E si salvò soltanto l’Aretino Pietro,con una mano avanti e l’altra dietro
Su soggetto di Enrico Bomba,nel 1972 Silvio Amadio gira E si salvò soltanto l’Aretino Pietro,con una mano avanti e l’altra dietro,
che sin dal titolo annuncia il genere di appartenenza della pellicola,il decamerotico.
Uno dei peggiori,almeno per quanto riguarda la povertà globale del prodotto finale,di rara sciatteria recitativa e di una povertà desolante
dal punto di vista comico.
Non si ride,nemmeno per errore,e gli sketch attorno ai quali si sviluppa il film sono davvero di una tristezza infinita.
Un frate arzillo e sporcaccione,poi altri frati più interessati ai piaceri della carne che a quelli dello spirito e infine una donna e le sue tre figlie
con una moralità estremamente elastica,per non usare termini offensivi sul mestiere più antico del mondo.
Girato in un’economia strettissima e probabilmente in meno di una settimana,questo film si segnala solo per la stravaganza del titolo,che vedrà il buon Amadio replicare nel genere decamerotico questa esperienza,precisamente nello stesso anno.

Parlo di un altro titolo quanto meno allegro,Come fu che Masuccio Salernitano, fuggendo con le brache in mano, riuscì a conservarlo sano,prodotto anche questo di bassa lega.
De resto i severi recensori del sito http://www.cinematografo.it ebbero a dire,parlando di E si salvò soltanto (…):”Il film non ha nessun autentico riferimento all’Aretino; come in tanti film di genere “boccaccesco”, anche in questo, prendendo a pretesto il nome dello scrittore cinquecentesco, vengono confusamente messe in scena, con superficialità e dilettantismo sfacciato, sempre analoghe situazioni licenziose, con sempre identici costumi, ambienti, linguaggi da trivio ed esibizioni immorali.”
Tutto da sottoscrivere,incluso il linguaggio sconcio e scurrile ricco di doppi sensi “fallici” e scoperecci,se mi passate il termine volgare.
D’altro canto siamo di fronte ad un film volgarissimo,pertanto è inutile indorare la pillola;
“l’avrà come una pannocchia“,una delle tante frasi colte del film si mescola con la proboscide di un elefante,dal chiaro ed inequivocabile significato fallico che compare senza alcuna giustificazione nel bel mezzo del film,quasi fosse qualcosa di divertente.Il livello del film è questo,inutile continuare a sparare a zero su di esso…
Occupiamoci della trama,anche se è imbarazzante riassumerla:
Concetta, Nanna e Fiorenza sono le tre figlie licenziose di Monna Violante,che recatasi a trovare le tre vogliose donne,scopre che esse
sono tutt’altro che un modello di castità.
Una si sollazza con un contadino piuttosto dotato,un’altra si finge malata pur di giacere con un monaco anch’esso dotato della “virtù meno apparente,fra tutte le virtù la più indecente” mentre la terza,scoperta la vocazione del marito per il gioco si finge morta,non senza sollazzarsi di nascosto con l’ennesimo frate gaudente.
Quest’ultima,scoperta nella sua tresca dal superiore del convento,diventerà la “compagna” di giochi erotici di tutto il convento fino a quando resterà incinta.
Grazie a Monna Violante,riuscirà a gabbare il marito.
Come già detto,un film volgare e privo di qualsiasi motivo di interesse.
Giusto per la cronaca,da segnalare nel cast la bella Franca Gonella e Carla Brait.
Per il resto,buio totale.Povero Aretino,che tra l’altro con il titolo non c’entra nulla…
Location casalinghe e costumi raccolti al mercato degli stracci completano il quadro.
Il film è oggi disponibile su You tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=D94Iok-agag in una discreta qualità.
…E si salvò solo l’aretino Pietro con una mano avanti e l’altra dietro…
Un film di Silvio Amadio. Con Franca Gonella, Carla Brait, Giorgio Favretto, Vincenzo Ferro. Erotico, durata 90 min. – Italia 1972.
Carla Brait: Olimpia
Giorgio Favretto: Fra’ Fazio
Vincenzo Ferro: Alfiuccio
Franca Gonella: Nanna
Elisa Mainardi: Violante
Luigi Miglietta: Fiorenza
Valentino Macchi: il cavaliere concupiscente
Gabriele Villa: Pietro Aretino
Regia Silvio Amadio
Soggetto Enrico Bomba
Sceneggiatura Enrico Bomba
Casa di produzione Vascello
Fotografia Antonio Modica
Montaggio Daniele Alabiso
Musiche Vittorio Stagni, Elio Maestosi
Scenografia Vincenzo Morozzi
Costumi Silvana Scandiarato
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Brutto esempio di decamerotico, condannato dalla mancanza di trovate, la qual cosa rende inutile una regìa non male ed un montaggio intenso che, purtroppo, più il tempo passa e più si nota la cronica mancanza di idee,
resta solo fine a sé stesso. Povere le ambientazioni, belle la Novak, la Gonella e la Henke. Si salva Renzo Rinaldi. Il finale è molto simile a quello de I giochi proibiti de l’Aretino Pietro, film che, pur nella sua modestia,
è decisamente meglio di questo.
Ingrid sulla strada
La giovane e bella Ingrid è diretta a Roma,dopo aver subito violenza da suo padre.
Sul treno che dalla finnica Rovaniemi porta in Italia,la ragazza si lascia sedurre da un uomo accettandone la ricompensa in denaro.
Dopo l’arrivo nella città eterna,Ingrid girovaga per la città,affascinata dalla sua bellezza e incontra casualmente la prostituta Claudia che
la carica su una carrozzella.
Tra le due c’è subito amicizia e complicità;Claudia la introduce nel suo ambiente,facendogli conoscere un pittore con il quale ha una relazione.
Alcune esperienze singolari attendono le due compagne di avventura,come l’incontro con un degenerato,Urbano,che con la complicità della moglie
instaura un improbabile rapporto a 4 a sfondo necrofilo.
Successivamente Ingrid fa la conoscenza del pappone di Claudia,il brutale e psicopatico Renato che,per vendicarsi dell’evidente disprezzo che da subito la ragazza mostra per lui,la fa violentare dai suoi uomini,con Claudia che perde la vita nel tentativo disperato di aiutarla.
Sconvolta,Claudia si uccide.
Brutto senza appello questo Ingrid sulla strada,diretto da Brunello Rondi nel 1973.

