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La minorenne

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Turbe adolescenziali di Valeria, ragazza di buona famiglia che è tormentata ( o forse anche oniricamente compiaciuta) da sogni erotici estremi; le cose per lei non cambiano nemmeno in un collegio di suore, visto che i sogni continuano.
Nella vita cosciente Valeria è una ragazza qualsiasi, alle prese con i problemi delle adolescenti; sogna l’amore pulito e persone di cui fidarsi, ma inevitabilmente va incontro a delusioni.

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Gloria Guida

A casa la situazione è ancora peggiore: suo padre è un industrialotto mentre la sua seducente madre è una casalinga che non disdegna avventure extra coniugali, come del resto il marito. A completare il poco edificante quadretto di famiglia ci si mette il fratello, un tipaccio che non esita a mostrare Valeria nuda agli amici (mentre naturalmente si fa il bagno).
Così Valeria è costretta a sorbirsi delusioni di ogni genere, poichè si muove in un ambiente che ha dei limiti morali molto marcati e nei quali il suo desiderio di purezza si infrange come un onda sullo scoglio.

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Ma alla fine, dopo esperienze e inevitabili delusioni, anche per lei arriverà il coronamento dei sogni amorosi.
A La minorenne, diretto da Silvio Amadio nel 1974 va riconosciuto un solo merito: quello di aver lanciato la allora sconosciuta Gloria Guida e di averla svelata (anche in senso biblico) come attrice di filmetti sexy e come bellezza ruspante dal fisico appetitoso.
Di per se il film infatti non presenta alcun motivo di interesse; la trama è assolutamente inconsistente, i dialoghi sono a dir poco imbarazzanti e la velatissima critica sociale finisce per essere sommersa da un contesto generale nel quale predomina la noia.
Si passa dai sogni erotici di Valeria, che variano dallo stupro di gruppo al sogno ad occhi aperti che vede protagonista il medico che visita le studentesse del convitto di suore dove studia la ragazza per concludersi con le squallide visioni degli amici di suo fratello, che la espone inconsapevolmente nuda agli amici allupati.

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Va da se che con queste premesse il film non può che collocarsi nel largo spazio in cui finirono tantissimi prodotti del periodo centrale degli anni settanta, quando i registi scoprirono che con due lire era possibile creare dei filmetti fatti in casa e raggranellare un bel pacco di milioni.
Silvio Amadio, regista di Frascati morto nel 1995 si era fatto una robusta fama di regista specializzato in commedie sexy a basso costo;

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suoi erano prodotti come …E si salvò solo l’aretino Pietro con una mano avanti e l’altra dietro, Come fu che Masuccio Salernitano, fuggendo con le brache in mano, riuscì a conservarlo sano del florido filone dei decamerotici o thriller pruriginosi come Alla ricerca del piacere e Il sorriso della iena.
In questo film Amadio si limita a guadagnarsi la pagnotta sfruttando al meglio le notevoli doti fisiche di Gloria Guida, ancora fisicamente acerba ma già in possesso di quelle caratteristiche che finiranno per risultare determinanti nella sua carriera.
Ed è proprio l’attrice meranese l’unico motivo di interesse del film; la sua forte presenza scenica fa in qualche modo dimenticare i farneticanti dialoghi di cui è costellata la pellicola, che in alcuni momenti risultano talmente pretestuosi da innervosire lo spettatore.
Perchè girare una commediola sexy in cu tutto è scopertamente e smaccatamente chiaro e contemporaneamente strizzare l’occhio ad una denuncia dei mali della borghesia se non si vuole scavare in profondità?
Poichè le scenette sexy, i sogni erotici hanno la meglio su tutto il resto appare chiaro come la sceneggiatura dell’ineffabile Piero Regnoli punti solo ed esclusivamente agli istinti pruriginosi dello spettatore con buona pace di tutto il resto.
Regnoli ha sceneggiato oltre un centinaio di film i cui titoli dicono tutto sulla sua chiamiamola specializzazione cinematografica: si va dal mitico Elena si, ma di Troia a Quella età maliziosa passando per Le dolci zie, L’educanda e tantissimi altri prodotti della commedia sexy italiana.

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Una sceneggiatura a due mani fatta da Amadio e Regnoli quindi era garanzia di morbosità, cosa che puntualmente venne applicata e sfruttata in La minorenne, a cui si può alla fine riconoscere l’unico punto di forza di una bellissima fotografia e una discreta base musicale opera di Pregadio.
In definitiva, filmetto senza pretese e senza nemmeno la presenza di attori di qualche carisma, fatta salva la comparsata di Corrado Pani impegnato a rastrellare qualche soldo senza eccessiva fatica.

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La minorenne
Un film di Silvio Amadio. Con Gloria Guida, Corrado Pani, Fabrizio Moroni, Rosemarie Dexter, Giacomo Rossi Stuart, Giulio Donnini, Marco Guglielmi, Gabriella Lepori, Mario Garriba, Luciano Rossi Erotico, durata 89 min. – Italia 1974.

