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Nerosubianco

Nerosubianco è un non-film.
Ed è l’espressione migliore di un regista, Tinto Brass, che ha vissuto due vite cinematografiche completamente dissimili fra loro.
Girato nel 1969, quando ancora l’eco del sessantotto si udiva nella musica come nel cinema, nella letteratura e nel teatro, Nerosubianco appartiene, come dicevo all’inizio alla categoria dei non film, ovvero di opere che usano il linguaggio cinematografico e le immagini non per creare un racconto visivo di una storia ma più semplicemente come assemblaggio di immagini e suoni, un vero caleidoscopio dove alla fine capita di trovarci di tutto.
Da Ho Chi Min a Hitler, da Mussolini alla London beat, dal surrealismo pittorico a Duchamp, da Warhol ai manifesti della pop art in Nerosubianco appare di tutto in una carrellata da mal di testa con accennato il discorso sulla sessualità di coppia che entrerà poi come costante delle opere del regista veneziano fino al teorema (discutibile) del tradimento come salvezza della coppia.

Anita Sanders

Il tutto imbastito attorno al nucleo centrale del non- film, la storia di una moglie insoddisfatta, Barbara, che in vacanza a Londra viene seguita costantemente da un uomo di colore col quale avrà una breve avventura sessuale che le permetterà di tornare tutta felice tra le braccia del marito.
Mentre scorrono le immagini, il beat dei Freedom accompagna Barbara in una peregrinazione vorticosa in una Londra che appare vitale e intellettualmente esplosiva nella quale la donna si imbatte di volta in volta nell’oratore di Hyde Park piuttosto che in una pubblicità della Coca Cola, mentre sullo schermo alla rinfusa scivolano vorticosamente immagini di fucilazioni e di guerra, bombardamenti ed esecuzioni di massa, terribili foto provenienti da Auschwitz e didascalie nelle quali compare per esempio il motto “So extra is extra” scritto con una decina di erre.


Barbara si agira stupita e interessata fra giovani che portano sul volto i colori degli hippy che suonano musica beat (sempre con l’accompagnamento immancabile della musica dei Freedom) in una Londra che assomiglia ad un carosello impazzito di suoni e colori.
Brass naturalmente non perde occasione per lanciare la sua filosofia anarcoide come modello di riferimento; in una parte del film vediamo un prete agitare un cartello con scritto “Proibito” mentre con voce assolutamente seria da predicatore dice “Incoraggiare la gente a fare l’amore è proibito perchè è pericoloso, non è invece proibito ancorchè ancor più pericoloso incoraggiare la gente a fare la guerra: perciò da questo momento invece delle immagini pericolose proibite delle scene d’amore vi mostreremo immagine pericolose ma non proibite di scene di guerra
Questa visione ironica e sbeffeggiatrice, che poi diverrà il marchio di fabbrica personalissimo del regista veneto si mescola immediatamente ad immagini di nudo e di sesso (ovviamente molto caste) accompagnate dal feroce confronto con scene di morte.
Dall’impiccagione di una gerarca nazista (presumibilmente avvenuta dopo Norimberga) alle foto dei disgraziati deportati ebrei dei lager, nudi in maniera oltraggiosa e sopratutto senza quasi più carne addosso si passa alle immagini della guerra del Vietnam e di bombardamenti aerei sulle città.


Tutto diventa eccessivo e vorticoso, tanto che ad un certo punto l’overdose di immagini ottiene un effetto di saturazione a cui si aggiunge l’implacabile musica beat che fa da sottofondo, creando i presupposti perchè lo spettatore molli la pellicola e si dedichi ad altro.
Il ritmo aumenta ad un tale livello che le immagini degli scempi della guerra (cadaveri di bambini, di povera gente torturata, di vittime dei bombardamenti) sembrano diventare una cosa sola.
L’orrore sembra dissolversi proprio perchè mostrato ad una velocità pazzesca, quasi una forma di riavvolgimento della memoria mostrata con l’avanzamento veloce su un video registratore.
Se Nerosubianco ha un fascino è proprio da cercarsi in questi frammenti, ovvero nell’esatto momento in cui Brass fa cinema sperimentale mischiando con abilità consumata tutti i modelli di riferimento della società fine anni sessanta mostrando i totem della civiltà e l’immagine storica più famosa della guerra, l’esplosione atomica di Hiroshima.


La storia della inibita Barbara, che alla fine decide di concedersi la scappatella con l’uomo di colore senza nome che la segue come un’ombra finisce per diventare un film nel film, una parte coerente in un mare di incoerenza rappresentato dalle visioni di coppie che fanno l’amore in un parco e dipinti surrealisti che mostrano raffigurazione della morte, di uomini bendati come mummie, scheletri ecc.


C’è una sequenza che probabilmente colpisce lo spettatore più delle altre; una sequenza degna del peggior film splatter, con l’aggravante che in questa serie di immagini in movimento non c’è nulla di inventato.
La macchina da presa segue freddamente, in un bianco e nero d’epoca sgranato e saltellante, lo scarico di un camion colmo di cadaveri ridotti ad ossa e pelle.
I corpi, presi come sacchi della spazzatura vengono gettati in una fossa comune, ammonticchiati come stracci mentre altri corpi ancora seguono senza posa: è una sequenza da orrore senza fine, una parte della nostra storia che ci avvicina all’oscurità più assoluta, quell’oscurità che il nazismo ha interpretato come il buio della mente e della cultura.
E poi le immagini tristissime dei sopravvissuti di Hiroshima, bambini senza più pelle e dagli occhi smarriti e persi nel nulla.
Ecco, Brass nel suo furore amplifica e sbatte in prima pagina, sotto gli occhi dell’inorridito spettatore tutto il peggio del passato dell’umanità per poi tornare alle immagini di Barbara in giro per Londra; quasi a voler dare un colpo anche alla botte, ecco scorrere le immagini di medaglie russe e di contestazioni anti guerra nel Vietnam, di un oratore che esalta Che Guevara e quelle di Castro che arringa la folla a Cuba.


Barbara intanto, con il suo sguardo curioso, sembra passeggiare fra le vetrine luccicanti di un mega negozio che espone merce di provenienza non identificabile.
Alla lunga però questo inestricabile guazzabuglio di immagini, suoni, colori e orrori finisce per stancare ed è per questo che di Nerosubianco resta solo il frastuono di fondo.
Va dato atto a Brass di aver avuto coraggio nello sperimentare; dopo il thriller Col cuore in gola il regista veneto si avventura in un progetto che probabilmente lo appaga dal punto di vista dei risultati e che avrà un seguito beffardo e iconoclasta nel 1980, quando girerà Action.
Nerosubianco è quindi un manifesto programmatico sull’anarchia che però nasce e muore nell’arco delle due ore di proiezione del film stesso.


Dopo questo film Brass girerà altri film coraggiosi come L’urlo, Dropout e La vacanza prima di arrivare alla svolta di Salon Kitty, in cui la summa teorica del suo pensiero finisce per mescolarsi inestricabilmente con l’erotismo che da allora in poi diverrà una specie di ossessione per il regista veneto.
Oggi un film come questo sarebbe assolutamente e totalmente improponibile; nessun produttore sano di mente finanzierebbe un’opera così al di fuori degli schemi.
A fine anni sessanta invece era possibile coniugare la creatività con la sperimentazione, c’era il coraggio di percorrere strade alternative.
Il merito di Nerosubianco, film eccentrico e fuori schema è essenzialmente questo aldilà del fatto che possa o no piacere.

 

Nerosubianco
Un film di Tinto Brass. Con Anita Sanders, Nino Segurini, Terry Canter, Terry Carter Commedia, durata 76′ min. – Italia 1969.

