La febbre del sabato sera
16 dicembre 1977 e 13 marzo 1978.
Due date importanti per la storia del musical e per la storia del costume del nostro paese.
La prima riguarda l’uscita nelle sale americane di Saturday night fever, titolo originale della pellicola diretta da Jonh Badham,la seconda riguarda l’anteprima nazionale italiana dello stesso film con l’italianissimo titolo La febbre del sabato sera,traduzione letterale dell’originale americano.
Perchè citare un film come parte integrante della storia del costume italiano?
Semplicemente perchè il film di Badham entrò dapprima timidamente,poi con forza dirompente nel modo di vivere dei nostri giovani, in un paese scosso ancora dal terrorismo, da quel senso di precarietà che si viveva nel periodo più buio della nostra storia.

In pochi mesi il film si innestò con la sua musica e con tutto il suo carico di voglia di evasione nel costume di un paese colpito al cuore da terrorismo,inflazione,disoccupazione.
Per molti giovani, che avevano vissuto e stavano ancora vivendo l’incubo degli anni di piombo rappresentò una svolta.
Per alcuni storiografi una deriva, per molti altri un nuovo inizio, che significò l’avvento della stagione del riflusso, che ufficialmente inizierà sul finire dell’anno 1979 e che troverà negli anni 80 la sua consacrazione, con l’abbandono di molte tematiche degli anni settanta a tutto favore del disimpegno e della leggerezza, con il contemporaneo alleggerimento della tensione sociale.
Potrà sembrare un ragionamento molto riduttivo, eppure La febbre del sabato sera ebbe un impatto determinante sulla vita di molti giovani;le discoteche divennero ancor più il punto di aggregazione di tanti giovani,posti dove svagarsi, lasciare da parte i problemi semplicemente ballando sulle note di Stayng alive o Night fever.

Così,lentamente ma inesorabilmente,una generazione cresciuta all’ombra dell’odio e della violenza si avvia a conoscere la stagione effimera, eppur fondamentale,di quella che venne definita età dell’oro, un periodo lungo quasi un decennio e che ribalterà molte delle cose acquisite nei decenni precedenti, innalzerà a status la voglia di divertirsi,svagarsi,del “tutto e subito”
La febbre del sabato sera è un musical, ma del tutto particolare.
Le tematiche di fondo infatti sono assolutamente pregnanti;si va dal disagio giovanile delle classi meno abbienti americane all’emarginazione di quelle immigrate, nello specifico la numerosa colonia ispanica all’uso di droghe al razzismo.
Su tutto la figura simbolo del film, Toni Manero, un giovane bianco appartenente a quella classe invisibile che corrisponde al nostro proletariato (forse anche sotto proletariato),un giovane estremamente estroverso ma al tempo stesso egoista e superficiale,che fa un lavoro anonimo, un’occupazione temporanea che non lo soddisfa affatto presso un negozio di vernici.
Toni frequenta un gruppo eterogeneo di italo americani, in perenne conflitto con la numerosa colonia ispanico-americana.

L’unico suo vero divertimento, svago, è il ballo.
Toni frequenta il 2001 Odyssey,una discoteca ai margini dell’opulenta Manhattan,posto nel quale conosce Stephanie Mangano,un’altra italo americana che è più grande di lui ed anche più matura.
I due amano il ballo e ben presto Toni fa coppia con lei, apprezzandone non solo le doti di ballerina ma anche quelle di donna.
Ma Manero non è maturo.
Non è colpa sua, ovviamente.
Il gruppo che frequenta è composto da persone irresponsabili, emarginate,con una carica di violenza latente.
Così Toni, reduce da una vittoria in una gara di ballo assolutamente ingiusta ottenuta ai danni di una coppia portoricana ben più meritevole del premio, finisce per tentare di usare violenza su Stephanie.
Sarà la drammatica morte di Bobby, un amico del gruppo, forse il ragazzo più equilibrato del gruppo, che precipita giù da un ponte a cambiare per sempre la vita di Toni.

Presa coscienza del suo stato,dei suoi comportamenti sopratutto nei riguardi di Stehanie,Tony si recherà a casa della ragazza alla ricerca di un punto fermo che significhi un nuovo inizio,l’alba di una vita diversa.
La febbre del sabato sera è un bel film, aldilà anche della strepitosa,immortale colonna sonora che fa da sfondo al film stesso;la storia non è affatto banale, le tematiche si mescolano abbastanza armonicamente mentre scorrono le note di brani storici come Stayin’ Alive,How Deep Is Your Love,More Than a Woman,Night Fever,You Should Be Dancing dei Bee Gees,band storica del finire degli anni sessanta oltre a strepitosi single come If I Can’t Have You di Yvonne Ellimann e Disco Inferno dei Trammps.E’ sicuramente inusuale la descrizione di problemi annosi e direi anche endemici della società statunitense come il razzismo e l’emarginazione.
Ma indiscutibilmente sarà la colonna sonora a segnare questo film.
Un ricordo personale.
Quando usci Saturday night fever il nostro paese era avvolto da una cappa di piombo.
E tutti eravamo davvero stanchi di quella lunghissima stagione di attentati, di morti ammazzati, di sangue e di dolore.

A vent’anni puoi anche avere passione politica ma alla fine quando ti rendi conto che tutto sta finendo in una litania di uccisioni, anche le idee,l’ideologia stessa traballa.
Così capitò a molti di iniziare ad avere una forma di ripudio totale della violenza.
E altrettanto fatalmente questo film si innestò in queste dinamiche, nella voglia di evasione, di normalità che iniziava a dilagare fra i giovani.
Ad ottobre del 1978 frequentavo una discoteca della mia città.
La Saturday night fever a distanza di qualche mese era sempre più la colonna sonora alternativa al rock, ormai quasi morto e sepolto dopo più di un decennio di furore.
La sera del sabato avveniva una specie di rito che in qualche modo assomigliava a quello mostrato da Toni Manero nel film;per tutta la settimana ci si preparava all’evento e quando finalmente arrivavano le 20,30, orario di apertura della discoteca stessa,ci si tuffava in un mondo in cui era bandita la tristezza.
Le energie dei giovani confluivano in balli scatenati sulle note della disco dance, che impazzava allora.
Da Stayng alive a You should be dancing,ci si scatenava sulla pista avvolti da nuvole di ghiaccio secco sotto le luci accecanti dei riflettori;poi arrivavano i lenti come Night fever o la meravigliosa How deep is your love e tanti altri brani che seguirono come Born to be alive,Baby i love you, lenti appassionanti come Quella carezza della sera,Baker street.