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La minorenne banner personaggi

Gloria Guida: Valeria
Corrado Pani: l’artista alternativo
Silvio Spaccesi: lo zio sacerdote di Valeria
Giacomo Rossi Stuart: l’amico cinico di famiglia
Marco Guglielmi: padre di Valeria
Nino Scardina: l’assistente dello zio sacerdote

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Regia Silvio Amadio
Sceneggiatura Silvio Amadio, Pietro Regnoli
Fotografia Antonio Maccoppi
Montaggio Silvio Amadio
Casa di produzione Domizia
Musiche Roberto Pregadio

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marzo 19, 2012 Posted by | Erotico | , , , , , | 1 commento

7 scialli di seta gialla

Sette scialli di seta gialla locandina 1

Un pianista cieco, il professor Peter Oliver, un ispettore di polizia, Iansen e una serie di oscuri omicidi che hanno per teatro il laboratorio sartoriale e di mode di Françoise Ballais.
Questi gli ingredienti di questo giallo, che vede l’ispettore Iansen alle prese con un assassino insospettabile e inafferrabile.
Quando nell’atelier di Francoise muore la bella indossatrice Paula, l’ispettore incaricato delle indagini dirige i suoi sospetti sul pianista cieco, Peter, che aveva una relazione con la modella.

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Sylva Koscina

Ma i suoi sospetti si incentrano anche sul marito di Francoise,Victor Morgan, che aveva una relazione con la donna e che veniva ricattato da un uomo che aveva scattato delle foto compromettenti della loro relazione.
Un nuovo omicidio scombussola tutto; a morire è il misterioso ricattatore, e subito dopo toccherà ad altre persone cadere vittime della follia omicida della misteriosa mano.
Sarà proprio Peter a indirizzare Iansen sulla pista giusta…

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Sette scialli di seta gialla 1
La sequenza dell’omicidio sotto la doccia

Diretto da Sergio Pastore nel 1972, Sette scialli di seta gialla si inserisce nel florido filone delle pellicole cloni del grande successo di Argento L’uccello dalle piume di cristallo; tuttavia il maggior tributo il film lo paga al film del 1971 di Argento Il gatto a nove code, dal quale riprende il personaggio del cieco investigatore.
Non è certo l’unico elemento di somiglianza con i film di Argento; a ben guardare Pastore saccheggia tutto ciò che può dalla cinematografia del brivido.
C’è la scena dell’omicidio sotto la doccia, ripresa da Psycho, c’è l’ambientazione alla Bava di Sei donne per l’assassino…. c’è solo da divertirsi a cercare le similitudini che sono tante e anche abbastanza chiare.
Il film in se non è nemmeno malvagio, anche se alcuni colpi di teatro sono davvero tirati per i capelli; tuttavia la trama ha una sua ragione d’essere e si mostra abbastanza intricata.

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Sergio Pastore, regista di opere abbastanza anonime come Crisantemi per un branco di carogne ,Il diario proibito di Fanny, girati sul finire degli anni sessanta, ha qui la grande occasione, grazie sopratutto al buon cast assemblato per questo film. Dirige con mano scaltra ma è evidente che si tratta di un onesto artigiano e nulla più; eppure gli strumenti c’erano, a cominciare dal parterre degli attori, che include Anthony Steffen, che interpreta con sufficiente bravura il ruolo del pianista cieco, proseguendo poi con Sylva Koscina, nel ruolo di Francoise, con Annabella Incontrera, sempre algia e bellissima, con Giacomo Rossi-Stuart, che interpreta Victor ovvero il marito di Francoise…
Il film va contestualizzato anche nel periodo storico; siamo agli inizi degli anni settanta, il cinema tira come una locomotiva lanciata a folle corsa e si moltiplicano le produzioni di ogni genere.
Il thriller è uno dei generi più saccheggiati, e alla luce di questo si può capire come le produzioni offrissero regie anche ad onesti mestieranti come Pastore.
C’è qualche spruzzatina di eros, qualche delitto efferato, insomma ci sono tutti gli ingredienti del genere, mentre va segnalata la scena dell’omicidio sotto la doccia, una delle più efferate viste nei film italiani, con tanto di rasoio che taglia nella carne attorno ai seni e al corpo nudo della vittima.

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Anthony Steffen

Leggendo quà e là in rete le recensioni al film, mi è capitato di trovare giudizi durissimi e sprezzanti su questo prodotto: critiche troppo severe, perchè come già detto pur non essendo un prodotto riuscito, Sette scialli di seta gialla può essere visto senza gridare allo scandalo.
A patto di sorvolare su alcune incongruenze, su qualche pecca recitativa e su una regia abbastanza piatta.

