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Ammazzare il tempo

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Sara fa la giornalista per un importante quotidiano; è una donna all’apparenza sicura di se, anche narcisista, secondo il ritratto che ne fa l’ex marito.
In realtà è una donna con molti problemi, preda di segrete angosce e in bilico tra una giovinezza ormai svanita e un’età adulta che mal riesce ad affrontare.
Ha una relazione abbastanza tempestosa con il suo analista, ricavandone in cambio più dubbi di quelli che la perseguitano.

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Stefania Casini

Sara sta indagando sulla morte per overdose di un giovane; attraverso l’indagine, non svolge solo il suo lavoro, ma cerca un’identità perduta, un qualcosa che raffronti ciò che era, e che ora non è più con quel mondo che ovviamente stenta a capire, così distante da lei.
Il mondo giovanile è un universo parallelo, ma a Sara viene offerta un’occasione unica per avvicinarlo, più di quanto stia facendo con la sua indagine.

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Flavio Bucci

Un giorno investe una ragazza che le attraversa la strada.
La porta a casa e scopre così che è una minorenne sbandata, di nome Baby Anna.
Tra le due donne, così diverse tra loro, separate da cultura, modo di vivere, posizione sociale, si stabilisce un contatto.
Attraverso baby Anna, Sara ha modo di rivedere quella che è la sua filosofia di vita, analizzandola anche nei numerosi errori che ha fatto e che fa.
Quello che Sara non sa è che Baby Anna ha una relazione proprio con il suo analista; lo scoprirà, mandando ancora più in crisi il suo precario equilibrio.
Ad un certo punto la convivenza tra le due donne, stabilitasi dopo l’incidente, diventa impossibile, aggravata dalle strane abitudini di Baby Anna, una delle quali è quella di assumere droga.
Così Baby Anna va via, ma Sara decide di seguirla; è l’occasione per lasciarsi alle spalle quel mondo che si attende da lei cose che lei stessa non può dare, confusa e incerta com’è sulla propria identità.

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Paola Morra

Ammazzare il tempo, diretto da Mimmo Rafele nel 1979, è un film in cui predomina il dialogo; Sara parla, parla, parla, quasi cercasse attraverso la parola un rifugio alle sue insicurezze, alle sue ansie, come se andasse alla ricerca di un equilibrio sottile, al quale ambisce ma che non riesce a trovare.
Dialoghi che portano a inquadrare una figura femminile con troppi problemi, rapportata alla figura di baby Anna, che invece sembra non porsi nemmeno uno dei quesiti che sconvolgono Sara.

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Baby Anna non cerca risposte, perchè è presa dal quotidiano, da quel vivere alla giornata senza meta e senza perchè che sembra essere la costante dei giovani delle generazioni successive al 68.
Se Sara appare vulnerabile nel suo passato, in quel suo rifugiarsi in ciò che era e che inevitabilmente ora non è più, come testimoniato dalle parole dell’analista, che le dice “tu hai paura di essere lasciata sola, di non essere amata; sorridi per paura, non per generosità“, a maggior ragione appare evidente la fragilità stessa del personaggio, costretto dalle circostanze, dalle convenzioni, a mostrarsi forte, sorridente, quindi incapace di lasciar libera la propria personalità.

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Che così appare ingabbiata, contribuendo in maniera determinante all’insicurezza della donna.
Questa ricerca dell’equilibrio di Sara, paragonata a quello della giovanissima Baby Anna è uno dei punti base del film, sul quale il regista costruisce la storia.
Che, va detto, barcolla parecchie volte, proprio per l’eccesso di dialogo che caratterizza la pellicola.
Molto lunghi sono, per esempio, il dialogo tra l’analista e l’ex marito di Sara; appesantiti anche dalla scarsa mobilità della pellicola stessa, avvolta in un’aura di problematiche individuali esplicitate si, ma anche scarsamente affascinanti.

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Manca una storia del passato di Sara, quello che era prima di ciò che è ora, mentre il personaggio di Baby Anna è rozzo, tagliato con l’accetta.
Forse perchè la ragazza non si pone problemi, ma accetta ciò che è senza curarsi del passato o del futuro.
Ciò che conta per lei è il presente.
Così la pellicola scivola attraverso 95 minuti in cui non accade davvero nulla, se non la visione delle personali storie di Baby Anna e sopratutto quella di Sara, che comunque uscirà molto cambiata alla fine.
Nel finale Sara racconta a Baby Anna che il suo problema è proprio quello di poter scappare, senza dover dire o dovere qualcosa a qualcuno; e sarà proprio la giovane Baby Anna a dare una lezione di vita alla sua matura amica.

