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Amore e morte nel giardino degli dei

Amore e morte nel giardino degli dei locandina

Due fratelli, Manfredi e Azzurra, uniti dallo stesso sangue ma divisi da un tormentato rapporto, vivono due esistenze fortemente condizionate dall’assenza dei genitori; mentre il padre dei due giovani è morto, la madre li ha abbandonati da tempo.
Così i due si abituano alla situazione, divisi però da rivalità, gelosie e in qualche modo da un latente disprezzo che affiora nei loro rapporti.
Al tempo stesso fa capolino un amore proibito, al limite dell’incestuoso, cosa che sembra essere una delle cause del loro tempestoso modo di comportarsi.


Orchidea De Santis è Viola


Erika Blanc è Azzurra

Azzurra altera la situazione sposandosi con un famoso musicista, mentre Manfredi ha una relazione amorosa con la bella Viola.
Ma Azzurra resta comunque legata a quel rapporto proibito con il fratello, mentre il suo rapporto coniugale con il marito musicista si rivela un fallimento, costellato com’è da continue liti.
La situazione esplode drammaticamente quando Azzurra racconta a Manfredi che in realtà lei non è sua sorella, essendo stato l’uomo adottato da piccolo da una famiglia di contadini solo perchè nel nucleo familiare di Azzurra non c’era un erede maschio.


La sequenza introduttiva del film: Viola trova il corpo esanime di Azzurra (prima dei titoli di testa)

Dopo una violenta lite, la donna assume una dose massiccia di barbiturici; Manfredi, entrato di nascosto in casa, la sposta in una vasca da bagno, simulando così un tentativo di suicidio.
Ma il provvidenziale arrivo di Viola salva Azzurra dalla morte (scena introduttiva del film); tra le due nasce un rapporto che sfocia in un legame proibito.
Manfredi decide così di proseguire la sua opera e……
Amore e morte nel giardino degli dei, diretto da Sauro Scavolini nel 1972, è un film low budget che mescola con eleganza elementi tipici del film giallo/thriller a elementi drammatici, che formano poi l’ossatura vera del film.
Un film ingiustamente sottovalutato, per motivi assolutamente incomprensibili; la sceneggiatura, ad esempio, è di prim’ordine, stesa dallo stesso regista e da Anna Maria Gelli, ed è ben bilanciata, visto che presenta dialoghi mai banali e situazioni intricate impreziosite dal rapporto torbido che si stabilisce tra i protagonisti del film, ovvero tra Azzurra e suo fratello Manfredi, tra Azzurra e Viola, tra Azzurra e suo marito.
Se il film è incentrato proprio sulla figura da mantide della donna che vive una vita affettiva disordinata, divisa com’è tra le persone che la circondano, larga parte del film stesso è centrato su quel mondo chiuso, quel giardino degli dei che diventa il fulcro delle esistenze dei protagonisti, alle prese con quella che diverrà inevitabilmente una tragedia causata da un rapporto ossessivo tra i fratelli che da morboso diverrà tragico, passando attraverso la lucida dapprima, poi folle senza più freni esistenza di Manfredi.

Il tutto sarà esplicato dal ritrovamento, da parte di un ornitologo, di un registratore a nastro contenente delle bobine nelle quali uno psicologo raccoglieva le confidenze di azzurra.
Se il film ha un andamento lentissimo, lo si deve alla decisione, da parte del regista, di fare un film prettamente psicologico, quasi psicanalitico, attraverso la descrizione dettagliata delle cose, delle situazioni e delle motivazioni.
Il che non è necessariamente un limite, come paventato da alcuni critici, quanto piuttosto una nota di merito.
Per una volta non c’è l’effetto splatter a catalizzare l’attenzione, non c’è l’erotismo spiattellato in ogni fotogramma, quanto piuttosto una ricerca metodica della psiche dei personaggi.
Il che permette a Erika Blanc, che interpreta Azzurra, a Orchidea De Santis che interpreta Viola e a Peter Lee Lawrence, che interpreta Manfredi, di mostrare finalmente la loro capacità recitativa; non più imbrigliati nei classici copioni alla mordi e fuggi, quindi infarciti di scene girate ad alta velocità in stile sketch, i tre attori hanno tempo e modo di mostrare che sanno calarsi nei panni dei vari personaggi, dando loro un’aura di drammaticità che sarà fondamentale per l’economia e il risultato finale del film stesso.

