bucolica vita di campagna. Assai maliziosa l’operazione packaging della Cinekult, che mette in copertina la Grandi nonostante abbia un ruolo del tutto secondario, per di più ricorrendo ad una foto che nulla ha a che vedere col film (nel quale la Grandi è al quasi debutto ed è quindi più giovane e acerba). Pure dentro la confezione del dvd, un’altra (celebre) foto della Grandi la ritrae sostanzialmente nuda mentre offre le terga, altra immagine completamente decontestualizzata. Insomma, un’operazione per fans della Grandi. La versione del film però pare essere integrale almeno.
Bellissima la Dionisio, contraltare poetico e delicato delle altre donne di campagna, ben più ruspanti. Leroy dà una prova da Oscar, in America avrebbe certamente vinto qualcosa. Interessanti i momenti onirici di Christian Borromeo (il figlio di Leroy nel film), che spesso svelano assai di più dei dialoghi tra i personaggi. Impagabile pure l’intervista a Leroy negli exra del dvd, nella quale l’attore si lancia in improbabili celebrazioni della sua giovane vita on the road, fino quasi a commuoversi quando parla dello Yanez di Sandokan, del quale si riteneva praticamente una sorta di reincarnazione.

L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com

Film di livello piuttosto basso , ma non privo di una certo decoro nella sua povertà di mezzi. Siamo nell’estate del 1936: non avendo modo per rappresentare efficacemente l’epoca, si sceglie di ambientare il tutto in campagna, ove bastano vestiti e pettinature per dare una patina al tutto. Benché i personaggi siano un po’ tagliati con l’accetta, la corretta scelta degli interpreti aiuta ad arrivare in fondo senza problemi, nonostante una certa lentezza in alcune fasi della vicenda. Alcune situazioni erotiche paiono predisposte per l’uso di inserti hard con altri interpreti.

L’opinione di Undying dal sito http://www.davinotti.com

Ambientato nel critico periodo del fascismo, narra delle tragicomiche (dis)avventure di Guido Maldini, agiato possidente di una tenuta “bucolica” (come titolo suggerisce) nelle campagne padane. La personalità dispotica ed il carattere introverso lo mettono in cattiva luce, tanto da spingere i familiari a desiderarne la morte. Commedia che si tinge di dramma, piuttosto mal diretta anche se presenta un cast interessante. Il regista è lo stesso di C’è un fantasma nel mio letto. Serena Grandi è irriconoscibile.

L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Dietro il fuorviante titolo da commedia scollacciata c‘è un erotico-drammatico in perenne fase di stallo, che si rigira monotono su conflitti edipici dentro la leziosa cornice campagnola dell’Italia fascista. Sempre versatile e professionale, Leroy scolpisce il ritratto di un autentico rifiuto del genere maschile (un padre-padrone reazionario, guerrafondaio, manesco e puttaniere); effimere la Podestà e la Dionisio, più incisive l’istrionica Scarpitta e la supponente Savo.

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Christian Borromeo

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Silvano Tranquilli

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Silvia Dionisio

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Philippe Leroy

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Serena Grandi

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Rossana Podestà

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Carmen Scarpitta

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marzo 23, 2014 Posted by | Drammatico, Erotico | , , , , , , | Lascia un commento

Il letto in piazza

Il letto in piazza locandina 1

Luca Reali è un impenitente donnaiolo che vive in un paese situato sulle rive del Garda.
Scapolo,poco più che quarantenne,ha una passione smodata per l’altro sesso; seduce senza soluzione di continuità tutte le donne che gli capitano a tiro, dalla figlia del farmacista alla figlia del proprietario del bar del paese.
Ogni tanto poi si concede un’avventura con una bella turista di passaggio;tutte le sue prodezze finiscono annotate sul personale diario che Luca scrive, annotando diligentemente i particolari, anche più scabrosi della sua turbolenta vita sentimentale.
Un giorno,tra le turiste di passaggio, capita anche la bella Jenny Milton, ricchissima figlia di un magnate americano.
Luca la salva da un tentativo di suicidio ma questa volta non tenta minimamente di attirarla nel suo gineceo.La ragazza infatti sembra a Luca troppo giovane e per lei sembra sviluppare un sentimento a metà strada tra il protettivo e il paterno.