Anita Sanders: Barbara
Terry Carter: l’americano
Nino Segurini: Paolo
Bobby Harrison: (come Freedom)
Mike Lease: (come Freedom)
Ray Royer: (come Freedom)
Steve Shirley: (come Freedom)

Regia Tinto Brass
Soggetto Tinto Brass
Sceneggiatura Tinto Brass, Francesco Longo, Giancarlo Fusco
Produttore Dino De Laurentiis
Casa di produzione Lion Film
Fotografia Silvano Ippoliti
Montaggio Tinto Brass
Musiche Freedom
Scenografia Peter Murray
Costumi Giuliana Serano, Piero Gherardi

Lobby card americana con il titolo Black on white

Lobby card inglese con il titolo Attraction

Copertina del vinile con la soundtrack del film

Fotogramma del cineracconto del film

Foto pubblicitarie del film

Due foto di scena dell’attrice Anita Sanders

Flano americano del film

marzo 29, 2012 Posted by | Commedia | , , | Lascia un commento

Action

Action locandina

Bruno Martel è un attore con grossi problemi; non riesce ad essere assunto per ruoli decenti nel cinema, cosi decide di accettare l’invito di un produttore per lavorare in un porno film.
L’uomo, che ha una relazione con la bella Ann, vive un privato ugualmente problematico, visto che la moglie lo tradisce.
Sul set del film le cose non vanno meglio; Bruno, offeso dal trattamento riservato alla sua partner cinematografica, fugge dal set accompagnato dalla ragazza, non prima di aver devastato il set.
Durante la rocambolesca fuga, dapprima capita in un immondezzaio nel quale vive una tribù di giovani a metà strada tra il punk e l’emarginato per poi finire in un dormitorio, poi ancora in un bagno turco e infine in un manicomio.
Nell’immondezzaio Bruno viene aggredito, mentre la giovane Doris viene violentata; qui l’attore conosce Garibaldi, un vecchio che ha fatto del letamaio la sua abitazione.

Action 1

Luc Merenda

I tre riprendono il loro viaggio che li vede alla fine arrivare in un ospedale psichiatrico, dal quale usciranno solo Bruno e Garibaldi, mentre Doris deciderà di suicidarsi.
L’ultima tappa del viaggio vede i due approdare ad una stazione di servizio, gestita da Florence, una donna di mezz’età frustrata che vive con un marito confinato su di una sedia a rotelle, un uomo gretto e malevolo che le rimproverà i continui tradimenti che la donna gli riserva.
Bruno e Florence hanno una breve relazione, interrotta dall’arrivo della polizia che insegue l’uomo…
A distanza di 11 anni da Nerosubianco, Tinto Brass prova a giocare la carta della disarticolazione del film, attraverso una vera e propria destrutturazione dell’impianto narrativo.
Il film è girato ad alta velocità, con scene che ricordano i vecchi film muti di Stan Laurel e Oliver Hardy oppure quelli di Ridolini.
Così in alcuni momenti il ritmo diventa fenetico, in altri ci si perde in immagini surreali che ricordano il citato Nerosubianco e il viaggio di Barbara inseguita dall’uomo di colore.
Il tutto mescolato a forti rimandi al cinema felliniano, del quale Brass tenta di riprendere le metafore risultando alla fine galatticamente lontano dai ropositi iniziali.
Un film che con il cinema sembra avere poco a che spartire: un’aria decadente aleggia su tutta la pellicola, mentre assistiamo allo strano viaggio di Bruno che attraversa un universo costellato di personaggi surrali, a cominciare dai due stravaganti compagni di viaggio per finire con la scena dell’uccisione dell’uomo da parte dei poliziotti che conclude il film lasciandoci con un interrogativo: quello che vediamo è reale oppure è frutto di una recita di Bruno?
Action è un film a tratti sgradevole, a tratti affascinante, a tratti noioso e incomprensibile.
E’ un helzapoppin in cui accade di tutto, inclusa la presenza di Brass nel ruolo di un regista che dirige Bruno e che decide di cacciarlo quando quest’ultimo, inseguito dalla polizia, si esibisce in un assurdo balletto in stile Cantando sotto la pioggia, oppure accade di vedere la giovane attrice Doris costretta ad umiliarsi per compiacere il produttore del film hard, accettando di orinare in un gabinetto mentre viene ripresa dal regista.

Action 2

La ragazza che sogna l’Amleto di Shakespeare è costretta a fare i conti con la realtà, ed è proprio Bruno a strapparla alla degradazione coinvolgendola in una fuga che culminerà nella violenza di gruppo in un paesaggio quasi lunare, in quel campo sommerso dalle immondizie in cui si muove un gruppo di alienati Punk.
Il film prosegue così verso il finale, che probabilmente è la parte migliore, quella più lineare, in cui assistiamo all’incontro tra Bruno e Florence e contemporaneamente vediamo la moglie di Bruno tradirlo volgarmente, mentre l’astioso marito paralitico di Florence avvisa la polizia della presenza di Bruno.
Raccontato così Action sembra avere quasi una logica, un percorso che è possibile seguire senza grossi problemi.
In realtà così non è, perchè le immagini surreali, meta cinematografiche si sovrappongono ad un ritmo che alla fine crea davvero fastidio nello spettatore, inclso l’utilizzo del turpiloquio mai così presente in un film di Brass.
Ad aggravare le cose c’è la voce chioccia di Luc Merenda che non viene doppiato rendendo il film molto più simile ad una commedia sexy che ad un film con qualche pretesa di dignità.
L’attore recita da dilettante, come richiesto dal regista veneziano, così come volutamente oltre le righe sono tutti i personaggi del film; che alla fine va preso o ripudiato in toto, senza altra possibile alternativa.
Brass smonta il cinema stesso, rendendolo una via di mezzo tra una comica e un qualcosa di completamente opposto, attraverso un linguaggio spesso surreale, spesso triviale, attraverso anche l’utilizzo di una serie industriale di nudi, tra i quali anche quelli integrali di Luc Merenda.

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Un film anarchico, volutamente senza capo ne coda, che termina quasi nello stesso modo i cui inizia.
Il surreale viaggio di Bruno avviene davvero o è semplicemente frutto di un copione cinematografico?
Alla fine, le raffiche dei poliziotti mettono fine al suo viaggio o abbiamo solo assistito ad una rappresentazione che sbertuccia i nostri valori e i capisaldo della nostra morale?
Poichè non c’è alcuna risposta a questi quesiti, inutile lambiccarsi il cervello.

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La sequenza del bagno liberatorio, protagonisti Adriana Asti e Luc Merenda

Certo, vedere Brass che passa da quest’opera a La chiave lascia davvero perplessi.
La cosa più sorprendente è che il regista veneziano veniva da due opere molto controverse, Salon Kitty e Caligola, che sceglie coscientemente di tornare alle opere degli esordi, quando si era segnalato per la sua originalità e visionarietà.
In Action compare un cast molto variegato: si va da Adriana Asti, che da spessore al personaggio della “benzinaia”

Florence ad Alberto Lupo, che recita sulla sedia a rotelle sulla quale era confinato da tempo in seguito ad un ictus che lo aveva colpito, e che riesce a rendere visivamente odioso il personaggio del marito di Florence.

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Brave anche Susanna Javicoli, la svampita Doris che sogna di recitare Shakespeare e che invece finisce nel cast di un film porno e brava Paola Senatore, che interpreta Ann moglie di Bruno.
Spazio al surreale Alberto Sorrentino che sembra un clone del grillo parlante nei panni di Garibaldi e a John Steiner, assistente di Brass regista nella pellicola.

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Action, un film di Tinto Brass. Con Alberto Lupo, Adriana Asti, Luc Merenda, John Steiner, Paola Senatore, Alberto Sorrentino, Franco Fabrizi, Eolo Capritti, Tinto Brass, Giancarlo Badessi, Luigi D’Ecclesia, Susanna Javicoli
Drammatico, durata 121 min. – Italia 1980.