Così appare assolutamente immotivata, gratuita e da incompetenti la sintesi finale del film che offre il solito ineffabile Morandini, pseudo enciclopedia cinematografica infarcita di luoghi comuni.
L’”autorevole” fonte scrive testualmente: “Più che di amore e morte, è meglio parlare di erotismo e sadismo da fotoromanzo porno”
Nel film l’erotismo è una componente assolutamente marginale, e si manifesta solo in un’occasione, con Viola che abbraccia teneramente il suo amante.

La scena del rapporto tra Azzurra e Viola stessa non è assolutamente esplicitata e si risolve solo in un primo piano di Viola nuda, di spalle; roba da educande se paragonata alla scena del burro in Ultimo tango a Parigi o ad alcune scene al limite del blasfemo contenute nel Decameron di Pasolini.
Il discorso resta desolatamente il solito; se si esclude qualche critico, che i film li vedeva davvero, senza paraocchi e con obiettività, gli altri scrivevano recensioni dettate evidentemente da rancori o peggio da rapporti innominabili con altre produzioni o registi, che tendevano a mettere in cattiva luce film in realtà degni di attenzione.
Il film di Scavolini non è un capolavoro.

Qualche smagliatura c’è, ma va tenuto conto che il budget del film era evidentemente ridotto all’osso, pure il regista pesarese mostra qualità e talento.
Le due protagoniste, per una volta, sono assolutamente alla pari in termini di qualità e resa; la Blanc da vita ad un personaggio torbido, inquieto mentre la De Santis fa da contraltare, con un personaggio quasi candido.
Stridente il contrasto tra le due, essenzialmente fisico però; la bellezza bruna della Blanc contrasta nettamente con la figura bionda e morbida, mediterranea, della De Santis.

Una scelta vincente, quella di Scavolini, che sembra quasi voler distaccare i due personaggi nel modo più netto possibile.
Un film da rivalutare in tutti i sensi, insomma.
Purtroppo è anche un film che non è mai stato editato in dvd, per cui chi lo volesse vedere dovrà accontentarsi del modesto risultato ottenuto con le VHS; per inciso a ciò è dovuta anche la bassa qualità dei fotogrammi che presento in questa recensione.

Amore e morte nel giardino degli dei, un film di Sauro Scavolini. Con Peter Lee Lawrence,Orchidea De Santis, Erika Blanc, Ezio Marano, Vittorio Duse, Bruno Boschetti, Carla Mancini
Drammatico, durata 90 min. – Italia 1972.

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Amore e morte nel giardino degli dei banner protagonsiti

Peter Lee Lawrence è Manfredi
Erika Blanc è Azzurra
Orchidea de Santis  è Viola
Rosario Borelli è Timothy

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Regia: Sauro Scavolini

Sceneggiatura: Sauro Scavolini, Anna Maria Gelli

Produzione: Armando Bertuccioli    , Romano Scavolini
Musiche: Giancarlo Chiaramello
Editing: Francesco Bertuccioli

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Le cose prendono piede solo dopo un’ora, quando si capisce che il finale meriterà d’essere visto (notevole, in effetti). L’idea di base (i nastri) era molto interessante. Poteva senz’altro essere condotta meglio, ma è chiaro che l’autore, più che un thriller, voleva un storia psicologica.

La pochezza del budget impone a Sauro Scavolini di curare una sceneggiatura di tipo impopolare, composta da una struttura ad “incastro” (eventi che si svolgono avanti-indietro nel tempo, mentre un ornitologo, rinchiuso all’interno di una villa con ampio parco, ha rinvenuto un nastro magnetico, sul quale sono incise tracce che potrebbero fare risalire ad una strage). Lo sfortunato Peter Lee Lawrence (non è morto suicida, pur se lo si legge su imdb: si è spento a causa di un tumore al cervello) resta impresso, come il tragico finale…

Uno di quegli strani frutti borderline di cui è disseminato il giardino del nostro cinema: grondante enfatiche ambizioni autoriali sin dal pomposo titolo, ma poi con un cast da tardo spaghetti-western col truce Rosario Borelli (accreditato come Richard Melville!). Di quelli per cui ti resta sempre il dubbio se si si tratti di un potenziale filmone tarpato dalla penuria di svanziche o di un lambiccato pasticcio con momenti di inconsapevole genialità. Il povero Hirenback/Lawrence anche senza la sua Colt 45 non era male…

Notevole drammone che nel finale diventa un thriller che si lascia andare ad inaspettati effetti sanguinolenti. Il cast è davvero ottimo: la bellissima Blanc che si mostra desnuda fronte e retro, Lawrence, la De Santis (anche lei nudissima). Simili attori con le loro interpretazioni nobilitano il film, che non ho trovato eccessivamente lento. Funzionale la struttura a flashback. Ingiustamente sottovalutato, a mio avviso.