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Rosanna Podestà

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Renzo Montagnani

Presto però la ragazza si innamora di lui e in paese si vocifera della cosa;Luca viene incoraggiato in pratica dai notabili del paese a proseguire e possibilmente impalmare la bella ereditiera.
I notabili, infatti, hanno messo gli occhi sul patrimonio della ragazza e intendono sfruttare la cosa per una speculazione che dovrebbe arricchirli tutti.
Ma Luca,che non è affatto un ingenuo, scopre la trama ordita alle sue spalle.
Si vendica salendo sul campanile del paese e leggendo il suo diario al paese allibito;poi decide di fare di testa sua…
Clone di tanti film della commedia sexy italiana ambientati nella “peccaminosa”provincia italiana, Il letto in piazza,diretto da Bruno Gaburro nel 1975 non va aldilà di una superficiale denuncia, decisamente all’acqua di rose,dei vizi della provincia stessa.

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Debole almeno nelle tematiche di fondo, il film, che è tratto da un romanzo di Nantas Salvalaggio, veleggia pacificamente tra gli stereotipi della commedia sexy; il protagonista è il solito donnaiolo senza alcuna voglia di mettere la testa a partito, che si muove nel solito gineceo di donne insoddisfatte della propria vita monotona vissuta nel solito paese in cui tutti sanno tutto di tutti e in pratica finisce per diventare l’oggetto del desiderio degli appetiti delle stesse donzelle.
In pratica assolutamente nulla di nuovo.
La sceneggiatura diventa quindi un personale regalo per Renzo Montagnani, uno dei principali alfieri della commedia sexy degli anni settanta; l’attore toscano, replicando per l’ennesima volta il ruolo del galletto nel pollaio, regala la consueta professionalità strappando qualche risata.
Ma null’altro di più, perchè il film è davvero poca cosa;abiurando da subito a qualsiasi tentativo di fare della satira e portando il film sui classici binari della commedia pecoreccia,Gaburro mostra come il suo l’occhio sia puntato totalmente in direzione della biglietteria.

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A tal pro spoglia con buona frequenza le belle donne che fanno parte del cast ovvero Sherry Buchanan (Jenny,la bella ereditiera),Rita Silva (la giunonica turista tedesca),Loretta Persichetti.
Per un film senza nessun particolare impegno come Il letto in piazza,Gaburro assembla un cast di caratteristi assolutamente ben nutrito:Gabriele Tinti,Venantino Venantini,Franco Bracardi,Daniele Formica quanto meno danno un tocco di dignità alla pellicola stessa, evitando la palude in cui altri film dello stesso filone non riusciranno a evitare.
Buona parte di questi film, infatti, erano interpretati da attori sotto qualsiasi soglia di decenza e professionalità a livello recitativo, conferendo agli stessi film la patente irreversibile di film di serie Z.
Sicuramente tra questi non va annoverato questo film, che qualche spunto di divertimento riesce ad offrirlo.
Poca cosa,va bene.
Ma a guardare altre pellicole della defunta commedia sexy ci si rende conto che è meglio accontentarsi.
Il letto in piazza può essere annoverato tra i film invisibili; in rete circola solo una pessima versione estratta da una polverosa VHS e in tv non passa praticamente mai.

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Il letto in piazza
Un film di Bruno Gaburro. Con Rossana Podestà, John Ireland, Renzo Montagnani, Giuseppe Anatrelli, Gabriele Tinti,Venantino Venantini, Ugo Fangareggi, Giuseppe Maffioli, Giacomo Rizzo, Alberto Squillante, Cinzia Romanazzi, Daniele Formica, Sherry Buchanan, Franco Bracardi, Dino Emanuelli, Salvatore Puntillo Commedia, durata 93 min. – Italia 1975.