Il mondo stava cambiando e stavano cambiando le mode,le aspirazioni; se gli anni sessanta avevano traghettato il nostro paese da un’epoca ingenua ad una di amara consapevolezza,il finire degli anni settanta traghettò il paese in quella sbornia colossale che furono gli anni ottanta.
Spalle agli anni di piombo, gli italiani si scoprirono cicale.
Ma questa è un’altra storia.
Aldilà del valore assolutamente più che discreto, La febbre del sabato sera ebbe il grande merito di spalancare le porte,almeno nel nostro paese, ad una musica dirompente che rilanciò la disco music come fenomeno di massa.
E consegnò brani immortali alla storia della musica.
La febbre del sabato sera
Un film di John Badham. Con Barry Miller, John Travolta, Karen Gorney, Joseph Cali, Fran Drescher, Paul Pape, Donna Pescow, Bruce Ornstein, Julie Bovasso, Martin Shakar, Denny Dillon, Sam Coppola, Donna Perscow, Nina Hansen, Lisa Peluso, Bert Michaels Titolo originale Saturday Night Fever. Commedia, durata 119 min. – USA 1977
John Travolta: Tony Manero
Karen Lynn Gorney: Stephanie Mangano
Barry Miller: Bobby C.
Joseph Cali: Joey
Paul Pape: Double J.
Donna Pescow: Annette
Bruce Ornstein: Gus
Julie Bovasso: Flo Manero, madre di Tony
Martin Shakar: Frank Manero Jr., fratello
Sam Coppola: Dan Fusco
Nina Hansen: nonna
Lisa Peluso: Linda Manero, sorella di Tony
Val Bisoglio: Frank Manero Sr., padre di Tony
Denny Dillon: Doreen
Bert Michaels: Pete
Robert Costanzo: cliente del negozio
Robert Weil: Becker
Shelly Batt: ragazza della discoteca
Fran Drescher: Connie
Donald Gantry: Jay Langhart
Murray Moston: venditore
William Andrews: detective
Ann Travolta: ragazza
Helen Travolta: signora al negozio
Ellen March: commessa del bar
Monti Rock III: DJ
Roy Cheverie: partner spaiato
Adrienne King: ballerina
Alberto Vazquez: membro di una gang portoricana
Flavio Bucci: Tony Manero
Ludovica Modugno: Stephanie Mangano
Claudio Sorrentino: Bobby C.
Laura Gianoli: Annette
Antonio Colonnello: Frank Manero Jr.
Ridoppiaggio (2002)
Claudio Sorrentino: Tony Manero
Alessandra Korompay: Stephanie Mangano
Corrado Conforti: Bobby C.
Luigi Ferraro: Joey
Francesco Pezzulli: Double J.
Francesca Guadagno: Annette
Simone Crisari: Gus
Maria Pia Di Meo: Flo Manero
Christian Iansante: Frank Manero Jr.
Vittorio Amandola: Dan Fusco
Saverio Indrio: Frank Manero Sr., padre di Tony
Stefano Mondini: DJ
Regia John Badham
Sceneggiatura Norman Wexler
Produttore Robert Stigwood
Fotografia Ralf D. Bode
Montaggio David Rawlins
Musiche David Shire
Tema musicale Barry Gibb, Maurice Gibb, Robin Gibb
Scenografia Charles Bailey
Costumi Patrizia von Brandenstein
Trucco Max Henriquez, Joe Tubens
“Stayin’ Alive”, Bee Gees, durata 4’45”
“How Deep Is Your Love”, Bee Gees, 4’05”
“Night Fever”, Bee Gees, 3’33”
“More Than a Woman”, Bee Gees, 3’17”
“If I Can’t Have You”, Yvonne Elliman, 3’00”
“Symphonie No 5″ (originale di Beethoven), Walter Murphy, 3’03”
“More Than a Woman”, Tavares, 3’17”
“Manhattan Skyline”, David Shire, 4’44”
“Calypso Breakdown”, Ralph MacDonald, 7’50” (non inserita nel film)
“Night on Disco Mountain”, David Shire, 5’12”
“Open Sesame”, Kool & the Gang, 4’01”
“Jive Talkin'”, Bee Gees, 3’43” (non inserita nel film)
“You Should Be Dancing”, Bee Gees, 4’14”
“Boogie Shoes”, KC and the Sunshine Band, 2’17”
“Salsation”, David Shire, 3’50”
“K-Jee”, MFSB, 4’13”
“Disco Inferno”, The Trammps, 10’51”
L’opinione di Dario dal sito http://www.mymovies.it
Probabilmente il miglior film sulla danza (e non solo) mai fatto in epoca moderna! Travolta è riuscito a creare attorno a sè un’icona con questo ruolo e a ripetere tale grandezza solo col ruolo datogli da Tarantino in “Pulp fiction” . Peccato che il doppiaggio della pellicola sia stato trascurato notevolmente, infatti la si gusta meglio nella sua versione originale. Film inevitabile, un “must” per i cinefili, che seppur poco attratti dalla cultura disco anni ’70 (come me), dovrebbero capire che con questo film si è fatta la storia. Notevole anche il malinteso intrinseco del film, ossia che viene fatto passare per commedia, quando in realtà per gran parte della durata del film si sta davvero male da quanto forte e autentico è il ritratto di questa solitudine metropolitana di Tony Manero, il quale riesce a trovare unico conforto nella danza e nella partner in pista interpretata altrettanto bene da Karen Lynn Gorney, nel ruolo di Stephanie Mangano. Il finale anticlimatico potrà sembrare ridicolo, ma in fondo è necessario. Il sequel “Staying alive” girato da Sylvester Stallone, d’altro canto, ha tentato in modo assolutamente fallimentare di riesumare il successo del primo film.
L’opinione di Panflo dal sito http://www.filmtv.it
Io c’ero quando uscì nel ’77; ero anche padre di due frugolotti di 9 e 10 anni. Li portai a vederlo e si annoiarono a morte ; forse annoiato dalla loro noia mi rimase un ricordo negativo (influenzato sicurament dal rimpianto dei soldi del biglietto) perché se parti a vedere un film con lo spirito negativo non c’è speranza che lo cambi in corso d’opera : perciò mi parve una brutta copia di “American Graffiti” , troppo notturno, con i caratteri troppo marcati, specie la famiglia Manero, le scene di ballo filmate male con predominza di fastidiosi rossi e frequenti effetti “flou” , musica che non diceva gran che (e pensare che i Bee Gees erano tra i miei preferiti dopo Massachusset e, Words ed altri) Come mi sbagliavo !!! Me lo rividi dopo qualche anno ed ebbi modo di ammirare l’abilità del regista nel portare avanti una storia di giovani perdenti (ma in fondo anche gaudenti) e della loro passione per il ballo senza troppo attardarsi su approfondimenti socio-culturali, ma lasciando spazio a godibili scenette , veloci e ben legate da una musica che ormai mi era entrata nel DNA. Le scene di ballo collettivo, ripresa dall’alto in atmosfera quasi da sogno , e i singoli balletti di Travolta ti mettono in movimento tutto il corpo e oggi che l’ho rivisto per l’ennesima volta , pensando a tutti i film de genere successivi, posso affermare che rimane veramente un capostipite insuperato.
L’opinione di Angelheart dal sito http://www.filmscoop.it
Un John Travolta semplicemente fenomenale (in uno dei ruoli top della sua carriera assieme al Jack Kerri di “Blow Out” e all’indimenticabile Vincent Vega di “Pulp Fiction”) è il protagonista di questo film culto anni 70, indubbiamente tra i più importanti e rappresentativi della famosa decade.
Uno spaccato generazionale crudo, sincero e divertente che cattura ben bene il malessere e le frustrazioni che serpeggiavano tra i giovani dell’epoca (nullità di giorno, leoni di notte) tra risse, sesso, droga, turpiloquio (tra i più spinti che il cinema ricordi) e sequenze di ballo assolutamente irresistibili.
Ciliegina sulla torta, una strepitosa colonna sonora disco, indubbiamente azzeccata, dei mitici Beegees (che ha contribuito non poco al successo del film); melodie indimenticabili che si sposano perfettamente con le scene in cui vengono usate e che ne enfatizzano ancor più la carica rendendole semplicemente uniche nel suo genere (come dimenticare i titoli di testa con “Staying Alive”, o le “prove costume” di Tony nella sua stanza con “Saturday Night Fever”, o ancora il famoso ballo in pista di Tony, che sfoggia un repertorio di passi da far paura, sulle note di “You Should be Dancing, Yeah”).
Insomma, a parte qualche dettaglio inutile (tutta la parte col fratello spretato) e qualche leggero momento di stanca nella parte centrale (con la relazione altalenante tra Tony e Stephanie) “La Febbre del Sabato Sera” rimane un affresco anni 70 e fenomeno di costume meritatamente storico (lontano dall’essere una commedia o un musical come molti erroneamente pensa(va)no), ancora oggi sincero e brutale, che senza ombra di dubbio andrebbe visto almeno una volta nella vita; se non altro per capire come mai lo straordinario John Travolta, con questo film, sia riuscito a diventare una superstar modello di vita per gli uomini e ultra sex-symbol per le donne. Veramente… Travolta è un fottùto MITO!!!
In definitiva: grande film, grande grande film… che la cosa piaccia o meno.
Da vedere e rivedere.
Interessante notare come all’epoca i modelli e le influenze sui giovani fossero il Rocky Balboa di Stallone o il Frank Serpico di Pacino, e che le donne sulle quali si sbavava fossero stangone bionde e bellezze naturali come Farrah Fawcett.
Tanto per capire come la situazione oggi sia veramente desolante…
dal sito http://www.davinotti.com:
L’opinione di Markus
Cult movie (consegnato alla storia del cinema) in cui si stende un ritratto di gioventù americana senza ideali ma con una coscienza indotta di fine anni ’70; ma c’è di più: il film di Badham è anche storiografico perché espone con straordinaria fedeltà il fenomeno allora in corso della “disco” attraverso luoghi e brani già di per sè icone. Travolta ha incarnato – forse senza nemmeno saperlo – le fattezze di migliaia di ragazzi in tutto il mondo.
L’opinione di Herrkinski
Ovvero: quello che non ti aspetti. Se infatti il film a prima vista (e da quel che si dice in giro da sempre) parrebbe solo una glorificazione effimera della disco-dance di fine anni ’70, è in realtà uno spaccato di vita dei giovani di periferia della New York del periodo; classi sociali basse, figli di immigrati e minoranze, con potenzialità inespresse e condannati a una vita che non gli appartiene. A tratti duro e per nulla accomodante, con un finale non rassicurante e una certa violenza; bravo Travolta, mai sopra le righe. Da rivalutare.
L’opinione di Harrys
Il film riesce a districarsi abilmente, con uno stile singolare, ma forse inconsapevole, tra toni da commedia giovanilistica spensierata e toni da amara satira sui concetti di immaturità, di standardizzazione, di mancanza di personalità (e quindi di saldi principi) e di prospettive. Se il primo aspetto della pellicola (quello scanzonato) non esalta, il secondo (quello graffiante) colpisce nel segno, ergendosi quasi a monito. Il personaggio di Tony Manero sembra essere stato scritto e pensato appositamente per John Travolta. Grande OST.
Signor Fusco: “Il futuro non si fa fottere, il futuro casomai fotte te! Quello c’è sempre e se non sei preparato, ti fotte!”
Tony: “Per me il futuro è stasera!”
Stephanie: “Io sto crescendo, sto crescendo. Tu non hai neppure idea di quanto sto crescendo!”
Tony: “Mettiti le scarpe basse!”
Se la devono sempre prendere con qualcuno… il perché non si sa! (Tony Manero)
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Bay Ridge, Brooklyn, New York City, New York, USA
Bensonhurst, Brooklyn, New York City, New York, USA
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Lenny’s Pizza – 1969 86th Street, Bensonhurst, Brooklyn, New York City, New York, USA
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Phillips Dance Studio – 1301 W. Seventh Street, Bensonhurst, Brooklyn, New York City, New York, USA
Verrazano-Narrows Bridge, New York City, New York, USA
Tutto l’amore che c’è
Samba pa ti di Carlos Santana e i pantaloni a zampa di elefante,la Dyane 2 cv e le basette lunghe,i jeans e i capelli disordinati, il juke box e i 33 giri.
Sullo sfondo la campagna pigra e silenziosa del sud, della Puglia per l’esattezza.
Le giornate all’apparenza tutte uguali, sotto il sole estivo abbacinante, che mette stanchezza solo a guardarlo, gli ulivi fieri e maestosi, la terra brulla.
Due ragazzini che parlano, brevemente;lui le ha chiesto qualcosa di più della semplice amicizia, lei è maliziosa nonostante la giovane età.
“Quanto tempo ci vuole? Forse un mese,una settimana.Se farò così con la testa vorrà dire si, altrimenti no”
E’ un tempo sospeso,c’è un’aria di calma sonnolenta, tutto sembra immutabile come l’atmosfera delle campagne e delle immutabili abitudini di vita del meridione.
Siamo nella parte centrale degli anni settanta, che solo chi è del Sud, solo chi li ha vissuti può capire pienamente.