Ad un inizio anche lirico,con Ingrid che raggiunge la stazione tra candidi paesaggi innevati,si oppone il sordido e violento mondo romano,descritto dal regista come coacervo di tutti i peggiori vizi.
La parte centrale del film poi rasenta la narcosi profonda,sopratutto nell’episodio che vede le due donne partecipare ad una grottesca orgia con un degenerato e maturo cliente.
Il finale è sin troppo violento,un vero colpo di frusta che nelle intenzioni vorrebbe stigmatizzare l’ipocrita ambiente della capitale,all’apparenza elegante e nella realtà sordida e viziosa.
Invece il tutto appare come un ibrido mal amalgamato,in perenne bilico fra la farsa e la tragedia,con personaggi caricati all’inverosimile di vizi e sopratutto moralmente abietti e disadattati,asociali.
In equilibrio assolutamente precario tra il Pasolini delle borgate e la Roma da cartolina,il film deraglia quasi subito per eccesso di cinismo e per l’irrealtà dei personaggi mostrati.

La Agren, che interpreta la finnica Ingrid,è solo un bel volto gelido e algido mentre la Coluzzi (Claudia) dovrebbe essere un personaggio che ispira simpatia e che nella realtà,invece,appare ancor più censurabile degli altri,fatta eccezione per l’improponibile Citti,descritto come un satanasso senza morale e senza umanità.
Un sadico pervertito che maschera la propria carica di violenza con atteggiamenti da folle nazista nascosto nemmeno bene da intellettuale dei poveri.
Un film senza capo e sopratutto senza coda,un ritratto inverosimile e non credibile di una realtà che forse potrebbe anche appartenere agli anni settanta e alla capitale,ma che viene resa con un linguaggio e con una filmica inverosimili.
Rondi per l’ennesima volta cicca clamorosamente la palla e fa autogoal;accadrà con il pretenzioso I prosseneti scendendo ancora più in basso con Valeria dentro e fuori e sopratutto con Velluto nero.
Un cinema,il suo,molto arrogante e poco concreto.
Non bastano le buone intenzioni e una discreta tecnica per creare opere degne di essere ricordate;Rondi è poco più che un artigiano,peraltro presuntuoso.
Mescolare la poesia espressa dal paesaggio selvaggio con la brutalità dell’urbano richiede una sapiente opera alchemica,ovvero la capacità di passare da una realtà all’altra con discrezione e non ex abrupto.

Film quindi di scarso o nullo valore,nonostante l’esaltazione di qualche critico e di una manciata di adoratori del regista valtellinese,del quale non salverei nemmeno gli attori,fatta eccezione forse per Enrico Maria Salerno,alle prese con un personaggio odioso e ridicolo,che però esprime con la consueta bravura ed eleganza.
Buona la fotografia,innocue e dimenticabili le musiche di Carlo Savina
Il film è presente su Youtube in una splendida versione all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=Gvp-cj3bmIY
Ingrid sulla strada
Un film di Brunello Rondi. Con Janet Agren, Enrico Maria Salerno, Franco Citti, Francesca Romana Coluzzi,Marisa Traversi, Bruno Corazzari, Fred Robsham, Luciano Rossi Drammatico, durata 92 min. – Italia 1974
Janet Agren: Ingrid
Franco Citti: Renato
Francesca Romana Coluzzi: Claudia
Bruno Corazzari: il pittore
Luigi Antonio Guerra: uomo della gang di Renato
Fulvio Mingozzi: padre di Ingrid
Alessandro Perrella: giornalista
Luciano Rossi: il traditore
Enrico Maria Salerno: Urbano
Regia Brunello Rondi
Sceneggiatura Brunello Rondi
Produttore Carlo Maietto
Casa di produzione Thousand Cinematografica
Fotografia Stelvio Massi
Montaggio Marcello Malvestito
Musiche Carlo Savina
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
Luchi78
Dalla Lapponia con furore, alle botticelle con i coatti che fanno battute in tipico stile romanesco. Il salto è troppo ardito e il film perde subito la verve acquisita con
l’ottimo inizio. Non bastano poi le scene di violenza sostenute da un Citti non troppo nella parte, per non parlare di Salerno decisamente fuori luogo. Neanche le due protagoniste,
la Agren e la Coluzzi, riescono ad esprimersi a buoni livelli: la prima troppo trattenuta, la seconda troppo “alla romana”. Insomma, un film non riuscito.
Daidae
Mediocrissimo film che parte in quinta (la sequenza sul treno è favolosa) ma si sfalda appena Ingrid arriva a Roma. Assurdi i personaggi della Coluzzi ma sopratutto di Citti che, nonostante reciti bene,
è poco credibile nel ruolo del capo di una banda di neonazi-papponi-terroristi. In particolar modo la politica sembra una forzatura; “stupenda” la battuta del compagno che indica in papa Giovanni XXIII
il mandante dell’attentato! Totalmente fuori posto anche Enrico Maria Salerno. Film molto mediocre che, forse, ha come unico pregio i primi 5 minuti e gli ultimi 3.
Schramm
Chissà dove ha battuto la testa Rondi prima di mettersi a girare questo non plus ultra dello scultissimo coabitato da un sordido Citti -fisionomicamente beniano, in quest’occasione- che lo risolleva un pochino,
ma cinto d’assedio dalle armate del ridicolo a ogni minuto: bastino per tutti i dialoghi cacciati in bocca a Salerno, naufragante in situazioni che sono un inno all’umorismo involontario.
L’opinione di mm40 dal sito http://www.filmtv.it
Si tratta di un film senz’altro ‘alla Rondi’: intento di denuncia, sguardo rivolto alle problematiche sociali, ma poca fantasia e un’attrazione irrisolvibile verso le morbosità. Già dal titolo si intuisce che quella di Ingrid non sarà una storia felice;
brava la protagonista Agren (che è in realtà svedese e non finlandese), affiancata da un tris di ottimi nomi come Salerno, che ha poco più che un cameo, la Coluzzi e Citti (Franco), doppiato fra l’altro da Oreste Lionello. Soggetto e sceneggiatura di Rondi,
con apice della storia nella scena-shock del taglio della lingua di un ‘infame’. Echi di Pasolini (complice anche la presenza di Citti)? Ma Pasolini aveva una leggerezza nella narrazione che non sfiora neppure l’apparato grottesco e macchinoso di Rondi.
Andavamo al cinema-Parte sesta

