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L’erotomane

L'erotomane locandina

Una carriera in crescita come manager senza scrupoli di un’azienda petrolifera,una splendida moglie e un’altrettanto splendida
amante.
Ma il cavalier Persichetti,a questi successi deve sommare un grosso problema personale.
Negli ultimi mesi,quasi come paradossale nemesi personale,più ha avuto successo negli affari più ha avvertito problemi di impotenza che sfociano in frustrazione nel non poter più consumare rapporti con le donne della sua vita.
Così decide di affidarsi alle cure di uno stravagante psicologo/sessuologo che tenta di analizzare il problema e rimuoverlo,
convinto che si tratti di un trauma infantile.
Ma nonostante lo psicologo le provi tutte,Persichetti resta refrattario ad ogni cura e alla fine dovrà arrendersi…
Succinta descrizione della trama di L’erotomane,film di Marco Vicario del 1974 che segue la più che buona prova fornita
con la sua direzione precedente,quel Paolo il caldo ricavato da un romanzo di Brancati che aveva rinsaldato la buona fama
del regista,autore tra l’altro del più grande successo al botteghino del 1971,Homo eroticus.

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Gastone Moschin e Milena Vukotic

Questa volta però Vicario sbraca abbastanza visibilmente,con una commedia erotica ricca di seni e glutei e priva di ogni divertimento,
a meno che non si consideri tale l’assistere a scenette ripetute all’infinito,battute stanche e sogni onirici del protagonista,
un cavalier Persichetti affarista e speculatore,che paga il successo nel lavoro con la perdita della virilità.
A parte la trama inconsistente e pecoreccia,Vicario sbaglia quasi tutto quello che può sbagliare.
A partire dalla scelta del protagonista,affidata ad un Gastone Moschin semplicemente imbarazzante;la logica avrebbe voluto che si ricomponesse
la coppia tra Vicario e Buzzanca,vero stereotipo del maschio all’italiana,che aveva portato al successo quell’Homo eroticus
di ben altro livello rispetto ai modestissimi risultati raggiunti con questa pellicola.
Moschin,grande interprete leggero,appare spaesato in un ruolo principale che non sente e che evidentemente non ama.
A nulla vale il cast affiancatogli,che presenta nomi di un certo spessore del cinema settantiano italiano.

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Nei due fotogrammi:Janet Agren

Mi riferisco alle bellissime Janet Agren,Silvia Dionisio e Paola Senatore,Isabella Biagini e Nada Arneric; non meno valido dal punto di vista rappresentativo il cast maschile,con la presenza dell’onnipresente Caprioli (viscido e corrotto politico) e di Jacques Dufilho,lo strambo e stravagante psicanalista,reduce dai successi del suo personaggio più famoso,il colonnello Buttiglione.
Nel 1974 la commedia sexy o erotica mostrava la corda,anche se era comunque molto seguita.
Ma l’uscita di tanti prodotti praticamente fatti in copia carbone spesso allontanava il grande pubblico e a quanto pare anche i critici,
che spesso recensivano questi prodotti senza nemmeno vederli.
Come acutamente fa notare Gordiano Lupi,basta leggere cosa scrive ad esempio il Mereghetti sbagliando completamente il sunto della trama:
“Un cinico avvocato sfoga la sua impotenza sessuale diventando uno spregiudicato affarista, mentre tutte le cure per recuperare la virilità sono vane.
Solo lo shock di sapersi cornuto lo sblocca e lo trasforma in un forzato del sesso a tutti i costi. Classica commediola, neanche troppo originale,
che scivola verso il genere pecoreccio

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Silvia Dionisio

O anche Farinotti,generalmente abbastanza affidabile,che fa lo stesso errore:“In seguito ad uno choc infantile, il cavalier Persichetti è diventato impotente. Per guarire le tenta tutte, ma soltanto nel vedere la moglie a letto con un altro riesce a “sbloccare” il vecchio trauma.
Da quel momento in poi diventerà un maniaco sessuale
A parte le generose forme delle protagoniste,c’è ben poco da guardare nel film;particolarmente noiose sono le sequenze in cui
Moschin racconta come intende approfittare della crisi petrolifera per speculare,o i vari siparietti immaginari in cui fantastica sulla segretaria dello psicanalista (ovviamente sognata completamente nuda)
Non manca il solito,pecoreccio amplesso tentato sul terrazzo con le immancabili studentesse ( e monache) che osservano
un po vogliose un po imbarazzate i goffi tentativi di Moschin/Persichetti di sedurre la bella cameriera.
Brutto film,decisamente.
Rimasto per quasi 40 anni in un cassetto e magicamente riapparso poco tempo fa e oggi disponibile in una versione mediocre su
you tube all’indirizzo https://www.youtube.com/watch?v=98-Q52fcBHo
Da segnalare soltanto dal punto di vista visivo il bel campionario vintage che riguarda oggetti,vestiario e auto.

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Maria Antonietta Beluzzi

L’erotomane

Un film di Marco Vicario. Con Janet Agren, Milena Vukotic, Vittorio Caprioli, Gastone Moschin, Isabella Biagini, Silvia Dionisio, Mario Colli, Andrea Scotti, Ugo Fangareggi, Jacques Herlin, Eugene Walter, Gaetano Scala, Neda Arneric, Jacques Dufilho, Paola Senatore, Livio Galassi, Carla Brait, Mauro Vestri, Giacomo Rizzo, Loredana Martinez, Rosita Torosh, Paolo Paoloni Commedia, durata 100 min. – Italia 1974

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L'erotomane banner protagonisti

Gastone Moschin: Rodolfo Persichetti
Isabella Biagini: Dott.sa Bonetti
Janet Agren: Ciccia, la moglie
Neda Arneric: Marietta
Jacques Herlin: Chirurgo
Vittorio Caprioli: Il ministro
Jacques Dufilho: Prof. Pazzoni
Maria Antonietta Belluzzi: Gertrude
Silvia Dionisio: Claretta

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Regia Marco Vicario
Soggetto Marco Vicario
Sceneggiatura Marco Vicario
Produttore Alfredo Melidoni
Casa di produzione Atlantica Produzioni Cinematografiche
Distribuzione (Italia) Medusa
Fotografia Giuseppe Rotunno
Montaggio Nino Baragli
Musiche Riz Ortolani

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L'erotomane Marco Vicario

Marco Vicario,il regista

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Flano del film

L'erotomaneJanet Agren

Janet Agren

Mag 24, 2016 Posted by | Erotico | , , , , , , , | Lascia un commento

Madeleine, anatomia di un incubo

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Una donna corre disperatamente attraverso un canneto; poi, attraversatolo, si dirige verso una foresta, guardandosi spaventata intorno.
All’improvviso alcune figure femminili, con in testa vistose parrucche, la circondano.
“Chi siete, cosa volete da me” chiede la ragazza spaventatissima.
All’improvviso le immagini di un auto da corsa in fiamme si sovrappongono alle 5 figure femminili e la ragazza, di fronte al terribile spettacolo di un corpo maschile che giace fuori dal veicolo, urla disperata.
Immagini di un auto impegnata in una gara su pista, drammatiche perchè mostrano un terribile incidente, si mescolano a quelle del gruppetto di donne che ora sfilano silenziosamente nel bosco, trasportando sulle spalle un piccolo feretro bianco con all’interno un bambino.

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Le misteriose donne lasciano il feretro accanto al cadavere e all’auto in fiamme, mentre la ragazza urla disperatamente “lui no, è così piccolo”
Un rulo terribile emesso da una donna ai bordi di una piscina trasporta tutto ad una dimensione reale; la ragazza, madeleine, ha avuto un incubo, sotto gli occhi attenti del dottor Schumann, intento a leggere un libro di psicologia.
Dopo un colloquio con l’uomo, Madeleine si dirige in città, dove raccoglie Thomas, un’autostoppista che al ritorno a casa presenta a suo marito, il dottor Franz Schuman.
Questa lunga introduzione di Madeleine, anatomia di un incubo serve allo spettatore da subito per inquadrare i due personaggi centrali del film, la giovane e bella Madeleine e quello che ad un primo impatto sembra essere la figura premurosa di un marito preoccupato per l’equilibrio psichico della moglie.
Che è evidentemente alterato da qualcosa di sconosciuto; l’unica certezza che lo spettatore ha è che Madeleine è una donna lasciata libera dal marito, al quale confessa candidamente di desiderare un bambino, cosa che evidentemente l’uomo non può darle.

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Franz Schuman sembra quindi un uomo attento e premuroso verso la molto più giovane moglie; questo sentimento di empatia verso l’uomo aumenta ma contemporaneamente si destabilizza nel momento in cui Madeleine porta a casa Thomas, il giovane hippy che raccoglie per strada e con il quale fa l’amore praticamente sotto gli occhi del marito.
Liquidata la pratica Thomas, la donna conosce il figlio del marito, Luis e poco tempo dopo averlo conosciuto allaccia anche con lui una relazione.
Nonostante il perdurare degli incubi, Madeleine si sforza di avere una vita regolare, ma l’equilibrio è del tutto precario e una sera, dopo un party in cui Madeleine si trova ad un passo da un rapporto saffico con una ballerina ecco che arriva la tragedia. Thomas, il giovane hippy che Madeleine ha ritrovato in una piazza viene rinvenuto morto nella piscina del locale.
A complicare le cose arriva Franz Schuman, che una mattina trova Madeleine sulla spiaggia allacciata a suo figlio Luis con il quale sta facendo l’amore.

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Cosa succederà adesso? E sopratutto, come mai Franz sembra cosa tranquillo di fronte alla scoperta di sua moglie che ha una relazione con suo figlio?
Cosa c’è veramente dietro tutto? Doppia sorpresa finale…
Madeleine anatomia di un incubo esce nelle sale nel 1974, opera di Roberto Mauri, regista specializzato in film western attivo sopratutto tra la fine degli anni sessanta agli inizi dei settanta.
Il film è uno psico thriller, che gioca tutte le sue carte sul racconto della vicenda che vede coinvolta la giovane e bella Madeleine, che in seguito allo shock provato davanti all’incidente subito da Luis durante una corsa automobobilistica ha perso il bambino che attendeva, riportandone un trauma pauroso.
In un gioco psicologico condotto molto rischiosamente nella e sulla psiche della donna si materializza un esperimento condotto da Franz Schuman, che così sperimenta alcune sue ardite teorie sulla cura della psiche.
Un tentativo che avrà un esito a sorpresa, che ovviamente non vi racconto.

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Dopo un inizio affascinante, legato all’incubo onirico della donna, il film assume un andamento tranquillo, descrittivo, fino agli ultimi minuti della storia in cui alcune incongruenze e alcuni dubbi, sorti durante il racconto, vengono finalmente spiegati anche se non completamente e sopratutto in maniera completamente logica.
Film ad andamento ondeggiante quindi, con parti abbastanza coerenti ed altre un po tirate per i capelli, ma nel complesso di indubbio fascino.
Molto bene il cast, con la discreta prova fornita da Camille Keaton nel ruolo di Madeleine e di Silvano Tranquilli in quella dell’ambiguo Franz Schuman; piccola parte per Paola Senatore mentre il resto del cast non demerita.
Tutto sommato, un film guardabile, senza grosse pecche e con qualche spunto interessante, con una bella e inquietante colonna sonora di Maurizio Vandelli.
Il film è molto difficile da trovare in una versione accettabile: tuttavia, all’indirizzo http://viooz.co/movies/21283-madeline-study-of-a-nightmare-madeleine-anatomia-di-un-incubo-1974.html è possibile visualizzare in streaming una versione digitale di discreto livello.

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Madeleine – Anatomia di un incubo
Un film di Roberto Mauri. Con Silvano Tranquilli, Paola Senatore, Riccardo Salvino, Camille Keaton, Pier Maria Rossi, Lorenzo Piani Drammatico, durata 92 min. – Italia 1974.