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Il letto in piazza banner protagonisti

Renzo Montagnani … Luca Reali
Rossana Podestà … Serena
John Ireland … Milton
Giuseppe Anatrelli … Lattanzi il farmacista
Franco Bracardi … Adolfo
Sherry Buchanan … Jennifer Milton
Francesco D’Adda … Carluccio ,fidanzato di Marisa
Patrizia De Clara … Sorella di Luca
Emilio Delle Piane … Amilcare Gorgona
Dino Emanuelli … Geometra Trombetta
Ugo Fangareggi … ‘Gandhi’
Daniele Formica … Tondino’ Novati
Giuseppe Maffioli … Beppo
Nando Marineo … Don Alfonso
Loretta Persichetti … Marisa sorella di Beppo
Salvatore Puntillo … Il poliziotto
Giacomo Rizzo … Amico di Luca
Cinzia Romanazzi … Pinotta
Renato Romano … Carabiniere
Rita Silva … La turista tedesca
Gabriele Tinti … Amico di Luca

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Regia Bruno Gaburro
Soggetto dal romanzo omonimo di Nantas Salvalaggio
Sceneggiatura Franco Bucceri, Roberto Leoni
Produttore Edmondo Amati
Produttore esecutivo Maurizio Amati
Casa di produzione Flaminia Produzioni Cinematografiche
Distribuzione (Italia) Fida Cinematografica
Fotografia Fausto Zuccoli
Montaggio Vincenzo Tomassi
Musiche Guido De Angelis e Maurizio De Angelis
Scenografia Giovanni Natalucci
Costumi Mariolina Bono

Il letto in piazza banner recensioni

L’opinione di mm40 tratta dal sito http://www.filmtv.it
L’atmosfera incantata del paesello, un microcosmo apparentemente autosufficiente, in cui ogni personaggio ha un ruolo, un’identità ed una serie di tic e difetti ben noti a tutti i compaesani. Ecco tutto ciò che si salva di questo Letto in piazza, tratto dall’omonimo romanzo (1967) del giornalista Nantas Salvalaggio e sceneggiato da Roberto Leoni e Franco Bucceri. Il resto è più aderente allo stile della commedia erotica (nudi e volgarità in quantità, inconsistenza delle psicologie dei personaggi) che alla commedia di costume ambientata in provincia, modello Il commissario Pepe o Signore e signori. Gaburro non è mai stato un regista molto dotato ed il suo maggior successo in carriera sarà il commerciale-balneare e vacuo Abbronzatissimi (1991). La scelta di Montagnani (come sempre costretto ad accettare anche i ruoli peggiori) come protagonista è indiscutibile, dato il tipo di prodotto che si voleva realizzare, ma forse con una trama simile si sarebbe potuto osare qualcosina di più del solito stereotipato viavai di cosce e corna; fra gli altri interpreti anche Rossana Podestà, Giacomo Rizzo, Ugo Fangareggi, Daniele Formica, Franco Bracardi e John Ireland, americano che trent’anni prima recitò con Ford e Hawks, per finire poi in declino la propria carriera. Musiche dei fratelli De Angelis, non fra le loro migliori, ma neppure da buttare.
L’opinione di Homesick tratta dal sito http://www.davinotti.com
Tratto da un romanzo di Nantas Salvalaggio, nulla più di una modesta commedia sugli intrallazzi politici ed erotici di un paese di provincia. La regia di Gaburro è molto debole e l’impennata drammatica messa a punto dalle eccellenti doti attoriali di Montagnani – fino a quel momento sopite dai soliti atteggiamenti di dongiovanni incallito – dura troppo poco. Minimi i contributi dei big (Ireland, Podestà) e dei numerosi caratteristi di contorno, tra i quali si distingue comunque il nullafacente Fangareggi.

L’opinione di Markus dal sito http://www.davinotti.com
Un film centrato specialmente sulla figura di Montagnani, sfruttato però per l’ennesima volta come personaggio di maniera e maniaco del sesso senza impegno sminuendo, di fatto, quella che dovrebbe essere sulla carta una buona pellicola. Un nutrito cast di caratteristi di contorno fa da cornice, ma non aggiunge altro al film (fatto che evidenzia l’incapacità di Gaburro di gestire il materiale a disposizione). Film simpatico, ma che non lascia il segno.