Sesto appuntamento con il viaggio nel passato alla riscoperta delle vecchie sale cinematografiche italiane. In questi anni di paziente ricerca di immagini e di documentazione su quello che era l’aspetto “fisico” dei vecchi cinema italiani sin dagli albori dell’invenzione dei fratelli Lumiere,ho notato nei vari siti che pubblicano le foto che vedete nella serie di articoli “Andavamo al cinema” una tendenza diffusa verso un sentimento molto pericoloso,la nostalgia. Certo,è più che giusto e naturale provare un senso di rimpianto per quelli che comunemente ( e con un po troppa retorica) vengono chiamati “bei tempi andati”. Ma alla fine occorre prendere atto che tutto è mutato,il cinema non è più quello in bianco e nero o quello delle sale periferiche,dei quattro spettacoli giornalieri e dei flani,delle locandine pompose e dei milioni di spettatori che affollavano le sale. Quel mondo si è dissolto e rimpiangerlo serve davvero a pochissimo.Lo stesso (consentitemi la disgressione) in fondo vale anche per tutti i campi dell’umano;nostalgia e rimpianto sono trappole emotive molto pericolose,che distolgono dal futuro e sopratutto dal presente,l’unica cosa che in fondo conta veramente.Del resto la filosofia greca ben insegnava giudicando un esercizio inutile e dannoso il rifugiarsi nel passato,vista l’impossibilità di modificare lo stesso invitando a concentrarsi sui propositi per il domani. Il cinema ha mutato pelle,come del resto la musica,l’arte e tutte le forme di umana creatività che probabilmente ha espresso quasi tutto quello che c’era da dire con il linguaggio comunicativo che conosciamo.Il futuro riserverà altro;forse a cinema non si andrà più e tutto sarà reso con sistemi oggi ancora sconosciuti e nemmeno ipotizzabili.Ma,francamente,è un problema che non interessa se non come mera speculazione fine a se stessa.Tornando ad oggi,ecco la consueta galleria;spero di non aver sbagliato le denominazioni e le località in cui le sale erano ubicate,in questo caso vi invito caldamente a segnalarlo,ricordando che potete postare senza più moderazione e tempi di attesa.

Cinema Arena Astra Vicenza
Cinema Massimo Trieste
Cinema Teatro Coralllo Verona
Cinema Teatro Excelsior Milano
Cinema Teatro Farnese Borgo Val di Taro (Parma)
Cinema Teatro Fusco Taranto
Cinema Teatro Garden Chianciano Terme (Siena)
Cinema Teatro Iris Pizzighettone (Como)
Cinema Teatro Maria Napoli
Cinema Teatro Metropolitan Catania
Cinema Teatro Nuovo Crema
Cinema Teatro Principe Milano
Cinema Teatro Sarullo Agrigento
Cinema Teatro Umberto di Savoia Salerno
Cinema Teatro Verdi Crevalcore (Bologna)
Cinema Teatro Verdi Sestri Ponente (Genova)
Cinema Alce Milano
Cinema Alfieri Costigliole d’Asti (Asti)
Cinema Ariston Enna
Cinema Ariston Potenza
Cinema Astra Salerno
Cinema Cristallo Villafranca d’Asti (Asti)
Cinema Diana Bergamo
Sala Cine Teatro Palladium Roma
Sala Cine Teatro Spinelli Finale Emilia (Modena)
Sala Cine Teatro Politeama Acqui Terme (Alessandria)
Sala Cinema Comunale Belfiore Mantova
Sala Cinema Italia Venezia
Sala internna del cinema di Castelnuovo Magra di La Spezia
Corpo d’amore
Giacomo è un sessantenne con un figlio adolescente di quattordici anni;da lui è separato non solo dalla notevole differenza di età
ma anche da un lunghissimo periodo di separazione.
I due in pratica sono quasi degli estranei,che non hanno un dialogo benchè minimo in mancanza di quell’affiatamento che si crea tra
padre e figlio con il frequentarsi quotidiano.
In vacanza assieme,i due scoprono praticamente di non conoscersi affatto;a complicare le cose ci si mette anche l’ambiente,
apparentemente ostile e desolato.Siamo infatti in un periodo indecifrabile forse inizio primavera o inizio autunno,la spiaggia che hanno scelto
è deserta.
Il clima tra i due,complice la noia e le abissali differenze di cultura,educazione e i rispettivi vissuti ben presto diventa ostile.
Ma a cambiare il loro rapporto arriva una ragazza senza nome,che i due trovano priva di sensi su una spiaggia.
La ragazza quando rinviene,non comunica nella loro lingua,ma ben presto diviene oggetto del contendere tra padre e figlio,che ciascuno
dei due ama a modo proprio.

Giacomo e il ragazzo provano a comunicare con lei,che però non capisce;i discorsi che loro le fanno sembrano assolutamente privi di effetto,quasi dei soliloqui in cui si confessano con lei,non potendo (o non volendo) farlo fra di loro.
Ma tra i due si inserisce improvvisamente un uomo che,conoscendo la lingua della ragazza,la sottrae all’affetto un po morboso che Giacomo e suo figlio mostrano per la sconosciuta.
Che a sua volta sembra apprezzare molto più lo straniero.Padre e figlio a questo punto trovano un elemento insospettabile ad unirli;la gelosia verso l’ultimo arrivato che sta sottraendo loro la bella sconosciuta.
Fanno fronte comune e lo uccidono.
Ora hanno finalmente trovato un punto in comune…
Corpo d’amore,film del 1972 diretto da Fabio Carpi è opera complessa,enigmatica e spesso ermetica.