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Camille Keaton … Madeleine
Riccardo Salvino … Luis
Paola Senatore … Mary
Silvano Tranquilli … Dr.Franz Shuman
Pier Maria Rossi … Thomas
Gualtiero Rispoli … Antonio

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Regia: Roberto Mauri
Musiche:Maurizio Vandelli
Fotografia:Carlo Carlini
Montaggio:Adriano Tagliavia
Production Design :Ennio Michettoni
Allestimento set: Daniele Mogherini
Produzione/Production: Pama Cinematografica
Distribuzione/Distribution: C.E.I.A.D. Columbia

Madeline anatomia di un incubo banner recensioni

L’opinione di Ciavazzaro dal sito http://www.davinotti.com

Interessante thriller-dramma-psicologico, quasi con tocchi horror (i poteri psicologici di Tranquilli) diretto con eleganza da Mauri. La bravura della Keaton viene accompagnata dalle ottime musiche di Maurizio Vandelli e il cast farà la gioia degli amanti degli anni settanta (Senatore, Tranquilli, Salvino). Il colpo di scena finale è ben studiato e il film non risulta mai noioso. Poco conosciuto (purtroppo), da rivalutare.

L’opinione di Lucius dal sito http://www.davinotti.com

Intrigante pellicola che vede la bella e brava protagonista alle prese con incubi e ossessioni che la tormentano; la stessa finirà con l’affidarsi ad un medico che le proporrà una strana terapia: abbandonarsi alla totale libertà dei sensi per ritrovare se stessa, salvo poi scoprire successivamente il vero motivo di queste ossessioni. Affascinante la catarsi emotiva, il passato che ritorna e il condimento erotico. Personalistico.

L’opinione del sito http://www.caniarrabbiati.it

Madeleine è una giovane ragazza psicologicamente fragile tormentata da un sogno ricorrente in cui è incinta e perseguitata da alcune streghe con parrucche variopinte. Nell’incubo avviene anche un incidente dove muore anche il suo bambino che viene trasportato in una bara dalle malvagie donne. Nella realtà Madeleine, sposata con lo psichiatra Frank Shuman, non può avere figli. Le sue turbe psico-sessuali la portano ad incontrare Thomas un giovane svizzero e a portarselo a casa. Poi arriva anche Lewis figlio del marito ed inizia una relazione anche con lui. Durante una gita fuori porta, Madeleine rivede il luogo sfondo dei suoi incubi. Thomas scopre Mary, la sua fidanzata, a letto con Franz, ma quest’ultimo lo ipnotizza spingendolo al suicidio. Madeleine ulteriormente scossa decide di lasciare Franz ma lui non glielo permetterà. Dove finisce il mondo dei sogni e quello della realtà lo si capisce solo nel finale mentre Madeleine continuerà a mischiare l’uno e l’altro. Suggestiva la sequenza onirica iniziale sia per la fotografia sia per i rallenty, sia per la musica di Vandelli.
Questo Psico-thriller però è modesto e noioso, come la regia didascalica (zoom sul libro di psicanalisi mentre parla il dottore) e gli effetti speciali (imbarazzante la scomparsa del dottore durante l’esperimento di ubiquità). La protagonista, nipote di Buster Keaton, è notoriamente incapace di recitare, qui perlomeno ci mostra un bel nudo integrale. Se vogliamo, è interessante nella trama l’uso del concetto freudiano di “materiale del sogno” cioè dei luoghi e delle persone reali che nel sogno vengono presi e rielaborati creando una diversa realtà.

L’opinione del sito http://www.cinemaitalianodatabase.blogspot.com

Una pellicola di questo tipo s’inserisce perfettamente nella variante del giallo all’italiana in cui la storia ruota intorno alla malattia mentale del (o della) protagonista di turno – cito a caso ‘Spasmo’ di Lenzi, ‘L’occhio nel labirinto’ di Caiano – e/o gioca con l’attenzione dello spettatore, sparpagliando le tessere di un mosaico il cui disegno si intravede solo alla fine (‘Una lucertola dalla pelle di donna’ di Fulci, ‘La corta notte delle bambole di vetro’ di Lado). Decisamente buona la tensione erotica, elevata dalla presenza di Paola Senatore, di cui si ricorda uno strip al limite della frenesia estatica, e nel complesso la recitazione degli attori. Alcune pretese intellettualistiche e sociologiche rendono indigesti alcuni dialoghi, specialmente quelli tra Madeleine e lo studente Thomas, cosi come alcune soluzioni registiche (ad esempio, lo zoom sul libro che legge il dottore), ma tutto sommato il film mantiene una sua coerenza ed anche una certa coralità di fondo. Buona la fotografia di Carlo Carlini.

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marzo 15, 2014 Posted by | Drammatico | , , , | Lascia un commento

Calamo

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Massimo Pirri, regista e sceneggiatore romano prematuramente scomparso nel 2001 a 55 anni è stato un regista che nella sua carriera ha diretto solo 7 film, il più famoso dei quali è sicuramente L’immoralità,uscito nel 1978 e che suscitò un’ondata di polemiche sia per il tema trattato (una relazione a tre tra un assassino pedofilo, una donna e la sua figlia adolescente) sia per le scene di sesso tra il protagonista e Karin Trentephol,all’epoca appena tredicenne, che ovviamente venne sostituita da una controfigura nelle scene più torride.
Calamo è il suo primo film diretto nel 1976 ed è opera complessa e al tempo stesso irrisolta, densa com’è di riferimenti al mondo borghese e ai giovani rampolli della borghesia stessa, stretti tra il desiderio di evasione e di ribellione al mondo a cui appartengono e l’impossibilità di sfuggire alla prigione dorata nella quale vivono comunque agiatamente e dei cui simulacri non sanno e non possono fare a meno.

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Calamo 2

Lino Capolicchio e Valeria Moriconi

Un film in cui Pirri mescola elementi tipici del cinema di Bunuel, senza minimamente arrivare a lambire le vesti del vate spagnolo a tentativi di innovazione del cinema, attraverso dialoghi e situazioni che spesso spiazzano lo spettatore rendendo il film per certi versi affascinante ma per la maggior parte del tempo piuttosto noioso attraverso una verbosità eccessiva ed estenuante.
Pirri mette troppa carne al fuoco e stende una sceneggiatura a tratti schizofrenica, disinteressandosi della trama e privilegiando la contrapposizione frontale tra i due mondi a cui appartengono i due gruppi di individui che costituiscono l’ossatura del film, visti attraverso i comportamenti spesso incomprensibili che mostrano nel corso del film.
Discorso che può apparire fumoso, ma certo è concettualmente difficile esprimere a parole un film dall’andamento poco lineare, in cui i personaggi principali appaiono a tratti quasi grotteschi nelle personalità, nei gesti e più ancora nei dialoghi.

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Con queste premesse diventa difficile anche dare indicazioni sulla trama senza rischiare di fuorviare l’attenzione dello spettatore;cosa è più importante nel film, la vicenda personale del protagonista oppure il mondo che lo circonda, i giovani borghesi che frequenta oppure gli hippy che segue senza tuttavia integrarsi?

La pellicola inizia mostrandoci il protagonista, Riccardo, un giovane che studia in Svizzera da seminarista osservare una ragazza e due ragazzi in riva al mare;la ragazza si spoglia davanti ai due ragazzi, salvo poi fuggire appena si accorge della presenza di Riccardo.Il giovane,turbato, torna a casa dove ad attenderlo c’è la sorellastra Stefania, con la quale ha una relazione incestuosa;la scena si trasferisce a tavola, dove un gruppo eterogeneo di persone è seduta accanto al padre di Riccardo.
Durante il pranzo,l’uomo pontifica sulla situazione politica, usando termini sprezzanti verso le la classe operaia (“ci vorrebbe il manganello, nessuno tira la cinghia come abbiamo fatto noi“), suscitando la reazione di Riccardo quando accenna al desiderio di quest’ultimo di diventare prete.

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E’ il primo momento topico del film, distonico e schizofrenico, in cui la varia umanità del mondo borghese sembra unirsi compiutamente attraverso dialoghi reazionari;la scena in cui la ragazza che i genitori vorrebbero affibbiare a Riccardo si mette le mani tra le gambe toccandosi le parti intime e poi passandosi vogliosa le dita tra le labbra suggerisce compiutamente l’unione con un altro simulacro del mondo borghese,il sesso.
Riccardo sfugge a questo primo “agguato” urlando la sua voglia, il suo desiderio di diventare prete; forse è una reazione al mondo ipocrita a cui comunque appartiene,forse è solo un gesto di sfida verso il padre,chissà.
Per tutto il film non sapremo mai quanto il giovane sia convinto della sua scelta e quanto piuttosto intenda rimarcare la distanza con quel mondo che sembra essergli così estraneo.
Poi Riccardo riprende la sua tormentata relazione con Stefania, fino a quando la donna non gli confessa di essere sul punto di sposarsi;Riccardo torna in Svizzera e casualmente incontra un gruppo di giovani hippy, con i quali stringe amicizia.
Attratto dai giovani, un gruppo di borghesi che sembra voler vivere fuori dai rigidi schematismi della classe alla quale appartengono,Riccardo si lega ad una ragazza del gruppo; è l’inizio di un’esperienza tormentata, che passerà attraverso il superamento dei rigidi schemi borghesi, attraverso la sperimentazione dell’amore libero e dell’uso delle droghe.

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Quando alla fine,Riccardo capirà che quella del gruppo è solo una ribellione pro forma alla società ed ai suoi totem, deciderà di riprendere la tonaca da prete,che ha portato sempre con se ma…
Con un andamento schizoide, mescolando dialoghi a volte eccessivamente verbosi, a volte schematici e irritanti, a volte ancora semplicemente decadenti,Pirri da la sua descrizione del mondo borghese senza tuttavia uscire dal rigido binario del dualismo conformismo/anticonformismo.
Lo stesso personaggio principale, Riccardo, appare prigioniero di un mondo al quale vorrebbe sottrarsi ma che lo irretisce anche quando decide di uscirne, finendo per lasciarsi andare in maniera indolente incontro ad esperienze che alla fine lo lasceranno ancor più pieno di dubbi.
Dubbi che assalgono anche lo spettatore, indeciso su come decifrare gli ambigui messaggi di Pirri; scene apparentemente slegate dal tema principale si susseguono creando un’atmosfera di palese imbarazzo.
Cosa pensare ad esempio delle sequenza disturbante dell’aborto della giovane “hippy” interpretata dalla Senatore?
Pesanti dubbi vengono poi analizzando l’interpretazione di Capolicchio; il personaggio di Riccardo ha una personalità ondivaga e lui ne accentua le caratteristiche con una recitazione ai limiti dell’isteria, accentuando quelli che sono di base i tormenti di un’anima inquieta con una resa recitativa più da teatro che da cinema.

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Paola Montenero

Cosa che fa anche la Moriconi, il cui personaggio è ancor più indecifrabile sia nelle mosse sia nelle motivazioni che la spingono tra le braccia del fratellastro, attraendolo e respingendolo contemporaneamente,in un assurdo gioco di seduzione sado masochistico.
La bravissima attrice sembra anch’essa dare un taglio teatrale alla sua interpretazione, tanto che se aggiungiamo la bravissima Paola Montenero, che interpreta il ruolo della ragazza di cui temporaneamente si innamora Riccardo, avremo un gruppo di attori che sembrano strappati di peso da un palcoscenico.
Curiosa la decisione di Pirri di far lavorare la sua compagna del tempo, la Montenero, con le parti intime completamente depilate, cosa che rende il film più incline ad essere un softcore movies che una pellicola d’autore.
Troppe infatti le scene di nudo fuori contesto per non ingenerare il legittimo sospetto che Pirri abbia voluto ancor più assorbire l’attenzione dello spettatore con il buon vecchio sistema di sbandierare l’eros a tutto spiano.
Nel cast figurano anche Paola Senatore, con un colore di capelli biondo che le stravolge completamente il volto e il compianto Aldo Reggiani, sacrificato nel ruolo di un giovane borghese che non ha alcun peso nel film.
Il giudizio finale sul film stesso non può non partire dalla considerazione che comunque è apprezzabile il tentativo da parte di Pirri di percorrere strade poco battute;il problema è il modo in cui lo fa e qui abbiamo praticamente già detto tutto in fase di recensione.