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Luc Merenda     …     Bruno Martel
Adriana Asti         …     Florence
Susanna Javicoli         …     Doris
Paola Senatore          …     Ann Shimpton
Alberto Sorrentino         …     Garibaldi
John Steiner         …     L’assistente del regista
Alberto Lupo          …     Joe marito di Florence
Franco Fabrizi          … Il produttore del film porno

Action banner cast

Regia     Tinto Brass
Soggetto     Tinto Brass
Sceneggiatura     Tinto Brass, Vincenzo Maria Siniscalchi
Casa di produzione     Ars Cinematografica
Fotografia     Silvano Ippoliti
Montaggio     Tinto Brass
Musiche     Riccardo Giovanini, Blue Malbeix Band
Scenografia     Claudio Cinini
Costumi     Jost Jakob

Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com

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Viaggio allucinante e delirato; meglio: alterato. La visione del mondo filtrata attraverso la pornografia; il sesso come propulsore alle tensioni (a)razionali dell’essere umano; la purezza (data dall’ingenuità) generata da contesti di nudo onirici e -pertanto che tali- genuini. È un Brass libero dalle briglie, che si permette di apparire (poiché si sente, come di fatto è, Autore) e fare metascrittura. Action è la parodia del cinema che si rivolta su se stesso, che come una spirale inghiotte attori bravi (e belli: Senatore, Merenda) nel vuoto.
Anarcoide e delirante. Sconnesso viaggio meta cinemtografico tra realtà e finzione, pornografia e goliardia, che Brass mette in scena con un provocatorio gusto surreale, onirico, grottesco e ricco di citazioni (da una Londra lurida e suburbana popolata da teppistelli punk che ricorda “Jubilee” di Jarman alla coppia della stazione si servizio di Ossessione). Merenda è autoironico e si doppia da sé; la Senatore e la Javicoli splendide nei loro nudi integrali. E poi un Lupo dall’insulto facile, la Asti, Sorrentino, Fabrizi, Capritti e il “bidiano” Bullo.

All’insegna dell’ “I can’t believe it! ” dal primo all’ultimo fotogramma: che aveva bevuto, mangiato e fumato Brass quel giorno? Quanto stava malissimo da 1 a 2? Talmente squinternato, scombiccherato e scocomerato e sopra/sotto/oltre le righe da essere sublime e da rasentare il capolavoro. L’anello mancante tra Zulaswki in acido e il più sbertucciato Lindsay Anderson. Se si sta al gioco, una goduria e uno spasso assoluti. Di certo l’ultimo Brass considerevole prima della china e in assoluto la cosa più folle che mi sia capitata davanti alle iridi.

Anomalo (ma non per l’epoca) pastiche anarchico di Brass, un grande direttore della fotografia promosso a regista. Che dire: è brutto ma di una bruttezza tutta sua tra velleitarismi e sincera trasgressione, nudità naturale e pornografia, con una trama che sembra costruita giorno per giorno (e forse in parte lo è). Siamo alla fine del sogno di libertà coltivato negli anni 60/70 e questo film nei pregi e difetti anticipa di molto il decennio a venire. Da vedere almeno una volta, con un po’ di pazienza. L’anziano Sorrentino fa il vecchio Garibaldi.

Un film del genere può essere accolto in diversi modi che lo possono fare apparire una vaccata o un capolavoro. Per quello che mi riguarda vale la prima opzione. Brass non mi ha mai detto niente che non fosse la sublimazione del corpo della donna e tutto quello che ne può derivare, dalla poesia più pura all’ultima delle depravazioni. In questo “Action” quello che disturba è che Brass ha voluto tentare il contrabbando di innovazioni e creazioni rubando a man bassa da Kubrick, Fellini, Pasolini, Visconti in un pastiche velleitario e deplorevole.

Difficile giudicare un film del genere, dove i personaggi e le situazioni sono talmente surreali da non riuscire a trovare il bandolo della matassa a fine film. Il tutto diventa una sorta di viaggio allucinante dove si mescolano scene kubrickiane ad un vivace erotismo fatto di nudi integrali e sogni deliranti (un Brass d’altri tempi). Ottimo Merenda, straordinaria la Javicoli.

Delirante e visionario al limite del sublime! Un Brass senza freni che si lascia andare ad un’anarchia assoluta. Anarchia del linguaggio, della sceneggiatura, della messa in scena, insomma l’anarchia che ha contraddistinto il regista in molte delle sue opere (come nEROSubianco o L’urlo). Film che andrebbe visto almeno due volte; personalmente, se alla prima visione sono arrivato a fatica alla fine, la seconda volta l’ho trovato delizioso.

Veramente molto interessante questo esperimento di meta-cinema di Tinto Brass in cui l’autore, oltre alle solite scene di nudo, riesce anche a fare un discorso sul cinema e sulla realtà, sulla rappresentazione e sulla percezione. Un film molto sperimentale che mescola cinema di genere (il porno con il gangster-movie) a quello autoriale con echi della New Hollywood anni 70.

 

marzo 4, 2011 Posted by | Commedia | , , , , , , | Lascia un commento

Così fan tutte

Cosi fan tutte locandina

La bella Diana, sposata con il distratto Paolo, si sente trascurata dallo stesso.
nonostante usi le armi della seduzione, non riesce a riaccendere nel marito la fiamma della passione; l’occasione le si presenta quando viene avvicinata da un uomo ad una festa che le propone un rapporto particolare.
Diana, recatasi a Venezia per risolvere un problema ereditario (una sua zia le ha lasciato una bella casa e denaro), incontra una sua vecchia fiamma e allaccia con essa una breve relazione. Avrà anche altri rapporti con un artista che la inizierà ai piaceri della sodomia, scoprirà l’amore di gruppo e infine, felice, tornerà dal marito che nel frattempo ha preso coscienza del fatto di aver trascurato troppo la focosa mogliettina.

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Claudia Koll

Così fan tutte, diretto da Tinto Brass nel 1992, alla sua uscita venne letteralmente massacrato dalla critica e osteggiato ferocemente dalle femministe.
In realtà il film ha qualche sprazzo in cui si riconosce ancora il talento del regista veneziano, convertitosi al soft core con La chiave, opera che segnò in qualche modo il cinema erotico italiano, introducendo la novità della trama con un minimo di credibilità unita alla presenza di un’attrice di buona caratura.

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Se nella Chiave avevamo trovato una Stefania Sandrelli assolutamente sexy e sensuale, in Così fan tutte Brass lancia Claudia Koll, attrice sconosciuta con una certa predisposizione naturale alla recitazione, cosa che non avverrà più nel novo secolo.
La Koll è bella, fisicamente affascinante e ha un’aria sbarazzina e seducente, oltre ad essere molto sensuale; questo rende la pellicola (di per se costruita attorno ad una trama molto striminzita) degna di essere vista.

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Come è ovvio, c’è tutta la filosofia brassiana, nel film; amore e tradimento, sesso ed esplorazione del suo mondo fino ai limiti del lecito.
Per Brass il lecito è ovviamente un concetto obsoleto; in amore conta la sessualità, con la logica conseguenza che tutto diventa lecito purchè venga appagato il proprio piacere.

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Se il discorso è moralmente discutibile, non può essere esteso ad un’opera che viene visionata da uno spettatore che sa esattamente cosa accadrà sullo schermo.
Così i numerosi nudi, gli amplessi, i falli di gomma, le posizioni quasi ginecologiche diventano parte del gioco.
Brass in fondo fa proprio questo.
Gioca con il sesso, esternando i propri feticci, ovvero il posteriore femminile, tutto quello che sollecita la sua fantasia ( e ovviamente quella dello spettatore)
Il film non è brutto, anche se il ricorso massiccio alla sovraesposizione di nudi della Koll è davvero eccessivo.
Ma nel cinema erotico si strizza l’occhio proprio allo spettatore curioso e un tantinello voyeur, per cui la giustificazione c’è.

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La trama è davvero poca cosa; assistiamo alle peregrinazioni sessuali della bella Diana, che non si fa alcuno scrupolo nel tradire il marito, che viceversa rifiuterà le avances di un’amica della moglie per non far torto alla stessa.
Due punti di vista che sollevano parecchie critiche; la visione di Brass della donna è pericolosamente vicina a quella di un essere tutto istinto e sessualità.
La donna brassiana sembra vivere in funzione del sesso, è disinibita e disponibile, mentre l’uomo o è cacciatore o è talmente imbranato da non riuscire ad approfittare delle occasioni che gli si presentano.
Aldilà del discutibile pensiero di Brass, Così fan tutte resta un film di medio livello, in cui funziona quanto meno il tentativo di mostrare la visione di Diana come quella di una donna insoddisfatta anche per colpa del marito, quindi giustificata nelle sue azioni. Al limite, quello che può urtare è quel “Così fan tutte” che allarga il discorso all’intero universo femminile

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il che è non solo arrogante, ma anche abbastanza stupido.
Generalizzare non è mai intelligente, e Brass sembra farlo anche se più per gusto della provocazione che per convinzione personale.
Comunque sia, il prodotto non è disprezzabile in toto; bella la parte veneziana, quanto meno dal punto di vista della location.
Nulla da dire sul resto del cast che fa da contorno alla figura principale, quella di una Koll che vide nel film il trampolino di lancio per una carriera decisamente importante.