Ma non per questo priva di un sottile fascino.
A dispetto dei lunghi silenzi,delle pause,dell’atmosfera rarefatta e dell’assoluta incomunicabilità che si evince sia dai rapporti tra padre e figlio sia in quelli con la sconosciuta,
Corpo d’amore regala qualche momento di gran fascino unito però ad un certo tedio che scaturisce proprio dall’evidente impossibilità
di un dialogo tra i tre,reso esplicito anche dalla mancanza di una lingua comune che permetta ai personaggi di capirsi.
Chi è la bella sconosciuta,qual’è il suo passato,qual’è la portata dei sentimenti che nutre nei confronti della “strana coppia” restano domande insolute,
a tutto vantaggio di un film criptico e aperto a qualsiasi interpretazione.
Una delle chiavi di lettura del film è il conflitto non generazionale,ma di personalità tra i due protagonisti.
Rigido e austero,quasi inflessibile Giacomo,titubante e incerto il ragazzo.
Dialogo impossibile quindi,ma comunità d’intenti quando a sorpresa troveranno uno scopo identico nell’individuazione del nemico,quello straniero che riesce in poco tempo a rapire l’attenzione del “corpo d’amore“,la ragazza sconosciuta e affascinante che li ascolta imperturbabile,che forse qualcosa capisce di loro e delle espressioni che usano ma che non da alcun segno di intenderli.
Fabio Carpi,molto più conosciuto come sceneggiatore che come regista è qui alla prima delle sue dodici direzioni,nessuna delle quali di grande fama.
Il futuro sceneggiatore di Vedo nudo,di Diario di una schizofrenica,di Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato dirige un film in forte chiaro-scuro.

Troppe pause,troppi silenzi,troppi dialoghi che potremmo definire veri monologhi e l’aria alla Jonesco affliggono un film che parte da un’idea non certo originale, quella di descrivere un rapporto conflittuale tra padre e figlio.
L’espediente di inserire una donna come pomo della discordia lo è ancora meno,anche se questa volta la novità è rappresentata
dal fatto che la donna non sembra apparentemente in grado di capire o di comunicare.
Tuttavia un certo fascino il film lo conserva e alla lunga il giudizio può dare la sufficienza quanto meno agli intenti se non al risultato finale.
Bene gli attori,molto bella e brava la Farmer e Capolicchio.
Location malinconica e fotografia di gran fascino.
Film praticamente invisibile e di difficilissima reperibilità.
Corpo d’amore
Un film di Fabio Carpi. Con Mimsy Farmer, Lino Capolicchio, François Simon, Giovanni Rosselli, Vittorio Fanfoni Drammatico, durata 105 min. – Italia 1973.
Mimsy Farmer … La sconosciuta
François Simon … Giacomo,il padre
Giovanni Rosselli … Il figlio di Giacomo
Lino Capolicchio … Lo straniero
Regista: Fabio Carpi
Sceneggiatura: Fabio Carpi,Luigi Malerba
Produzione: Giulio Scanni
Fotografia: Vittorio Storaro
Montaggio: Paolo Boccio
Costumi: Fortunato Frasca
L’opinione di Sasso67 dal sito http://www.filmtv.it
Kammerspiel girato quasi del tutto all’aperto, in odore di incomunicabilità (tra padre e figlio) di derivazione antonioniana. Padre e figlio – entomologo razionalista e tassonomico il primo, insicuro e critico il ragazzo – non riescono quasi a parlarsi, se non nei termini di un continuo dissidio, dovutro anche alla grande differenza d’età: l’uomo ha 62 anni e il ragazzo 15. I due collaborano temporaneamente quando trovano una ragazza svenuta sulla spiaggia, salvo dividersi nuovamente quando entrambi si innamorano della straniera (il corpo d’amore del titolo): il ragazzo l’avrà per sé durante il giorno e l’adulto la notte. Sarà solo il crimine a creare una vera identità d’intenti e di sentimenti tra padre e figlio,
fino a farli diventare, per la prima volta, un corpo solo (anche questo, il corpo d’amore del titolo).
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
Homesick
In un semideserto paesaggio marino fotografato da Storaro con toni caldi ed avvolgenti, Carpi mette in scena un’opera colta e sensuale – echeggiante Antonioni e Bergman – sull’incomunicabilità tra padre e figlio, prima opposti e lontani, poi rivali in amore e complici nel delitto. I dialoghi, dominatori dei titoli di testa, cedono spesso il posto a lunghi silenzi, monologhi interiori e intensi primi piani del volto delicato della Farmer, che si esprime in una lingua sconosciuta. Volti opportunamente comuni quelli dei due protagonisti; fulminea ma incisiva la presenza di Capolicchio.
Lucius
Non posso esprimermi sul regista perché le regole lo vietano, mi limiterò a dire che è un film inguardabile; o meglio, sarebbe guardabile se privato di audio e questa la dice tutta sulla sua riuscita.
Fanno più scena la Farmer muta e il cameo di Capolicchio in tuta da sub che tutto il resto (le spiagge ovviamente brillano di luce propria). Dialoghi estenuanti, ripetivivi, roboanti e tediosi e tanta pellicola sprecata.
Nessun significato metaforico; solo un film indecifrabile, di rara bruttura.
Fauno
Come film non mente, ma se il premio Nobel della psicanalisi gli desse un bel voto, io non lo imiterei. Se la fotografia può compensare la staticità del film, la cultura non solo non potrebbe tappare le falle di un individuo carente
in tutti gli ambiti (pur essendo cattedrattico), ma ne uscirebbe ridicolizzata, a pezzi. Fra l’altro il comportamento che ha e trasmette al figlio verso questa straniera, mette in luce la frustrazione per un sogno irrealizzabile,
se non tramite una violenza ancora più ridicola. Se lui è un debole, non doveva neanche riprodursi.
I dialoghi letterari, i pensieri ad alta voce dei due protagonisti, anch’essi di derivazione letteraria, alla lunga stancano.
Andavamo al cinema-Parte quinta

In questa quinta parte della rubrica dedicata ai vecchi cinema italiani,molte sale di provincia.Quella provincia in cui spesso erano l’unica vera fonte di distrazione,luoghi di aggregazione sociale e posti in cui di dimenticava,almeno per due ore,la vita fuori dalle mura del cinema stesso.