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Per chi volesse cimentarsi con quest’opera comunque anticonvenzionale, arriva a proposito la riduzione in divx del film, splendida e luminosa caricata pochi giorni fa da un emerito “youtubista”: il film infatti è disponibile all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=RbUEv1W7_lE e dovrebbe essere in versione integrale.

Càlamo
Un film di Massimo Pirri. Con Valeria Moriconi, Raffaele Curi, Aldo Reggiani, Lino Capolicchio, Paola Senatore, Paola Montenero, Rita Livesi, Lorenzo Piani, Jacques Stany Drammatico, durata 100′ min. – Italia 1976.

Vi prego di dedicare 30 secondi per rispondere al sondaggio che segue:le vostre opinioni sono importantissime!

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Lino Capolicchio: Riccardo
Valeria Moriconi:Stefania
Paola Montenero:La ragazza hippy
Paola Senatore:la bionda hippy
Aldo Reggiani:un giovane hippy

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Regia: Massimo Pirri
Sceneggiatura: Massimo Pirri, Pier Giovanni Anchisi
Musiche:Claudio Tallino
Montaggio:Cleofe Conversi
Fotografia:Riccardo Pallottini

“ E’ un film che parla di giovani e dell’impossibilità materiale di comunicazione fra i due grandi gruppi in cui essi si dividono. Nel primo, quelli pienamente realizzati o che hanno già individuato strade e strumenti per raggiungere i loro obiettivi. Nel secondo, coloro che questi strumenti non li possegono, per diversi motivi, e che dunque non riescono a realizzarsi. L’incontro o lo scontro di questi due blocchi, che reciprocamente si attirano, provoca un “corto circuito”. Ci sono implicazioni politiche, ma mediate da questi elementi: il mio esame si compie attraverso un occhio che non divide in fazioni, ma che diviene, però “fazioso” quando individua le strutture che ingabbiano molti giovani, occultando loro i mezzi che possono aiutarli a definirsi e prendere coscienza di se stessi”. (Massimo Pirri)

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L’opinione di mm40 da http://www.filmtv.it
Il debutto dietro la macchina da presa del trentunenne Massimo Pirri è all’insegna del cinema autoriale, con una sceneggiatura complessa e spigolosa scritta dal regista stesso in collaborazione con Pier Giovanni Anchisi, fino a quel momento caratterista e autore per produzioni di serie B/C. Non che qui la situazione sia nettamente migliore, anzi: il budget è piuttosto ridotto e l’unica nota davvero positiva a riguardo della produzione sta nello sfoggio di un poker di interpreti di discreto livello (Lino Capolicchio, Valeria Moriconi, Aldo Reggiani, Paola Senatore). Per il resto il film naufraga ben presto, vittima di ambizioni troppo alte, con dialoghi pretenziosi che si accoppiano (male) a frequenti scene di nudo spesso totalmente gratuite; si dice che Pirri puntasse a scimmiottare Bunuel, ma forse sarebbe stato già abbastanza per lui raggiungere un Alberto Cavallone. Ad ogni modo ciò che qui manca è la personalità del regista, roba che non si compra, nè tantomeno si imita. Fotografia cupa (ma chissà quanto dipende dalla visione in vhs di qualità scadente) di Riccardo Pallottini, fra un poliziottesco e l’altro, che diventerà collaboratore fisso di Pirri nei suoi prossimi lavori.

L’opinione di ezio da http://www.filmtv.it
Un cultissimo del cinema di genere anni settanta.Ambizioni alte e non tutte risolte ma si intravede una interpretazione psicologica ben descritta dall’ottimo Capolicchio e dalla brava Montenero,attrice di teatro prestata al cinema,come spiega bene lei negli extra dell’imperdibile collana cinekult ,la bibbia dell’home video sul cinema di genere.Siamo sempre li!! Cinema cosi’ oggi possiamo solo sognarcelo.,allora si rischiava,nel bene e nel male.Imperdibile per gli appassionati del genere.Tanti nudi ,anche quello depilato di Paola Montenero,il regista spiega il perche’ negli extra….

L’opinione di Homesich dal sito http://www.davinotti.com
Parabola mortale di un giovane seminarista senza vocazione, schiacciato dal marciume borghese e dai proclami finto libertari di un gruppo di hippies. Pirri dichiara di essersi ispirato niente meno che a Buñuel (!) e scrive una sceneggiatura confusa, provocatoria e pretenziosa, che causa frequenti moti di disgusto. Da apprezzare la sfaccettata interpretazione di Capolicchio, la Moriconi sempre più somigliante alla Gastoni, la carnale e filiforme Montenero e certe parti musicali di Tallino, il compositore di Spell.

L’opinione di Fauno dal sito http://www.davinotti.com
Di quelli che ho visto è il meno riuscito. Per i primi 40 minuti va a scheggia ad emettere come lava le sensazioni più contorte e le libidini più sopite, che esplodono tutte in una volta, del rapporto di lui con la sorellastra… il resto sono fenomeni che vediamo spesso. Tutti son bravi a predicare e a coinvolgere nelle loro porcherie il solito bonaccione senza personalità e così mansueto da non voler mai contraddire nessuno, salvo poi scaricarlo come un rifiuto biologico quando non fa più comodo. In due parole: fatevi valere e non siate così fessi.

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novembre 15, 2013 Posted by | Drammatico | , , , , , , | Lascia un commento

Penombra

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Carlotta è la bella e insoddisfatta moglie di Osvaldo Raininger, un ricco proprietario terriero che la donna ha sposato senza amore, solo perchè rappresentava un valido partito.
L’uomo la strappa alla vita di città, confinandola in una splendida dimora di campagna, dove la donna si annoia mortalmente.
L’unico diversivo è rappresentato dalle avventure saffiche con la procace cameriera Carolina; altro svago della donna è il gioco del baccarat.

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E sarà proprio il gioco a causarne la rovina; conosciuto il giovane e affascinante Alexis, che si finge uno sprovveduto al tavolo verde, la donna cade in una trappola tesa dallo stesso Alexis e da un infido banchiere.
I due, in combutta, fanno perdere alla donna un’ingente somma di denaro, facendole firmare un pagherò
Il banchiere con il titolo in mano si reca da Osvaldo, per costringerlo a vendere le sue terre.
Nel frattempo Carlotta vive un’intensa passione proprio con l’uomo che è stato la sua rovina; ma quando si rende conto della situazione, decide di ucciderlo, attirandolo in campagna.

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Ma è proprio Carlotta a morire, durante una collutazione.
L’inconsolabile Osvaldo, legato da morboso affetto alla moglie, trova un fascio di lettere scritte dalla gemella della moglie,Maria, che vive confinata in convento.
Decide così di conoscerla, e quando fa l’esperienza resta turbato oltre modo, perchè la donna è la copia esatta della defunta moglie.
Riesce a convincerla a seguirla nella sua tenuta, dove Maria ben presto si rende conto che Osvaldo è ossessionato dalla memoria della moglie; la costringe infatti a vestirsi come lei e infine la costringe ad atti auto erotici mentre lui la spia da un’apertura in una libreria.

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La situazione cambierà radicalmente quando nella tenuta arriva il nipote di Osvaldo e il suo precettore; quest’ultimo si innamora perdutamente di Maria, ricambiato.
Durante un loro convegno d’amore Osvaldo, che li spia dal solito posto, ha un malore e muore.
I due sono così liberi di andarsene.
Penombra, diretto da Bruno Gaburro nel 1986, riprende in toto la trama di Maladonna e in parte quella di Malombra, diventando una specie di trait d’union tra i due film citati, non aggiungendo nulla se non qualche scena erotica ai due film precedenti.

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La storia è praticamente identica, la location anche, gli attori sono sempre gli stessi; quella di Gaburro è quindi un’operazione commerciale volta a sfruttare la fama della Senatore, che nel 1985 aveva interpretato Non stop-Sempre buio in sala, film hard con la quale la bella attrice romana aveva dato un taglio al suo passato di attrice sexy, qualche volta contornato da buone prove in film discreti.

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E’, come già detto, un’operazione smaccatamente commerciale; la fama della Senatore era ormai legata a quel film hard che aveva girato per necessità, schiava com’era della tossicodipendenza.
Questo film, che è poco più di un film erotico, senza sconfinamenti nell’hard, curiosamente è il migliore dei tre, ammesso che si possa fare una graduatoria di merito tra film che utilizzano senza scrupoli l’erotismo per imbastire attorno una storia credibile.
La fotografia è la stessa dei film precedenti, ma la storia ha quantomeno una sua logica, che mancava sia in Maladonna che in Malombra.
Il tema della follia di Osvaldo è finalmente chiaro, mentre nei due film precedenti era rimasto abbastanza confuso, così come il tema del “doppio”, ovvero della doppia vita di Carlotta e Maria viene finalmente spiegato.
Certo, il film non brilla per ritmo, recitazione o altro.

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Tuttavia non è un prodotto da gettare via, perchè una sua eleganza formale ce l’ha.
E a differenza di Maladonna e di Malombra, la parte erotica che interpreta la Senatore è sicuramente più soft; da dimenticare lo squallido siparietto erotico con protagoniste le due giovani monache.
In ultimo segnalo le amene recensioni che girano sul web relative a questo film; molto probabilmente sono davvero pochi coloro che lo hanno visto, visto i riassunti assolutamente improbabili della trama.

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Penombra, un film di Bruno Gaburro (Alex Romano). Con Paola Senatore, Maurice Poli, Marcella Petri Erotico, durata 90 min. – Italia 1985.

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Penombra banner protagonisti

Paola Senatore    …     Maria / Carlotta
Maurice Poli    …     Osvaldo Raininger
Marcella Petrelli    …     Suora
Carmen Di Pietro    …     Suora
Domiziano Arcangeli    …     Alexis
Stefano Alessandrini    …     Mario Raininger
Claudia Cavalcanti    …     Carolina – cameriera
Paola Corazzi    …     Claudia Carli
Scilla Jacu    …     Teresa
Gino Milli    …     Massimiliano Renda
Jacques Stany    …     Tesser

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Regia: Bruno Gaburro
Sceneggiatura: Piero Regnoli
Editing: Alessandro Lucidi
Musiche: Stelvio Cipriani
Produzione: G.Buricchi per Leo
Distribuzione: Play time

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Pazzesco (e geniale) assemblaggio con: a) sunto di Maladonna; b) una decina di minuti di raccordo; c) sunto di Malombra. Purtroppo il succo qui non è meglio del tutto, anzi: si nota con chiarezza che c’è un netto sbilanciamento di personaggi (la cameriera è la Cavalcanti nella prima parte, la Jacu nella seconda…). Da notare poi, in questo film ambientato nell’Ottocento, l’esilarante apparizione di una penna biro (da Maladonna), il che la dice lunga sul livello dell’opera.

Estremo esempio di riciclaggio (Malombra + Maladonna), operato senza colpo ferire, aggiungendo brevi raccordi di girato ex-novo onde spacciare per altro una serie di nudi – già offerti, ossia “usati” ed “abusati” – audaci ma senza anima. Per l’occasione la Senatore si sdoppia, nel duplice ruolo di sorella ora buona (con e senza U) ora perversa (ma sempre “buona senza U”). Amplessi a go-go, lesbismo in prima fila, ed una (mal)riuscita atmosfera goticheggiante (ma nient’affatto godereccia) provocata dalla decadente ambientazione rétro. Gaburro, dato l’eccelso risultato, sigla come Alex Romano.