Scavolini, a differenza delle omonime cucine, non è stato certo il “preferito dagli italiani”, almeno come regista; tuttavia con questo film ha lasciato una discreta prova. Se non fosse per l’eccessiva lentezza della prima ora, dagli indubbi effetti soporiferi, il film avrebbe potuto essere molto meglio; infatti tutto il lungo “spiegone” finale merita la visione, riservando anche qualche buona trovata. Pure il cast non è niente male, a parte l’attore che impersona il professore, dalla dizione improponibile; bravi la Blanc e Lawrence. Singolare.

Una pellicola fascinosa caratterizzata da location suggestive e misteriose e da inquadrature mirate che contribuiscono ad evidenziarne il dramma dell’animo del protagonista. Il film si basa su una sceneggiatura particolare e può contare su ottime interpretazioni, specialmente quelle dei protagonisti. Il regista, nonostante il budget limitato, realizza un film altamente professionale ed introspettivo. Geniale il finale, che chiude perfettamente il film.

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settembre 18, 2010 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

La terrificante notte del demonio

La terrificante notte del demonio locandina

Un gruppo eterogeneo di turisti a bordo di un vecchio torpedone è costretto a cercare riparo in seguito ad un incidente che li blocca per strada.
Arrivano così nel castello del barone von Rhoneberg, sul quale grava un’antica maledizione; le primogenite della famiglia, infatti, da secoli subiscono l’influsso del demonio, in seguito ad un antico patto stabilito dagli avi del barone con il principe del male.
Così il gruppo di turisti, fra i quali c’è anche un seminarista inesperto, si trova a fare i conti con la diabolica Lisa Muller, figlia illegittima del barone, che stuzzica tutti i lati nascosti dei vari protagonisti, inducendoli a comportamenti amorali.
Vengono fuori così ambizioni, debolezze e altro che porteranno i vari personaggi a morire per colpa delle stesse debolezze.

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Alvin, il seminarista, capisce la vera natura di Lisa, e tenta di combatterla, mentre la donna usa tutto il suo potere di seduzione per dannare l’anima del giovane.
Alla fine Alvin fa un patto con il diavolo; darà la sua anima in cambio della salvezza dei turisti.
Il diavolo accetta e così i turisti ripartono.
Ma del diavolo è sempre meglio non fidarsi…..

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La terrificante notte del demonio (La plus longue nuit du diable, titolo francese), conosciuto anche come The Devil’s Nightmare, è uno dei primissimi gotici horror con forti connotazioni erotiche, come mostra la scena saffica tra due delle protagoniste, grazie anche alla fortissima presenza scenica della conturbante Erika Blanc, assolutamente perfetta nel doppio ruolo della ambigua Lisa.
Girato nel 1971, quindi in un periodo di forte censura, il film si barcamena tra l’horror e il sexy, sotto la mano del regista Patrice Romme, che non abbonda però in situazioni erotiche, limitandosi a proporre quello che la censura non avrebbe tagliato.
La storia è originale, tenendo conto del periodo in cui venne girata, ma risente principalmente della scarsa malleabilità dei protagonisti, tutti attori di secondo piano.

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L’atmosfera c’è, ma il film ha un andamento lento, che non aiuta ad appassionarsi alla vicenda, che va avanti con qualche guizzo, come la morte di una protagonista nella vergine di Norimberga, oppure quella di un’altra che viene inghiottita da polvere d’oro.

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Eika Blanc

La storia prevede la morte di ognuno dei turisti per colpa di un vizio capitale che incarnano; c’è l’uomo che muore soffocato per la sua ingordigia, le due donne che muoiono preda della loro lussuria e via dicendo.
Il meccanismo è quanto meno inusuale, ma nel film manca un ritmo serrato e sopratutto l’atmosfera.
Tuttavia si tratta di un prodotto discreto, anche se a vederlo oggi appare pesantemente datato.
Discreta la colonna sonora di Alessandroni che accompagna le varie fasi del film; il finale politicamente scorretto è una delle cose migliori del film, così come l’interpretazione della affascinante Erika Blanc.