Cine Radio City,Roma
Cine Teatro Ausonia,Terranova
Cine Teatro Belvedere, Sestola (Modena)
Cine Teatro di Bognanco (Verbano Cusio Ossola)
Cine Teatro Cagnoni,Vigevano (Pavia)
Cine Teatro Centrone,Gravina in Puglia (Bari)
Cine Teatro Comunale,Cavalese (Trento)
Cine Teatro Don Bosco,Vallecrosia (Imperia)
Cine Teatro Garbatella,Roma
Cine Teatro Garbaldi,Finale Emilia (Modena)
Cine Teatro Giardini,Modena
Cine Teatro Lilli,Perugia
Cine Teatro Mignon,Torino
Cine Teatro Moderno,Crescentino (Vercelli)
Cine Teatro Moderno,Savignano (Forli-Cesena)
Cine Teatro Politeama,Piacenza
Cine Teatro Valentini,Vibo Valentia
Cine Teatro Vallesina,Angeli di Rosora (Ancona)
Cine Teatro Verdi,Pordenone
Cine Teatro Vittorio Veneto,Ponte Buggianese (Pistoia)
Cinema Alba,Costigliole d’Asti
Cinema Ariston,Bovalino (Reggio Calabria)
Cinema Ariston, Penne (Pescara)
Cinema Astra,Cassano Magnago (Varese)
Cinema Excelsior,Milano
Ingresso del Cinema Olimpia di Modena
Ingresso del cinema Politeama di Piacenza
Sala di proiezione del cinema Di Giulio di Brindisi
Sala di proiezione del cinema Splendor di Torino
Sala di proiezione del cinema Monterosa di Torino
Nessuno è perfetto
Un giovane vedovo,Guerrino,proprietario di un’azienda vinicola,dopo la morte della moglie vive sotto lo stesso tetto con la suocera.
La quale non tanto segretamente vorrebbe diventare l’amante dell’uomo,che per questo motivo è deriso apertamente dai suoi amici tra i quali
si distingue lingua profonda.
Una sera,in palese imbarazzo con l’invadente suocera che le si è infilata nel letto,Guerrino approfittando di una telefonata esce di casa,destinazione Milano.
Qui incontra per la prima volta la splendida Chantal,una modella;la segue in albergo e per un fortuito caso beve un bicchiere colmo di barbiturici che la donna aveva preparato per se.
Tra Guerrino e Chantal nasce ben presto un affetto profondo,ma l’uomo non sa che in realtà Chantal,prima di diventare donna,era un paracadutista tedesco.
I due convolano a nozze,ma ben presto Guerrino inizia a rendersi conto che in sua moglie c’è qualcosa che non quadra;la donna ha una forza fisica davvero notevole ma sopratutto si irrigidisce quando le lui le confessa di desiderare un figlio,opponendo un netto rifiuto.
Sarà sua suocera a svelargli la verità.

Il colpo per Guerrino è durissimo;è innamorato di sua moglie,ma non riesce ad accettare almeno all’inizio l’identità sessuale precedente della moglie.
Ma nonostante le risate di scherno e gli sfottò degli amici e gli intrighi della suocera Guerrino scoprirà di non pter fare a meno di Chantal.
Nel finale anzi deciderà di adottare il figlio della donna,avuto da una relazione precedente quando era ancora un uomo.
Gradevole commedia firmata dal lucano Pasquale Festa Campanile,Nessuno è perfetto ha una caratteristica che la distingue dalla massa amorfa di pellicole dei primi anni ottanta,ovvero una completa assenza di volgarità.
Il che,visti i tempi che correvano,era davvero oro colato.
Costruita su un binomio di grande successo cinematografico,il duo Pozzetto-Ornella Muti,rispettivamente re e regina del box office (Sono fotogenico,Fico d’India e Mia moglie è una strega per Pozzetto nel biennio 80-81 e Il bisbetico domato,Innamorato pazzo per la Muti),Sono fotogenico gioca tutte le sue carte sulla simpatia innata che ispira Pozzetto e sullo charme e la grande bellezza di Ornella Muti,nel pieno del fulgore e del fascino.

Di suo Festa Campanile ci mette la comprovata abilità nel dirigere commedie strutturate semplicemente,con un pizzico di ironia e tanto mestiere.
Reduce dai risultati altalenanti di Il ladrone,Qua la mano e Manolesta,Festa Campanile torna alla struttura classica della commedia inserendo la novità della love story tra un transessuale e un vedovo.
Il rischio di cadere nella volgarità ,con queste premesse,è altissimo;ma il regista di Melfi sceglie saggiamente una linea soft,usando un linguaggio pulito e una storia semplice ma imbastita alla perfezione.
Altra caratteristica specifica del film è l’ambientazione,che una volta tanto non è localizzata al sud.
Niente Sicilia e niente Calabria.
Ma la bergamasca,ritratta come provincia pettegola e farisea.