Riciclaggio dei due precedenti titoli della trilogia di Gaburro (Malombra e Maladonna), ottenuto ricucendo, con un breve segmento di raccordo girato ex novo, le sintesi del secondo e del primo film. Quindi una ripetizione di atmosfere, scene e dialoghi, con protagonisti la coppia Senatore-Poli, assolutamente priva di utilità ed interesse (se non filologico); peraltro nel segmento di raccordo la Senatore appare pochissimo…

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marzo 22, 2011 Posted by | Erotico | , | Lascia un commento

Action

Action locandina

Bruno Martel è un attore con grossi problemi; non riesce ad essere assunto per ruoli decenti nel cinema, cosi decide di accettare l’invito di un produttore per lavorare in un porno film.
L’uomo, che ha una relazione con la bella Ann, vive un privato ugualmente problematico, visto che la moglie lo tradisce.
Sul set del film le cose non vanno meglio; Bruno, offeso dal trattamento riservato alla sua partner cinematografica, fugge dal set accompagnato dalla ragazza, non prima di aver devastato il set.
Durante la rocambolesca fuga, dapprima capita in un immondezzaio nel quale vive una tribù di giovani a metà strada tra il punk e l’emarginato per poi finire in un dormitorio, poi ancora in un bagno turco e infine in un manicomio.
Nell’immondezzaio Bruno viene aggredito, mentre la giovane Doris viene violentata; qui l’attore conosce Garibaldi, un vecchio che ha fatto del letamaio la sua abitazione.

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Luc Merenda

I tre riprendono il loro viaggio che li vede alla fine arrivare in un ospedale psichiatrico, dal quale usciranno solo Bruno e Garibaldi, mentre Doris deciderà di suicidarsi.
L’ultima tappa del viaggio vede i due approdare ad una stazione di servizio, gestita da Florence, una donna di mezz’età frustrata che vive con un marito confinato su di una sedia a rotelle, un uomo gretto e malevolo che le rimproverà i continui tradimenti che la donna gli riserva.
Bruno e Florence hanno una breve relazione, interrotta dall’arrivo della polizia che insegue l’uomo…
A distanza di 11 anni da Nerosubianco, Tinto Brass prova a giocare la carta della disarticolazione del film, attraverso una vera e propria destrutturazione dell’impianto narrativo.
Il film è girato ad alta velocità, con scene che ricordano i vecchi film muti di Stan Laurel e Oliver Hardy oppure quelli di Ridolini.
Così in alcuni momenti il ritmo diventa fenetico, in altri ci si perde in immagini surreali che ricordano il citato Nerosubianco e il viaggio di Barbara inseguita dall’uomo di colore.
Il tutto mescolato a forti rimandi al cinema felliniano, del quale Brass tenta di riprendere le metafore risultando alla fine galatticamente lontano dai ropositi iniziali.
Un film che con il cinema sembra avere poco a che spartire: un’aria decadente aleggia su tutta la pellicola, mentre assistiamo allo strano viaggio di Bruno che attraversa un universo costellato di personaggi surrali, a cominciare dai due stravaganti compagni di viaggio per finire con la scena dell’uccisione dell’uomo da parte dei poliziotti che conclude il film lasciandoci con un interrogativo: quello che vediamo è reale oppure è frutto di una recita di Bruno?
Action è un film a tratti sgradevole, a tratti affascinante, a tratti noioso e incomprensibile.
E’ un helzapoppin in cui accade di tutto, inclusa la presenza di Brass nel ruolo di un regista che dirige Bruno e che decide di cacciarlo quando quest’ultimo, inseguito dalla polizia, si esibisce in un assurdo balletto in stile Cantando sotto la pioggia, oppure accade di vedere la giovane attrice Doris costretta ad umiliarsi per compiacere il produttore del film hard, accettando di orinare in un gabinetto mentre viene ripresa dal regista.

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La ragazza che sogna l’Amleto di Shakespeare è costretta a fare i conti con la realtà, ed è proprio Bruno a strapparla alla degradazione coinvolgendola in una fuga che culminerà nella violenza di gruppo in un paesaggio quasi lunare, in quel campo sommerso dalle immondizie in cui si muove un gruppo di alienati Punk.
Il film prosegue così verso il finale, che probabilmente è la parte migliore, quella più lineare, in cui assistiamo all’incontro tra Bruno e Florence e contemporaneamente vediamo la moglie di Bruno tradirlo volgarmente, mentre l’astioso marito paralitico di Florence avvisa la polizia della presenza di Bruno.
Raccontato così Action sembra avere quasi una logica, un percorso che è possibile seguire senza grossi problemi.
In realtà così non è, perchè le immagini surreali, meta cinematografiche si sovrappongono ad un ritmo che alla fine crea davvero fastidio nello spettatore, inclso l’utilizzo del turpiloquio mai così presente in un film di Brass.
Ad aggravare le cose c’è la voce chioccia di Luc Merenda che non viene doppiato rendendo il film molto più simile ad una commedia sexy che ad un film con qualche pretesa di dignità.
L’attore recita da dilettante, come richiesto dal regista veneziano, così come volutamente oltre le righe sono tutti i personaggi del film; che alla fine va preso o ripudiato in toto, senza altra possibile alternativa.
Brass smonta il cinema stesso, rendendolo una via di mezzo tra una comica e un qualcosa di completamente opposto, attraverso un linguaggio spesso surreale, spesso triviale, attraverso anche l’utilizzo di una serie industriale di nudi, tra i quali anche quelli integrali di Luc Merenda.

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Un film anarchico, volutamente senza capo ne coda, che termina quasi nello stesso modo i cui inizia.
Il surreale viaggio di Bruno avviene davvero o è semplicemente frutto di un copione cinematografico?
Alla fine, le raffiche dei poliziotti mettono fine al suo viaggio o abbiamo solo assistito ad una rappresentazione che sbertuccia i nostri valori e i capisaldo della nostra morale?
Poichè non c’è alcuna risposta a questi quesiti, inutile lambiccarsi il cervello.

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La sequenza del bagno liberatorio, protagonisti Adriana Asti e Luc Merenda

Certo, vedere Brass che passa da quest’opera a La chiave lascia davvero perplessi.
La cosa più sorprendente è che il regista veneziano veniva da due opere molto controverse, Salon Kitty e Caligola, che sceglie coscientemente di tornare alle opere degli esordi, quando si era segnalato per la sua originalità e visionarietà.
In Action compare un cast molto variegato: si va da Adriana Asti, che da spessore al personaggio della “benzinaia”

Florence ad Alberto Lupo, che recita sulla sedia a rotelle sulla quale era confinato da tempo in seguito ad un ictus che lo aveva colpito, e che riesce a rendere visivamente odioso il personaggio del marito di Florence.

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Brave anche Susanna Javicoli, la svampita Doris che sogna di recitare Shakespeare e che invece finisce nel cast di un film porno e brava Paola Senatore, che interpreta Ann moglie di Bruno.
Spazio al surreale Alberto Sorrentino che sembra un clone del grillo parlante nei panni di Garibaldi e a John Steiner, assistente di Brass regista nella pellicola.

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Action, un film di Tinto Brass. Con Alberto Lupo, Adriana Asti, Luc Merenda, John Steiner, Paola Senatore, Alberto Sorrentino, Franco Fabrizi, Eolo Capritti, Tinto Brass, Giancarlo Badessi, Luigi D’Ecclesia, Susanna Javicoli
Drammatico, durata 121 min. – Italia 1980.

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Luc Merenda     …     Bruno Martel
Adriana Asti         …     Florence
Susanna Javicoli         …     Doris
Paola Senatore          …     Ann Shimpton
Alberto Sorrentino         …     Garibaldi
John Steiner         …     L’assistente del regista
Alberto Lupo          …     Joe marito di Florence
Franco Fabrizi          … Il produttore del film porno

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Regia     Tinto Brass
Soggetto     Tinto Brass
Sceneggiatura     Tinto Brass, Vincenzo Maria Siniscalchi
Casa di produzione     Ars Cinematografica
Fotografia     Silvano Ippoliti
Montaggio     Tinto Brass
Musiche     Riccardo Giovanini, Blue Malbeix Band
Scenografia     Claudio Cinini
Costumi     Jost Jakob

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Viaggio allucinante e delirato; meglio: alterato. La visione del mondo filtrata attraverso la pornografia; il sesso come propulsore alle tensioni (a)razionali dell’essere umano; la purezza (data dall’ingenuità) generata da contesti di nudo onirici e -pertanto che tali- genuini. È un Brass libero dalle briglie, che si permette di apparire (poiché si sente, come di fatto è, Autore) e fare metascrittura. Action è la parodia del cinema che si rivolta su se stesso, che come una spirale inghiotte attori bravi (e belli: Senatore, Merenda) nel vuoto.
Anarcoide e delirante. Sconnesso viaggio meta cinemtografico tra realtà e finzione, pornografia e goliardia, che Brass mette in scena con un provocatorio gusto surreale, onirico, grottesco e ricco di citazioni (da una Londra lurida e suburbana popolata da teppistelli punk che ricorda “Jubilee” di Jarman alla coppia della stazione si servizio di Ossessione). Merenda è autoironico e si doppia da sé; la Senatore e la Javicoli splendide nei loro nudi integrali. E poi un Lupo dall’insulto facile, la Asti, Sorrentino, Fabrizi, Capritti e il “bidiano” Bullo.

All’insegna dell’ “I can’t believe it! ” dal primo all’ultimo fotogramma: che aveva bevuto, mangiato e fumato Brass quel giorno? Quanto stava malissimo da 1 a 2? Talmente squinternato, scombiccherato e scocomerato e sopra/sotto/oltre le righe da essere sublime e da rasentare il capolavoro. L’anello mancante tra Zulaswki in acido e il più sbertucciato Lindsay Anderson. Se si sta al gioco, una goduria e uno spasso assoluti. Di certo l’ultimo Brass considerevole prima della china e in assoluto la cosa più folle che mi sia capitata davanti alle iridi.

Anomalo (ma non per l’epoca) pastiche anarchico di Brass, un grande direttore della fotografia promosso a regista. Che dire: è brutto ma di una bruttezza tutta sua tra velleitarismi e sincera trasgressione, nudità naturale e pornografia, con una trama che sembra costruita giorno per giorno (e forse in parte lo è). Siamo alla fine del sogno di libertà coltivato negli anni 60/70 e questo film nei pregi e difetti anticipa di molto il decennio a venire. Da vedere almeno una volta, con un po’ di pazienza. L’anziano Sorrentino fa il vecchio Garibaldi.

Un film del genere può essere accolto in diversi modi che lo possono fare apparire una vaccata o un capolavoro. Per quello che mi riguarda vale la prima opzione. Brass non mi ha mai detto niente che non fosse la sublimazione del corpo della donna e tutto quello che ne può derivare, dalla poesia più pura all’ultima delle depravazioni. In questo “Action” quello che disturba è che Brass ha voluto tentare il contrabbando di innovazioni e creazioni rubando a man bassa da Kubrick, Fellini, Pasolini, Visconti in un pastiche velleitario e deplorevole.

Difficile giudicare un film del genere, dove i personaggi e le situazioni sono talmente surreali da non riuscire a trovare il bandolo della matassa a fine film. Il tutto diventa una sorta di viaggio allucinante dove si mescolano scene kubrickiane ad un vivace erotismo fatto di nudi integrali e sogni deliranti (un Brass d’altri tempi). Ottimo Merenda, straordinaria la Javicoli.

Delirante e visionario al limite del sublime! Un Brass senza freni che si lascia andare ad un’anarchia assoluta. Anarchia del linguaggio, della sceneggiatura, della messa in scena, insomma l’anarchia che ha contraddistinto il regista in molte delle sue opere (come nEROSubianco o L’urlo). Film che andrebbe visto almeno due volte; personalmente, se alla prima visione sono arrivato a fatica alla fine, la seconda volta l’ho trovato delizioso.

Veramente molto interessante questo esperimento di meta-cinema di Tinto Brass in cui l’autore, oltre alle solite scene di nudo, riesce anche a fare un discorso sul cinema e sulla realtà, sulla rappresentazione e sulla percezione. Un film molto sperimentale che mescola cinema di genere (il porno con il gangster-movie) a quello autoriale con echi della New Hollywood anni 70.