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Sette scialli di seta gialla, un film di Sergio Pastore. Con Annabella Incontrera, Sylva Koscina, Anthony Steffen, Renato De Carmine,Giacomo Rossi Stuart, Umberto Raho, Lorenzo Piani, Shirley Corrigan
Thriller/Giallo, durata 108 min. – Italia 1972.

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Sette scialli di seta gialla banner protagonisti

Anthony Steffen – Peter Oliver
Sylva Koscina – Françoise Ballais
Giovanna Lenzi – Susan Leclerc
Renato De Carmine – Ispettore Jansen
Giacomo Rossi-Stuart – Victor Morgan
Umberto Raho – Burton
Annabella Incontrera – Helga Schurn
Romano Malaspina – Harry
Isabelle Marchall – Paola Whitney
Imelde Marani – La ragazza di Harry
Liliana Pavlo – Wendy Marshall
Shirley Corrigan – Margot Thornhill

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Regia: Sergio Pastore
Sceneggiatura: Sandro Continenza, Sergio Pastore e Giovanni Simonelli
Prodotto da Edmondo Amati, Maurizio Amati
Musiche::Manuel De Sica
Costumi:Vincenzo Tomassi

Doppiatori:

Sergio Graziani: Anthony Steffen
Rita Savagnone: Sylva Koscina
Sergio Tedesco: Umberto Raho
Pino Colizzi: Giacomo Rossi Stuart
Maria Pia Di Meo: Shirley Corrigan
Flaminia Jandolo: Annabella Incontrera
Vittoria Febbi: Lilliana Pavlo

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

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Sette scialli di seta gialla banner recensioni

Accettabile giallo con pesanti richiami argentiani. La storia non fila via logica (perché scappare dall’ospedale? perché lasciare l’indirizzo della vetreria?) ed ha uno spieghino finale oscuro, oltre ad infrangere una regola del giallo. Il film però si lascia guardare, con molto debito verso i bei colori e gli interni fotografati da Mancori, talora con effetti optical e quadri di Mondrian. La Incontrera, volto lungo, altero, incavato, è perfetta icona lesbica. C’è Imelde Marani che puttaneggia.

Premesso che resta – tutt’oggi – da chiarire se Pastore ha diretto o meno questo contorto (e poco efficace) giallo, quello che più rimane impresso è un finale al cardiopalma, che nasce come emulativo di Psycho (delitto nel bagno), ma è di una ferocia (considerato il periodo) davvero estrema. Per il resto crolla l’impianto narrativo per l’insolito (ed impossibile) modus operandi del killer, che si avvale di scialli avvelenati e gatti! Il Sette del titolo va in coda alla “miniserie” di gialli con titolo numerico stile Sette Cadaveri per Scotland Yard (che sono poi 9!)

La caccia alla smagliatura nel copione dei thriller all’italiana (ma non solo, anche celebrati pseudo-campioncini alla Seven non sono da meno) è uno sport in fin dei conti un po’ sterile: il giallo tricolore è questione di look, e da questo punto di vista il film di Pastore tutto sommato tiene botta, specie nella parte finale, dal rendez-vous nel cantiere in avanti. Certo non tutto fila liscio. Bravo Steffen (ma molto merito va a Sergio Graziani che lo doppia), improponibile la pettinatura di Rossi Stuart. Non male, dopotutto.

Remake non dichiarato di 23 passi dal delitto, con l’aggiunta di contrafforti argentiani (il meccanismo de L’uccello dalle piume di cristallo) e baviani (l’ambientazione nel corrotto mondo della moda di Sei donne per l’assassino). La sceneggiatura, grossolana e con non poche incongruenze, vanta qualche sequenza thrilling ben riuscita (la vetreria, la doccia di Psyco, il cieco Steffen braccato in casa sua dall’assassino) e la trovata degli scialli è originale benché improbabile. Gradevoli musiche di De Sica.

Una delle perle del trash all’italiana (soprattutto per la parte finale), che proprio per questo ha uno stuolo di fan “urlanti”, che lo considerano un film di culto. In realtà non si capisce il perché, visto che come giallo è davvero mediocre. La regia, infatti, è a dir poco claudicante (ma anche a questo proposito c’è chi pensa che Pastore sia un vero regista e per giunta bravo!) e sulla sceneggiatura meglio tacere. Un po’ meglio la situazione sul versante attori e colonna sonora, ma non basta.

Thrillerone bigio e monotono, la cui inesorabile seriosità spinge a rivalutare il brio di cose che ci parvero di insuperabile bruttezza. Pastore cita a spromba tutto ma non produce un’idea buona e originale che sia una: l’atelier è baviano, il canto dell’uccello argentiano, la cecità anche, l’unico guizzo di truculenza splatter è hitchcockiano (però che fegato!), il gatto ha una coda e tanto basta. Il movente dell’assassino è più imperscrutabile di quello di Pastore. Atmos-fear ce n’è pochina. Soporifero.