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Cosi fan tutte, un film di Tinto Brass, con Claudia Koll, Franco Branciaroli,  Paolo Lanza, Renzo Rinaldi, Ornella Marcucci, Antonio Conte
Commedia/erotico, durata 99 min. – Italia 1992.

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Claudia Koll – Diana
Paolo Lanza – Paolo
Ornella Marcucci – Nadia
Isabella Deiana – Antonietta
Renzo Rinaldi -Sig. Silvio

Cosi fan tutte banner cast

Regia: Tinto Brass
Sceneggiatura: Tinto Brass, Francesco Costa, Bernardino Zapponi
Produzione: Giovanni Bertolucci, Achille Manzotti
Musiche: Pino Donaggio
Editing: Tinto Brass
Costumi: Jost Jakob

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La bella Claudia Koll, prima d’esser assalita da “vocazione mistico/religiosa” presta “il fianco” a Tinto Brass, che la vuole nel ruolo della disinibita, maliziosa e malandrina scultrice Diana, habituè dello pseudo-tradimento che si diverte a sollecitare la tensione (erotica) dell’amante Paolo raccontandogli esperienze “anali” di cui favoleggia sino a quando, chiamata in quel di Venezia per questioni ereditarie, non metterà in pratica. Opera al limite dell’hard con un’ambientazione che rifugge quelle post-belliche e con musiche accattivanti

Prima di diventare una specie di suor Claudia, la Koll fortunatamente ci ha regalato anche perle come questa. Il film in sè non è di quelli da studiare nelle scuole di cinema, ma poco importa: tolta la Koll hai tolto il film in pratica. Dovrebbe essere visto obbligatoriamente da ogni ragazzino sopra i 13 anni, a mio avviso.

Mescolando realtà e fantasie della protagonista, Brass costruisce il solito film in cui intesse le lodi del tradimento visto come “botta di vita” e cioè elemento vivificatore del rapporto di coppia. Sai che novità! Questa è la “filosofia” (si fa per dire) del regista e questo è il suo cinema. Prendere o lasciare. Tuttavia almeno qui c’è Claudia Koll che è molto bella e sensuale, a differenza di molte altre attricette dei film di questo regista.

Storia di corna, raccontate e consumate, tra due coniugi un po’ in crisi. Brass comincia la caduta agli inferi, girando un film che di fatto è un porno per qualità e storia. Attori tragicomici, con il solito signor “EchisonoioBabboNatale”. Claudia Koll è bellissima, ma qui recita (vabbè) con una voce garrula che non sembra nemmeno la sua (e comunque ha dimostrato di saper fare meglio in altre occasioni). Vorrebbe essere liberatorio e anticonformista, è mestissimo e piccoloborghese (la scena del rave come se lo immagina il geometra di Gallarate).

Abbastanza insulso film brassiano. Una dei pochi punti di forza è la Koll, notevole sì ma non dal punto di vista recitativo; per il resto interpretazioni mediocre (roba che manco gli attori di un film porno…), trama fatta solo per inserire nudi e sesso a buon mercato. Di satira ne vedo poca…

Tra i migliori film del regista. Tra commedia e erotico e con sprazzi qua e là anche di inserti hard, una vicenda che scorre via lineare, sottolineata dalla bella colonna sonora e dall’ambientazione veneziana. La parte del leone comunque la fa la splendida Claudia Koll, qui davvero strepitosa.

Indubbiamente uno dei migliori (anzi, no, diciamolo pure: “il” migliore) film erotico-soft diretto da Tinto Brass, vera e propria quintessenza della sua (e nostra) ossessione per il culo femminile (concordo assolutamente sull’affermazione, spesso citata da Tinto “le tette sono solo un culo portato sul davanti”). Splendida Claudia Koll pre-conversione, davvero intrigante e sensuale (e, lasciatemelo dire, molto, ma molto meglio sia dell’appesantita Sandrelli che dell’ “esagerata” Grandi!).

Probabile vetta del cinema di Tinto Brass e della sua ossessione per il fondoschiena. Gran merito è di Claudia Koll, qui davvero bella e attizzante, che regala freschezza al consueto tema del tradimento e delle botte d’allegria che ravvivano il rapporto. Memorabile la sua prima esperienza a Venezia nel suggestivo atelier dell’artista. Nel genere specifico veramente difficile trovare di meglio.

Uno dei migliori film di Tinto Brass che abbia visto. Anche se Claudia Koll non è né la Grandi né la Sandrelli, lascia la sua impronta nelle scene a sfondo erotico, risultando molto eccitante. Il film diverte anche e la scenografia è tipica dei film del regista veneto. Buono.

novembre 30, 2010 Posted by | Erotico | , , | 5 commenti

Salon Kitty

Salon Kitty locandina

Salon Kitty è il film più controverso di Tinto Brass, girato nel 1975 in due versioni, una per il cinema estero e l’altra per il cinema italiano, vista l’impossibilità di ottenere il visto della censura per un prodotto in cui c’è un’abbondanza di scene ad alto contenuto erotico che sarà superata solo dal Caligola. Va detto subito che Salon Kitty ebbe reazioni assolutamente contrastanti, alla sua uscita, sia dal pubblico che dalla critica specializzata; demonizzato, stronacato, oppure valutato positivamente, pur senza nessun entusiasmo particolare, il film comunque colpì come pochi nel segno, andando a pescare dall’armadio dei ricordi uno degli episodi più oscuri della seconda guerra mondiale, l’esistenza del famigerato Salon Kitty  un bordello realmente esistente nella Berlino nazista, nel quale spie del partito nazionalsocialista spiavano i ricchi tedeschi o anche i militari nazisti che lo frequentavano.

Salon Kitty 1

Salon Kitty 2

Theresa Ann Savoy e Tina Aumont

Basandosi sul romanzo di Peter Narden, e adattandolo allo schermo, con molta libertà, Brass racconta la storia di  Kitty Kellermann, cantante, soubrette e artista, nonchè tenutaria della casa di tolleranza Salon Kitty, costretta dal tenente delle SS Wallemberg a licenziare le prostitute che lavorano nel bordello in favore di un gruppo di donne appartenenti per la maggior parte alla Germania bene.
Le donne dopo il reclutamento, vengono costrette a mostrare la loro fede nel nazionalsocialismo addestrandosi nel più turpe dei modi, attraverso cioè una serie di perversioni erotiche degne di una bolgia infernale.

Salon Kitty 3

Salon Kitty 4

Le donne infatti, allo scopo di valutarne le effettive attitudini, vengono sottoposte a incontri erotici aberranti con nani deformi, uomini senza gambe, ebrei, zingari o costrette ad avere rapporti sessuali con animali, rapporti omosessuali e via dicendo, in un crescendo bestiale di depravazione.
Le ragazze del bordello iniziano così a lavorare, non sapendo, però, che le loro gesta erotiche sono solo un paravento: tutto viene spiato, registrato, al fine di scoprire chi, tra i generali, i militari o i potenti abbia la tendenza o idee diverse da quelle del nazismo.

Margherita, una bella e ricca ragazza tedesca, della quale si è infatuato il tenente Wallemberg, conosce un pilota, Hans Reiter, e se ne innamora; quando scopre che l’uomo è stato impiccato per colpa di Wallemberg, la ragazza decide di vendicarsi.

Salon Kitty 5

Salon Kitty 6

Con l’aiuto di Kitty e di un italiano, Margherita tende una trappola a Wallemberg, che finisce per fare la fine di molte delle sue vittime; verrà infatti ucciso a colpi di pistola in una sauna.
Film molto crudo sopratutto in alcune scene, davvero al limite del guardabile, Salon Kitty ha alcuni pregi e molti difetti: i pregi sono una fotografia asciutta ed essenziale, che incupisce la storia dando un ulteriore tocco di drammaticità al tutto, una recitazione di ottimo livello del cast, decisamente di qualità, che compone il film.
I difetti, molti, sono evidenziati dall’eccessiva lunghezza del film (almeno nella sua versione integrale), con lunghi dialoghi o scene di sesso portate davvero ai limiti della pornografia; vero è che l’azione in pratica si svolge in un bordello, e che quindi un minimo di realismo è lecito.