 

marzo 4, 2011 Posted by | Commedia | , , , , , , | Lascia un commento

Emanuelle in America

Emanuelle in America locandina

Sempre alla ricerca di scoop fotografici, Emanuelle questa volta si imbarca in una serie di avventure molto pericolose tra trafficanti di armi e orge veneziane, tra snuff movie e anche un principe africano che la vorrebbe in sposa e che non fa i conti con la bella reporter, troppo indipendente per accettare un legame fisso.
Emanuelle in America, terza opera dedicata alla reporter interpretata da Laura Gemser è il secondo diretto da Aristide Massaccesi con il suo abituale pseudonimo Joe D’amato.

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Laura Gemser

Segue il lusinghiero successo di Emanuelle nera Orient reportage girato nel 1975, mentre questo film è dell’anno successivo.
Joe D’Amato sceglie di mescolare più generi, creando un vero trademark che sarà la caratteristica peculiare di tutti i prodotti successivi; il cinema horror si mescola al thriller, al sexy fino al porno quasi estremo, rappresentato dalla famosa scena censurata in Italia della masturbazione di un cavallo, che verrà replicata in Caligola la storia mai raccontata, anche questo interpretato dalla Gemser.

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Discontinuo e disomogeneo, Emanuelle in America è un film molto forte a livello visivo, caratterizzato principalmente dall’inserzione, nella pellicola, di quello che sembra essere un vero e proprio snuff-movie, rappresentante scene di violenza eseguite da militari ai danni di alcune ragazze.
Scene ferocissime con sangue che scorre a fiumi, mutilazioni impressionanti, falli artificiali in metallo e ganci che straziano i corpi delle prigioniere.

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Scene rese quasi reali dall’abilità di D’Amato, che utilizzò una handy cam e che ebbe poi l’accortezza di rovinare la pellicola, dando alla stessa un senso di impressionante realtà.
La versione italiana uscì mutilata volontariamente dallo stesso regista, che sapeva perfettamente che non avrebbe mai superato la barriera censorea, mentre per il mercato estero vennero girate appositamente scene hard per un tempo di circa 10-12 minuti.
Scene che nulla aggiungono ovviamente all’economia del film, che appare caotico e sopratutto poco credibile.
Ma l’intento di D’Amato viene raggiunto a livello visivo, con un helzapoppin di immagini truculente mescolate ad una storia che se ha dalla sua l’assoluta incredibilità finisce per ammaliare lo spettatore, tutto preso anche dalla generosa esposizione delle forme delle belle protagoniste, ovvero Laura Gemser, Lorraine De Selle e Paola Senatore, entrambe alle prese con ardite sequenze saffiche recitate a turno con la affascinante Gemser.

Emanuelle in America 4

Emanuelle in America 5

Quanto mai fascinose le location, tra le quali spiccano l’ambientazione veneziana, teatro dell’orgia in cui Emanuelle si trova ad accoppiarsi assieme a quasi tutti gli intervenuti fino al villaggio caraibico Chez Fabion nel quale molte mature signore si concedono svaghi (ovviamente sessuali) che danno loro l’illusione di restare giovani e desiderate.
Emanuelle in America non è un brutto film, ma sicuramente va inquadrato nell’ottica di Massaccesi tesa da un lato a glorificare il sesso e la trasgressione e dall’altro furbescamente a strizzare l’occhio verso lo spettatore ansioso di vedere valicato il confine tra l’erotico e il porno, che mai come in questa occasione diventa labile.

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Inutile parlare di recitazione dei vari protagonisti; tutto è corporeo, fisico.
La Gemser replica ancora una volta il personaggio che l’ha resa celebre, a cui è chiesto solo di essere se stessa, ovvero una seducente e affascinante creatura che pur non essendo una vamp emana un fluido erotico che ha poche rispondenze in altre attrici.

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Emanuelle in America, un film di Joe D’Amato. Con Gabriele Tinti, Paola Senatore, Roger Browne, Laura Gemser, Riccardo Salvino,Lorraine De Selle,Marina Frajese Erotico, durata 95 min. – Italia 1976.

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Paola Senatore

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Lorraine de Selle

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Laura Gemser: Emanuelle
Paola Senatore: Laura Elvize
Gabriele Tinti: Alfredo Elvize, duca di Mont’Elba
Roger Brown: senatore
Riccardo Salvino: Bill
Lars Bloch: Eric Van Darren
Maria Pia Regoli: Diana Smith
Giulio Bianchi: Tony
Efrem Appel: Joe
Stefania Nocini: Janet
Lorraine De Selle: Gemini
Marina Frajese: donna sulla spiaggia
Rick Martino: gigolò
Vittorio Ripamonti: un Onorevole al Party di Venezia

Regia     Joe D’Amato
Soggetto     Ottavio Alessi, Piero Vivarelli
Sceneggiatura     Piero Vivarelli, Maria Pia Fusco, Ottavio Alessi
Produttore     Fabrizio De Angelis
Casa di produzione     New Film Production, Krystal Film
Distribuzione (Italia)     Fida Cinematografica
Fotografia     Aristide Massaccesi
Montaggio     Vincenzo Tomassi
Effetti speciali     Giannetto De Rossi
Musiche     Nico Fidenco
Scenografia     Marco Dentici, Enrico Luzzi
Costumi     Luciana Marinucci
Trucco     Maurizio Trani

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Noto per aver portato l’azione nel mondo degli “snuff-movie”, il film è forse fra i peggiori della serie. In questo caso, curiosamente, Emanuelle assume con pedante regolarità un atteggiamento antipatico nei confronti dei suoi interlocutori, il che la rende sgradevole allo stesso spettatore.

Molto superficiale nella sua ipocrita denuncia su certo traffico (femminile) umano, che si favoleggia qui raggiungere punte estreme quali il leggendario snuff. Massaccesi inanella tutta una serie di avventure intersecantesi tra loro, atte a mostrare (e demolire) i tabù dell’epoca, tipo l’incredibile scena di zoofilia tagliata nella versione soft. La Gemser, nei panni della cinica giornalista che dà il nome alla serie di pellicole, si muove con fare distaccato. Per fortuna il regista è qui al suo massimo ed infonde un ritmo notevole al girato.

Nuova avventura cosmopolita per la Gemser che, in missione giornalistica tra una seduzione e un amplesso, giunge ad aprire per un attimo la porta proibita dello snuff: D’Amato si arresta al versante erotico, ma – a differenza del precedente capitolo – avverte già l’esigenza di contaminarlo con altri generi. Tra le starlets non accreditate, nella villa con piscina di Bloch sfilano la Verlier, la Lay e la De Salle; in quella della coppia Tinti-Senatore è ospite la Gobert.

Uno dei migliori della serie apocrifa, se non il migliore. Le vicende della bella fotoreporter Emanuelle in giro per il mondo sono il pretesto per vedere scene erotiche dirette e montate con gusto dallo specialista del genere Joe D’Amato. Lo stesso non si può dire delle scene presenti nella versione hard, girate alla bell’e meglio ed incollate al resto del materiale con bruschi stacchi… Comunque nella versione soft il film ha anche più ritmo e rimane una visione consigliabile. Ottime le musiche di Nico Fidenco.

La Gemser buca lo schermo, il film trafora le sacrosante. Non bastano i fiacchi inserti hard per impedire alle mandibole di slogarsi in ripetuti sbadigli. Ammetto di essermelo sciroppato solo per l’elemento snuff e mi tolgo il cappello davanti a De Rossi e Trani. Buttare alla discarica il resto.

Tra i migliori della serie apocrifa. La storia e i dialoghi naturalmente sono quello che sono (anche se l’elemento snuff è curioso) ma la regia di Massaccesi rende il film godibilissimo. Sul versante erotico le scene soft sono ottime (tra le migliori mai viste in un erotico italiano) mentre quelle hard spesso sono parecchio squallide (specie per alcuni attori in evidente imbarazzo). Ottimi gli effetti speciali all’interno dello snuff e bellissima la colonna sonora di Fidenco.

Emanuelle (una M per copyright) è mischione del personaggio di Jaeckin, 007 e Blow Up; cose che andavano di moda all’epoca. La Gemser, bellissima di Giava (no comment), si districa tra letti e location diverse e risolve varie situazioni, tra cui un traffico di gigolò. L’ipocrisia del tutto è così conclamata che il film è suo malgrado divertente per la faccia tosta di ciò che si dichiara e ciò che invece si vede. Grandioso il tavolino a forma di Marlboro, capolavoro di pubblicità occulta. Spazzatura professionale.

Il tentativo, coraggioso, di Aristide Massaccesi di dare istituto al crossover tra sesso e violenza è ben estremizzato, mentre la storia forse è un pretesto o forse è lo spunto migliore per mostrare il resto. La versione estesa è hardcore, seppure con poche scene girate anche male, ma non è questo il punto. Di erotismo d’autore non se ne parla, ma quello proposto è senza dubbio meno noioso e più intrigante. La parte forte è quella del filmato snuff: super rivoltante e disturbante, quindi fatto benissimo. La sintesi di tutto: è un film di Joe D’Amato!

Essendo un film erotico si può affermare che sia indubbiamente piuttosto piacevole e accompagnato da belle musiche, poi l’inserimento della storia degli snuff movie aggiunge ancora qualcosa in più a questa pellicola ben diretta dal grande Joe D’amato. Indubbiamente uno dei migliori della serie.

Primo film a innestare nella serie, accanto agli ingredienti già consolidati, anche quegli elementi thrilling e violenti che caratterizzano più peculiarmente lo stile del regista (celebri le sequenze dei finti snuff-movie all’interno del film). Ma è anche(e forse è soprattutto per questo che passa alla storia) il primo a contenere scene hard (a dire il vero un po’ acerbe e non troppo disinvolte) destinate alle versioni estere (e oggi abbondantemente recuperate in home video). Mezzo pallino in più per il valore storico e documentario.

Terzo episodio della saga di Emanuelle Nera, uno dei migliori. Joe D’Amato imprime la svolta decisiva alla serie e introduce elementi orrorici (il celeberrimo finto snuff) che si alternano alla commedia, all’erotico e alla pornografia. Scene hard esplicite vedono protagoniste Marina Lotar, Cristina Minutelli e Maria Renata Franco (che si lancia addirittura in una scena di zooerastia). Il tripudio di starlettes a contorno (tra cui giova ricordare Paola Senatore e Lorraine De Selle) e le ottime musiche di Fidenco completano il quadro. Da vedere.

Probabilmente il più famoso dei capitoli della saga, grazie allo “snuff” che in effetti per realismo e crudezza rappresenta un momento fra i più significativi del nostro cinema di genere. Per il resto è il film in cui il personaggio di Emanuelle prende definitivamente forma, con il Massaccesi-style che giunge a compimento in situazioni che poi saranno più o meno replicate nei capitoli successivi e non risultano particolarmente noiose pur nella inconsistenza complessiva della trama.

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dicembre 13, 2010 Posted by | Erotico | , , , , , | Lascia un commento

L’infermiera di notte

Nicola Pischella è un noto dentista con uno studio in una cittadina del sud della Puglia; esuberante, l’uomo ha un’amante fissa e spesso cerca l’avventura facile con qualche sua cliente particolarmente disponibile.
L’uomo ha anche moglie e figlio; mentre la prima, Lucia, è sempre sul chi vive conoscendo la vivacità del marito, il figlio Carlo sembra non aver ereditato la passione del padre per le gonnelle.
Carlo infatti dedica quasi tutto il suo tempo allo studio.

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Gloria Guida è Angela

La routine famigliare viene devastata dall’improvviso arrivo di Saverio Baghetti, zio della moglie di Nicola, che apparentemente sembra essere in fin di vita.
Nicola e Lucia lo accolgono con calore essendo l’uomo ricchissimo e sperando ovviamente in un lascito a loro favore; per vegliare sull’uomo viene anche assunta una giovane e affascinante infermiera, Angela Della Torre, che viene ben presto insidiata dagli uomini di casa.