Ennesimo giallo che si rifà, in modo più che abbondante, alla celebre trilogia degli animali di Dario Argento. Il film non riesce ad emergere dalla massa di prodotti analoghi del periodo e risulta potabile solo per gli ultra-appassionati del genere. Particolarmente fantasioso, e per questo anche molto improbabile, il modus operandi dell’assassino. Come spesso in pellicole di questo tipo la logica è molto traballante.

Buon appartenente al giallo argentiano, con un ottimo cast su cui spiccano decisamente Anthony Steffen nel ruolo del pianista cieco che indaga e la bella Sylva Koscina superba, ma le bellezze femminili (Annabella Incontrera, Shirley Corrigan) non mancano così come i bravi attori (Rossi Stuart). Il tema musicale di Manuel De Sica è accattivante, l’omicidio finale della Corrigan è davvero inusuale per l’epoca. Non un capolavoro (con spiegone finale molto tirato per i capelli) ma piace.

Giallo italiano piuttosto mediocre. Il ritmo è lento, gli attori poco memorabili e le musiche non troppo entusiasmanti. Si salvano solo la buona fotografia e un omicidio (alla Psycho) piuttosto violento. Per il resto un film decisamente evitabile, solo per appassionati.

Onesto giallo italico di ambientazione nordeuropea. I richiami ad altri film ed in special modo ai primi gialli di Argento sono evidenti, tuttavia Pastore riesce a confezionare un prodotto decoroso e a mio avviso avvincente. La vicenda è concettualmente inverosimile, ma scandita da un’ottima ritmica degli eventi e da un’interpretazione degli attori più che dignitosa. Prodotto destinato a “cinemini” di periferia; ecco un buon motivo per amarlo!

Tra la miriade di imitazioni argentiane degli Anni Settanta, si inserisce questo film di Pastore. A parte l’accumulo di citazioni da altre pellicole del genere (a partire dal protagonista cieco e curiosone, preso di peso da Il gatto di Argento), il film scade spesso nella noia e non è riscattato neanche dalla violenza, visto il basso tasso di splatter. Si salva giusto l’omicidio sotto la doccia (unica scena veramente truce) e qualche buon momento di tensione negli ultimi venti minuti. Interpreti accettabili, sceneggiatura claudicante. Improbabile.

Personaggi bidimensionali come quelli dei fumetti cui parrebbe tratto, che fingono di suonare il piano e cenano all’Hilton, posseggono case con splendidi armamentari vintage e frequentano lisergici atelier. Ecco un motivo valido per guardare questo film: farsi un’idea dell’immaginario lounge-chic che impazzava nelle fantasie italiche, fra sigarette accese in ogni dove e pruriginosi scandali sessuali. La storia è striminzita (il mantello? il gatto?), ma il film ha una sua soporifera fragranza che sa d’innocenza e di cinema con le sedie in legno.

Bistrattato da molti e esaltato da altri. Si tratta di un giallo comunque guardabile, interpretato bene da un gradevole cast. A parte il ridicolo finale (che in parte ricorda quello di Sotto il vestito niente) il film si lascia guardare. Un po’ improbabile la storia del gatto, ma tant’è. Ottime le musiche. Diverse scopiazzature dai film di Argento. Quasi tre pallini.

Film noioso, che si perde più volte nel tentativo di richiamare classici argentiani, facendolo in maniera sconclusionata e poco efficace. La trama è artificiosa e priva di tensione, i delitti (a parte un po’ di gore finale) sono piatti ed architettati in maniera poco credibile. Tra i thriller dell’epoca certamente uno dei più scadenti, rischiarato da una scena finale da deja-vu, ma efficace.

Pastore si butta sul giallo argentiano, con tutti i crismi del genere, attingendo non poco dal Maestro stesso, così come da altri (il film nel film è “Una lucertola dalla pelle di donna” di zio Lucio). Ma, a parte un po’ di confusione nell’esposizione, va detto che non confeziona un affatto un brutto film. Certo, nulla di trascendentale, ma l’omicidio cruento nella parte finale, con accanimento sul corpo indifeso della vittima alza la media… Rossi Stuart meglio di un monoespressivo Steffen. Molti i nudi. VM 14

Discreto thriller dalle incontrovertibili derivazioni, ma onestamente palesate, senza dissimulazioni di sorta. Quello che personalmente ho trovato fuori luogo, è la modalità principale con la quale vengono uccise le malcapitate: troppo improbabile. La storia è carina, con lo svolgimento regolare frutto di una tecnica sobria, senza troppe pretese (saggia decisione evitare di strafare). Particolare la location in Copenaghen, ma forse Milano o Roma avrebbero caricato meglio la natura di genere. Attori bellissimi e musiche adeguate, con un finalone inaspettato.

Thrillerino che si basa su presupposti abbastanza improbabili e attinge senza ritegno dai successi argentiani del periodo (L’uccello dalle piume di cristallo, Il gatto a nove code…). Violenza e tensione latitano. Film non proprio noioso ma che ristagna nella mediocrità fino all’intenso, violento (finalmente) finale. Non brutto, ma decisamente evitabile.