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Ma Brass indugia troppo nel mostrare le perversioni a cui vengono sottoposte le ragazze dell’aristocrazia tedesca, in particolare nella scena del reclutameno, quando tutte le ragazze vengono convocate in un immenso salone, sotto una gigantesca bandiera con la svastica, e costrette ad avere rapporti con i soldati tedeschi che sono presenti.
Scene che durano diversi minuti, così come durano troppo alcune delle scene girate nelle stanze delle ragazze, con la descrizione delle perversioni dei vari generali e colonnelli; lo spazio dedicato a Margherita, vera protagonista della storia, risulta alla fine marginale, sopratutto alla luce della scarsa profondità data a quello che è il personaggio principale.

I nazisti assomigliano troppo a delle macchiette, cosa che in realtà non erano affatto, purtroppo.
Così alla fine il film sembra piuttosto incoerente, quasi che l’eccesso visivo dell’erotismo sbandierato ogni minuto provochi una specie di overdose nello spettatore.

Brass tenta in qualche modo di distingersi da Visconti e dal suo La caduta degli dei, punando troppo sul lato grottesco, la dove il maestro aveva puntato sul lato tragico del nazismo; alla fine il risultato è altalenante, proprio perchè il film manca di un suo stabile equilibrio.
Scrive Morandini :

“T. Brass cava un film per uomini soli con un apporto figurativo di prim’ordine dove bisogna continuamente levarsi il cappello per salutare il passaggio di Visconti, Bertolucci, Cavani, Chaplin, Barbarella, l’Histoire d’O, Arancia meccanica, Cabaret, persino Freaks e la commedia all’italiana.
C’è del vero, ma le citazioni, da sole, non bastano.

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La Cavani con Portiere di notte aveva puntato sul lato oscuro di un rapporto sado masochistico tra una vittima e il suo  ex carnefice, con una profondità ben maggiore di Salon Kitty; del film di Kubrick, citato da Morandini, c’è solo la violenza. Una violenza però che non nasce dalla noia, dalla difficoltà di adeguamento alle leggi sociali o come valvola di sfogo di una società malata, come suggerito da Kubrick.
Quella di salon Kitty è una violenza che nasce dalla perversione, da parte di gente che provocò 50 milioni di morti, mentre nel film gli stessi appaiono come una massa di degenerati, capaci solo di emozionarsi davanti alla sfilata delle truppe (il generale che costringe la prostituta che è con lui a mettersi il suo cappello e scimmiottare Hitler) in maniera buffonesca.

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La realtà, che conosciamo, è di ben altra natura.
Un film eccessivo, come del resto nello stile di Brass.
Ma è indubbio che Salon Kitty sia un film che fa dell’eccesso la sua bandiera.
E l’eccesso, cinematograficamente, non è mai la scelta migliore.
Due righe sugli attori: bene Helmut Berger e Ingrid Thulin (scritturati da Brass forse in ossequio al film di Visconti o per mere considerazioni commerciali), brava Teresa Ann Savoy, bene anche Bekim Fehmiu, l’Hans Reiter che verrà impiccato, inappuntabile Steiner; brevi apparizioni per Tina Aumont, Paola Senatore,Rosemarie Lindt e Stefano Satta Flores.

Salon Kitty, un film di Tinto Brass. Con John Steiner, Helmut Berger, Ingrid Thulin, Stefano Satta Flores, Maria Michi, Therese Ann Savoy, Paola Senatore, Tina Aumont, Bekim Fehmiu, Rosemarie Lindt, Gigi Ballista, Clara Colosimo, John Ireland, Giancarlo Badessi, Malisa Longo, Paola Maiolini, Gengher Gatti, Alena Penz, Sara Sperati, Aldo Valletti, Salvatore Baccaro, Luciano Rossi
Drammatico, durata 130 min. – Italia 1975.

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Salon Kitty banner personaggi

Helmut Berger …     Helmut Wallenberg
Ingrid Thulin …     Kitty Kellermann
Teresa Ann Savoy …     Margherita
John Steiner …     Comandante SS
Sara Sperati …     Helga
Maria Michi …     Hilde
Rosemarie Lindt …     Susan
Paola Senatore …     Marika
John Ireland …     Cliff
Tina Aumont …     Herta Wallenberg
Alexandra Bogojevic …     Gloria
Dan van Husen …     Rauss
Stefano Satta Flores …     Dino
Bekim Fehmiu …     Hans Reiter
Luciano Rossi …     Dr. Schwab
Gianfranco Bullo …     Wolff
Gigi Ballista …     Generale
Margherita Horowitz …     Madre di Margherita
Alain Naya …     Ufficiale tedesco
Clara Colosimo …     Cuoca
Malisa Longo …      Kitty Girl
Annie Ross …     Kitty Kellermann (voce cantante)
Salvatore Baccaro Prigioniero (uncredited)
John Bartha …     Agente Gestapo  (uncredited)
Tom Felleghy …     Agente Gestapo  (uncredited)
Tito LeDuc …     Frankie (uncredited)
Pietro Torrisi …     Zingaro tatuato (uncredited)

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Regia:     Tinto Brass
Soggetto:     Peter Norden (romanzo), Antonio Colantuoni, Maria Pia Fusco, Ennio De Concini
Sceneggiatura:    Tinto Brass, Maria Pia Fusco, Ennio De Concini
Produttore:     Ermanno Donati, Giulio Sbarigia (Coralta Cinematografica)
Fotografia:     Silvano Ippoliti
Montaggio:     Tinto Brass
Musiche:     Fiorenzo Carpi, José Padilla, Bruno Nicolai
Scenografia:     Ken Adam
Costumi:     Jost Jacob,Ugo Pericoli

Sul Davinotti, sito sul quale scrivono appassionati di cinema, ho letto questi commenti che trascrivo:
“Estenuante ed eccessivo (specie nella lunghezza) pasticcio erotico di marca brassiana che sprizza cattivo gusto da tutti i pori. Il “merito”, si fa per dire, è da dividere a metà tra regia e sceneggiatura. Il plot è solo una scusa per mostrare nudità e perversioni assortite oltre che per assecondare il voyeurismo del regista. La rappresentazione dei nazisti poi è oltre modo macchiettistica ed inverosimile. A tratti poi, come spesso accade nei lavori di questo regista, il film è inutilmente volgare e sopra le righe.”

Oppure:

“Orgia di kitsch, feticismo d’accatto e perversioni nazi-sado-maso da banco dei remainders cucite addosso a una trama inconsistente, che diventa risibile quando vuol mostrare la presa di coscienza della puttana innamorata e la conseguente vendetta. Una caduta degli dei for dummies sporcaccioni, in cui sono coinvolti purtroppo attori come Berger e Thulin, anche se è a quest’ultima che si deve l’unico momento da salvare (il ballo double-face) in questa pellicola di rara bruttezza e volgarità.”

dicembre 31, 2009 Posted by | Drammatico, Erotico | , , , , , , , , , , , , | 6 commenti

Caligola

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Caio Cesare Augusto Germanico detto Caligola, imperatore romano, visto da Tinto Brass, da Gore Vidal e da Bob Guccione, o meglio, alla fine, visto non si sa bene da chi, come testimonia la vita cinematografica di questa pellicola, una delle più tormentate nella storia del cinema. Un film che in teoria doveva raccontare la vita e gli eccessi dell’imperatore romano che successe a Tiberio, e che alla fine si trasforma in un film che varca i labili confini tra il cinema d’autore e il cinema hard, grazie allo scempio che ne fece Bob Guccione, il produttore americano di Penthouse, che alla fine prese in mano la produzione del film, costringendo Vidal e Brass a sconfessare anche le parti da loro rispettivamente sceneggiate e dirette.