L'infermiera di notte 2

Sia Nicola, sempre irresistibilmente attratto dalle donne, sia l’anziano e finto moribondo Saverio infatti attentano alle virtù della spigliata ragazza, ma l’unico a goderne i favori alla fine sarà proprio Carlo che farà breccia nel cuore di Angela grazie anche alla sua riservatezza.
Intanto in casa Pischella lo zio Saverio sembra alla ricerca di qualcosa; quel qualcosa è un diamante dal valore immenso che il vero Saverio ha nascosto in un lampadario che ora è in casa dei Pischella.

L'infermiera di notte 3

L’uomo che ha assunto l’identità dello zio Saverio è in effetti un volgare ladro, di nome Alfredo che ha appreso dal vero Saverio dell’esistenza del favoloso diamante.
Dopo varie peripezie, sarà proprio Carlo a beffare tutti e a impadronirsi del diamante, che andrà a godersi con la bella Angela.
L’infermiera di notte, film del 1979 diretto da Mariano Laurenti, autore di diversi “classici” della commedia sexy come Il vizio di famiglia, Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda, La bella Antonia, prima Monica e poi Dimonia, L’insegnante va in collegio ecc. è un film che non si discosta molto dagli altri prodotti seriali girati nel periodo di massimo fulgore del genere, che ebbe un notevole successo negli anni a cavallo tra il 1975 e il 1980.
E’ anche uno dei pochi prodotti di discreto livello della commedia sexy, ormai in fase di stanca e sopratutto in fase di ripetitività infinita.

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Se la trama non è particolarmente originale, il film si segnala quanto meno per una certa eleganza formale e per la mancanza dei soliti elementi pecorecci; ci sono i canonici nudi femminili, affidati alle bellissime interpreti del film, ovvero Gloria Guida, Paola Senatore, Annamaria Clementi, ma non sono mai volgari.
Il cast è costituito da molti dei caratteristi che fecero la fortuna del genere; si va da Lino Banfi, il solito impenitente donnaiolo anche un tantino sfigato alla professionale Francesca Romana Coluzzi, passando per Mario Carotenuto, il furfante che si introduce in casa Pischella per rubare il diamante all’immancabile Alvaro Vitali che interpreta l’allupato Peppino,braccio destro di Nicola.

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Nel cast c’è anche l’immancabile Jimmy il Fenomeno; la location è sicuramente da apprezzare, una Puglia da cartolina incluso il ristorante Grotta Palazzese di Polignano, celebre per la sua magnifica veduta sulle scogliere della ridente cittadina in provincia di Bari.

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L’infermiera di notte, un film di Mariano Laurenti. Con Gloria Guida, Leo Colonna, Alvaro Vitali, Mario Carotenuto, Paola Senatore,Lino Banfi, Francesca Romana Coluzzi, Lucio Montanaro
Commedia sexy, durata 95 min. – Italia 1979.

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L'infermiera di notte banner protagonisti

Lino Banfi    …     Nicola Pischella
Gloria Guida    …     Angela Della Torre
Alvaro Vitali    …     Peppino
Leo Colonna    …     Carlo Pischella
Mario Carotenuto    …     Zio Saverio / Alfredo
Annamaria Clementi    …     Moglie del pugile
Lucio Montanaro    …     D.J.
Ermelinda De Felice    …     Regina, la Cameriera
Vittoria Di Silverio    …     Zia di Angela
Jimmy il Fenomeno    …     Postino
Francesca Romana Coluzzi    …     Lucia moglie di Nicola
Paola Senatore    …     Zaira amante di Nicola

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Regia: Mariano Laurenti
Sceneggiatura: Mariano Laurenti, Franco Milizia
Musiche: Gianni Ferrio
Costumi: Silvio Laurenzi
Editing: Alberto Moriani

Le recensioni appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI


La Guida è splendida, il film molto meno. Per arrivare a 90’ Gloria canta e balla. La storia (di Milizia e di Laurenti) è poca cosa. La “vis” del film sta tutta in un grande Lino Banfi, visto che Carotenuto ha meno spazio e meno battute. La Senatore e la Clementi si spogliano e basta. Trionfo di Pejo, J&B, Fernet Branca, Punt e Mes. Come se non bastasse, sugli scudi una discoteca di Ceglie ed un ristorante di Polignano…

Commedia sexy all’italiana di media qualità (a firmarne la regia non è Sergio Martino, ma nemmeno Michele M. Tarantini). Come sempre a tenere dèsta l’attenzione e smuovere qualche spontanea risata è l’inimitabile Banfi prima maniera (qui nei panni di “dentista” sui generìs), mentre l’occhio trae giovamento dalle perfette curve dell’acerba Gloria Guida (memorabile la scena con il termosifone e Banfi nascosto alla finestra). Resta titolo dignitoso, in grado di divertire per 90 minuti, al quale la Guida ha posto (come sugli altri) il vèto assoluto.

Bella prova di commedia erotica italiana: vivacissima, senza inutili volgarità, ideale per una serata divertente e serena. La Guida, la Senatore e la Clementi sono al top della bellezza, affiancate da un impareggiabile terzetto di caratteristi (Banfi, Carotenuto, Vitali), cui si aggiunge la simpatia della Coluzzi.

Riuscita commedia di Laurenti con la Guida a spogliarsi e la coppia Banfi-Vitali che provvede alla parte comica (ma non dimentichiamo il grande Mario Carotenuto). Il meccanismo funziona bene, sono poche le digressioni inutili (giusto le canzoni della bionda protagonista in discoteca), mentre il dentista perennemente “ingriféto” interpretato da Banfi resterà uno dei suoi ruoli memorabili… Lo strano intreccio da giallo che accompagna la storia principale poteva anche essere evitato, a mio avviso.

Non basta piazzare un pur volenteroso e scoppiettante Banfi come baricentro e sperare/aspettare che attorno alle sue prestazioni il film si faccia da sé. Un film è fatto anche di cura registica, di una sceneggiatura, di idee e di un ritmo capace di scandirle e sostenerle; tutte cose che a Laurenti paiono volare parecchi metri sopra la testa quando prova a dirigerne uno. Per chi è di facilissimi contentini.

Commedia sexy esemplare, per tempi comici e tecnica. Mai volgare e tenuta benissimo nonostante la semplicità dello spunto, ha un parco attori in stato di grazia, soprattutto Banfi e Carotenuto, capaci di veri pezzi di bravura, così come il regista Laurenti, che inanella disinvolto sequenze perfette, arrivando addirittura a far fare un campo-controcampo tra Banfi e Leo Colonna che parlano tra loro agli attori stessi, cambiando la loro posizione durante il dialogo. Gloria Guida non si discute, una dea, e in più canta la cultissima “La musica è”.

Commedia scollacciata infermieristica che appartiene all’ultimo periodo in cui la stessa ebbe popolarità. Banfi divertente, ma tutto sommato riprende il suo solito repertorio alla “Totò della Puglia”; in ogni caso tiene in piedi il film. Carotenuto simpatico, ma il suo personaggio appare stucchevole e fine a se stesso. Bellissima ed in doppia versione infermiera-diva della disco Anni Settanta la Guida, qui nelle ultime apparizioni nella commediaccia di serie B prima dell’imminente incontro con Dorelli e relativo avanzamento alla commedia di serie A.

Sicuramente non uno dei nostri migliori film scollacciati. Tutto il film si sorregge sulle spalle di Banfi che, pur in forma, propina i suoi soliti tic e giochi di parole, pur tuttavia senza annoiare. La Guida è meno genuina e simpatica del solito e questo stona. Carotenuto non brilla come altrove così come Vitali. La Senatore in gran forma! I siparietti musicarelli della Guida, ripeto qui spocchiosa oltre modo, suonano molto come un tentativo di allungare la minestra! Vedibile ma nulla più!

Divertente commedia sexy, forse la migliore del periodo. Diretta dall’esperto Laurenti con mano felice, si avvale di un copione leggero ma abile nell’evitare i cliche del genere, con battute e situazioni azzeccate e un cast particolarmente affiatato. Banfi e Vitali sono in grande spolvero, Carotenuto è immenso come sempre, la Coluzzi esilarante, la Guida splendida come non mai. Grande apparizione del mitico Jimmy Il Fenomeno.

Gente che scappa dagli armadi e da sotto ai letti, quindi ancora una inutile storiella d’amore tra la bellissima Guida all’apice del successo (anche se sensualmente vale di piu la sempre nuda Clementi) e il giovane sfigato di turno come contorno a gag spesso efficaci e comunque con meno volgarità del solito; non molti caratteristi minori (si segnalano graziosi Jimmy Fenomeno e Lucio Montanaro) ma ancora è Lino Banfi il motore umoristico, ciò per cui il film vale la pena d’esser visto; Vitali incassa schiaffi da far concorrenza a Bombolo…

Tre lampi: Carotenuto a letto che tenta di sedurre la bellissima Guida, Banfi che anela alla medesima cosa, Origene Soffrano alias Jimmy il fenomeno che fa il postino alquanto ottusetto. Ecco in estrema sintesi la pellicola, condita di erotismo raffinato, beandosi della grazia ed eleganza di una sensuale Gloria Guida e della vis comica di un “zio” Lino sempre in forma (non fisica!) perfetta. Da vedere assolutamente.

Paninazzo iperfarcito:c’è un intrigo truffaldino, un flirt tra ragazzi, una gara di ballo, un’esibizione canora della Guida, un’amante trascurata che cornifica Banfi con Vitali, la moglie del pugile che vuole cornificare il marito col figlio di Banfi… Ma soprattutto c’è Banfi, e le scene cult sono poi solo tre: Banfi e il portalettere, Banfi e il trucchetto della stufa, Banfi che tenta di sedurre Vitali che si è travestito da Guida. Carotenuto è un po’ sacrificato. Molto divertente, nell’insieme.

Esagererò evidentemente, ma lo trovo uno dei più alti esempi di commedia sexy e sicuramente la miglior commedia di Laurenti (o quasi). Pochi i motivi ma importanti: si ride a crepapelle (al contrario delle altre commedie dove più che altro si SORRIDE), Banfi (che tira in ballo Santi e Madonne in ogni occasione) ci dà una delle sue performances più memorabili, l’uso dell’erotismo è sublime e la Guida ci regala una delle sue prove d’attrice migliori. Il resto del cast segue senza brillare (ma Carotenuto è sempre bravo). Donne bellissime. Da vedere!

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novembre 29, 2010 Posted by | Commedia, Erotico | , , , , , , , | 1 commento

L’assassino ha riservato nove poltrone

L'assassino ha riservato 9 poltrone locandine

Nove persone e una decima che si nasconde nell’ombra di un  teatro, all’apparenza vuoto, di proprietà di uno dei 9.
Patrick Devenant invita otto suoi amici (ma il termine è decisamente eccessivo) a trascorrere una serata in un suo teatro, completamente vuoto.
Così i 9 arrivano a destinazione; immediatamente ci si rende conto che tra di essi non regna l’armonia, anzi.
Sembrano esserci antipatie e anche odio, oltre ad asti dovuti a svariati motivi.

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Cè’ Patrick che ha una relazione con Vivian, Rebecca Davenant che ha una relazione lesbica con Doris, Lynn Davenant con Duncan Foster, c’è Kim che ha una relazione con Russell e infine c’è Albert; un gruppo assolutamente eterogeneo di persone, che ben presto però verrà coinvolto in una spirale di morte.
La prima a cadere è la giovane Kim, uccisa mentre recita davanti al gruppo; subito dopo tocca a Doris, schiacciata tra due pesanti porte.