Tra i vari gialli, giallacci e giallini Anni Settanta, mi sembra il peggiore che ho visto. A parte l’affastellamento, senza nessuna ironia, di citazioni da altri film del periodo, a parte il movente dei delitti, che proprio non sta né in cielo né in terra… ma è proprio noioso, non c’è un momento di vera tensione. E poi, ci vuole coraggio per trattare così l’unico personaggio al quale ci eravamo veramente affezionati. E ci vuole coraggio per far spogliare la Koscina per farle mostrare un lato B da massaia sedentaria…

Veramente inguardabile. Nonostante sia un patito dei gialli italiani Anni Settanta, questo è proprio brutto. Copia e incolla spunti e trama da destra e da sinistra, non intriga, non scorre, con attori incapaci e personaggi senza alcun interesse. Un disastro. Starsene alla larga!

Culto a causa di diversi record: il maggior numero di citazioni da altri gialli, la “scena della doccia” più gore, il modus operandi più contorto e improbabile, il fermo-immagine finale più ridicolo (eppure…). Però oltre questo è anche un giallo onestissimo, che non si limita a seminare false piste per confondere lo spettatore ma gli offre anche la possibilità di indovinare il colpevole con un particolare rivelatore (occhio all’automobile). Regìa assai meno sciatta di quanto sembri, buona prova anche per Steffen (altrove spesso cane).

Sembra davvero un fumettone per via di costumi, design, tecnica di omicidio indiretta e solo in apparenza avveniristica, per il fatto che un’attrice la faccian tanto bella per accopparla in seguito così crudelmente… per il bianco e nero della doccia che qui centuplica la suggestione, stessi due colori che contraddistinguono i mantelli. Davvero un caso? Interessante, ma non grintoso al punto da far decollare l’entusiasmo di chi lo vede.

Inutile far notare quanto l’influenza del Darione nazionale contamini ogni passaggio di questo ennesimo titolo “numerologico”. Un buon giallo comunque, in cui spadroneggiano primi piani fuorvianti e disonesti zoom sugli sguardi torvi e sospettosi di alcuni degli interpreti. Differentemente dal solito, Anthony Steffen mostra davvero un raro stato di grazia con la sua perfetta immedesimazione nei panni del compositore cieco. A tratti allucinato, il film di Pastore presenta inoltre la sequenza forse più splatter mai vista sino ad allora su schermo.

Una volta fatta l’abitudine “visiva” ai fantastici abiti e pettinature dell’epoca, di questo film resta ben poco di godibile. La trama è abbastanza piatta e banale e il cosiddetto colpo di scena finale sembra creato più per dare la colpa al personaggio meno sospettabile di tutti che per seguire un vero filo logico. Imbarazzanti e rigidi i due protagonisti maschili.

Derivativo, eccessivamente derivativo questo giallo a tinte forti dove non si sa dove finisca la citazione e inizi la scopiazzatura spudorata. Inizialmente sembra partire bene, con un misterioso metodo di uccisione, ma quando inizia a delinearsi il quadro si scade nell’assurdo e nel ridicolo. Menzione speciale all’omicidio nella doccia preso da Psyco ma più sanguinoso (in bene) e alla pietosa sequenza finale assieme a quella dell’attentato nella fabbrica (in male).

Giallo che più derivativo non potrebbe essere: in effetti se ci mettiamo ad elencare i riferimenti ad altre pellicole rischiamo di non finirla più. Ttuttavia Pastore propone anche un paio di idee originali: l’ambientazione danese e il complesso modus operandi dell’assassino, che qui si serve, appunto, degli scialli del titolo intrisi di una sostanza che attira e scatena un gatto dagli artigli avvelenati. Buon ritmo, qualche momento di tensione e un omicidio sotto la doccia di inaudita violenza, ma la soluzione convince poco. Non male il cast.

Prende da Argento, da Bava, da 23 passi da un delitto e finisce con una splendida uccisione sotto la doccia degna di Psyco. Siamo nel ’72, siamo nel bel mezzo del giallo all’italiana e del successo di Darione; Pastore si permette di emulare e rubare senza vergogna. E tutto sommato gli si perdona tutto. Il giallo non è poi pessimo, soffre delle classiche ingenuità e carenze sia di budget sia di sceneggiature. Offre la solita fotografia di quegli anni e costumi e scenografie disgustosamente pacchiane. Steffen è una garanzia, il Fonda italiano

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gennaio 6, 2011 Posted by | Thriller | , , , , , , | 2 commenti

La morte ha sorriso al suo assassino

La morte ha sorriso al suo assassino locandina

Una donna, Greta von Holstein, mentre è su una carrozza, ha un incidente; la ragazza, sbalzata dall’interno, picchia il capo e subisce un trauma con relativa perdita di memoria.
Greta assomiglia in maniera incredibile ad una donna, sua omonima, che si è vista per un attimo ad inizio film; il suo volto appare su una lapide, davanti alla quale c’è un uomo che piange.
Soccorsa dai padroni di una villa, i coniugi Walter  ed Eva  von Ravensbrück,la ragazza viene ospitata nella villa, dove risiede il dottor Sturges, che la cura e ne resta turbato; l’uomo, che conduce misteriosi esperimenti sulla resurrezione, resta particolarmente colpito da un medaglione-amuleto che Greta porta al collo.