Un’epoca di tante speranze ma anche di cocenti delusioni.
Il sogno di un lavoro, tante idee,la voglia di cambiare le cose, la musica, l’amicizia.
Questo il contorno frammentato di Tutto l’amore che c’è, film del 2000 di Sergio Rubini,regista barese Doc anche se nato a Grumo Appula, piccolo centro a vocazione agricola dell’hinterland barese,30 KM circa dalla città.
Forse il suo film più autentico come regista, un omaggio commosso e a tratti anche commovente ad un periodo della sua (e nostra gioventù) irrimediabilmente sepolto dalle sabbie del tempo;un film in soggettiva,un racconto visto attraverso gli occhi di Carlo De Vito, sedicenne ancora ingenuo e con amici un gruppo eterogeneo di giovani più grandi di lui.

Il bar del paese,il ghiacciolo, la birra e i discorsi a tavolino su una vita piena di speranza;il gruppo di amici discute e parla di questo ed ecco che all’improvviso a turbare e cambiare le loro vite, definitivamente, arrivano tre sorelle, Gaia,Lena e Tea che sono le tre splendide e disinibite figlie di un ingegnere venuto in quel lembo sperduto di sud per dirigere una fabbrica, una di quelle che dovrebbe rappresentare un’opportunità per i giovani del posto,il miraggio di un posto di lavoro.
Le tre ragazze appartengono ad un altro mondo,agli antipodi da quello rustico e provinciale del gruppo di ragazzi:ma tutti i protagonisti sono giovani e ben presto trovano un trait d’union,qualcosa che li leghi.
Nasce l’amicizia ma anche un affetto abbastanza profondo fra Gaia e Nicola;il legame tra quest’ultimo e Maura,una ragazza del posto sognatrice e romantica salta,con conseguenze funeste per la ragazza che perderà la vita tragicamente.

Per gli altri sarà un’ubriacatura di libertà, fatta di qualche spinello e di sogni destinati ad avere sorte incerta nel futuro.
Un film che gioca tutte le sue carte sull’operazione nostalgia che Rubini mette in scena senza esagerare con il rimpianto;lo sguardo tenero e divertito del regista osserva le vite di tutti i personaggi mostrandone superficialmente ambizioni e speranze lasciando molto defilato il contesto storico in cui avvengono i fatti.
Contano le vite e i loro sogni,tutto il resto viene in second’ordine;Rubini ritaglia per se il ruolo del papà di Carlo, figura in qualche modo patetica nella ricerca di allestire uno spettacolo teatrale, affida il ruolo della madre di Carlo, suo alter ego giovane ad una Margherita Buy insolitamente spaesata, anche perchè limitata ad un ruolo marginale.
Carlo,che è un Rubini giovane in questo film dal sapore autobiografico, è interpretato da Damiano Russo,che all’epoca delle riprese del film aveva diciassette anni, quindi in perfetta sintnia con l’età del personaggio.

Il volto sognante e un po spaesato di Russo è una delle cose migliori del film;purtroppo il giovane attore barese si spegnerà tragicamente nel 2011 in seguito ad un incidente stradale.
Acerba e bellissima è Vittoria Puccini, la Gaia del film mentre è Michele Venitucci a interpretare Nicola, altro personaggio mportante del film.
La giovane Teresa Saponagelo è Maura, la ragazza di Nicola che muore tragicamente nel film mentre decisamente avulso dalla storia, una vera e propria comparsata è quella di un over size Gerard Depardieu,unica,vera nota stonata del film.
Le riprese di Tutto l’amore che c’è avvennero in territori abbastanza distanti l’uno dall’altro;si va da Grumo Appula a Palo del Colle, ad Altamura e infine Giovinazzo;una provincia di Bari interna, contadina,assolata e silenziosa.
Un film di buona fattura,un’operazione nostalgia condotta con sobrietà e senza premere troppo l’acceleratore sul facile sentimentalismo; opera pregevole che sarà seguita da un altro film molto carino, L’anima gemella.
Tutto l’amore che c’è
Un film di Sergio Rubini. Con Sergio Rubini, Gérard Depardieu, Margherita Buy, Damiano Russo, Francesco Cannito, Marcello Introna, Michele Venitucci, Teresa Saponangelo, Vittoria Puccini Commedia, durata 93 min. – Italia 2000.
Damiano Russo: Carlo De Vito
Sergio Rubini: padre Carlo
Margherita Buy: Marisa
Gérard Depardieu: Molotov
Teresa Saponangelo: Maura
Vittoria Puccini: Gaia
Michele Venitucci: Nicola
Francesco Cannito: Enzo Garofalo
Pierluigi Ferrandini: Vito
Marcello Introna: Aldo
Antonio Lanera: Angelo
Francesco Lamacchia: Salvo
Antonio Tuzza: Callisto
Celeste Pisenti: Lena
Alessandra Roveda: Tea
Oriana Celentano: Giuseppina
Mariolina De Fano: Zia Maria
Regia Sergio Rubini
Soggetto Sergio Rubini e Domenico Starnone
Sceneggiatura Domenico Starnone, Luca Gobbi, Sergio Rubini
Produttore Vittorio Cecchi Gori
Fotografia Paolo Carnera
Montaggio Angelo Nicolini
Musiche Michele Fazio
L’opinione di Panflo dal sito http://www.filmtv.it
Sergio Rubini, regista di talento di un cinema minimalista ma genuino, mi ricorda il primo Olmi, quello de “Il Posto” ; la freschezza nel descrivere la psicologia degli adolescenti e la genuina compartecipazione nelle loro ansie , gioie, speranze e delusioni non ha nulla di concettuale e di psicologicamete approfondito come spesso accade in altri film sulla gioventù. Si sorride spesso nel vedere le situazioni, anche ovvie ma mai banali, di un piccolo mondo di adolescenti del sud che vivacchiano sotto il sole degli anni ’70, tra voglia di donne e comunismo , e lo sconvolgimento creato dall’arrivo di tre sorelle da Milano che portano una ventata di modernismo un pò hippie. Una perfetta ricostruzione di quei tempi, con bravi attori giovanissimi ed entusiasti, un’ambientazione piacevole e musiche d’epoca ben calibrate (forse eccessivamente alto il lo sonoro che spesso copre le voci umane).
L’opinione di Sasso67 dal sito http://www.filmtv.it
Un Rubini insolitamente esplicito sul piano sessuale, racconta un tempo della sua giovinezza, quando tre ragazzine milanesi sconvolsero la vita di un gruppetto di giovani pugliesi negli anni Settanta. E non insisterei troppo con la critica alle incongruenze cronologiche, perché probabilmente il regista guarda più a un tempo dell’anima piuttosto che a dei riferimenti storicamente precisi: concediamoglielo come licenza poetica. Per il resto, il film è riuscito in parte; somiglia a tanti film americani sui ricordi adolescenziali, sulla voglia di crescere presto, che qui da noi è merce abbastanza rara. Qualche episodio è felice, qualche altro odora di riempitivo (la recita del padre di Carlo), ma, insomma, via, s’è visto di peggio. Fra gli interpreti, mi piace Teresa Saponangelo: recita in maniera molto naturale. La colonna sonora è bella, anche perché vi ricorrono un paio di brani dei King Crimson, anche se quell’album – In The Court Of The Crimson King – è del 1969…
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com
Triplice contrasto, come scrive bene Morandini: Nord-Sud, ragazzi-ragazze, genitori-figli. Operina talora riuscita (**), che non graffia ma che neppure voleva graffiare. Finale bruttino. Domina la nostalgìa (autobiografica?) e regala qualche squarcio divertente, come quando, dopo la prima puntata nella casa dei monzesi, il gruppo commenta la differente educazione domestica. Bravi i ragazzi locali, assai meno le “monzesi”. Depardieu non c’entra nulla col film, nel quale si fuma sempre, in maniera che si fa pure fastidiosa.
L’opinione di DJ Fetish dal sito http://www.filmscoop.it
Un piccolo gioiellino di cinema perfettamente italiano.
Tutto è al suo posto: bellissima fotografia che restituisce i luoghi così come sono, colonna sonora di impatto, recitazione perfetta di tutti, dai più rodati ai giovanissimi (per una volta nel cinema italiano che spesso propone attori assurdi), storia accattivante e a tratti triste e malinconica.
Difficilmente si scorda.
9 settimane e mezzo
“Odio 9 settimane e mezzo, stupido e volgare, odio quel film con Mickey Rourke, l’ho sempre odiato Da quel momento la mia strada e’ stata irta di difficolta’ perche’ Hollywood ha pensato di aver trovato una mansueta pupattola da manipolare come volevano i produttori, il che voleva dire prostituirmi ai loro bisogni, sia personali sia di botteghino.”Non volevo essere un simbolo di donna sexy e desiderata da milioni di maschi sconosciuti, non volevo finire come Marilyn Monroe, suicida a 36 anni.Rivivrei la stessa vita percorrendo gli stessi passi. Cambierei solo due cose: non rifarei la modella e non accetterei piu’ di fare un film cosi’ volgare, stupido e cretino come quello che mi ha lanciata. A costo di rimanere anonima“.
Le parole di Kim Basinger, piene di rancore un po ingenerose verso un film che tutto sommato le ha dato una popolarità internazionale che prima non aveva alla fine danno una definizione perfettamente in linea con questa pellicola assolutamente sopravvalutata e tendenzialmente (anche sostanzialmente) insipida e noiosa.