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Paola Senatore

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E’ poi la volta di Rebecca, straziata a pugnalate e corcefissa, poi toccherà a Russell, impiccato…..
Uno dopo l’altro gli sventurati ospiti di Davenant cadono vittime del misterioso assassino; dal teatro non è possibile uscire in alcun modo, perchè l’assassino ha inchiodato le porte.
Riuscirà qualcuno a sopravvivere?
L’assassino ha riservato nove poltrone , film del 1974 diretto da Giuseppe Bennati su sceneggiatura dello stesso unitamente a Paolo Levi è un thriller con connotazioni soprannaturali.
Un film decisamente in tono minore, sopratutto per lo stanco espediente di ricalcare per l’ennesima volta la trama di 10 piccoli indiani della Christie e sopratutto penalizzato da una sceneggiatura assolutamente ostica, in cui è difficile districarsi nonostante il finale in qualche modo cerchi di spiegare ciò a cui abbiamo assistito.

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Cris Avram (Patrick)

La lunga teoria di morti non da tensione al film, che appare molto slegato; tuttavia l’efferatezza delle scene rende quanto meno poco soporifero il film, afflitto da ua cronica mancanza di tensione.
Tra un morto ammazzato e l’altro troppe pause, che il regista cerca di colorare di sexy mostrando le varie protagoniste in abiti succinti, risparmiando solo la Schiaffino.
Eros e tanatos, quindi, presenti in ogni buon thriller anni settanta ma in un amalgama davvero imperfetto.

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Paola Senatore è Lynn

Poca colpa va attribuita agli attori, che appaiono spaesati più dal dover recitare in un luogo vuoto in cui non è presente una minaccia visibile (l’assassino sembra un’ombra dell’aldilà, cosa che rende ancor più increibile il film) che per colpe specifiche o mancanze proprie.
Nel cast c’è Eva Czemerys, che interpreta Rebecca, alle prese con una relazione lesbica con Dorys, interpretata da Lucrezia Love; se la prima mostra qualche imperfezione recitativa, la seconda appare davvero svagata e fuori parte.
C’è ancora la bella Janet Agren, nei panni di Kim, la prima a morire ammazzata quindi poco giudicabile nel complesso; cè la bella Rosanna Schiaffino, che interpreta Vivian, l’unica delle protagoniste femminili a restare abbottonata e con i vestiti ben calzati addosso.
C’è Paola Senatore, che quanto meno si fa perdonare per la sua bellezza esplosiva e generosamente mostrata, che intepreta una stravagante Lynn, donna dagli ambigui costumi; tra gli uomini vanno segnalati Howard Ross (Russell) e Cris Avram (Patrick), che fanno la loro parte con relativa sufficienza.

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Lucretia Love

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Janet Agren

Quello che disturba principalmente, nel film, è l’isterismo di cui sembra preda il cast femminile, costretto a usare grida e espressioni di paura per sopperire alla assoluta mancanza di tensione nel film, che alla fine risulta essere l’arma in meno dello stesso.
Un thriller decisamente mediocre, mal diretto e poco attraente.

 

L’assassino ha riservato nove poltrone ,un film di Giuseppe Bennati. Con Rosanna Schiaffino, Lucretia Love, Howard Ross, Andrea Scotti, Chris Avram, Janet Agren, Paola Senatore, Eva Czemerys,Gaetano Russo
Giallo, durata 92 min. – Italia 1974.

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Janet Agren e Lucretia Love

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Howard Ross e Rosanna Schiaffino

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Eva Czemerys

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Rosanna Schiaffino     …     Vivian
Chris Avram    …     Patrick Davenant
Eva Czemerys    …     Rebecca Davenant
Lucretia Love    …     Doris
Paola Senatore    …     Lynn Davenant
Gaetano Russo    …     Duncan Foster
Andrea Scotti    …     Albert
Eduardo Filipone    …     L’assassino misterioso
Luigi Antonio Guerra    …     Caretaker (credit only)
Renato Rossini    …     Russell (come Howard Ross)
Janet Agren    …     Kim

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Regia di Giuseppe Bennati
Prodotto da Dario Rossini
Sceneggiato da Giuseppe Bennati,Paolo Levi
Musiche di Carlo Savina
Editing di Luciano Anconetani

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“L’intreccio narrativo è poca cosa, trattandosi dell’ennesima versione di “Dieci piccoli indiani” adagiata all’interno di un teatro frequentato da gente non proprio esemplare e – come morale “horror” vuole – passabile pertanto di punizione. Ma il folto gineceo femminile attira l’attenzione e dona un plus all’estetica del film: dei gialli questo è forse l’unico esemplare che raduna siffatte bellezze. Né è parco di delitti, prospettati in maniera assai feroce ed intervallati a sequenze d’erotismo (per l’epoca) spinto. Thrillerotico

Interessante pellicola, che incomincia come un classico giallo gotico, incrociato con “Dieci Piccoli Indiani”, ma che presto vira verso il fantastico e il mystery-tale, con risulati originali e border-line. Memorabili gli omicidi, tutti efferati, e il finale nei sotterranei del lugubre teatro.

Partendo da una situazione trita e ritrita (alcune persone che restano intrappolate in luogo chiuso e cominciamo a morire una dopo l’altra sotto i colpi di una mano misteriosa), il regista Bennati è incerto su quale strada prendere e dà così vita ad un film debolissimo e noioso, che si trascina avanti tra situazione viste e riviste, fino ad arrivare ad uno sconcertante finale, che lascia più che interdetti per la sua inconcludenza.

Spesso sottovalutato, è invece uno dei migliori gialli ambientati in luoghi chiusi che io abbia mai visto, che può contare su un nutrito cast di buoni attori (Avram, Ross) e alcune delle migliori bellezze femminili del nostro cinema (Agren, Senatore, Czemerys, Love), che però si spogliano moderatamente. L’atmosfera è assicurata dall’ambientazione nel vecchio teatro e dalle musiche di Carlo Savina (parzialmente riprese da Contronatura). Coraggioso e riuscito lo svolgimento finale.

Buon giallo di vecchio stampo. Lento quanto basta, come deve essere un giallo doc, gode dell’ottima ambientazione teatrale, decisamente efficace e a tratti claustrofobica. L’effetto “siamo in trappola e non ci sono vie di uscita” è formidabile e funzionale al racconto. Rivisto oggi è un film piuttosto invecchiato, forse destinato solo agli aficionados del cinema settantiano italico, ma d’altronde chi altri può avere il desiderio di rivedere questo film?

Grande, grandissimo giallone anomalo e suggestivo. Unica pecca: il ritmo non altissimo e qualche momento di noia (caratteristica quasi insita nel genere!). Per il resto solo cose positive: l’atmosfera malsana, il riuscito incipit di cui avevo letto su Nocturno, l’inquietante maschera dell’assassino, la brutalità degli omicidi. Eppoi il finale, che proprio nel suo crossover di generi (dal thriller al gotico nel breve volgere di una sequenza, come se gli attori, scendendo nei sotteranei, entrassero in un altro film) riesce a spiazzare lo spettatore. Sorprendente.

Interessante anche se molto tardivo rispetto al suo genere, molto più in voga nel decennio precedente. La presenza di Janet Agren e il duo lesbico Czemerys-Love giustificano appieno il ritardo. Non mancano la suspense e neppure le disinibizioni erotiche, almeno a livello concettuale. Una claustrofobia poetica, non fastidiosa e ossessiva. Siamo lontani dai thriller più lugubri di altri registi contemporanei, ma merita di essere visto.

Curiosa ambientazione teatrale, che ispirerà altri registi in seguito. Il film mescola il giallo classico (alla Dieci piccoli indiani) con i toni più maliziosi e violenti del thrilling all’italiana. Come spesso accade in questo tipo di cinema, la regia interrompe la narrazione per indugiare (piacevolmente) sulle grazie femminili, raffreddando però il phatos del racconto. Gli attori se la cavano e l’assassino è molto fantasma del palcoscenico”


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agosto 2, 2010 Posted by | Thriller | , , , , , , , , | Lascia un commento

Un tipo con una faccia strana ti cerca per ucciderti

Un tipo con una faccia strana locandina

Due bande rivali, un omicidio; ad affrontarsi sono le gang di Gaspare Aversi e quella capitanata da Don Vito.
La peggio tocca proprio a Gaspare, che vien fatto uccidere dal rivale.
Il defunto ha però un figlio, in carcere per un reato, che proprio in quei giorni scontata la pena torna a casa, accolto dalla madre che ovviamente lo istiga alla vendetta.
Rico, questo il nome del giovane, decide di usare un cavallo di Troia per vendicarsi; si allea con Cirano, ex amico del padre passato ora ai servizi di Don Vito, e con l’aiuto di una ragazza si impossessa di un prezioso carico di diamanti, di proprietà di Don Vito e del Marsigliese.

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Paola Senatore è Concetta

Un tipo con una faccia strana 14Christopher Mitchum è Rico Aversi

Ma il tradimento è dietro l’angolo, e Cirano tenta di far suo tutto il bottino.
Il Marsigiese, nel frattempo, si vendica a sua volta facendo sterminare tutta la famiglia di Rico, che così si trova ad affrontare, su un terreno avverso, una vendetta diventata ormai irrinunciabile.
Un tipo con una faccia strana ti cerca per ucciderti , film del 1973 diretto da Tullio Demicheli, è un thriller che avrebbe meritato ben altra sorte rispetto al modesto risultato ottenuto ai botteghini; colpa dell’assoluta inespressività dell’attore protagonista, Christopher Mitchum, figlio decisamente degenere del grande Robert.

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Il talento non è ereditario, è questo assioma è confermato proprio dall’interprete di Rico Aversi, il personaggio principale, che avrebbe bisogno di un’interpretazione di ben altro livello rispetto a quella fornita da Mitchum, che si segnala per l’assoluta legnosità che caratterizza la sua recitazione.
A parte questo grosso handicap, che è in pratica una vera partenza in salita, il film presena momenti interessanti alternati a cadute di una sceneggiatura quantomeno approssimativa, rappresentata per esempio dalla famosa scena che tanto piace a Tarantino in cui Rico e la sua alleata Scilla (una sempre affascinante Barbara Bouchet) rapinano i due corrieri di Gaspare e del marsigliese con un espediente degno di un decamerotico.

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Barbara Bouchet è Scilla

Mentre Scilla fa uno spogliarello (decisamente sexy) in mezzo alla strada, i due allupati corrieri del boss si fermano ovviamente per caricarla u, con la logica conseguenza di lasciare incustodito il malloppo, che altrettanto ovviamente viene recuperato da Rico.
Rico, o anche Ricco, come chiamato nella versione americana, paga con lo sterminio della sua famiglia la sua sete di vendetta; anche sfigato, il povero protagonista perchè all’uscita dal carcere trova la sua donna, Rosa (un’altra sexy interprete, Malisa Longo) passata sotto le lenzuola del suo vizioso nemico.
Che ovviamente pesca a mani basse nell’entourage del povero Rico; anche Cirano (Eduardo Faiardo) ha tradito suo padre, così come tradirà lui.

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Il mefistofelico Arthur Kennedy che interpreta Don Vito è ovviamente la cosa migliore del film; il personaggio, caratterizzato dalla mancanza assoluta di scrupoli, perverso e violento, è nelle corde dell’attore americano (scomparso nel 1990), che ne tira fuori una interpretazione da attore consumato.
Il cast femminile, composto dalle citate Bouchet e Longo è completato da Paola Senatore: a ben vedere i loro nudi sono una parziale consolazione ad un film scoordinato, violento ma con una carica di tensione tutto sommato non svilita dalle sue pecche.

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Qualche scena gore in verità c’è, sopratutto quella in cui Rosa è a letto con l’amante, uno degli uomini di Gaspare; sguardi smarriti, punizione.
Una vasca colma d’acido vendica il boss dall’affronto.
Insomma un andirivieni di scene violente, pestaggi (Rico che stende quattro uomini a colpi di karate), sesso, con una morale di fondo; nella mala il più pulito ha la rogna.
Inclusi familiari, amanti e amici.