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Greta si risveglia dopo l’incidente

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Eva Aulin è Greta

Nel frattempo la venuta di Greta sembra alterare in qualche modo gli equilibri della casa e delle vite dei suoi abitanti; parallelamente iniziano ad accadere strane cose.
Una cameriera della villa decide di licenziarsi, e si allontana in fretta dalla stessa, ma viene raggiunta e barbaramente trucidata con una fucilata in pieno volto.
Tra i coniugi von Ravensbrück iniziano i primi problemi; sia Walter,sia Eva, si invaghiscono della bellissima e impenetrabile Greta.Il rapporto a tre prosegue per qualche tempo, fino a quando Eva, accortasi della relazione di Greta con Walter, spinta dalla gelosia, con un tranello porta la ragazza nei sotterranei della villa, dove la mura viva.
La scomparsa della ragazza allarma Walter, che tuttavia deve prendere atto della situazione, e nonostante l’arrivo della polizia, ben presto il tutto arriva ad una fase di stallo.

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Gli esperimenti del dottor Sturges

Ma le sorprese stanno per iniziare:una sera nella villa Walter e Eva organizzano un ballo in maschera, durante il quale ecco apparire una donna che ha le stesse fattezze di Greta.
La quale insegue Eva e le mostra il suo volto che all’improvviso si trasforma in un orribile teschio; sconvolta, Eva si getta dal terrazzo della villa.
La morte arriva a colpire Walter, che viene ucciso e appeso come un animale squartato ai ganci della stalla, mentre il padre di Walter, che in realtà è il marito di Greta, viene lasciato morire rinchiuso in una tomba.

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Morte della cameriera…..

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… e dell’assistente di Sturges

Muore anche un servitore della villa, ucciso a coltellate; il commissario che intanto indaga sulle misteriose sparizioni e sulle morti, rinviene l’amuleto e decide di farlo esaminare da uno studioso.
Quest’ultimo rivela che l’antico amuleto serviva agli inca come parte di un rituale atto a far resuscitare i morti.
Il commissario decide di far visita al fratello di Greta, che si stava occupando del caso; ma lo rinviene morto.L’uomo infatti è stato ucciso proprio da Greta che gli ha lanciato contro il volto un gatto.
La soluzione del rebus è singolare; Greta era morta di parto anni prima, ma suo fratello la aveva richiamata in vita proprio grazie all’amuleto; ma quando il commissario si reca a trovare Greta nella sua tomba, scopre che è vuota………..

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La misteriosa Greta

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…mette in atto le sue arti di seduzione nei confronti di Eva

La morte ha sorriso all’assassino, girato da Aristide Massaccesi con il suo vero nome, è un horror/thriller girato nel 1972; pasticciato, a tratti quasi indecifrabile, mostra cose egregie (la solita mano di Massaccesi, abile e scaltra) a soluzioni tirate per i capelli, quasi un espediente per allungare il brodo e renderlo digeribile.
Il che accade solo a tratti; se la trama horror ha una sua logica, la ha meno la sceneggiatura, spesso lacunosa e incomprensibile; tuttavia il regista, abilmente, ci mette il suo mestiere riuscendo a tirar fuori un prodotto finito se non degno di rilevanza quanto meno non infame.
Il cast raggiunge a mala pena la sufficienza, essendo male assortito; a disagio Luciano Rossi, Klaus Kinskj appare come un corpo estraneo. Un tantino meglio Eva Aulin, che sopperisce con la sua bellezza, strappando però a mala pena la sufficienza.

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Eva Aulin

Un film decisamente in tono minore, arruffato, con pochi momenti brillanti, legati alle improvvise trasformazioni di Greta; il tutto condito da qualche blanda scena erotica con protagoniste la bella Aulin, che interpreta Greta e Angela Bo, che interpreta Eva.

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Klaus Kinski

La morte ha sorriso all’assassino,un film di Aristide Massaccesi. Con Klaus Kinski, Ewa Aulin, Giacomo Rossi Stuart, Attilio Dottesio,Marco Mariani, Fernando Cerulli, Giorgio Dolfin, Carla Mancini, Angela Bo, Luciano Rossi
Drammatico, durata 91 min. – Italia 1973.