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Peter O’Toole, Tiberio 

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 Malcom Mc Dowell, Caligola

Per rendersi conto del guazzabuglio inestricabile in cui si venne a trovare la produzione, basti pensare che ne circolarono diverse versioni, dalla più corta, quella di 105 minuti, che non contiene le scene famigerate delle varie orge. Tra tagli, censure, ripensamenti, l’opera appare quasi incomprensibile; vista nella versione integrale non si discosta poi molto da un banale film hard, in quella ridotta ci si rende conto di come sia l’eccesso la chiave di volta del film.

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Adriana Asti, Ennia 

La storia narra la vicenda di Caligola, partendo quando era ancora in vita Tiberio; un Tiberio dissoluto, affetto da malattie ripugnanti della pelle, e che in pratica diventa il primo maestro di Caligola, che provvederà ( falso storico) a farlo assassinare da Macro, il suo fedele pretoriano. In questa prima parte del film domina già l’eccesso, con scene forti di orge di cui si circonda Tiberio, uomini, donne e ragazzini esposti come quadro di contorno della vita quotidiana dell’imperatore, a cui fa da contraltare il saggio Nerva, che sceglierà anche lui di morire suicida. Salito al potere, Caligola mette in mostra tutta la sua ferocia; stupra una coppia di nobili al loro banchetto nuziale, poi fa assassinare il fido Macro,

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Helen Mirren è la sacerdotessa Caesonia

mentre mantiene un’unione incestuosa con sua sorella Drusilla, l’unica donna che abbia poi veramente amato. La seconda parte del film indulge sulle scene più forti e al tempo stesso più lussuriose e sfrenate: Caligola, impazzito, secondo la personale visione del regista, anzi sarebbe meglio dire i registi, si dedica alle attività più folli, inclusa la decisione di far prostituire le mogli dei senatori, o quella di nominare senatore il proprio cavallo. In mezzo, la macchina mieti teste e le orge più sfrenate, la decisione di sposare Caesonia, la sacerdotessa delle vestali, che erano vergini e consacrate agli dei, e infine la pazzia totale, esplosa con la morte di Drusilla, che culmina con un atto di necrofilia. Il tutto giunge all’epilogo con la morte di Caligola, organizzata dai suoi pretoriani su istigazione dei senatori.

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Da prendere con le molle o da bocciare tout court: non ci sono altre scelte possibili, per un film esagerato, kitsch, aberrante, oltraggioso. La cosa che sorprende di più è sicuramente il cast, che è di assoluto prim’ordine: c’è un diabolico, irriverente Peter O’Toole nei panni di Tiberio,Malcom Mc Dowell, il leggendario Alex di Arancia meccanica in quella di Caligola, c’è There ann Savoy, assolutamente libertina nella parte di Drusilla, Helen Mirren in quella di caesonia e ancora Adriana Asti nella parte di Ennia,

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Leopoldo Trieste, John Gielgud in quella di Nerva, Uno stuolo di attori assolutamente sprecato, alla luce di quanto reso in definitiva dal film. E viene da chiedersi cosa abbiano pensato quando poi, alla fine, rimaneggiamento dopo rimaneggiamento, aggiunta dopo aggiunta, si sono trovati davanti ad un film che mescola tutto l’hard possibile, depravazioni incluse.

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Caligola, un film di Tinto Brass. Con Leopoldo Trieste, Adriana Asti, Peter O’Toole, John Gielgud, Malcolm McDowell,Therese Ann Savoy, Donato Placido,Helen Mirren
Storico, durata 124 min. – Italia, USA 1979-1984

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Malcolm McDowell: Gaio Cesare Germanico, detto Caligola
Teresa Ann Savoy: Drusilla
Guido Mannari: Macro
John Gielgud: Nerva
Peter O’Toole: Tiberio
Giancarlo Badessi: Claudio
Bruno Brive: Gemello
Adriana Asti: Ennia
Leopoldo Trieste: Charicle
Paolo Bonacelli: Cassio Cherea
John Steiner: Longino
Mirella Dangelo: Livia
Helen Mirren: Cesonia
Richard Parets: Ministro
Paula Mitchell: Subura Singer
Osiride Pevarello: Gigante
Donato Placido: Proculo
Anneka Di Lorenzo: Messalina
Lori Wagner: Agrippina

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Regia Tinto Brass, Bob Guccione (non accreditato) e Giancarlo Lui (non accreditato)
Sceneggiatura Gore Vidal e Masolino D’Amico (versione originale)
Bob Guccione, Giancarlo Lui e Franco Rossellini (versione del 1984)
Produttore Franco Rossellini e Bob Guccione
Casa di produzione Penthouse Films International e Felix Cinematografica
Fotografia Silvano Ippoliti
Montaggio Nino Baragli, Russell Lloyd (non accreditato) e Enzo Micarelli (versione 1984)
Effetti speciali Franco Celli e Marcello Coccia
Musiche Paul Clemente e Renzo Rossellini (versione 1984)
Scenografia Danilo Donati
Costumi Danilo Donati (non accreditato)
Trucco Giuseppe Bachelli

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L’opinione del Morandini

La vita forsennata, le azioni crudeli, l’incesto con la sorella Drusilla, le follie e la morte violenta di Caio Cesare Augusto Germanico detto Caligola (12-41 d.C.), secondo l’ottica di Svetonio, lo storico più maligno e meno attendibile dei tempi greco-romani, e quella dell’americano Gore Vidal: un bambino che si trova in mano il mondo, non sa cosa farsene e vi sfoga i suoi istinti distruttivi. Girato nel ’76, montato nel ’77, sconfessato da Vidal, rinnegato da Brass, oggetto di risse e liti giudiziarie a catena, proiettato qua e là per l’Italia nel novembre del ’79, sequestrato, rimontato nel 1984 da Franco Rossellini. Impossibile stabilire quale sia l’edizione originale tra le tante di varia lunghezza (156′, 147′, 105′) distribuite nel mondo. In quella dell’84, pur purgato delle sue immagini più crude, rimane una sagra di Kitsch fantapornosadomasolatino dove la fantastoria si coniuga con il cinema delle luci rosse e quello della violenza. Con molti miliardi e il talento di Danilo Donati, scenografo e costumista, Brass s’è preso per Stroheim e, passando attraverso il Fellini – Satyricon, ha dato fiato alle trombe dell’iperbole sessuale, al gusto un po’ svaccato della provocazione, alla sua libertaria e sgangherata polemica contro il potere. Ma non mancano né frammenti suggestivi né pagine efficaci.
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com

Indecifrabile. Momenti altissimi (formidabili la parte dedicata alla visita a Tiberio e la macchina decapitatrice) convivono con altri che suscitano perplessità (l’interminabile post-mortem di Drusilla): forse la cosa non deve stupire, perché quando si punta sull’eccesso basta un nonnulla per rovinare l’effetto. Le note traversìe l’hanno, temo, fatta qua e là da padrone. Storicamente non è attendibile (basti pensare alla qui irrisa figura di Claudio), ma certo non si è voluto fare della Storia. Le scene hard sono fatte molto bene. Invalutabile.

L’opinione di Bullseye dal sito http://www.davinotti.com

Incredibile. Se da un lato esiste il rammarico di non poter vedere il progetto originario di Brass (regista che amo molto), resta comunque la gioia per un capolavoro dell’eccesso che valica tutti i confini, dal teatro shakespeariano al cinema underground, dal kolossal-blockbuster all’exploitation più eccessiva e senza limiti, dall’hard di classe al cinema d’autore. Un viaggio indimenticabile nell’eccesso con reminescenze fellinian-viscontiane. Solo negli anni Settanta si potevano realizzare film così. Capolavoro.

L’opinione di ezio dal sito http://www.filmtv.it

Devo rivedere il giudizio sul film visto finalmente in versione integrale di 155 minuti dvd Minerva.Sconclusionato fino all’eccesso ma terribilmente pulp….c’e’ di tutto …evirazioni,orgasmi,scene hard,pissing,violenze di ogni tipo ….tutto quello che un pazzo come Caligola gli passava per la mente e interpretato in modo “divino” da Malcolm McDowell.Scenografie e recitazioni teatrali e sicuramente assieme a quello di Joe D’Amato (comunque diverso) sono le migliori versioni “trash” dei vari e numerosi Caligola.Insomma c’e’ di che da divertirsi per gli amanti del genere….gli altri si astengano.

