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Le notti peccaminose di Pietro l’Aretino

Mentre un predicatore tuona contro le vanità del mondo,additando le donne come esempio in negativo,incapaci di fare il loro dovere di madri e casalinghe, la cortigiana Longobarda lo incrocia mentre sta per recarsi nella campane ciociare per prelevare sua figlia,affidata a contadini amici
per portarla a Roma e avviarla alla professione che peraltro pratica con successo.
Sarà l’occasione,per madre e figlia,di incontrare personaggi strambi e surreali,mentre Longobarda istruisce sua figlia sulle arti della seduzione,raccontandole novelle e passando attraverso incontri con un frate che finirà sul rogo solo per aver predicato costumi più morigerati,la truffa di un asino capace di defecare oro,un matrimonio tra due villici costretti a fare il loro “dovere” coniugale in campagna sotto gli occhi dei campagnoli mentre l’immancabile peste minaccia i borghi.


Durante il viaggio la giovane Prudenza confessa alla madre di aver già conosciuto i piaceri della carne e Longobarda,preso atto della cosa,la erudisce comunque su come sfruttare le indubbie doti che la ragazza possiede.
Cosa centri il povero Pietro l’Aretino in questo ignobile filmaccio ancora una volta ispirato al Decameron pasoliniano non è affatto chiaro ma tant’è…
Le notti peccaminose di Pietro l’Aretino diretto da Manlio Scarpelli,alla sua seconda esperienza cinematografica come regista seguita al buon esordio con Siamo tutti in libertà provvisoria;datato 1972, è un film di una pochezza imbarazzante,nobilitato solo dalla presenza di Adriana Asti che spicca in un cast raccogliticcio come una rosa in una discarica.
Un film bruttissimo,stigmatizzato senza pietà anche da Segnalazioni cinematografiche con un lapidario commento:”Con il duplice filo conduttore del viaggio delle due protagoniste e di un matrimonio tra campagnoli cui assistono, il film lega alcuni raccontini boccacceschi che in comune hanno solamente la volgarità e la procacità più sfacciate. Costumi e ambienti medievali, reperiti fra l’altro con faciloneria, non bastano a conferire eleganza a questo basso prodotto di consumo.”

Comicità zero,maschere grottesche che sono l’unico punto in comune con il Decameron,novelle sboccate e senza alcun valore sono l’impianto del film,che non strappa nemmeno sorrisi,trasformandosi ben presto
in un insignificante ensemble di scenette scadenti,con qualche nudo messo qua e la per giustificare un’operazione commerciale davvero di bassa lega.
Il decamerotico tocca ancora una volta il fondo e questo film segna uno dei punti più bassi della pur scadente produzione del genere.
Oltre alla Asti sono presenti Salvatore Baccaro e Luciana Turina,quasi a rimarcare il tono volutamente grottesco dei personaggi,brutti sporchi e anche cattivi.


Non esiste una versione digitale del film,l’unica disponibile è quella davvero mediocre che circola in rete;a questo indirizzo è disponibile
una copia quasi inguardabile ricavata da una vhs https://oload.download/f/WKy3fVslqQo/Le.Notti.Peccaminose.di.Pietro.L.Aretino.Manlio.Scarpelli.-.Joe.D.Amato.mp4
La fotografia è curata da Aristide Massacesi.

Le notti peccaminose di Pietro l’Aretino
Un film di Manlio Scarpelli. Con Adriana Asti, Luciana Turina, Giuseppe Alotta, Franco Ferrini, Ignazio Leone. Erotico, durata 91 min. – Italia 1972.

Adriana Asti: Longobarda
Franco Fragalà: Giannetto
Elena Veronese: Prudenza
Melù Valente: Angelica
Piero Vida: Cuor Contento
Luciana Turina: fattucchiera
Giacomo Rizzo: Polonio
Renato Pinciroli: l’invocatore di Satanasso
Lucia Modugno: Margherita
Gianni Musy: pittore
Belinda Bron: Giulia
Giuseppe Alotta: un frate
Salvatore Baccaro: Satanasso
Carla Mancini: una suora
Pasquale Fasciano: boia
Ignazio Leone: un cieco

Regia Manlio Scarpelli
Soggetto Manlio Scarpelli, Marcello Coscia
Sceneggiatura Manlio Scarpelli, Marcello Coscia
Casa di produzione Cineproduzione PEG
Fotografia Aristide Massaccesi
Montaggio Mauro Bonanni
Musiche Gianfranco Plenizio

 

giugno 24, 2018 Posted by | Erotico | , | Lascia un commento

Il trafficone

Il trafficone locandina 1

Per poter mantenere la sua famiglia,Vincenzo Lo Russo è costretto ad improvvisare lavori ingegnosi;Angelina,la moglie e i suoi tre figli lo attendono a casa e Vincenzo raccatta denaro abbordando i passeggeri delle auto che si fermano ai semafori proponendo loro l’acquisto di capi d’abbigliamento.
Un giorno casualmente abborda una affascinante donna con la quale ha una fugace relazione; la donna ha in realtà attirato a casa Vincenzo per compiacere il marito guardone e al termine del rapporto regala a Vincenzo stesso un libro sulla sessualità e sui rapporti di coppia.
Dopo averlo letto l’uomo prende una decisione: si improvviserà medico e aprirà uno studio nel quale cercherà di curare i problemi sessuali delle coppie, che a quanto pare sono molto più diffusi di quanto sembri.

Il trafficone 1

Tina Aumont e Carlo Giuffrè

Il trafficone 2

Rita Calderoni

Cosi con l’aiuto di Gennaro, un suo amico,Vincenzo avvia lo studio che ben presto ottiene uno straordinario successo.
Spesso infatti le coppie che si rivolgono a lui trovano nell’uomo la soluzione ai loro problemi, in particolare le partner femminili che vengono “guarite” dai loro problemi dall’infaticabile Vincenzo.
Ma il super lavoro alla fine sfianca il pur valoroso Vincenzo che nel frattempo ha cambiato il suo cognome in D’Angelo; la prima ad accorgersi dei problemi è la moglie Angelina, trascurata nel talamo nuziale dal marito.
Così, convinta da un amico a rivolgersi all’ormai famoso dottor D’Angelo, Angelina scopre il nuovo lavoro del marito.
Ad un primo attacco d’ira segue una riflessione sul cambiamento che l’attività di Vincenzo ha portato all’economia domestica; così Angelina alla fine convince suo marito ad allargare la società, diventando anch’essa una sessuologa…
Il trafficone è una commedia sexy del 1974,diretta da Bruno Corbucci, non priva di un suo rozzo ma efficace umorismo; l’idea di fondo della sceneggiatura presta infatti il fianco allo sviluppo di una storia sicuramente esile ma ben diretta dal regista romano,uno dei più fecondi sceneggiatori del cinema italiano e regista di una cinquantina di film che spaziano dal western alla commedia.

Il trafficone 3

Adriana Asti

Il trafficone 5

Irina Maaleva

Dopo aver cavalcato in maniera semi seria il filone decamerotico con film come Boccaccio e Il prode Anselmo e il suo scudiero, Corbucci passa alla commedia sexy reclutando per il cast il simpatico e sicuramente affidabile Carlo Giuffrè e affiancandogli nomi di un certo livello del cinema italiano come Lino Banfi e Enzo Cannavale con l’aggiunta di ottime e belle attrici come Tina Aumont, Marilu Tolo e Rita Calderoni, una volta tanto slegata dal suo mentore Polselli.
Per completare, Corbucci affida parti di contorno ad altri nomi importanti del cinema leggero come Gianni Agus,Vincenzo Crocitti e Adriana Asti, rendendo così quanto meno affidabile la parte recitativa.

Il trafficone 8

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Marilu Tolo

Anche se nello stretto ambito del cinema di genere Il trafficone risulta alla fine un prodotto ben confezionato,gradevole e quasi esente dalle triviliatà gratuite delle commedie sexy, con scene di sesso e nudo assolutamente castigate e dirette più che altro come degli sketch satirici.
Alla fine vien fuori una commedia che si gusta con piacere,grazie sia alla professionalità del cast sia ad alcune scenette ben costruite (quella iniziale con protagonista la Aumont,quella finale con la Tolo e il siparietto costruito dalla coppia Banfi-Maleeva).
Un’ora e mezza di cinema distensivo ed allegro, senza alcuna pretesa.
Il film è disponibile in una versione più che accettabile su You tube all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=CWPPDxCsHV4
Vi ricordo che se usate Chrome è disponibile un’estensione che permette la visione del film off line; il software 4K video downloader permette altresi lo stesso lavoro.

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Il trafficone

Un film di Bruno Corbucci. Con Marilù Tolo, Tina Aumont, Carlo Giuffrè, Gianni Agus, Adriana Asti, Enzo Cannavale, Lino Banfi, Elio Zamuto, Rita Calderoni, Irina Maleeva, Massimo Dapporto Commedia, durata 91 min. – Italia 1974.

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Il trafficone foto banner protagonisti

Carlo Giuffré: Vincenzo LoRusso / dottor Gaetano D’Angelo
Enzo Cannavale: Gennaro, amico di Vincenzo
Rita Calderoni: Angela, moglie di Vincenzo
Lino Banfi: ragionier Luigi Scardocchio
Irina Maleeva: Silvana, moglie di Scardocchio
Elio Zamuto: Barone Vito Macaluso
Marilù Tolo: Rosalia, moglie del barone Macaluso
Tina Aumont: Laura Vitali
Adriana Asti: Virginia, moglie del pretore Filiberto Vettiglia
Gianni Agus: onorevole Rivolta
Renzo Marignano: Conte Everardo
Liuba Subcova: moglie del conte

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Regia Bruno Corbucci
Soggetto Bruno Corbucci, Mario Amendola
Sceneggiatura Bruno Corbucci, Mario Amendola
Produttore Galliano Juso
Casa di produzione Cinemaster
Fotografia Guglielmo Mancori
Montaggio Daniele Alabiso
Musiche Ubaldo Continiello

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L’opinione di Homesick dal sito http://www.davinotti.com

Il catalogo di inibizioni e bizzarrie sessuali nella vita di coppia si presenta in una veste solare e giocosa e oppone ai possibili rischi di caduta nel cattivo gusto la solida barriera di Giuffrè, che mantiene contegno e professionalità in tutti i pezzi proposti: alcuni sono più riusciti (le esilaranti fregole di Banfi e la cura dell’ipodotato Crocitti), altri meno, perché flosci (Agus e il transgender) o inutilmente reiterati (gli agguati della Asti). Valida spalla Cannavale; bollente la Tolo. Per la colonna sonora Continiello utilizza “Il ballo del qua qua”.

L’opinione di Motorship dal sito http://www.davinotti.com

Una curiosa commedia con protagonista assoluto il grandissimo Carlo Giuffrè nei panni del falso medico che usa la sua farlocca professione per soldi e per concedersi qualche bella occasione in quanto a donne. Giuffrè è esplosivo, divertente e non volgare, confrmando le sue doti di attore e di comico. Ottimi comprimari Enzo Cannavale, sempre all’altezza nei panni del suo sgangherato assistente, le bellissime Marilù Tolo, Tina Amount e Rita Calderoni, un giovane Lino Banfi già divertentissimo. Noioso l’episodio con Agus.