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novembre 13, 2013 Posted by | Commedia | , , , , , , , , , | Lascia un commento

Il gatto mammone

Il gatto mammone locandina

Rosalia e Lollo formano una bella coppia a cui tutto sembra sorridere; hanno un tenore di vita alto, hanno una bella casa, Lollo è un piccolo industriale e quindi tutto sembrerebbe filare per il meglio.
Ma Lollo ha un cruccio; nonostante i suoi “sforzi”, non riesce a diventare padre.
Il che per lui, siciliano di nascita e di cultura, è un autentico dramma aggravato dalle visioni del padre che lo rimprovera per non essere capace di mettere al mondo il tanto sospirato erede.

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Rossana Podestà interpreta Rosalia

Il gatto mammone 7
Gloria Guida è Marietta

In accordo con sua moglie, stufa dei continui lamenti del marito, Lollo si decide a frequentare altre donne, senza però riuscire nell’intento.
Poi trova la soluzione: porta in casa una giovane ragazza madre, Marietta, alla quale propone soldi e una sistemazione sicura in cambio di un figlio.
La ragazza accetta e per Lollo inizia un surmenage che sembra culminare nel raggiungimento dei suoi sogni; vede apparire infatti la figura di suo padre dal mare che gli conferma che diverrà padre.

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Lollo spia…

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… la bella e procace Marietta

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E in realtà diverrà papa di un bel bambino, ma non per merito suo: Rosalia, sua moglie, stanca dell’ossessione del marito, si procura un amante e resta incinta, mostrando a suo marito che la sterilità non era da addebitare a lei ma a lui.
Finale adeguato…

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Il gatto mammone, diretto da Nando Cicero nel 1975, è una commediola sexy (erotica è davvero troppo) imbastita attorno al personaggio del gallo meridionale tante volte interpretato da Lando Buzzanca, star assoluta delle commedie sexy di inizi anni 70.
L’attore palermitano diventa protagonista assoluto (come tante altre volte) della pellicola, infarcita as usual di tanti luoghi comuni da poter essere definito un compendio degli stessi.
C’è il solito galletto arricchito convinto che tutto gli sia dovuto, l’ansia tipica del siciliano (così come descritta purtroppo tante volte in altri film) di dare un erede alla sua famiglia, la moglie che tacitamente acconsente e infine il colpo di scena (abusato troppe volte) della sterilità non imputabile alla moglie ma a lui.

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In mezzo, un film che non decolla mai, abbellito solo dalle presenze della splendida Rossana Podestà e da quella di una Gloria Guida che passa parecchio del suo tempo in una doccia, dimostrando di poter rivaleggiare con la Fenech, l’attrice più pulita dello schermo (secondo una definizione di un critico dell’epoca)
La regia di Nando Cicero, reduce dall’ottima prova di Ultimo tango a Zagarolo e da quella meno riuscita di Bella, ricca, lieve difetto fisico cerca anima gemella non si segnala per nulla di particolarmente interessante.

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Il film, che vede nelle firme della sceneggiatura la presenza di Raimondo Vianello, è un contenitore (vuoto) di cose viste e riviste, inclusi tutti i luoghi comuni citati e qualche volgarità di troppo.
Le scene comiche latitano, per cui non si può nemmeno parlare di un film costruito per scatenare risate; il massimo della comicità (di bassa lega) è espressa da una scena in cui Lollo, dopo aver consumato l’atto d’amore con una annoiata Marietta, esce sul balcone e vede la figura del padre sorgere dal mare e sorridere. Lui grida “sarò padre” e un vicino, uscito anch’egli sul balcone, lo manderà volgarmente a …….
Questo è il massimo di comicità espresso dal film, a cui il regista nato in Eritrea tenta inutilmente di dare un’anima.
Non è un film inguardabile, quanto piuttosto un maldestro tentativo di ironizzare sui soliti luoghi comuni attribuiti ai siciliani.
Non a caso  il papa di Lollo porta la coppola….

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Il gatto mammone, un film di Nando Cicero. Con Rossana Podestà, Gloria Guida, Lando Buzzanca, Umberto Spadaro, Adriana Facchetti, Franco Giacobini, Tiberio Murgia, Franco Lantieri, Renzo Marignano
Commedia, durata 95 min. – Italia 1975.