Festa Campanile non usa la sciabola ma il fioretto;sembra quasi di vedere il suo sorriso indulgente stampato sul volto mentre dipinge,tratteggia i personaggi di lingua profonda,del play boy Nanni o peggio della perfida suocera del protagonista.
Per il film il regista sceglie un cast di comprimari di buon livello;c’è una bravissima Lina Volonghi nel ruolo della suocera un tantino sordida di Guerrino,Massimo Boldi in quello del linguacciuto tassista lingua profonda,Felice Andreasi in quello dell’amico fraterno e Gabriele Tinti in un insolito ruolo da play boy,ancora più insolito per un film a sfondo comico.
Niente nudità gratuite,niente volgarità,sorriso che aleggia per tutto il film.
Un buon viatico per un film sicuramente ben fatto,ben diretto e ben recitato.
Da vedere.
Nessuno è perfetto
Un film di Pasquale Festa Campanile. Con Renato Pozzetto, Massimo Boldi, Ornella Muti, Lina Volonghi,Gabriele Tinti, Felice Andreasi Commedia, durata 105 min. – Italia 1981.
Renato Pozzetto: Guerrino Castiglione
Ornella Muti: Chantal
Felice Andreasi: Enzo, l’amico fraterno di Guerrino
Massimo Boldi: il tassista pettegolo Lingua profonda
Gabriele Tinti: il commerciante e playboy Nanni
Benedetto Ravasio: lavoratore di Guerrino
Lina Volonghi: la suocera di Guerrino, madre della sua defunta prima moglie
Regia Pasquale Festa Campanile
Soggetto Franco Ferrini, Enrico Oldoini, Bernardino Zapponi,
Sceneggiatura Franco Ferrini, Renato Pozzetto, Enrico Oldoini
Produttore Luigi De Laurentiis, Aurelio De Laurentiis e Achille Manzotti
Fotografia Alfio Contini
Montaggio Amedeo Salfa
Musiche Riz Ortolani
Scenografia Giantito Burchiellaro
Opinioni tratte dal sito http://www.davinotti.com
Markus
“Nessuno è perfetto” è un film che adoro, forse perché girato in forma confidenziale e suggestiva, come accadde frequentemente nei Pozzetto-movies dei primi anni ottanta.
Pasquale Festa Campanile gira la pellicola a Bergamo ed offre a Pozzetto la possibilità di far divertire con il suo umorismo surreale e pacato, ma dando spazio a note riflessive che possono deludere chi desideri la comicità pura: no, qui siamo in una pochade surreale… è giusto così! La Muti a film alterni funziona, qui è andata bene… Valido il commento musicale di Riz Ortolani.
Zender
Gradevole commedia con qualche difficoltà a sintetizzare le scene più divertenti. il ritmo, d conseguenza, non è dei più travolgenti e
l’eccesso di “momenti d’intimità” tra Pozzetto e la Muti non agevola in questo senso. Però il cast è ben scelto, Bergamo offre uno sfondo da perfetta vita provinciale del Nord (come fu per La poliziotta), caratteristi come Boldi e Andreasi funzionano e Lina Volonghi perfida suocera ha dei gran duetti col protagonista (che dopo aver bevuto due litri di grappa ci è finito pure a letto insieme). La Muti è in parte.
Trivex
Nel 1981 forse non era una “operazione” tanto frequente e nemmeno un tema così scontato e affrontato, questo. Festa Campanile però riesce nella missione possibile di elaborarlo con una discreta disinvoltura, grazie in larga parte all’irresistibile Pozzetto nella sua classica interpretazione (quella che ne ha fatto un mito).
La Muti è al massimo del fervore estetico e recita pure benino, molto “al miele” quando non tira cazzotti. Belle anche le location e la musica di Riz Ortolani (adeguatissima), che ti entra in testa con notevole facilità.
“Uelà,ma a chi darai tutti questi pesci che prendi?
– A sua suocera no? Perchè tanto lei i pesci ce li ha già-
Te lo dico con le buone maniere: “Fuori dai coglioni!”.
Ornella Muti sul set
Renato Pozzetto
Ornella Muti
Lina Volonghi
Felice Andreasi
La Biblioteca Civica A.Mai Bergamo oggi
Piazza Vecchia,Bergamo nel film
Piazza Vecchia oggi
Il cimitero civico di Bergamo oggi
Il cimitero nel film
La Fontana Contarini oggi
Villa Masnada,Bergamo oggi
L’interno della villa Masnada nel film
La stazione di Bergamo
La stazione nel film
Andavamo al cinema-Parte quarta

Una nuova galleria di vecchi cinema,sparsi per la penisola.Immagini datate ma ricche di fascino…

Arena Giardino,Imola
Cabina di proiezione del cinema Palestrina
Cinema Teatro Lumiere,Isernia
Nuovo cinema Quirinetta,Roma
Cinema Teatro Artemisio, Velletri
Cinema Teatro Aurora,Treviso
Cinema Teatro Aziendale di Portonovo di Medicina (Bologna)
Cine Teatro Ciuppelli,Terni
Cine Teatro Cristallo,Oderzo (Treviso)
Cine Teatro Eden,Brindisi
Cine Teatro Galleria,Legnano (Milano)
Cinema Impero,Manfredonia (Foggia)
Cine Teatro Manzoni,Monza
Cine Teatro Modernissimo,Imola
Cinema Teatro Odeon,Brescia
Cinema Teatro Reale,Roma
Cinema Teatro Savoia,Campobasso
Cinema Teatro Sciarrone,Palmi (Reggio Calabria)
Cinema Teatro Universale,Genova
Cine Teatro Vittorio Emanuele, Modena
Cinema Adriano,Roma
Cinema Arena Follie estive,Firenze
Cinema Ariosto,Bologna
Ingresso del cinema Odeon di Catania
Interno del Cinema Politeama Lucioli di Terni
Sala di proiezione del cinema Cappuccini di Genova
Sala di proiezione del cinema Barberini di Roma
Sala di proiezione del cinema Iris di Piacenza
Sala di proiezione del cinema Manzoni di Paderno,(Udine)
Sala di proiezione del cinema teatro Esperia di Alcamo (Trapani)
Sala di proiezione del cinema Moderno di Sarzana (La Spezia)
American graffiti
Una staffetta generazionale tra i giovani del rock and roll e di Elvis Presley,dell’America di Dwight Eisenhower e della guerra di Corea
e i giovani dell’America di Kennedy e dell’impegno in Vietnam e in seguito di Martin Luther King e dei figli dei fiori.
L’ideale testimone passato tra una generazione forse non ancora completamente disillusa ma ancorata alle tradizioni del mito della frontiera e del capitalismo dal volto buono e quello rappresentato da giovani profondamente disillusi,contestatori ma anche loro costretti poi ad integrarsi nella società o restarne fatalmente al margine.
American graffiti racconta questo e altro.
Principalmente parla del passaggio all’età adulta,quel superamento del confine invisibile che lega l’adolescenza alla maturità.
Che può cambiare anche di parecchio,ma che in America era scandita da tappe inesorabilmente poste davanti ai giovani;il college o il servizio militare.
Guerra di Corea,guerra del Vietnam o in seguito una delle tante,piccole o grandi guerre a cui gli Usa hanno partecipato,Iraq,Afghanistan ecc.
Ecco,American Graffiti racconta questo rito,malinconicamente,con nostalgia.
Attraverso le vicende scanzonate o tragicomiche,tristi o allegre di quattro giovani,alle prese proprio con quel filo invisibile che in una notte li traghetterà verso il futuro.
Il tutto scandito dalle note di alcuni brani che rendono il film un’opera delicata e struggente,un inno alla giovinezza che sfugge e all’età adulta che si presenta con il suo carico di incognite e e di paure,di incertezze.