L’opinione di sasso 67 dal sito http://www.filmtv.it

Commedia abborracciata di tematica sessuale (Giuffrè, magliaro napoletano a Roma, si improvvisa sessuologo e fa i soldi), che prende a pretesto il nuovo mestiere del protagonista per avere maggior agio di creare situazioni al confine tra comicità ed erotismo. Con scarsi risultati, va detto, sull’uno e sull’altro versante. Cannavale strappa qualche risataccia, ma l’insieme è quasi deprimente, anche perché si notano errori di montaggio francamente imbarazzanti: per esempio, un attimo prima che il medico riceva i giovani sposini Vincenzo Crocitti e Pamela Villoresi, l’infermiera ha fatto alzare, nella sala d’attesa, una coppia che non somiglia nemmeno lontanamente (i due, per di più, sono vestiti in maniera completamente diversa) a quella che troviamo nello studio del “dottore”.
Tour de force di Carlo Giuffrè che, soldi a parte, avrebbe potuto dedicarsi ad altre attività umanamente più gratificanti.

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Seguite il link aggiornamenti per vedere le gallerie ricaricate!

https://filmscoop.wordpress.com/2014/09/01/aggiornamenti/

ottobre 19, 2014 Posted by | Commedia | , , , , , , , , , | 2 commenti

Per le antiche scale

Per le antiche scale locandina

Da un romanzo di Mario Tobino, un film difficile ed elegante sulla pazzia, sui manicomi, sul tarlo che rode il protagonista principale, il dottor Bonaccorsi che è convinto di possedere all’interno della sua mente un germe ereditario (suo padre si è ucciso, sua sorella è degente dell’ospedale per malati mentali nel quale lavora) che è responsabile della pazzia.
Una pazzia che secondo lui è originata da qualcosa che è nel sangue e che si trasmette di padre in figlio e che quindi è curabile con un farmaco.

Per le antiche scale 1

Adriana Asti

Per le antiche scale 2

Lucia Bosè

Siamo agli inizi degli anni 20, Bonaccorsi, il protagonista, è tanto preso dagli studi sulla malattia da non rendersi conto che fuori dal manicomio un’altra follia ben più pericolosa sta per sconvolgere la vita di tutti: il fascismo.
All’interno del manicomio Bonaccorsi vive un’esistenza a due facce; da un lato è il luminare che si impegna negli studi sulla pazzia, non soltanto per trovare una cura a quella che crede la malattia che ha in se, ma anche per aiutare la marea di disperati che vivono un’esistenza dimenticata da tutti in quella che può essere definita una prigione in cui il condannato non ha nessuna possibilità di vedersi commutata la pena,dall’altra vive una vita da tombeur des femmes.

Per le antiche scale 3

La follia può essere curata, con aiuti psicologici e farmaci ma questo Bonaccorsi non lo sa; lo sa invece la sua nuova assistente Anna che ha studiato Freud e che vorrebbe portare all’interno del manicomio tutte le recenti scoperte in materia di psichiatria.
Ma i due mondi, quello di Bonaccorsi e quello di Anna sembrano assolutamente inconciliabili; l’altra faccia del dottore è rappresentata dalla sua sensualità, dalla sua disperata voglia di vivere che si realizza in una serie di avventure galanti, incluso il tentativo di sedurre Anna che lo attrae aldilà delle capacità della donna, ma per mere considerazioni fisiche.
Anna, in un burrascoso colloquio con il dottore, gli sbatterà in faccia il suo sospetto, che è forse un convincimento: Bonaccorsi non è più sano dei suoi pazienti, l’unica differenza è che porta il camice bianco.

Per le antiche scale 4

Deve far credere di curare gli altri, ma vive nell’ossessione di curare se stesso perchè muore di paura. E questa è follia“: sono le parole brutali che Anna rivolge al dottore, non senza qualche ragione.
Uno scontro tra due scuole di pensiero, quindi ma non solo; è uno scontro tra due esseri umani assolutamente agli antipodi come stile di vita, come modo di rapportarsi ad essa.
Per Bonaccorsi in fondo lo studio è solo un tentativo estremo di togliersi dalla mente la convinzione di essere malato, ma così facendo non fa altro che coltivare in se stesso una follia latente.

Per le antiche scale 12

Barbara Bouchet

Il film vive le sue parti migliori proprio su questo insanabile contrasto che è anche uno scontro fra due scuole di pensero; quella di Bonaccorsi ormai fuori dalla realtà e quella di Anna tutto protesa alla modernità e alla scienza che sembra aver dato finalmente delle risposte sulle malattie mentali.
Ma le cose ovviamente non possono essere bianche o nere e i due protagonisti, ciascuno a suo modo, avrà maniera di scoprire come la verità non sia affatto assoluta.
Attorno ai due protagonisti si muovono indistinte le figure degli ammalati, ognuno o ognuna immersa nelle tenebre di un’esistenza penosa; nude e prive anche di quella sorta di protezione che gli abiti sono per la gente normale, vivono mangiando spesso come gli animali, immersi nelle proprie feci o altrimenti feriti, laceri e stracciati.

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Un universo alieno e terribile, senza speranze se non quelle rappresentate dai primi timidi passi fatti dalla scienza impersonata in questo caso dalla volenterosa Anna.
In un altro momento drammatico del film, Anna sbatterà in faccia al dottor Bonaccorsi, che si appresta a rendere pubblico il suo lavoro attraverso una lunga e appassionata relazione, sbatterà dicevo sul tavolo la verità.
Non esiste un germe della pazzia, il puntino nero che Bonaccorsi ha identificato altro non è che un difetto del solvente con il quale il dottore ha fatto le analisi.
Per Bonaccorsi è la fine; da quel momento per lui gli eventi precipitano.
Dopo un ultimo doloroso saluto a sua sorella, che vive rinchiusa dietro le sbarre completamente nuda quasi sempre stesa su della paglia, Bonaccorsi si allontana.

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Francoise Fabian

Tutto il suo mondo è andato in frantumi; i suoi studi, i suoi rapporti con le donne del manicomio.
La sua relazione con Francesca, moglie del direttore è finita tragicamente con il suicidio della donna e per lui il colpo mortale è stato l’abbandono di Anna del lavoro e il suo rifiuto di un coinvolgimento sentimentale.
Sul treno che lo porterà lontano dal manicomio, attraverso i discorsi dei passeggeri prenderà coscienza della realtà, del fatto che una follia contagiosa sta per estendersi al suo paese che a breve precipiterà nell’incubo fascista.
Per le antiche scale, diretto da Mauro Bolognini nel 1975 è un film tecnicamente perfetto e ben girato

Per le antiche scale 8

impreziosito dalle musiche avvolgenti di Ennio Morricone e da una fotografia ad effetto flou antichizzato di Ennio Guarnieri, trasporta lo spettatore in una vicenda coinvolgente girata senza un ritmo eccessivo ma attento a rispettare le psicologie dei personaggi, le loro peculiarità che vengono esaltate da recitazioni davvero ottimali.

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Marcello Mastroianni

Grandissimo Marcello Mastroianni che interpreta il dapprima entusiasta e infine deluso dottor Bonaccorsi con una carica attoriale senza pari, così come misurata ed espressiva è Francoise Fabian, attrice dal grande fascino che interpreta la dottoressa Anna.
I dialoghi tra i due interpreti a tratti assomigliano a pieces teatrali e sono convincenti, così come vanno segnalate le parti della bella Barbara Bouchet, di Adriana Asti, di Marthe Keller, di Lucia Bosè e di alcuni grandi attori di teatro come Ferruccio De Ceresa. Bene anche la solita sicurezza, Silvano Tranquilli forse un tantino sacrificato.
Un film che vive sulle vicende umane del dottor Bonaccorsi ma che non manca di mostrare l’inferno della pazzia attraverso la coercizione e le condizioni di vita di un ospedale psichiatrico del primo ventennio del secolo.
Condizioni riproposte in seguito da Tobino in un libro fondamentale del 900 italiano.

Per le antiche scale
Un film di Mauro Bolognini. Con Marcello Mastroianni, Françoise Fabian, Marthe Keller, Barbara Bouchet, Pierre Blaise, Lucia Bosè, Adriana Asti, Ferruccio De Ceresa, Maria Teresa Albani, Charles Fawcett, Silvano Tranquilli, Maria Michi, Paolo Pacino, Enzo Robutti, Paola Corazzi Drammatico, durata 105′ min. – Italia 1975.

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Per le antiche scale 15

Marcello Mastroianni     …    Professor Bonaccorsi
Françoise Fabian     …    Anna Bersani
Marthe Keller     …    Bianca
Barbara Bouchet     …Carla
Pierre Blaise     …    Tonio
Silvano Tranquilli     …    Professor Rospigliosi
Charles Fawcett     …    Dottor Sfameni
Ferruccio De Ceresa     …Il fascista del treno    
Lucia Bosé     …    Francesca
Adriana Asti     …    Gianna

Per le antiche scale banner cast

Regia: Mauro Bolognini
Soggetto: Mario Tobino (romanzo omonimo)
Sceneggiatura: Raffaele Andreassi,Mario Arosio,Sinko Solleville Marie         
Tullio Pinelli,Bernardino Zapponi
Produzione: Fulvio Lucisano    
Musiche: Ennio Morricone
Editing: Nino Baragli
Fotografia: Ennio Guarnieri
Costumi: Piero Tosi

Per le antiche scale locandina 2

“Il dottor Anselmo abitava in manicomio. Mangiava alla mensa; aveva una stanza. Lo stipendio era gramo. Tutto era ristretto.
Solo chi c’è passato sa come fu il dopoguerra in Italia – quello della seconda guerra mondiale – per uno che durante la dittatura italiana aveva vivamente sperato; da ogni parte scenari che cadevano, trionfo della materia, il denaro e la carne più dominanti di prima. La nuova lussuria invogliava le masse alla completa servitù.
Anselmo si era ritirato; faceva vita di ospedale, di manicomio.”

 

febbraio 22, 2012 Posted by | Drammatico | , , , , , , , , | Lascia un commento

La schiava io ce l’ho e tu no

La schiava io ce l'ho e tu no locandina

Playboy e scapolo impenitente, Demetrio Cultrera ha tutto ciò che desidera; è ricco, ha fascino e le donne certamente non gli mancano.
Tuttavia anche per lui arriva il momento di accasarsi e la scelta ricade su Rosalba, anche lei ovviamente ricchissima in quanto figlia di un industriale che ha fatto fortuna con la pesca del tonno.
Siamo in Sicilia ovviamente, e Demetrio detto Dedè ha una concezione arcaica sia del matrimonio sia della moglie, per cui subito dopo le nozze si trova a fare i conti con Rosalba che è donna moderna, assolutamente non incline ad accettare un ruolo subalterno al marito.
Come se non bastasse, la donna vuole che sia proprio Dedè ad adeguarsi alla sua vita mondana, coinvolgendolo in feste e costringendolo in pratica a frequentare l’alta società e il consueto corredo di feste e festicciole.
Se all’inizio Dedè sembra accettare la situazione suo malgrado, ben presto diventa insofferente al mondo che frequenta e così ripiega su Elena, una matura donna che lo appaga sessualmente la dove la moglie Rosalba rivendica anche nella vita sessuale la sua indipendenza.