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Due parole sui protagonisti; bene Stefania Casini, che interpreta la tormentata Sara, discreta la prova di Paola Morra nei panni della giovane Baby Anna e bene anche Flavio Bucci, nel ruolo inconsueto dell’analista.
Un film decoroso, Ammazzare il tempo, ben girato, ma che ebbe scarsissima fortuna: colpa dell’eccesso di dialoghi, ovviamente, colpa anche della crisi profondissima del cinema italiano alla fine degli anni settanta.
Una pellicola con un suo valore, che andrebbe riscoperta e valorizzata, proprio per la sua capacità di raccontare il disagio personale di una donna in fuga dal presente, ma non ancora slegata dal suo passato.

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Ammazzare il tempo, un film di Mimmo Rafele. Con Angelo Infanti, Stefania Casini, Fabio Garriba, Flavio Bucci,Paola Morra
Commedia, durata 95 min. – Italia 1979.

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Stefania Casini-Sara

Paola Morra-baby Anna

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Regia: Domenico Rafele

Sceneggiatura: Domenico Rafele

Musiche: Enrico Rava

luglio 12, 2010 Posted by | Drammatico | , , | Lascia un commento

Rosemary’s baby-Fiocco rosso a New York

Rosemary's baby locandina

La vicenda si svolge a New York, sul finire degli anni sessanta.
Rosemary, una giovane donna appena uscita dal college e suo marito, Guy Woodhouse, attore di teatro alla ricerca di successo, consultano un agente immobiliare per cercare un appartamento in cui vivere.
L’uomo li porta in uno stabile elegante, in cui c’è un bel appartamento vuoto,lasciato libero dalla proprietaria che nel frattempo è morta.
I due attratti dal’insolito prezzo basso della casa accettano la proposta dell’agente e lo affittano.
Conoscono così Roman e Minnie Castevet, una coppia di anziani coniugi all’apparenza cordiali e disponibili verso di loro.

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Mia Farrow è Rosemary

Nasce così un’amicizia che diventa, da parte dei coniugi Castevet, abbastanza invadente; ma Rosemary accetta la situazione, mentre Guy mostra segni di insofferenza.
Una sera Minnie regala a Rosemary uno strano amuleto, dicendole che le porterà fortuna, e la ragazza accetta, nonostante dallo stesso esca un’aria assolutamente sgradevole.
La carriera di Guy all’improvviso decolla, grazie anche alla sfortuna che si accanisce sull’attore che era stato scelto per l’opera teatrale che deve interpretare Guy; l’uomo, infatti, all’improvviso ha perso la vista.

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Preso dall’euforia, chiede alla moglie di avere un bambino, così una sera, dopo una cena romantica, tutto sembra pronto per il fatidico passo; ma dopo cena Rosemary all’improvviso sviene, e durante il dormiveglia in cui è immersa, si vede trasportata su uno yacht, all’interno del quale c’è suo marito e ci sono i coniugi Castevet; Rosemary, scesa sotto coperta, diventa partecipe di un sabba infernale, in cui viene segnata con dei numeri simbolici.
Quando la donna all’indomani si sveglia, stordita, si rende conto di avere dei segni lungo la schiena, e suo marito la informa che hanno avuto, nonostante lei fosse in stato di incoscienza, un rapporto sessuale.

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Rosemary sogna di essere su uno yacht

E in effetti sembra che la notte d”amore abbia avuto esito; gli esami che Rosemary fa confermano che è incinta e che suo figlio nascerà a giugno.
Appresa la notizia, sia Guy che i Castevet esultano e la coprono di premure, consigliandole anche il cambio del ginecologo.
Sapirstein, il dottore deputato al controllo della gravidanza di Rosemary, invita la donna a seguire una strana alimentazione, a cui da corda anche la signora Castevet, che ogni giorno propina alla giovane donna uno strano intruglio.
Con il passare del tempo la gravidanza di Rosemary si rivela molto difficile; la donna deperisce a tal punto da insospettire le sue amiche, che la consigliano di rivolgersi al suo vecchio dottore.

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Il sogno del sabba

Un altro fatto arriva a turbare la serenità di Rosemary; un suo amico scrittore, preoccupato dall’aspetto terribilmente patito di Rosemary, indaga sia sui Castevet che sugli strani eventi che stanno capitando alla ragazza.
Edward Hutchins, lo scrittore, chiama la ragazza e la invita ad un incontro urgente; ma quando Rosemary si reca all’appuntamento, scopre che l’uomo è inspiegabilmente entrato in coma.
A questo punto i sospetti di Rosemary sullo strano comportamento dei Castevet, sul distacco che suo marito ormai ha messo tra loro, sulla inspiegabile morte di una sua amica cresciuta proprio dai Castevet e le varie stranezze legate al comportamento di quelli che la circondano la convincono che forze oscure stanno tramando contro di lei.