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La terrificante notte del demonio, un film di Patrice Romme . Con Erika Blanc, Ivana Novak, Jean Servais, Jacques Monseu, Shirley Corrigan Horror, durata 92 min. – Italia 1973.

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Erika Blanc     …     Lisa Müller
Jean Servais    …     Barone von Rhoneberg
Jacques Monseau    …     Fratello Alvin Sorel
Ivana Novak    …     Corinne
Lorenzo Terzon    …     Howard
Shirley Corrigan    …     Regine
Colette Emmanuelle    …     Nancy
Christian Maillet    …     Ducha
Lucien Raimbourg    …     Mason
Daniel Emilfork    …     Satan

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 Si ringrazia, per l’immagine in movimento:http://altarofthedead.blogspot.ca

maggio 3, 2010 Posted by | Horror | , | 1 commento

Così dolce, così perversa

 Jean è un industriale sposato con Danielle, moglie algida e insoddisfatta del legame con il marito; che ha una relazione con la moglie di un collega. Classico triangolo amoroso, quindi. Un giorno Jean conosce l’inquilina del piano di sopra, Nicole, una splendida donna bionda, che Jean scopre ben presto essere perseguitata da Klaus, uomo malvagio e violento.

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Jean si innamora ben presto, ricambiato, della splendida Nicole, mentre Danielle segue le avventure del marito con freddezza. La relazione tra i due è turbata però dalle intrusioni del manesco Klaus, tanto che un giorno arriva la resa dei conti. Salito nell’appartamento di Nicole, dal quale provengono urla disperate delle donna, Jean si trova davanti Klaus. Durante la colluttazione, l’uomo colpisce a morte Jean con un coltello, e poi, aiutato da Nicole, carica il corpo dell’industriale in un auto, che viene condotta fino ad una scarpata.

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Qui viene gettata, e la macchina distrugge completamente le prove del delitto. Klaus e Nicole sono quindi complici, e hanno architettato il tutto con un fine preciso: impossessarsi delle sostanze dell’uomo. La vera ispiratrice del delitto è però Danielle, che aveva deciso di liberarsi del marito, con la complicità di Nicole, sua amante.

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Ma Nicole, diabolicamente, fa credere alla donna che il marito sia ancora vivo, portando la donna all’esasperazione. Sarà Klaus a uccidere anche Danielle, e i due amanti a questo punto, riscosse le azioni di Jean, possono prendere il largo. Ma…..

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Così dolce così perversa è parte della trilogia sexy diretta tra il 1968 e il 1971 da Umberto Lenzi, e segue Orgasmo, precedendo l’ultimo film del trittico, Paranoia. Tra i tre film è sicuramente il più debole, pur contando su un cast di ottimo livello: colpa di una sceneggiatura abbastanza improvvisata, di un ritmo decisamente troppo lento e sopratutto di una trama confusa e poco credibile, nonostante gli attori ci mettano tanta buona volontà per cercare di rendere il prodotto dignitoso.

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Abbastanza inusuale il finale, che sembrerebbe suggerire un sequel, cosa che però non avvenne. Così dolce così perversa sconta anche una parte iniziale di trenta minuti abbondanti in cui non solo non accade nulla, ma si assiste alla rappresentazione di un normale dramma borghese, con i soliti coniugi annoiati che frequentano il solito club per ricconi a parlare del vuoto più assoluto.

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Manca tensione, così come manca l’azione, il che finisce per ridurre di molto le già scarse potenzialità della pellicola; a poco serve la buona prova della sexy e seducente Carroll Baker, nelle vesti della perfida Nicole e di Erika Blanc in quelle della tormentata Danielle. Nel cast c’è un Jean Louis Trintignant svogliato, mentre c’è spazio per l’affascinante Helga Linè nel ruolo dell’amante di Jean. Il film ebbe comunque una buona accoglienza dal pubblico, anche se la critica rimase molto fredda; all’estero il film, chiamato So sweet…so perverse, venne ugualmente ben accolto, contribuendo a rinsaldare la fama di Lenzi.