La schiava io ce l'ho e tu no 5

Lungi dal migliorare, la vita di Dedè si trasforma in un incubo stretto com’è tra la spocchiosa personalità della moglie, i suoi insopportabili amici e l’ossessiva passionalità dell’amante Elena.
Drasticamente, Dedè decide di tagliare i ponti e si separa da sua moglie; per poter vivere una vita tranquilla senza l’ossessione di una moglie, ha la bella pensata di procurarsene una priva di una volontà propria.
E quale miglior soluzione esiste per avere una donna che sia obbediente, che non abbia un carattere proprio e che si lasci dominare dal maschio padrone se non quella di procurarsi come nell’antichità una schiava?
Così Dedè parte per l’Amazzonia con una borsa piena di denaro, deciso ad ogni costo a comprarsi una vera e propria schiava e con l’aiuto di Von Thirac, un vero e proprio ufficiale nazista la individua in Manua.
La donna è una splendida brasiliana che non parla una sola parola di italiano, ma che in compenso è conscia del suo ruolo subalterno a quello dell’uomo come del resto accadeva nella sua tribù.

La schiava io ce l'ho e tu no 1

Gli inizi della convivenza sono idilliaci, perchè Manua asseconda tutti i desideri dell’uomo, arrivando anche a fargli da “cavallo” e trascinando Dedè su un risciò per le strade.
Contemporaneamente Dedè si vede ammirato sconfinatamente dagli amici e detestato cordialmente dalla ex moglie e dal suo entourage, mentre si ritrova a dover combattere anche con la furia della ex amante Elena.
Così iniziano i suoi guai, anche perchè qualcuno inizia a fargli notare che lo schiavismo è moralmente inaccettabile e vietato dalla legge e da quel momento iniziano davvero i guai perchè la sua ex moglie…
La schiava io ce l’ho e tu no è una commedia divisa nettamente in due parti; nella prima c’è spazio per una garbata satira che in qualche punto è anche divertente pur partendo da spunti ormai triti e ritriti come il machismo siculo, il rapporto dominante del maschio in famiglia e via dicendo mentre nella seconda  scivola inesorabilmente nel grottesco prima e nella farsaccia di terz’ordine poi.

La schiava io ce l'ho e tu no 4
Lando Buzzanca è Dedè

Giorgio Capitani, regista del film, basandosi su una sceneggiatura di Sandro Continenza, Giulio Scarnicci, Raimondo Vianello tenta inutilmente l’impossibile mix tra la commedia satirica intelligente e la più scontata commedia sexy partendo sin dal principio con le polveri bagnate.
Ormai troppe pellicole avevano ( e avranno) un peccato originale consistente nell’abuso di luoghi comuni; i siciliani sono tristemente sempre i soliti, arcaicamente legati alle tradizioni, maschilisti e se vogliamo anche un tantino donnaioli per appagare un non meglio identificato gallismo che se è (secondo alcuni registi) un denominatore comune del maschio italico, assume ancor più concretezza quando si scende nel sud Italia.
Una visione quindi abbastanza grossolana della realtà familiare del sud, che aveva si qualche effettiva inclinazione ai rapporti subalterni in famiglia tra uomo e donna ma non in misura così rilevante come descritto purtroppo in tante pellicole.
Questo film non si discosta dalla media, pur partendo da un’idea base che avrebbe potuto essere svolta meglio.
Ma Capitani sceglie la via più facile, con un occhio al botteghino e l’altro al produttore.

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Veronica Merin è Manua

Così ingaggia il re della commedia farsesca Lando Buzzanca che replica per l’ennesima volta il ruolo del galletto allupato che, questa volta, non va ad insidiare le donne degli altri ma cerca di procurarsi una compagna fedele e ubbidiente in tutto e per tutto reclutandola in pratica come schiava.
Idea già di per se aberrante, anche se mimetizzata dietro la facciata della commedia farsesca.
Ad un primo tempo in cui assistiamo alle difficoltà di ambientazione del buon Dedè nella società spocchiosa ed arrogante dei ricchi fancazzisti siciliani e osserviamo il suo impossibile rapporto con una moglie che stravolge i ruoli ordinari per tentare di plasmare il marito secondo i suoi gusti intellettuali segue purtroppo un secondo tempo in cui a tratti ci si vergogna anche di assistere ad una commedia che in fondo è cosa talmente leggera da non potersi prendere sul serio.

La schiava io ce l'ho e tu no 8

Quello che da veramente fastidio è veicolare l’idea della schiava, mortificata dal suo padrone in ogni situazione; Dedè, per esempio, a tavola con gli amici costringe la povera Manua a mangiare un cosciotto quasi fosse un cane, la costringe a declamare un’assurdo decalogo in cui tutto si conclude con l’aberrante “la donna non deve rompere i co*****i”, che di per se è già un motivo per abbandonare la visione del film.

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Catherine Spaak è Rosalba

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Adriana Asti è Elena

Una commedia farsesca, certo, ma che bisogno c’è, se non si vuole fare denuncia, di veicolare messaggi cosi tristi e squallidi come quello che vuole la donna utilizzabile solo come oggetto eminentemente riproduttivo e casalingo?
Capitani, che in seguito si specializzerà in commedie all’italiana (Pane, burro e marmellata, Bruciati da cocente passione, Aragosta a colazione, Bollenti spiriti ecc.) confeziona un film quindi moralmente molto discutibile e cinematograficamente poco interessante.
Il film funziona solo a sprazzi per merito del solito Lando Buzzanca che ispira simpatia solo con la sua presenza (una quarantina i film interpretati nel florido filone della commedia sexy nei soli anni 70) e che fa la sua parte, così come una bella Catherine Spaak e una sacrificata Adriana Asti (Elena l’amante di Dedè) fanno la loro.
La schiava Manua è interpretata dalla sconosciuta Veronica Merin, alla sua prima e ultima comparizione cinematografica; l’attrice si segnala solo per il suo petto ben fatto e null’altro, mostrando per tutto il film un’aria svagata come quella di una ragazzetta a cui hanno concesso una vacanza premio in una località esotica.
Nel cast c’è anche Gordon Mitchell (il folle nazista) e la solita schiera di comprimari.
Null’altro da segnalare se non la rarità con cui questo film è stato trasmesso fino ad oggi, che a ben vedere è più cosa buona che cattiva.

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La schiava io ce l’ho e tu no
Un film di Giorgio Capitani. Con Adriana Asti, Catherine Spaak, Lando Buzzanca, Veronica Merin, Paolo Carlini,Nanda Primavera, Gianni Bonagura, Renzo Marignano, Corrado Olmi, Gordon Mitchell, Sergio Ferrero, Mauro Vestri
Commedia, durata 93 min. – Italia 1972.

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La schiava io ce l'ho e tu no banner personaggi

    Lando Buzzanca: Dedé
    Catherine Spaak: Rosalba
    Adriana Asti: Elena
    Veronica Merin: Manua
    Gianni Bonagura: Commissario Balzarini
    Paolo Carlini: Manlio
    Renzo Marignano: Corrado
    Gordon Mitchel: Von Thirac

La schiava io ce l'ho e tu no banner cast

Regia     Giorgio Capitani
Soggetto     Nino Longobardi
Sceneggiatura     Sandro Continenza, Giulio Scarnicci, Raimondo Vianello
Casa di produzione     Medusa
Distribuzione (Italia)     Medusa
Fotografia     Sandro D’Eva
Montaggio     Renato Cinquini
Musiche     Piero Umiliani

settembre 28, 2011 Posted by | Commedia | , , , | Lascia un commento

Action

Action locandina

Bruno Martel è un attore con grossi problemi; non riesce ad essere assunto per ruoli decenti nel cinema, cosi decide di accettare l’invito di un produttore per lavorare in un porno film.
L’uomo, che ha una relazione con la bella Ann, vive un privato ugualmente problematico, visto che la moglie lo tradisce.
Sul set del film le cose non vanno meglio; Bruno, offeso dal trattamento riservato alla sua partner cinematografica, fugge dal set accompagnato dalla ragazza, non prima di aver devastato il set.
Durante la rocambolesca fuga, dapprima capita in un immondezzaio nel quale vive una tribù di giovani a metà strada tra il punk e l’emarginato per poi finire in un dormitorio, poi ancora in un bagno turco e infine in un manicomio.
Nell’immondezzaio Bruno viene aggredito, mentre la giovane Doris viene violentata; qui l’attore conosce Garibaldi, un vecchio che ha fatto del letamaio la sua abitazione.

Action 1

Luc Merenda

I tre riprendono il loro viaggio che li vede alla fine arrivare in un ospedale psichiatrico, dal quale usciranno solo Bruno e Garibaldi, mentre Doris deciderà di suicidarsi.
L’ultima tappa del viaggio vede i due approdare ad una stazione di servizio, gestita da Florence, una donna di mezz’età frustrata che vive con un marito confinato su di una sedia a rotelle, un uomo gretto e malevolo che le rimproverà i continui tradimenti che la donna gli riserva.
Bruno e Florence hanno una breve relazione, interrotta dall’arrivo della polizia che insegue l’uomo…
A distanza di 11 anni da Nerosubianco, Tinto Brass prova a giocare la carta della disarticolazione del film, attraverso una vera e propria destrutturazione dell’impianto narrativo.
Il film è girato ad alta velocità, con scene che ricordano i vecchi film muti di Stan Laurel e Oliver Hardy oppure quelli di Ridolini.
Così in alcuni momenti il ritmo diventa fenetico, in altri ci si perde in immagini surreali che ricordano il citato Nerosubianco e il viaggio di Barbara inseguita dall’uomo di colore.
Il tutto mescolato a forti rimandi al cinema felliniano, del quale Brass tenta di riprendere le metafore risultando alla fine galatticamente lontano dai ropositi iniziali.
Un film che con il cinema sembra avere poco a che spartire: un’aria decadente aleggia su tutta la pellicola, mentre assistiamo allo strano viaggio di Bruno che attraversa un universo costellato di personaggi surrali, a cominciare dai due stravaganti compagni di viaggio per finire con la scena dell’uccisione dell’uomo da parte dei poliziotti che conclude il film lasciandoci con un interrogativo: quello che vediamo è reale oppure è frutto di una recita di Bruno?
Action è un film a tratti sgradevole, a tratti affascinante, a tratti noioso e incomprensibile.
E’ un helzapoppin in cui accade di tutto, inclusa la presenza di Brass nel ruolo di un regista che dirige Bruno e che decide di cacciarlo quando quest’ultimo, inseguito dalla polizia, si esibisce in un assurdo balletto in stile Cantando sotto la pioggia, oppure accade di vedere la giovane attrice Doris costretta ad umiliarsi per compiacere il produttore del film hard, accettando di orinare in un gabinetto mentre viene ripresa dal regista.