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L’orrenda trasformazione di Greta

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Nel sepolcro

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Morte del fratello di Greta

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Ewa Aulin: Greta von Holstein
Klaus Kinski: dottor Sturges
Angela Bo: Eva von Ravensbrück
Sergio Doria: Walter von Ravensbrück
Attilio Dottesio: ispettore Dannick
Marco Mariani: Simeon
Luciano Rossi: Franz
Giacomo Rossi Stuart: dottor von Ravensbrück
Fernando Cerulli: professor Kempte
Pietro Torrisi: assistente muto del Dr. Sturges


D’Amato cava sangue dalle rape, ma sempre rape rimangono. Lento, per arrivare a metraggio decente, impreziosito da fotografia splendida (molte le inquadrature dal basso) e da carezzevoli musiche di Berto Pisano (forse si sente pure il flicorno). Molta eco da Poe. Un po’ buffa l’ambientazione teutonica in un’orgia di… pini marittimi. I migliori sono Kinski e Dottesio (doppiato da Cigoli). La Aulin è, come spesso avviene, talmente candida da sfociare nel perverso

Esordio (ufficiale) in regia per Massaccesi, dopo una lunghissima gavetta come tuttofare nell’ambiente del cinema, ed unico film siglato con il suo vero nome (a fronte di un incalcolabile numero di pseudonimi). Si tratta di un horror gotico, con momenti di violenza grafica molto forti per l’epoca, come un volto sfigurato da un coltello, un cadavere sbudellato e una fucilata in faccia. La trama piuttosto contorta e confusa non preclude al regista la possibilità di portare sullo schermo buone sequenze di tensione e di erotismo.

Mentre tecnicamente qua e là qualcosina funziona (ma giusto qualcosa), dal punto di vista narrativo le cose non funzionano assolutamente: la storia, infatti, è confusionaria e farraginosa ma soprattutto sconta un ritmo molto lento che nemmeno un finale a sorpresa, anche se non troppo, riesce a risollevare. Solo per i fan del regista e, forse, nemmeno loro apprezzeranno.

Interessante gotico pieno di enormi pregi, ma con qualche difetto non indifferente. Tra i pregi ricordiamo l’ottima regia, la bellissima fotografia, la notevolissima colonna sonora e il buon cast. Tra i difetti invece abbiamo una storia lenta e sconclusionata, che fatica moltissimo ad ingranare e che non riesce assolutamente ad appassionare. Non mancano le scene splatter, a tratti fin troppo esagerate. Il finale verrà ripreso da un horror americano di poco successivo.

Storia horroromantica, dove la bellissima Ewa Aulin seduce tutti, spettatore compreso, con la sua dolcezza carica di sensualità all’inverosimile. Atmosfera morbida e torbida allo stesso tempo, condita da uno splendido tema musicale, perfetto per questo prodotto. Certo, la sceneggiatura alcune volte barcolla, ma l’insieme gustoso degli splendidi costumi e della suggestiva ambientazione, compensa adeguatamente le mancanze. Lo ricordo davvero volentieri questo film, bella creatura dell’indimenticabile Aristide Massaccesi.

 

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aprile 14, 2010 Posted by | Horror | , , , | Lascia un commento

La notte che Evelyn uscì dalla tomba

Alan Cunningham, lord inglese, torna all’avito castello dopo una lunga degenza in una clinica psichiatrica. Vi è stato ricoverato dopo l’omicidio consumato ai danni della moglie, sorpresa mentre era a letto con un altro.

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La moglie, una bellissima donna dai capelli rossi, continua a tormentare i ricordi di Alan, che mutua la figura della donna incarnandola in giovani prostitute dalla stessa caratteristica, una folta chioma rossa, prostitute che accoglie nel suo castello.

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Anthony Steffen e Marina Malfatti

La sua mania sfocia però in una sorta di rivincita sadica nei confronti delle donne, che uccide in maniera violenta e brutale. Un giorno però conosce una splendida spogliarellista, Gladys, se ne innamora, la sposa e la porta a vivere con se; all’inizio sembra che tutto scorra bene, e Alan abbia dimenticato i suoi raptus omicidi.

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Ma all’improvviso appare una figura misteriosa, un fantasma che assomiglia alla defunta moglie, e che terrorizza alcuni ospiti del castello, uccidendoli. Dalla tomba di Evelyn, la defunta, è scomparso il cadavere, e Alan, sull’orlo della follia, pensa che essa sia l’autrice dei fatti di sangue. Un’apparizione del fantasma sconvolge a tal punto il lord che la sua mente barcolla, e si rende necessario un nuovo trasferimento nella clinica psichiatrica.

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In realtà è stata Gladys a organizzare il tutto, con l’aiuto di George, cugino di Alan; il motivo è da ricercare nel testamento dello stesso lord, che vede beneficiari sia la moglie che il cugino.E’ proprio quest’ultimo, che aveva usato come comparsa anche una prostituta, a uccidere le complici. Ma c’è spazio per il colpo di scena finale.