Sono tanti i personaggi che affollano il film di Lucas,dai quali però emergono i quattro che caratterizzano il film stesso,una pellicola dal sapore autenticamente e fortemente autobiografica.
“Dov’eri nel 1962?” chiede uno dei manifesti pubblicitari del film.
E Lucas risponde raccontando la sua giovinezza e probabilmente frammenti del suo passato,scanditi dalla colonna sonora che accompagnò lui e i suoi coetanei in quelli che retoricamente verranno chiamati “i favolosi anni sessanta”
Rock Around the Clock di Bill Haley e Runaway di Del Shannon,Surfin’ Safari dei Beach Boys e Smoke Gets in Your Eyes dei Platters oltre a moltissimi brani famosi di quel periodo fanno da sottofondo alle vicende “notturne” di tutti i protagonisti,che usano dragster o maxi auto in un tripudio ossequiante ad un’epoca che il regista omaggia apertamente.
I quattro personaggi principali hanno caratteristiche del tutto peculiari e personali,com’è ovvio che sia;non sono anonimi o intruppati nella massa,come accadrà ai loro figli che vivranno negli anni ottanta.
Curt,il ribelle e Terry il secchione,Steve il posato e tranquillo americano medio e John il vagabondo sono aspetti riflessi di buona parte dei giovani americani,quasi una rappresentazione allegorica della società incerta e confusa dell’America.
Sono personaggi,però che hanno un limite raffigurativo non paragonabile ai coetanei italiani dell’epoca.
Nel nostro paese la situazione socio economica era ben diversa,i miti americani erano decisamente lontani da quelli molto più modesti dei nostri ragazzi.

E questo è un grosso limite culturale di approccio alla pellicola di Lucas.
Le scorribande in auto,le smargiassate,le bevute e i night dalle luci ammiccanti non sono esperienze comuni con le nostre.
I nostri fratelli maggiori avevano altre aspirazioni e ben altri problemi.
Unica grande fortuna,a favore dei nostri,il clima di pace almeno dal punto di vista geo politico in cui viveva l’Italia.
Dal 1945,infatti,il nostro paese non ha vissuto le devastanti esperienze americane della guerra di Corea e del Vietnam;vero è che la situazione interna,a livello politico,era molto più drammatica (ed esploderà sul finire degli anni sessanta e sopratutto negli anni settanta) di quella americana.
Per questo motivo aldilà della simpatia o dell’affetto che si prova rispettivamente per i personaggi e per la musica di American graffiti il film stesso può non coinvolgere appieno il nostro spettatore.
Troppo diverso il vissuto.
E’ vero,i giovani sono uguali in qualsiasi angolo della terra.
Hanno tutti le stesse aspirazioni e gli stessi sogni.
Ma hanno un vissuto assolutamente differente.
A livello strettamente personale,pur avendo grande considerazione per il film di Lucas,trovo molto più intimista e poetico il film di
Bogdanovich L’ultimo spettacolo,spaccato più intenso e più sofferto,meno “appariscente” di American graffiti.
E’ inutile raccontare la trama del film, che vive praticamente sulla lunga notte dei protagonisti,in particolare dei quattro menzionati.
Entrano in ballo,nel film,altre figure che però sono meno delineate e più omologate alla massa di giovani che si agita in quella che sembra l’ultima notte agitata prima della quiete.