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La ragazza che sogna l’Amleto di Shakespeare è costretta a fare i conti con la realtà, ed è proprio Bruno a strapparla alla degradazione coinvolgendola in una fuga che culminerà nella violenza di gruppo in un paesaggio quasi lunare, in quel campo sommerso dalle immondizie in cui si muove un gruppo di alienati Punk.
Il film prosegue così verso il finale, che probabilmente è la parte migliore, quella più lineare, in cui assistiamo all’incontro tra Bruno e Florence e contemporaneamente vediamo la moglie di Bruno tradirlo volgarmente, mentre l’astioso marito paralitico di Florence avvisa la polizia della presenza di Bruno.
Raccontato così Action sembra avere quasi una logica, un percorso che è possibile seguire senza grossi problemi.
In realtà così non è, perchè le immagini surreali, meta cinematografiche si sovrappongono ad un ritmo che alla fine crea davvero fastidio nello spettatore, inclso l’utilizzo del turpiloquio mai così presente in un film di Brass.
Ad aggravare le cose c’è la voce chioccia di Luc Merenda che non viene doppiato rendendo il film molto più simile ad una commedia sexy che ad un film con qualche pretesa di dignità.
L’attore recita da dilettante, come richiesto dal regista veneziano, così come volutamente oltre le righe sono tutti i personaggi del film; che alla fine va preso o ripudiato in toto, senza altra possibile alternativa.
Brass smonta il cinema stesso, rendendolo una via di mezzo tra una comica e un qualcosa di completamente opposto, attraverso un linguaggio spesso surreale, spesso triviale, attraverso anche l’utilizzo di una serie industriale di nudi, tra i quali anche quelli integrali di Luc Merenda.

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Un film anarchico, volutamente senza capo ne coda, che termina quasi nello stesso modo i cui inizia.
Il surreale viaggio di Bruno avviene davvero o è semplicemente frutto di un copione cinematografico?
Alla fine, le raffiche dei poliziotti mettono fine al suo viaggio o abbiamo solo assistito ad una rappresentazione che sbertuccia i nostri valori e i capisaldo della nostra morale?
Poichè non c’è alcuna risposta a questi quesiti, inutile lambiccarsi il cervello.

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La sequenza del bagno liberatorio, protagonisti Adriana Asti e Luc Merenda

Certo, vedere Brass che passa da quest’opera a La chiave lascia davvero perplessi.
La cosa più sorprendente è che il regista veneziano veniva da due opere molto controverse, Salon Kitty e Caligola, che sceglie coscientemente di tornare alle opere degli esordi, quando si era segnalato per la sua originalità e visionarietà.
In Action compare un cast molto variegato: si va da Adriana Asti, che da spessore al personaggio della “benzinaia”

Florence ad Alberto Lupo, che recita sulla sedia a rotelle sulla quale era confinato da tempo in seguito ad un ictus che lo aveva colpito, e che riesce a rendere visivamente odioso il personaggio del marito di Florence.

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Brave anche Susanna Javicoli, la svampita Doris che sogna di recitare Shakespeare e che invece finisce nel cast di un film porno e brava Paola Senatore, che interpreta Ann moglie di Bruno.
Spazio al surreale Alberto Sorrentino che sembra un clone del grillo parlante nei panni di Garibaldi e a John Steiner, assistente di Brass regista nella pellicola.

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Action, un film di Tinto Brass. Con Alberto Lupo, Adriana Asti, Luc Merenda, John Steiner, Paola Senatore, Alberto Sorrentino, Franco Fabrizi, Eolo Capritti, Tinto Brass, Giancarlo Badessi, Luigi D’Ecclesia, Susanna Javicoli
Drammatico, durata 121 min. – Italia 1980.

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Action banner personaggi

Luc Merenda     …     Bruno Martel
Adriana Asti         …     Florence
Susanna Javicoli         …     Doris
Paola Senatore          …     Ann Shimpton
Alberto Sorrentino         …     Garibaldi
John Steiner         …     L’assistente del regista
Alberto Lupo          …     Joe marito di Florence
Franco Fabrizi          … Il produttore del film porno

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Regia     Tinto Brass
Soggetto     Tinto Brass
Sceneggiatura     Tinto Brass, Vincenzo Maria Siniscalchi
Casa di produzione     Ars Cinematografica
Fotografia     Silvano Ippoliti
Montaggio     Tinto Brass
Musiche     Riccardo Giovanini, Blue Malbeix Band
Scenografia     Claudio Cinini
Costumi     Jost Jakob

Le recensioni qui sotto appartengono al sito http://www.davinotti.com

TUTTI I DIRITTI RISERVATI


Viaggio allucinante e delirato; meglio: alterato. La visione del mondo filtrata attraverso la pornografia; il sesso come propulsore alle tensioni (a)razionali dell’essere umano; la purezza (data dall’ingenuità) generata da contesti di nudo onirici e -pertanto che tali- genuini. È un Brass libero dalle briglie, che si permette di apparire (poiché si sente, come di fatto è, Autore) e fare metascrittura. Action è la parodia del cinema che si rivolta su se stesso, che come una spirale inghiotte attori bravi (e belli: Senatore, Merenda) nel vuoto.
Anarcoide e delirante. Sconnesso viaggio meta cinemtografico tra realtà e finzione, pornografia e goliardia, che Brass mette in scena con un provocatorio gusto surreale, onirico, grottesco e ricco di citazioni (da una Londra lurida e suburbana popolata da teppistelli punk che ricorda “Jubilee” di Jarman alla coppia della stazione si servizio di Ossessione). Merenda è autoironico e si doppia da sé; la Senatore e la Javicoli splendide nei loro nudi integrali. E poi un Lupo dall’insulto facile, la Asti, Sorrentino, Fabrizi, Capritti e il “bidiano” Bullo.

All’insegna dell’ “I can’t believe it! ” dal primo all’ultimo fotogramma: che aveva bevuto, mangiato e fumato Brass quel giorno? Quanto stava malissimo da 1 a 2? Talmente squinternato, scombiccherato e scocomerato e sopra/sotto/oltre le righe da essere sublime e da rasentare il capolavoro. L’anello mancante tra Zulaswki in acido e il più sbertucciato Lindsay Anderson. Se si sta al gioco, una goduria e uno spasso assoluti. Di certo l’ultimo Brass considerevole prima della china e in assoluto la cosa più folle che mi sia capitata davanti alle iridi.

Anomalo (ma non per l’epoca) pastiche anarchico di Brass, un grande direttore della fotografia promosso a regista. Che dire: è brutto ma di una bruttezza tutta sua tra velleitarismi e sincera trasgressione, nudità naturale e pornografia, con una trama che sembra costruita giorno per giorno (e forse in parte lo è). Siamo alla fine del sogno di libertà coltivato negli anni 60/70 e questo film nei pregi e difetti anticipa di molto il decennio a venire. Da vedere almeno una volta, con un po’ di pazienza. L’anziano Sorrentino fa il vecchio Garibaldi.

Un film del genere può essere accolto in diversi modi che lo possono fare apparire una vaccata o un capolavoro. Per quello che mi riguarda vale la prima opzione. Brass non mi ha mai detto niente che non fosse la sublimazione del corpo della donna e tutto quello che ne può derivare, dalla poesia più pura all’ultima delle depravazioni. In questo “Action” quello che disturba è che Brass ha voluto tentare il contrabbando di innovazioni e creazioni rubando a man bassa da Kubrick, Fellini, Pasolini, Visconti in un pastiche velleitario e deplorevole.

Difficile giudicare un film del genere, dove i personaggi e le situazioni sono talmente surreali da non riuscire a trovare il bandolo della matassa a fine film. Il tutto diventa una sorta di viaggio allucinante dove si mescolano scene kubrickiane ad un vivace erotismo fatto di nudi integrali e sogni deliranti (un Brass d’altri tempi). Ottimo Merenda, straordinaria la Javicoli.

Delirante e visionario al limite del sublime! Un Brass senza freni che si lascia andare ad un’anarchia assoluta. Anarchia del linguaggio, della sceneggiatura, della messa in scena, insomma l’anarchia che ha contraddistinto il regista in molte delle sue opere (come nEROSubianco o L’urlo). Film che andrebbe visto almeno due volte; personalmente, se alla prima visione sono arrivato a fatica alla fine, la seconda volta l’ho trovato delizioso.

Veramente molto interessante questo esperimento di meta-cinema di Tinto Brass in cui l’autore, oltre alle solite scene di nudo, riesce anche a fare un discorso sul cinema e sulla realtà, sulla rappresentazione e sulla percezione. Un film molto sperimentale che mescola cinema di genere (il porno con il gangster-movie) a quello autoriale con echi della New Hollywood anni 70.

 

marzo 4, 2011 Posted by | Commedia | , , , , , , | Lascia un commento

Paolo il caldo

Paolo il caldo locandina

Siamo in Sicilia;
nella nobile famiglia dei Castorino è presente, quasi fosse un imprinting genetico, una sensualità che sconfina nella lussuria ai limiti del patologico, unitamente anche alla classica arroganza dei nobili.
Il barone Castorini, patriarca della famiglia, offeso dal farmacista del paese (Salvatore), si vendica raccontando tutto a suo figlio Edmondo, che per tutta risposta distrugge la farmacia dell’uomo e lo umilia pubblicamente, vendicando così l’offesa ricevuta.

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Lionel Stander, il Barone Castorino

Paolo il caldo 2

Il barone ha anche un altro figlio, un uomo completamente diverso da lui, timido e di idee progressiste che a sua volta ha un figlio, Paolo, che ha ereditato il marchio di famiglia della lussuria.
Quest’ultimo mostra subito di volersi adeguare al nonno, intrecciando sin dall’adolescenza, una prima relazione sessuale con la servetta Giovanna, che non si fa scrupoli di essere contemporaneamente l’amante dell’anziano barone.
In questo clima morboso, il giovane Paolo cresce senza regole morali, trattando le donne con disprezzo, come del resto ha visto fare a suo nonno e suo zio.
Le cose cambiano quando il padre del giovane muore per suicidio; Paolo farà in tempo a raccogliere le ultime parole del genitore, che lo esorta ad abbandonare quel luogo prima che sia troppo tardi e che influisca in maniera definitiva sulla sua psiche.
Il giovane così si trasferisce a Roma, dove però, dopo essersi illuso di poter cambiare vita, si adegua ben presto al clima ozioso (e anche vizioso) dei salotti buoni, intrecciando relazioni principalmente sessuali con Lilia, una donna dalla morale elastica e spregiudicata, che diverrà la sua amante prima di sposare un carabiniere,

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Ornella Muti, Giovanna la servetta

Paolo il caldo 2Marianne Comtell, la madre di Paolo e Riccardo Cucciolla,il padre

poi con una nobildonna, ancora con una sarta e infine con una ragazza appassionata di politica, di idee comuniste, la bella Ester. Alla lunga questo tipo di vita da gaudente trasforma Paolo in un essere sempre più lascivo e schiavo della lussuria, tanto da portarlo ad accompagnarsi con occasionali prostitute raccolte sui marciapiede.
Quella che ormai è divenuta una malattia sembra sul punto di poter essere fermata quando Paolo ritorna al suo paese in occasione della morte della madre. Qui incontra la nipote del farmacista Salvatore, una bella ragazza con sani principi e una vita morigerata.