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Il gatto mammone banner personaggi

Lando Buzzanca … Lollo
Rossana Podestà     … Rosalia
Gloria Guida         … Marietta
Ermelinda De Felice         …Suora
Grazia Di Marzà     … Madre di Rosalia
Franco Giacobini         … Prete
Franco Lantieri         … Amico di Lollo
Sofia Lusy          … La vedova
Renzo Marignano          … L’urologo
Tiberio Murgia         …     Zingaro
Umberto Spadaro          … Dottore

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Regia: Nando Cicero
Soggetto: Francesco Longo
Sceneggiatura: Raimondo Vianello e Sandro Continenza
Musiche: Carlo Rustichelli
Casa di produzione: Medusa Cinematografica
Distribuzione :    Medusa Distribuzione
Fotografia :    Alfio Contini
Montaggio :    Renato Cinquini

Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com

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Semideludente. Buzzanca in forma, ma il film, monocorde, non mantiene le promesse. La Guida è al primo film non VM18. Come in L’arbitro c’è l’imitazione mussoliniana: “L’uomo… non è uomo… se non è PADRE!!!”. La musica delle apparizioni del padre è quella dell’inizio delle trasmissioni RAI. La trovata del training autogeno viene dal fatto che la prima squadra a realizzarlo, all’epoca, era stato il Cesena,
Tipicamente ciceriano, cioè a dire svincolato dal genere per via di un impianto surreale (le apparizioni) e per la presenza di brutti (e sovente sfigati) figuri. Buzzanca è ben immerso nella parte e la Guida è alla sua massima forma (fisica, purtroppo non artistica) che viene affiancata a quella della bella e brava Rossana Podestà. C’è anche Tiberio Murgia che aggiunge un tocco di stravaganza al tutto (come sempre). Riuscito solo a metà…

Brillante prova di Buzzanca con Cicero, ben serviti da una sceneggiatura di Vianello e Continenza che, pur con le inevitabili concessioni ai cliché, valorizza l’estro dello scatenato Lando (in una delle sue riuscite migliori) e crea i presupposti per gli eccessi di Cicero, la parte migliore del suo cinema, che si sfrena ad esempio nella strepitosa sequenza ambientata nell’abitazione della subumana fattrice, o nelle apparizioni del babbo. La Guida è un pezzo di legno, ma che bel pezzo (terribile, ma appropriato, il doppiaggio veneto).

Sguaiata commedia alla siciliana che, dopo un rapido, divertente inizio (l’incubo di Buzzanca) scende sempre di più, fino a precipitare del tutto. Colpa di una trama sterile e ripetitiva e di un cattivo gusto generalizzato, insopportabile nelle sequenze in cui compare la vedova e le cacofonie “pierinesche” di casa sua. Anche le apparizioni del padre del protagonista stancano presto. Buzzanca e la Guida ripropongono i consueti ruoli, per cui la sola ragion d’essere è la bellissima Podestà con il suo physique du rôle da donna sicula.

Commedia erotica poco entusiasmante. La buona idea di partenza viene sviluppata nel modo più banale possibile, e i momenti divertenti scarseggiano. Discrete le ambientazioni, anche se la regia appare piuttosto rozza e banale. Buoni gli attori: Buzzanca, in una parte simile a molte altre, funziona bene; bravissima la Podestà, forse la migliore del cast; Gloria Guida, anche se ha dato di meglio (forse anche per il ruolo secondario che ricopre) è sempre uno spettacolo. Discreta la colonna sonora.

marzo 25, 2011 Posted by | Commedia | , , , | Lascia un commento

Paolo il caldo

Paolo il caldo locandina

Siamo in Sicilia;
nella nobile famiglia dei Castorino è presente, quasi fosse un imprinting genetico, una sensualità che sconfina nella lussuria ai limiti del patologico, unitamente anche alla classica arroganza dei nobili.
Il barone Castorini, patriarca della famiglia, offeso dal farmacista del paese (Salvatore), si vendica raccontando tutto a suo figlio Edmondo, che per tutta risposta distrugge la farmacia dell’uomo e lo umilia pubblicamente, vendicando così l’offesa ricevuta.