Un film patinato,un vero e proprio spot pubblicitario che sta all’amore come una crosta sta alla Gioconda di Leonardo.
La similitudine è meno casuale di quello che si possa credere,visto che la protagonista,Elisabeth, è una gallerista single molto affascinante; che conosce casualmente (ma non tanto) John, un rampante broker finanziario.
Siamo negli anni ottanta,in Italia c’è la Milano da bere, a New York la fortuna economica,il successo sono strettamente legate alla finanza.
Quella finanza creativa che un ventennio dopo avrebbe distrutto l’economia mondiale, con le conseguenze che ancora oggi scontiamo.
Tornando al film, assistiamo alla nascita di una relazione torbida e sensuale fra i due, che ben presto sfocia in rapporti sessuali in bilico fra l’innocente e il peccaminoso spinto.

I due amanti sperimentano alcune varianti del sesso, Elisabeth ben presto diventa una specie di giochino, un trastullo erotico per John che la trasforma in una bambola senza anima e senza volontà.
Ma Elisabeth, che all’inizio si è fatta trascinare dai sensi incomincia a capire che sta raggiungendo un punto di non ritorno e decide,prima di ritrovarsi annientata dalla volontà di John, di sfuggire alla stretta mortale dell’uomo e lo pianta piangendo.
Lui la lascia andare, senza confessarle che il gioco si è trasformato in qualcosa di terribilmente serio…
9 settimane e mezzo è tutto qua.
Erotismo annacquato, giochini più o meno spinti, un po quelli che un moderno diciottenne ormai non pratica neanche più,immagini e fotografia lussuosi ma niente anima e niente sentimento.
Del resto i due protagonisti giocano, fanno sesso, si rincorrono, rifanno sesso ecc. senza soluzione di continuità;per il resto lasciano i sentimenti quelli veri, accantonati in un angolo senza minimamente tirarli in ballo.

Una specie di Ultimo tango a Parigi, ma il paragone è sacrilego e offensivo nei riguardi del film di Bertolucci, amaro e cupo apologo dell’incomunicabilità e di mille altre tematiche, che in questo film non vengono nemmeno sfiorate.
“Questo film ha per tema quel tipo di passione –spiega il regista – che confina con la pazzia quando due persone si ubriacano l’una dell’altra, escludendo dalla loro vita tutto e tutti“. Passione si, ma null’altro.
Però qualcosa che affascina lo spettatore c’è: una colonna sonora sontuosa,con brani divenuti in seguito dei cult come You Can Leave Your Hat On di Joe Cocker,l’ipnotica This City Never Sleeps degli Eurythmics,che tradotto significa “questa città non dorme mai”,un po come i due protagonisti, impegnati in un tour de force erotico che li priva anche del sonno, o ancora come la bellissima Slave To Love di Bryan Ferry o ancora I Do What I Do… di John Taylor.
A ben vedere 9 settimane e mezzo è diventato un cult principalmente per due motivi:la già citata colonna sonora e la splendida, prorompente sensualità di Kim Basinger, che non si spoglia molto ma che nelle situazioni più erotiche mostra una sensualità che riabilita il film almeno su questo versante.
Alla sua prima uscita il film non ottenne alcuna visibilità;ci volle il nascente mercato dell’Home video per dare al film una visibilità planetaria che venne aumentata a dismisura proprio dalla fama di film peccaminoso che avvolse la pellicola da allora in poi.

Un film in sostanza molto datato, che però ha un valore per capire lo spirito degli anni ottanta, quelli che sono stati definiti dell’edonismo reganiano;vuoto ed effimero, come buona parte degli anni ottanta.
9 settimane e ½
Un film di Adrian Lyne. Con Mickey Rourke, Kim Basinger, Kim Chan, Karen Young, Margaret Whitton, Michael Margotta, Christine Baranski, Olek Krupa, Victor Truro, Ellen Barber, Ron Wood, Riccardo Bertoni, Rosanna Carter, Petina Cole, Roderick Cook, William De Acutis, Nell Hause, Justine Johnston, Lise Lebeuf, David Marguiles, Michael P. Moran, Peter Pagan, Sandy Pena, Terri Perri, Luther Rucker, Ray Sheriff, Joey Silvera, Lee Tai Sing, David Tabor, Leonard Termo, Dwight Weist Titolo originale 9½ Weeks. Erotico, durata 121 min. – USA 1986
Mickey Rourke: John Gray
Kim Basinger: Elizabeth McGraw
Margaret Whitton: Molly
David Margulies: Harvey
Christine Baranski: Thea
Karen Young: Sue
Dwight Weist: Farnsworth
William De Acutis: Ted
Roderick Cook: Sinclair
Justine Johnston: venditrice di letti
Regia Adrian Lyne
Soggetto Elizabeth McNeill
Sceneggiatura Sarah Kernochan,Zalman King,Patricia Louisianna Knop
Produttore Anthony Rufus Isaacs,Zalman King
Produttore esecutivo Keith Barish,Frank Konigsberg
Fotografia Peter Biziou
Montaggio Caroline Biggerstaff,Ed Hansen,Tom Rolf,Mark Winitsky
Effetti speciali Dan Kirskoff
Musiche Jack Nitzsche
Costumi Bobbie Read
Tonino Accolla: John Gray
Simona Izzo: Elizabeth McGraw
Manuela Andrei: Molly
Roberta Paladini: Sue
Mario Bardella: Farnsworth
Marco Guadagno: Ted
Sergio Fiorentini: Sinclair
Gabriella Genta: venditrice di letti
1. I Do What I Do… – John Taylor
2. The Best Is Yet To Come – Luba
3. Slave To Love – Bryan Ferry
4. Black On Black – Dalbello
5. Eurasian Eyes – Corey Hart
6. You Can Leave Your Hat On – Joe Cocker
7. Bread And Butter – Devo
8. This City Never Sleeps – Eurythmics
9. Cannes – Stewart Copeland
10. Let It Go – Luba
Elizabeth:”John non ti interessa sapere se mi piace?”
John:” No…”.
“No,voglio dirti una cosa, io sono stato con tante donne, con tante altre… ma quello che ho provato con te non l’ho provato con nessun altra.. mi piacerebbe… mi piacerebbe tanto stringerti per farti sentire quello che mi sta succedendo dentro…non mi era mai capitato… non avevo mai amato così tanto!”
“Sei così maledettamente affascinante…!”

L’opinione di Il gobbo dal sito http://www.davinotti.com
Rispetto agli 80’s si è combattuti fra nostalgia e repulsione; qui si propende verso la repulsione – e il dilemma: cosa ci hanno trovato migliaia di persone, al di là del materiale per qualche esercitazione solitaria à la “Onan il barbaro”? Incomprensibile. Come manuale del regista di spot, opera esemplare. Come manufatto cinematografico, una cagata pazzesca. Si conoscono personalmente almeno un paio di imbecilli che si sono cimentati con cartoni di latte (devastando la cucina di mammà) e coi cubetti di ghiaccio, rimediando ceffoni.
L’opinione di Cotola dal sito http://www.davinotti.com
All’epoca film scandalo, oggi ha perso tutta la sua forza anticonformista che già alla sua uscita era davvero ben poca cosa per non dire assolutamente fasulla. Lo stile è quello da spot pubblicitario tanto caro al regista (uno dei più sopravvalutati degli ultimi 25 anni). Non si capisce quindi come un filmetto del genere abbia potuto avere tanto successo. Per fortuna ci ha pensato il tempo a mostrarne gli enormi limiti, primo fra tutti la furbizia dell’insieme, e a farlo cadere nel dimenticatoio.
L’opinione di Gianni sv66 dal sito http://www.filmtv.it
In questo film c’è tutto il vuoto desolante della mentalità yuppies, il lato oscuro di un gran decennio quali sono stati gli anni ’80.. E Kim Basinger in quelle immagini era una f… da urlo. Insomma, si pur involontariamente visto che il regista aveva ben altri obiettivi, un piccolo trattato su una certa società e una certa fascia sociale di quel periodo.
L’opinione di Scantia dal sitto http://www.filmscoop.it
Concentrato di estetica anni 80, risente notevolmente della diffusione che ebbe il videoclip come mezzo privilegiato di promozione musicale in quegli anni.
Preceduto da un lancio pubblicitario volto ad alimentare lo scandalo per i contenuti erotici, in realtà fece molto meno scalpore di quanto oggi si tenda a ricordare (specialmente qui in Italia con le varie dottoresse, infermiere e insegnati della commedia sexy eravamo abbondantemente svezzati in termini di nudità sul grande schermo) e la banalità della storia certo non aiuta a mantenere alta la tensione erotica in un film che promette più di quello che mantiene.
Fintamente trasgressivo, in realtà molto conformista nel celebrare di fatto lo stile di vita di due yuppies annoiati che si destreggiano tra loft, gallerie d’arte, ristoranti e vestiti alla moda, accompagnati da musiche di tendenza (il lancio della colonna sonora fu pubblicizzato come e più del film stesso).
Fu iniziatore di una strategia promozionale (“il film erotico più trasgressivo dell’anno!!!”) che accompagnò successive ciofeche del calibro di Showgirl e Striptease, finchè il pubblico, capita l’antifona, si rivolse alle nascenti videochange per assicurarsi materiale valido a fini autoerotici.
Classifica al botteghino 1990
1) Balla coi lupi (Dances with Wolves) di Kevin Costner
con Kevin Costner, Mary McDonnell, Graham Greene, Rodney A. Grant, Floyd “Red Crow” Westerman, Robert Pastorelli
2) Pretty Woman di Garry Marshall
con Richard Gere, Julia Roberts, Ralph Bellamy, Laura San Giacomo, Hector Elizondo, Jason Alexander
3) La sirenetta di John Musker & Ron Clements
4) Ghost – Fantasma di Jerry Zucker
con Demi Moore, Patrick Swayze, Whoopi Goldberg, Tony Goldwyn, Rick Aviles, Vincent Schiavelli
5) Atto di forza (Total Recall) di Paul Verhoeven