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Giancarlo Giannini e Barbara Bach

Paolo la sposa, convinto che la donna possa rappresentare un’ancora di salvezza, illudendosi:ben presto il forte contrasto tra quella che è ormai una malattia per Paolo, la sua sensuale e incontrollabile lussuria e la morigerata morale della moglie esplode in un contrasto insanabile.
Caterina, la giovane sposa, lo abbandona; sul treno che la riporta in Sicilia legge una lettera del marito, con la quale quest’ultimo confessa di aver provato a cambiare vita accanto a lei, senza riuscirci.
Subito dopo aver accompagnato la moglie alla stazione, Paolo riprende il suo solitario giro in cerca di prostitute, conscio di essere ormai destinato ad una vita di solitudine, schiavo dei sensi e della lussuria.
Tratto da un romanzo incompiuto di Vitaliano Brancati, Paolo il caldo, diretto da Marco Vicario nel 1973, riprende nella maniera più fedele possibile le gesta del dissoluto nobile siciliano Paolo, ossessionato come la sua famiglia da una sensualità eccessiva e incontrollabile, che era poi uno dei temi di fondo del romanzo di Brancati.
Purtroppo ancora una volta la differenza tra un libro e la trasposizione cinematografica dà luogo ad un ibrido in cui gran parte delle atmosfere del romanzo stesso finiscono per perdersi; colpa della sintesi, quindi della necessità di condensare in due ore quello che un libro racconta in maniera molto più esaustiva.
Il solito problema quindi esistente tra la parola scritta e l’immagine, che riesce ad essere immediata, la dove però sarebbe necessaria maggiore profondità per dare spessore e comprensibilità ai personaggi.

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Intendiamoci, il film di Vicario è un buon prodotto, senza alcun dubbio; merito della grande prova di Giannini assolutamente superbo nel rendere il conflitto interiore che agita il giovane Paolo, quella necessità fisiologica e un po animale costituita da una sensualità incontrollabile e la ragione, spesso annichilita e asservita proprio ai sensi, che riescono ogni volta ad avere la meglio sulle buone intenzioni dell’uomo.
Il film di Vicario avrebbe avuto bisogno di illustrare meglio le vite e le psicologie dei personaggi, inquadrandoli nell’ottica di una Sicilia indolente e lussuriosa, pigra e sensuale proprio nella sua componente di maggior prestigio, quella nobiltà che Tomasi Di Lampedusa descrisse così bene nel Gattopardo.

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Gastone Moschin interpreta Edmondo Castorino, zio di Paolo

Viceversa, nel film, i tempi sono troppo stretti, con la fatale conseguenza che tutto risulta compresso, anche se alla fine qualcosa si riesce ad afferrarla; le atmosfere oziose e viziose di catania e di Roma appaiono in sottofondo, ma non in maniera tale da non poter essere percepite.
Il discorso qui si farebbe troppo complesso; Vicario punta principalmente sul personaggio Paolo, illustrandone il comportamento patologico e schizofrenico, condizionato da quell’istinto animale che porta il protagonista ad un satirismo malato, in cui ogni donna viene vista nell’esclusiva ottica del piacere che può produrre.
Non dimentichiamo che siamo nella prima metà del secolo scorso, con tutte le logiche storiche del periodo; sullo sfondo del racconto e quindi anche del film appaiono filtrate le prime lotte contadine e il declino della nobiltà, le rivendicazioni operaie e la miseria e via discorrendo.

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I personaggi che si avvicendano sullo schermo ben presto diventano un caleidoscopio; si va dal barone Castorni, un vecchio vizioso e prepotente allo zio Edmondo, che sembra quasi un clone del padre, arrogante, sessista e puttaniere, che non si farà scrupolo di sedurre ( o di essere sedotto) la vedova di suo fratello, anche lei donna preda dei sensi (memorabile la scena in cui Paolo vede suo zio e sua madre a letto assieme, quasi una conferma al ruolo fondamentale che assume nella sua famiglia la lussuria).

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C’è il padre di Paolo, unico contraltare “pulito” alla malattia di casa Castorino, un uomo che sceglie la morte ad un’esistenza oziosa e di mollezze a cui si sente condannato, e che cerca disperatamente in punto di morte di trasmettere al figlio un’idea diversa, quella di vivere una vita fuori dai condizionamenti dei sensi.
E ci sono poi tutti i personaggi di contorno che compariranno nella vita di Paolo; c’è Lilia, all’apparenza spregiudicata e moderna, che sceglierà poi un avvenire borghese e rassicurante, c’è Giovanna, serva opportunista che inizierà Paolo ai piaceri della carne, c’è Ester, comunista e femminista, che però alla fine si comporta come tutte le altre cedendo al richiamo dei sensi.

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Pilar Velasquez, Ester la comunista

In mezzo tante prostitute, tanti volti anonimi, compagne di un’ora o di una notte.
E c’è Caterina, la donna pulita, quella dai sani principi: la speranza, per Paolo, di poter sfuggire ad una logica spietata e ad una vita di mollezze.
Una speranza frustrata dall’abbandono della donna proprio nel momento in cui Paolo sta cercando disperatamente una via d’uscita alla vita vuota e desolante che conduce.
Un ritratto, in definitiva, abbastanza ben riuscito sia di un’epoca, sia di una società e maggiormente di un uomo che fa parte di entrambe, anche se vive una vita da fantasma.

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Angela Covello

Il romanzo di Brancati è ben più esaustivo, della cosa, ma bisogna accontentarsi; Vicario sfrutta molto bene il cast che organizza, un cast ricchissimo.
Nel film compaiono, oltre a Giannini, ottimi attori come Lionel Stander (forse il meno convincente) nel ruolo del patriarca Castorino, Gastone Moschin, bravissimo in quello del vizioso Edmondo, Vittorio Caprioli nel ruolo del farmacista, un intenso Riccardo Cucciolla in quello del padre di Paolo, Oreste Lionello (il pittore).

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Assolutamente irripetibile quello femminile, con una sfilza di brave attrici e sopratutto belle donne; si va da Rossanna Podestà (Lilia) a Marianne Comtell (la madre di Paolo), da una splendida Ornella Muti (la servetta Giovanna) a  Adriana Asti (Beatrice), da Pilar Velasquez (Ester) a Barbara Bach (la moglie di Salvatore il farmacista), per finire con Neda Arneric e con le bellissime e brave Orchidea De Santis, Femi Benussi e Angela Covello, alcune delle prostitute incontrate da Paolo nel suo cammino sulla strada della lussuria.

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Un buon film quindi, misteriosamente mai editato in dvd, ragione per la quale troverete i fotogrammi del film stesso di mediocre qualità.
Siamo alle solite, il discorso lo abbiamo già fatto:resta un mistero il perchè si siano editate autentiche porcherie e non film come questo che meriterebbero sicuramente una visione.

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Paolo il caldo, un film di Marco Vicario. Con Giancarlo Giannini, Adriana Asti, Riccardo Cucciolla, Rossana Podestà, Vittorio Caprioli, Ornella Muti, Gastone Moschin, Marianne Comtell, Mario Pisu, Attilio Dottesio, Andrea Aureli, Oreste Lionello, Bruno Scipioni, Umberto D’Orsi, Lionel Stander, Ugo Fangareggi, Femi Benussi, Eugene Walter, Pilar Velasquez, Angela Covello, Anna Melita, Roberta Paladini, Barbara Bach, Orchidea De Santis Commedia, durata 124 min. – Italia 1973.

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Paolo il caldo banner protagonisti

Giancarlo Giannini     …     Paolo Castorini
Rossana Podestà    …     Lilia
Riccardo Cucciolla    …     Padre Paolo
Lionel Stander    …                 Barone Castorini
Gastone Moschin    …      Edmondo Castorini
Adriana Asti    …     Beatrice
Marianne Comtell    …     Madre di Paolo
Vittorio Caprioli    …     Salvatore, il farmacista
Ornella Muti    …     Giovanna
Bruno Scipioni    …     Vincenzo Torrisi
Pilar Velázquez    …     Ester
Neda Arneric    …     Caterina moglie di Paolo
Barbara Bach    …     Moglie di Salvatore
Femi Benussi    …     Prostituta vestita di rosso
Enrica Bonaccorti    …     Mariella, l’amante di Vincenzo
Angela Covello    …     La ragazza dell’ultimo incontro
Orchidea de Santis    …     Prostituta
Dori Dorika    …     Sorella di  Paolo
Umberto D’Orsi    …     Il Marchese
Attilio Dottesio    …     Dottor Mondella
Jessica Dublin    …     Prostituta sulla strada
Ugo Fangareggi    …     Luigi Castorini
Oreste Lionello    …         Pittore
Mario Pisu    …     Lorenzo Banchieri
Eugene Walter    …     Jacomini

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Regia: Marco Vicario
Sceneggiatura: Marco Vicario dal romanzo di Vitaliano Brancati
Produzione:Alfonso Vicario
Musiche: Armando Trovajoli
Fotografia: Tonino Delli Colli
Scenografie: Flavio Mogherini
Costumi: Gabriella Pescucci

Paolo il caldo banner citazioni

“Seduto su questa terrazza, a due, a tre, o a dieci metri dalle donne che vedo,mi par di sentire, per un’allucinazione uditiva, il pulsare leggero della stupidità
in quelle fronti bianche delicatamente poggiate sugli archi dei sopraccigli;se spingo le cose più a fondo con un altro bicchiere di vino, posso assicurare
il mio lettore di aver percepito distintamente il rumore delle dieci sconclusionate parole che la vita fiacca e convenzionale fa dentro quei cervelli intanto che
le bocche sono mirabilmente immobili in un sorriso enigmatico”.

“Maiali! delinquenti!… sotto casa mia?… Andatelo a fare dalla troia di vostra madre… Li sparo, per quanto è vero Dio, li sparo…”

* Ci sono sofferenze che scavano nella persona come i buchi di un flauto, e la voce dello spirito ne esce melodiosa.
* L’anima è eterna, e quello che non fa oggi, può farlo domani.


* L’avvenire non è un probabile dono del ciclo, ma è reale, legato al presente come una sbarra di ferro, immersa nel buio, alla sua punta illuminata.


* La felicità è la ragione.


* Un uomo può avere due volte vent’anni, senz’averne quaranta.

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Vittorio Caprioli

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Ornella Muti

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Marianne Comtell 

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Rossana Podestà

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Pilar Velasquez

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Angela Covello

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Neda Arneric  

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Femi Benussi

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Orchidea De Santis

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ottobre 5, 2010 Posted by | Drammatico | , , , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Maschio latino cercasi

Maschio latino cercasi locandina

Maschio latino cercasi, diretto da Giovanni Narzisi su un suo soggetto, è un film del 1977 (distribuito anche con il titolo di L’affare s’ingrossa) composto da 5 episodi con tematica a sfondo sessuale.
Il primo episodio, ambientato a Napoli, vede un turista danaroso alla ricerca di piaceri proibiti (Gianfranco D’Angelo) raggirato da uno scaltro imbroglione Carmine (Vttorio Caprioli);

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Gianfranco D’Angelo e Vittorio Caprioli

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Stefania Casini 

l’uomo si reca in una camera d’albergo con una ragazza che crede minorenne (Brigitte Petronio), che durante l’intimità mostra un contegno pudico, rifiutando per esempio di spogliarsi con la luce accesa.
Chiaramente è un espediente, e il gonzo turista finirà male.
Il secondo episodio racconta la storia di un altro ricco babbeo, il Bislecchi (Gino Bramieri) , che ha una relazione con la giovane e affascinante Gigia (Gloria Guida), la quale è ormai stanca della relazione con l’uomo, che la molesta e la controlla con un binocolo, impedendole di fatto una vita autonoma. Così, con la scusa dell’età, lo molla.