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Lionel Stander, il Barone Castorino

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Il barone ha anche un altro figlio, un uomo completamente diverso da lui, timido e di idee progressiste che a sua volta ha un figlio, Paolo, che ha ereditato il marchio di famiglia della lussuria.
Quest’ultimo mostra subito di volersi adeguare al nonno, intrecciando sin dall’adolescenza, una prima relazione sessuale con la servetta Giovanna, che non si fa scrupoli di essere contemporaneamente l’amante dell’anziano barone.
In questo clima morboso, il giovane Paolo cresce senza regole morali, trattando le donne con disprezzo, come del resto ha visto fare a suo nonno e suo zio.
Le cose cambiano quando il padre del giovane muore per suicidio; Paolo farà in tempo a raccogliere le ultime parole del genitore, che lo esorta ad abbandonare quel luogo prima che sia troppo tardi e che influisca in maniera definitiva sulla sua psiche.
Il giovane così si trasferisce a Roma, dove però, dopo essersi illuso di poter cambiare vita, si adegua ben presto al clima ozioso (e anche vizioso) dei salotti buoni, intrecciando relazioni principalmente sessuali con Lilia, una donna dalla morale elastica e spregiudicata, che diverrà la sua amante prima di sposare un carabiniere,

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Ornella Muti, Giovanna la servetta

Paolo il caldo 2Marianne Comtell, la madre di Paolo e Riccardo Cucciolla,il padre

poi con una nobildonna, ancora con una sarta e infine con una ragazza appassionata di politica, di idee comuniste, la bella Ester. Alla lunga questo tipo di vita da gaudente trasforma Paolo in un essere sempre più lascivo e schiavo della lussuria, tanto da portarlo ad accompagnarsi con occasionali prostitute raccolte sui marciapiede.
Quella che ormai è divenuta una malattia sembra sul punto di poter essere fermata quando Paolo ritorna al suo paese in occasione della morte della madre. Qui incontra la nipote del farmacista Salvatore, una bella ragazza con sani principi e una vita morigerata.

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Giancarlo Giannini e Barbara Bach

Paolo la sposa, convinto che la donna possa rappresentare un’ancora di salvezza, illudendosi:ben presto il forte contrasto tra quella che è ormai una malattia per Paolo, la sua sensuale e incontrollabile lussuria e la morigerata morale della moglie esplode in un contrasto insanabile.
Caterina, la giovane sposa, lo abbandona; sul treno che la riporta in Sicilia legge una lettera del marito, con la quale quest’ultimo confessa di aver provato a cambiare vita accanto a lei, senza riuscirci.
Subito dopo aver accompagnato la moglie alla stazione, Paolo riprende il suo solitario giro in cerca di prostitute, conscio di essere ormai destinato ad una vita di solitudine, schiavo dei sensi e della lussuria.
Tratto da un romanzo incompiuto di Vitaliano Brancati, Paolo il caldo, diretto da Marco Vicario nel 1973, riprende nella maniera più fedele possibile le gesta del dissoluto nobile siciliano Paolo, ossessionato come la sua famiglia da una sensualità eccessiva e incontrollabile, che era poi uno dei temi di fondo del romanzo di Brancati.
Purtroppo ancora una volta la differenza tra un libro e la trasposizione cinematografica dà luogo ad un ibrido in cui gran parte delle atmosfere del romanzo stesso finiscono per perdersi; colpa della sintesi, quindi della necessità di condensare in due ore quello che un libro racconta in maniera molto più esaustiva.
Il solito problema quindi esistente tra la parola scritta e l’immagine, che riesce ad essere immediata, la dove però sarebbe necessaria maggiore profondità per dare spessore e comprensibilità ai personaggi.

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Intendiamoci, il film di Vicario è un buon prodotto, senza alcun dubbio; merito della grande prova di Giannini assolutamente superbo nel rendere il conflitto interiore che agita il giovane Paolo, quella necessità fisiologica e un po animale costituita da una sensualità incontrollabile e la ragione, spesso annichilita e asservita proprio ai sensi, che riescono ogni volta ad avere la meglio sulle buone intenzioni dell’uomo.
Il film di Vicario avrebbe avuto bisogno di illustrare meglio le vite e le psicologie dei personaggi, inquadrandoli nell’ottica di una Sicilia indolente e lussuriosa, pigra e sensuale proprio nella sua componente di maggior prestigio, quella nobiltà che Tomasi Di Lampedusa descrisse così bene nel Gattopardo.