L’opinione di elly dal sito http://www.filmscoop.it

CALIGULA: la pellicola più scandalosa e controversa mai fatta prima del 1979 e che ancora oggi ha il suo grande effetto sul pubblico, un kolossal italiano di tutto rispetto, un capolavoro del genere!
Angosciante, macabro, grottesco, a volte davvero ripugnante e vomitevole trova la sua massima espressione nei PP delle parti intime, nelle angoscianti penetrazioni e sverginazioni, nei delicati tocchi e nelle malformazioni fisiche, nelle orge e nell’arte del fellatio ambientato in una monumentale ricostruzione dell’antica Roma con bellissimi costumi e una fotografia stupenda.
CALIGULA ricorda vagamente FELLINI SATYRICON, non è un caso che il direttore artistico sia Danilo Donati che fa di questo film una sublime creazione, come detto in precedenza la fotografia, le scenografie, i costumi, sono di una bellezza unica, dove si scorge anche nel più piccolo (decori, accessori,) una grande manodopera e un magnifico accostamento tra buon gusto, arte e colori.
Ma forse quello che colpisce di più oltre a tutti gli aspetti visivi e cinematografici è il cast, un grandissimo cast composto da O’toole, Mirren, Gielgud, ma quello che di certo eccede è Mcdowell a dir poco fantastico. Mcdowell, già affermato in ARANCIA MECCANICA, meriterebbe l’oscar per questa sua splendida prova e invece l’elite critica se n’è semplicemente sbattuta. Il ruolo che gli deve tanto “riconoscimento” è quello di Caligula, folle, infantile, immorale, portato all’autocompiacimento, tiranno, amante dell’endoismo, espressioni e sguardi che non dimenticheremo facilmente come lo stesso personaggio e quella danza imbarazzante che lo accompagna per tutto il film. Caligula in sè è un personaggio capriccioso, perverso, che si diverte nel far giustiziare chi gli sta attorno, ma in un certo senso Drusilla, la sorella di cui è innamorato profondamente, lo tiene buono. E sarà proprio al momento della morte di Drusilla che Caligula andrà fuori di testa definitivamente, anche se nella sua pazzia ad un certo punto riesce a intravedere la verità: il mondo che lo circonda gli appare per ciò che è, e cioè un mondo malato, fatto di nobili annoiati e pervertiti, dove il buon senso è ucciso dall’istinto umano. Anche se a pensarci bene ognuno di noi ha un Caligula dentro di sè, tutti noi abbiamo una certa mostruosità pari al suo livello, capita che i nostri sogni rispecchino questo stile di vita, in fondo non siamo così diversi, l’unica cosa diversa è che noi, a differenza sua, sopprimiamo i nostri istinti per svariate ragioni.
Di scene da raccontare c’è ne sarebbero a bizzeffe, ma forse quella che merita un piccolo spazio è una di quelle che furono censurate negli USA nella seconda versione già censurata in precedenza e che nella versione completa è stata diretta da Guccione e da Lui, la scena delle lesbiche che fu tra l’altro la consacrazione di due grandi attrici del genere e non: Anneka Di Lorenzo e Lori Wagner. In effetti è veramente erotica, tendente al met-art direi, però arte questa è e non andrebbe affatto toccata!
Nel film viene trattata la sessualità così come la vediamo, così com’è non solo perché Brass ha voluto spingersi sull’erotico ma anche perché il piacere sessuale così come lo intendiamo noi e come lo hanno inteso molte culture di tutti i tempi non è lo stesso che percepivano gli antichi greci. Per loro non esisteva maschio e femmina, i due erano una cosa sola o meglio strumenti materiali per la ricerca di un piacere, da quello più frivolo a quello più febbrile, nell’antichità quelli che noi oggi cataloghiamo come eterosessuali, omosessuali, “trans”, travestiti, ermafroditi, non esistevano, non c’era questa distinzione, erano tutti bisessuali, questo probabilmente trova la sua origine dal teatro che ha tutto quel processo dietro (il travestimento, la catarsi). Sinceramente mi è dispiaciuto che questo modo di pensare e di vivere si sia perso, catalogare le persone per quello l’orientamento sessuale (come se scegliere chi scoparsi fosse na religione!) e il modo in cui si raggiunge il piacere (scambisti, sadomaso, misstress, orge, menate a trois, feticisti,..) significa assopire l’istinto dell’uomo non per ragione ma per religione, infatti il perché questo endoismo greco-latino sia finito è molto semplice: la sua fine è avvenuta quando la religione cristiana ha conquistato l’europa, la sostituzione del profano con il sacro, e guardate un po’, si torna al discorso teatro!
La pellicola non è solo un film erotico che vuole impressionare ma ha anche momenti abbastanza drammatici, che staccano per alcuni minuti l’atmosfera del film, come per esempio la scena dove la sorella del protagonista muore o in quella finale dove sua figlia viene uccisa sbattendole la testa sui gradini con un colpo secco, i corpi che rotolano giù dalla gradinata insieme al sangue lavato con l’acqua con estrema indifferenza, il cavallo bianco, a cui era tanto affezionato, nitrisce e un PP del suo volto, con quegli occhi azzurri senza vita danno un loro particolare senso di drammaticità, forse un senso di tristezza, pena per questo povero uomo.
Ascesa e decadimento di un personaggio storico, film chiave nella filmografia brassiana in quanto segna l’inizio di un nuovo Tinto che fa all-in d’ora in avanti sull’erotismo lasciandosi alle spalle il tanto amato e splendido periodo anarchico-surreale.

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luglio 15, 2009 Posted by | Erotico | , , , | Lascia un commento

Tinto Brass

Tinto Brass

 

La carriera di Giovanni Brass, conosciuto come Tinto, ha avuto un’evoluzione assolutamente discorde; dal suo esordio dietro la macchina da presa, con In capo al mondo,ovvero chi lavora è perduto, realizzato nel 1963 fino al film La chiave, del 1983, e poi da Miranda ,del 1985, sino ai giorni nostri.

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Tina Aumont nel film L’urlo, del 1968

Laureato in giurisprudenza, Brass esordì come assistente di Rossellini, dal quale carpì la sua indubbia capacità di focalizzare l’attenzione sulle scene, sui primi piani e sopratutto il senso del ritmo. geniale, anarchico, irriverente, agli esordi della sua carriera ebbe la fortuna di lavorare da subito con i grandi della regia.

Yankee

Il primo Brass: Yankee

Nel 1964 gira con Mauro Bolognini e Mario Comencini La mia signora,film ad episodi con Alberto Sordi e Silvana Mangano. Un film divertente, ad episodi, dove si ironizza con intelligenza sugli italiani e sul costume. L’anno successivo è la volta di Il disco volante, nuovamente con Sordi la Mangano e Monica Vitti; il film narra in stile documentario, una presunta invasione di alieni.

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Terese Ann Savoy nello  scabroso Salon Kitty,del 1975

Il talento di Brass, innovativo e sarcastico, anarchico e sferzante, è apprezzato sopratutto dai critici. Il film successivo, Yankee, è una virata nel western,visto alla stregua di un fumetto americano; nel cast ci sono Philippe Leroy e Adolfo Celi, ed il film è ancora una volta ben accolto dalla critica. Col cuore in gola, del 1966, rappresenta la sua prima incursione nel thriller, e si avvale di un cast ben assortito, fra i quali ci sono Trintignant e Ewa Aulin. Nel 1968 è la volta di L’urlo, con una splendida Tina Aumont, che lui stesso definirà “l’attrice più bella con la quale ho lavorato”;trama scabrosa, che racconta la storia di una donna che rifugge il mondo borghese, abbandonando lo sposo sull’altare dedicandosi, da quel momento in poi, ad una vita anticonformista.

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Malcom Mc Dowell nel discusso Caligola

Nel 1969 è la volta dello scabroso Nerosubianco, con Anita Sanders, in cui la protagonista è perseguitata da pensieri eortici, mentre è seguita da un nero per tutta la città. Due anni, ed arriva La vacanza, nel quale ci sono Vanessa Redgrave e Franco Nero. Ma è con Saloon Kitty, del 1975, che Brass conosce un forte successo di cassetta, grazie ad un film assolutamente contrastato, censurato, sia per le forti immagini che contiene, sia per la trama.