con Arnold Schwarzenegger, Michael Ironside, Rachel Ticotin, Sharon Stone, Ronnie Cox
6) Mamma, ho perso l’aereo di Chris Columbus

con Macaulay Culkin, Joe Pesci, Daniel Stern, John Heard, Roberts Blossom, Catherine O’Hara, John Candy
7) Vacanze di Natale ’90 di Enrico Oldoini

con Massimo Boldi, Christian De Sica, Diego Abatantuono, Ezio Greggio, Andrea Roncato, Corinne Cléry, Maria Grazia Cucinotta, Moira Orfei
8) Il tè nel deserto (The Sheltering Sky) di Bernardo Bertolucci

Con Debra Winger, John Malkovich, Campbell Scott, Jill Bennett, Timothy Spall, Eric Vu-An, Amina Annabi
9) Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme

con Jodie Foster, Anthony Hopkins, Scott Glenn, Ted Levine, Anthony Heald, Charles Napier, Roger Corman, Chris Isaak
10) Le comiche di Neri Parenti

Con Paolo Villaggio, Renato Pozzetto, Enzo Cannavale, Tiziana Pini, Fabio Traversa, Alessandra Casella
11) Rocky V di John G. Avildsen

con Sylvester Stallone, Talia Shire, Burt Young, Sage Stallone, Burgess Meredith, Tommy Morrison, Richard Gant
12) Weekend con il morto di Ted Kotcheff

con Andrew McCarthy, Jonathan Silverman, Catherine Mary Stewart, Terry Kiser, Don Calfa, Louis Giambalvo
13) Mediterraneo di Gabriele Salvatores

con Diego Abatantuono, Claudio Bigagli, Giuseppe Cederna, Claudio Bisio, Gigio Alberti, Vanna Barba
14) Senti chi parla 2 di Amy Heckerling

con John Travolta, Kirstie Alley, Olympia Dukakis, Elias Koteas, Twink Caplan, Gilbert Gottfried
15) Presunto innocente di Alan J. Pakula

con Harrison Ford, Brian Dennehy, Raul Julia, Bonnie Bedelia, Paul Winfield, Greta Scacchi, John Spencer
16) Risvegli (Awakenings) di Penny Marshall

con Robert De Niro, Robin Williams, Julie Kavner, Ruth Nelson, John Heard, Penelope Ann Miller, Max von Sydow, Alice Drummond, Dexter Gordon
17) Ritorno al futuro, Parte III di Robert Zemeckis

con Michael J. Fox, Christopher Lloyd, Mary Steenburgen, Lea Thompson, Thomas F. Wilson, Elisabeth Shue, Matt Clark
18) Stasera a casa di Alice di Carlo Verdone

con Ornella Muti, Sergio Castellitto, Carlo Verdone, Yvonne Sciò, Cinzia Leone
19) Nikita di Luc Besson

con Anne Parillaud, Tchéky Karyo, Jean-Hugues Anglade, Jeanne Moreau, Jean Bouise, Jean Reno
20) Highlander II – Il ritorno di Russell Mulcahy

con Christopher Lambert, Virginia Madsen, Michael Ironside, Sean Connery, John C. McGinley, Alan Rich, Phil Brock
Gli Oscar del 1973
Gli attori Carol Burnett, Michael Caine, Charlton Heston e Rock Hudson sono i presentatori della tradizionale serata che attribuisce gli Academy award per l’anno 1973 ai film nominati dalla giuria relativi alla stagione cinematografica dell’anno precedente.Ancora una volta la sede deputata alla cerimonia è quella del Dorothy Chandler Pavilion di Los Angeles.
E’ la sera del 27 marzo 1973, e tutti attendono uno scontro in grande stile fra i due fenomeni cinematografici del 1972, Il padrino e Cabaret, diretti rispettivamente da Francis Ford Coppola e Bob Fosse.
Alla fine il vero trionfatore è il film di Fosse che su 10 nomination porta a casa ben 8 statuette mentre Il padrino è il grande sconfitto, visto che vince solo 3 statuette su 11 nomination;enorme delusione per La signora del Blues, film dedicato alla stella Billie Halliday interpretata da Diana Ross che su 5 nomination non porta a casa nulla.