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Simboli demoniaci

Edward muore, ma riesce a consegnarle un libro tramite la sua vedova; grazie al libro stesso, Rosemary apprende l’esistenza di associazioni satanistiche e sui loro strani rituali.
A qel punto la donna indaga personalmente, si reca dall’attore rimasto cieco, collega il suo strano amuleto a quello identico che il dottor Sapirstein porta al collo, mette assieme i fatti e si convince definitivamente di essere caduta nelle grinfie di una congregazione satanica.

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Fugge e si reca dal suo vecchio ginecologo, ma mentre crede di essere al sicuro, si vede arrivare il marito, gli immancabili Castevet e il dottor Sapirstein,che la riportano a casa.
Ormai prigioniera, Rosemary arriva alla fine della gravidanza, e da alla luce un bambino; ma suo marito Guy la convince che è nato morto.
La ragazza non crede alle parole del marito, e grazie ad un ripostiglio situato nell’appartamento, arriva a scoprire l’atroce verità: al centro della stanza, circondata da molte persone, fra cui suo marito e i Castevet, c’è una culla coperta da un drappo nero sulla quale campeggia un crocefisso rovesciato.
Suo marito le rivela la verità; in cambio del successo e dl denaro, ha fatto un patto con il diavolo, complici i soli Castevet.
Rosemary si avvicina alla culla e solleva il drappo, colta da un improvviso senso di orrore.

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E’ solo un attimo; quando Roman Castevet le ricorda che lei è pur sempre sua madre, lei si avvicina alla culla nella quale il diabolico bambino sta piangendo, e inizia a cullarla con dolcezza.
Girato da Roman Polanskj nel 1968, Rosemary’s baby è un film straordinario sotto tutti i punti di vista.
Nel film non accade praticamente nulla, non ci sono scene splatter, horror o che fanno sobbalzare sulla sedia, tuttavia è presente una tensione assolutamente ineguagliabile, frutto di una regia attenta, con i fiocchi.
Il regista riprende il romanzo di Ira Levin e lo trasporta sullo schermo mantenendo la tensione latente del romanzo, e scrivendo una delle pagine più importanti della storia della cinematografia; la capacità di lasciare con il fiato sospeso lo spettatore in attesa di un’esplosione di qualcosa, violenza o furia omicida, del diavolo o di una sua apparizione, ha del sorprendente.

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Polanskj veniva dall’ottima prova di Per favore non mordermi sul collo!, e decise di cimentarsi con l’horror, adattando quindi il romanzo di Irvin e puntando tutto sull’aspetto psicologico del film, piuttosto che sull’effetto scenico di facile presa.
Una scommessa difficile, ma vinta alla grande, grazie anche al contributo fondamentale del cast; addirittura superba è Mia Farrow, aria candida e innocente da collegiale, assolutamente insuperabile nel tratteggiare la igura fragile di Rosemary, una ragazza alle prese con una sfida da spezzare le braccia.
Altrettanto bravo è John Cassavetes, che delinea alla perfezione la figura del viscido, infido Guy, l’uomo che per vanità a brama di denaro, distrugge il suo matrimonio consegnando al demonio il suo primogenito; una figura che sin dall’inizio appare allo spettatore antipatica in modo estremo, prima ancora di sapere dove andrà a parare il film.
Merito di questo attore eclettico, cosi come eclettici sono Ruth Gordon, ovvero la Minnie Castevet del film e Sidney Blackmer, suo marito Roman, entrambi viscidi al punto giusto, sin dai primi fotogrammi del film.
Un’opera che convince, affascina, turba.

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E che si conclude in maniera degna, con quel dolce cullare di Rosemary davanti alla culla con dentro il figlio del male.
Figlio del demonio, è vero, ma pur sempre figlio di una donna che lo ha portato in grembo per nove mesi.
Un telo nero, una culla, un crocefisso rovesciato: è tutto quello che Polanskj concede alla platea, lasciando per sempre il dubbio sulle reali fattezze del bambino nella culla.
Sarà un mostro, avrà le classiche corna a punta come per secoli immaginato dalla gente, avrà gli occhi di un gatto, secondo larga parte dell’iconografia classica, o cosa?
Chi può saperlo?
La bravura di Polanskj sta anche in questi dettagli, così come da antologia è la scena onirica, sospesa tra reale e sogno, del sabba in cui Rosemary scende nuda nella cabina, mentre fuori si è alzato il vento, e va incontro al suo destino.
Rosemary’s baby è un capolavoro assoluto, uno dei cento film che non possono assolutamente mancare nella cineteca degli amanti del cinema.

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Rosemary’s Baby – Nastro rosso a New York, un film di Roman Polanski. Con Mia Farrow, John Cassavetes, Ruth Gordon, Sidney Blackmer, Maurice Evans,Ralph Bellamy, Victoria Vetri, Patsy Kelly, Elisha Cook Jr., Emmaline Henry, Hanna Landy, Phil Leeds, D’Urville Martin, Hope Summers, Charles Grodin
Titolo originale Rosemary’s Baby. Horror/fantasy, durata 137 min. – USA 1968.