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Gastone Moschin interpreta Edmondo Castorino, zio di Paolo

Viceversa, nel film, i tempi sono troppo stretti, con la fatale conseguenza che tutto risulta compresso, anche se alla fine qualcosa si riesce ad afferrarla; le atmosfere oziose e viziose di catania e di Roma appaiono in sottofondo, ma non in maniera tale da non poter essere percepite.
Il discorso qui si farebbe troppo complesso; Vicario punta principalmente sul personaggio Paolo, illustrandone il comportamento patologico e schizofrenico, condizionato da quell’istinto animale che porta il protagonista ad un satirismo malato, in cui ogni donna viene vista nell’esclusiva ottica del piacere che può produrre.
Non dimentichiamo che siamo nella prima metà del secolo scorso, con tutte le logiche storiche del periodo; sullo sfondo del racconto e quindi anche del film appaiono filtrate le prime lotte contadine e il declino della nobiltà, le rivendicazioni operaie e la miseria e via discorrendo.

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I personaggi che si avvicendano sullo schermo ben presto diventano un caleidoscopio; si va dal barone Castorni, un vecchio vizioso e prepotente allo zio Edmondo, che sembra quasi un clone del padre, arrogante, sessista e puttaniere, che non si farà scrupolo di sedurre ( o di essere sedotto) la vedova di suo fratello, anche lei donna preda dei sensi (memorabile la scena in cui Paolo vede suo zio e sua madre a letto assieme, quasi una conferma al ruolo fondamentale che assume nella sua famiglia la lussuria).

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C’è il padre di Paolo, unico contraltare “pulito” alla malattia di casa Castorino, un uomo che sceglie la morte ad un’esistenza oziosa e di mollezze a cui si sente condannato, e che cerca disperatamente in punto di morte di trasmettere al figlio un’idea diversa, quella di vivere una vita fuori dai condizionamenti dei sensi.
E ci sono poi tutti i personaggi di contorno che compariranno nella vita di Paolo; c’è Lilia, all’apparenza spregiudicata e moderna, che sceglierà poi un avvenire borghese e rassicurante, c’è Giovanna, serva opportunista che inizierà Paolo ai piaceri della carne, c’è Ester, comunista e femminista, che però alla fine si comporta come tutte le altre cedendo al richiamo dei sensi.

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Pilar Velasquez, Ester la comunista

In mezzo tante prostitute, tanti volti anonimi, compagne di un’ora o di una notte.
E c’è Caterina, la donna pulita, quella dai sani principi: la speranza, per Paolo, di poter sfuggire ad una logica spietata e ad una vita di mollezze.
Una speranza frustrata dall’abbandono della donna proprio nel momento in cui Paolo sta cercando disperatamente una via d’uscita alla vita vuota e desolante che conduce.
Un ritratto, in definitiva, abbastanza ben riuscito sia di un’epoca, sia di una società e maggiormente di un uomo che fa parte di entrambe, anche se vive una vita da fantasma.

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Angela Covello

Il romanzo di Brancati è ben più esaustivo, della cosa, ma bisogna accontentarsi; Vicario sfrutta molto bene il cast che organizza, un cast ricchissimo.
Nel film compaiono, oltre a Giannini, ottimi attori come Lionel Stander (forse il meno convincente) nel ruolo del patriarca Castorino, Gastone Moschin, bravissimo in quello del vizioso Edmondo, Vittorio Caprioli nel ruolo del farmacista, un intenso Riccardo Cucciolla in quello del padre di Paolo, Oreste Lionello (il pittore).

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Assolutamente irripetibile quello femminile, con una sfilza di brave attrici e sopratutto belle donne; si va da Rossanna Podestà (Lilia) a Marianne Comtell (la madre di Paolo), da una splendida Ornella Muti (la servetta Giovanna) a  Adriana Asti (Beatrice), da Pilar Velasquez (Ester) a Barbara Bach (la moglie di Salvatore il farmacista), per finire con Neda Arneric e con le bellissime e brave Orchidea De Santis, Femi Benussi e Angela Covello, alcune delle prostitute incontrate da Paolo nel suo cammino sulla strada della lussuria.