Una delle tre statuette, forse la più ambita, quella per il miglior film la porta a casa Il padrino; il premio, tutto sommato, è ben meritato alla luce anche del parterre dei concorrenti che include Cabaret (Cabaret), regia di Bob Fosse,Un tranquillo week-end di paura (Deliverance), regia di John Boorman,Karl e Kristina (Utvandrarna), regia di Jan Troell e Sounder (Sounder), regia di Martin Ritt.
Fosse si prende la rivincita con Cabaret per la miglior regia,nella stessa serata che vede la clamorosa protesta di Marlon Brando che, premiato come miglior attore protagonista per Il padrino mandò a ritirare la statuetta Sacheen Littlefeather, una nativa in segno di protesta contro le ingiustizie nei confronti dei nativi americani.
Nel corso della serata viene premiato anche, come miglior film straniero, Il fascino discreto della borghesia del grandissimo Bunuel oltre all’attribuzione di un Oscar alla carriera per Edward G. Robinson
Curiosità:
-Marlon Brando è il secondo attore a rifiutare l’Oscar;era già accaduto a George C.Scott nel 1971, che aveva rifutato la statuetta perchè non si sentiva in competizione con gli altri attori.
-Cabaret vinse anche 3 Golden Globe su 9 nomination, mentre Il Padrino vinse 5 Golden su 7 nomination;
-Luci della ribalta, di Charlie Chaplin, in seguito ai problemi relativi al maccartismo rimase inedito fino al 1972; nell’edizione del 1973 vinse un Oscar retroattivo come miglior colonna sonora.
-Karl e Kristina, di Jan Troell, venne candidato come miglior film straniero nel 1972 ed ebbe 4 nomination nel 1973.In globale ebbe 5 candidature in due anni senza però vincere alcun premio.
-Sacheen Littlefeather, al secolo Marie Louise Cruz, venne scelta da Brando per ritirare la statuetta come miglior attore protagonista; la ragazza, per parte di padre aveva sangue Apache,Yaqui e Pueblo.
La ragazza aveva preparato un discorso di ben 15 pagine ma,minacciata di essere arrestata se avesse superato il minuto di prammatica, si limitò a dire che “Marlon Brando mi ha chiesto di farvi un lungo discorso che non posso purtroppo condividere con voi attualmente, a causa del tempo, ma che sarò felice di condividere con la stampa in altra sede; purtroppo il signor Brando non può accettare questa premio molto generoso, a causa del trattamento degli Indiani d’America da parte del cinema ,della televisione e dei film replicati, e anche in seguito ai recenti avvenimenti di Wounded Knee.”
Miglior film
Il padrino (The Godfather), regia di Francis Ford Coppola
Un tranquillo week-end di paura (Deliverance), regia di John Boorman
Karl e Kristina (Utvandrarna), regia di Jan Troell
Miglior regia
John Boorman – Un tranquillo week-end di paura (Deliverance)
Jan Troell – Karl e Kristina (Utvandrarna)
Francis Ford Coppola – Il padrino (The Godfather)
Joseph L. Mankiewicz – Gli insospettabili (Sleuth)
Miglior attore protagonista
Marlon Brando – Il padrino (The Godfather)
Michael Caine – Gli insospettabili (Sleuth)
Laurence Olivier – Gli insospettabili (Sleuth)
Peter O’Toole – La classe dirigente (The Ruling Class)
Migliore attrice protagonista
Diana Ross – La signora del blues (Lady Sings the Blues)
Maggie Smith – In viaggio con la zia (Travels with My Aunt)
Liv Ullmann – Karl e Kristina (Utvandrarna)
Miglior attore non protagonista
Eddie Albert – Il rompicuori (The Heartbreak Kid)
James Caan – Il padrino (The Godfather)
Robert Duvall – Il padrino (The Godfather)
Al Pacino – Il padrino (The Godfather)
Migliore attrice non protagonista
Eileen Heckart – Le farfalle sono libere (Butterflies Are Free)
Jeannie Berlin – Il rompicuori (The Heartbreak Kid)
Geraldine Page – Un marito per Tillie (Pete ‘n’ Tillie)
Susan Tyrrell – Città amara – Fat City (Fat City)
Shelley Winters – L’avventura del Poseidon (The Poseidon Adventure)
Miglior sceneggiatura originale
Jeremy Larner – Il candidato (The Candidate)
Luis Buñuel e Jean-Claude Carrière – Il fascino discreto della borghesia (Le charme discret de la bourgeoisie)
Terence McCloy, Chris Clark e Suzanne de Passe – La signora del blues (Lady Sings the Blues)
Louis Malle – Il soffio al cuore (Le souffle au coeur)
Carl Foreman – Gli anni dell’avventura (Young Winston)
Miglior sceneggiatura non originale
Mario Puzo e Francis Ford Coppola – Il padrino (The Godfather)
Jay Presson Allen – Cabaret
Jan Troell e Bengt Forslund – Karl e Kristina (Utvandrarna)
Julius J. Epstein – Un marito per Tillie (Pete ‘n’ Tillie)
Lonne Elder III – Sounder
Miglior film straniero
Il fascino discreto della borghesia (Le charme discret de la bourgeoisie), regia di Luis Buñuel (Francia)
Qui le albe sono quiete (A zori zdes’ tichie), regia di Stanislav Rostockij (Unione Sovietica)
I Love You Rosa (Ani Ohev Otach Rosa), regia di Moshé Mizrahi (Israele)
Mi querida señorita (Mi querida señorita), regia di Jaime de Armiñán (Spagna)
La nuova terra (Nybyggarna), regia di Jan Troell (Svezia)
Miglior fotografia
Geoffrey Unsworth – Cabaret
Charles B. Lang – Le farfalle sono libere (Butterflies Are Free)
Harold E. Stine – L’avventura del Poseidon (The Poseidon Adventure)
Harry Stradling Jr. – 1776
Douglas Slocombe – In viaggio con la zia (Travels with My Aunt)
Miglior montaggio
David Bretherton – Cabaret
Tom Priestley – Un tranquillo week-end di paura (Deliverance)
William Reynolds e Peter Zinner – Il padrino (The Godfather)
Frank P. Keller e Fred W. Berger – La pietra che scotta (The Hot Rock)
Harold F. Kress – L’avventura del Poseidon (The Poseidon Adventure)
Miglior scenografia
Rolf Zehetbauer, Jurgen Kiebach e Herbert Strabel – Cabaret
Carl Anderson e Reg Allen – La signora del blues (Lady Sings the Blues)
William Creber e Raphael Bretton – L’avventura del Poseidon (The Poseidon Adventure)
John Box, Gil Parrondo e Robert W. Laing – In viaggio con la zia (Travels with My Aunt)
Geoffrey Drake, Don Ashton, John Graysmark, William Hutchinson e Peter James – Gli anni dell’avventura (Young Winston)
Migliori costumi
Anthony Powell – In viaggio con la zia (Travels with My Aunt)
Anna Hill Johnstone – Il padrino (The Godfather)
Bob Mackie, Ray Aghayan e Norma Koch – La signora del blues (Lady Sings the Blues)
Paul Zastupnevich – L’avventura del Poseidon (The Poseidon Adventure)
Anthony Mendleson – Gli anni dell’avventura (Young Winston)
Migliore colonna sonora
Originale drammatica
Charles Chaplin, Raymond Rasch e Larry Russell – Luci della ribalta (Limelight)
John Williams – Images
Buddy Baker – Due ragazzi e un leone (Napoleon and Samantha)
John Williams – L’avventura del Poseidon (The Poseidon Adventure)
John Addison – Gli insospettabili (Sleuth)
Adattamento con canzoni originali
Ralph Burns – Cabaret
Gil Askey – La signora del blues (Lady Sings the Blues)
Laurence Rosenthal – L’uomo della Mancha (Man of La Mancha)
Miglior canzone
The Morning After, musica e testo di Al Kasha e Joel Hirschhorn – L’avventura del Poseidon (The Poseidon Adventure)
Ben, musica di Walter Scharf, testo di Don Black – Ben
Come Follow, Follow Me, musica di Fred Karlin, testo di Marsha Karlin – The Little Ark
Marmalade, Molasses & Honey, musica di Maurice Jarre, testo di Marilyn Bergman e Alan Bergman – L’uomo dai sette capestri (The Life and Times of Judge Roy Bean)
Strange Are the Ways of Love, musica di Sammy Fain, testo di Paul Francis Webster – La matrigna (The Stepmother)
Miglior sonoro
Robert Knudson e David Hildyard – Cabaret
Arthur Piantadosi e Charles Knight – Le farfalle sono libere (Butterflies Are Free)
Richard Portman e Gene Cantamessa – Il candidato (The Candidate)
Bud Grenzbach, Richard Portman e Christopher Newman – Il padrino (The Godfather)
Theodore Soderberg e Herman Lewis – L’avventura del Poseidon (The Poseidon Adventure)
Miglior documentario
Marjoe, regia di Sarah Kernochan e Howard Smith
La foresta che vive (Bij de beesten af), regia di Bert Haanstra
Malcolm X, regia di Arnold Perl
Manson, regia di Robert Hendrickson e Laurence Merrick
The Silent Revolution, regia di Edouard de Laurot
Miglior cortometraggio
Norman Rockwell’s World…An American Dream, regia di Robert Deubel
Frog Story, regia di Ron Satlof
Solo, regia di Mike Hoover
Miglior cortometraggio documentario
This Tiny World (Deze kleine wereld), regia di Charles Huguenot van der Linden
Hundertwasser’s Rainy Day), regia di Peter Schamoni
K-Z, regia di Giorgio Treves
Selling Out, regia di Tadeusz Jaworski
The Tide of Traffic, regia di Humphrey Swingler
Premio alla carriera
A Charles S. Boren leader per 38 anni del lavoro illuminato del cinema e architetto della politica della non-discriminazione. Con tutto il rispetto e l’affetto di coloro che hanno lavorato nei suoi film.
A Edward G. Robinson che ha ottenuto la grandezza come interprete, un padrone delle arti e un cittadino dedito… insomma un uomo del Rinascimento. Dai suoi amici dell’industria che ama.
Premio umanitario Jean Hersholt
A Rosalind Russell
Bob Fosse
Eileen Heckart
Joel Grey
Liza Minnelli
Sacheen Littlefeather legge il messaggio di Marlon Brando
Figli di un dio minore
James Leeds è un insegnante specializzato nella comunicazione con persone affette dall’handicap della sordità;trasferitosi nel New England, arriva in un istituto riabilitativo dove ci sono alcuni giovani portatori di handicap.
Accolto con una certa diffidenza dal direttore dell’istituto stesso, James riesce, grazie al suo entusiasmo e al suo modo anti convenzionale di approccio all’handicap ad ottenere risultati sorprendenti.
All’interno dell’isituto c’è anche la giovane Sara, che si occupa delle pulizie.
La donna è l’unica che potrebbe parlare ma evita di farlo, in seguito ad un episodio sfortunato occorsole nell’adolescenza, quando la sua voce turbò gli amici che frequentava.
Da quel momento Sara, donna molto intelligente e sensibile si è rinchiusa in un ostinato mutismo.
James resta colpito dalla dolcezza ma anche dalla determinazione di sara e inizia a corteggiarla;tra i due nasce un’intensa storia d’amore, ostacolata però dal carattere forte della ragazza, che rifiuta la pietà e che vuole essere considerata per quello che è.
James si sforza in tutti i modi di capirla, ma, nonostante i due vadano a vivere assieme,l’uomo trova difficoltà a penetrare quel mondo di silenzio assoluto in cui Sara vive.

Sara comunica solo a gesti, rifiutandosi risolutamente di parlare e James dopo un periodo di separazione voluto dalla donna,capirà che la stessa ha bisogno di tempo e rispetto per uscire dal suo guscio, che l’ha protetta per tutta la vita.
Figli di un dio minore, opera d’esordio di Randa Raines rappresenta anche l’esordio sullo schermo di Marlee Matlin, al primo degli oltre 50 film interpretati in soli trent’anni di carriera e che le valse l’Oscar per la miglior attrice protagonista proprio per la sua interpretazione struggente del personaggio di Sara del film.
Un film molto delicato che appare più come una love story che come un tentativo di analisi della difficoltà di integrazione e di comunicazione dei portatori di handicap della sordità.
Ma che è anche un film intenso sul difficile rapporto tra un normo dotato e un diversamente abile.
La storia d’amore tra James, l’ entusiasta insegnante e la giovane Sara, a suo modo immersa in un silenzio che è anche uno scudo con il quale la donna si difende dalle cattiverie e dalle incomprensioni del mondo esterno è resa dalla regista di Los Angeles con molta sobrietà e senza eccessive concessioni alla lacrima facile.