Così dolce così perversa, un film di Umberto Lenzi. Con Jean-Louis Trintignant, Horst Frank, Carroll Baker, Erika Blanc, Dario Michaelis, Renato Pinciroli, Luca Sportelli, Beryl Cunningham Giallo, durata 92 min. – Italia 1969.

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Carroll Baker: Nicole Perrier Helga Liné: Helena Horst Frank: Klaus Jean-Louis Trintignant: Jean Reynaud Erika Blanc: Danielle Irio Fantini: ospite alla festa Ermelinda De Felice: proprietaria dell’hotel Giovanni Di Benedetto: sig. Valmount Renato Pinciroli: portiere Gianni Pulone: il fotografo Lucio Rama: ospite alla festa Luigi Sportelli: ospite alla festa Beryl Cunningham: spogliarellista Paola Scalzi: amica di Helena Dario Michaelis: commissario di polizia Alessandro Tedeschi: uomo della commissione

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Regia Umberto Lenzi Soggetto Luciano Martino Sceneggiatura Ernesto Gastaldi, Massimo D’Avack Produttore Mino Loy, Luciano Martino, Jean Paul Bertrand Fotografia Guglielmo Mancori Montaggio Eugenio Alabiso Musiche Riz Ortolani Costumi Giovanni Naitano

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luglio 19, 2009 Posted by | Thriller | , , , | 3 commenti

Attenti al buffone

Attenti al buffone locandina

Marcello è un musicista, un po sognatore e un po idealista; possiede un gatto, che curiosamente ascolta rapito la sua musica, e che si chiama Wolfang Amedeo, ha un amico, Lolo, con cui gira il mondo suonando la sua musica e infine ha una moglie, Giulia, che sembra arrabbiata con tutto il mondo, oltre che con lui. I due hanno anche due figli; un giorno mentre Marcello è impegnato in uno dei suoi tanti giri per il mondo, Cesare, soprannominato Ras, un uomo dal passato oscuro, vissuto nelle colonie al tempo del fascismo e sopratutto noto proprio per le sue simpatie nere, dopo aver corteggiato Giulia, riesce a sedurla e a portarla con se.

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Mariangela Melato è Giulia

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Erika Blanc è una delle partecipanti all’orgia

Deciso a farla sua con tutti i mezzi, Cesare riesce grazie a conoscenze e sopratutto grazie alla corruzione, a far annullare il matrimonio di Marcello e Giulia,Cesare però, non pago, decide di umiliare fino in fondo Marcello, offrendogli come risarcimento dell’adulterio, dei soldi.

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Marcello reagisce con calma e ironia alla situazione; decide di entrare al servizio di Cesare, e ben presto, usando le armi dell’ironia, del sarcasmo e del disprezzo celato da un’intelligente satira, riesce  a ridicolizzare il potente Ras, umiliandolo davanti alla pletora di cortigiani di cui Cesare si circondava. Rifiutata la moglie, che stupita dal suo coraggio, le si era offerta, Marcello manda in fumo anche le nozze del ras, consumando fino in fondo la sua vendetta.

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Nino Manfredi

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Una giovanissima Loredana Bertè

Attenti al buffone, di Alberto Bevilacqua, arriva nel 1976, dopo 5 anni dall’uscita del bel Questa specie d’amore, film del 1971, che era seguito allo splendido La Califfa; questa volta non è Tognazzi, come nella Califfa l’attore protagonista, ma un altro grande dello schermo, Nino Manfredi, che interpreta in maniera sorniona e allo stesso tempo sofferta la figura del filosofo Marcello, un uomo che sembra fuori dal tempo, ma che in realtà, sopratutto in quello che è il mondo in cui si trova a vivere, è l’unico a possedere valori forti, un’identità vera e sopratutto una dignità non in vendita. Lui, il maggiordomo di Cesare e Lolo sono, in fondo, le uniche persone umane, reali tra tutte quelle che si muovono nel film.

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Per usare un’espressione di Sciascia, gli altri sono “quaquaraqua”, cortigiani, gente senza dignità o peggio; non ha dignità Cesare (uno splendido Eli Wallach), non ha dignità la debole e frustrata Giulia (una sconcertante e indecisa Mariangela Melato); tutti si muovono come comparse di una farsa. L’unico vero attore è Marcello, uomo candido, ma vero.