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Maschio latino cercasi 1
Gloria Guida

Il ricco bauscia decide, per riconquistare la giovane amante, di sottoporsi ad una cura ringiovanente presso uno strambo professore tedesco.
La cura sarà solo un palliativo, e il bauscia ne pagherà le conseguenze.
Il terzo episodio vede protagonista Amilcare,(Aldo Maccione)  tipico furbacchione che riesce a godere delle grazie di una affascinante avvocato (Dayle Haddon) sotto gli occhi del marito, un pezzo grosso dell’esercito (Luciano Salce), fidando in una prossima e annunciata amnistia.
Nel quarto episodio protagonista è Gennarino, (Orazio Orlando) che vive con la moglie Anna (Stefania Casini) in Germania, dove sopravvive interpretando squallidi film porno.

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Luciano Salce,Dayle Haddon e Aldo Maccione

Ma la sua virilità sembra cedere, e riacquisterà vigore solo quando anche la moglie diverrà sua compagna di lavoro.
Nell’ultimo episodio una coppia di baroni, Nicola e Sisina (Aldo Giuffrè e Adriana Asti) ravviva il proprio rapporto di coppia con lo scambio dei partner in un club tedesco per scambisti. Mentre lui sembra a suo agio, Sisina appare titubante e inibita. Ma durerà poco e la donna diverrà ben presto una instancabile sostenitrice dello scambismo.
Film sciatto e di grana grossa, Maschio latino cercasi, lanciato anche con il titolo pesantemente allusivo di L’affare s’ingrossa (sic) ha un solo grosso merito, quello cioè di annoverare un cast di assoluto livello, che comprende  attori della comicità come Caprioli, Salce, Maccione, Giuffrè, Bramieri e D’Angelo e attrici quanto meno dignitose a livello fisico, come la Guida, la Petronio e la Haddon, a cui si aggiungono due attrici di ben altro livello come la Asti e la Casini.

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Gino Bramieri

Eppure il film, inserito nel floridissimo filone della commedia erotica, non si solleva mai dalla mediocrità, anche per colpa di una sceneggiatura scialba, incapace di valorizzare le capacità dei tanti attori in campo.
Vien fuori un pateracchio in cui le risate latitano, mentre abbondano natiche e seni; diventa anche spiacevole vedere attori come Bramieri sprecati in ruoli assolutamente inadatti, oppure attrici come la Asti e la Casini utilizzate in parti ignobili.

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Carlo Giuffrè

E’ il caso proprio di Stefania Casini, che sembra spaesata proprio dalla difficoltà di interpretare un personaggio così grossolanamente tratteggiato come quello di Anna, la moglie che accorre in aiuto del marito alle prese con la defaillance in campo erotico sul set del filmaccio porno che l’uomo interpreta.
Tipica commedia di quart’ordine, Maschio latino cercasi arriva in un periodo, il 1977, in cui la crisi di identità, di incassi e di idee del cinema italiano si fa più evidente; mostrare tette e natiche ormai non basta più.
Siamo quasi al tramonto di un’epoca, la triste stagione dei film sempre più spinti sta per arrivare.

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Maschio latino cercasi, un film di Giovanni Narzisi. Con Adriana Asti, Vittorio Caprioli, Gino Bramieri, Gloria Guida, Brigitte Petronio, Gianfranco D’Angelo, Orazio Orlando, Stefania Casini, Carlo Giuffrè, Aldo Maccione, Dayle Haddon, Luciano Salce Commedia erotica, Italia 1977

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Brigitte Petronio, Gianfranco D’Angelo

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Adriana Asti     …     Sisina
Gino Bramieri    …     Bislecchi
Vittorio Caprioli    …     Carmine
Stefania Casini    …     Anna
Gianfranco D’Angelo    Il turista
Salvatore Funari    …     Nanninella
Carlo Giuffrè    …     Il barone Nicolino di Castropizzo
Gloria Guida    …     Gigia
Dayle Haddon        L’avvocato
Aldo Maccione    …     Amilcare
Orazio Orlando    …     Gennarino
Brigitte Petronio        La minorenne pudica
Luciano Salce                Il colonnello

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Regia Giovanni Narzisi
Soggetto Giovanni Narzisi
Sceneggiatura Giovanni Narzisi
Produttore Giulio Scanni
Casa di produzione Staff Professionisti Associati, Pelican Film, Capitol
Distribuzione (Italia) Capitol
Fotografia Angelo Lotti
Montaggio Raimondo Crociani
Marcello Malvestito
Musiche Lelio Luttazzi
Costumi Orietta Nasalli Rocca

Mag 20, 2010 Posted by | Commedia | , , , , , , , , , , , , | 1 commento

Conviene far bene l’amore

Conviene far bene l'amore locandina

Il primo decennio degli anni ottanta vede il nostro paese ( e tutti quelli del pianeta) alle prese con una crisi energetica senza soluzione. Sull’intero pianeta, infatti, le risorse sono definitivamente esaurite.Il mondo quindi è ripiombato indietro di secoli.Ferme le attività produttive, le auto, non si vola più, non ci sono più i treni e tutti gli orpelli della civiltà; le auto sono utilizzate come carrozze, trainate dai cavalli, e la gente deve inventarsi e industriarsi su come illuminare le case, sul come riscaldarsi ecc.

Conviene far bene l'amore 13
L’esperimento sulla cavia volontaria, l’infermiera Piera, Eleonora Giorgi

Conviene far bene l'amore 10
Gigi Proietti è il Professor Enrico Nobili

Ma c’è un giovane testardo, il  professor Enrico Nobili, che è convinto che si possa ancora fare qualcosa. Studiando le teorie del professor Reich, Enrico decide di sfruttarle per ottenere energia elettrica.

Il professor Reich era convinto che l’attività sessuale producesse energia, così il furbo Enrico decide di dimostrare la tesi del predecessore; convince alcuni suoi collaboratori a partecipare all’esperimento, in primis una sin troppo disponibile infermiera, alla quale applica degli elettrodi.

Conviene far bene l'amore 15

Conviene far bene l'amore 14

La ragazza quindi ha un amplesso con un assistente, ma l’energia prodotta è davvero minima.Enrico decide di trovare due che abbiano più resistenza, e li trova in una coppia molto eterogenea; lui, Daniele Venturoli, direttore d’albergo, è un’insaziabile erotomane, sempre pronto a soddisfare le voglie di clienti e amiche, mentre lei, Francesca De Renzi, è un’insaziabile moglie con una caterva di figli.Con uno stratagemma Enrico li fa ricoverare in clinica e tra i due scoppia la passione.L’esperimento funziona alla perfezione,e Enrico riesce a far funzionare luci e anche ascensori della clinica.Enrico riesce a ottenere l’interessamento dei potenti, e dopo aver vinto anche la resistenza della chiesa, finisce per imporre la nuova fonte energetica.

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Adriana Asti è Irene Nobili

Ma da quel momento in poi l’atto sessuale diverrà consono solo alla produzione di energia e verrà bandito dai rapporti ogni genere di affettuosità e di complicità amorosa, svuotando così di fatto il rapporto sessuale.

Conviene far bene l’amore, film del 1975 diretto da Pasquale Festa Campanile, che adattò per lo schermo un suo romanzo, uscì nel periodo più critico per il pianeta, alle prese con una crisi energetica senza precedenti, che vide in poco tempo aumentare a dismisura il costo del petrolio, con conseguenza catastrofiche per le economie mondiali.

Festa Campanile la gettò sul ridere, ottenendo un film quanto meno non usuale, pieno di nudi femminili ma mai volgare e assolutamente lontano dalla commedia erotica.

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Agostina Belli è Francesca, Christian De Sica interpreta Daniele

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Grazie alle superbe bellezze di Eleonora Giorgi e di Agostina Belli, la moglie ninfomane, grazie anche al buon esordio di un irriconoscibile Christian De Sica, non ancora caratterizzato dal pesante accento romanesco, Festa Campanile ottiene un buon prodotto, che si regge bene grazie anche alla superba prova di Gigi Proietti, uno stralunato, stravagante professor Enrico Nobili, e al cast di buoni attori che compaiono in parti esilaranti, come Adriana Asti, moglie del professor Enrico, Mario Scaccia nella parte di un cardinale, Mario Pisu in quella di un onorevole ecc.

Un film privo di volgarità, come del resto nelle corde del regista, che usa il suo linguaggio visivo fatto di sottile ironia accompagnandosi con una sceneggiatura di buon livello.

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Il film resta in bilico tra la commedia leggera e quella impegnata, propendendo però decisamente per la prima; se le battute non sono esilaranti, si ride amaro davanti alla descrizione di una città ridotta a vivere di ricordi.

Bella la scena del rigattiere che vende un lampadario e delle lampadine, alcune fulminate e altre no all’incredibile prof. Nobili, assolutamente certo delle teorie di Reich, tanto da giocarsi il residuo prestigio di cui gode.

Da segnalare la bellissima Agostina Belli, a suo agio anche senza vestiti, nel ruolo più “nudo” che abbia interpretato sullo schermo; la sua innocente malizia è tra le cose migliori del film.

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Un film da riscoprire, alla luce della crisi energetica attuale, per riflettere su come 35 anni addietro avessero dovuto fare i conti con gli stessi problemi attuali, risolti da Campanile con una risata ironica e leggera.

Il film è disponibile su Youtube,in una buona versione all’indirizzo: http://www.youtube.com/watch?v=0MpAIC9jZEw

Conviene far bene l’amore,un film di Pasquale Festa Campanile. Con Mario Scaccia, Christian De Sica, Adriana Asti, Mario Pisu, Agostina Belli, Eleonora Giorgi, Luigi Proietti, Franco Agostini, Quinto Parmeggiani, Pietro Tordi, Oreste Lionello, Gino Pernice, John Karlsen, Armando Bandini, Monica Strebel, Mario Maranzana, Roberto Antonelli, Enzo Robutti, Loredana Martinez, Franco Angrisano, Aldo Reggiani, Franco Mazzieri, Salvatore Puntillo, Pupo De Luca, Leo Frasso, Ettore Carloni, Vincenzo Maggio, Tom Felleghy

Commedia, durata 106 min. – Italia 1975.