Un equilibrio, quello del film difficile da realizzare proprio per il tema trattato; il sentimentalismo è sempre dietro l’angolo, ma la Raines evita facili concessioni al fazzoletto, portando sullo schermo molte delle difficoltà di comunicazione tra due esseri umani divisi da una componente fondamentale della vita di coppia e sociale, la mancanza dell’udito.
Una mancanza che Sara, la protagonista,sembra aver accettato dopo aver avuto amare esperienze con i normo dotati; come racconta a James, ad un certo punto ha trovato nel sesso l’unico modo per farsi accettare dagli altri.
James, dal canto suo è attirato da quella donna dalla personalità così forte e tenta in tutti i modi di portarla fuori dal guscio in cui si è rinchiusa, costringendola a parlare, cosa che sara, orgogliosa e volitiva, non accetta di fare.
I due rischieranno di perdersi,ma alla fine si ritroveranno, quando James capirà che quella donna orgogliosa ha bisogno di tempo e tanto amore per aprirsi completamente al mondo esterno.

Bravissimi i due attori, sia William Hurt che la Matlen;Hurt avrebbe meritato l’Oscar come miglior attore ma l’anno precedente aveva trionfato con Il bacio della donna ragno ed evidentemente l’Accademia ritenne opportuno premiare,in sua vece, uno dei grandi di Hollywood,quel Paul Newman che vinse l’Oscar con Il colore dei soldi, non certo la sua migliore interpretazione.L’anno successivo William Hurt ebbe nuovamente la nomination come miglior attore per Dentro la notizia,mancando nuovamente l’affermazione.
Marlee Matlin, che è realmente portatrice di handicap di sordità quasi totale (sente da un solo orecchio per il 20%) con la sua strepitosa interpretazione diventa a soli ventuno anni la più giovane vincitrice dell’Oscar come miglior attrice protagonista;un premio meritatissimo, per la sua intensa capacità d’espressione e la mobilità del suo volto.
In rete ho letto qualche critica,molto ma molto risibile, all’espediente usato dalla regista per tradurre il linguaggio dei segni, ovvero l’utilizzo da parte di Hurt della traduzione con la parola di quello che la Matlin dice con i segni.

Per fortuna invece allo spettatore viene tradotto il tutto, dandogli modo di capire i pensieri della donna, destinati altrimenti ad essere qualcosa di assolutamente incomprensibile.
Figli di un dio minore è diventato con il passare del tempo un piccolo cult, direi con merito.
Un film che passa spesso in tv, un’occasione per gustarsi un prodotto di alto livello e due splendide interpretazioni attoriali.
Un film di Randa Haines. Con Piper Laurie, William Hurt, Marlee Matlin, Philip Bosco, Max Brown, Allison Gompf, John F. Cleary, Philip Holmes, Georgia Ann Cline, William D. Byrd, Frank Carter jr., John Limnidis, Bob Hiltermann, E. Katherine Kerr, John Basinger, Barry Magnani, Linda Bove, Ann Hanson, James H. Carrington, Maria Cellario, Jon-Paul Dougherty, Linda Swim, Lois Clowater, Allan R. Francis, Richard Kendal, Christopher Shay, Laraine Isa, Nanci Kendall, Marie Brazil, Charlene Legere, Pat Vaugham, Margaret Amy Moar Titolo originale Children of a Lesser God. Drammatico,, durata 118 min. – USA 1986.
William Hurt: James Leeds
Marlee Matlin: Sarah Norman
Piper Laurie: Mrs. Norman
Philip Bosco: Dr. Curtis Franklin
Allison Gompf: Lydia
John F. Cleary: Johnny
Philip Holmes: Glen
Georgia Ann Cline: Cheryl
William D. Byrd: Danny
Frank Carter Jr.: Tony
John Limnidis: William
Regia Randa Haines
Soggetto Mark Medoff
Sceneggiatura Mark Medoff
Hesper Anderson
James Carrington (non accreditato)
Fotografia John Seale
Montaggio Lisa Fruchtman
Musiche Michael Convertino
Scenografia Gene Callahan, Barbra Matis e Rose Marie McSherry
Costumi Renée April
Trucco Ann Brodie, Paul LeBlanc
“Credi che riusciremo mai a trovare un luogo dove io e te potremo vivere uniti al di là dei suoni e del silenzio?”

L’opinione di Gianluca Stanziani dal sito http://www.mymovies.it
In un istituto per audiolesi, l’arrivo di un nuovo insegnante (William Hurt) dai metodi poco ortodossi, scatenerà i rapiti consensi dei giovani studenti e del riottoso direttore. In istituto c’é anche Sarah, una ragazza di venticinque anni sordomuta dalla nascita, la cui unica esistenza si è trascinata tra i muri della scuola, la stessa scuola che non vorrebbe mai abbandonare nemmeno dopo il diploma conseguito brillantemente. Facile sarà per il professor James Leeds, rimanere innamorato di una creatura (chiamiamola proprio così) tanto intelligente e bella, quanto difficile e determinata nel perseguire il proprio isolamento dalle corruzioni del mondo esterno. Il film è a mio avviso erroneamente incardinato nel genere drammatico, quando invece del dramma ha soltanto le diatribe e le incomprensioni frutto di una struggente passione, fortunatamente a lieto fine. Per quanto riguarda invece il tema dell’handicap, presso il quale la pellicola viene ricondotta, nulla vi è di più falso e fuorviante per il potenziale spettatore. La sceneggiatura (tratta da una pièce teatrale di Mark Medoff) lo utilizza come mero spunto iniziale, che con il passare dei minuti diviene quinta di scena e sfondo impalpabile. Ad uno sguardo superficiale tutto lascerebbe pensare a una goffa scivolata dell’esordiente regia (Randa Haines), alle prese con il suo primo lungometraggio e una tematica a dir poco difficile, in grado di far tremare le vene ai polsi anche ai più smagati registi. Ma se la regista in questione vanta una carriera televisiva di successo, tutto ciò non può lasciarci indifferenti. Infatti risulta essere un prodotto artatamente confezionato, con il piglio giusto e leggero, in grado di ingolosire il pubblico di “massa”. Pubblico altamente commerciale, in grado di far infuocare le file ai botteghini e non solo (home video). Il film viene così trascinato agli altari, dall’interpretazione straordinaria di due attori favolosi: un William Hurt sulla cresta dell’onda per i suoi ruoli impegnati e una Marlee Matlin effettivamente sordomuta, accattivante forse più per l’innocente bellezza che per la furia dei suoi gesti. Simbiosi pressoché perfetta, che condusse i due a una breve quanto intensa love story anche nella vita vera. Dopo lo straordinario successo di “Figli di un Dio Minore”, la regista Randa Haines ha proseguito la propria carriera cinematografica con film di mediocre fattura come: “Un medico, un uomo” del 1992, sempre interpretato da William Hurt nella parte di un medico affetto da tumore, “Ricordando Hemingway” del 1993 e “Dance with me” del 1998. Oscar 1986 a Marlee Matlin come migliore attrice, Orso d’Argento al Festival di Berlino 1987 per la migliore regia, Golden Globe 1987 a Marlee Matlin come migliore attrice.
L’opinione di Steno79 dal sito http://www.filmtv.it
Opera prima della regista Randa Haines, tratta da una pièce teatrale di Mark Medoff vincitrice di un “Tony Award”, “Figli di un dio minore” racconta la love-story fra un volenteroso insegnante per sordomuti e una ragazza sorda che lavora come inserviente nell’istituto e all’inizio ha paura di abbandonarsi al sentimento, in quanto in precedenza era stata usata come puro “strumento di piacere” da altri ragazzi che non l’amavano. Il film riscosse un buon successo all’epoca e beneficiò della vera storia d’amore fra William Hurt e l’esordiente Marlee Matlin, premiata con l’Oscar per questo ruolo. Il film è girato con una sensibilità femminile che non manca di produrre esiti interessanti, però rimane un pò troppo vincolato alla storia d’amore, senza approfondire del tutto il discorso relativo alla condizione dei ragazzi sordomuti, che resta un pò sullo sfondo come una cornice. La Matlin recita praticamente per tutto il film utilizzando soltanto il linguaggio dei segni ed è davvero molto espressiva, ma trovo piuttosto arbitraria la scelta di far “tradurre” il suo linguaggio dal personaggio di Hurt, che ripete le frasi praticamente a se stesso: la scelta dei sottotitoli, in questo caso, poteva essere più efficace. Comunque, gli attori nel complesso meritano un plauso sincero per l’impegno nel caratterizzare i rispettivi personaggi, dal “sensibile” Hurt alla sofferta Matlin a Piper Laurie, molto incisiva nel ruolo della madre pur comparendo in poche scene. Nel complesso, un film sentimentale girato con garbo, con spunti di riflessione non banali e un finale davvero toccante, ma la regia è un pò troppo di “ordinaria amministrazione” per farlo passare negli annali di Hollywood.
L’opinione del sito http://www.postpopuli.it
(…) Un giorno, a mensa, una ragazza minuta dalla gestualità potentissima, colpisce l’attenzione di James che non può far altro che raccogliere informazioni su di lei e finire per conoscerla. Le si avvicina, inizialmente, offrendosi come suo tutor per il linguaggio, cosa che la tenace Sarah rifiuta subito e con forza, fino a quando poi le aspettative sul loro rapporto cambiano. In un susseguirsi di coinvolgenti passaggi fatti di esperienze quotidiane, i due si innamorano e cominciano a vivere la loro storia come tutte le altre coppie del mondo. Nonostante la totale accettazione da parte di James della compagna Sarah e nonostante l’enorme capacità di lei di adattarsi alla vita, così come si propone ogni giorno di fronte ad ognuno di noi, i due amanti arrivano a un punto di svolta dove entrambi chiedono di poter esprimere la propria personalità a pieno titolo e su un livello paritetico rispetto all’altro. Sicuramente questo è uno dei punti più toccanti del film e cinematograficamente uno dei più belli. Niente di diverso rispetto al processo di consolidamento che caratterizza la maggior parte delle coppie. Come si evolverà la storia in seguito, non resta altro che scoprirlo guardando il film.
Quello che emerge con forza da tutta le pellicola è che ci sono degli aspetti costitutivi dell’essere umano che sono veramente universali, che esistono per quello che sono al di là delle differenze di sesso, etnia, religione o ceto sociale. Le differenze si possono integrare e nella diversità possiamo vivere serenamente dal momento che la qualità della vita di ognuno di noi è determinata soprattutto dalla qualità delle relazioni che abbiamo, a prescindere dal modo con cui comunichiamo, ci muoviamo o parliamo.
L’opinione del sito http://www.mobilita.com
Un film che ci conduce per mano nel mondo dei sordi, ma poi ci abbandona nel bel mezzo del percorso, quando quel mondo comincia ad incuriosirci ed intrigarci, e lascia emergere solo una tormentata storia d’amore ad uso e consumo dei cuori teneri e dei fruitori superficiali. Ma questo non è un film di cui si può parlare male. È infatti solo per merito di opere come queste (“Figli di un dio minore” prima di divenire film è stato un lavoro teatrale di grande successo di Mark Medoff) che le problematiche dei sordi hanno raggiunto (negli anni Settanta e Ottanta) il vasto pubblico. Certo, dopo una visione approfondita, infastidisce vedere il protagonista rivolgersi ai sordi quando questi gli voltano le spalle (ma cosa potranno capire mai?) o ripetere pedissequamente ad alta voce le frasi in Segni dei protagonisti sordi.
Terribile è la versione doppiata in italiano. A parte le traduzioni ridicole, se non offensive, per la lingua dei Segni (il verbo “to sign”, segnare, è tradotto con gesticolare), è particolarmente irritante il doppiaggio di Hurt, in cui le parole, tradotte in italiano, vengono ripetute lentamente, ovviamente in asincrono con le labbra dell’attore, che scandisce in inglese.
Se si ha la fortuna di possedere la versione in DVD (e si conosce un po’ di inglese) è oltremodo consigliato selezionare la lingua originale del film.
1987 – Premio Oscar
Miglior attrice protagonista a Marlee Matlin
Nomination Miglior film a Burt Sugarman e Patrick J. Palmer
Nomination Miglior attore protagonista a William Hurt
Nomination Miglior attrice non protagonista a Piper Laurie
Nomination Migliore sceneggiatura non originale a Hesper Anderson e Mark Medoff
1987 – Golden Globe
Miglior attrice in un film drammatico a Marlee Matlin
Nomination Miglior film drammatico
Nomination Miglior attore in un film drammatico a William Hurt
1987 – Premio BAFTA
Nomination Migliore sceneggiatura non originale a Hesper Anderson e Mark Medoff
1987 – Festival di Berlino
Orso d’argento a Randa Haines (Per il Tema proposto nel film)
Nomination Orso d’Oro a Randa Haines
1986 – Los Angeles Film Critics Association Award
Nomination Miglior attrice protagonista a Marlee Matlin
Bob & Carol & Ted & Alice
Bob e Carol sono una coppia giovane, innamorata e sposata da un po tempo.
Tuttavia i due sono consapevoli che il rapporto di coppia deve avere una base solida sul quale strutturarsi,così decidono di passare il fine settimana sottoponendosi a visite psicanalitiche.
Che finiscono per migliorare davvero il rapporto di coppia,visto che i due iniziano a dialogare più intensamente, finendo per diventare più sinceri; adesso Bob e Carol sentono che davvero non ci sono più barriere e che l’onestà e la sincerità possono diventare parte indissolubile del loro rapporto.
Così Bob, nel nuovo spirito di coppia,confessa a Carol la scappatella fatta con una segretaria, conclusasi senza complicazioni;Carol, lungi dal sentirsi ferita dall’inaspettata rivelazione del coniuge è quasi contenta dell’accaduto, del fatto che Bob la abbia considerata importante a tal punto da confessarle il suo segreto più intimo.