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Il film, anche se con qualche caduta di tono, dovuta alla forzatura delle situazioni, spesso sconfinanti nel grottesco, si muove con interesse, anche se alla fine non sembra un’opera davvero compiuta. Nuoce al film la spaccatura troppo netta fra i protagonisti, con Lolo, Marcello e il maggiordomo da un lato, i buoni, e Cesare, Giulia e i cortigiani dall’altra, i cattivi, o peggio, i deboli.

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 Attori comunque all’altezza, come Wallach, davvero bravo nel ruolo dell’arrogante, ma alla fine sconfitto Cesare, un’incerta Mariangela Melato, in evidente disagio nei panni di Giulia, Enzo Cannavale solito grande caratterista nei panni di Lolo. C’è spazio anche per le comparsate di Erika Blanc e della cantante Loredana Bertè, entrambe nei rispettivi ruoli di due partecipanti all’orgia organizzata da cesare, forse la parte meno riuscita del film, ed anche la parte più deprimente.

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Attenti al buffone, un film di Alberto Bevilacqua. Con Nino Manfredi, Mario Scaccia, Eli Wallach, Enzo Cannavale, Mariangela Melato, Franco Scandurra, Ettore Manni, Francisco Rabal, Rolf Tasna, Adriana Innocenti, Valentino Macchi, Giuseppe Maffioli, Erica Blanc, Loredana Berté

Commedia, durata 110 min. – Italia 1975.

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Nino Manfredi: Marcello Ferrari
Mariangela Melato: Giulia
Eli Wallach: Cesare
Mario Scaccia: Salomone
Renzo Marignano: ospite a pranzo
Adriana Innocenti : Jolanda
Ettore Manni : Un amico di Cesare
Erika Blanc : Margot
Enzo Cannavale : Lolo
Loredana Bertè: Una donna all’orgia

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Regia     Alberto Bevilacqua
Soggetto     Alberto Bevilacqua
Sceneggiatura     Nino Manfredi e Alberto Bevilacqua
Fotografia     Alfio Contini
Montaggio     Sergio Montanari
Musiche     Clément Janequin e Ennio Morricone
Scenografia     Pier Luigi Pizzi

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giugno 23, 2009 Posted by | Drammatico | , , , , | Lascia un commento

La notte che Evelyn uscì dalla tomba

Alan Cunningham, lord inglese, torna all’avito castello dopo una lunga degenza in una clinica psichiatrica. Vi è stato ricoverato dopo l’omicidio consumato ai danni della moglie, sorpresa mentre era a letto con un altro.

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La moglie, una bellissima donna dai capelli rossi, continua a tormentare i ricordi di Alan, che mutua la figura della donna incarnandola in giovani prostitute dalla stessa caratteristica, una folta chioma rossa, prostitute che accoglie nel suo castello.

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Anthony Steffen e Marina Malfatti

La sua mania sfocia però in una sorta di rivincita sadica nei confronti delle donne, che uccide in maniera violenta e brutale. Un giorno però conosce una splendida spogliarellista, Gladys, se ne innamora, la sposa e la porta a vivere con se; all’inizio sembra che tutto scorra bene, e Alan abbia dimenticato i suoi raptus omicidi.

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Ma all’improvviso appare una figura misteriosa, un fantasma che assomiglia alla defunta moglie, e che terrorizza alcuni ospiti del castello, uccidendoli. Dalla tomba di Evelyn, la defunta, è scomparso il cadavere, e Alan, sull’orlo della follia, pensa che essa sia l’autrice dei fatti di sangue. Un’apparizione del fantasma sconvolge a tal punto il lord che la sua mente barcolla, e si rende necessario un nuovo trasferimento nella clinica psichiatrica.

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In realtà è stata Gladys a organizzare il tutto, con l’aiuto di George, cugino di Alan; il motivo è da ricercare nel testamento dello stesso lord, che vede beneficiari sia la moglie che il cugino.E’ proprio quest’ultimo, che aveva usato come comparsa anche una prostituta, a uccidere le complici. Ma c’è spazio per il colpo di scena finale.

Siamo ai primi degli anni settanta, e questo film di Miraglia è uno dei primissimi esempi di giallo/gotico con sfumature horror proposti; un film di discreto livello, con un intreccio forse non credibile, ma che quanto meno tiene lo spettatore avvinto. Discrete prove per il cast, nel quale spiccano le superbe bellezze di Erika Blanc e di Marina Malfatti, angelica e demoniaca allo stesso tempo.