A parte la colonna sonora,splendida,si segnala la presenza nel film di un cast di grande livello,che include tra gli altri,in un ruolo minore Harrison Ford ma anche Richard Dreyfuss,bravissimo e Ron Howard.
Lucas dirige con bravura un film di buon livello,con la dovuta misura e con garbo;le reazioni del pubblico americano,all’uscita del film,furono entusiastiche,tanto che lo stesso Lucas trovò finalmente i finanziamenti per realizzare il suo sogno,portare sullo schermo Guerre stellari.
Che ovviamente sarà un altro trionfo.
Anche la critica accolse positivamente il film,che infatti è incluso nella lista dei cento film più importanti girati e prodotti in America.
Un film di George Lucas. Con Richard Dreyfuss, Ron Howard, Paul Le Mat, Charles Martin Smith, Cindy Williams,
Candy Clark, Mackenzie Phillips, Wolfman Jack, Bo Hopkins, Manuel Padilla jr, Beau Gentry, Harrison Ford, Jim Bohan,
Jana Bellan, Deby Celiz Commedia,durata 110 min. – USA 1973
Richard Dreyfuss: Curt Henderson
Ron Howard: Steve Bolander
Paul Le Mat: John Milner
Charles Martin Smith: Terry ‘Il rospo’ Fields
Cindy Williams: Laurie Henderson
Harrison Ford: Bob Falfa
Robert Weston Smith: Lupo Solitario
Candy Clark: Debbie
Suzanne Somers: La donna bionda
Mackenzie Phillips: Carol
Bo Hopkins: Joe
Kathleen Quinlan: Peg
Claudio Capone: Curt Henderson
Luca Dal Fabbro: Steve Bolander
Emilio Bonucci: John Milner
Piero Tiberi: Terry ‘Il rospo’ Fields
Roberta Paladini: Laurie Henderson
Willy Moser: Bob Falfa
Nino Dal Fabbro: Lupo Solitario
Emanuela Fallini: Debbie
Emanuela Rossi: Carol
Regia George Lucas
Soggetto George Lucas, Gloria Katz, Willard Huyck
Sceneggiatura George Lucas, Gloria Katz, Willard Huyck
Produttore Francis Ford Coppola
Casa di produzione Lucasfilm
Distribuzione (Italia) Universal Studios
Fotografia Jan D’Alquen, Ron Eveslage
Montaggio Verna Fields, Marcia Lucas
Scenografia Dennis Clark
Costumi Aggie Guerard Rodgers
Trucco Bette Iverson
Rock Around the Clock (Bill Haley and the Comets)
Sixteen Candles (The Crests)
Runaway (Del Shannon)
Why Do Fools Fall in Love (Frankie Lymon and the Teenagers)
That’ll Be the Day (Buddy Holly)
Fannie Mae (Buster Brown)
At the Hop (Flash Cadillac & The Continental Kids)
She’s So Fine (Flash Cadillac & The Continental Kids)
The Stroll (The Diamonds)
See You in September (The Tempos)
Surfin’ Safari (The Beach Boys)
He’s the Great Imposter (The Fleetwoods)
Almost Grown (Chuck Berry)
Smoke Gets in Your Eyes (The Platters)
Little Darlin’ (The Diamonds)[7]
Peppermint Twist (Joey Dee & The Starliters)
Barbara Ann (The Regents)
Book of Love (The Monotones)
Maybe Baby (Buddy Holly)
Ya Ya (Lee Dorsey)
The Great Pretender (The Platters)
Ain’t That a Shame (Fats Domino)
Johnny B. Goode (Chuck Berry)
I Only Have Eyes for You (The Flamingos)
Get a Job (The Silhouettes)
To the Aisle (The Five Satins)
Do You Wanna Dance (Bobby Freeman)
Party Doll (Buddy Knox)
Come Go with Me (Del Vikings)
You’re Sixteen (Johnny Burnette)
Love Potion No. 9 (The Clovers)
Since I Don’t Have You (The Skyliners)
Chantilly Lace (The Big Bopper)
Teen Angel (Mark Dinning)
Crying in the Chapel (Sonny Till & The Orioles)
A Thousand Miles Away (The Heartbeats)
Heart and Soul (The Cleftones)
Green Onions (Booker T. & The M.G.’s)
Only You (And You Alone) (The Platters)
Goodnight, Well It’s Time to Go (The Spaniels)
All Summer Long (The Beach Boys)
L’opinione di Decks dal sito http://www.filmtv.it
(…) Adolescenza è spesso sinonimo di sogni, amori platonici, automobili e atti più o meno sconsiderati. Ed è così che George Lucas decide di raffigurare i giovani protagonisti di questo film. Ragazzi che vogliono sembrare grandi,
ma in realtà non lo sono, non appartenendo però neppure all’infanzia ormai trascorsa. Quel limbo dove si comincia a pensare al proprio futuro rammaricandosi delle prime vere difficoltà.
La regia di George Lucas è sicuramente buona, nel suo seguire i differenti personaggi, fatta di numerosi stacchi, ferma, ma comunque precisa. Sono però il montaggio e la colonna sonora che spiccano in questo lungometraggio.
Il primo riesce a creare uno specifico percorso dei numerosi protagonisti, un’analisi precisa del loro ingresso nell’età adulta grazie a numerose situazioni, che sia una tavola calda
(unico punto luminoso e accogliente nella città notturna) o una zona più abbandonata. La colonna sonora, unica materia invisibile che accomuna tutti grazie alle radio sintonizzate sulla medesima stazione,
con le sue canzoni di fine anni ’50 è trasportante e nostalgica, grazie anche al repertorio di brani degli ottimi Beach Boys.(…)
L’opinione di Filippo Brunamonti dal sito http://www.repubblica.it
(…) Il capolavoro di George Lucas ha lasciato il marchio anche nella titolazione di alcune opere “american” che hanno influenzato la storia del cinema più recente. C’è l’american dal sapore agrodolce di American Beauty (1999)
di Sam Mendes e quello che suona come un pugno di American Gangster (2007), per la regia di Ridley Scott. E ancora, l’infantile e ormonale American Pie, il perverso American Horror Story (per la tv), il narcisistico e letale American Psycho
dal libro di Bret Easton Ellis, il politico American History X con Edward Norton e American Gigolo con Richard Gere in versione escort.(…)
L’opinione di Pigna System dal sito http://www.filmscoop.it
C’è chi , oggi, lo definirà un pò datato, ma “American Graffiti”, primo grande successo di George Lucas, e unico suo lavoro da regista fuori dal genere fantascienza, resta uno dei non moltissimi film che sanno esprimere qualcosa di onestamente vero sulla giovinezza
e sul suo aspetto irripetibile ; cronaca di una nottata prima di un momento importante per quattro ragazzi, il film racconta, incrocia, tergiversa, per collegare in un’alba che rischierà di divenire tragica le storie che presenta. Lucas , e questa è la forza della sua pellicola,
rende bene la grande potenzialità di un adolescente, che sommando le proprie aspirazioni ai propri sogni e al peso del tempo a relativa disposizione, potrebbe sentirsi invincibile, nonostante la sfortuna e la ristrettezza degli ambienti che rappresentano il suo mondo: una colonna sonora-capolavoro,
composta da molte delle più belle canzoni pop degli anni Cinquanta punteggia la scorribanda dei quattro giovani di provincia, tra disavventure amorose, gare in auto, la scoperta che un Mito radiofonico è solo un omone goloso di gelati che all’occorrenza abbandona la propria disillusione
per fornire uno sprazzo di filosofia, e il passo d’avvio per il futuro. Le didascalie che chiudono la proiezione , come rilevò Kezich, giustamente, stanno lì a ricordare la perdita delle illusioni, a confermare che “American Graffiti” è un film cui ci si può impudicamente affezionare.
Dai graffiti di Lucas ai prati verdi e finti in cui Kevin Spacey e Annette Bening annegano il perfetto ritratto della famiglia americana, il sogno/incubo americano è servito. Per mantenerlo vivo, basta riascoltare la potente colonna sonora di American Graffiti (Buster Brown, The Crows, Frankie Lymon and the Teenagers, Flash Cadillac, The Platters, Buddy Holly, Richard Rodgers…), note e suoni nella notte legati da uno straordinario Walter Murch che, ancora oggi, ricorda il film come l’esperimento di montaggio sonoro più importante della sua carriera.
“Potremo finalmente evadere da questa città di merda e tu vuoi restare in cella,è questo che vuoi?”
I film della Hammer production-Parte seconda


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Paura nella notte



Madeline Smith
Stephanie Beacham
Jennifer Daniels
Barbara Shelley
Angharad Rees
Hazel Court
Dana Gillespie
Barbara Selley
Nastassja Kinskj
Joan Collins































































































































































































































































































































