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Gigi Proietti     …     Prof. Enrico Nobili

Agostina Belli    …     Francesca De Renzi

Eleonora Giorgi    …     Piera

Christian De Sica    …     Daniele Venturoli

Mario Scaccia    …     Mons. Alberoni

Adriana Asti    …     Irene Nobili

Franco Agostini    …     Dr. Spina

Quinto Parmeggiani    …     De Renzi

Gino Pernice    …     Assistente

Mario Pisu    …     Ministro

Monica Strebel    …     Angela

Franco Angrisano    …     Landlord

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Regia:     Pasquale Festa Campanile

Soggetto:     Pasquale Festa Campanile (dal romanzo omonimo)

Sceneggiatura:     Pasquale Festa Campanile, Ottavio Jemma

Fotografia:     Franco Di Giacomo

Montaggio:     Sergio Montanari

Musiche:     Fred Bongusto

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Si ride e s’irride, nel film di Festa Campanile (autore anche dell’omonimo romanzo), con giovanile inventiva e ironico moralismo. La fantascienza erotica ha sempre una piega goliardica, e infatti anche qui molti spassi hanno radice in recite studentesche e numeri da avanspettacolo, benché l’idea risalga alle zampette della rana di Galvani; ma le argute e accorate riflessioni che Festa Campanile ne trae partecipano più della polemica con gli scienziati, i tecnologi e i sociologi del progresso che non dell’elogio dei sessuomaniaci. Il nostro autore furbetto, avvertendo con prensile fiuto che cresce la domanda di sentimento e il cipiglio ecologico, si allinea con prontezza, tuttavia senza perdere il suo gusto del piccante.

Il film, così, marcia allegramente in una ghirlanda di gag che coinvolgono satira della scienza e dei potenti, pochade e paradosso, cinema avveniristico e amabili spogliarelli. Vi sono squilibri e ovvietà, e la materia poteva offrire scavi più crudeli, ma l’ambizione non era poi altissima. Giustamente convinto che far ridere non costituisca una colpa, Festa Campanile è un autore per grandi platee. Se talvolta, diciamo anche spesso, è andato troppo sul facile, qui taglia per primo il traguardo, con armi scherzose ma oneste, d’un cinema per liete brigate, infastidite dalle porcheriole e dalle melensaggini. Il film, nonostante l’abbondanza di copule, è una novella pulita, che senza dirvi sul sesso più di quanto sappiate, vi persuade a non sciuparlo col farne un obbligo sociale.

Gli attori s’amano e si divertono. Christian De Sica è ben avviato sul cammino brillante apertogli da papà (colpisce ritrovarvi gesti e inflessioni, emersi dal cinema degli anni Quaranta). Agostina Belli ormai va tranquilla, dolce e graziosa, Eleonora Giorgi si spoglia con vezzi spiritosi, Adriana Asti fa macchia con gran classe, e Mario Scaccia è un esilarante monsignore, scandalizzato ma non troppo. Il peso maggiore è sulle spalle di Gigi Proietti, bravo e svelto nel dare colori assurdi e giocondi al premio Nobel dell’orgasmo. Musiche di Fred, di buon gusto.

Giovanni Grazzini,da Il Corriere della Sera, 13 aprile 1975

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Mag 6, 2010 Posted by | Commedia | , , , , , , , | Lascia un commento

Homo eroticus

Il siciliano Michele è in fuga dal suo paese della Sicilia: il motivo è da ricercarsi nei problemi creati dall’uomo alle donne del posto. Arrivato a Bergamo, si reca dal barbiere Tano con tanto di raccomandazione di un pezzo grosso locale. L’uomo riesce a farlo assumere da un suo cliente, l’ingegner Achille, sposato alla bellissima Coco.

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Rosanna Podestà

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Adriana Asti

L’ingegnere fa visitare il nuovo assunto, destinato a diventare un cameriere, dal suo amico medico, il dottor Mezzini, che durante la visita di controllo scopre che Michele ha non solo un apparato genitale fuori dal comune, ma è anche affetto da triorchismo, ovvero possiede tre testicoli. Con poco tatto, il medico informa della cosa l’ingegner Achille, che ne parla alla moglie: ben presto la notizia fa il giro della città, divertendo ma anche incuriosendo tutte le donne della buona borghesia. Le stesse signore iniziano a contendersi il giovane, che passa ben presto da un letto all’altro, non disdegnando nemmeno le cameriere delle donne.

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Simonetta Stefanelli

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Lando Buzzanca

Ma tanto super lavoro ha come risultato il nascere della gelosia di Coco, poco disposta a dividere l’uomo con le amiche. Nel frattempo Michele ne combina una delle sue: seduce la giovanissima figlia di Tano, non ancora maggiorenne, suscitando le ire del padre. Licenziato da Coco, Michele passa alle dipendenze di una affascinante ma dura capitano d’industria, Carla, che presto lo scarica per lo stesso motivo di Coco.

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Sylva Koscina

Michele viene assunto allora da una nobildonna, Agnese Tresconi, ma fatalmente una sera, durante un amplesso, la donna muore tra le braccia dell’amante.A questo punto Michele, con la coda tra le gambe, torna dall’ingegner Achille, che lo riassume al suo servizio, mettendo a tacere con dei soldi anche Tano, che cercava il siciliano per vendicare l’onore della figlia. Ma è destino che per Michele le cose debbano essere cambiate per sempre: il trauma subito durante l’episodio della morte di Agnese, lo ha reso impotente. Per Michele sembra esserci solo una alternativa: il ritorno in Sicilia.

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Luciano Salce

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Brigitte Skay

Ma Tano gli offre la soluzione: lui sposa la ragazza che ha sedotto e in cambio i due lavoreranno assieme nella bottega da barbiere di Tano.
Diretto da Marco Vicario nel 1971, Homo eroticus è una discreta commedia; una festa per gli occhi, principalmente, visto il favoloso cast al femminile allestito dal regista. Dalla Koscina alla moglie dello stesso Vicario, la bellissima Podestà, passando per Femi Benussi, Paola Tedesco, Brigitte Skay, Ira Furstemberg,Adriana Asti,Giancaro,Angela Luce. Ottime anche le performance di Lando Buzzanca, Luciano Salce e Bernard Blier. Film godibile, sorretto da una discreta trama  e sopratutto privo di volgarità e di nudi fini a se stessi: nel film l’unico topless è della splendida Sylva Koscina.

Il film è disponibile all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=2BXOifvpUa4 in una versione passabile.

Homo eroticus,,un film di Marco Vicario. Con Ira Fürstenberg, Femi Benussi, Adriana Asti, Rossana Podestà.Luciano Salce, Sylva Koscina, Lando Buzzanca, Angela Luce, Bernard Blier, Alberto Plebani, Evi Marandi, Sergio Serafini, Sandro Dori, Ugo Fangareggi, Jacques Herlin, Bruno Boschetti, Brigitte Skay, Fulvio Mingozzi, Catherine Diamant, Lino Patruno, Simonetta Stefanelli, Paola Tedesco, Michele Cimarosa, Shirley Corrigan, Nanni Svampa, Piero Chiara
Commedia, durata 111 min. – Italia 1971.

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Rossana Podestà Cocò Lampugnani
Lando Buzzanca Michele Cannaritta
Luciano Salce Achille Lampugnani
Adriana Asti Agnese Trescori
Ira von Fürstenberg Moglie del dottor Mezzini
Evi Marandi        Giusy
Brigitte Skay Cameriera
Angela Luce         Cameriera
Femi Benussi Ersilia
Simonetta Stefanelli Figlia di Tano
Michele Cimarosa Tano Fichera
Paola Tedesco Amica di
Ugo Fangareggi        Conducente del Taxi
Jacques Herlin        Prof. Godé
Pia Giancaro Amica di Cocò
Federico Pietrabruna
Bernard Blier Dr. Mezzini
Sylva Koscina Carla
Piero Chiara           Giudice
Nanni Svampa         Bestetti
Lino Patruno         Il cantante

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Regia Marco Vicario
Soggetto Marco Vicario, Piero Chiara
Sceneggiatura Marco Vicario, Piero Chiara
Casa di produzione Atlantica Cinematografica (Roma) – Productions Roitfeld (Paris) – Optimax Film (Paris)
Distribuzione (Italia) Cidif
Fotografia Tonino Delli Colli
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Armando Trovajoli
Scenografia Flavio Mogherini
Costumi Lucia Mirisola
Trucco Grazia De Rossi, Renzo Francioni, Maria Miccinilli, Michele Trimarchi

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settembre 29, 2009 Posted by | Commedia | , , , , , , , , , , , | 7 commenti

Caligola

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Caio Cesare Augusto Germanico detto Caligola, imperatore romano, visto da Tinto Brass, da Gore Vidal e da Bob Guccione, o meglio, alla fine, visto non si sa bene da chi, come testimonia la vita cinematografica di questa pellicola, una delle più tormentate nella storia del cinema. Un film che in teoria doveva raccontare la vita e gli eccessi dell’imperatore romano che successe a Tiberio, e che alla fine si trasforma in un film che varca i labili confini tra il cinema d’autore e il cinema hard, grazie allo scempio che ne fece Bob Guccione, il produttore americano di Penthouse, che alla fine prese in mano la produzione del film, costringendo Vidal e Brass a sconfessare anche le parti da loro rispettivamente sceneggiate e dirette.

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Peter O’Toole, Tiberio 

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 Malcom Mc Dowell, Caligola

Per rendersi conto del guazzabuglio inestricabile in cui si venne a trovare la produzione, basti pensare che ne circolarono diverse versioni, dalla più corta, quella di 105 minuti, che non contiene le scene famigerate delle varie orge. Tra tagli, censure, ripensamenti, l’opera appare quasi incomprensibile; vista nella versione integrale non si discosta poi molto da un banale film hard, in quella ridotta ci si rende conto di come sia l’eccesso la chiave di volta del film.

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Adriana Asti, Ennia 

La storia narra la vicenda di Caligola, partendo quando era ancora in vita Tiberio; un Tiberio dissoluto, affetto da malattie ripugnanti della pelle, e che in pratica diventa il primo maestro di Caligola, che provvederà ( falso storico) a farlo assassinare da Macro, il suo fedele pretoriano. In questa prima parte del film domina già l’eccesso, con scene forti di orge di cui si circonda Tiberio, uomini, donne e ragazzini esposti come quadro di contorno della vita quotidiana dell’imperatore, a cui fa da contraltare il saggio Nerva, che sceglierà anche lui di morire suicida. Salito al potere, Caligola mette in mostra tutta la sua ferocia; stupra una coppia di nobili al loro banchetto nuziale, poi fa assassinare il fido Macro,

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Helen Mirren è la sacerdotessa Caesonia

mentre mantiene un’unione incestuosa con sua sorella Drusilla, l’unica donna che abbia poi veramente amato. La seconda parte del film indulge sulle scene più forti e al tempo stesso più lussuriose e sfrenate: Caligola, impazzito, secondo la personale visione del regista, anzi sarebbe meglio dire i registi, si dedica alle attività più folli, inclusa la decisione di far prostituire le mogli dei senatori, o quella di nominare senatore il proprio cavallo. In mezzo, la macchina mieti teste e le orge più sfrenate, la decisione di sposare Caesonia, la sacerdotessa delle vestali, che erano vergini e consacrate agli dei, e infine la pazzia totale, esplosa con la morte di Drusilla, che culmina con un atto di necrofilia. Il tutto giunge all’epilogo con la morte di Caligola, organizzata dai suoi pretoriani su istigazione dei senatori.