Anche Carol ha un’avventura, con un maestro di tennis e ovviamente racconta tutto al marito che,pur ferito,si sforza di accettare la cosa, anche perchè per Carol non è stata altro che un’avventura passeggera.
C’è una presa di coscienza dei due; ci si può amare teneramente ma al tempo stesso desiderare un’avventura,qualcosa che porti nuova linfa al rapporto.
La scoperta provoca in Carol il desiderio di condividere l’esperienza fatta; ne parla così con l’amica del cuore,Alice.
Che al contrario di Carol è angosciata dalla rivelazione.Dopo un lunghissimo colloquio notturno con suo marito Ted,Alice ha ancora più dubbi e si interroga su quello che è davvero il rapporto che ha con il marito.
Di fronte ad un bivio,piena di incertezze e dubbi,Alice ricorre anch’essa ad uno psicanalista.
Una sera c’è una cena tra i quattro amici.
Ted,improvvisamente,decide di raccontare un suo tradimento alla moglie e agli amici.
Ma Alice è davvero pronta a perdonare e a costruire il futuro con un marito che sente un po più distante oppure si rassegnerà all’accaduto?

Ad un tratto emerge un’idea singolare;in una situazione così complessa di amori clandestini,dapprima nascosti e poi svelati, perchè non scambiarsi i mariti per valutare più oggettivamente la saldezza dei sentimenti dei quattro?
Un’idea,certo, ma…
Bob & Carol, Ted & Alice è l’opera d’esordio di Paul Mazursky,datata 1969.
Il regista di New York affronta un tema scomodo, quello della monogamia, del rapporto di coppia e del tradimento, della sincerità dei rapporti, della monotonia che fatalmente finisce per avvolgere il rapporto stesso.
Lo fa con uno stile ironico, senza però diventare sarcastico o senza salire in cattedra con prese di posizione moraliste o all’opposto permissiviste.
Mazursky gioca con l’argomento, dando al film un taglio arguto ma mai volgare, nonostante il tema scabroso potesse permettere licenze di ogni genere.

Il 68 è appena passato, con la sua onda lunga fatta di liberazione dai totem e dai tabù,di desiderio di innovazione e modernità anche nei rapporti di coppia, uno dei capisaldi della società,da sempre.
L’obiettivo indaga su due coppie,non più tanto giovani da poter giocare alla rivoluzione,non così avanti negli anni da rappresentare un fattore stabilizzato e non più permeabile.
I quattro appartengono alla generazione di mezzo,quella generazione che ha visto il vento del cambamento spazzare via molte delle strutture antiquate sulle quali era costruita la società.
Sono quindi persone in crisi di identità, che giocano in qualche modo e in qualche modo no, ma che sentono soffiare il vento del cambiamento e che cercano di indagare più profondamente sul reale valore dei loro sentimenti.
Bob & Carol, Ted & Alice è quindi una commedia piacevole, a tratti anche divertente ma, attenzione, mai dai toni frivoli.

Nathalie Wood,Elliot Gould,Dyan Cannon,Robert Culp sono i bravi protagonisti della storia;la Wood e la Cannon, trentenni all’epoca delle riprese,appaiono come delle donne in cerca d’autore, personaggi alla ricerca di qualcosa che nei loro matrimoni è presente solo in maniera grigia.
E’ una zona d’ombra,la sincerità,l’onestà.
E quando prenderanno piena coscienza del tutto vivranno un rapporto di coppia decisamente meno paludato e meno ipocrita.
Un bel film in definitiva, che purtroppo non passa in tv da tempo immemorabile.
Bob & Carol & Ted & Alice
Un film di Paul Mazursky. Con Dyan Cannon, Elliott Gould, Natalie Wood, Robert Culp, Horst Ebersberg, Lee Bergere, Donald Muhich, Noble Lee Holderread Jr, K. T. Stevens, Celeste Yarnall, Lynn Borden, Linda Burton, Greg Mullavy, André Philippe, Diane Berghoff Commedia, durata 104 min. – USA 1969
Natalie Wood … Carol Sanders
Robert Culp … Bob Sanders
Elliott Gould … Ted Henderson
Dyan Cannon … Alice Henderson
Horst Ebersberg … Horst
Lee Bergere … Emilio
Donald F. Muhich …Psicanalista
Noble Lee Holderread … Sean Sanders
K.T. Stevens K. … Phyllis
Celeste Yarnall … Susan
Lynn Borden … Cutter
Linda Burton … Hostess
Regia: Paul Mazursky
Sceneggiatura:Paul Mazursky e Larry Tucker
Produzione:M.J. Frankovich e Larry Tucker
Musiche:Quincy Jones
Fotografia:Charles Lang
Montaggio:Stuart H. Pappé
Art Direction :Pato Guzman
Set Decoration:Frank Tuttle















































































































































































































































