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La notte che Evelyn uscì dalla tomba, un film di Emilio P. Miraglia. Con Anthony Steffen, Erika Blanc, Marina Malfatti, Giacomo Rossi Stuart, Rod Murdock, Umberto Raho, Roberto Maldera, Brizio Montinaro
Horror, durata 104 (99, 91) min. – Italia 1971.

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 La notte che Evelyn usci dalla tomba protagonisti

Anthony Steffen è Lord Alan Victor Cunningham
Marina Malfatti è  Gladys
Erika Blanc è Susy
Giacomo Rossi-Stuart è il Dott. Richard Timberlane
Rod Murdock è Enzo Tarascio

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Regia Emilio P. Miraglia
Soggetto Fabio Pittorru, Massimo Felisatti
Sceneggiatura Emilio P. Miraglia, Fabio Pittorru, Massimo Felisatti
Produttore Antonio Sarno
Casa di produzione Phoenix Cinematografica Roma S.p.A.
Fotografia Gastone Di Giovanni
Montaggio Romeo Ciatti
Musiche Bruno Nicolai
Scenografia Lorenzo Baraldi
Costumi Lorenzo Baraldi
Trucco Marcello Di Paolo

La notte che Evelyn usci dalla tomba citazioni

Un sacco di uomini per divertirsi hanno bisogno di fare cose strane

Non riesco a dimenticarla: mi ossessiona

Lei, dottore: è davvero sicuro che Lady Evelyn sia davvero morta?

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Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com

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“Emilio Miraglia è un nome poco noto ai cultori dell’horror all’italiana, pur avendo firmato due curiosi titoli complementari per struttura narrativa: La Dama Rossa Uccide Sette Volte e La Notte che Evelyn Uscì dalla Tomba. Si tratta di pellicole abbigliate (con titoli e locandine) come horror puri, ma che virano nel finale al giallo ed al razionale, lasciando lo spettatore amareggiato/compiaciuto per l’inaspettato dirottamento narrativo dei film. Dei due titoli, questo (ben) presenta un morboso aspetto voyeristico (il rapporto s/m). Sferzato. “

“Impasto piuttosto bizzarro di giallo, horror, e erotismo morbos(ett)o, riveste un certo interesse di modernariato pop, rappresentando una delle più credibili approssimazioni cinematografiche allo “stile” (ehm ehm) dei fumettacci alla Renzo Barbieri, tipo Oltretomba, che hanno alimentato un certo immaginario. Bonissima la Blanc, Steffen come sempre tetragono nell’allontanare ogni sospetto di espressione (è il suo bello), il resto del cast è una delizia da serie B italiana fra tardi sixties e primi seventies. Per amatori.”

“Archetipo del giallo gotico, il suo valore storico supera quello cinematografico. Sono riconoscibili richiami agli horror dei ‘60, alle soggettive argentiane e ai complotti lenziani, ma la prolissa e spenta sceneggiatura vanifica quel minimo di tensione richiesto e finisce col rendere ridondanti e talora ridicoli i momenti erotici, affidati alle seducenti movenze della Blanc, della Malfatti e della Tofano. Steffen si cimenta in qualche tic e rituale s/m, ma non esce dalla sua consueta staticità. Un film più visivo che narrativo.”

“Inferiore a La dama rossa, non raggiunge la sufficienza. Miraglia non è un cattivo regista e anche la fotografia, nonostante qualche effetto notte discutibile, è piuttosto curata. Peccato che manchi il ritmo e che almeno nella prima ora la noia regni sovrana. Poi le cose lentamente migliorano e il finale, per quanto prevedibile, è curiosamente ben realizzato ed efficace. Discreto il cast ma mediocri le musiche. Comunque più vicino al giallo lenziano che al gotico. Solo per appassionati.”

“Il film inizia piuttosto male, apparendo banale e superficiale. Un uomo disturbato, le sue manie crudeli e le donne vittime delle sue perversioni. Poi una improvvisa evoluzione e la vicenda si afferma in contorni migliori, rendendosi anche avvincente. Atmosfera di genere, con villone di famiglia dagli affascinanti interni pacchiani dai colori forti. C’è molto nudo, con le bellissime di turno che non lesinano a mostrare (quasi) tutto. Le musiche del maestro Nicolai sono come sempre eccellenti. Il finalone è inaspettatamente cruento e sorprende. Un buon film!”

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gennaio 16, 2009 Posted by | Horror | , , , , | Lascia un commento