Siamo ai primi degli anni settanta, e questo film di Miraglia è uno dei primissimi esempi di giallo/gotico con sfumature horror proposti; un film di discreto livello, con un intreccio forse non credibile, ma che quanto meno tiene lo spettatore avvinto. Discrete prove per il cast, nel quale spiccano le superbe bellezze di Erika Blanc e di Marina Malfatti, angelica e demoniaca allo stesso tempo.

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La notte che Evelyn uscì dalla tomba, un film di Emilio P. Miraglia. Con Anthony Steffen, Erika Blanc, Marina Malfatti, Giacomo Rossi Stuart, Rod Murdock, Umberto Raho, Roberto Maldera, Brizio Montinaro
Horror, durata 104 (99, 91) min. – Italia 1971.

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 La notte che Evelyn usci dalla tomba protagonisti

Anthony Steffen è Lord Alan Victor Cunningham
Marina Malfatti è  Gladys
Erika Blanc è Susy
Giacomo Rossi-Stuart è il Dott. Richard Timberlane
Rod Murdock è Enzo Tarascio

 La notte che Evelyn usci dalla tomba cast

Regia Emilio P. Miraglia
Soggetto Fabio Pittorru, Massimo Felisatti
Sceneggiatura Emilio P. Miraglia, Fabio Pittorru, Massimo Felisatti
Produttore Antonio Sarno
Casa di produzione Phoenix Cinematografica Roma S.p.A.
Fotografia Gastone Di Giovanni
Montaggio Romeo Ciatti
Musiche Bruno Nicolai
Scenografia Lorenzo Baraldi
Costumi Lorenzo Baraldi
Trucco Marcello Di Paolo

La notte che Evelyn usci dalla tomba citazioni

Un sacco di uomini per divertirsi hanno bisogno di fare cose strane

Non riesco a dimenticarla: mi ossessiona

Lei, dottore: è davvero sicuro che Lady Evelyn sia davvero morta?

La notte che Evelyn usci dalla tomba locandine

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Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

“Emilio Miraglia è un nome poco noto ai cultori dell’horror all’italiana, pur avendo firmato due curiosi titoli complementari per struttura narrativa: La Dama Rossa Uccide Sette Volte e La Notte che Evelyn Uscì dalla Tomba. Si tratta di pellicole abbigliate (con titoli e locandine) come horror puri, ma che virano nel finale al giallo ed al razionale, lasciando lo spettatore amareggiato/compiaciuto per l’inaspettato dirottamento narrativo dei film. Dei due titoli, questo (ben) presenta un morboso aspetto voyeristico (il rapporto s/m). Sferzato. “

“Impasto piuttosto bizzarro di giallo, horror, e erotismo morbos(ett)o, riveste un certo interesse di modernariato pop, rappresentando una delle più credibili approssimazioni cinematografiche allo “stile” (ehm ehm) dei fumettacci alla Renzo Barbieri, tipo Oltretomba, che hanno alimentato un certo immaginario. Bonissima la Blanc, Steffen come sempre tetragono nell’allontanare ogni sospetto di espressione (è il suo bello), il resto del cast è una delizia da serie B italiana fra tardi sixties e primi seventies. Per amatori.”

“Archetipo del giallo gotico, il suo valore storico supera quello cinematografico. Sono riconoscibili richiami agli horror dei ‘60, alle soggettive argentiane e ai complotti lenziani, ma la prolissa e spenta sceneggiatura vanifica quel minimo di tensione richiesto e finisce col rendere ridondanti e talora ridicoli i momenti erotici, affidati alle seducenti movenze della Blanc, della Malfatti e della Tofano. Steffen si cimenta in qualche tic e rituale s/m, ma non esce dalla sua consueta staticità. Un film più visivo che narrativo.”

“Inferiore a La dama rossa, non raggiunge la sufficienza. Miraglia non è un cattivo regista e anche la fotografia, nonostante qualche effetto notte discutibile, è piuttosto curata. Peccato che manchi il ritmo e che almeno nella prima ora la noia regni sovrana. Poi le cose lentamente migliorano e il finale, per quanto prevedibile, è curiosamente ben realizzato ed efficace. Discreto il cast ma mediocri le musiche. Comunque più vicino al giallo lenziano che al gotico. Solo per appassionati.”

“Il film inizia piuttosto male, apparendo banale e superficiale. Un uomo disturbato, le sue manie crudeli e le donne vittime delle sue perversioni. Poi una improvvisa evoluzione e la vicenda si afferma in contorni migliori, rendendosi anche avvincente. Atmosfera di genere, con villone di famiglia dagli affascinanti interni pacchiani dai colori forti. C’è molto nudo, con le bellissime di turno che non lesinano a mostrare (quasi) tutto. Le musiche del maestro Nicolai sono come sempre eccellenti. Il finalone è inaspettatamente cruento e sorprende. Un buon film!”

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gennaio 16, 2009 Posted by | Horror | , , , , | Lascia un commento