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* Mia Farrow: Rosemary Woodhouse
* John Cassavetes: Guy Woodhouse
* Ruth Gordon: Minnie Castevet
* Sidney Blackmer: Roman Castevet
* Maurice Evans: Edward “Hutch” Hutchins
* Ralph Bellamy: Dott. Abraham Sapirstein
* Angela Dorian: Terry Gionoffrio
* Patsy Kelly: Laura-Louise McBirney
* Elisha Cook Jr.: Sig. Nicklas
* Emmaline Henry: Elise Dunstan
* Charles Grodin: Dott. C. C. Hill
* Hanna Landy: Grace Cardiff
* Phil Leeds: Dott. Shand
* D’Urville Martin: Diego
* Hope Summers: Sig.ra Gilmore
* Marianne Gordon: Joan Jellico, amica di Rosemary
* Wende Wagner: Tiger, amica di Rosemary
* Bill Baldwin: venditore della casa
* Walter Baldwin: Sig. Wees
* Patricia O’Neal: Sig.ra Wees
* Roy Barcroft: uomo abbronzato
* Charlotte Boerner: Sig.ra Fountain
* Gail Bonney: Babysitter (voce)
* Carol Brewster: Claudia Comfort
* Jean Inness: Suor Agnes
* Lynn Brinker: Suor Veronica
* Sebastian Brook: Argyron Stavropoulos
* William Castle: Uomo vicino al telefono pubblico
* Gordon Connell: Allen Stone
* Patricia Ann Conway: Sig.ra John F. Kennedy
* Tony Curtis: Donald Baumgart (voce)
* Joyce Davis: Dee Bertillon
* Paul Denton: Skipper
* Duke Fishman: uomo
* Janet Garland: infermiera
* Michel Gomez: Pedro
* John Halloran: meccanico
* Ernest Harada: giovane giapponese
* Marilyn Harvey: segretaria Dott. Sapirstein
* Mona Knox: Sig.ra Byron
* Mary Louise Lawson: Portia Haynes
* Natalie Masters: Giovane donna
* Elmer Modling: Giovane uomo
* Floyd Mutrux: Invitato al party
* Robert Osterloh: Sig. Fountain
* Josh Peine: Invitato al party
* Gale Peters: Rain Morgan
* Jack Ramage: Patron
* Joan T. Reilly: donna incinta
* George R. Robertson: Lou Comfort
* George Savalas: operaio
* Almira Sessions: Sig.ra Sabatini
* Michael Shillo: Papa Paolo VI
* Bruno Sidar: Sig. Gilmore
* Tom Signorelli: Invitato al party
* Al Szathmary: Tassista
* Clay Tanner: il diavolo
* Viki Vigen: Lisa
* Frank White: Hugh Dunstan

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Regia     Roman Polanski
Soggetto     Ira Levin (romanzo)
Sceneggiatura     Roman Polanski
Fotografia     William Fraker
Montaggio     Sam O’Steen, Bob Wyman
Musiche     Krzysztof Komeda
Scenografia     Richard Sylbert

“Uno dei capolavori di Polanski e in generale del cinema, non solo horror. Praticamente perfetto in ogni aspetto: la storia congegnata in modo impeccabile, la recitazione degli attori, la fotografia e la musica e, ovviamente, la regia del grande maestro polacco. A quasi 40 anni di distanza riesce ancora a trasmettere tutta l’angoscia che generò all’epoca della sua uscita, un classico esempio di come la tensione e la paura non nascano necessariamente (anzi…) da effetti grandguignoleschi.

Capolavoro in cui l’inquietudine nasce da uno scarto, all’inizio quasi impercettibile, fra l’essere e l’apparire, una crepa che sgretola il guscio di banalità di una coppietta borghese. Come spesso accade per i capolavori, si presta a molteplici letture: donna/bambina, la Farrow rifiuta la maternità, salvo riconciliarsi con il frutto del suo ventre in un finale beffardo che pur mette in brividi, considerato che l’anno successivo il regista dovrà fare davvero i conti con uno che riteneva d’essere una incarnazione di Satana.

Sceneggiando con assoluta fedeltà lo splendido romanzo di Ira Lewin, Polanski, gira uno splendido ed insolito film demoniaco che rinuncia completamente agli effettacci tipici di film del genere e che tuttavia riesce a creare, con insuperata maestria, un clima crescente di tensione e paranoia davvero notevole e coinvolgente e che ancora oggi, a quarant’anni di distanza, continua a inquietare non poco. Ottima la prova della Farrow. A tutt’oggi il miglior film del regista polacco. Sconsigliato alle donne in dolce attesa.

Se c’è una singola parola che può andar bene per definire questo film è senz’altro “inquietante”. La costruzione della tensione è semplicemente perfetta, rimane un’ambiguità di fondo che fa guadagnare altri punti ad una pellicola già splendida; in più il cast -formato perlopiù da vecchi leoni e leonesse hollywoodiane- è azzeccatissimo. 130 minuti che passano in un batter d’occhio: se gli horror fossero questi e non le sciocchezze sanguinolente per cui sbavano in troppi, vivremmo senz’altro in un mondo migliore.

Capolavoro di Polanski, che vanta numerosi tentativi di imitazione, in gran parte poco riusciti. Un horror senza una goccia di sangue, tutto costruito su atmosfere surreali e allusive, personaggi ambigui e perversamente simpatici e continui rimbalzi tra realtà e fantasia, che garantiscono un risultato eccellente in termini di inquietudine e angoscia, complici anche l’ambientazione nel vecchio, sinistro palazzo e i riferimenti all’occulto. Tra gli ottimi attori spiccano la Farrow e la Gordon.

Ottimo film, in cui Polanski fa Polanski, cioè scolpisce i suoi burattini in un àmbito spaziale ristretto, crea un’atmosfera magica (qui diabolica) che scaturisce dalla vita di tutti i giorni, prepara lentamente, mattone su mattone, sospetti ed eventi che poi scatenano l’apocalisse. Meravigliosa la Farrow. Non centratissimo, invece, Cassavetes, talora un poco anonimo. Opera ottima, ma non da massimo assoluto (però, forse, è questione di lana caprina…).

Film maledetto, se non altro per le implicazioni (susseguenti) cui è andato incontro Roman Polanski. È stato un punto di riferimento per tanto cinema a seguire (e che verrà) sviluppato attorno al tema della cospirazione (basterà citare il nostrano e riuscito, Il Profumo della Signora in Nero). Le interpretazioni sono da Oscar, come la scenografia e la sceneggiatura. Nel finale qualcuno ha visto (e ancora vede) cose che non ci sono: potere della suggestione e di una buona regia…

Magistrale e copiato fino alla consunzione, il film ha beneficiato della tragica concatenazione di eventi, almeno quanto Polanski ne ha risentito. Ma al di là delle implicazioni sulfuree, la pellicola è perfetta, compatta, concisa, senza via di scampo. Effettivamente Cassavetes è un po’ impiegatizio, ma forse è un bene, perchè alimenta l’ambiguità. Farrow mai più così brava: però Woody Allen, che pure il film l’avrà visto, avrebbe dovuto capire..

Capolavoro di Polanski. Il demoniaco (o meglio: ciò che di inquietante non appartiene alla nostra quotidiana esperienza sensoriale) è nella realtà e la minaccia attraverso i suoi fantasmi più rassicuranti. Il film è un crescendo mozzafiato di tensione costruita sull’impercettibile e sul casalingo: l’anormalità sulla normalità. L’orrore che sconvolge, senza che si vedano effetti da grandguignol. L’angoscia che sale senza effettacci o musicacce: magistrale. Eccellente Mia Farrow. Finale da brivido.

Bellissimo e angoscioso con classe. Polanski ha saputo partire da un’atmosfera idilliaca, tipica dei film hollywoodiani passati, trasformandola piano piano in qualcosa di inaspettato e terrorizzante. Senza concedersi a scene sanguinolente, ambientando anzi il tutto in una normale abitazione. Bravissime la Farrow e la cerchia dei vicini. Su questo film si basa L’avvocato del diavolo.”

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luglio 9, 2010 Posted by | Horror | , , | 3 commenti

Emmanuelle 2 l’antivergine

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La bella Emmanuelle langue d’amore per suo marito, costretto alla lontananza dalla sua appassionata moglie dal lavoro che svolge nel lontano oriente, ad Hong Kong; così la donna, senza avvisarlo, si imbarca per raggiungerlo.
Naturalmente durante il viaggio si concede il solito trastullo lesbico con una archeologa, poi raggiunge suo marito, con il quale ha un patto di massima libertà; entrambi vivono infatti una vita sessuale indipendente e scevra dalla gelosia.

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Così mentre Emmanuelle si concede avventure di vario genere, come quella con un giovane e muscoloso uomo di colore, un tatuato su tutto il corpo, lui fa altrettanto, naturalmente accoppiandosi con la legittima consorte durante le pause. Alla fine i due rivolgono le loro attenzioni sulla giovanissima Anne Marie, che iniziano, con tanta soddisfazione di tutti, alle esperienze erotiche.

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Il successo del primo Emmanuelle, diretto da Just Jaeckin su soggetto della scrittrice Emmanuelle Arsan spinge il regista Francis Giacobetti nel 1975 a girare il seguito ideale intitolato Emmanuelle 2 l’antivergine, con esiti assolutamente nefasti.

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Lungi da rappresentare un film con un qualsivoglia motivo di interesse, Emmanuelle 2 è un soporifero, noioso ensemble di scontate esibizioni erotiche delle protagoniste, in qualche caso portate fino all’estremo del possibile senza sconfinare nell’hard e di conseguenza sfuggire alle forbici della censura.
Dialoghi imbarazzanti, recitazioni da avanspettacolo di terza lega, noia mortale si assemblano alla perfezione, riuscendo nell’epica impresa di ritrovarsi in un amalgama di totale non sense, che costringe il povero spettatore a star sveglio solo per osservare le grazie delle protagoniste.

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Che sicuramente sono l’unica ragione per sopportare la visione di questo film; la Kristel molto bella e sexy, pur non dotata di particolare talento, esprime se stessa nel ruolo che l’ha resa celebre, girando con disinvoltura e sospetta partecipazione le scene erotiche che la vedono protagonista, sia che appartengono alla sfera saffica che a quella etero sessuale.
Il suo compagno di vita, ovviamente nel film, è un imbarazzatissimo e anche lui imbarazzante Umberto Orsini, attore di talento qui costretto a mostrare prodezze amatorie, glutei e un fisico apprezzabile, quanto meno dalle donne che hanno assistito alla proiezione del film.

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Il resto è noia mortale, fatta salva la breve comparsa di un’altra Emmanuelle, anzi Emanuelle, ovvero Laura Gemser, che diede corpo (in tutti i sensi) alla figura della reporter di colore dai costumi altrettanto disinibiti dell’eroina della Arsan.

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Erotismo nemmeno patinato, quello del film, che finisce per muovere lo sbadiglio piuttosto che l’interesse; la sciagura aumenta quando ci si prende la briga di provare a seguire i surreali dialoghi che costellano il film, volti a dimostrare il teorema che in amore le corna sono una salvezza, una panacea per il rapporto di coppia.
Aldila della strampalata teoria, usata per motivi abiettamente e prettamente commerciali, Emmanuelle 2 l’antivergine andrebbe scansato come la peste; nei film con protagonista la Gemser spesso si assiste ad una sfilata di località esotiche e di paesaggi da fiaba, qui si vede solo una Hong Kong degna di un girone dell’inferno, con gente per strada ammassata come le formiche.

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Emmanuelle 2 l’antivergine, un film di  Francis Giacobetti. Con Sylvia Kristel, Umberto Orsini, Frédéric Lagache, Laura Gemser, Catherine Rivet, Claire Richard-Erotico 1975

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Sylvia Kristel     …     Emmanuelle
Umberto Orsini    …     Jean
Frédéric Lagache    …     Christopher
Catherine Rivet    …     Anna-Maria
Henry Czarniak    …     Igor
Tom Clark    …     Peter
Marion Womble
Florence L. Afuma    …     Laura
Claire Richard    …     Wong
Laura Gemser    …     Massaggiatrice
Jacqueline May Line
Eva Hamel    …     Massaggiatrice
Christiane Gibeline    Massaggiatrice

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luglio 7, 2010 Posted by | Erotico | , , | Lascia un commento

Amore piombo e furore (China 9 Liberty 37)

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Western atipico girato nel 1978 da Monte Hellman, Tony Brandt, Amore piombo e furore (distribuito con il titolo China 9 Liberty 37) racconta la storia parallela di due uomini, accomunati dal fatto di essere stati due bounty killer; il primo, Clayton, un professionista al soldo del miglior offerente, il secondo, Matthew,alle dipendenze di una grossa compagnia ferroviaria.
Clayton, che sta per essere impiccato, si vede salva la vita all’ultimo istante.

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Fabio Testi 

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Jenny Agutter è Catherine

A farlo liberare sono proprio i dirigenti della compagnia ferroviaria, che gli propongono anche un buon compenso in denaro a patto che l’uomo trovi e uccida Matthew, che si è ritirato in un ranch che sorge su un terreno che fa gola alla compagnia stessa.
Così Clayton raggiunge la casa di Matthew, con l’obiettivo di conquistarne la fiducia fingendosi un uomo alla ricerca della terra promessa, la California.

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Warren Oates è Matthew

Ben presto Clayton scopre che Matthew non ha affatto le caratteristiche dell’assassino di professione, ma è piuttosto un uomo simpatico, che vive la sua vita lontano da tutto in compagnia della bella e insoddisfatta moglie Catherine.
Sarà proprio quest’ultima a far precipitare gli eventi; la donna seduce Clayton, che ovviamente non si fa pregare, e tra i due c’è una rovente nottata d’amore.
Ma Matthew in qualche modo intuisce il tutto, e affronta la moglie, che lo accoltella alla schiena.
Nel frattempo Clayton, che si è allontanato decidendo di non portare  a termine la sua missione, si vede raggiunto proprio dalla donna, in fuga dal ranch.

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Così i due si avviano verso una meta comune, decisi però a separarsi al momento opportuno.
Ma Mathhew non è morto; soccorso dai fratelli, decide di andare a riprendersi la sua donna.
Scoppia così una guerra privata tra Matthew e i suoi fratelli da un lato e Clayton dall’altra; muoiono due dei fratelli dell’uomo, mentre il bounty killer resta ferito ad una gamba e viene arrestato.
Ma riesce a fuggire, e raggiunge il ranch di Mathew, dove nel frattempo sono arrivati dei pistoleros al soldo della compagnia ferroviaria.

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Grazie all’aiuto di Clayton, Matthew riesce a sconfiggere gli uomini e decide di affrontare in duello il suo avversario.
Clayton mostra la sua abilità con le  armi disarmando Matthew; potrebbe ucciderlo, ma ancora una volta lo risparmia.
Mentre Matthew gli rimprovera il suo comportamento (“un killer con il cuore tenero non va molto lontano”, dice), Clayton si allontana sul suo cavallo.

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Matthew, raccolta Caherine e caricate le sue cose su un carro, da fuoco al ranch e si allontana, verso un incerto futuro.
Girato con bravura e con sobrietà, Amore piombo e furore è un buon film, sorretto da una valida sceneggiatura; la storia ha una sua coerenza, e anche se girata su ritmi piuttosto blandi, punta più sui dialoghi, sul confronto tra i due personaggi principali, sulle loro motivazioni che sulle sparatorie e sui morti ammazzati.

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Difatti per oltre tre quarti del film assistiamo a dialoghi, silenzi, sguardi e descrizione abbastanza analitiche e sopratutto inusali per un’ opera western.
Sembra, fatte le debite proporzioni, di assistere ad un film di Leone; la colonna sonora, di Pino Donaggio, è discreta, e asseconda il film nei suoi passaggi cruciali.
Un discorso a parte meritano gli attori; molto bene Warren Oates, nella parte di Matthew, che da al suo personaggio un’aria sorniona e di bonomia stridente con il passato dell’uomo stesso, ma proprio per questo più credibile.

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Bene anche Fabio Testi, un killer dal cuore tenero, in tutti i sensi; prima risparmia per simpatia l’uomo che dovrebbe uccidere, poi viene sedotto dalla moglie, ma riesce a staccarsene, anche se poi sarà irrimediabilmente invischiato negli sviluppi successivi.
Bene anche la brava  e affascinante Jenny Agutter ( La fuga di Logan, Walkabout, Equus), che lascia al suo personaggio quell’aria di indecisione, enigmatica e fragile allo stesso tempo, volubile e indecisa, caratterizzandone così l’ambigua presenza.

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Siamo di fronte, quindi, ad un buon prodotto, arrivato sul mercato fuori tempo massimo, quando cioè il western era ormai diventato un genere in abbandono; pure, il successo del film a livello internazionale fu lusinghiero, segno della validità dell’opera.

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Amore piombo e furore (China 9 Liberty 37), un film di Monte Hellman, Antonio Brandt. Con Fabio Testi, Warren Oates, Franco Interlenghi, Jenny Agutter, Sam Peckinpah, Luis Prendes, Helga Liné, Isabel Mestres, Romano Puppo
Titolo originale China 9, Liberty 37. Western, durata 98 min. – Italia 1978.

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Amore piombo e furore banner personaggi

Warren Oates     …     Matthew Sebanek
Fabio Testi    …     Clayton Drumm
Jenny Agutter    …     Catherine Sebanek
Sam Peckinpah    …     Wilbur Olsen, Dime Novelist
Isabel Mestres    …     Barbara, moglie di Virgil
Gianrico Tondinelli    …     Johnny Sebanek
Franco Interlenghi    …     Hank Sebanek
Charly Bravo    …     Duke, fratello di Barbara
Paco Benlloch    …     Virgil Sebanek
Sydney Lassick    …     Amico dello sceriffo
Richard C. Adams    …     Sceriffo
Natalia Kim    …     Cassie
Ivonne Sentis    …     Prostituta
Romano Puppo    …     Zeb
Luis Prendes    …     Williams

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Regia: Monte Hellman, Tony Brandt
Sceneggiatura: Jerry Harvey, Douglas Venturelli
Produzione: Gianni Bozzacchi, Valerio De Paolis, Monte Hellman,Rolf M. Degener
Musiche: Pino Donaggio    ,John Rubinstein
Editing: Cesare D’Amico
Costumi: Franco Carretti

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luglio 6, 2010 Posted by | Western | , , | 2 commenti

Fotografando Patrizia

Fotografando Patrizia locandina

Emilio è un giovane strano ed asociale, affetto da problemi fisici, che vive in una splendida casa sul Canal Grande a Venezia; alla morte della sua governante, vede arrivare in casa sua sorella Patrizia, una donna molto bella proprietaria di una casa di moda.
La donna ha intenzione di prendersi cura di quello strano fratello, e ben presto si rende conto della situazione.
Emilio passa tutto il suo tempo rintanato in casa, con il televisore acceso a guardare spesso film a luci rosse, a leggere riviste dello stesso genere senza comunicare con nessuno, senza fare cioè nulla di quello che dovrebbe fare un ragazzo della sua età.

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Monica Guerritore

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La convivenza tra i due diventa da subito problematica; la donna cerca di tirar fuori Emilio dal suo guscio, che reagisce in malo modo.
Però ben presto c’è un argomento che sembra unire i due fratelli; Patrizia, resasi conto del debole che ha il fratello per la sfera sessuale, inizia uno strano gioco in cui racconta al fratello tutta la sua vita sessuale, senza risparmiare nessun dettaglio.

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Il ragazzo, ovviamente eccitato, accetta il gioco che diventa via via sempre più morboso.
Il giovane inizia ad uscire con la sorella, ma nonostante i tentativi della donna di farlo avvicinare all’universo femminile, cooptando una sua mannequin per tentare di sedurlo, Patrizia è costretta a recedere.

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Il gioco però rischia di farsi troppo pericoloso, così la donna alla fine decide di sposare un’antica fiamma.
Ma la sera delle nozze Patrizia, inspiegabilmente, consuma l’incesto con il fratello, promettendogli che in futuro la cosa accadrà ancora.
In una splendida Venezia, ben fotografata, Salvatore Samperi ambienta questo suo Fotografando Patrizia, un film assolutamente inutile, privo di nerbo, assolutamente freddo e poco coinvolgente.
La storia ha si per se già diverse lacune, amplificate sopratutto nella parte finale, quando cioè assistiamo all’atto finale dell’incesto tante volte sfiorato e mai consumato tra i due fratelli.

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E il tutto avviene nel momento meno atteso, quasi un colpo di scena che però appare teatralmente fuori contesto.
Ad appesantire il tutto, la recitazione approssimativa (ed è ancora un aggettivo qualificante rispetto alla resa) di Lorenzo Lena, privo di espressioni che non siano quella lubrica quando ascolta sua sorella raccontare le proprie vicissitudini erotiche o quella monocorde che ha per tutto il resto del film. La Guerritore, ottima attrice di teatro, mostra i gravi limiti evidenziati in altre pellicole da lei girate ad ambientazione squisitamente erotica; bella, sensuale, con un corpo perfetto, rende però i suoi personaggi alteri e distaccati, mai coinvolgenti.

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Così il film si barcamena tra qualche scena erotica, una Venezia ripresa perfettamente, una volta tanto senza nebbia e en plein air e poco altro.
La noia serpeggia dopo 15 minuti e non abbandona più lo spettatore, rassegnato all’andazzo della pellicola fino alla sua stravagante conclusione.
Samperi, regista furbetto e sopravvalutato, utilizza il suo mestiere ma non ottiene nessun risultato apprezzabile; incredibile la decisione di far lavorare attori di scarso livello come Lena in un ruolo principale, oppure quella di utilizzare un altro bamboccione bello e senz’anima come Saverio Vallone nel ruolo del futuro marito della Guerritore.

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Ancora peggio fa il regista con i dialoghi, spesso farraginosi quando non ridicoli.
Risultato finale?
Una pellicola da dimenticare in fretta, presuntuosa, spocchiosa, priva di anima e di contenuto.
Un disastro annunciato e mantenuto con pervicacia degna di miglior causa.

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Fotografando Patrizia, nn film di Salvatore Samperi. Con Monica Guerritore, Lorenzo Lena, Gianfranco Manfredi, Tinì Cansino, Saverio Vallone, Gilla Novak
Commedia, durata 91 min. – Italia 1984

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Fotografando Patrizia banner protagonisti

Monica Guerritore: Patrizia
Lorenzo Lena: Emilio
Gianfranco Manfredi: spasimante di Patrizia
Gilla Novak: Modella amica di Patrizia

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Regia Salvatore Samperi
Soggetto Salvatore Samperi, Riccardo Ghino, Massimo Di Luzio, Saverio Vallone
Sceneggiatura Edith Bruck, Salvatore Samperi, Riccardo Ghione
Fotografia Dante Spinotti
Montaggio Sergio Montanari
Musiche Fred Bongusto

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luglio 4, 2010 Posted by | Erotico | , | Lascia un commento