Stefania Sandrelli-La chiave

Una splendida Stefania Sandrelli in La chiave, del 1983

Che racconta la storia di un Salon diventato un bordello in cui bellissime donne si concedono ad ufficiali tedeschi, con il segreto compito di carpirene segreti militari. Il cast è davvero ottimo; ci sono Helmut Berger, Therese Ann Savoy, Ingrid Thulin, Tina Aumont, Stefano Satta Flores e Malisa Longo.

Serena Grandi-Miranda

Serena Grandi in Miranda

Il successo del film lo spinge a girare il super censurato Io Caligola, a lungo sequestrato in Italia, per le scene di sesso realistiche contenute; la storia del folle imperatore romano, interpretato da Malcom Mc Dowell, ebbe traversie incredibili, dalla fuga dal set di Maria Schneider fino alla decisione finale del regista di non firmare l’opera, che in pratica non si può definire compiuta. Da segnalare la presenza, nel film, di Helen Mirren, di Adriana Asti e di Leopoldo Trieste.

Nel 1980 Brass dirige Action, un film tanto surreale quanto difficile, nel quale compaiono Adriana Asti, Luc Merenda, Franco fabrizi e Alberto Lupo, già gravemente malato. Tre anni, e Tinto cambia decisamente tema, rivolgendo il suo sguardo al mondo dell’erotismo,e girando l’unico dei suoi film di questa serie a amettere d’accordo pubblico e critica; si tratta del film La chiave, tratto da un romanzo di Tanizaki yunichiro, che racconta la perversione di un marito, che rinchiude in cassetto un diario con scritte tutte le sue fantasie erotiche.

Col cuore in golaCapriccio (1987)

Capriccio

La parte della protagonista è di Stefania Sandrelli, curve morbide e mediterranee, dalle rotondità piene, che esaltano un erotismo spinto ai limiti dal regista. Nel film c’è spazio anche per Ugo e Ricky Tognazzi, e segna la definitva svolta di Brass. Che si conferma, nella nuova veste, l’anno successivo con Miranda, interpretato dalla giovane e procace Serena Grandi; il film ha lo stesso successo di La chiave, ma fa storcere il muso ai cirtici, sia per la storia, abbastanza banale, sia per le scene di sesso spesso ai limiti del consentito.

Nel 1987 lancia Franceca Dellera nel film Capriccio, sicuramente meno scollacciato di Miranda e con qualche velleità artistica in più; la storia, abbastanza scontata, è quella di due sposini che a Capri si tradiscono per poi scoprirsi ancora più innamorati. Piccoli camei per Isabella Biagini e per Vittorio Caprioli. Nel 1988 affronta una storia abbastanza emblematica, tratta dal romanzo di Marco Lodoli; il film è Snack bar Budapest, che si avvale della colonna sonora di Zucchero, ed è interpretato da una star come Giancarlo Giannini. Il film narra la storia di un giovane malavitoso che vuol tasformare la sua piccola città in un luna park, con tanto di prostitute e gioco d’azzardo. La storia finirà male.

Fermo posta Tinto Brass

Cristina Garavaglia in L’uomo che guarda

Nel 1991 la svolta è definitiva; con Paprika, interpretato dall’allora prosperosa Debora Caprioglio, Tinto Brass sceglie la strada dell’erotismo più estremo, sconfinando ogni tanto nel porno soft; la storia di Mimma, che sceglie per amore di diventare una squillo in una casa di tolleranza, termina con la legge Merlin, quando la giovane diventa la mantenuta di un uomo ricco. Nel film compare anche Martine Brochard, oltre ad una giovane Nina Soldano. L’anno successivo, continuando nel ruolo di talent scout, lancia la bellezza enigmatica di Claudia Koll nel film Così fan tutte, che racconta le avventure sessuali di una donna vulcanica, Diana, insoddisfatta del menage sessuale, e che riuscirà, dopo aver trasgredito tutte le regole, a portare con se anche suo marito sulla strada intrapresa.

Anna Ammirati-Monella

Anna Ammirati,  dal film Monella

Il cammino intrapreso, l’erotismo spinto oltre i limiti, è confermato nel film del 1994, L’uomo che guarda, tratto molto liberamente dall’omonimo romanzo di Moravia. Le attrici del film sono tutte esordienti;Caterina Vassilissa, Cristina Garavaglia e Raffaella Offidani, tuttavia, non avranno il successo delle loro predecessori, complice anche un film che ormai ha proiettato Brass come nume indiscusso del soft porno.

Valentine Demy-Snack bar Budapest

Snack bar Budapest

Fermo posta Tinto Brass, del 1995, è un film ad espisodi, con protagonista il sesso visto in tutte le sue trasgressioni. L’unica ad avere l’onore di due siparietti è Cinzia Roccaforte, mentre le altre protagoniste della pellicola, Gabriella Barbuti, Alessandra Antonelli, Erika Saffo Savastani e Sara Cosmi, Cristina Rinaldi e Carla Solaro, avranno solo un brevissimo attimo di notorietà.

Monamour

L’ultimo Brass: Monamour ….

Silvia Rossi-Fallo

 Fallo!

Nel 1997 è la volta di Monella, storia di una smaniosa ragazza, interpretata da Anna Ammirati, che non vede l’ora di congiungersi carnalmente con il suo ragazzo, non prima però di aver provato un’attrazione fatale per l’amante della madre, interpretata da Serena Grandi. Segue Tras(gre)dire, una banel pellicola in cui la storia ormai non ha più nessuna importanza; il film si basa tutto sulle grazie di Yulia Mayarchuck, esposte con generosità in una pellicola che racconta la voglia di trasgressione di una fin troppo libera ragazza che si trasferisce in Inghilterra. Senso 45, del 2000 è un tentativo di tornare all’antico; si riconosce ancora la zampata del vecchio leone, ma la trama è debole; la sbadata di una donna ormai avanti negli anni (Anna Gallena) per un ufficiale nazista vizioso e corrotto, che sfrutta il suo fascino con la donna per portarle via denaro, e che, denunciato dalla stessa, finirà fucilato. Degli utlimi due film, Fallo! del 2003 e Monamour del 2005 è megio non parlare, essendo infarciti di nudità estreme, di rapporti sessuali di ogni tipo, e in definitiva più vicini al cinema hard che a quello erotico.

Una discesa molto rapida, quella di Tinto Brass, da un cinema di buon livello, con intelligenti incursioni nel fustigare la morale, nella denuncia antiborghese al cinema pecoreccio e sguaiato degli ultimi anni, che hanno provocato reazioni anche molto forti sopratutto tra le donne, per l’uso strumentale delle stesse nelle pellicole; la donna è vista come un oggetto di piacere, più dedita al coito che ad altro. Un declino che sembra ormai inarrestabile, nonostante il dietrofront parziale di Senso 45.

Senso 45

Senso 45

Raffaella Ponzio-Fallo

Dal film Fallo

Raffaella Offidani-L'uomo che guarda

L’uomo che guarda

Nerosubianco

Nerosubianco

La vacanza (1971)

Dropout

L'urlo

Backstage di L’urlo

Col cuore in gola

Col cuore in gola

Dropout (1970)

La vacanza

Yulija Mayarchuck-Trasgredire

Trasgredire

Filmografia:

In capo al mondo ovvero Chi lavora è perduto (1963)

Ça ira – Il fiume della rivolta (1964)

La mia signora (1964)

Il disco volante (1964)

Yankee (1966)

Col cuore in gola (1967)

L’urlo 1968

Nerosubianco (1969)

Dropout (1970)

La vacanza (1971)

Salon Kitty (1975)

Io, Caligola (1979)

Action (1980)

La chiave (1983)

Miranda (1985)

Capriccio (1987)

Snack Bar Budapest (1988)

Paprika (1991)

Così fan tutte (1992)

L’uomo che guarda (1994)

Fermo posta Tinto Brass (1995)

Monella (1997)

Tra(sgre)dire (2000)

Senso ’45 (2002)

Fallo! (2003)

Monamour (2005)

 

agosto 13, 2008 Posted by | Biografie | | 6 commenti