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Da prendere con le molle o da bocciare tout court: non ci sono altre scelte possibili, per un film esagerato, kitsch, aberrante, oltraggioso. La cosa che sorprende di più è sicuramente il cast, che è di assoluto prim’ordine: c’è un diabolico, irriverente Peter O’Toole nei panni di Tiberio,Malcom Mc Dowell, il leggendario Alex di Arancia meccanica in quella di Caligola, c’è There ann Savoy, assolutamente libertina nella parte di Drusilla, Helen Mirren in quella di caesonia e ancora Adriana Asti nella parte di Ennia,

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Leopoldo Trieste, John Gielgud in quella di Nerva, Uno stuolo di attori assolutamente sprecato, alla luce di quanto reso in definitiva dal film. E viene da chiedersi cosa abbiano pensato quando poi, alla fine, rimaneggiamento dopo rimaneggiamento, aggiunta dopo aggiunta, si sono trovati davanti ad un film che mescola tutto l’hard possibile, depravazioni incluse.

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Caligola, un film di Tinto Brass. Con Leopoldo Trieste, Adriana Asti, Peter O’Toole, John Gielgud, Malcolm McDowell,Therese Ann Savoy, Donato Placido,Helen Mirren
Storico, durata 124 min. – Italia, USA 1979-1984

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Malcolm McDowell: Gaio Cesare Germanico, detto Caligola
Teresa Ann Savoy: Drusilla
Guido Mannari: Macro
John Gielgud: Nerva
Peter O’Toole: Tiberio
Giancarlo Badessi: Claudio
Bruno Brive: Gemello
Adriana Asti: Ennia
Leopoldo Trieste: Charicle
Paolo Bonacelli: Cassio Cherea
John Steiner: Longino
Mirella Dangelo: Livia
Helen Mirren: Cesonia
Richard Parets: Ministro
Paula Mitchell: Subura Singer
Osiride Pevarello: Gigante
Donato Placido: Proculo
Anneka Di Lorenzo: Messalina
Lori Wagner: Agrippina

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Regia Tinto Brass, Bob Guccione (non accreditato) e Giancarlo Lui (non accreditato)
Sceneggiatura Gore Vidal e Masolino D’Amico (versione originale)
Bob Guccione, Giancarlo Lui e Franco Rossellini (versione del 1984)
Produttore Franco Rossellini e Bob Guccione
Casa di produzione Penthouse Films International e Felix Cinematografica
Fotografia Silvano Ippoliti
Montaggio Nino Baragli, Russell Lloyd (non accreditato) e Enzo Micarelli (versione 1984)
Effetti speciali Franco Celli e Marcello Coccia
Musiche Paul Clemente e Renzo Rossellini (versione 1984)
Scenografia Danilo Donati
Costumi Danilo Donati (non accreditato)
Trucco Giuseppe Bachelli

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L’opinione del Morandini

La vita forsennata, le azioni crudeli, l’incesto con la sorella Drusilla, le follie e la morte violenta di Caio Cesare Augusto Germanico detto Caligola (12-41 d.C.), secondo l’ottica di Svetonio, lo storico più maligno e meno attendibile dei tempi greco-romani, e quella dell’americano Gore Vidal: un bambino che si trova in mano il mondo, non sa cosa farsene e vi sfoga i suoi istinti distruttivi. Girato nel ’76, montato nel ’77, sconfessato da Vidal, rinnegato da Brass, oggetto di risse e liti giudiziarie a catena, proiettato qua e là per l’Italia nel novembre del ’79, sequestrato, rimontato nel 1984 da Franco Rossellini. Impossibile stabilire quale sia l’edizione originale tra le tante di varia lunghezza (156′, 147′, 105′) distribuite nel mondo. In quella dell’84, pur purgato delle sue immagini più crude, rimane una sagra di Kitsch fantapornosadomasolatino dove la fantastoria si coniuga con il cinema delle luci rosse e quello della violenza. Con molti miliardi e il talento di Danilo Donati, scenografo e costumista, Brass s’è preso per Stroheim e, passando attraverso il Fellini – Satyricon, ha dato fiato alle trombe dell’iperbole sessuale, al gusto un po’ svaccato della provocazione, alla sua libertaria e sgangherata polemica contro il potere. Ma non mancano né frammenti suggestivi né pagine efficaci.
L’opinione di B.Legnani dal sito http://www.davinotti.com

Indecifrabile. Momenti altissimi (formidabili la parte dedicata alla visita a Tiberio e la macchina decapitatrice) convivono con altri che suscitano perplessità (l’interminabile post-mortem di Drusilla): forse la cosa non deve stupire, perché quando si punta sull’eccesso basta un nonnulla per rovinare l’effetto. Le note traversìe l’hanno, temo, fatta qua e là da padrone. Storicamente non è attendibile (basti pensare alla qui irrisa figura di Claudio), ma certo non si è voluto fare della Storia. Le scene hard sono fatte molto bene. Invalutabile.

L’opinione di Bullseye dal sito http://www.davinotti.com

Incredibile. Se da un lato esiste il rammarico di non poter vedere il progetto originario di Brass (regista che amo molto), resta comunque la gioia per un capolavoro dell’eccesso che valica tutti i confini, dal teatro shakespeariano al cinema underground, dal kolossal-blockbuster all’exploitation più eccessiva e senza limiti, dall’hard di classe al cinema d’autore. Un viaggio indimenticabile nell’eccesso con reminescenze fellinian-viscontiane. Solo negli anni Settanta si potevano realizzare film così. Capolavoro.

L’opinione di ezio dal sito http://www.filmtv.it

Devo rivedere il giudizio sul film visto finalmente in versione integrale di 155 minuti dvd Minerva.Sconclusionato fino all’eccesso ma terribilmente pulp….c’e’ di tutto …evirazioni,orgasmi,scene hard,pissing,violenze di ogni tipo ….tutto quello che un pazzo come Caligola gli passava per la mente e interpretato in modo “divino” da Malcolm McDowell.Scenografie e recitazioni teatrali e sicuramente assieme a quello di Joe D’Amato (comunque diverso) sono le migliori versioni “trash” dei vari e numerosi Caligola.Insomma c’e’ di che da divertirsi per gli amanti del genere….gli altri si astengano.

L’opinione di elly dal sito http://www.filmscoop.it

CALIGULA: la pellicola più scandalosa e controversa mai fatta prima del 1979 e che ancora oggi ha il suo grande effetto sul pubblico, un kolossal italiano di tutto rispetto, un capolavoro del genere!
Angosciante, macabro, grottesco, a volte davvero ripugnante e vomitevole trova la sua massima espressione nei PP delle parti intime, nelle angoscianti penetrazioni e sverginazioni, nei delicati tocchi e nelle malformazioni fisiche, nelle orge e nell’arte del fellatio ambientato in una monumentale ricostruzione dell’antica Roma con bellissimi costumi e una fotografia stupenda.
CALIGULA ricorda vagamente FELLINI SATYRICON, non è un caso che il direttore artistico sia Danilo Donati che fa di questo film una sublime creazione, come detto in precedenza la fotografia, le scenografie, i costumi, sono di una bellezza unica, dove si scorge anche nel più piccolo (decori, accessori,) una grande manodopera e un magnifico accostamento tra buon gusto, arte e colori.
Ma forse quello che colpisce di più oltre a tutti gli aspetti visivi e cinematografici è il cast, un grandissimo cast composto da O’toole, Mirren, Gielgud, ma quello che di certo eccede è Mcdowell a dir poco fantastico. Mcdowell, già affermato in ARANCIA MECCANICA, meriterebbe l’oscar per questa sua splendida prova e invece l’elite critica se n’è semplicemente sbattuta. Il ruolo che gli deve tanto “riconoscimento” è quello di Caligula, folle, infantile, immorale, portato all’autocompiacimento, tiranno, amante dell’endoismo, espressioni e sguardi che non dimenticheremo facilmente come lo stesso personaggio e quella danza imbarazzante che lo accompagna per tutto il film. Caligula in sè è un personaggio capriccioso, perverso, che si diverte nel far giustiziare chi gli sta attorno, ma in un certo senso Drusilla, la sorella di cui è innamorato profondamente, lo tiene buono. E sarà proprio al momento della morte di Drusilla che Caligula andrà fuori di testa definitivamente, anche se nella sua pazzia ad un certo punto riesce a intravedere la verità: il mondo che lo circonda gli appare per ciò che è, e cioè un mondo malato, fatto di nobili annoiati e pervertiti, dove il buon senso è ucciso dall’istinto umano. Anche se a pensarci bene ognuno di noi ha un Caligula dentro di sè, tutti noi abbiamo una certa mostruosità pari al suo livello, capita che i nostri sogni rispecchino questo stile di vita, in fondo non siamo così diversi, l’unica cosa diversa è che noi, a differenza sua, sopprimiamo i nostri istinti per svariate ragioni.
Di scene da raccontare c’è ne sarebbero a bizzeffe, ma forse quella che merita un piccolo spazio è una di quelle che furono censurate negli USA nella seconda versione già censurata in precedenza e che nella versione completa è stata diretta da Guccione e da Lui, la scena delle lesbiche che fu tra l’altro la consacrazione di due grandi attrici del genere e non: Anneka Di Lorenzo e Lori Wagner. In effetti è veramente erotica, tendente al met-art direi, però arte questa è e non andrebbe affatto toccata!
Nel film viene trattata la sessualità così come la vediamo, così com’è non solo perché Brass ha voluto spingersi sull’erotico ma anche perché il piacere sessuale così come lo intendiamo noi e come lo hanno inteso molte culture di tutti i tempi non è lo stesso che percepivano gli antichi greci. Per loro non esisteva maschio e femmina, i due erano una cosa sola o meglio strumenti materiali per la ricerca di un piacere, da quello più frivolo a quello più febbrile, nell’antichità quelli che noi oggi cataloghiamo come eterosessuali, omosessuali, “trans”, travestiti, ermafroditi, non esistevano, non c’era questa distinzione, erano tutti bisessuali, questo probabilmente trova la sua origine dal teatro che ha tutto quel processo dietro (il travestimento, la catarsi). Sinceramente mi è dispiaciuto che questo modo di pensare e di vivere si sia perso, catalogare le persone per quello l’orientamento sessuale (come se scegliere chi scoparsi fosse na religione!) e il modo in cui si raggiunge il piacere (scambisti, sadomaso, misstress, orge, menate a trois, feticisti,..) significa assopire l’istinto dell’uomo non per ragione ma per religione, infatti il perché questo endoismo greco-latino sia finito è molto semplice: la sua fine è avvenuta quando la religione cristiana ha conquistato l’europa, la sostituzione del profano con il sacro, e guardate un po’, si torna al discorso teatro!
La pellicola non è solo un film erotico che vuole impressionare ma ha anche momenti abbastanza drammatici, che staccano per alcuni minuti l’atmosfera del film, come per esempio la scena dove la sorella del protagonista muore o in quella finale dove sua figlia viene uccisa sbattendole la testa sui gradini con un colpo secco, i corpi che rotolano giù dalla gradinata insieme al sangue lavato con l’acqua con estrema indifferenza, il cavallo bianco, a cui era tanto affezionato, nitrisce e un PP del suo volto, con quegli occhi azzurri senza vita danno un loro particolare senso di drammaticità, forse un senso di tristezza, pena per questo povero uomo.
Ascesa e decadimento di un personaggio storico, film chiave nella filmografia brassiana in quanto segna l’inizio di un nuovo Tinto che fa all-in d’ora in avanti sull’erotismo lasciandosi alle spalle il tanto amato e splendido periodo anarchico-surreale.

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luglio 15, 2009 Posted by | Erotico | , , , | Lascia un commento