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Malisa Longo è Rosa

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Un tipo con una faccia strana ti cerca per ucciderti, un film di Tullio Demicheli, con Christopher Mitchum, Barbara Bouchet, Malisa Longo, Eduardo Fajardo, Paola Senatore, Arthur Kennedy,Thriller, produzione Italia/Spagna 1973 Titolo internazionale Ricco the mean machine

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Christopher Mitchum -Rico Aversi
Barbara Bouchet- Scilla
Malisa Longo -Rosa
Eduardo Fajardo -Cyrano
Manuel Zarzo -Tony
José María Caffarel -Il Marsigliese
Ángel Álvarez -Giuseppe Calogero
Arthur Kennedy-Don Vito
Paola Senatore -Concetta
Luis Induni- Gaspare Aversi

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Regia: Tulio Demicheli
Soggetto e sceneggiatura: Mario Di Nardo, Sebastiano Moncada, José G. Maesso
Fotografia: Francisco Fraile
Musica: Nando De Luca
Montaggio: Angel Serrano
Produzione: B.R.C. Produzioni, Tecisa Film

giugno 12, 2010 Posted by | Thriller | , , , , | 1 commento

Nenè

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Il piccolo Ju è un bambino di età indefinibile, tra gli otto e i dieci anni; vive con la sua famiglia in una casa malmessa in campagna, afflitto da una sorellina impicciona e traditrice, da un padre frustrato nelle sue ambizioni e nel lavoro, e da una madre ancor più frustrata, che non smette mai di rinfacciare al marito i suoi fallimenti.
Ju è in un’età delicata.

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Leonora Fani è Nenè

Avverte i primi fremiti della carne, confusamente, che diventeranno ancor più confusi quando a casa dei suoi arriva Nenè, un’adolescente che i suoi genitori accolgono perchè rimasta orfana.

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Ju spia il mondo dei grandi, i suoi genitori

Tra Nenè, confusa e smarrita dalla nuova situazione, anche lei presa da fremiti ormonali e il piccolo Ju si stabilisce subito una buona intesa.
I due diventano confidenti, così Ju si trova a vivere una situazione differente da quella in cui dovrebbe vivere alla sua età.
E’ circondato da donne, ognuna differente quanto possono esserlo fra loro persone appartenenti a età diverse e situazioni diverse; la madre accetta rapporti al limite del masochismo con il tanto disprezzato marito, la maestra di ripetizioni di Ju, che vede sfiorire la sua bellezza, parla al ragazzino delle disillusioni della sua vita, mentre Nenè è l’unica che lo tratta quasi come un compagno di giochi.
Siamo nel 1948, qualche giorno prima delle elezioni politiche che avrebbero dovuto significare lo spostamento a sinistra del paese, con l’avanzata del fronte popolare.
Una speranza di tanti italiani, venuti fuori dalle rovine della guerra, ansiosi di vedere un paese nuovo e una classe politica vicina alle esigenze della classe lavoratrice.

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Compagni di gioco….

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… e compagni di confidenze

Su questo sfondo si muovono i vari personaggi, quasi tutti perdenti, dai due coniugi, frustrati nelle loro ambizioni al barbiere del paese, comunista sfegatato che per il giorno delle elezioni organizza un banchetto con musica, salvo rimanere crudelmente deluso dall’esito delle elezioni.
Anche Nenè è una perdente, perchè oltre ad aver perso i riferimenti abituali di un’adolescente, il padre e la madre, si innamorerà di un giovane mulatto, Rodi, che lega subito anche con Ju, salvo essere sorpresa dal padre del bambino mentre è in atteggiamenti affettuosi con il giovane.

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Ju osserva con curiosità Nenè

La ragazza verrà frustata a sangue dall’uomo, che in qualche modo sfoga le sue delusioni (la vita provvisoria senza soddisfazioni, la sconfitta politica, un matrimonio noioso e cupo) su Nenè, provocando la reazione del piccolo Ju, che griderà verso il nulla “non voglio crescere più”, deluso da quel mondo adulto così incomprensibile per lui, assolutamente in sintonia con i suoi problemi, perchè anche il paese stesso non riesce a crescere.
Nenè girato nel 1977 da Salvatore Samperi è il film che non ti aspetti dal regista padovano.

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Reduce dai fasti principalmente commerciali di Malizia, rinverditi da film di cassetta come Peccato veniale, Scandalo e Strumtruppen, Samperi adatta per lo schermo il romanzo omonimo di Cesare Lanza, con risultati sorprendenti.
Lungi dall’accentuare la parte erotica del romanzo, che in qualche modo tende a mostare i primi pruriginosi problemi del giovane protagonista Ju, Samperi guarda con sguardo sapiente e intelligente alle storie che circondano proprio il protagonista principale, raccontando con tono dimesso i fallimenti dei vari componenti del film, in parallelo con i fallimenti degli ideali di quanti speravano in un esito politico diverso delle elezioni del 48.

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Lezioni di vita della maestra di Ju

La storia si muove quindi sui binari paralleli dell’iniziazione sessuale di Ju, che rimane comunque abbastanza estraneo a turbamenti che percepisce ma dei quali non sembra preoccupato, su quelli di Nenè, ben più importanti perchè presenti in una adolescente in piena tempesta ormonale e affettiva, fino al binario meno illustrato con le immagini, ovvero quello politico/sociale.
Facendo attenzione a non andare mai sul terreno minato dello scabroso e del sensazionalismo, il regista riesce a dare una visione lucida e pulita del delicato tema della sessualità nei bambini e negli adolescenti, attraverso una storia che regge bene dall’inizio, ben fotografata e sopratutto ben recitata, grazie al cast che fa miracoli.
Bene il piccolo e sdentato Sven Valsecchi, che interpreta Ju, il bambino curioso, ma non più di tanto, alle prese con l’affascinante e inesplorato mondo femminile, che esprime candore e malizia in maniera perfetta; bene Leonora Fani, forse nella sua interpretazione migliore, anche lei alle prese con un personaggio difficile.
Sorprendente Paola Senatore, in un ruolo non principale, ma importante come quello della madre di Ju; una donna dalle ambizioni frustrate, che sfoga sul marito le sue voglie inespresse e incompiute di una vita diversa.

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Molto bravo Tito Schirinzi, il papà di Ju, uomo nel guado, uscito a pezzi dalla guerra, mortificato nell’animo dall’impossibilità di dare decoro alla sua famiglia e sopratutto asfissiato da una moglie nevrotica, che gli imputa i fallimenti di cui lui ha colpa molto relativa.
E infine da segnalare il personaggio dell’insegnante di Ju, interpretata benissimo da Rita Savagnone, anch’essa una donna avviata sul viale del tramonto malinconicamente, senza soddisfazioni e il personaggio del barbiere, piccolo cameo del solito eccezionale Tognazzi.

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Un film da gustare, privo di volgarità; basti pensare alla delicatezza di una delle scene cruciali del film, quando Nenè e Ju sono nello stesso letto.
Alla richiesta del bambino di praticargli una fellatio, Nenè acconsente e subito dopo chiede al bimbo ” ma ti è piaciuto?” . E lui, seraficamente risponde “insomma”; il tutto chiaramente senza alcuna immagine disturbante, come accade invece nel film Maladolescenza, dove il tema della sessualità adolescenziale è esplicitato con immagini di dubbio gusto.
Un Samperi ad alto livello, in un film che personalmente ritengo il suo migliore.
In ultimo segnalazioni per la sceneggiatura di Alessandro Parenzo , la fotografia davvero sontuosa di Pasqualino De Santis e le musiche di Francesco Guccini.

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Nené, un film di Salvatore Samperi. Con Leonora Fani, Paola Senatore, Rita Savagnone, Tino Schirinzi, Ugo Tognazzi, Sven Valsecchi
Drammatico, durata 97 min. – Italia 1977.

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Il barbiere, Ugo Tognazzi, festeggia una vittoria che non ci sarà

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Sven Valsecchi: Ju
Leonora Fani: Nené
Alberto Cancemi: Rodi, il mulatto
Rita Savagnone: maestra di Ju
Vittoria Valsecchi: Pa
Tino Schirinzi: padre di Ju e Pa
Paola Senatore: madre di Ju e Pa
Ugo Tognazzi: “Baffo”, il barbiere


Regia:     Salvatore Samperi
Soggetto:     Cesare Lanza (romanzo)
Sceneggiatura:     Salvatore Samperi e Alessandro Parenzo
Produttore:     Giovanni Bertolucci
Casa di produzione:     San Francisco Film
Fotografia:     Pasqualino De Santis
Montaggio:     Sergio Montanari
Musiche:     Francesco Guccini
Scenografia:     Ezio Altieri
Costumi:     Ezio Altieri

 

 

“Tutti sono delusi, in Nenè. E Samperi ce ne dà conto con un narrare tranquillo, senza improvvidi slanci, quasi una cronaca sommessa venata di pulsioni che sboccano nella violenza finale e subito rientrano nell’ombra triste dell’epilogo. Giovandosi della fotografia suggestiva di Pasqualino De Santis, delle musiche di Francesco Guccini, d’una interpretazione almeno in un caso sorprendente. Pensiamo a Tino Schirinzi, che accanto a Paola Senatore e a Rita Savagnone (la maestra) dà al film una forte impennata: bravissimo nei panni d’un padre che forse la guerra ha reso cattivo, e ormai spera soltanto di vincere alla Sisal, ma continua a proibire. Se Schirinzi, all’esordio sul grande schermo dopo teatro e Tv, è un apporto prezioso per il nostro cinema, forse per la prima volta non s’ha da dir male nemmeno di Leonora Fani: a lungo usata come lolita dei cinema di serie C (a ventitré anni ha già fatto quattordici film), e qui finalmente redenta in una Nenè graziosa e fresca. Il piccolo Ju è Sven Valsecchi, per niente lezioso. È il barbiere chi è? Sorpresa, è Tognazzi, che dà un tocco sanguigno e un rintocco accorato a un film di sconfitti: qualcosa di molto diverso dal racconto morboso promesso ai voyeurs.”
Giovanni Grazzini

“Interessante. Samperi dirige con proprietà pure i bambini (Sven e Vittoria Valsecchi), che non cadono quasi mai nel lezio. È aiutato da attori notevoli, perché Schirinzi e la Savagnone sono bravissimi, la Fani è perfettissima per la parte, la Senatore se la cava bene in un ruolo nel quale prevale il dramma. Inoltre ci presenta (non accreditato!) Ugo Tognazzi (barbiere “rosso” nel marzo-aprile del 1948), il cui figlio è aiuto-regista. Un filino sotto il “buono”, ma decisamente è da vedere.

Drammatico e distorto avvio alla scoperta delle prime “tensioni” sessuali per il piccolo Ju (il bravissimo Sven Valsecchi). A fare da guida, verso l’iniziazione delle pulsioni erotiche, dei primi turbamenti e della gelosia, nientemeno che la cuginetta (di poco più grande) Nenè (Leonora Fani). Ambientato in un dopoguerra quasi glaciale, tormentato da estremismi politici e false rivoluzioni (eccezionale il breve, ma pregnante, ruolo di Tognazzi, comunista incallito e deluso) il film di Samperi affronta con spregiudicata naturalezza un tema ostico, pur divertente ma anche doloroso e sconveniente.

L’iniziazione al sesso è sempre stata nelle corde di Samperi, ma in questo caso è sviluppata in un modo assai interessante, più giocoso che morboso e più attento ai risvolti psicologici ed esistenziali. La fotografia è molto curata e gli attori bravissimi: il candore infantile di Valsecchi, l’irrequietezza della Fani, il violento isterismo del padre-padrone Schirinzi. Sullo sfondo, l’Italia post-bellica e il rovente clima pre-elettorale del 1948, vissuto dalla figura del barbiere comunista Tognazzi, in un indimenticabile cameo.

Buon film di Samperi, perfettamente a suo agio nel raccontare con notevole delicatezza la storia di questi ragazzini di provincia nel dopoguerra, tra problemi di tutti i giorni e curiosità sessuali. Meno riuscita è la parte con Tognazzi, molto “teorica” e che non si integra a dovere col resto del film… In ogni caso nel complesso è un’opera interessante e la Fani è a dir poco spettacolare.”

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Mag 28, 2010 Posted by | Drammatico | , , | 2 commenti