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Un buon film quindi, misteriosamente mai editato in dvd, ragione per la quale troverete i fotogrammi del film stesso di mediocre qualità.
Siamo alle solite, il discorso lo abbiamo già fatto:resta un mistero il perchè si siano editate autentiche porcherie e non film come questo che meriterebbero sicuramente una visione.

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Paolo il caldo, un film di Marco Vicario. Con Giancarlo Giannini, Adriana Asti, Riccardo Cucciolla, Rossana Podestà, Vittorio Caprioli, Ornella Muti, Gastone Moschin, Marianne Comtell, Mario Pisu, Attilio Dottesio, Andrea Aureli, Oreste Lionello, Bruno Scipioni, Umberto D’Orsi, Lionel Stander, Ugo Fangareggi, Femi Benussi, Eugene Walter, Pilar Velasquez, Angela Covello, Anna Melita, Roberta Paladini, Barbara Bach, Orchidea De Santis Commedia, durata 124 min. – Italia 1973.

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Paolo il caldo banner protagonisti

Giancarlo Giannini     …     Paolo Castorini
Rossana Podestà    …     Lilia
Riccardo Cucciolla    …     Padre Paolo
Lionel Stander    …                 Barone Castorini
Gastone Moschin    …      Edmondo Castorini
Adriana Asti    …     Beatrice
Marianne Comtell    …     Madre di Paolo
Vittorio Caprioli    …     Salvatore, il farmacista
Ornella Muti    …     Giovanna
Bruno Scipioni    …     Vincenzo Torrisi
Pilar Velázquez    …     Ester
Neda Arneric    …     Caterina moglie di Paolo
Barbara Bach    …     Moglie di Salvatore
Femi Benussi    …     Prostituta vestita di rosso
Enrica Bonaccorti    …     Mariella, l’amante di Vincenzo
Angela Covello    …     La ragazza dell’ultimo incontro
Orchidea de Santis    …     Prostituta
Dori Dorika    …     Sorella di  Paolo
Umberto D’Orsi    …     Il Marchese
Attilio Dottesio    …     Dottor Mondella
Jessica Dublin    …     Prostituta sulla strada
Ugo Fangareggi    …     Luigi Castorini
Oreste Lionello    …         Pittore
Mario Pisu    …     Lorenzo Banchieri
Eugene Walter    …     Jacomini

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Regia: Marco Vicario
Sceneggiatura: Marco Vicario dal romanzo di Vitaliano Brancati
Produzione:Alfonso Vicario
Musiche: Armando Trovajoli
Fotografia: Tonino Delli Colli
Scenografie: Flavio Mogherini
Costumi: Gabriella Pescucci

Paolo il caldo banner citazioni

“Seduto su questa terrazza, a due, a tre, o a dieci metri dalle donne che vedo,mi par di sentire, per un’allucinazione uditiva, il pulsare leggero della stupidità
in quelle fronti bianche delicatamente poggiate sugli archi dei sopraccigli;se spingo le cose più a fondo con un altro bicchiere di vino, posso assicurare
il mio lettore di aver percepito distintamente il rumore delle dieci sconclusionate parole che la vita fiacca e convenzionale fa dentro quei cervelli intanto che
le bocche sono mirabilmente immobili in un sorriso enigmatico”.

“Maiali! delinquenti!… sotto casa mia?… Andatelo a fare dalla troia di vostra madre… Li sparo, per quanto è vero Dio, li sparo…”

* Ci sono sofferenze che scavano nella persona come i buchi di un flauto, e la voce dello spirito ne esce melodiosa.
* L’anima è eterna, e quello che non fa oggi, può farlo domani.


* L’avvenire non è un probabile dono del ciclo, ma è reale, legato al presente come una sbarra di ferro, immersa nel buio, alla sua punta illuminata.


* La felicità è la ragione.


* Un uomo può avere due volte vent’anni, senz’averne quaranta.

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Vittorio Caprioli

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Ornella Muti

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Marianne Comtell 

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Rossana Podestà

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Pilar Velasquez

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Angela Covello

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Neda Arneric  

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Femi Benussi

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Orchidea De Santis

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ottobre 5, 2010 Posted by | Drammatico | , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento